La Busacca e De Filippo al Cavallino Bianco
È con molto piacere che annunciamo una nuova bella iniziativa teatrale resa possibile dalla generosa disponibilità del Teatro Stabile del Salento "La Busacca" e del Comune di Galatina: mercoledì... Leggi tutto...
Elenco candidati revisori
Elenco delle candidature pervenute alla segretaria, Marinella Olivieri, per l'elezione di un membro del Collegio dei Revisori indetta per venerdì 31 marzo dalle ore 16,15 alle ore 17,45: - Mangano... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea ed elezioni membro del Collegio dei Revisori
Si convoca l'Assemblea dei Soci per il giorno venerdì 31 marzo 2017, alle ore 15,45 in prima convocazione e alle ore 16,15 in seconda convocazione presso la sala "Celestino Contaldo" del Palazzo... Leggi tutto...
Lunedì 20 marzo: cambiamento di programma
A causa di una indisposizione del prof. Eraldo Martucci, la conferenza Sandro Botticelli e Ottorino Respighi: Consonanze tra musica ed arte, in programma per lunedì 20 marzo, è rimandata a data da... Leggi tutto...
Accesso con le nuove credenziali
Carissimi, finalmente dovrei essere riuscita ad accedere con le mie credenziali. Ringrazio ancora Gianluca Virgilio per avermi permesso di utilizzare finora le sue, e il nostro referente tecnico,... Leggi tutto...
Gita in Val d'Itria
Si allega una locandina che illustra una Gita in Val 'Itria. Si precisa che al... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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La Busacca e De Filippo al Cavallino Bianco PDF Stampa E-mail
News Università Popolare
Scritto da Beatrice Stasi   
Sabato 25 Marzo 2017 09:35

È con molto piacere che annunciamo una nuova bella iniziativa teatrale resa possibile dalla generosa disponibilità del Teatro Stabile del Salento "La Busacca" e del Comune di Galatina: mercoledì 29 marzo 2017, alle ore 20, presso il Cavallino Bianco, verrà rappresentata la commedia di Edoardo De Filippo La Fortuna con la effe maiuscola. L'ingresso è libero, ma è gradito un contributo volontario per contribuire alle spese sostenute dalla Compagnia. In allegato si pubblica la locandina dell'evento. Le dimensioni della struttura consentono di estendere l'invito a un pubblico molto ampio.

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Elenco candidati revisori PDF Stampa E-mail
News Università Popolare
Scritto da Beatrice Stasi   
Venerdì 24 Marzo 2017 20:52

Elenco delle candidature pervenute alla segretaria, Marinella Olivieri, per l'elezione di un membro del Collegio dei Revisori indetta per venerdì 31 marzo dalle ore 16,15 alle ore 17,45:

- Mangano Francesca


Convocazione Assemblea ed elezioni membro del Collegio dei Revisori PDF Stampa E-mail
News Università Popolare
Scritto da Beatrice Stasi   
Sabato 18 Marzo 2017 16:44

Si convoca l'Assemblea dei Soci per il giorno venerdì 31 marzo 2017, alle ore 15,45 in prima convocazione e alle ore 16,15 in seconda convocazione presso la sala "Celestino Contaldo" del Palazzo della cultura "Zeffirino Rizzelli" (ingresso da Via Cafaro), per procedere all'esame del seguente odg:

1) Elezione di un membro del Collegio dei Revisori (in sostituzione della dimissionaria Luisa Coluccia).

Poiché a norma dell’art. 7 comma 10 dello Statuto vigente,"il segretario deve redigere, almeno 7 giorni prima della data delle elezioni, l'elenco dei Soci che hanno presentato la propria candidatura ai diversi Organi Sociali", tutte le candidature devono pervenire alla Segretaria Marinella Olivieri ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) e, per conoscenza, alla Presidente Beatrice Stasi ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) entro le ore 15,45 di venerdì 24 marzo. Le operazioni di voto si concluderanno alle ore 17,45, per non interferire con l'attività culturale programmata alle ore 18.00.


Lunedì 20 marzo: cambiamento di programma PDF Stampa E-mail
News Università Popolare
Scritto da Beatrice Stasi   
Sabato 18 Marzo 2017 15:07

A causa di una indisposizione del prof. Eraldo Martucci, la conferenza Sandro Botticelli e Ottorino Respighi: Consonanze tra musica ed arte, in programma per lunedì 20 marzo, è rimandata a data da destinarsi. Tale attività è sostituita dalla proiezione del film Monuments men (2014), scritto, diretto, prodotto e interpretato da George Clooney. L'appuntamento, come sempre, è alle ore 18,00 in Sala Contaldo.


Programma attività marzo PDF Stampa E-mail
News Università Popolare
Martedì 28 Febbraio 2017 21:44

Per maggiore comodità degli utenti del sito, si pubblica per esteso il già allegato Programma delle attività di marzo, tutte previste nella Sala Contaldo, alle ore 18:

Venerdì 3 Marzo - Maria Chiara Provenzano, Palchetti Laterali, progetto per la diffusione della cultura teatrale

Lunedì 6 marzo - Alessandra De Paolis: Dopoteatro: l’amaro sorriso dell’incomunicabilità in «Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo

Venerdì 10 marzo - Giancarlo Vallone presenta il volume di Mario Cazzato La Galleria celeste. Astrologia e arte alla Corte dei Castromediano di Lymburgh nel Castello di Cavallino (Galatina, Congedo, 2016). Saranno presenti l’autore e l’editore.

Lunedi 13 Marzo -  Gerardo D’Ambrogio (specialista in endocrinologia) e Pasquale Pignatelli (Laboratorio di analisi),  Come  rimanere giovani

Giovedi 16 Marzo – Rosella Mele e Vincenzo Mello, Seminario  Calendagrario: le erbe spontanee

Lunedì 20 marzo - Mariella Agostinacchio e Eraldo Martucci, Sandro Botticelli e Ottorino Respighi: Consonanze tra musica ed arte

Giovedì 23 marzo - Giuseppe A. Camerino, L’arte compositiva nella Commedia dantesca

Lunedì 27 Marzo - Paolo Sanso, La  pericolosità sismica in Puglia

Venerdì 31 Marzo – Rassegna «Altri mondi» a cura di Luca Carbone: Conversazione con... Francesco Alfieri, autore con F. W. Von Herrmann del volume Martin Heidegger. La verità sui "Quaderni neri" (in allegato locandina, foto e profilo biografico del prof. Alfieri)
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Gita in Val d'Itria PDF Stampa E-mail
News
Giovedì 23 Febbraio 2017 17:57

Si allega una locandina che illustra una Gita in Val 'Itria. Si precisa che al momento sembra siano rimasti disponibili solo 15 posti.

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Domande e risposte - (29 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 30 Gennaio 2017 17:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Da quando questa rubrica appare su «Nuovo Quotidiano» ricevo molte lettere di lettori che segnalano fenomeni singolari o impropri della lingua ascoltati in radio o in televisione, letti sui giornali, in rete e perfino nei libri. O riflettono sull’italiano che essi stessi usano. La cosa mi piace, è bello che gli italiani discutano su «che lingua fa» (come parlano di «che tempo fa»), è segno di appartenenza e di identità: ci interroghiamo sui nostri comportamenti linguistici, se la riflessione diventa un’abitudine la applicheremo a tutte le forme del vivere collettivo, saremo più consapevoli, aumenterà la democrazia. Commentiamo un paio di lettere.

1. Un caro amico, matematico della nostra università, mi scrive. «Mi scuso se torno a scrivere su questioni di lingua. Uso sistematicamente la “i” eufonica: dico e scrivo abitualmente in istrada, in Ispagna, in Isvezia, in ispecie, in Iscozia, in iscuola…. So che a molti, in primo luogo ai miei figli, sembra una maniera antiquata di esprimersi, ma sono stato abituato cosí e a me piace. Tuttavia, vi sono espressioni nelle quali non solo non mi verrebbe in mente di usarla, ma addirittura mi suonerebbe stonata; mi vengono in mente in Statistica (matematica), in spagnolo. Mi domando se ciò accada perché le parole dei primi esempî sono bisillabi, mentre statistica e spagnolo hanno tre sillabe; o è forse questa una regola che mi sono inventato io e che non ha alcun fondamento». Chi scrive è persona discreta, non ama mettersi in mostra, mi chiede di non fare il suo nome, pur se la lettera è firmata. Rispetto la sua volontà.

Il fenomeno descritto si chiama prostesi, indica l’aggiunta di un elemento non etimologico (la i-) all’inizio di una parola che comincia per s- complicata (cioè seguita da un'altra consonante), quando precedono con, in, per o altra parola uscente in consonante. Come negli esempi che abbiamo visto e in altri: per ischerzo, con isdegno, per iscritto, ecc. Serve ad evitare sequenze di suoni non abituali nell’italiano, come [n+str] (in strada), [r+sk] (per scherzo), ecc. La parola italiana prostesi nasce dal latino prosthesi(n), a sua volta dal greco prosthesis ‘aggiunta’: accade spesso, una massa imponente di parole italiane deriva dal latino che a sua volta le ha prese dal greco. Basterebbe questo per giustificare l’insegnamento delle lingue classiche nelle scuole, che non consiste nell’imparare a memoria desinenze e coniugazioni astruse. Ben guidati da professori intelligenti, i ragazzi si abituerebbero a riflettere sulla storia dell’italiano, imparerebbero molte cose su passato e presente, sui rapporti tra civiltà diverse, sulla storia e sulla geografia.

Torniamo a noi. La forma prostesi è connessa con protesi (parola che conosciamo meglio). Il verbo greco è il medesimo, tithénai ‘porre’: cambia il segmento iniziale prós ‘verso’ nel primo caso, pró ‘davanti’ nel secondo. Il fenomeno della prostesi è in declino nell’italiano contemporaneo, sopravvive in alcune locuzioni cristallizzate come per iscritto (frequente nell’italiano burocratico). L’italiano attuale tende a ridurre la gamma delle varianti formali, specie quelle condizionate dal contesto: così tra la forma Ispagna (possibile solo dopo parola che termini per consonante) e Spagna (possibile sempre), la seconda prevale (una specie di selezione naturale delle parole).

Il matematico che ha posto la domanda usa un italiano colto e forbito. Guardate la sua lettera: scrive cosí (con l’accento acuto) e esempî (con l’accento circonflesso). Sono forme corrette, un tempo diffuse, oggi meno usate rispetto a così (con l’accento grave) e a esempi (senza accento). Si possono usare le une e le altre, dipende dai nostri gusti e dalle circostanze. Vale per la lingua come vale, per esempio, per le scelte del vestire. Possiamo vestirci in modi diversi, purché adeguati alle circostanze: nessuno andrebbe a un funerale vestito da pagliaccio. La lingua è variabile, può essere usata in modo diverso a seconda delle situazioni e delle inclinazioni personali. A condizione che non si commettano errori: nessuno può dire o scrivere se io avrebbi saputo, è sempre sbagliato.

2. Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, osserva che nello scritto e nell’orale coesistono frasi come «Il contributo delle famiglie ha continuato a calare...» e «Il contributo delle famiglie è continuato a calare...» e si chiede se siano entrambe accettabili oppure se si debba preferire l’una all’altra. La domanda non è peregrina: le grammatiche, anche le migliori, non danno regole precise che permettano di stabilire a priori quale ausiliare debba essere usato con ciascun verbo intransitivo (è il caso di continuare). Neanche la consultazione dei vocabolari aiuta a risolvere il dubbio. Alcuni indicano solo l’ausiliare essere («la pioggia è continuata per tutta la notte»); altri affermano che “seguito da v. impers. assume valore impers. («ha/è continuato a nevicare tutto il giorno»)”; altri che l’ausiliare cambia a seconda del significato del verbo: ‘durare, non smettere, non cessare’ richiede essere («la pioggia è continuata per tutta la notte »), ‘perseverare, insistere, persistere’ richiede avere («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»); altri ancora distinguono: si usa avere quando è riferito a persona («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»), essere o avere quando è riferito a cosa («la battaglia ha continuato / è continuata per ore»). In sostanza, direi che continuare intransitivo ammette l’uso di entrambi gli ausiliari, la coesistenza negli esempi indicati dal prof. Pranzo è consentita. Del resto l’uso oscillante di essere o avere è normale con i verbi che indicano fenomeni metereologici (piovere, nevicare, lampeggiare, tuonare, grandinare, ecc.). Ecco gli esempi: «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia); «la mattina era piovuto» (Cassola) [da Luca Serianni, Grammatica italiana, p. 333]. Qualcuno suggerisce di adottare essere per indicare un’azione momentanea o comunque breve o non specificata nella sua durata («ieri finalmente è piovuto») e invece di usare avere» quando si indica un’azione prolungata («ieri ha piovuto per quattro ore»). Ma non è una regola, è una pedanteria inutile.

Riflettere sui processi in atto nella lingua serve a metterci in guardia dall’uso maldestro o inefficace dell’italiano. Per opporsi a tale fenomeno non servono le lamentele, frequenti nell’opinione comune e a volte rimbalzanti perfino sui media, per l’ “imbarbarimento” a cui la lingua andrebbe oggi incontro. Non ci sono barbari nei nostri confini, ma per diffondere a tutti i livelli l’uso appropriato e ricco dell’italiano è necessario impegnarsi, a partire da scuola e università, che sono fondamentali. E agire concretamente.

Così fanno associazioni meritorie (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Società Dante Alighieri, Associazione per la Storia della lingua Italiana), così fanno studiosi di eccezionale levatura intellettuale e di forte impegno civile. Mi limito a due soli nomi, veri punti di riferimento. Tutti i media nazionali (e anche il nostro giornale, due volte, il 6 e il 7 gennaio) hanno ricordato l’opera esemplare di Tullio De Mauro, una vita dedicata all’educazione linguistica. Si impegna sugli stessi temi Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che anche il grande pubblico conosce per la trasmissione televisiva domenicale «Mattina in famiglia». Decenni fa Sabatini ha insegnato nella nostra università, è legato al Salento, vi torna spesso. Sarà nel Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Maglie il 1 febbraio (invitato da una bravissima dirigente scolastica, la prof. Annarita Corrado), occasione straordinaria per gli insegnanti e per gli studenti.

 

p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale.

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Il taccuino di Gigi 9. Omissioni ed altro PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 29 Gennaio 2017 08:38

[“Il Galatino” anno L n. 2 del 27 gennaio 2017, p. 4]

 

Chi vive in un determinato tempo è sempre più disposto a notarne gli aspetti negativi che a dare il giusto peso a quelli positivi. Sembra una naturale inclinazione umana percepire con maggiore immediatezza il vuoto più che il pieno, la mancanza più che l’abbondanza. I periodi di crisi (morale, economica) tendono ad accentuare una simile tendenza, rendono più acuta la percezione di “quello che non va”. Ed è nei periodi di crisi che con maggiore petulanza i cosiddetti ‘benintenzionati’, oppure i moralisti di giornata o gli strologatori d’ogni genere ci riversano addosso  - non richiesti -  il frutto delle loro analisi, dei loro pensamenti, delle loro private persuasioni e le ragioni (date sempre per infallibili!) per le quali un periodo poco felice si è determinato. Forse per consolarci ci forniscono le loro ricette di soluzione dei problemi, ostentano un ottimismo in cui neanche loro credono fino in fondo e ci esortano a vedere non lontane (o a intravedere, se lontanissime) le magnifiche sorti e progressive che ci attendono.

Dobbiamo confessare una cosa. Accade spesso che diamo retta a simili predicatori, forse perché avendo costoro qualità di imbonitori (di ‘comunicatori’ si dice oggi) riescono, in tutto o in parte, ad aprire una breccia nel muro della nostra istintiva diffidenza e ad insinuare in noi il sospetto che abbiano ragione. Questo ci accade perché in momenti difficili qualunque barlume, qualunque segnale luminoso ci appare come annuncio di piena luce, di radioso giorno; perché la nostra speranza o le nostre illusioni se ne illuminano per un momento, e noi siamo disposti sempre ad accogliere con favore tutto ciò che ci promette una meno complicata soluzione dei problemi.

Per la crisi economica, economisti e politici elaborano spiegazioni che, naturalmente, non ci bastano se le soluzioni da essi prospettate non divengano operative in modo che possiamo constatarne l’efficienza e la tenuta. Per la crisi morale i suggeritori che scendono in campo sono una folla: psicologi, sociologi, studiosi o dilettanti di ogni disciplina, opinionisti televisivi (ahimé, spesso i più tracotanti nella loro verità da piccolo schermo), dj e quanto di più variegato possano offrire le ribalte reali o virtuali che danno spazio a tutti coloro che riescano ad ammannirci il loro piccolo, ed opinabile, punto di vista.

Come difendersene? perché ben di questo si tratta: della necessità di farsi schermo contro la valanga di idee (!!!), proposte (!!!), iniziative (!!!) offerteci – e sarebbe inutile elencare altre voci e sprecarvi accanto un tesoro di punti esclamativi.

L’educazione ‘tradizionale’ delle famiglie di un tempo istillava giorno per giorno nella mente dei suoi precetti di morale pratica, di scienza del vivere generalmente ispirati ad un fondamentale senso dell’onestà, alla considerazione del valore del lavoro, alla lealtà nei rapporti con gli altri o consimili altri lodevoli orientamenti.

Intendiamoci: non che non ci fossero, anche a quei tempi, le diversioni dalle severe linee indicate come ‘da seguire’ e scelte, al contrario, di quelle scapestrate ‘da evitare’. Tutto, però, era contenuto entro confini di un certo rigore o di un’obbedienza, più o meno accettata, che rispondeva all’assunzione e al rispetto di regole comuni. Oggi ogni regola sembra saltata. La famiglia, è vero ancora in moltissimi casi, istilla regole di vita, ma quando ti trovi di fronte a certi esiti clamorosi che ti fanno intravedere un certo tipo di educazione che può averli provocati, hai l’impressione che il catechismo familiare sia di molto cambiato e lasci il segno in ben altro senso che quello di un tempo. Si pensa che sia un catechismo adeguato alla nostra società e ai nostri stili di vita e consista nel difendere l’indifendibile, nel prendere con la forza ciò che altri non sarebbe disposto a dare nemmeno per favore, a sostituire l’autorevolezza con l’arroganza, a ritenere valido solo il proprio punto di vista senza accettare di discutere quello altrui, ecc. Il risultato di simili insegnamenti non può non produrre quei risultati che turbano, scandalizzano, irritano e fanno invocare pene severe per i trasgressori delle più elementari regole della convivenza. Si è ben lontani dall’immaginare che una simile situazione richieda tutto un esame di coscienza senza indulgenze e senza atteggiamenti autoassolutori. C’è la tendenza, purtroppo, a pensare che il male, i comportamenti incivili, la protervia di certe azioni siano tristi prerogative dello straniero, dell’immigrato, del socialmente disadattato, ecc. Questo sa tanto di giustificazionismo esibito per coprire le proprie inadempienze, quelle omissioni che stanno così severamente collocate in una formula di confessione ma che sono diventate il suono di una parola che non ci dice nulla, il fantasma appena visibile di qualcosa che neppure più c’inquieta o ci disturba.

Un’indagine sulle omissioni quotidiane sarebbe salutare. Ci fosse, forse non avremmo in circolazione tanti facili profeti, tanti devoti di una religione tanto ostentata quanto solo verbalmente vissuta (“Io sono molto cattolico”: mai sentita questa espressione?). Avremmo una discreta dose di consapevolezza che, forse, ci spingerebbe ad un’azione di recupero del meglio della nostra umanità. Se ne avvantaggerebbe il tono generale della società e della vita. Ma dovremmo dar meno retta, o non darne del tutto, agli imbonitori da piccolo schermo o da seggio politico: coloro che, pare, ostentano pubbliche virtù sconosciute ai loro amici. O ai loro clienti. In loro l’abitudine all’omissione è più larga del fiume di parole autogratificanti con le quali erigono a se stessi un monumento.

Bisogna starci attenti. Diffidarne, o non fidarsene ciecamente.

Se la “diffidenza” fosse una virtù?


Regeni e gli squali – (28 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 28 Gennaio 2017 18:49

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 28 gennaio 2017]

 

Nel film Grand Canyon, il bianco Kevin Kline si trova nei guai con una gang di delinquenti neri e il nero Danny Glover lo salva. Parlano. Il nero dice al bianco: Non puoi andare a nuotare nell’oceano ed essere sempre al sicuro. Un giorno, solo un giorno, ti imbatti nel grosso squalo. Il grosso squalo non ti odia. Non ha nessun sentimento per te. Sei solo cibo, per lui. Tu non odi un hamburger, no? Quei ragazzi non hanno niente da perdere. Se ti capita di nuotare e di imbatterti in loro… be’…

Comincia un’amicizia. Che c’entra questo con Giulio Regeni? Giulio si è imbattuto negli squali. Centinaia di migliaia di persone hanno fatto quella fine, nel mondo. Migliaia solo in Egitto, a quanto pare. Nel nostro paese è più raro. Capita a Pinelli, che vola da una finestra della questura, o a Cucchi, massacrato di botte. Dato che è raro che avvenga, vale la pena di porvi rimedio, di trovare un colpevole: lo squalo. In modo che non avvenga più. Ha senso se gli squali sono pochi. Ma ci sono dei posti al mondo dove questo è normale. Ci sembra strano se capita a uno di noi, la rabbia è grande. Si chiede giustizia perché noi ci sentiamo diversi da “loro”. Ma quando siamo da “loro” siamo prede: abbiamo quello che “loro” non hanno, e che vorrebbero avere. Quei soldi che l’ambulante chiede a Giulio, per esempio. E chi lo ha ucciso probabilmente ha fatto lo stesso con moltissimi altri, e nessuno si è indignato e ha chiesto giustizia. E se poi trovassimo chi lo ha torturato, chi lo ha ucciso, che soddisfazione ci sarebbe ad uccidere lo squalo? O a punirlo? Che senso ha punire uno squalo?

Mi sono trovato in situazioni analoghe, con squali umani, proprio in California, e in Indonesia, e in Messico, ma anche in Italia. Mi sono trovato di fronte a squali veri in Papuasia e in California. Il primo istinto è stato di reagire, ma poi, per fortuna, ha prevalso la visione di Danny Glover e mi sono ritirato con la massima cautela, cercando di non provocare nessuno. E se fossi scomparso da un vicolo di Jayapura, o dal deserto della Baja California, o dai fondali dell’isola di Wuvulu, che senso avrebbe avuto cercare un colpevole e chiedere verità e giustizia? Giulio Regeni nuotava in acque infestate da squali bianchi, e se lo sono mangiato. I primi responsabili sono quelli che ce lo hanno mandato, ma probabilmente Giulio aveva una passione smisurata per quello che faceva e non si curava del pericolo, pensando di poterlo gestire. Non giustifico la sua morte, intendiamoci. Ma se il Governo egiziano dovesse identificare una serie di colpevoli, dagli esecutori materiali a chi avrebbe potuto fermarli e non lo ha fatto, e se questi fossero puniti come meritano, avremmo davvero la verità che chiediamo per Giulio? Saremmo finalmente soddisfatti? E tutte le altre vittime di questi squali? Vogliamo verità solo per Giulio? Vale di più la sua vita rispetto a quella di tutte le altre vittime di fatti identici al suo?

Vale la vita di chi ci è vicino, di chi conosciamo. E Giulio era uno di noi. Quelli che fuggono dagli squali che lo hanno ucciso muoiono a migliaia, ingoiati dal mare, cercando di approdare in Europa per non essere uccisi, e molti di noi dicono che vanno ricacciati indietro. Nessuno ci ridarà Giulio, ma Giulio è tutti quelli che potrebbero fare la sua fine e che ci chiedono aiuto. Tutto questo non ci può consolare della perdita di Giulio, ma Giulio come commenterebbe questa terribile vicenda? La verità ultima dietro la sua morte è che, nel mondo, ci sono troppi posti dove la vita umana non vale niente, neppure quella di noi europei.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 185 - (26 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 27 Gennaio 2017 19:02

La memoria serve non solo per ricordare ma per guardare avanti

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 26 gennaio 2017]

 

Probabilmente non c’è un solo accadimento, una sola condizione, una sola situazione di un giorno passato che non abbia una relazione con il giorno che si vive e con quello che si vivrà.

Probabilmente non c’è un solo significato delle storie che sono accadute che non proietti la sua ombra – chiara o scura- sulle storie che accadono.

Probabilmente non c’è pensiero che un uomo possa avere che non sia stato pensato da un altro uomo in un altro tempo, un altro luogo che conosciamo o non conosciamo; non c’è egoismo, altruismo, odio, amore, indifferenza, compassione, che non siano stati provati; non c’è verità o menzogna che non siano state pronunciate.

Quando si dice che la storia si ripete, forse, in fondo, significa questo: che nella profondità dell’istinto, nelle emozioni viscerali, l’uomo non ha mai mutato natura, per cui le sue manifestazioni, le sue espressioni, i suoi sentimenti, possono riproporsi continuamente.

Se poi nel loro riproporsi hanno la facoltà di distinguere il bene dal male, di adorare la civiltà e disprezzare la barbarie, se si rivelano utili o dannosi per un uomo solo o per l’intera umanità, dipende soltanto ed esclusivamente da quanto la ragione riesce a prevalere, e la ragione è determinata dalla comparazione degli effetti prodotti da comportamenti differenti, e la comparazione può avvenire soltanto sulla base della conoscenza di quei comportamenti.

Quindi è necessario conoscere quello che è stato. Conoscere quello che è stato significa avere memoria: personale, collettiva, diretta o mediata culturalmente. La memoria personale, diretta, ha una possibilità relativa. Un uomo, ogni uomo, ricorda per un certo tempo e poi non più; a volte ricorda in modo nitido, a volte in modo confuso. La memoria collettiva, mediata culturalmente, ha la possibilità di codificarsi, di stabilire punti di riferimento, di elaborare contesti di appartenenza.

A pensarci: ci sentiamo più o meno appartenenti a qualcosa, a qualcuno, ad un luogo, alla sua gente, quanto più o meno con i luoghi, con la gente, abbiamo un vincolo di memoria.

Ci sentiamo più o meno appartenenti, quando per dire, per significare, possiamo anche scegliere l’implicito o il silenzio perché abbiamo consapevolezza del fatto che l’altro ha la stessa conoscenza che noi abbiamo, conferisce alle cose i significati che noi conferiamo, attribuisce ad esse lo stesso valore.

Allora non si ha necessità di cominciare a dire sempre tutto dal principio. Si può partire da un senso acquisito, da un punto condiviso, e andare avanti.

Avere memoria vuol dire avere l’opportunità di andare avanti: in un discorso, in un processo di sviluppo, in un percorso di progresso. Si può andare avanti perché si ha memoria, e dunque conoscenza, di quello che c’è dietro, di quello che è già avvenuto, di quello che è già stato raccontato. Così la memoria non è uno sguardo rivolto al passato: è piuttosto uno sguardo rivolto all’orizzonte con la consapevolezza della strada che si è fatta e di chi si è incontrato nel corso del viaggio, del tempo bello e del tempo brutto che è venuto, del pericolo che si nascondeva o si mostrava spavaldamente in qualche punto e del soccorso che si è manifestato. Diceva Paul Ricoeur che è nella misura in cui torniamo alle nostre origini e in cui ravviviamo il nostro passato che possiamo essere, senza scontentezza, gli uomini del progetto. Ma in questa tensione verso il progetto, il passato ci interpella continuamente.

La memoria non è mai indifferente. Non può esserlo, perché coinvolge idee, emozioni, esperienze; perché riapre ferite, o accende nostalgie. La memoria non può essere indifferente perché determina decisioni, orienta le scelte. Forse tutto quello che facciamo, dipende dalla memoria di quello che abbiamo fatto o dalla conoscenza di quello che altri hanno fatto, degli esiti che ogni circostanza ha prodotto. Non può essere indifferente perché richiede, o pretende, una sostanziale rielaborazione ed una interpretazione continua dei fatti, delle cause, degli effetti. In un saggio uscito su “La Repubblica” del 22 gennaio 2017, tredici giorni dopo la sua morte, Zigmunt Bauman sosteneva che la memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata. “La resurrezione del passato, tenere vivo il passato, è un obiettivo che può essere raggiunto solo mediante l’opera attiva della memoria, che sceglie, rielabora e ricicla. Ricordare è interpretare il passato”.

Dalla conoscenza e dall’interpretazione della memoria, deriva anche la dimensione dell’identità.

Probabilmente senza una consapevolezza ed una coscienza del passato che ha fondato culturalmente il presente, non si può formare nessuna identità, o se ne può formare una frammentata e indefinita. Il presente che viviamo è fondato culturalmente sul Novecento.

Forse secolo breve, come sosteneva Eric Hobsbawm. Forse secolo interminabile, come dicono altri. Comunque il secolo di due guerre mondiali, terribili. Della bomba atomica, dei Lager, dei Gulag, dell’uomo che arriva sulla luna, delle scoperte scientifiche formidabili e del progresso straordinario, dei conflitti tribali e della violenza cieca, della nascita e della fine delle grandi ideologie, dei contrasti che bruciano ancora. Cronologicamente concluso, culturalmente ancora aperto, discusso, oggetto di dialettiche forti.

Con il Novecento esiste anche una relazione emotiva, una ragione che si incontra e si intreccia con la passione.

Quelli che hanno più di sedici anni, sono tutti figli del Novecento. Quelli che ne hanno di meno sono comunque figli dei figli del Novecento. Ecco,dunque, che con la memoria si ritrovano, ogni istante, a fare i conti per tentare di capire qual è la radice degli accadimenti, delle storie, dei fenomeni. Per tentare di capire da dove proviene tutta quella incantevole bellezza e tutta quella tristissima bruttezza che si vedono in giro per il mondo.


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