Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco
Pubblicato da Edit Santoro l’edizione fuori commercio Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco, dal titolo C’è Musica e… musica. Storie di... Leggi tutto...
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Enfance salentine di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Martedì 19 Luglio 2016 19:23

[In occasione della pubblicazione della traduzione francese di Enfance salentine, Edit Santoro, Galatina 2016, riportiamo di seguito la Introduction.]


« Le moi est haïssable » écrivait Blaise Pascal, conformément à l'idéal classique de bienséance du XVIIe siècle ; formule à l'emporte-pièce à laquelle, au vu de la copieuse production autobiographique contemporaine, nous pourrions être tentés d'adhérer. En effet, ce « moi » hypertrophié qui entraîne dans ce type d'écrits l'omniprésence du « je », à la fois auteur, narrateur, personnage central du récit rétrospectif de sa vie personnelle, vire trop souvent au nombrilisme nostalgique, à l'autojustification complaisante, pire à l'exhibitionnisme. Si ces textes satisfont le besoin de leurs auteurs de mettre leur confession sur la place publique, ils peinent souvent à susciter l'intérêt des lecteurs.

Certains écrivains pourtant évitent merveilleusement ces écueils, Gianluca Virgilio fait à l'évidence partie de ceux-là. Lorsque dans Enfance salentine il évoque ses souvenirs personnels de « la première saison de sa vie » dans le Salento des années 60-70 du XXe siècle, ce qu'il puise dans sa propre existence, c'est la matière d'une œuvre littéraire, donnant juste à voir, dans l'acte d'écrire, le spectacle de sa propre conscience. Et dans la mesure où des sinuosités de l'écriture se dégage l'image d'un être plus soucieux d'authenticité que de gloire, l'espace autobiographique ainsi créé – là où reprend vie ce qui était voué à l'oubli – accueille tout naturellement le lecteur.

 

Le lecteur d'Enfance salentine ne trouvera rien de spectaculaire sous la plume de Gianluca Virgilio. Celui-ci s'adresse à lui comme on le ferait avec un ami de longue date, simplement, pour évoquer les lieux d'autrefois, redonner une chaude présence aux êtres disparus, partager le souvenir des expériences passées, sans volonté d'impressionner qui que ce soit.

En ce qui concerne le cadre géographique par exemple, le lecteur ne lira aucune description pittoresque et idéale, mais une invitation à le découvrir au rythme de la propre curiosité de l'enfant ou de l'adolescent désireux de s'approprier les lieux où il vit. Essentiellement circonscrits à Galatina, avec quelques extensions à Corigliano d'Otrante, chez les grands-parents maternels, et à Leuca, la station balnéaire où la famille passe le mois d'août, ils constituent l'univers de l'enfant, son premier contact avec le monde que Gianluca Virgilio devenu adulte parvient à décrire en se remémorant tout, la végétation, les odeurs, les lumières changeantes selon les conditions climatiques particulières, avec une telle exactitude pointilleuse que le lecteur lui aussi finit par s'y trouver comme chez lui.

Le milieu familial est évoqué avec le même naturel. Les moyens matériels sont modestes mais suffisants pour pouvoir profiter des plaisirs simples de l'existence, et dans les années 1960-70, le Sud de l'Italie aussi connaît un contexte économique relativement favorable qui permet l'accès à la voiture personnelle, aux vacances au bord de la mer et même à la possession de la maison longtemps désirée. Même si l'auteur n'occulte rien des relations tendues entre son père et la famille de sa mère par exemple, ni de l'approche différente face à l'existence entre un père lettré et une mère plus pragmatique, c'est sans aucune mise en scène ni dramatisation, sans jugement mais au contraire telles qu'il les a perçues dans la naïveté de ses jeunes années, ce qui n'exclut pas le regard amusé de l'adulte, la distance créée par l'humour se mêlant heureusement à la sincérité de son affection.

Gianluca Virgilio fait aussi participer le lecteur à l'insouciance de ses jeux avec les petits garçons de son quartier, à l'ambiance colorée des fêtes locales traditionnelles animées de tout un petit peuple plein de vitalité, aux rencontres particulières entre adolescents lors des vacances, autant d'expériences propres à dresser une galerie de portraits contrastés, drôles ou attendrissants, de tant d'êtres côtoyés autrefois, puis disparus de son univers, mais pas oubliés, tels Uccio Pensa, les deux Marie, la famille Brambilla, etc.

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 168 - (18 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 19 Luglio 2016 16:36

L’autenticità culturale si trova in provincia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 18 luglio 2016]

 

Una volta la provincia era il luogo in cui si viveva con la speranza di poter fuggire. Era la condizione di impedimento, di negazione; era l’infinito ripetersi  delle esperienze, dei fatti, delle storie. Tutto cominciava e tutto si concludeva sempre all’identico modo. Senza sviluppo, senza trasformazione.

Era tutto già visto, già sentito,  già detto. Vivere in provincia era rabbia trattenuta, una frustrazione esistenziale, culturale.

Sì, qualche consolazione: gli amici, gli affetti.  Basta.

La provincia era sempre una relazione che mancava, un confronto soltanto con se stessi o con chi vedeva il mondo con i tuoi stessi occhi, pensava con il tuo stesso pensiero, aveva la stessa malinconia, lo stesso desiderio, e conosceva i paesaggi che conoscevi tu, aveva letto i libri che avevi letto tu, visto gli stessi film, sentito le stesse canzoni.

Questa provincia, per esempio, noi la chiamammo difficile, esule, periferia infinita.

Chi aveva qualcosa da fare, qualcosa da dire, un sogno, un progetto,  un disegno nel pensiero, non poteva fare altro che pensare di fuggire, tentare di fuggire.

Una volta la provincia era così: un deserto che generava miraggi. A miraggi spenti, era noia, isolamento, stanchezza.

Poi sono venute le stagioni della scoperta. Quando il centro, i centri, si sono trasformati in non luoghi, in luoghi dell’inautentico, allora si è scoperta l’autenticità della provincia: nelle relazioni, nelle osservazioni e nelle valutazioni degli accadimenti; si è scoperta la possibilità di prospettive diverse, di più profonde interpretazioni, e se erano più rare le occasioni di incontro, di confronto, allo stesso tempo assumevano valenze ulteriori rispetto a quelle proposte dalle metropoli. Quando i centri si sono appiattiti, conformati, quando hanno profilato identità indistinte, senza connotazione, la provincia ha prospettato le opportunità che derivavano dalla integrazione delle identità culturali.

Allora anche le espressioni culturali della provincia si sono caricate di significati originali, non sottomessi o non vincolati alle logiche devianti del mercato, alla spietatezza di una produzione che rispondeva agli imperativi del consumo, dell’utile a qualsiasi costo. Allora si pensò che avesse davvero ragione quell’intellettuale sempre fuori da qualsiasi coro e da qualsiasi scuderia che fu Luciano Bianciardi, quando ne “Il lavoro culturale”, uscito nel 1957, diceva che uno scrittore dovrebbe vivere in provincia perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, nella provincia li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali.

Il termine scrittore stava a significare il lavoro culturale, quello che richiede osservazione, riflessione, proiezione di pensiero, sperimentazione, elaborazione di forme nuove  e nuovi significati, interpretazione della Storia con una diversa grammatica della visione.

Letterature, teatri, pitture, la ricerca e l’innovazione, hanno trovato nella provincia la ragione e la motivazione per andare oltre le codificazioni, con un tratto distintivo, una qualità che solo la provincia si ritrovava quale patrimonio culturale e che consisteva nelle stratificazioni di una tradizione che si offriva per essere rielaborata, codificata in modo diverso, risemantizzata.

In qualche caso la tradizione è stata un vincolo, forse più esattamente una pastoia. Bisogna dirlo. Lo è stata, per esempio, quando ha trasformato il folclore in folclorismo, quando ha cristallizzato l’espressione, si è fatta clichè. Invece è stata una condizione di innovazione quando si è costituita come struttura sulla quale innestare linguaggi nuovi.

Quando la provincia è stata questo, è questo, il lavoro culturale ha assunto ed assume la caratteristica e il senso di un’avventura. Dell’andare oltre, appunto. Forse l’andare oltre è determinato da motivazioni psicologiche profonde. Perché si ha l’impressione che dalla provincia, dalla periferia, lo sguardo sia impedito da un limite, da uno sbarramento che si alza sui confini e non permette di vedere di là. Ma è proprio questo impedimento che dà origine alla sfida. Non potendo vedere, o fare esperienza, o governare, quello che c’è di là, si è motivati, talvolta costretti a maturare nuovi concetti, prospettive diverse, a servirsi di strumenti d’indagine che al centro – ai centri – sono sconosciuti.

Probabilmente non è un caso che la grande letteratura dell’Ottocento e del Novecento  si sia generata in provincia o abbia avuto la provincia come territorio da perlustrare.

Il piccolo mondo come misura del mondo; la microstoria come situazione che consente di comprendere la macrostoria, o che consente almeno di operare il tentativo  di comprenderla; il confronto con l’umanità attraverso il confronto con l’umano che ci è vicino.

Poi. La provincia è abitata dai provinciali.

I provinciali sono, ad un tempo, indolenti e laboriosi, sono sconsiderati e sono giudiziosi, razionali e superstiziosi, passionali e distaccati, ingenui e maliziosi, sedentari e avventurieri, solitari e compagnoni, scettici ottimisti, allegri  malinconici,   diffidenti  fiduciosi, giocano  in squadra come se giocassero da soli. Sono questo e sono altro, molto altro, in ogni contesto,  in ogni  circostanza. Lo sono anche quando studiano, quando scrivono, dipingono, fanno musica, teatro, riviste, giornali.

Ma accade che il provinciale venga accusato di provincialismo. E’ sempre accaduto; continua ad accadere.

Non c’è nulla di più provinciale dell’accusa di provincialismo, diceva un provinciale come Leonardo Sciascia. Poi si chiedeva che cosa si intende per provincialismo: il vivere in provincia o il comportarsi secondo canoni di arretratezza, di incultura, di barbarie? Secondo questa accezione si può essere provinciali in qualsiasi grande, immensa città.

In realtà il provinciale è colui che rifiuta e combatte ogni espressione di provincialismo. Il provinciale è colui che gira il mondo con il pensiero e poi si ferma sulla panchina di una piazzetta solitaria per riflettere su quello che ha visto.


Il Paese dei fessi – (19 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 19 Luglio 2016 09:28

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 19 luglio 2016]


I soldi ci sono, perché non vengono spesi? Non possiamo sempre lamentarci, come se lo stato di cose non fosse spesso determinato dalle nostre stesse scelte, come se la volontà venisse da altre parti. I soldi ci sono. A volte non vengono spesi, altre volte vengono spesi male (le opere sono fatte male e a prezzi altissimi), altre volte ancora sono spesi bene (le opere sono fatte bene, anche se di solito a prezzi altissimi) ma per fini che non sono funzionali agli interessi del territorio, altre volte sono fatte bene e per scopi coerenti con l’interesse pubblico (ognuno di noi è in grado di fare il proprio elenco). Ci sono decine di milioni di euro per fare i porti. L’altro giorno, a Castro, c’era un enorme yacht in rada. Che disdetta, non c’era un porto dove potesse ormeggiare. Pensa quanti ce ne sarebbero se ci fosse un bel sistema di megaporti, con infrastrutture adeguate! I soldi per farli ci sono! Decine e decine di milioni, quasi cento. E allora facciamoli, no? I costruttori si fregano le mani. Quando si fanno questi programmi si devono effettuare serissime analisi costi benefici, pensando ai fondi pubblici come se fossero privati. Il guadagno deve essere l’interesse pubblico, non necessariamente il lucro. Per mettere in sicurezza quel tratto di ferrovia, per esempio, il guadagno è la sicurezza dei viaggiatori. Vale la pena di sostenere i costi.

Ma in altri casi? L’Università del Salento ha speso decine, forse centinaia, di milioni di euro per costruire edifici. Erano disponibili, quei fondi… sarebbe stato un peccato non utilizzarli, no? Così ora ci sono enormi edifici belli pronti che non si stanno utilizzando perché non ci sono i soldi per il trasloco, o perché non possiamo permetterci i costi di funzionamento. Quale è stato il guadagno, nel fare quelle opere? Ma è chiaro: il guadagno è andato a chi ha gestito gli appalti. Le costruzioni sono state fatte, hanno lavorato le ditte, hanno lavorato gli operai, ma la gran parte del profitto è andata agli appaltatori. Poi l’opera non viene utilizzata e chi viene “dopo” si trova a dover gestire la proverbiale cattedrale nel deserto. Quanti eoni ci vorranno perché l’utilizzo pubblico e il minore inquinamento (il beneficio presunto) pareggino il costo monetario di aver costruito il filobus?  Ma il costo è anche la selva di pali che ha stravolto il paesaggio urbano. L’impressione è che l’unico affare nel fare il filobus sia stato fare il filobus. E così è per i nuovi edifici universitari (mentre quelli vecchi vanno in malora, vedi Ecotekne).

Così sarà per i porti. Un porto stravolge l’assetto della costa e comporta enormi cambiamenti ambientali. Cambia il regime delle correnti, si alterano i fondali e i flussi di sedimentazione. Si tratta di un costo. Si altera il paesaggio, e si modifica la possibilità di utilizzare la costa. Un tratto di costa dove non c’è “niente” è un’attrattiva turistica formidabile. Il tratto Otranto-Leuca ha questa caratteristica, anche se ogni “marina” di paese interno ha l’ambizione di stravolgere la costa e farci passare una bella strada. Alcuni lo hanno già fatto. Ora tutti vogliono il porto. Qualcuno, al posto di quel “niente” vede già tante belle infrastrutture. Porti, alberghi, litoranee, villaggi. In alcuni si sta già operando. I soldi pubblici servono per fare l’infrastruttura, poi i privati usano l’infrastruttura per la speculazione edilizia. Hanno ucciso Renata Fonte perché si opponeva a questa visione dello sviluppo, se non sbaglio. Bene, questa visione dello sviluppo prospera.

Il primo problema, ora, è di capire chi è che decide dove debbano andare quei fondi europei. Chi è che ha deciso che devono essere spesi per fare porticcioli turistici, o superstrade, o bici di scambio, o filobus? Perché, ve lo assicuro, un privato non sosterrebbe il costo di costruire un porticciolo avendo come beneficio i guadagni con la gestione del porticciolo stesso. Scommettiamo? I soldi devono sempre essere pubblici. Si dice sempre che pubblico significa spreco, mentre privato significa efficienza! Infatti: efficienza nello sprecare il denaro pubblico, per scopi che non portano a pubblici vantaggi ma solo a privati guadagni.

Intanto una domanda ai politici: scusate, potete fare una ricognizione di quanti soldi siano disponibili, e per fare che cosa? E possiamo fare una bella analisi costi benefici sull’utilizzazione di quei soldi? E sarebbe per caso possibile capire come mai, se all’analisi venisse fuori che i costi sono maggiori dei benefici, quei soldi sono stati destinati a quei fini? Chi è che ha deciso dove destinarli?

Il Sud ha ingoiato una quantità immane di finanziamenti pubblici, destinati a generare sviluppo. Pare che la cosa che si sia maggiormente sviluppata è la criminalità organizzata. Che si è arricchita a dismisura utilizzando proprio quei fondi. In combutta con la massoneria, ci dicono i magistrati calabresi. E con la forza di esprimere senatori. Quanti politici onesti hanno mai denunciato infiltrazioni massonico malavitose all’interno dei partiti in cui militano? Quante volte i partiti sono arrivati prima della magistratura a fare pulizia al proprio interno? Il caso di Roma è emblematico. Ma anche a Torino stanno avvenendo cose strane. Ora ci si accorge che un tratto non indifferente della TAV potrebbe essere fatto sul vecchio tracciato ferroviario, senza devastare l’ambiente per farlo da zero. Ma guarda un po’. Scommettiamo che lo volevano fare nel modo più costoso possibile perché più soldi pubblici si spendono, maggiore è il guadagno privato? Calabria, Roma, Piemonte, vogliamo parlare delle banche toscane? Ogni regione e ogni città ha le sue storie. Certo, al nord il San Raffaele è un covo di malaffare ma l’ospedale comunque funziona. Anche al sud ci sono i covi di malaffare, ma le cose proprio non funzionano. Ma non preoccupatevi, il paese sta rapidamente omogeneizzando le sue caratteristiche. Falliscono le banche del centro e del nord, per esempio. Sono covi di malaffare e non funzionano. Certo, il piano era di far diventare il sud come il centro e il nord. E invece sono il centro e il nord che stanno diventando come il sud. In un modo o nell’altro l’unità d’Italia è in rapida realizzazione.

Quei fondi, comunque, non vengono dall’Europa, vengono dai nostri bilanci. I soldi dell’Europa sono il frutto dei contributi dei vari paesi. E noi siamo tra quelli che contribuiscono di più. Ogni anno l’Italia dà 100 per finanziare la ricerca europea, e la progettualità italiana riporta a casa 60. Siamo dei fessi, e stiamo fottendo il nostro paese. Pensando di essere furbi.


I Resti di Babele 8. Si riparano bambole PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 19 Luglio 2016 06:08

[Gli articoli pubblicati in questa rubrica sono una selezione di quella che dal 2010 Antonio Errico tiene, con lo stesso titolo, su “Nuovo Quotidiano di Puglia”.]

 

L’uomo è piccolo, ha solchi sul volto, baffi sbilenchi, gli occhi infossati, un’età senza gli anni, un respiro affannoso. Il basso nella città vecchia è come una catacomba in cui il sole arriva e va via come un ladro di buio.

Ci sono bambole distese per terra, accatastate. Altre sedute composte e tristi su un divano falso liberty  che mostra il telaio arrugginito, ma che una volta ha avuto uno splendore  di pampini barocchi.

Appeso ad un chiodo un cartello di rame brunito: si riparano bambole.

Tutt’intorno le bambole di porcellana, di plastica ,di stoffa; dimenticate, ripudiate, tradite. Hanno lo sguardo svuotato dai cocci degli occhi. Le parrucche confuse e senza più colore. Pizzi e merletti si sono sporcati di abbandono e sdruciti.

Sulla superficie della memoria compare l’immagine della bambolina di celluloide che si affaccia spaurita dalla tasca di Pofi nel bel romanzo di Antonio Pizzuto che s’intitola appunto “Si riparano bambole”.

“Qui non ci viene più nessuno”, dice l’uomo. “Nessuno gioca più con le bambole. Tutte le bambole sono ormai morte. Allora di tanto in tanto, raramente, riparo qualche ferro da stiro: resistenze che si bruciano”.

L’ultramodernità s’è portato via i mestieri. Sono scomparsi insieme agli oggetti, ai giochi, ai bisogni. Con i mestieri si sono spente anche le storie che generavano. Gli uomini resistono -perché si deve - con rassegnata malinconia.

Alla civiltà delle macchine, della tecnologia, si deve pagare un prezzo. Il progresso, in fondo, è fatto anche di questo. Poi a pagare sono sempre le creature. Ci sono mestieri che non s’inventano ma che neppure  si riconvertono, perché costruiti fin dall’infanzia, osservando le mani e ascoltando i silenzi del nonno e del padre e poi provando e riprovando a imitarli.

L’uomo nel basso sale con gli occhi la scala di sette gradini che porta nell’angustia del vico, mostra le saracinesche abbassate, sigillate con il lucchetto, e dice: “lì c’era il fabbroferraio, lì l’arrotino, lì quello che aggiustava i transistor e i televisori, poi il sarto, una ricamatrice. Non c’è più nessuno. Tutti  andati via.  Per questa strada non ci passano nemmeno. Non so che cosa fanno. Io ci sono ancora perché questo basso è di proprietà. Cioè, era di mio nonno e di mio padre. Riparavano bambole, anche loro. Bambole e ombrelli”. Dice che del mestiere che faceva gli rimane soltanto la nostalgia. Che non può aggiustare le bambole se non c’è chi le vuole. Una bambola ha senso se serve a qualcuno, se per qualcuno rappresenta un desiderio. Riparare una bambola vuol dire ricucire i sogni strappati di una  bambina.

Che buffa storia. Una bambola dava da mangiare a una famiglia. Una bambola permetteva di mandare i figli a scuola. Si riparavano bambole, ed era come una fiaba che trova il giusto modo per far vivere tutti felici e contenti, per sconfiggere il male e i cattivi.

L’uomo che riparava bambole  apre bottega ogni giorno alle sette, chiude alle sei del pomeriggio. Guarda le bambole invecchiate che gli sono state lasciate come trovatelle alla ruota. A volte si sorprende a parlare con loro di come vanno le faccende di ogni giorno, e dei reumatismi, e dell’umidità di quel basso, oppure dell’afa che gli strozza il respiro.

Passa il garzone del bar con una pasta e un caffè ondeggianti sopra un vassoio. L’uomo ritorna nel basso e da uno scrittoio con tre gambe tira fuori un mazzo di carte e comincia il solitario.


Quel che posso dire… 20. Servizio militare PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 18 Luglio 2016 16:36

["Il Galatino" anno XLIX - n. 13 dell'8 luglio 2016, p. 4]

 

“E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Frédéric.

“Già, forse è proprio così. E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Deslauriers.”

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale.

 

I più giovani oggi non lo sanno, ma ci fu un tempo in cui la naia era obbligatoria. Quando arrivava la cartolina-precetto, se non avevi diritto al rinvio, qualunque cosa stessi facendo, dovevi lasciarla a mezzo e partire per la caserma assegnata. A me toccò una caserma di Salerno, dove per un mese avrei ricevuto l’addestramento prima di esser inviato alla mia destinazione definitiva. La sera, io e un mio amico uscivamo dalla caserma appena suonava l’ora della libera uscita e andavamo verso il centro cittadino, fermandoci ad ogni bar che incontravamo: una volta offrivo io e una volta offriva lui; e siccome questo accadeva sia all’andata che al ritorno, di solito tornavamo in caserma più che brilli, sebbene sempre con le nostre gambe. Se si considera il ruolo che in ogni guerra gli alcolici hanno giocato nel tenere alto il morale degli eserciti, si può capire meglio come questa fu la parte più importante del mio addestramento militare.

L’ultimo giorno prima del trasferimento, che ci avrebbe separati, io e il mio amico eravamo usciti di caserma al primo suono della campana e come al solito avevamo visitato diverse chiese, prima di arrivare sul lungomare. Era una sera di marzo piuttosto umida a causa del vento che veniva dal mare e sembrava sporcare tutte le cose. Avevamo appena finito di cenare in una nave-ristorante, dove spesso ci recavamo per mangiare qualcosa di alternativo al vitto della mensa e anche perché, incluso nel prezzo, potevamo usufruire dei bagni, giacché ancora non eravamo riusciti ad abituarci ai bagni turchi della camerata. Passeggiavamo in una zona piuttosto buia del lungomare, su cui sboccavano stradine piene di auto parcheggiate. Si parlava della nostra destinazione: io sarei andato non molto lontano, a San Giorgio a Cremano, e lui a Lecce. Il mio amico era tutto contento perché lo avevano mandato a casa! Si parlava di queste cose, quando lui mi indicò una donna ferma sotto un pallido lampione all’angolo di una di quelle stradine; da lontano si vedeva che era in minigonna con tanto di borsetta e sigaretta, e sembrava in attesa di qualcuno. “Perché non ci andiamo?” mi disse, e subito partì in avanscoperta. Confabulò per qualche secondo con la donna e poi tornò da me. Era cosa fatta! Seguimmo la magra silhouette che avanzava davanti a noi sui tacchi a spillo per una via piuttosto angusta e buia e poi per vicoli sempre più intricati, da cui non facilmente sarei stato capace di tornare indietro; la seguimmo fino ad una stamberga al primo piano di uno stabile fatiscente e ancora puntellato con assi di ferro per gli effetti del terremoto di otto anni prima. Salimmo per una scala strettissima e scarsamente illuminata. All’amico chiesi che mi desse la precedenza. Lui mi fece l’occhiolino, il che significava che acconsentiva, perché comprendeva la mia esigenza di dare sfogo a una lunga astinenza; in realtà, mi ripugnava l’idea di stare con una donna che un attimo prima s’era data ad un altro.

Mentre l’amico sedeva sul pianerottolo, io seguii la donna dentro la stanza, in mezzo alla quale era appesa ad un filo una lampadina dalla luce fioca, che doveva servire probabilmente a creare l’atmosfera, poiché proiettava la sua luce sopra un materasso, che mi sembrò alquanto sporco. Fu allora che vidi in faccia la donna: era una vecchia rugosa di almeno sessant’anni e mostrava più di un segno della decrepitezza incipiente: la carne flaccida e scura, le ossa dello sterno sporgenti, il seno cascante… Subito si scosciò sopra il materasso, aprendosi davanti a me e dicendomi: “Jamme, bello, jamme: facimme an pressa”. Poi mi tirò a sé, dimenandosi, suppongo per farmi eccitare, e passandosi la lingua sulle labbra increspate piene di rossetto; e tanto si dimenava che ad ogni movimento del suo corpo corrispondeva un sobbalzo del tavolaccio su cui era poggiato il materasso, e ad ogni sobbalzo un rumore battente talmente forte che una scossa di terremoto sarebbe passata inavvertita. Io ero brillo, ma ancora padrone di me: che ci facevo in quel posto? E subito a questa domanda si sovrappose l’altra decisiva: che cosa dovevo fare per liberarmi di quella donna? Le dissi: “Lasciamo stare” e contemporaneamente tirai fuori la somma di denaro che il mio amico aveva pattuito e gliela diedi. La donna prese i soldi e, non sapevo se delusa in quanto donna o contrariata in quanto professionista, insisté perché mi servissi di lei nei modi che avessi più gradito; ma io volevo solo andare via, e così mi tirai su i calzoni e uscii fuori dalla stanza, sul pianerottolo, dove il mio amico stava seduto sulla panca in attesa di darmi il cambio. Ero rimasto dentro non più di cinque minuti. Lui ci rimase circa dieci e dopo si disse contento per come erano andate le cose. Ma io ci credetti poco, e oggi ci credo ancor meno, se solo ripenso a come era brutta e laida quella donna!


Margherita di Navarra PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Lucio Causo   
Lunedì 18 Luglio 2016 16:25

Una donna, una regina, scrisse alla maniera del Boccaccio, cantò serenamente l’amore, parlò del piccolo nume come d’un gioioso trastullo. Nei racconti di questa donna l’amore è una festa dei sensi e del cuore non il tormento acuto e lacerante dei poeti moderni; l’amore in questi scritti giocondi, vive, fiorisce, muore e rinasce fra le rose.

Margherita di Valois, regina di Navarra, figlia di Carlo d’Orleans e sorella di Francesco I, nacque ad Angouleme nel 1492. Fin da piccola mostrò una intensa passione per tutto ciò che fosse espressione di bellezza e d’arte. Due grandi occhi profondi e sereni, una bellissima bocca sempre atteggiata al sorriso, erano indice della dolcezza della sua anima. Allorché a soli diciassette anni andò sposa al Duca d’Alencon (marito impostole e poco degno di lei) era una giovinetta bellissima e univa alle doti fisiche quelle di un eletto ingegno e di una grande bontà che la rendeva indulgente verso le colpe altrui, e le insegnava a comprendere e ad amare fino i più umili. Molto colta, avendo trascorso la prima giovinezza nello studio, imparò molte lingue: italiano, spagnolo, latino, greco, ebraico; più aveva una profonda conoscenza della storia, e un vero culto per la letteratura.

Nel 1515, essendo divenuto re suo fratello Francesco I, che nutriva grande affetto per Margherita, la giovane Duchessa, che brillava allora in tutto il suo splendore, divenne l’idolo della corte di Francia. Francesco I è una delle più belle figure della storia di quei tempi; apprezzava più che la nobiltà della nascita quella dell’ingegno, e proteggeva l’arte e gli artisti. Il fratello, più per vezzo, chiamava la sorella “Margherita delle Margherite”. Benvenuto Cellini, l’italiano dal forte ingegno, trovò in Francesco I un benevolo protettore e in Margherita una cordiale amica.

Ma nel 1525 la tristezza si abbatté là dove prima era sorriso e fervore d’ingegno. Muore il Duca d’Alencon, marito di Margherita, che soffrirà molto per questa scomparsa. Ma una nuova sciagura colpisce la dolente duchessa: il fratello Francesco I, ch’essa ama d’intenso affetto, alla battaglia di Pavia, dopo aver combattuto da valoroso, è fatto prigioniero e da Carlo V, il vincitore, viene fatto condurre a Madrid. Margherita alla nuova dolorosa notizia, lascia la Francia e corre a Madrid per confortare la prigionia del fratello. Nel 1527 Margherita, che a 35 anni conserva l’aspetto di una giovinetta, si rimarita. Va sposa al Re di Navarra, Enrico d’Albret, e da tale unione nasce Giovanna, che fu madre di Enrico IV.

Il Regno di Navarra per l’influenza della nuova Regina brillò subito di grande splendore; diede forte impulso all’agricoltura, all’arte e alla letteratura. È in quest’epoca che ha inizio l’attività letteraria di Margherita. Per prima cosa pubblica un libro di poesie intitolato “Specchio dell’anima peccatrice”. La Regina, che fu la più amata del suo secolo, vide in quel tempo rivolgersi verso di lei il rancore dei religiosi, ma il fratello Francesco I che tanto l’amava e la stimava, sdegnato, condannò il preside della facoltà della Sorbona. Sta di fatto, però, che la Regina fu vista da allora meno spesso alla corte di Francia e si ritirò alla piccola Reggia di Merac, ove troppo spesso aveva motivo di soffrire per il comportamento del rozzo marito che vedeva malvolentieri letterati ed artisti.

Era poetessa essa pure, ma il suo libro tanto noto “Heptameron” fu pubblicato la prima volta senza il nome dell’autore col titolo “Storia degli amanti fortunati”. Quando fu scoperto l’inganno il libro fu ripubblicato col titolo “Racconti della Regina di Navarra”. Si tratta di una raccolta di novelle sul tipo di quelle del Boccaccio, ma molto licenziose. Dopo il 1527 la produzione letteraria di Margherita di Navarra, la graziosa regina che ormai dava i suoi libri alle stampe firmandoli, diviene in poco tempo molto feconda. Ella pubblica, fra l’altro, “Margherite della Margherita”, “L’illustrissima Regina di Navarra” e saggi vari di letteratura. Ancor dopo la sua morte, che avvenne ad Odes nel 1549, trovarono fra le sue carte un manoscritto ultimato; lo si fece pubblicare col titolo: “Lo specchio di Gesù Cristo Crocefisso”, ma la più notevole raccolta degli scritti di questa soave Regina è quella delle lettere che mostrano il suo carattere e la sua vita.


Sindaca, certo. Il rinnovamento è anche questo - (17 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 17 Luglio 2016 12:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 17 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Un articolo di Luca De Carolis, pubblicato nel «Fatto quotidiano» del 3 luglio, si intitola: «Virginia Raggi, giunta nel caos. Beppe Grillo chiama la sindaca di Roma». Comincio a leggere l’articolo e trovo: «Ha osservato a distanza per giorni il caos della Roma a 5Stelle, con ansia. Ha chiesto informazioni sulle prime nomine, invocato spiegazioni sulla giunta che pare una tela infinita. E alla fine, di fronte al brutto intoppo, è intervenuto. Giovedì Beppe Grillo ha telefonato al sindaco Virginia Raggi e le ha recapito un messaggio chiaro: “Devi rimuovere il tuo vice-capo di gabinetto, non va bene, non ce lo possiamo permettere”».

Non entro nel merito della questione politica trattata nel pezzo giornalistico, ognuno avrà le proprie idee in proposito. Colpisce però che nello stesso articolo, a poche righe di distanza, si scriva una volta «la sindaca» e un’altra «il sindaco», sempre con riferimento alla medesima persona. In effetti dopo le recenti elezioni amministrative, che hanno visto prevalere, tra l’altro, Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, la stessa oscillazione (il sindaco ~ la sindaca) ricorre in queste settimane negli articoli di giornale, nelle trasmissioni e nei dibattiti televisivi, nelle conversazioni quotidiane. Sorge spontanea la domanda: quale è la forma corretta? come si decide? oppure è indifferente, ognuno può fare come gli pare? Il Direttore di «Repubblica» ha pubblicato su «twitter» la foto di un articolo del suo giornale dove è scritto: «il giorno delle sindache»; il «Corriere della sera» ha sentenziato: «E adesso chiamiamola sindaca», aggiungendo: «Evitiamo i pasticci, le formule scombinate e gli orrori grammaticali. La sindaca esiste e va chiamata sindaca».

Tutto risolto? Su questo punto sì, l’indicazione specifica è corretta: diciamo e scriviamo la sindaca, senza esitazione. Ma la questione è complessa, cerchiamo di capire.

Nella lingua italiana esistono non poche parole o espressioni che definiamo «ambigenere», possiamo declinarle al maschile o al femminile (le ha studiate un linguista che insegna a Catania, Salvatore Claudio Sgroi). Eccone alcune, abbastanza frequenti: amalgama ‘lega di metalli’ e anche, in senso estensivo, ‘mescolanza, unione di elementi diversi’; acme ‘punto culminante, apice’; asma ‘malattia dell’apparato respiratorio’; eco ‘fenomeno acustico’; interfaccia ‘sistema di connessione o di contatto (anche tra persone o organismi)’, botta e risposta ‘scambio serrato di battute, serie di domande e risposte incalzanti’.

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La polizia borbonica sulle tracce di Raimondo Vinella dottore in fisica di Galatina PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Lucio Causo   
Domenica 17 Luglio 2016 11:06

Compito di ogni polizia, sotto qualsiasi sistema politico, è di tenere sotto controllo il territorio, verificare e relazionare sullo spirito pubblico, adoperarsi per la sicurezza interna dello Stato, prevenire e reprimere ogni manifestazione tesa a criticare, scalfire o sovvertire l’ordine costituito; tale legittima e ovvia attività si svolge in forme e pressioni diverse a seconda della forma di governo, autoritario o democratico.

Nel periodo pre-risorgimentale, il Regno di Napoli era tenuto sotto l’occhiuta vigilanza della polizia borbonica e nell’Archivio di Stato di Lecce si conserva una voluminosa documentazione relativa all’azione preventiva e repressiva posta in atto dagli organi locali. In altre sedi più autori si sono occupati di evidenziare in quale misura e con quale violenza la Terra d’Otranto sia stata oggetto della vigilanza poliziesca rivolta sia nei confronti dei cosiddetti attendibili, riscaldati, sia nei confronti della stampa e come essa si acuisse a ridosso di eventi particolari quali la concessione della Costituzione del 1820, il colpo di stato francese del 1830, gli eventi del 1848, l’impresa dei Mille. Questo nostro contributo intende invece soffermarsi su un particolare intervento nel quale furono coinvolti le autorità di polizia di Terra d’Otranto, relativi alla ricerca, al sequestro e alla distruzione di un’opera letteraria. Si tratta della pubblicazione del libro Quadro politico in cui trattasi la causa dell’umanità, del dottor Raimondo Vinella da Galatina, stampato nel 1820. Già nel 1966 Nicola Vacca aveva dedicato un corposo saggio alla vicenda giudiziaria ma anche umana del dottor Vinella la cui lettura è oggi disponibile anche su internet.

Raimondo Vinella, nativo di Putignano (14 maggio 1779), aveva dapprima seguito studi religiosi che abbandonò sedotto dalle idee giacobine che trovarono terreno fecondo in un animo estremamente sensibile, quale si evince dalla lettura delle sue lettere alla moglie e agli amici e del suo Le amarezze e lagrime del prigioniero Raimondo Vinella, pubblicato a Napoli nel 1846 dalla Tipografia Filiatre-Sebezio, nel quale consegna le proprie vicende. Svolse la sua attività di medico con coscienza, prima nell’ospedale militare di San Giovanni a Carbonara, per poi trasferirsi a Taranto e successivamente a Galatina, non solo aggiornandosi ma partecipando attivamente al dibattito scientifico con pubblicazioni apparse sin dal 1807. Logorroico e grafomane, nella vertigine costituzionale del 1820-1821, ebbe l’infelice idea di dare alle stampe quel Quadro politico in cui trattasi la causa dell’umanità che immediatamente attirò l’attenzione della gerarchia ecclesiastica e della polizia, che della prima era il braccio secolare nella reciproca difesa degli interessi del trono e dell’altare.

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Lu pasticciottu PDF Stampa E-mail
Poesia salentina
Scritto da Giovanna Scaramella Barone   
Mercoledì 13 Luglio 2016 12:15

Era Dumineca, tenìa tridici invitati,

rriata quasi a menzatia, stracca te la fatia,

(ìa fattu le purpette cu llu sucu,

la pasta fatta a casa,

la carne mpanata e fritta,

le marangiane cu l’agghiu e la menta),

lliati de mienzu le straquenzi,

cu mme giustu lu stomacu me bbeì

nnu bbichhieri te vinu.

Era friscu e frizzantinu, parìa cchiui nnu spumantinu,

ma mmaletettu, era traditore

e me fice sentire intru a tuttu lu cuerpu

nnu buggliore.

Pisuli pisuli rriai a llu liettu

e cercai nnu picca te regettu.

Me ddurmescì e fici nnu sennu mutu stranu,

iddi nu nunnu ca me pigghiau pe manu

e me ndusse nnanti a nn’Angelu te nostru Signore

ca burberu me disse:

“Te presenti a st’ura  a Nostru Signore

senza li pasticciotti, nu sienti ca te la terra sale la  ndore?

“Quali pasticciotti, Angelu te lu Signore?”

“Nu sta bbieni te Galatina? E nu canusci

li pasticciotti te l’Andrea Ascalone?

Quandu unu more ete tradizione

ca  an paraisu

ha portare li pasticciotti te l’Ascalone,

se no an celu nu pote trasire.”

“Scusa, Angelieddhu, ma l’Andrea nun ha muertu?

Nu bbe pote dare la lezzetta?”

“Sine, ma qua subbra nu se pote cucenare,

nu tenimu lu furnu cu li putimu nfurnare.”

“Angelieddhu te lu Signore,

se subbra a lla terra me faci turnare,

moi ca lu sacciu,

quandu mueru te li pozzu purtare.

ma moi lassame scire,

li figghi mei me sta spettanu pe mangiare.”

Nu sentì la risposta

ma sentì  nna ndore de crema e cannella

ca te menà a nterra.

Aprì  l’ecchi e bbiddi l’Ornella

cu nna spasa  te buccunotti

ca puru an cielu su canusciuti

te l’Angelieddhi cannaruti.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 167 - (10 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 12 Luglio 2016 21:15

Soltanto la memoria rende autentica una civiltà

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 10 luglio 2016]

 

A volte è soltanto un’impressione, forte o leggera. Altre volte è un’idea che matura con l’osservazione di noi stessi e degli altri, quindi un’esperienza che si fa con intenzionalità oppure senza.

Quell’impressione, quell’idea, quell’esperienza non ci piace, non ci convince, in qualche caso ci inquieta, e allora cerchiamo di fugare l’impressione, di smentire l’idea, di negare l’esperienza. Ma quanto più tentiamo di farlo, tanto più l’impressione si fortifica, l’idea assume compiutezza, l’esperienza ci conferma che non abbiamo più capacità di memoria, oppure che la nostra memoria è frammentaria, sfilacciata, senza coesione  e senza consistenza, disorganica, superficiale, priva di ogni profondità, occasionale, confusa, indeterminata, informe, incerta.

Quello che accade passa con straordinaria rapidità, spesso anche con straordinaria indifferenza. Così ci resta un poco che non ci consente di mettere in relazione i fatti  con quello che è accaduto prima e dopo. Resta circoscritto, e quindi senza la compiutezza di un significato.

Indubbiamente ognuno di noi ha una propria risposta sul perché accada questo. Probabilmente molti pensano che la frammentarietà della memoria  sia provocata dalla quantità di accadimenti che si verificano a livello individuale e collettivo per cui mettiamo in atto dei meccanismi quasi di difesa, come se volessimo evitare che l’onda ci travolga. Per un istinto di sopravvivenza, dunque.

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