Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco
Pubblicato da Edit Santoro l’edizione fuori commercio Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco, dal titolo C’è Musica e… musica. Storie di... Leggi tutto...
Corsi attivati a.a. 2015-2016
  Per iscriversi, rivolgersi ai curatori dei Corsi nell'orario di lezione. CORSO Corso elementare di lingua inglese, a cura di Marinella Olivieri GIORNO Martedì ORARIO 16:00-18:00 LUOGO IN CUI SI... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone Galatina": www.unigalatina.it Il 1° febbraio 2016 UNIGALATINA registra 2.000.000 di visite Un bel risultato, non vi... Leggi tutto...
Giovedì 23 giugno, con inizio alle ore 21.00 in piazza Pert...
Nella notte di San Giovanni tutto può succedere…È la notte... Leggi tutto...
Club UNESCO Galatina, Il rito del tarantismo
Anche quest'anno il Club per l'UNESCO di Galatina in occasione della festa... Leggi tutto...
PERSONALE DELLA PIROGRAFISTA Silvana Bissoli
Sarei molto LIETA DI POTER CONDIVIDERE con te il cammino lungo i giorni della... Leggi tutto...
Associazione Nireo: concerti estate 2016: il calendario.
Seconda edizione della rassegna “Lecce Chamber Music Festival” in... Leggi tutto...
La mostra "Piante da Museo" è aperta fino al 30 giugno Muse...
La mostra "Piante da Museo" è aperta fino a l 30 giugno presso il Museo... Leggi tutto...
Home
Livres de chevet PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Venerdì 24 Giugno 2016 08:19

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 24 giugno 2016, pp. 44-45]


Ciò che state cominciando a leggere è un articolo di struttura frammentaria che si può considerare a un primo sguardo come una lista di consigli di lettura che non è la conseguenza dell’accogliere suggerimenti remunerativi di case editrici. Potrebbe forse essere così per qualche critico letterario di professione che ha rubriche settimanali sui giornali, come io non sono né pretenderei di essere; semmai è il desiderio di rendere più precisa l’abitudine recente della Biblioteca Comunale di Galatina di chiedere ai suoi utenti l’indicazione di suggerimenti di lettura ad altri lettori. Perché farlo? Beh! Leggere è un modo di nutrire la mente, per viaggiare anche se non con il corpo, per guardare in maniera prospettica al mondo sempre più in profondità. Sono seduto nella mia stanza ma nel leggere pagine appropriare è come se mi arrampicassi per i sentieri del Nepal, sulla Cordigliera delle Ande, o navigassi sul Reno, o sotto costa nei fiordi Norvegesi. Guardo dalla mia terrazza la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto ma allo stesso tempo dalle pagine inchiostrate posso entrare in Notre Dame, o passeggiare tra gli alberi di Schönbrunn. Scrive Nabokov in merito alla sua propensione a leggere: “Sono sempre stato un onnivoro consumatore di libri, e ancora oggi, come da ragazzo, la visione della luce di un comodino su un livre de chevet è una promessa di gioia e una stella che mi guida per tutta la giornata.”

Cominciamo, quindi.


1. Florian Ilies, 1913, L’anno prima della tempesta, Marsilio, Venezia, 2015.

È la storia di un anno, il 1913, un’esposizione di scene tratte da un tempo pieno di quieta incoscienza della guerra là da venire. Dodici capitoli, uno per mese, disegnano pittori, letterati, musicisti in un tempo elegante di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È un libro felice che incuriosisce, rinfranca, insegna.


2. Edgar Morin, La mia Parigi, i miei ricordi, Raffaello Cortina Editore, Milano,  2013.

Morin ripercorre con sguardo lucido il tracciato della propria memoria persa tra le strade di Parigi, che il padre, sefardita di Salonicco, sognava. Il racconto di Morin si snoda da poco prima della sua nascita nel 1921, ai piedi della butte Montmatre a oggi. È la testimonianza di un giovane novantenne che affronta il giorno con lo sguardo in avanti e che è stato ed è al centro del territorio dell’intellighenzia francese e del Novecento.

Leggi tutto...

Posso muovermi? – (23 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 23 Giugno 2016 10:10

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 23 giugno 2016]

 

Ho fatto due esami di maturità, perché al primo mi hanno bocciato. Ed era il primo anno in cui non si portavano tutte le materie, il 1969. Ricordo che contestai la prova di italiano (erano gli anni della contestazione). Era un tema sulla natura e argomentai che il problema era fittizio, sollevato per nascondere le guerre che affliggevano il pianeta, prima di tutto quella del Viet Nam. E anche per nascondere il problema della fame nel mondo. Il presidente della commissione si arrabbiò molto. Chi l’avrebbe mai detto che poi avrei passato la vita a studiare la natura! Poco dopo, Indira Ghandi, alle Nazioni Unite, disse che ci si preoccupava di più della sorte delle tigri che non di quella dei bambini che morivano di fame. Aveva letto il mio tema… pensai. L’anno dopo feci un solido tema di argomento letterario, scrivendo tutto quello che sarebbe stato di gradimento per un docente di italiano standard: dissi loro quel che volevano sentirsi dire. La provvidenza nel Manzoni, o roba del genere. Non mi era mai piaciuto studiare: sempre rimandato a partire dalla prima media. Bocciato due volte. Ma, arrivato all’Università, avendo scelto biologia, feci una scoperta inaspettata: era bello studiare! E all’improvviso mi ritrovai tra i primi, se non il primo. Se mi avessero fatto fare una prova di ingresso, come quelle che ci sono ora, probabilmente non l’avrei superata. Non la supererei neppure oggi, temo.

Comunque, non vi preoccupate, lo passano tutti l’esame di maturità! Il vero scoglio, oggi, sono le prove di accesso all’Università. Spesso organizzate in forma di quiz a risposta multipla. Davanti a una domanda come: Il nonno Tanino riempie con il contenuto di tre damigiane, 360 bottiglie da 0,75 litri ciascuna con vino liquoroso Marsala. Quanti bottiglioni da 1,8 litri riempirebbe con il vino di sei damigiane? mi vien voglia di prendere un mitra (meno male che da noi non si trovano facilmente) e uccidere nonno Tanino (e anche la mente malata che ha escogitato la domanda). Il destino di una persona viene deciso in base a una serie di domande di questo tipo.

Mi viene in mente Butch Cassidy, il film in cui Robert Redford impersona il famoso pistolero Sundance Kid. Un tale vuole assumere lui e Butch (impersonato da Paul Newman) e, per metterlo alla prova, lancia una moneta e poi gli chiede di impugnare la pistola e di colpirla. Il Kid prende la mira, e la sbaglia. Butch lo guarda incredulo. Il tale volta le spalle e se ne va, schifato. Posso muovermi? chiede il Kid. Aveva messo via la pistola. Il tale si volta e lui estrae fulmineamente e colpisce la moneta due volte di seguito, senza mirare. Sparo meglio quando mi muovo.

Questi maledetti test sono come la prima prova del Kid. La vita vera è come la seconda prova. Non è ingessata nei test. Non ci sono le “materie” e la conoscenza deve essere acquisita in modo ampio, senza i compartimenti stagni delle varie discipline. Bisogna riuscire a passare agevolmente da un argomento all’altro, collegando i vari fatti, in modo da ottenere effetti inaspettati. Senza deviazione dalla norma il progresso non è possibile, diceva Frank Zappa. Certo, per infrangere le regole è bene conoscerle. Ma non ci si può fermare lì. E se ti insegnano solo regole, senza mai fartele usare, uccidono la tua immaginazione. Per anni mi sono svegliato con l’ansia di cateti e ipotenuse. Ogni tanto riaffiorano le cicatrici neuronali di eifusiccomeimmobiledatoilmortalsospiro… Quante ore ho passato per cacciarmi in testa questa roba. Sempre controvoglia. Consiglio agli studenti: studiate quel che vi dicono di studiare, inutile farsi bocciare. Ma non lasciate che vi rovinino. Dovrete prepararvi ai maledetti test per l’Università. Lo so che sono assurdità, ma non rinunciate per questo. Se avrete la lungimiranza di scegliere un corso di laurea che soddisfa le vostre aspettative farete una scoperta sensazionale: studiare è una cosa bellissima. E non avrete mai voglia di smettere. A me, almeno, è capitato questo. Se mi avessero detto che avrei passato la vita a studiare l’avrei presa come una condanna all’ergastolo. E invece no. Imparare cose nuove è bellissimo, ed è ancora più bello assemblare le cose che si sono imparate in modo da costruire forme nuove di conoscenza. Assecondate le vostre inclinazioni e non arrendetevi di fronte alla stupidità dei test. Non arrendetevi rinunciando a sostenerli, e non arrendetevi facendo vostra quella visione del mondo.

Aumentare la vostra conoscenza deve essere l’aspirazione di tutta la vita. E qualunque cosa facciate, non smettete mai di cercare di migliorare.

Se poi, un giorno, vi capiterà di essere “dall’altra parte” non dimenticate mai quello che avete provato prima, da studenti. Il nonnismo è la peggior forma di vigliaccheria. Chi ha subìto angherie in una fase della vita, gode ad infliggerle ad altri, più deboli, come compensazione delle frustrazioni passate.

 


Nuove tragiche parole – (16 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 23 Giugno 2016 09:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 16 giugno 2016]

 

C’è bisogno di nuove, tragiche parole per definire l’uccisione di persone per appartenenza di genere. Uccidere omosessuali è un omocidio, legato all’omofobia. Uccidere donne è un ginecocidio, legato alla ginecofobia. Androcidio dovrebbe essere l’uccisione di un maschio perché maschio. Ma gli androcidi sono rari. Sono sempre maschi ad uccidere femmine e omosessuali, quando si uccidono tra loro non vogliono uccidere dei maschi, vogliono uccidere avversari. La guerra è cosa da maschi. Gran parte degli omicidi, di qualunque genere, sono compiuti da maschi “normali”. Il ruolo biologico dei maschi, oltre alla fecondazione, è di difendere il territorio e di cacciare, e questo ha marcato profondamente il loro comportamento, la loro indole. I maschi, a parte rare eccezioni, aspirano a ruoli di comando ma non controllano la riproduzione e questo li rende incerti riguardo alla trasmissione dei geni alle generazioni future. La madre è sempre certa, il padre no. Questa mancanza di “controllo” ha portato i maschi ad atteggiamenti vessatori nei confronti delle femmine. E’ relativamente recente l’abolizione del reato di adulterio femminile (quello maschile non era punito). Ed è altrettanto recente l’abolizione del “delitto d’onore” che prevedeva pene lievi per i maschi che uccidevano la moglie fedifraga. E ci sono paesi in cui le fedifraghe vengono lapidate e l’omosessualità viene punita con la morte. La sodomia è spesso ritenuta un peccato ripugnante, equiparato alla pedofilia. I maschi “veri” non amano essere abbandonati dalle proprie femmine, e sono disgustati da accoppiamenti tra maschi. La reazione mette in campo l’unico argomento di esseri intellettualmente “primitivi”: la violenza. I maschi abbandonati uccidono chi osa lasciarli. E si sentono offesi, i maschi, nel vedere maschi che non si comportano da “maschi”, probabilmente per esorcizzare proprie omosessualità latenti e considerate inaccettabili. Uccidono gli omosessuali per uccidere la propria omosessualità. E uccidono le femmine per uccidere la propria impotenza.

Ci sono sempre stati, gli omocidi e i ginecocidi. Hitler, oltre a sterminare ebrei, zingari e disabili, aveva pianificato anche lo sterminio degli omosessuali.

Paradossalmente, le donne e gli omosessuali sono più “forti” di chi uccide, hanno il controllo del proprio corpo e decidono di conseguenza, dimostrando un’autonomia intollerabile. E sono uccisi da vigliacchi, visto che le vittime di solito non sono attrezzate per rispondere alla violenza con altrettanta violenza.

Se lo sfigato che ha ucciso più di 50 omosessuali in Florida fosse entrato in un locale frequentato dagli Hell’s Angels probabilmente sarebbe finito crivellato di colpi dopo la prima raffica. In quel locale, invece, non c’erano individui armati (solo un poliziotto fuori servizio ha cercato di fermarlo, senza successo). Omosessuali e donne sono non-violenti. E i bulli se la prendono con chi non ha le risorse fisiche per metterli al tappeto al primo tentativo di prepotenza. Questa violenza è fortemente connaturata nel comportamento maschile, ha basi culturali ma ha anche basi biologiche (il testosterone). La tentazione sarebbe di armare femmine e omosessuali, addestrandoli a uccidere. Ma questo significherebbe arrendersi all’inferiorità maschile. I maschi sono potenzialmente pericolosi. E anche i più miti, in certe situazioni, possono agire in modo violento. La società si deve organizzare meglio per arginare questa tendenza e resistere alla tentazione, fortissima, di farsi giustizia da soli. Da maschio, mi verrebbe voglia di comprare una bella 44 magnum per far fuori tutti questi violenti… e, al primo dissidio con qualcuno, diventerei proprio come “loro”. Dobbiamo imparare a gestire le frustrazioni. I miti del successo e della gratificazione certamente non aiutano.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 165 - (15 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 20 Giugno 2016 08:45

Basta con i luoghi comuni. I giovani studiano più di prima


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 15 giugno 2016]


Uno dei luoghi comuni più comuni, una delle fantasie più fantasiose, è quella che i ragazzi, i giovani non studino. E’ un luogo comune, una fantasia, una fandonia. Innanzitutto studiano di più, anche solo semplicemente in termini di tempo, di quanto studiavano i giovani di trenta, quaranta anni fa, o generalmente i giovani di sempre, per un fatto di necessità. Perché, in altri tempi, con il diploma o al massimo la laurea si aveva la possibilità di entrare nei territori del lavoro e di attraversarli.

Invece, ormai da qualche decennio e negli ultimi tempi più che in ogni altro tempo, solo per tentare di entrare in quei territori servono le specializzazioni in ogni campo, servono i master, i titoli post laurea. Ecco il motivo per cui, volenti o nolenti, i giovani di adesso studiano di più.

Poi c’è una ragione generale di natura culturale che, indubbiamente, può in qualche modo fuorviare, generare equivoci, determinare apparenze che possono far confondere la sostanza. Si tratta di una ragione rappresentata dai metodi e dai mezzi che adottano per studiare, di cui gli adulti possono anche avere indiretta conoscenza ma di cui non hanno mai avuto modo di fare esperienza.

Una volta un ragazzo si chiudeva in una stanza, sprofondava in una versione di latino, un capitolo di filosofia, un problema di matematica, ci restava anche per ore e poi ritornava in superficie con una traduzione, la comprensione di un concetto, una soluzione. Il rapporto con l’oggetto da conoscere era esclusivo; un faccia a faccia, una sfida. Alla matematica, al latino, alla filosofia, si diceva: adesso a noi due. Qualche volta la sfida si vinceva, qualche altra volta si perdeva. Quando si perdeva si rinnovava, si cercava la rivincita. Più ci si concentrava e prima si vinceva. Uno si chiudeva in una stanza e tutto il mondo era fuori, lontano.

Anche adesso un ragazzo si chiude in una stanza, ma il mondo è tutto lì, in quella stanza. La versione, il problema, la dialettica hegeliana, sono parte di quel mondo, non cosa separata, altra. Non più un tu per tu, un faccia a faccia con quello che c’è da studiare, ma una rete di relazioni, anche complesse, una pluralità di prospettive, una moltiplicazione di richiami. Ora come allora, una sfida. Ora come allora si vince, si perde, si rinnova la sfida. Non una sfida a noi due: ma a noi. Molti. Tanti. Per una sfida così bisogna avere una più forte capacità di negoziare i significati.

Leggi tutto...

Presentazione di Lino De Matteis, Benvenuti nel Grande Salento! PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2015-2016
Domenica 19 Giugno 2016 09:00

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, lunedì 6 giugno 2016

 

Presentazione dell'Assessore alla cultura del Comune di Galatina, Daniela Vantaggiato, con un intervento del Sindaco di Galatina, Cosimo Montagna

 

Dim lights Download


Gli strumenti degli Angeli PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2015-2016
Domenica 19 Giugno 2016 08:51

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, sabato 28 maggio 2016

 

Lucia Rizzello (flauto),  Luigi Bisanti (flauto) e Gabriella Marra (violino) in concerto

 

Dim lights Download


Il senso di responsabilità nel fare meno figli - (12 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 15 Giugno 2016 11:15

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 12 giugno 2016]

 

E così la popolazione italiana ha smesso di crescere, per la prima volta dal 1917, l’anno di Caporetto. E tutti sono preoccupati. Domanda: ma quale potrebbe essere la popolazione ideale per il nostro territorio? Ottanta milioni? O cento? Ma se dovessimo arrivare a cento, poi ci fermeremmo? O continueremmo a crescere? E quindi diventeremmo centocinquanta, e poi duecento milioni? Perché i casi sono tre: o si continua a crescere, e si arriva a questi numeri, o ci si ferma, o si diminuisce. Se diminuire o anche solo fermarsi di crescere è negativo, è ovvio che si pensa che sia giusto continuare a crescere all’infinito. La crescita infinita degli economisti è condivisa anche dai demografi. Posso dirlo? E’ una castroneria pazzesca. In passato si moriva prima, e ora viviamo a lungo. In passato il tasso di analfabetismo era altissimo, e ora siamo molto più acculturati. I paesi che fanno tanti figli di solito sono poverissimi. Se si raggiungono livelli sociali alti, e le donne lavorano, è ovvio che si facciano meno figli. L’istruzione alle donne è l’anticoncezionale più efficace e, nel nostro paese, funziona perfettamente.

Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile spaventoso. Ma si chiede che si mettano al mondo sempre più giovani. Forse si pensa che se ce ne fossero di più allora ci sarebbe lavoro per più giovani? Si dice che sono i giovani a sostenere gli anziani, con i loro contributi. Intanto sono gli anziani che mantengono i giovani, con le loro pensioni. I giovani sono precari e non sanno se avranno mai una pensione. In questa situazione sarebbe semplicemente irresponsabile mettere al mondo dei figli. E, se si hanno gli strumenti culturali per non farlo, si rimanda il momento della riproduzione e ci si limita nel numero di figli.

Leggi tutto...

Buon viaggio nel villaggio PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Martedì 14 Giugno 2016 20:32

[Riportiamo di seguito la Prefazione all'ultimo volume di Paolo Vincenti, L'osceno del villaggio, Argomenti Edizione, Lecce 2016]

 

C’è sicuramente un mio piccolo ‘alter ego’, riconoscibile e forse neanche così piccolo, in Paolo Vincenti, scrittore ottimo, e congiuntamente poeta, per quel suo modo lieve e forte, e spesso anche lirico, d’osservare e raccontare il mondo e la vita: con cortesia e armonia, con acutezza, ma anche con ironico e sapido senso del gioco. Così come ho già fatto anch’io, e faccio ancora, forse più con la matita che con la penna, ma il concetto, infine, non cambia di molto.

Spero, e ne sono anzi certo, che l’accostamento gli sia gradito. D’altronde, l’avermi invitato a leggere/scrivere di lui lo comprova.

Più leggo Paolo, più egli evoca le mie mai perdute giovinezze e curiosità, con varie analoghe sperimentazioni letterarie di ieri come di oggi, sempre foriere di scoperte, conoscenze, sorrisi, conquiste e coscienza critica, proponendole intanto senza speciose accademie, per congenito e schietto piacere personale, e sempre congiunte al sanguigno desiderio di condividerle serenamente con il lettore, come in un incontro di festa.

 

Rabdomante di parole sorgive – quelle che servono per umettare appena la mente e il cuore, lasciando a chi legge ogni libero variabile completamento con le proprie modulazioni sentimentali – è Paolo Vincenti. Egli ha il pregio non comune di attrarre alla sua scrittura e alle sue folgoranti ispirazioni, chiunque vi si accosti, per volere o per caso, producendo un’istintuale commistione di emotività, curiosità e sapere, e rilasciando infine, tramite l’incanto delle parole, un senso quasi tattile di arricchimento e rigenerazione.

Una dovizia offerta a piene mani, generosa e sincera.

«La sperimentazione continua, forse un’ansia sempre insoddisfatta» – rivela Paolo – «mi portano a scrivere testi molto diversi fra loro, e rendono difficile riunire materiali eterogenei in una raccolta che abbia caratteri di organicità, unicità, completezza».

Mi permetto di dissentire. Proprio nella diversità ed eterogeneità io trovo, invece, una sorta di affascinante (e assai colto) fil rouge, che lega solidamente quei preziosi e pur dissimili appunti, osservazioni, riflessioni, arguzie o note di costume, elevandoli da misurati ‘frammenti’ a corposi ‘sentimenti’ di vita, in un’organica ed elevatissima testimonianza esistenziale-umanistica. Lo registra ampiamente questo libro perfetto (dal pregnante e caustico titolo L’osceno del villaggio), che a buon diritto si pone accanto alle opere migliori di altri autorevoli saggisti, scrittori e maestri di letteratura o di giornalismo moderno.

Leggi tutto...

Nuvola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Prete   
Lunedì 13 Giugno 2016 20:28

Un piccolo vetro-finestra dinanzi agli occhi, nella parte alta della parete, un riquadro forse trenta per trenta, che incornicia il cielo. Devo starmene immobile  per mezz’ora,  una gamba infilata nella scura macchina che sta eseguendo una risonanza magnetica al ginocchio. Non ho altro che quel fazzoletto di cielo da contemplare, e presto mi sembra moltissimo : infatti la nuvola muta colore e intensità, passando dal bianco panna al beige e virando subito verso un bianco lattiginoso, poi si dispiega in neve e ricade in un grigio chiarissimo, luminoso, per tornare a vestirsi ancora di un bianco leggero, festoso, prossimo al platino. La forma della nuvola segue un movimento di rapide modificazioni, si addensa come una duna chiara lasciando al margine destro una riva più tenue che lambisce una striscia di mare azzurro, poi si spinge fino a coprire quell’azzurro marino mostrando  qua e là pozze d’acqua celeste,  che presto copre con la sua bambagia, poi si sfrangia fino a dissiparsi in un velo disteso sopra un lago, per raccogliersi subito in un biancore intenso, spesso, confinante nell’altro lato, questa volta, con un mare nel quale si può vedere persino il frammento bianco di una vela, ma solo per un istante, perché velocissima  è la metamorfosi del frammento-vela in una figura informe riassorbita rapidamente dal corpo centrale della nuvola. Che a questo punto non è più quella della prima osservazione ma un’altra o forse un’altra ancora, e appare più leggera, anche più fuggitiva. Quest’ultima è ora una roccia innevata  che si leva sopra un torrente dalle acque cristalline, qua e là frante da grigi pietroni ben levigati, un torrente che improvvisamente s’allarga in un lago blu, e anche la roccia nevosa è scomparsa, perché un lenzuolo color sabbia ha coperto l’intera scena per cominciare anch’esso  a sfrangiarsi, a consumarsi in opachi sfilacciamenti. Nessuna ripetizione in quel che accade in quel quadrato di cielo nell’arco di mezz’ora, ma una incessante variazione di figure, impalpabili, lontanissime, che smentiscono l’immagine stessa cui alludono con un’altra immagine presto resa improbabile, sicché un cavallo si scioglie in una palma, una frotta di ragazzi in corsa lungo una riva  si trasforma  in una carovana di cammelli, una superficie lunare si sbriciola in cento acquitrini, un mantello di schiuma ricopre un pavimento di mattonelle cilestrine. M’accorgo che tutte le forme si acquietano in una immagine che sembra tornare con una certa frequenza : la nuvola che lambisce e corteggia un tratto di mare.  Forse perché il mare è specchio del cielo e la nuvola vede dalla sua altezza quel mare che non posso vedere io da questa stanza e neppure dalle strade che circondano questo edificio. La nuvola e il mare, che cosa passa nella loro distanza, nel loro specchiarsi? L’una sempre in fuga e dissipatrice di sé, l’altro inquieto nell’apparente stare, l’una figura della metamorfosi, l’altro dell’immensità, ambedue in dialogo con la lontananza, anzi rappresentazione stessa della lontananza. Su questo pensiero il rumore intermittente della macchina si ferma. Potrò uscire all’aperto, camminare sotto il cielo di fine agosto corso da bianche nuvole, guardare l’orizzonte collinare nell’abbaglio dello zenit, con i dorsi dei poggi punteggiati da cipressi.

 


Quel che posso dire… 19. Una città come la nostra, bella e antica… PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 12 Giugno 2016 06:03

["Il Galatino" anno XLIX n. 11 del 10 giugno 2016]

 

“Una città come la nostra, bella e antica, con la sontuosità architettonica risultante dai periodici cambiamenti di gusto, è un’unica grande testimonianza della capacità d’amare e dell’incapacità d’amare durevolmente. La superba sfilata dei suoi palazzi non rappresenta soltanto una grande storia, ma anche un continuo mutar d’indirizzo nelle opinioni. Considerata sotto questo aspetto, essa è una volubilità pietrificata che ogni quarto di secolo si è vantata in modo diverso di avere ragione per sempre!”.

Robert Musil, L’uomo senza qualità.


Camminare nelle strade della città, sopra l’asfalto e il mattonato dei marciapiedi e del centro storico, per le vie aperte tra le colate di cemento che ti chiudono da ogni parte – il cielo è alto ed è difficile tenere a lungo il capo sollevato -, significa fare esperienza dell’amore e del disamore degli uomini, conoscere i loro ripensamenti in un muro abbattuto e poi ricostruito, avere la prova visibile della loro dedizione in una casa ben curata e della loro trascuratezza in una abbandonata, della loro costanza o volubilità, ed anche, spesso, della loro umiltà o tracotanza.  Un edificio può essere il frutto d’un amore profondo oppure dell’ambizione e della vanità, dell’egoismo e dell’avidità, può ostentare il potere o costituire solo un riparo dalle intemperanze degli uomini e del mondo. Camminando per le strade della città si apprendono i sentimenti che prevalgono nella vita di tutti noi.

Pensiamo che la città sia sempre la stessa e invece siamo come quell’uomo che si risvegliò dopo ottant’anni e non capiva più la lingua dei suoi concittadini. Ricordo mio padre che alla fine della sua vita stentava a riconoscere la sua città. Ogni generazione cambia l’aspetto della città dov’è nata e dove ha operato, abbattendo e ricostruendo, spesso restaurando, mai lasciando le cose come le ha trovate. Pertanto, ci chiediamo: che cosa c’è di antico nelle nostre città?

Leggi tutto...

<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 232
Torna su