Corsi dell'anno accademico 2016-2017
Corso di Lingua Inglese, a cura di Marinella Olivieri martedì, h. 16.00-17:40 (corso avanzato) mercoledì, h. 16:00-18:00 (corso base) Sala “Moro” della Biblioteca comunale “P.... Leggi tutto...
Assemblea dei Soci del 12 ottobre 2016
E’ convocata l’Assemblea dei Soci dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina il giorno mercoledì 12 ottobre 2016, alle ore 17.30 in prima convocazione e alle ore 18.00 in seconda... Leggi tutto...
Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco
Pubblicato da Edit Santoro l’edizione fuori commercio Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco, dal titolo C’è Musica e… musica. Storie di... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone Galatina": www.unigalatina.it Il 1° febbraio 2016 UNIGALATINA registra 2.000.000 di visite Un bel risultato, non vi... Leggi tutto...
Notte dei Ricercatori,
presso lo Studium 2000 e presso l'ex-monastero degli Olivetani a Lecce a... Leggi tutto...
Balletto del Sud NEWS (3-4 dicembre 2016)
il 3 dicembre 2016 alle ore 21:00 ed il 4 dicembre 2016 alle ore 18:00 il... Leggi tutto...
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Lo Zimbarieddhu PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 29 Settembre 2016 06:58

["Il Galatino"  anno XLIX n. 14 del 16 settembre 2016, p. 3]


Ritorno, per un paio di giorni, a  Lecce, la città dello “Zimbarieddhu”, al secolo Giuseppe Zimbalo, il più grande esponente di una dinastia di capomastri e architetti salentini, che esprime il meglio del barocco leccese, categoria dello spirito… “Qui è speciale  il taglio delle ombre – mi disse  padre Gonzales Martin, letterato, storico, meridionalista –,  per la sua chiarezza, sono ombre calde. E’ il clima che fa crescere bene gli olivi e le palme, e poi quel che ti conquista è il vivere sulla strada, sulle porte di casa, sui marciapiedi, questo vivere in strada porta la gente a dialogare ad essere più loquace e quindi disposta ad accogliere (parliamo di una ventina di anni fa, ora le cose sono cambiate, n.d.r.). E infine quei ricami di pietra che sono le chiese. Il barocco leccese è ricco volubile fiorito stravagante, una sorta di liberty, un'esplosione di follìa, libertà, gioco… Lecce ha una sua bellezza fragile e armoniosa, aristocratica, una città che si sposa col colore della sabbia, della pietra, e col verde argentato degli ulivi… ma io m’incanto a guardare il romanico, così arioso, chiaro, scabro, nudo, essenziale, con una semplicità che è adesione all’innocenza e novità al mistero. Significa farsi puri e semplici di fronte a Dio. E’ come voler veramente farsi una casa di luce, la casa del sole e di Dio, con quella line geometrica, la pulizia, che trovi anche nelle architetture rurali…”.

“Sì, è vero - sembra interloquire Guido Piovene -, Lecce conserva una qualità signorile, quasi di salotto distinto dai servizi del circondario. Se si entra nella parte vecchia, le molte chiese barocche e i palazzi barocchi, ora di faccia, ora di sghembo, in piazzette e stradine, e disposti tra loro in angoli dal gusto scenico, si direbbero una serie di piccoli teatri. Tutto sembra disposto e ornato per un lieve gioco teatrale; una commedia di Goldoni non vi stonerebbe; facciate di chiese, palazzi e i loro effetti combinati, tramandano attraverso i secoli un animo squisitamente provvisorio, quasi dovessero durare una sera sola, ma una sera che conta, forse definitiva. “Alla fine, chi smonta un po' tutto questo quadretto idilliaco è proprio un... leccese. "Sì, d’accordo, va tutto bene - interviene  Vittorio Bodini, - se parliamo di museo. Ma questa è una città che deve pulsare di vita, invece  tutto è immobile, secoli di storia e di vento, gli alberi sono tempo, gli uomini sono pietre, un lungo infinito sonno di morte", ovvero quel “quietismo” meridionale che il  poeta aveva sempre odiato. E, per finire, io che ho da dire?  Io sono un innamorato di Lecce, mi piace da morire, ma capisco anche il pensiero bodiniano.  Stavolta me la cavo con un "no comment".


L'osceno del villaggio 61. E dei remi facemmo ali al folle volo PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Mercoledì 28 Settembre 2016 06:41

[in "S/pagine", 20 settembre 2016]

 

“Non sono che l'anima di un pesce

con le ali 
volato via dal mare 
per annusare le stelle 
difficile non è nuotare contro la corrente 
ma salire nel cielo 
e non trovarci niente.”

(“Lindbergh”  - Ivano Fossati)

 

Toccare il cielo con un dito. Il sogno di volare è vecchio quanto l’uomo. Grattare il cielo, avvicinarsi a Dio, solcare le immensità celesti. L’uomo vuole liberarsi dalle catene, librarsi in volo, anche se la natura non gli ha concesso questa facoltà. Così costruisce potenti mezzi per poter solcare il cielo. Dagli alianti ai jet supersonici, fino ai razzi spaziali, il volo è il risultato della bramosia umana di spaziare al di là dei confini, di superare le leggi di gravità, di vincere l’ordine fissato dalla natura. È dall’invidia per gli uccelli, che è nato l’aeroplano. E lo sapeva bene Leonardo Da Vinci, che scrisse proprio un trattato sul volo degli uccelli. Quell’invidia  che dovevano serbare i fratelli Montgolfier, e che li portò alla straordinaria invenzione del pallone aerostatico, ma soprattutto che dovevano serbare i fratelli  Wright, che crearono il primo rudimentale aereo. “Che più ti resta?” scriveva Vincenzo Monti nell’ode “Al signor di Montgolfier”, “infrangere anche alla Morte il telo, e della vita il nettare libar con Giove in cielo”.  L’uomo cerca di squarciare “quel telo” da che mondo e mondo, come conferma l’episodio biblico della Torre di Babele.

Uli Emanuele era un ragazzo spericolato, amante del brivido e dell’assurdo, un impasto di istinto e calcolo, muscoli e cervello, esibizionismo e spregiudicatezza, preparazione atletica e follia pura. Uli Emanuele, 29 anni, altoatesino, era un base jumper, cioè un praticante di quello sport estremo che consiste nel lanciarsi  in volo libero da pareti e costoni rocciosi in cerca di quel brivido che non può capire chi, come me, scrive su un pc al sicuro dietro al tavolo da lavoro con i piedi ben piantati per terra. Era fra i massimi esponenti al mondo di questa pratica. Si lanciava con una tuta alare da altissime montagne riprendendo tutto con la telecamera e postando sui social. Ma il tempo del verbo usato purtroppo non dà adito a dubbi. Uli Emanuele “era”, appunto, e non è più. Tantissimi ragazzi praticano questo sport estremo con una telecamerina e il gps sempre montati sul casco, ma Emanuele era davvero un fuoriclasse; in grado di centrare obbiettivi molto difficili. Qualche mese fa si era lanciato lungo uno strettissimo canalone nelle Dolomiti riuscendo alla velocità di 150 km orari a passare incolume attraverso un pertugio nella roccia. Il filmato che si trova in rete è davvero impressionante. Poi, qualche giorno fa, il famoso base jumper si è schiantato sulle montagne della Svizzera. Qualcosa è andato storto nel suo ultimo volo. Stava seguendo un amico, che si era lanciato insieme a lui, per riprendere l’impresa con la telecamera. La tuta alare non ha funzionato bene ed Emanuele ha impattato sulla parete rocciosa. L’elisoccorso ha recuperato il suo corpo maciullato dopo molte ore. I giornali e i tg hanno dato ampio risalto alla morte del “ragazzo con le ali”. Uli affermava nelle interviste di fare molta attenzione e di preparare i suoi salti per mesi e mesi, di non lasciare nulla all’improvvisazione, insomma. Ma questo non è bastato a fargli evitare l’Averno. Emanuele aveva ereditato la passione del padre, paracadutista anche lui. Solo che il ragazzo ad un certo punto aveva trovato maggiore soddisfazione nel fare a meno del paracadute. Il suo “folle volo” ha messo però fine ad una carriera e ad una vita fuori dall’ordinario. Chissà se il padre, come il mitologico Dedalo, aveva sconsigliato ad Uli, novello Icaro, di tentare quell’ultima impresa. Probabile che gli avesse chiesto di non fare il volo dell’attraversamento della cruna della roccia o di qualche altrettanto spericolata acrobazia e non quest’ultimo salto. Ma poco importa. Uli ha fatto la fine del personaggio mitologico, reo di eccessiva baldanza, il quale per aver voluto avvicinarsi troppo al sole ne riportò le ali sciolte e così cadde rovinosamente nel mare sotto gli occhi attoniti del padre. Ed ha fatto la fine di Simon Mago, il quale voleva umiliare gli Apostoli, sfidando Pietro e Paolo sul piano dei miracoli, ma cadde dal Foro Romano, mentre tentava di lievitare, e si sfracellò al suolo e venne anche lapidato dalla piazza. Insomma è sempre la stessa storia che mitologia e religione insegnano: la ubris umana e la tisis divina, l’orgoglio dell’uomo e la punizione della divinità, la insostenibile tracotanza punita dal giusto castigo.

Luke Aikens, 42 anni, il primo uomo a lanciarsi senza paracadute da un’altezza di 8000 metri centrando una rete di 30 metri per 30 che lo attendeva a terra. Pazzesco! Da 8000 metri, alla folle velocità di 200 km all’ora, con la rete che da quell’altezza non era nemmeno un puntino lontano, questo spericolato americano entra nel guinnes dei primati. Ma la morte in questi sport estremi è sempre dietro l’angolo, è la variabile temuta, l’incidente prevedibile ma imprevisto, il calcolo incalcolato, il conto che non torna, l’ala nera del fato. Profanare i sacri spazi della montagna (ricordiamo che le vette dei monti nell’antica Grecia erano considerate dimora degli dei e perciò inaccessibili), spingersi dove fanno i nidi le aquile, pretendere di violare con dei calcoli aritmetici le più pericolose cime alpine, di addomesticare la natura selvaggia, di piegarne all’ambizione umana gli elementi, ha del titanico, sa di protervia, di onnipotenza, e a volte questa aspirazione viene sconfitta, mortificata, come accadde ai Giganti che sfidarono gli Dei dell’Olimpo, in Esiodo. Chi sfida la morte, ne può finire battuto, annullato, annichilito. E tre alpinisti svizzeri, nei giorni scorsi, sono morti sul Monte Rosa. La cornice di neve che stavano scalando ha ceduto e sono precipitati per circa 800 metri in basso. Così a volte il volo, da ascesa al cielo, diventa discesa all’inferno.


Se la cultura fa audience grazie a Dante - (25 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 26 Settembre 2016 06:52

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 25 settembre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Il 17 settembre ero a Ravenna, partecipavo a una manifestazione intitolata «Dante 2021» (www.Dante2021.it). Ormai da vari anni, la terza settimana di settembre, Ravenna ospita questo bel festival internazionale interamente dedicato  alla vita e all’opera del poeta fiorentino. Alla rassegna partecipano ospiti vari, italiani e stranieri, e molto pubblico attento e interessato: siamo ormai alla sesta edizione, il successo è crescente.

L’iniziativa scientifica si deve dell’Accademia della Crusca, che sempre più spesso, accanto alle attività consuete che si svolgono nella sua sede, la fiorentina Villa medicea di Castello (ricerche di vario tipo, pubblicazioni, biblioteca, ricevimento e visite guidate per scolaresche [da concordare in anticipo, naturalmente]) si proietta in azioni esterne, nei luoghi e negli ambienti più vari; ma la manifestazione non potrebbe svolgersi senza il sostegno fondamentale della Fondazione «Cassa di Risparmio di Ravenna». La collaborazione strategica tra un’importante Istituzione scientifica e una lungimirante Fondazione bancaria produce risultati straordinari, che consentono a un pubblico vasto di accostarsi all’affascinante e multiforme universo dantesco.

Perché «Dante 2021» e perché Ravenna? Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte del più grande poeta della nostra storia, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, nell’esilio di Ravenna. Ravenna è una città non molto più grande di Lecce, con straordinari monumenti della civiltà bizantina (San Vitale, Galla Placidia, il Battistero), bella. Bella è anche la nostra Lecce, ricca del barocco e di altre tracce del suo passato. Città storiche e turistiche entrambe, cercate dai visitatori; entrambe, e non è un caso, sono state candidate a Capitale europea della Cultura per il 2019. Ma Ravenna è pulita e ordinata, gestisce bene il turismo. Lecce è spesso sporca (specie nelle periferie), il suo bellissimo centro storico a volte è caotico. Malinconie di un uomo del sud che non si rassegna, che vorrebbe vedere la propria terra rifulgere: si potrebbe, non è detto che al sud «le cose vanno per forza così» (come si sente ripetere). Preciso. Non riesco a individuare differenze reali tra le forze politiche, né tra amministratori e amministrati, se guardo ai comportamenti concreti. Per cambiare, occorrerebbe un cambio generale di mentalità. Il basolato sconnesso del centro storico leccese non è fatalità piovuta dal cielo, indica che le ditte appaltatrici hanno lavorato male o hanno usato materiali scadenti. Di fronte a questo tutti tacciono, disinteressati. E avrei mille altri esempi da aggiungere.

Torniamo a «Dante 2021», che a ragione esalta un personaggio al vertice della cultura europea, come ha sancito un’inchiesta di alcuni anni fa tra 28 università europee che colloca ai primi posti Dante, Goethe, Shakespeare, Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij. A dispetto della apparenze che potrebbero far pensare a una data lontana, il 2021 è ormai alle porte: i tempi della filologia e della linguistica non coincidono con quelli della cronaca, da oggi fino a quella scadenza saranno molte, in Italia e nel mondo, le iniziative rivolte a studiare e celebrare l’opera dantesca. Si pone un problema non da poco. Le imprese di carattere specialistico e rigorosamente scientifico sono importantissime, anzi necessarie, su quelle si misura il progresso; ma da sole non bastano. Bisogna coinvolgere un pubblico più vasto: a questo può mirare una divulgazione intelligente, che diffonda idee corrette senza annoiare.

Quello di Ravenna è un festival vivace e poco accademico, ben organizzato e diretto da Domenico De Martino, dell’Accademia della Crusca. Vi partecipano studiosi di varia estrazione (filologi, linguisti, letterati, storici, storici dell’arte) ma è sistematicamente aperto a personaggi di formazione diversissima: uomini di teatro e di cinema, giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi. L’edizione di quest’anno si intitola  «A piè del vero il dubbio» e trae spunto da un verso della Divina Commedia (Paradiso IV 131): vuol dire che dalla radice della verità può spuntare il dubbio, il dubbio può essere un germoglio di verità più complesse. Insomma: un invito a non accontentarsi dei dati acquisiti, una sollecitazione a mirare sempre più in alto con l’ elaborazione concettuale e del pensiero. Gli atti delle relazioni, degli incontri, dei dibattiti vengono pubblicati dall’editore Longo, un salentino che da decenni lavora a Ravenna e non ha interrotto il rapporto ideale e affettuoso con la terra d’origine (lo so, me lo ha scritto qualche tempo fa).

Nella sera dell’ultima giornata, nel teatro «Alighieri» (così intitolato, ovviamente) della città, sono stati assegnati due premi. Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, studioso eccellente, noto al pubblico televisivo per la trasmissione «Pronto soccorso linguistico» all’interno del contenitore  «Uno mattina in famiglia» che va in onda tutte le domeniche, ha ricevuto il premio «Dante-Ravenna». Luca Barbarossa, cantautore di grande successo, ha ricevuto il premio «Musica e parole».  Intervistato da Lorenzo Tomasin (università di Losanna), Sabatini ha trattato alcuni temi fondamentali della odierna questione della lingua: lo stato della lingua italiana nell’epoca della globalizzazione e il rapporto tra la nostra e le altre lingue, la modernità delle idee dantesche nel rivendicare l’appartenenza del linguaggio alla sola specie umana (con le implicazioni etiche e politiche che ne derivano), il rilievo assegnato al linguaggio e al costituirsi di una nazione (con i connessi valori di cittadinanza), fino al ruolo decisivo che la Divina Commedia ha avuto nel processo di costituzione dell’italiano come lingua nazionale di cultura. Introdotto da una presentazione di Giovanna Frosini (università per Stranieri di Siena), Luca Barbarossa ha raccontato il suo modo intimistico e delicato di percepire il mondo, la vena a volte nostalgica e dolorosa a volte ironica da cui sono nate, fin dai primi anni Ottanta, tante canzoni famose da lui interpretate direttamente o composte per altri artisti come Morandi, Mannoia e Pavarotti; «è difficile concentrare nei 3 minuti e mezzo di una canzone le parole giuste per esprimere uno stato d’animo, un sentimento o una situazione, l’efficacia della comunicazione decide il successo o l’insuccesso», ha sottolineato prima di eseguire alcuni dei suoi pezzi più belli: «Portami a ballare», «via Margutta» ed altri.

I presenti in sala erano attentissimi e ammirati, l’incontro ha riscosso un favore enorme, in ogni momento. Conclusione. Si può fare cultura in forma garbata e divertente, spettacolo non è solo quello schizofrenico di «L’isola dei famosi» o «Il Grande Fratello» (dove i protagonisti fingono di essere spontanei sapendo di essere costantemente osservati), non è vero che la gente accorre in massa solo alle sagre gastronomiche.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 173 - (21 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 25 Settembre 2016 19:16

Il sapere per tutti e la trappola di internet

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 21 settembre 2016]

 

Una delle aspirazioni più grandi della modernità, una delle tensioni  culturali più forti, la visione che arriva più lontano, è quella del sapere per tutti, della possibilità che chiunque possa fare esperienza del conoscere. Fino a un certo punto questa esperienza è stata promessa e assicurata dai libri, soltanto dai libri di scuola, da quelli che si avevano in casa, dalle biblioteche di paese. Negli anni Sessanta, le piccole biblioteche dei paesi sono state un riferimento essenziale, una stazione di posta. Lì, nei pomeriggi d’autunno, d’inverno, si radunava la schiera di bambini di scuola elementare, di ragazzetti di scuola media, che dovevano fare le “ricerche” e che di libri in casa ne avevano pochi e tra i pochi non c’erano quelli che servivano. Fare le ricerche significava, allora, copiare, a mano, sui quaderni o su fogli protocollo interi paragrafi  sui fenici, per esempio, o sull’apparato circolatorio, o sui vulcani, sui fiumi, sui laghi.

Si copiava, dunque, ma copiando si stabiliva una relazione con la struttura della frase, si acquisiva un lessico; si faceva esercizio di scrittura. A un certo punto subentrava la stanchezza, le dita si anchilosavano, il polso si bloccava, e allora per necessità si imparava a rilevare i concetti essenziali,  a riassumere, a fare sintesi. Per copiare, per sintetizzare, si doveva leggere. Spesso distrattamente, certo, però si doveva leggere. Ma soprattutto si imparava a cercare nei libri. Mentre si sfogliava un volume dell’enciclopedia dei ragazzi per trovare l’argomento si scopriva  che  c’erano altri argomenti, che oltre al circolatorio c’era pure l’apparato digerente e quello respiratorio, che quel libro sarebbe potuto servire domani, per fare un’altra ricerca. Il sapere per tutti era in quelle biblioteche che aprivano solitamente dalle tre alle sei del pomeriggio. Però il bibliotecario era sempre un uomo buono. ( Forse non può essere cattivo un uomo che frequenta i libri, molti o pochi che siano). Siccome era un uomo buono, i libri te li faceva anche portare a casa. Non aveva bisogno di segnare il prestito da nessuna parte; non conosceva te, ma sapeva di chi eri figlio, e gli bastava.

Il sapere per tutti, la democrazia del sapere, hanno avuto inizio in quelle biblioteche.

Poi venne internet e con internet si realizzò l’aspirazione del sapere per tutti, senza distinzione di età, di condizione sociale, di spessore della formazione. Oppure si realizzò l’illusione di un sapere per tutti. Perché, forse, tutto quello che si può conoscere immediatamente, senza fatica, senza stratificazione dei significati, non è sapere concreto, sostanziale. Quando venne internet, i bambini della scuola elementare, i ragazzetti della scuola media, non ebbero più il bisogno di attraversare   libri per  gli argomenti delle loro ricerche. Un clic portò loro, immediatamente, un risultato, senza richiedere nessun impegno. Non dovettero più copiare, ma non copiando non stabilirono relazioni con le strutture della frase, non assorbirono lessico. La sintesi divenne il risultato di uno sfioramento del tasto canc, i nessi tra le parti l’esito di un copia e incolla.

Così la contemporaneità ha pensato e continua a pensare di aver realizzato il sogno di un sapere per tutti. Però, viene il sospetto che avesse ragione Thomas Eliot quando diceva che prima abbiamo barattato la sapienza con la conoscenza e poi la conoscenza con l’informazione. Probabilmente non si tratta di un vero sapere per tutti, ma  di una informazione per tutti. Peraltro spesso superficiale. Non sempre tanto significa meglio; non sempre la quantità corrisponde alla qualità. L’informazione per trasformarsi in conoscenza, pretende una competenza di elaborazione, rielaborazione, interpretazione.

Probabilmente l’orizzonte che è necessario delineare è quello di una formazione che sia in grado di contemperare la consistenza della conoscenza e l’universo del digitale. E’ chiaro che indietro non si può tornare, per fortuna. Già un po’ di tempo fa, Nicholas Negroponte nel suo famoso “Esseri digitali” sosteneva che ogni generazione sarà più digitale di quella che l’ha preceduta. Diceva che il mondo digitale porta ad un potenziamento delle capacità umane, che la facilità di accesso alle informazioni, la mobilità e la possibilità di indurre cambiamenti è una condizione che renderà il futuro molto diverso dal presente. Man mano che i bambini potranno accedere liberamente a risorse globali di informazione, troveranno nuovi motivi di speranza e di dignità laddove prima ce n’erano ben pochi. Vorremmo che possa accadere proprio così.

Se davvero il digitale riuscirà a dare a coloro che ci sono e a coloro che verranno nuovi motivi di speranza e di dignità, dipenderà esclusivamente dalla capacità che questa civiltà avrà di garantire non soltanto un’informazione per tutti ma un sapere per tutti elaborato in relazione alla personalità di ciascuno, alla realtà della sua esistenza. Diversamente nei tempi che verranno ci ritroveremo tutti con le stesse  identiche informazioni, useremo  tutti lo stesso identico linguaggio,  diremo tutti la stessa identica cosa che sarà il risultato della schermata che ci rimanderà il computer. Penseremo tutti che questo è bene e quello è male, a seconda del concetto di bene e di male che sarà ricavato da un sondaggio on line.

La dignità, diceva Negroponte. Certo, esiste anche una dignità della conoscenza. Forse la dignità della conoscenza è quella condizione che consente di conquistarsi una libertà di pensiero. Il sapere per tutti dev’essere il sapere di ciascuno. Importa poco oppure importa niente se questo sapere di ciascuno, libero, dignitoso, concreto e fantastico, leggero e profondo, incoerente, anche,  perché democratico, sia portato dai libri di carta o da quelli digitali. L’essenziale è che sia autentico, vitale, che sappia offrirci la possibilità di ritrovarci e, quando occorre, anche di fuggire.

Quasi vent’anni fa usciva, postumo, un libro straordinario di Paul Zumthor intitolato “Babele”. Un testamento intellettuale appassionato e lucido, attraversato da una prefigurazione di scenari, da presentimenti, da previsioni di accadimenti culturali, da speranze fioche  e da timori espressi in modo saggiamente cauto. A un certo punto Zumthor diceva: “Eccoci già, dietro i nostri occhiali speciali, a contemplare una realtà virtuale che esaurisce le possibilità passate, presenti e future, cioè che sospende il destino e intrappola la nostra umanità. Noi, che assistiamo per primi a questa mano di gioco, sapremo, lo spero, tirarci fuori dalla trappola”.

Forse questo è l’ultimo tempo che abbiamo a disposizione. Dopo, forse, dalla trappola non riusciremo ad uscire più.

 


L'osceno del villaggio 60. Vegan party PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 23 Settembre 2016 06:43

In televisione e sui mezzi di informazione, sempre più spesso si sentono parlare i vegetariani, ossia coloro che non mangiano carne, e anche quelli fra loro che vengono definiti “vegani”, ossia i fanatici del vegetarianismo. Prima di informarmi sulla etimologia della parola “vegani”, credevo che essi si autodefinissero in questo modo perché tributari ai cartoni di Goldrake della loro ispirazione mistica o che addirittura si professassero alieni provenienti dal pianeta Vega e quindi obbligati ad un certo tipo di alimentazione biologica.  Invece il termine “vegan” è una contrazione di “vegetarian” e stava ad indicare, nelle intenzioni del suo creatore, Donald Watson, tutti coloro che non facevano uso di latticini. Oggi è diventata una vera filosofia di vita e gli adepti del veganismo si astengono rigorosamente da tutto ciò che è di derivazione animale. Ma dico io, vegani, vegani!  Come fate a non riconoscere il fatto che gli animali siano fatti per essere ammazzati? Non tutti, certo, ma una buona parte. È nella natura, come è nella natura che gli umani abbiano bisogno di una alimentazione variegata e completa per poter vivere bene. Certo, migliaia di studi cercano di dimostrare che una alimentazione a base vegetariana sia benefica (basterà citare il guru dei vegetariani, professor Veronesi, e ogni resistenza crolla come le porte di Gerico), e io certo non li ignoro. Ma quand’anche ciò fosse corretto e dimostrato scientificamente, vogliamo almeno ammettere che privarsi di certi piaceri renda gli erbivori più tristi, e financo tetri, rispetto ai carnivori?  Dice, sono l’immagine della salute.  Va bene! Dice, sono persone a modo e realizzate. Va bene! Rispetto per tutte le forme di vita (“Apapaia apapaia rispetta le mie idee!”). Ma privarsi di certi piaceri non rende la vita degli adepti un po’ più piatta, meno piena? E non occorre scomodare Epicuro e la sua teoria del piacere, andando tanto indietro nel tempo, per avallare la mia tesi, ma basterà fermarsi al Settecento per citare il grande filosofo De La Mettrie, gran ghiottone, ateo e materialista, il quale in un banchetto dato in suo onore divorò talmente tante leccornie, proprio per non farsi mancare nulla, da schiattare. Oddio! La fine indecorosa del filosofo potrebbe invero confutare la mia tesi, se non sapessimo che non fu la scorpacciata di faggiano e tartufi ad abbatterlo, ma il salasso che poco avvedutamente il medicone si praticò subito dopo. I vegani rifiutano ogni forma di sfruttamento degli animali a scopo di alimentazione, abbigliamento, spettacolo, intrattenimento, sperimentazione scientifica medica o farmacologica, ecc. Come si fa a rinunciare alla carne, al pesce, ai latticini? E che dire del miele, della pappa reale, del propoli? Solo a nominarli mi viene l’acquolina in bocca. Mio figlio  spera d’inverno di buscarsi la tosse solo perché la madre possa fargli gustare queste prelibatezze che normalmente gli sono precluse, essendo un bimbo un po’ sovrappeso. Ma le bestie sono fatte per essere ammazzate, e poi, se si parla di rispetto, sono proprio i vegani che dovrebbero rispettare chi non lo è, mentre a volte furoreggiano contro i carnivori giungendo alle spicciole e malmenando brutalmente chi osa prenderli in canzone (ammetto, sbertucciarli come ha fatto Cruciani de “La zanzara”, non va bene). E poi, coerenza! Come si fa a rinunciare ai prodotti animali ? Ma se gli uomini primitivi non si fossero dati alla caccia, oggi dove sarebbe Paola Maugeri? Se non si fossero coperti con pellicce per superare i rigori degli inverni, oggi dove potrebbe propagandare la propria scelta di vita Red Ronnie? Poi ci sono i convertiti: Jovanotti, Adriano Celentano, Claudia Cardinale. Ci sono anche molti cuochi famosi di cucina vegana, ma loro lo fanno per business, mica per la causa, così come i negozi che vendono prodotti per celiachi non sono certo mossi da intenti filantropici, ma solo dalla grana. Una mia cara amica, l’ultima in ordine di tempo, è diventata vegana, solo che il padre fa il macellaio e quindi è un po’ come uno dei colmi delle barzellette. Io, fossi il padre, l’avrei estromessa dall’asse ereditario.


Il taccuino di Gigi 1. Un gelato dopo Ferragosto PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 22 Settembre 2016 07:50

[“Il Galatino” anno XLIX n. 14 del 16 settembre 2016, p. 6]


Ferragosto è passato, le vacanze sono finite. Come abbiamo impiegato il nostro tempo? La frenesia della vacanza è talmente assorbente da non preparare spazi a postumi esami di coscienza, ad analisi sui nostri sentimenti e sui nostri comportamenti. Siamo d’accordo che abbiamo bisogno un po’ tutti di un periodo di riposo; l’idea della vacanza (cioè quella di un vuoto salutare che aiuti a riprendere energie) forse non ci assilla più come un tempo dovendo fare i conti con le strettezze economiche, ma nemmeno ci attira l’idea di trascorrere un po’ di tempo immersi in complicate indagini sulla vita e sui suoi aspetti più contraddittori. Vacanza significa vuoto, e la mente, talvolta, un po’ di vuoto lo richiede. Vuoto come sosta, vuoto come pausa nel ritmo incalzante e stressante della quotidianità. Un tempo per riflettere, per rimodulare progetti, per confrontarsi serenamente con gli altri e con quello che la vita giorno per giorno ci offre generosamente o ci sottrae astutamente.

Dalla vacanza vorremmo ricevere un pieno di disimpegno, la realizzazione di un’occasione mancata in tempi più tranquilli; esaminiamo perciò quelli che crediamo d’aver atteso con ansia e che abbiamo visto liquefarsi davanti ai nostri occhi come un bel cono di gelato che perda rapidamente la sua consistenza in un ambiente troppo caldo.

Il mare, la montagna, le città d’arte, le strutture alberghiere attrezzate per piacevoli passatempi, le crociere, le gite, gli incontri con gli amici che vediamo di rado, il rapporto ristabilito per un momento con parenti lontani, la curiosità di nuovi paesaggi, la certezza che in ogni giorno dell’estate  si nasconda un seme fecondo di occasioni prossime: tutto è cercato come fosse un’ultima possibilità, un approdo felice, la rivelazione di un segreto che ci riteniamo in grado di scoprire. Se abbiamo tempo per fare un esame delle nostre giornate estive, se riusciamo a spremere il succo (perché vitale) di un breve periodo dell’anno che porta nel nome l’idea di vacanza (le ferie!), cerchiamo non ciò che non abbiamo potuto godere ma ciò che ci è mancato e che desideravamo di avere. Magari non il troppo ma il piccolo sovrappiù: la dolcezza di un’ora particolare, un sapore che avremmo potuto aggiungere alla nostra memoria del gusto, una confidenza suggerita da un momento di intensa fiducia, il ricordo di una persona cara e lontana, la luce di un tramonto, una stella cadente nel terso cielo della notte… Il desiderio inappagato ci punge con una sua speciale qualità di malinconia, legato com’è a un’idea di ineluttabilità, di cosa sfuggita per sempre al nostro desiderio. C’è sempre, nella nostra gioia, qualcosa che ci manca. C’è anche in quello una vacanza, un vuoto.

Può anche accadere che la vacanza ci porti degli aspetti che non avremmo mai pensato di catalogare sotto la voce ‘vacanza’: pensiamo ai tanti disperati che approdano sulle nostre rive, venuti da rive remote, mossi dal naturale desiderio di condizioni di vita che nei loro paesi molte circostanze impediscono di realizzare. E ci sono coloro le cui menti turbate, in vacanza dalla ragione, spingono ad azioni delittuose atroci. Sono solo due esempi di una vacanza dolorosa, una ferita che cerca la guarigione, spesso invano.

La ricerca di ciò che può essere mancato alla nostra vacanza può farci riflettere sul valore che attribuiamo a certi gesti, alle nostre azioni, alle nostre parole. Ci chiediamo: che cosa è mancato alla nostra vacanza perché essa fosse piena e ricca di senso? Magari la dolcezza di un gelato che avremmo voluto assaporare nel momento migliore dei nostri giorni spensierati. Una cosa minima, un’occasione da nulla… Non è, certo, la stessa cosa mangiare un gelato dopo Ferragosto!


La scomparsa del congiuntivo PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Giovedì 22 Settembre 2016 07:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Alla fine dell’ultimo numero della serie estiva ho preso l’impegno di rispondere ai quesiti dei lettori, se non a tutti almeno a quelli più stimolanti e di interesse generale. Ne scelgo uno che viene dal prof. Giovanni Bernardini di Monteroni, ultranovantenne; il professore scrive a mano, con una grafia nitida e ordinata. Più che una domanda è un’osservazione: «Quanto al regresso del congiuntivo, forse è accettabile nel parlato, ma mi sembra che impoverisca lo scritto, salvo rare eccezioni. Condivide?».

Condivido, e aggiungo qualche riflessione. La questione è importante, ne trattano spesso i giornali, ne discutono alcune grammatiche, con posizioni diverse. Gli osservatori più pessimisti arrivano a dichiarare che il congiuntivo sta scomparendo, soprattutto nel parlato. Sarebbe questo il motivo: ai parlanti il congiuntivo appare difficile da gestire (i linguisti dicono che è poco economico) e quindi viene sostituito con l’indicativo.

Negli anni novanta del secolo scorso ebbero molto successo un libro e un film che decretavano fin dal titolo «Io speriamo che me la cavo», invece di «Speriamo che me la cavi» (o, più correttamente, «Speriamo di cavarcela»). In quella frasetta l’indicativo la faceva da padrone e c’era pure un mancato accordo tra soggetto («io») e verbo («speriamo»). Insomma, un tipo di italiano che segnalava le difficoltà linguistiche che incontrava quel simpatico gruppo di ragazzi napoletani. Ma il fenomeno è generale. Nella lingua di oggi  non sono infrequenti frasi come «credo che non hai capito», «non voglio che fai storie» (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: «credo che tu non abbia capito», «non voglio che tu faccia storie»). Il regresso del congiuntivo è evidente, anche in soggetti dotati di buona cultura; oltre che nelle oggettive (come abbiamo appena visto), si manifesta in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

L’uso dell’indicativo si afferma a scapito del congiuntivo soprattutto nel parlato e nelle comunicazioni colloquiali o informali, quando ci rivolgiamo a parenti e amici. Nello scritto e nelle situazioni comunicative formali invece il congiuntivo è assai più saldo. Molti affermano che queste condizioni sono normali, nulla di straordinario. E fanno presente che un costrutto come «si je le savais, je ne venais pas» (‘se lo sapevo, non venivo’) è norma nel francese, e i francesi comunicano benissimo. Altri, e io sono tra questi, affermano invece che il congiuntivo, usato appropriatamente, consente sfumature logiche e semantiche particolari, permette di articolare meglio il pensiero, insomma costituisce una ricchezza.

Rinunziare all’uso coerente del congiuntivo significa rinunciare alla possibilità che la lingua ci offre per esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio o un nostro pensiero. Un giornalista come Beppe Severgnini, certo non sospettabile di italocentrismo e di nazionalismo, qualche anno fa è arrivato a scrivere che «la crisi del congiuntivo [...] ha un’origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L’assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana».

Io non so se questo sia vero (esprimo il dubbio con il congiuntivo, non scrivo: non so se questo è vero). Affermo semplicemente che rinunciare al congiuntivo significa rinunciare a un mezzo che coglie le sfumature della nostra immaginazione e dei nostri pensieri.

La partita decisiva, come spesso accade, si gioca nella scuola. Il congiuntivo è ben vivo nell'uso scritto e caratterizza il parlato di livello medio-alto nei confronti del parlato informale: i professori insegnino ai ragazzi ad usarlo in tutte le situazioni comunicative che richiedono il suo impiego o che lo rendono consigliabile.

Sul web e su Facebook si trovano organizzazioni a difesa del congiuntivo, addirittura una Lega Italiana per la Difesa del Congiuntivo (L.I.Di.Co.); il sito http://salviamoilcongiuntivo.blogspot.it/ invita a usare il congiuntivo in modo appropriato nella vita di tutti i giorni. L’associazione è aperta a coloro che vogliano farne parte, purché prestino attenzione alla lingua che si usa,
individuando gli errori da chiunque commessi e correggendoli.

Non occorre arrivare a tanto, io non sono iscritto a nessuna associazione per la difesa del congiuntivo. Più semplicemente. Un’educazione linguistica adeguata deve garantire il possesso e l’efficacia d’uso della lingua, tenendo conto della norma e dei mutamenti in atto; tenere conto dei mutamenti in atto non significa aderire ad essi per velleità anarchica o per indifferenza e pressapochismo.

Oggi in troppi casi si tende a preferire l’indicativo dove, a norma, occorrerebbe il congiuntivo: è tendenza che negli scritti scolastici e in quelli formali andrebbe contrastata. Se poi il ragazzo, diventato adulto, sceglierà di preferire l’indicativo al congiuntivo (ma la “scelta” implica la conoscenza delle alternative disponibili), sarà libero di farlo, pagando quel che c’è da pagare nel rapporto con i vari interlocutori.

Certo non farà questa scelta Aurora Legittimo, studentessa del Liceo G.C. Vanini di Casarano, una delle vincitrici delle Olimpiadi di Italiano 2016. Le Olimpiadi di Italiano sono promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dall’Accademia della Crusca e si svolgono sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Gli studenti iscritti alle fasi iniziali di selezione sono stati 43.244. Alla prova finale hanno partecipato 84 studenti provenienti da tutta Italia e dalle scuole italiane all’estero.

La studentessa salentina ha conquistato il secondo posto nella sezione Junior e fa parte dei 12 studenti italiani che hanno dimostrato la migliore capacità di scrittura, di sintesi, di comprensione del testo e una conoscenza approfondita della struttura del nostro idioma. Questi ragazzi sono dei campioncini. Testimoniano l’importanza e il valore della lingua italiana come segno di identità.

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Antonio Prete, Il cielo nascosto. Il teatro degli affetti che vive dentro di noi PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 20 Settembre 2016 06:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]

 

Come l’universo, anche il testo, per Antonio Prete, è infinito. Nel testo convergono e si riuniscono e si addensano storie, memorie, concetti, parole, suggestioni, emozioni, sentimenti, letture, interpretazioni, linguaggi, trasalimenti, fantasticherie, sguardi, perplessità, riflessi di colori, analisi approfondite, lucidissime, scandagli delle profondità di un verso, di una prosa, di un’immagine dell’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco.  Ogni elemento rimanda ad altri elementi uguali o diversi, ogni cosa rassomiglia ad un'altra o se ne distacca nettamente. Ancora una volta Antonio Prete si muove sui confini fra il saggio e la narrazione; al saggio appartiene l’argomentare, mentre il passo, la forma, lo stile, appartengono alla narrazione. Ancora una volta tesse con sapienza, con leggerezza, con accuratezza, con un gesto amoroso una parte della sua lunga conversazione con i testi. L’ultimo libro è una parte di questa conversazione: Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, edito da Bollati Boringhieri. Non è necessaria una lettura che proceda dal principio alla fine. Si può aprire una pagina a caso e ci si ritrova sprofondati nell’ermeneutica delle figure e delle parole che dicono, raccontano, i significati di dentro; si assiste alla scena di un corpo a corpo delicatissimo ma impietoso  anche con quelli che sono i sensi dell’interiore che si sottraggono non solo alla definizione, ma anche alla dicibilità.

Ma il percorso critico di Prete ha sempre avuto un movimento trasversale, obliquo, interdisciplinare; è stato sempre attratto dall’andare lungo gli argini. Il suo insegnamento universitario di letterature comparate è stato la perfetta coincidenza tra definizione giuridica e connotazione metodologica. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità,  e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Come in questo libro, che si confronta con una materia più profonda di ogni abisso, con i misteri dell’anima. Come in questo viaggio, nel quale chiama per compagni Agostino e Calvino, Montaigne e Joyce e Proust, e tanti altri,  e poi i compagni di sempre, quelli con i quali ha attraversato tutta la vita: Leopardi e Baudelaire. Si apre  una pagina a caso, dunque, e ci si ritrova coinvolti nelle riflessioni sulle relazioni fra poesia e cosmologia, per esempio, sul legame fra il sentire umano e la sua rappresentazione linguistica, sul rapporto profondo fra il sentire e il mondo, fra lo spazio dell’interiorità e gli spazi stellari. Si apre una pagina a caso e  si fa esperienza mediata della parola silenziosa nella sua significanza di meditazione, di indagine sul sé, di interrogazione intorno agli accadimenti della coscienza. Una parola interiore. La parola della scrittura è parola interiore, dice Prete: perché lo è stata prima di salire verso la luce e la fissità della lettera e perché continua ad esserlo quando il lettore l’ascolta nel silenzio, e la protegge, sentendola come propria. E’ proprio attraverso  la parola silenziosa della lettura che si stabilisce prima una condizione di prossimità e poi una relazione di intimità con il testo: con l’universo di sensi che il testo spalanca.

I libri di Antonio Prete credo – spero-  di averli letti tutti, e ho sempre pensato che il punto più profondo dell’analisi, l’armonia dell’espressione, li avesse raggiunti con il Trattato della lontananza. Più di questo non può fare, mi dicevo.  L’ho pensato fino a quando non sono arrivato alla pag 106 del Cielo nascosto, dove cominciano le cosmografie interiori. Ha potuto fare di più. In questo luogo del libro, Prete espone – indirettamente- il suo concetto di teoria, come spesso ha fatto in altri saggi, riferendosi alla scrittura critica, al metodo. Dice a un certo punto che la teoria è, nella sua origine, un vedere che si dispiega in sapere, un osservare nella luce che si svolge come conoscenza. E’ stata questa, infatti, la teoria di Antonio Prete: una visione tradotta in parola, un’osservazione che ha portato conoscenza resa in espressione, una curiositas verso le storie d’ogni genere, quelle della vita e quelle della letteratura,  che poi sono esattamente l’identica cosa. Ecco: Antonio Prete ha dimostrato questo: che le storie della vita e quelle della letteratura sono esattamente l’identica cosa.


L'osceno del villaggio 59. Non si ride! PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Lunedì 19 Settembre 2016 06:37

[in "SPagine, 13 settembre 2016]

 

La satira troppo feroce, portata alle estreme conseguenze può risultare sgradita. Quand’essa tocca alcuni argomenti davvero delicati può rivelarsi di cattivo gusto. Infatti chi parla sempre celiando, chi si burla di tutto e di tutti, finisce che non ha più credibilità, quando parla seriamente. A forza di scherzare, fa la fine del pastorello che gridava “al lupo al pupo” nella celebre favola di Esopo. Far ridere fa bene, ma non ad ogni costo. E veniamo a quello che è successo qualche giorno fa con la rivista francese “Charlie Hebdò” e la sua sgradevole vignetta sul terremoto italiano del Lazio. Molti si sono risentiti, tutti hanno condannato la sfrontatezza e il cattivo gusto dei vignettisti francesi. Un coro unanime di “buuu” ha accompagnato la loro trovata. Nell’immagine, intitolata «Séisme à l’italienne» («Terremoto all’italiana») le vittime del terremoto che ha sconvolto il nostro Paese vengono paragonate a tre piatti tipici della nostra cultura: «Penne all’arrabbiata», illustrato con un uomo sporco di sangue; «Penne gratinate», con una superstite coperta di polvere; mentre le lasagne sono strati di pasta alternati ai corpi rimasti sotto alle macerie. I disegnatori di Charlie Hebdo, che hanno conosciuto una insperata popolarità dopo l’attentato del gennaio 2015 da parte dell’Isis, utilizzano ora questa gratuita sebbene sanguinosa pubblicità per spararla più grossa. Diciamolo, prima dell’attentato, ben pochi conoscevano la rivista satirica fuori dalla Francia, ed anche in patria il numero delle vendite non era esaltante. Da figli di puttana quali sono dovrebbero fare un monumento ai loro colleghi trucidati, recante come epigrafe una vignetta che raffiguri la rivista intrisa di sangue con i corpi dei morti a panino fra le pagine e la dicitura: “satira alla francese”. “Effettivamente si tratta di spazzatura, senza alcuna utilità”, scrive Robert McLiam Wilson, collaboratore della stessa Charlie,è uno schiaffo in faccia, una provocazione crudele e insensibile. Non raggiunge alcuno scopo qualsivoglia, politico, polemico o morale. È un gigantesco nulla, un vuoto sgradevole e inutile”. E poi si chiede “à quoi ça sert?”, che sarebbe la versione francese del latino “cui prodest?” A che serve? A chi reca vantaggio? Vero che alcuni non riescono a piegare la propria inclinazione alle ragioni di convenienza e decoro e far tacere la propria natura di sbeffeggiatori e irriverenti. Sappiamo bene infatti che a volte le situazioni più banali e ordinarie possono far nascere il riso e ancor di più le occasioni solenni, le cerimonie istituzionali, gli eventi dolorosi. Un funerale può cagionare un attacco insopprimibile di ridarella, specie ai più cinici e cuordipietra. In questo caso, la vignetta di Charlie Hebdò, oltre a far indignare tutti, manca della sua stessa ragion d’essere, l’ironia, lo sberleffo, e la rete stavolta, proprio il popolo dei social che quasi due anni fa aveva gridato “je suis Charlie!”, si dissocia, prende le distanze. Questi maledici spiriti dello sghignazzo tanto oltrepassano il segno che finiscono per essere ridicoli ed osteggiati da quegli stessi che poco prima ridevano delle loro malignità. In effetti, se tutto è risibile, anche la battuta infelice, la gag non riuscita, lo sono. Per paradosso, proprio perché è una battuta che non va a segno, è banale, scontata, cretina, allora suscita il riso, anzi meglio lo sghignazzo; si ride di chi non fa ridere, si schernisce il ridicolo, lo si sbertuccia, canzona. Sberteggiamo Charlie Hebdò!


La rotatoria più grande del mondo – (18 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 18 Settembre 2016 08:28

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]

 

Leggo delle vicissitudini relative alla costruzione della strada a scorrimento veloce che dovrà collegare Maglie a Leuca, la 275. Giustamente il Quotidiano richiama all’Odissea per definire la vicenda. Ricorsi a Tribunali, sentenze, impugnazioni. Non sono competente di procedure amministrative, ma mi capita spesso di usare la strada attuale. E non è adeguata. La prima cosa che mi sorprende ogni volta che la faccio è il passaggio all’interno di paesi, con imbuti viari che rallentano la percorrenza e  che deteriorano la vita di chi vive nei paesi attraversati. Troverei più che logico costruire le circonvallazioni. Le rotonde hanno eliminato molte cause di morte legate al non rispetto degli stop agli incroci. Ma tra Tricase e Miggiano, proprio nell’area della 275, è stata costruita una rotatoria che si dice sia la più grande del mondo. Forse qualche pazzo ne ha costruita una ancora più grande, ma comunque le dimensioni sono imponenti. L’architetto Mininanni ha già scritto della assurdità di alcuni percorsi stradali in Salento e non posso che concordare con lui. Pare che nella parte terminale della 275, prima di arrivare a Leuca, a San Dana, qualcuno proponga una sorta di viadotto, oppure una trincea. Opere che altereranno in modo drammatico il paesaggio di questa parte, bellissima, del Salento.

La mia impressione è che queste strade si facciano perché chi le fa guadagna un sacco di soldi, non perché ce ne sia veramente bisogno. Proprio come avviene, secondo me, anche per i porti turistici. O per l’edilizia universitaria. E per molte altre opere che richiamano sempre alle famose “cattedrali nel deserto”. Anche la Maglie Otranto, sinceramente, mi pare esagerata. L’ho percorsa recentemente, completamente deserta! Penso con orrore a possibili proposte di allargamento a 4 corsie della litoranea Otranto-Leuca. Una delle strade più belle dell’Italia intera. Certo, è stretta. Non c’è spazio per camminare, e non c’è la pista ciclabile. Ma sarebbe folle trasformarla in una strada a scorrimento veloce.

Queste strade devono servire per collegare i vari siti con percorsi che permettano di apprezzare la bellezza del territorio, le chiamerei strade panoramiche. Di questo c’è bisogno, soprattutto per accogliere anche chi vuole muoversi lentamente, come i ciclisti.

La lobby degli asfaltatori-cementificatori è forte e potente. E chiede a gran voce “grandi opere” che sono spesso sovradimensionate rispetto alle reali necessità. Non posso non ricordare due superstrade tra Lecce e Maglie. Poi c’è la superstrada che dovrebbe collegare Lecce con Taranto che è un’incompiuta da decenni. Ne esiste un brandello, che inizia dal nulla e finisce nel nulla. Andare da Lecce a Taranto dai “paesi” è impresa disperata e bisogna per forza passare da Brindisi. Quasi raddoppiando il percorso. Non esiste una linea ferroviaria che unisca le due città. Mentre per arrivare a Leuca da Lecce c’è già una superstrada ionica, che passa da Gallipoli.

La chiave di volta di tutte queste opere è la sostenibilità. Se a farle fossero dei privati, che dovrebbero guadagnare dai pedaggi, le farebbero? Probabilmente no, perché l’utenza non garantirebbe la redditività. Devono essere un servizio alla popolazione, ma devono anche rispettare l’ambiente e il paesaggio. Perché il beneficio non è solo di arrivare in un posto, è anche di avere un bel posto in cui arrivare. Se si deturpa l’area, si perde poi la motivazione per arrivarci.

Credo che sia molto necessario adeguare la 275 alle reali esigenze di traffico e alla vivibilità dei paesi ora attraversati dalla viabilità attuale. Ma tra questo e fare viadotti e gallerie ce ne corre. Queste scelte non si dovrebbero fare a seguito di ricorsi e sentenze, ma a seguito di richieste progettuali precise, che impongano criteri di sostenibilità economica e ambientale.

La sostenibilità è il cardine della crescita economica. Abbiamo per troppo tempo privilegiato la crescita del capitale economico, senza conteggiare l’erosione del capitale naturale. Non è buona economia, perché i costi per rimettere a posto i danni superano i benefici economici ricavati dall’opera. Il trucco è che i benefici sono per i privati, mentre i danni si riparano con soldi pubblici. E, spesso, a riparare i danni sono chiamati proprio quelli che li hanno provocati! Le chiamate progettuali devono essere inflessibili su questo punto. E i progetti devono contenere adeguate stime dei costi ambientali e paesaggistici dell’opera. Lo spiega Francesco in Laudato Sì: “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri”.

Chi ha autorizzato quella folle rotonda che, ripeto, pare essere la più grande del mondo? Quanto è costata? Nell’area “circondata” dal cerchio pare ci sia spazio per un intero paese. E’ una circonvallazione di un paese che non c’è. Nel mezzo della campagna. I politici devono prendersi la responsabilità delle loro azioni e devono dare indicazioni precise su come usare il territorio che amministrano. Se gli asfaltatori hanno successo, significa che hanno convinto i politici. L’elettorato ha il dovere di chiedere conto di queste scelte.


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