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Convocazione del Consiglio Direttivo UNIPOP Galatina di martedì 6 settembre 2016, h. 17:30.
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Il Salento, la sua lingua e un DNA ricco – (28 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 29 Agosto 2016 12:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 28 agosto 2016, p. 15]

 

Di mestiere faccio il linguista. Qualche sera fa ero nel centro di Lecce. Folle di fronte a Santa Croce, le guide spiegano e illustrano, i turisti ascoltano e naturalmente fanno mille foto con il telefonino. Sento risuonare pronunzie di regioni del sud, del centro e del nord Italia, frasi in lingue straniere si diffondono qua e là. Il plurilinguismo mi piace, l’ho detto altre volte, segnala l’incontro tra genti diverse. La città è animatissima, constato di persona quanto in queste settimane leggiamo e ascoltiamo nelle cronache dei media: tanti turisti italiani e stranieri scelgono il Salento per le loro vacanze. Va bene, ovviamente, anche se non tutto è semplice, il cambiamento comporta impegno. Classe dirigente e singoli cittadini, siamo chiamati a gestire l’importantissima partita: sviluppo sostenibile, come si usa dire, a cominciare dalle forme esterne e dal decoro. L’accoglienza si accompagni all’osservanza delle regole del vivere associato: tutti, abitanti del posto e turisti, si sappiano comportare. Centri abitati, strade, spiagge e campagne non siano luoghi sporchi e disordinati, profitto economico e bellezza debbono coesistere. Benissimo ha fatto «Nuovo Quotidiano» a scrivere in prima pagina, il 19 agosto, «Sole, mare vento e spazzatura: sulle strade il peggio del Salento»; e a insistere nel giorni successivi, non bisogna tacere. Non va molto meglio nel capoluogo, specie nelle periferie: la città è sporca. E spesso non va meglio in altre località del Salento, sono sporche. Tutto questo non succede a caso, le cause si individuano facilmente. Inciviltà dei singoli, certo; ma anche negligenza di chi dovrebbe pulire e menefreghismo di chi dovrebbe controllare, nonostante le tasse della TARI, altissime per il servizio reso. Non cito episodi incivili cui ho assistito di persona. Di questo parleremo, forse, in un’altra occasione.

Torniamo al punto di partenza. Il mio sguardo si sposta da Santa Croce a un palazzo sulla destra, un’insegna attrae la mia attenzione: «Palazzo Taurino. Medieval Jewish Lecce». Vi entro, è un museo sotterraneo che illustra un aspetto poco conosciuto della nostra storia, la presenza pluricentenaria degli ebrei in città. L’iniziativa si deve a un gruppo di cinque giovani che, animati da buona volontà, hanno realizzato una mostra permanente. Il percorso si snoda costeggiando la sala delle vasche, la sala del granaio, la sala del camino ed è accompagnato da pannelli e foto, c’è un video, in un angolo si vende cibo kosher (la cucina kosher è quella che rispetta i dettami della religione ebraica sull'alimentazione). Fabrizio Lelli, che insegna lingua e cultura ebraica nella nostra Università, ha fornito l’indispensabile consulenza scientifica.

Lo slogan che leggiamo sui pannelli luminosi diffusi in città recita: «Benvenuti a Lecce, capitale del barocco». È giusto, il barocco segna la nostra storia. Ma esistono, a Lecce e nel Salento, pezzi del passato non meno affascinanti. Il Salento preistorico offre una delle più grandi concentrazioni di dolmen e menhir d’Italia a Giurdignano, un piccolo centro vicino Otranto, vero giardino megalitico d'Italia. In tante diverse località è ben visibile il Salento messapico, greco, romano, bizantino con le mura, gli anfiteatri, gli scavi, le chiese, le cripte che archeologi e storici dell’arte con tenacia recuperano, studiano, sottraggono al degrado del tempo e molto spesso anche all’incuria degli uomini e delle istituzioni (quando la smetteremo di farci male?). Il Salento liberty si lascia ammirare con le dimore borghesi di Lecce lungo viale Lo Re e viale Gallipoli e con la sfilata maestosa delle Cenate (da Nardò verso il mare), dove ville in stile liberty si alternano ad altre barocche, ad altre ancora in stile moresco e ricche di motivi orientali, costruite per la maggior parte tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcune già nei secoli precedenti (trovo una citazione delle Cenate in un documento della fine del Quattrocento).

E c’è, ancora poco noto, il Salento medievale successivo all’anno mille, di cui oggi voglio parlare. Quella medievale è una storia di incroci, non di isolamento o di separatismo. Popoli diversi hanno avuto contatti, a volte pacifici a volte bellicosi e traumatici, con i nostri antichi progenitori: ebrei e bizantini, già citati; e normanni, angioini, catalani e castigliani; dalla costa di fronte sono arrivati i turchi con le armi (tutti conoscono il sacco di Otranto del 1480, ma non è l’unico assalto) e albanesi e slavi chiamati a lavorare. Erano continue le relazioni, vai e vieni, con altre regioni d’Italia: Napoli (la capitale del Regno), Firenze (il centro culturale più importante), Venezia (in piazza Sant’Oronzo a Lecce, sull’architrave del Sedile, è effigiato il Leone di San Marco). E poi rapporti con le altre zone del Sud estremo, continentale e insulare (la Sicilia e l’area calabro-lucana). La storia culturale della nostra terra nel Medio Evo è animata e multiforme, percorsa da scambi molteplici. Non si viaggiava per turismo: si spostavano di continuo, per le occasioni più varie, mercanti, notai, funzionari di corte, uomini d’arme, monaci, predicatori. Quella medievale non è una società immobile, come spesso sentiamo ripetere. Impariamo a leggere le tracce giunte sino a noi, non solo attraverso i monumenti e gli edifici, ma soprattutto studiando gli antichi testi. Le situazioni del passato si riverberano nei testi, tutto si riflette nella lingua.

Non sono passati molti anni da quando studiosi eccellenti ripetevano che una storia linguistica del Salento e della Puglia era di fatto impossibile per la scarsità della documentazione disponibile. Oggi sappiamo che questa pregiudiziale non è vera: censimenti accurati e nuove indagini hanno portato alla luce molti testi fino a ieri sconosciuti, numerosi e variati. Testi letterari e di contenuto enciclopedico, grammaticale, religioso, trattati di medicina e di veterinaria, statuti, inventari, documenti del mondo giuridico-notarile e dei conventi, testimoniano una cultura varia nei contenuti, fino alla vita quotidiana. Possiamo recuperare un enorme patrimonio di parole riguardanti oggetti d’uso comune e attrezzi di lavoro, utensili, arredi della casa, vesti, tessuti, ornamenti, recipienti, mestieri, materiali e tecniche di esecuzione, animali terrestri e pesci, indicazioni di misura e di peso, monete, anche campi astratti come colori, dignità e cariche, diritto, relazioni di parentela. I testi medievali documentano parole e forme moribonde o scomparse dai nostri dialetti odierni, preziosi. Così il passato si collega al presente.

Allo studio scientifico della nostra lingua antica si dedicano giovani capaci. Mi limito a citare due pubblicazioni recenti: 1. un trattato sulla peste, il Librecto di pestilencia (1448), scritto dal galatinese Niccolò di Ingegne per Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto (lo ha studiato Vito Castrignanò ed è stampato a Roma dal prestigioso Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Centro di studi orsiniani); 2. un commento al Teseida di Boccaccio, lo Scripto sopra Theseu re, compilato da un anonimo salentino negli anni ottanta del sec. XV per Angilberto del Balzo, conte di Ugento e duca di Nardò (lo ha studiato Marco Maggiore ed è stampato in Germania dall’editore de Gruyter in una collana di prim’ordine). I due ricercatori, formatisi nel nostro Ateneo, lavorano oggi in un Istituto CNR di Firenze.

Un mio amico tedesco, che conosceva bene e amava la nostra regione, mi disse una volta: «In Salento esistono tutte le condizioni per una stagione turistica che si estenda molto al di là dei mesi estivi. Puntate sui pensionati benestanti del Centro e del Nord Europa. Approfittando del clima mite, attirateli in primavera e in autunno, mostrate loro le meraviglie di cui è disseminata la vostra terra, puntate sulla cultura». Torniamo così allo sviluppo sostenibile e ben educato di cui parlavo all’inizio. Il guanto è lanciato, una nuova sfida potrebbe avere inizio.

 

 

p.s.: la serie estiva oggi finisce. Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Il mio sciopero contro l’università dove il merito non conta - (20 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 27 Agosto 2016 15:21

["La Stampa" e "Il Secolo XIX" di sabato 20 agosto 2016]

Lo stipendio dei professori universitari è bloccato da anni. Non è chiaro il motivo di questa punizione “a pioggia”, a fronte di continue dichiarazioni di valorizzazione del merito. In queste settimane sono state rese note le soglie di produzione scientifica che i singoli docenti devono superare per entrare in commissioni che valutano candidati alle abilitazioni a ruoli superiori. Un segnale forte. Chi non raggiunge le soglie non è ritenuto idoneo a decidere gli avanzamenti di carriera. Continuo a leggere, e scopro che posso fare domanda per far parte delle commissioni, sempre che la mia produzione scientifica superi la soglia. La supera. Ma non farò domanda. Andare in commissione significa far fronte a procedure bizantine in cui domina la compilazione meticolosa di verbali. E questa sarebbe l’incentivazione del merito? Mi aspettavo qualcosa tipo: questa è la lista di chi supera le soglie, da questa saranno estratti i commissari per le abilitazioni e per chi supera i livelli di qualità lo stipendio sarà sbloccato. Chi è sotto non andrà in commissione e il suo stipendio resterà bloccato. Mi aspetterei anche di più. Chi è sotto le soglie minime di qualità, oltre a non poter giudicare i candidati alle promozioni, non dovrebbe avere accesso ad alte cariche, come Rettore, Direttore di Dipartimento, Senatore Accademico. Per queste cariche l’asticella dovrebbe essere superiore rispetto alle semplici abilitazioni. Invece questi limiti non esistono, con il paradosso che a dirigere un’Università ci sia chi non è ritenuto idoneo a giudicare chi aspira a cariche superiori. Il “premio” per chi supera le soglie qualitative è di poter fare domanda per assolvere adempimenti burocratici. No grazie! In passato i professori sgomitavano per andare in commissione per piazzare i propri allievi. Sarebbe questo il premio? La mia personalissima protesta contro la disincentivazione del merito consiste nel sottrarmi agli incarichi burocratici, continuerò a privilegiare gli obiettivi rispetto agli adempimenti. Le tre missioni dell’Università sono: didattica, ricerca, rapporti con il territorio. La burocrazia non fa parte della nostra missione e, invece, sta diventando la parte preponderante del nostro lavoro. Con una vessazione burocratica che stiamo accettando con troppa rassegnazione. I concorsi non si dovrebbero fare. Ognuno dovrebbe scegliere chi gli pare. Poi le valutazioni (e non i verbali di un concorso) dovrebbero ratificare la bontà della scelta, con sanzioni anche su chi l’ha effettuata, in termini di blocco stipendiale, e di penalizzazione delle Università, in caso di scarso rendimento dei vincitori. Innescando una competizione tra Università per accaparrarsi i docenti migliori. Ora siamo a metà del guado. Valutiamo, ma poi? Lo stipendio di chi raggiunge i requisiti di qualità è identico a quello di chi non li raggiunge. E, ora, è bloccato per tutti. Lo stipendio di un mio omologo francese è doppio rispetto al mio.

Abbasso il latinorum, viva la scienza - (25 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 26 Agosto 2016 08:36

Ho studiato latino per dieci anni, tre di medie e sette di liceo (bocciato due volte) e riesco a leggere i testi delle lapidi, a volte. Ho passato ore della mia gioventù a cacciarmi in testa le declinazioni e la consecutio temporum, e mi sono sforzato di apprezzare la bellezza del periodo ciceroniano. Con una serie infinita di relative sorrette con scioltezza equilibristica da un solo verbo finale, con l’ipotassi che domina sulla paratassi. A me piaceva Cesare. Semplice, diretto. Ma no! Cesare è troppo facile. Lo leggi e capisci. Vuoi mettere Cicerone, dove non si capisce niente e ci vogliono ore per districare le frasi e gli incisi?

Entrato nel mondo della scienza, ho usato il latino, e ancora lo uso, per costruire i nomi degli animali che, con la nomenclatura binomia linneana, sono scritti in latino. E molte parole scientifiche sono di derivazione latina. O greca. Non ho studiato il greco (ho fatto lo scientifico) ma devo dire che con un buon dizionario etimologico non è difficile comprendere il significato di quelle parole. Nel frattempo mi ritrovo a usare l’inglese per comunicare con il resto della comunità scientifica. Quando ho iniziato a farlo ho incontrato difficoltà enormi. Scrivevo frasi troppo lunghe, con troppe relative, e bisognava leggere più volte quello che avevo scritto. Insomma, scrivevo come un burocrate che formula leggi artatamente incomprensibili, in modo da dar lavoro a schiere di avvocati. Manzoni prese in giro il latinorum di don Abbondio, e io avevo preso quel vizio. Mi ci vollero anni, e l’aiuto di un mio amico e collega londinese che lavorava al British Museum of Natural History, per scrollarmi di dosso quel fardello di verbosità. Lo imparai, anche, da Hemingway che scrisse: non scrivere mai nulla che non diresti a parole. O da Chandler. Nelle mie letture vacanziere ho ripreso gli scritti di Jerome K. Jerome e ho apprezzato la maestria del senso dell’umorismo inglese e dell’esilarante descrizione di come in letteratura si descrivano inutilmente i paesaggi. Saltavo le descrizioni dei paesaggi persino nei libri di Salgari, e Jerome finalmente mi spiega perché.
Insomma, sono contento di aver studiato latino, e di essere sempre stato rimandato e due volte bocciato anche per merito suo, ma se dovessi dire che ne è valsa la pena… bè, forse se mi avessero insegnato meglio l’inglese avrei avuto maggiori vantaggi. Anche l’inglese, ve lo assicuro, obbliga a ragionare e a ponderare quel che si dice e scrive, ma è una lingua che costringe ad evitare le ambiguità che con l’italiano arrivano quasi inosservate. Traducete in inglese e capite che non va bene. In più, dovunque vi rechiate nel mondo, se parlate inglese siete in grado di farvi comprendere, cosa che non mi risulta sia il caso per il latino.
Non riesco a trovare un’utilità nel conoscere fero, fers, tuli, latum, ferre (che ricorderò comunque fin sul letto di morte) e mi fa sorridere chi detiene questa conoscenza e poi non sa come funziona il proprio corpo, o un ecosistema. Perché le ore destinate ad apprendere queste cose sottraggono tempo ad apprenderne altre, tipo quelle che ho appena menzionato. Siamo il paese delle leggi incomprensibili e dei politici che parlano in modo incomprensibile, oppure di quelli che si rivolgono ai cittadini come se fossero bambini di quattro anni.
Insomma, da una parte concordo con Antonio Errico e Salvatore Settis che il latino abbia una qualche utilità, però chiedo come si possa ovviare alla abissale ignoranza scientifica che impera nel nostro paese, vittima di una visione della cultura che riduce la scienza a mera tecnica, esprimibile tutt’al più con una serie di teoremi, anch’essi imparati a memoria. Con grandi dichiarazioni che tutto questo “aiuti a ragionare”. Se servisse davvero a ragionare non avremmo attuato politiche economiche che hanno condannato agli stenti le generazioni future. Il compianto Umberto Eco ha decantato le meraviglie culturali che derivano dallo studio a memoria delle poesie. Ho passato ore e ore a cacciarmi in testa eifusiccomeimmobiledatoilmortalsospiro e davvero non riesco a trovare un motivo che giustifichi quelle ore rubate al divertimento adolescenziale. Mi direte: se ora scrivi libri e editoriali lo devi a quegli studi. Ma non è vero. Prendevo due di latino e nove di tema. Non sapevo perché, ma sentivo che quello che la scuola mi stava impartendo non corrispondeva alle mie aspettative. Poi, all’Università, ho iniziato a leggere i libri di Lorenz, Darwin, Mayr, Riedl, e di molti altri che a scuola non sono mai entrati. Ci ho messo del tempo per comprendere la differenza tra enunciati universali e enunciati esistenziali e a capire che Popper sbagliava a chiedere a tutta la scienza di formulare enunciati universali. Ci sono scienze che si basano su enunciati esistenziali e in esse vige la causalità multipla. Ma gli strumenti concettuali per capirlo non vengono forniti e basta uno Zichichi qualunque che dica che l’evoluzione non è una scienza perché non c’è l’equazione che la descrive e la prevede, e il ministro la toglie dalla scuola dell’obbligo. Dove, tra parentesi, non è mai stata insegnata davvero. Credo che i percorsi scolastici vadano radicalmente rivisti, per purgarli dalla visione culturale di Croce e Gentile. Non certo per sostituire poesie e teoremi con le tre I di berlusconiana memoria ma per dare strumenti critici alle giovani generazioni, in modo che non facciano gli errori delle generazioni precedenti. Che questo sia possibile con lo studio del latino, mi spiace, ma non è vero. Lo dimostrano i disastri perpetrati da politici e giuristi ferratissimi nelle dotte citazioni da Azzeccagarbugli.

 


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 169 - (23 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Giovedì 25 Agosto 2016 21:50

L'importanza del latino a scuola per imparare a comunicare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 23 agosto 2016]

 

Sono passati più di cinquant’anni. Ormai l’errore è diventato storia e per  molti aspetti ha cancellato la conoscenza della condizione preesistente all’errore. Era il giorno di San Silvestro dell’anno 1962.  Erano stagioni  di contrasti, di contraddizioni che scorrevano in superficie o sotterraneamente. Il boom economico qualche volta era realtà, qualche altra volta un’illusione. I paesi del Sud cominciavano a svuotarsi: restavano le donne e i bambini. Le città del Nord cominciavano a gonfiarsi di quartieri dormitorio. Il gelato costava venti lire e un quotidiano quaranta. Con trecento lire si poteva andare a vedere “Otto e mezzo” di Fellini e “L’eclisse” di Antonioni: nelle città.  Nei paesi c’era la televisione al bar e i film nella sala parrocchiale con la pellicola che misteriosamente si spezzava esattamente al punto in cui lei e lui si sfioravano le labbra nel tentativo di un castissimo bacio. In quell’anno usciva “La vita agra” di Luciano Bianciardi. Un catalogo di quello che sarebbe accaduto nel futuro prossimo prossimo. Un’analisi lucida e circostanziata dell’insorgente fenomeno del consumismo, il ritratto fedele e sconsolato di uomini e donne con gli occhi arsi della “febris emitoria”, che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone. Una fotografia sociologica della città che si trasforma in metropoli e diventa un luogo in cui non trovi le persone ma soltanto le loro immagini, il loro spettro, gli ultracorpi, gli ectoplasmi, esseri provenienti da dimensioni alienate, rabbiosi sempre.

Un appello accorato, un’esortazione alla salvezza. Scriveva Bianciardi: “Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, anzi a rinunciare a quelli che ha”.

Nell’ebbrezza del nuovo avanzante, l’errore sembrò una conquista, uno dei risultati del miracolo italiano, paragonabile all’utilitaria, al frigorifero, al televisore, ai supermercati, al cha cha cha. Ai quiz di Mike, alla settimana bianca, al panettone Motta.

Infatti l’errore arrivò come il panettone della vigilia di Capodanno. Era l’articolo 2 della legge n. 1859 del 31 dicembre 1962: Istituzione e ordinamento della scuola media statale. Una legge importante, senza dubbio, benedetta,  che però commetteva l’errore di destinare il latino ad insegnamento di integrazione dell’italiano in seconda classe ( e fin qui si potrebbe anche non eccepire completamente) e facoltativo in terza classe (e da questo punto in poi da eccepire ci sarebbe molto e forse tutto).

Il passo che ha portato il latino dalla condizione di insegnamento facoltativo a quello di insegnamento eliminato, è stato  spontaneo, leggero, forse anche aspettato e maturato nel tempo di quindici anni. Bastò che una legge del 16 giugno del ’77, che recava il numero 348, abrogasse quasi tutti i commi dell’art. 2 della legge precedente.

Il primo di gennaio di quell’anno c’era stata l’ultima puntata di Carosello. In aprile Dario Fo era tornato in televisione con Mistero Buffo. Sotto i banchi delle scuole della Nazione si leggeva furtivamente Porci con le ali di Rocco e Antonia uscito nel novembre dell’anno prima nella collana “Il pane e le rose” della Savelli.  Sui muri si scriveva: “Perché ti accontenti dell’azzurro se puoi avere il mare?”.

Forse in questo clima l’errore fu travestito da gesto di coerenza. Sembrò, forse, un ossequio doveroso ai tempi che cambiavano abito e portamento. Forse si pensò che così facendo si introducesse la scuola in una dimensione di modernità. Oppure, più semplicemente e più verosimilmente, si faceva espiare al capro più vecchio una colpa mai chiaramente sentenziata.

Ma nonostante il tempo che è passato e nonostante i radicali mutamenti culturali che in questo tempo si sono verificati, da più parti costantemente si ribadisce l’essenzialità del latino in un moderno processo di formazione anche, e forse soprattutto, in necessaria (indispensabile, ormai urgente) prospettiva di integrazione delle culture.

Qualche giorno fa su “La Repubblica” Salvatore Settis sosteneva che “Quel che serve è un vero rilancio del latino come palestra per le generazioni future, tenendo in conto anche le sue enormi potenzialità come piattaforma di intercomprensione fra le lingue romanze, gigantesco serbatoio linguistico da cui pescano anche le lingue germaniche e slave, apparato concettuale che favorisce la comunicazione fra le culture.

Il latino come dispositivo della memoria culturale, diceva ancora Settis, come versatile interfaccia multilingue, come ponte o viadotto verso altre culture. Il latino come lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. Questo, e non un’impalcatura di precetti, dovrebbe saper trasmettere la nostra scuola.

“Nostra”, cioè quanto meno europea.  Poi si chiedeva: “Questa Europa delle tecnologie saprà inventare una nuova didattica del latino che contribuisca all’intercomprensione culturale? E l’Italia, dove il latino è nato, avrà in merito qualcosa da dire?”.

Le dinamiche della comunicazione si fanno sempre più complesse.

Il confronto con il latino - e con il greco – comporta l’assimilazione graduale delle strutture sintattiche e formali dell’argomentazione; possedere quelle strutture vuol dire essere in grado di stabilire e gestire situazioni comunicative complesse.

Allora, se si pensa che l’errore sia stato quello di eliminare il latino dalla scuola media, si pensa anche  giusto, ma si pensa parziale. L’errore è strutturato nell’idea di formazione e di cultura che sta dietro e dentro l’eliminazione. Si pensa giusto ma comunque molto parziale anche quando si pensa che l’errore sia stato soltanto di tipo linguistico, correlato quindi all’apprendimento di una lingua. L’errore è relativo alla dimensione di una civiltà di cui una lingua è sempre l’elemento identificativo e speculare.

Non si studia il latino per imparare il latino. Si studia il latino per imparare tutto il resto.


Più è semplice più è bella la nostra lingua - (21 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Mercoledì 24 Agosto 2016 20:33

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 21 agosto 2016, p. 7]

 

Di mestiere faccio il linguista. Per i miei spostamenti lontano da casa di norma viaggio in treno, in bus o in aereo. Mi è più comodo, e inoltre m’illudo di contribuire al risparmio energetico usando i mezzi pubblici (ma non ne sono sicuro). Contrariamente al solito, una settimana fa ero in macchina in autostrada. Al termine della corsa, in prossimità della sbarra, mi fermo per pagare il pedaggio. Sulla colonnina leggo: «il pagamento del pedaggio si effettua dal lato dove opera l’esattore» e la scritta mi lascia perplesso, per varie ragioni: 1. non c’è nessun esattore, la postazione è vuota, non vi opera nessuno; 2. perché «si effettua», non sarebbe più semplice scrivere «si fa»? Comunque procedo, uso il bancomat, ritiro la ricevuta, la sbarra si solleva, passo, riprendo il mio viaggio.

Ma il pensiero torna a quella frase complicata e troppo lunga. Ricordo che qualcuno mi ha detto che sulle autostrade americane la scritta è «pay here»;  non avremmo potuto anche noi scegliere di scrivere «paga qui», non sarebbe stato più semplice? E poi, «si effettua»…, perché mai? Sulla vetrina di un locale leccese leggo: «l’ingresso si effettua dalla porta accanto», in un bar del centro storico c’è il cartello «non si effettua il servizio ai tavoli ». Non sarebbe più semplice scrivere «si entra dalla porta accanto» e «non si serve ai tavoli»?  Complicati non sono solo i gestori di quegli esercizi cittadini e della società «Autostrade per l’Italia» (mi pare si chiami così, non ho controllato). Ricordo che un annunzio di Alitalia un tempo recitava: «In caso di necessità un sentiero luminoso sul pavimento …». Una volta feci notare ad una hostess educata e solerte che il sentiero non poteva trovarsi che sul pavimento, non poteva certo essere collocato a mezz’aria o in alto sulla carlinga; lei mi rispose che l’avrebbe fatto presente a un suo capo, forse ha funzionato, oggi quell’annuncio è cambiato.

Mi viene in mente un famoso brano di Calvino intitolato L’antilingua, che racconta il seguente episodio (immaginario ma realistico, sembra vero). Un poveraccio è accusato di furto con scasso, avrebbe rubato un fiasco di vino da una bottiglieria. L’accusato dichiara: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». E il brigadiere registra la sua dichiarazione “ufficiale”: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

L’accusato per difendersi usa una lingua concreta, fatta di parole comprese da tutti: «cantina», «accendere la stufa», «fiaschi di vino», ecc. E il brigadiere traduce in una lingua burocratica e lontana, in una “antilingua”,  preferita perché sembra più importante rispetto alla lingua di tutti i giorni: «locali dello scantinato», «eseguire l’avviamento dell’impianto termico», «quantitativo di prodotti vinicoli», ecc.

Tutto questo non avviene per cattiva volontà, avviene per abitudine e per superficialità. E non ne risulta affetto solo l’immaginato funzionario di polizia, il fenomeno coinvolge segmenti estesi della popolazione, raggiunge anche chi si occupa professionalmente della lingua, perfino professori e giornalisti. L’antilingua consiste nel ricorrere a parole che sembrano solenni, più elaborate rispetto all’uso corrente, che per questo appaiono preferibili. Ma è vero esattamente il contrario, dobbiamo usare parole facili e comprensibili, migliorerà l’efficacia della comunicazione.

Su un piano diverso, non molto distante, si colloca l’abuso di frasi fatte e di stereotipi, adottati senza badare agli effetti che ne derivano, a volte addirittura comici. In un quotidiano nazionale del Nord alcuni anni fa lessi il seguente titolo involontariamente umoristico: «non piove da mesi e la Brianza è con l’acqua alla gola». Giuro che qualche tempo dopo in un quotidiano del sud (non il nostro, per fortuna) apparve: «non piove da mesi e la Puglia è con l’acqua alla gola». Quei titolisti non si copiano a vicenda, usano la lingua in modo improprio, ricorrendo senza badare a stereotipi linguistici, anche quando sono del tutto inadeguati. Non sfruttano le enormi potenzialità dell’italiano, si accontentano di «minestre riscaldate». Altre volte ho ricordato esempi reali, letti in altri articoli: «il cane, con un balzo felino…» e «i tre, benché calabresi, erano incensurati» (cronaca dell’arresto di tre individui sospettati d’una rapina in banca).

L’uso di espressioni meccaniche e ripetitive farcisce negativamente molte cronache giornalistiche e molti notiziari televisivi. Pensate agli «scafisti senza scrupoli» che traghettano sulle nostre coste migliaia di sventurati, ai «blitz» di polizia e carabinieri che invariabilmente  «scattano alle luci dell’alba», alla «morsa del gelo» (puntualmente segnalata dalla «colonnina di mercurio»), che a volte d’inverno ci «attanaglia», specie quando le nostre città sono sepolte da una «coltre di neve». Oppure, «cambiando decisamente argomento», pensate al «transatlantico», dove parlamentari del «cerchio magico» o del «giglio magico», spesso «raggiunti da avvisi di garanzia» oppure sospettatati di attività sottoposte «al vaglio degli inquirenti» («le indagini sono a 360 gradi»), invece di occuparsi dell’«interesse nazionale» si dedicano al «teatrino della politica». O infine, e così «voltiamo definitivamente pagina», veniamo dettagliatamente informati sul «lato B» di molte signore e signorine, non solo quello prototipico di Pippa Middleton, la bella sorella di Kate, «balzata agli onori della cronaca» durante le «nozze del secolo», la «cerimonia da favola» con la quale la sorella ha «impalmato» l’«affascinante/atletico principe William».

Alcuni anni fa Ornella Castellani Pollidori, che ha insegnato a Firenze, per definire questa lingua intessuta di formule consunte e vuote, e perciò stesso vaghe,  coniò l’espressione “lingua di plastica” (una variante più diffusa dell’“antilingua” di Calvino). Ci invitava a diffidare dei luoghi comuni linguistici che hanno scarsi margini di precisione, sono poco aderenti alla realtà e alla specificità delle cose e quindi risultano incapaci di esprimere esattamente il nostro pensiero. Peggio, sono fastidiosissimi.

Ricordate il dialogo di Palombella rossa, il film di Nanni Moretti.  All’intervistatrice che usa frasi come «matrimonio a pezzi», «rapporto in crisi»,  «è così kitsch», «io non sono alle prime armi», «il mio ambiente è molto "cheap"», «ma lei è fuori di testa!», il protagonista reagisce aggressivamente: «Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere...?», «ma come parla?», «Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!» fino alla conclusione, che mi sento di sottoscrivere: «Chi parla male, pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!».

Le parole valgono, senza dubbio. Un video, che ha come protagonista la giovane attrice Angela Curri, gioca in maniera divertente sull’uso ripetuto della parola «carino» per descrivere cose, circostanze, luoghi e contesti differenti. Il video ha grande successo anche in rete, è virale (come oggi si usa dire). L’attrice, con diversi toni di voce, usa  «carino» quando vede passare un bel giovane palestrato, quando un signore le cede il posto in autobus, quando commenta un film che le è piaciuto, sospira «che carino» quando abbraccia affettuosamente un cucciolo di cocker, sussurra «carinissimo» quando ammira il panorama dei sassi di Matera. Alla fine si ravvede e capisce che non tutto è semplicemente «carino», termine consunto che non può valere per definire cose o fatti così diversi. La nostra lingua possiede altri aggettivi, che possiamo variare a seconda delle circostanze: «magnifico», «emozionante», «sconvolgente», «eccezionale», «splendido», «grandioso», «fantastico», «bellissimo». Si tratta di una intelligente campagna pubblicitaria a favore del Vocabolario Treccani, potrebbe valere in generale per altri vocabolari pure eccellenti (per fortuna ve ne sono: De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli). Il video si chiude con uno slogan semplice ed efficace: «Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre 250 mila, usiamole».  La campagna si concentra opportunamente sulla ricchezza della lingua italiana e sulle sfumature dei termini che la compongono.  L’obiettivo è condivisibile: spingere tutti noi, indipendentemente dalla nostra attività o professione, ad ampliare e diversificare il nostro lessico quotidiano.

Non bastano le 500 parole (più o meno) che parrebbero sufficienti per le necessità elementari della vita quotidiana: ne risulterebbe appiattita e manichea la visione stessa del mondo. Disporre di un lessico ampio non è un lusso per pochi: la ricchezza lessicale consente di elaborare i concetti, semplici e anche complessi, trovando le parole adeguate per poterli esprimere.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 173 - (23 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 23 Agosto 2016 22:09

Buona occupazione?

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 23 agosto 2016]

 

L’ultimo Rapporto Istat certifica un leggero aumento del numero di occupati e una contestuale riduzione del numero di inattivi. Il tasso di occupazione aumenta di un punto percentuale, mentre il tasso di disoccupazione (contabilizzato come rapporto fra numero di disoccupati e totale della forza-lavoro) aumenta, raggiungendo l’11.6%. Sembra una notizia positiva e ovviamente il Governo ha il massimo interesse ad attribuirsene il merito. E “fatti, non parole” è stato il commento del Presidente del Consiglio. E’ tuttavia necessario comprendere più a fondo cosa ha portato a questo risultato e se questo risultato va effettivamente considerato positivo.

1. Contrariamente alla tesi governativa, il Jobs Act non ha avuto alcun ruolo. La riduzione degli sgravi contributivi per le assunzioni con contratti a tutele crescenti – misura prevista in quel provvedimento -  ha generato, come ci si attendeva, un aumento dell’occupazione precaria. In tal senso, prima di salutare i dati ISTAT come un clamoroso successo del Governo, è necessario interrogarsi sulla tipologia dei nuovi contratti di lavoro. Non si può considerare un successo l’aumento dell’occupazione precaria soprattutto da parte di un Governo che ha scommesso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato. Peraltro, è ragionevole attendersi che molto difficilmente questo obiettivo verrà raggiunto, dal momento che, nelle condizioni date, l’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato (ovvero la somministrazione di contratti a tutele crescenti) si rende possibile solo mediante gli sconti fiscali che il Governo asseconda alle imprese che assumono con questa tipologia contrattuale. Di quante risorse il Governo potrà disporre per le decontribuzioni negli anni a venire? A quanto pare, di risorse di entità decrescente, come i fatti stanno a dimostrare: gli esoneri contributivi al 100% sono stati esauriti nel dicembre 2015.

2. ISTAT certifica che l’aumento dell’occupazione ha riguardato soprattutto (se non esclusivamente) individui di età superiore ai cinquanta: più in dettaglio, si è ridotta l’occupazione nella fascia d’età compresa fra i 35 e i 49 anni (111 mila unità). Ciò che verosimilmente è accaduto è che, in virtù di una legislazione pensionistica sempre più stringente, una platea ampia di lavoratori si è trovata nelle condizioni di posticipare l’età del pensionamento. Anche in questo caso, non sembra di poter fare riferimento a un successo del Governo. Semmai, se l’effetto è quello qui individuato si tratterebbe di un insuccesso.

3. Trattandosi di variazioni di entità modesta, occorre anche tener conto delle metodologie di stima utilizzate dall’ISTAT e di quelle utilizzate da altri Istituti di ricerca. EUROSTAT, in particolare, certifica che il tasso di occupazione in Italia è fra i più bassi nel confronto con altri Paesi dell’Eurozona, con una differenza di circa 10 punti percentuali. E che solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore al nostro. In più, la valutazione sull’andamento del mercato del lavoro italiano cambia radicalmente di segno, rispetto a quella governativa, se si guardano le serie storiche, dalle quali risulta che il numero di occupati nel II trimestre 2012 (Governo Monti) ammontava a 22.706.000 unità e nel III trimestre 2015 (Governo Renzi) a 22.645.000 unità;

nel II trimestre 2016 (Governo Renzi) a 22.546.000 unità.

A ben vedere, il fatto che l’occupazione, se effettivamente è aumentata, è aumentata in misura modesta riguardando prevalentemente lavori precari si spiega bene considerando che il quadro macroeconomico non si è affatto modificato negli ultimi mesi.

In particolare, la dinamica degli investimenti privati ha continuato a essere di segno negativo rispetto agli scorsi anni. In più, le esportazioni nette, nel corso dell’ultimo anno, non hanno contribuito a far crescere la domanda, anzi. Su fonte ISTAT, si registra, per il 2015, una contrazione del saldo commerciale dai 5.3 miliardi dell’ottobre 2014 a circa 4.8 miliardi dell’ottobre 2015. Ciò è accaduto fondamentalmente a ragione del pur modesto aumento del tasso di crescita, che si è immediatamente tradotto in un rilevante aumento delle importazioni. La pressoché totale dipendenza del nostro settore produttivo dall’acquisto dall’estero di prodotti energetici, di beni strumentali e di prodotti intermedi ha prodotto una crescita delle importazioni nell’ordine del 5%. In secondo luogo, è continuato, nel periodo considerato, l’aumento dei risparmi per motivi precauzionali. Si tratta di un fenomeno tipicamente associato a un aumento dell’incertezza, che, nel contesto attuale, è in larga misura dipendente dal continuo aumento della disoccupazione giovanile e dei tassi di inattività, nella sostanziale assenza di ammortizzatori sociali. In altri termini, le famiglie italiane hanno reagito e reagiscono alla bassissima probabilità per i loro figli di trovare occupazione trasferendo loro reddito, ovvero sostituendosi allo Stato nell’erogazione di sussidi; il che, sul piano macroeconomico, si traduce in riduzione della domanda e conseguente riduzione dell’occupazione. In più, su fonte ISTAT, l’indice di fiducia di imprese e consumatori ha continuato (e continua) a ridursi certificando che né gli investimenti né i consumi sono (e saranno nel breve periodo) in aumento.

Va detto che il 2016, per il mercato del lavoro italiano, andrà ricordato come l’anno del boom dei voucher, con un incremento, su fonte INPS, del 43% rispetto al 2015. Si tratta di “buoni lavoro” di 10 euro per prestazioni saltuarie e occasionali. Evidentemente, anche per questa ragione, occorre essere molto cauti nell’affermare che il mercato del lavoro italiano dà segni di miglioramento. Ciò che di certo si può affermare è che non si sta andando nella direzione auspicata dal Governo di creazione di “buona occupazione”.


Lasciamo che l’uso perfezioni e modelli le parole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Gigi Montonato   
Lunedì 22 Agosto 2016 08:21

[“Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 285 - agosto 2016, p. 6]

 

Uno dei primi seminari di aggiornamento per giornalisti a Lecce, in osservanza della Legge Severino, fu dedicato al rispetto del femminile nella comunicazione giornalistica (Lecce 2015). Il tema ormai è noto. Tutti i nomi che indicano i titolari di mestieri, professioni, cariche, una volta ad uso esclusivo o quasi del maschile, vanno sic et simpliciter volti al femminile, secondo le circostanze. Avvocato? Avvocata! Notaio? Notaia! Commissario? Commissaria!

Per i nomi maschili che finiscono con vocale diversa dalla "o" basta cambiare l’articolo che li precede:   "il presidente" per il maschile?  "la presidente" per il femminile!

Questo è il trend anche nella comunicazione orale, quotidiana e popolare. Direi anzi che in questo genere di esercizio il popolo è ancora più pronto alle trasformazioni perché non si preoccupa d’altro se non di farsi capire nell’immediato. Nei soprannomi, che è il regno della comunicazione popolare, spesso il cognome  "Barone" diventa "barona" se indica una donna.

Dello stesso parere sono i linguisti. Del resto è l’uso che comanda, contro di esso non valgono ragioni. Già Orazio nella sua Ars poetica ribadiva che tutto nel parlare dipende dall’uso: “si volet usus, quem penes arbitrium est, et ius et norma loquendi” (Epistula III, Ai Pisoni, 71-72).

Ovvio che non si toccano quei nomi che per tradizione hanno il loro consolidato femminile, come, per esempio, professore/professoressa.

Ma è poi vero che la questione sia così semplice? E se invece del  "capo", che è stato sempre maschio per indicare il responsabile generico di un’azienda, di un’impresa o di una banda, si deve indicare "la capa"? Francamente suona male.

Ma il problema non si esaurisce ai soli nomi maschili che per tradizione al femminile suonano male. Dire "un politico", per indicare un uomo che si occupa di politica o ricopre cariche politico-amministrative, va benissimo. Ma se il politico è una donna? Si viene meno ad immediatezza e chiarezza se si dice "una politica"; qui non si intende immediatamente una donna che sta in politica, ma una particolare filosofia politica. Se poi usiamo questo nome al femminile plurale è ancora peggio. "Le politiche" non sono donne che stanno in politica, ma i diversi approcci metodologici nell’affrontare problemi politici relativi a vari settori della pubblica amministrazione per raggiungere determinate finalità.

E, allora, che fare? Non ci resta che affidarci ad Orazio e lasciamo che l’uso faccia quello che in altra sede fa la natura, che non sbaglia mai e non fa mai nulla a caso.


Chi ama il mare deve rispettare anche le patelle - (15 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 21 Agosto 2016 09:02

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 15 agosto 2016]

 

Il Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo, intitolato a Pietro Parenzan, suo fondatore, ha compiuto 50 anni e le celebrazioni sono ancora in corso. Un traguardo importante, visto che la biologia, all’Università del Salento, è iniziata proprio da questo nucleo marino. In questi giorni compie un anno una nuova struttura sorta a Tricase Porto: Avamposto Mare. Realizzata dal CHIEAM di Bari, con il supporto dell’Associazione Magna Grecia Mare e del Comune di Tricase, l’Avamposto viene utilizzato dall’Università del Salento e da altre Università per corsi estivi e per la realizzazione di tesi di laurea magistrale. Il corso di laurea in Coastal and Marine Biology and Ecology attira studenti da tutta Italia e i primi laureati con tesi ad Avamposto mare hanno iniziato qui il loro cammino nel mondo della biologia marina. La settimana scorsa in tre hanno presentato il loro lavoro ad Avamposto Mare ad una platea composta da pescatori, bambini, ricercatori, studenti e docenti liceali e altri, incluso il sindaco di Tricase. Francesca, che viene da Catania, ha raccontato del suo lavoro su una specie che nessuno aveva mai visto prima, una specie nuova. Si tratta di uno pterobranco (mai sentito, eh?) un nostro antico antenato che vive in piccoli tubicini attaccati a colonie di briozoi (altri animali sconosciuti ai più). Il genere è Rhabdopleura e sarà Francesca a decidere che nome dare alla specie. Ci sono ancora specie sconosciute, proprio sulla porta di casa nostra, a saperle cercare. Valerio, abruzzese, e Jessica, milanese, stanno facendo l’inventario delle specie di Tricase. Ne hanno già catalogate centinaia. Le prendono di fronte ad Avamposto Mare, le portano in laboratorio, le allevano e le osservano, e poi le ributtano in mare. Sono aiutati da una banda di bambini che hanno una voglia atavica di imparare, e dai pescatori che assecondano con un sorriso la loro voglia di ispezionare quel che resta nelle reti, dopo che tutto il commestibile è stato estratto. Avamposto Mare è strumento indispensabile per il corso di biologia marina in inglese (è l’unico in Italia), e il Comune ha messo a disposizione il vecchio asilo di Tricase Porto, oramai inutilizzato, come foresteria per gli studenti. I genitori di questi ragazzi arrivano per vedere come se la passano, per festeggiare le loro lauree, e riempiono le camere del villaggio dei pescatori, e i ristoranti. Si crea un circolo virtuoso dove la vita semplice diventa una rara ricercatezza, dove la voglia di conoscere la natura non è un vezzo infantile, ma diventa cultura.

Intanto, il movimento che vuole realizzare un’Area Marina Protetta tra Otranto e Santa Maria di Leuca sta prendendo forza. I sindaci hanno capito l’importanza del patrimonio naturale e si stanno attivando per preservarlo. L’Università del Salento ha già lavorato molto sulle Aree Marine Protette in tutta l’area mediterranea, con il coordinamento di progetti di rilevante interesse nazionale e di progetti europei. Abbiamo le conoscenze per aiutare le comunità locali in questo percorso. Ricerca e didattica si completano a vicenda e si integrano in un territorio che finalmente “ha capito”. Quando, cinquant’anni fa, Parenzan iniziò a lavorare a Porto Cesareo la natura era davvero nella sua forma migliore. Poi ci fu l’abusivismo, lo smantellamento delle dune, l’uso dissennato della costa, lo scempio della pesca dei datteri di mare e del turismo selvaggio, che abbandona rifiuti sulle spiagge. Erano i tempi della fiera opposizione alle Aree Protette. Oggi sono i sindaci a chiederle e una nuova cultura sta prendendo piede. Ci vorranno altri cinquant’anni, e forse più, per tornare in condizioni accettabili, ma la strada è tracciata. Anche se ogni giorno nuove minacce si profilano: dai bivacchi festaioli sulle spiagge, alla raccolta di cetrioli di mare (le oloturie) che vengono spediti a tonnellate in oriente, depauperando i nostri fondali.

Il contributo dell’Università allo sviluppo di una cultura rispettosa dell’ambiente si traduce nelle migliaia di laureati che abbiamo prodotto negli ultimi 30 anni e nei quali abbiamo cercato di inculcare alcuni principi fondamentali. Non sono tutti fanatici come Francesca, Valerio e Jessica (e i loro docenti) ma conoscono, si spera, l’importanza del rispetto per la natura. La battaglia più grande richiede l’affermazione della consapevolezza dell’importanza del patrimonio naturale. Intanto, dagli scogli dove osservo le salpe che brucano le alghe della battigia sono sparite le patelle. Tre individui dotati di coltello le hanno staccate tutte, molto meticolosamente, cibandosene avidamente, come i cercopitechi fanno con i datteri. Le avevo viste crescere in questi mesi e ora… tutto da rifare. Una specie di patella, la più grande, sta correndo il rischio di estinguersi proprio per la raccolta eccessiva. Intendiamoci, se stessi morendo di fame ucciderei l’ultimo panda e me lo farei arrosto. Ma quei tre non stavano morendo di fame. Come spiegargli che le patelle sono importanti senza correre il rischio di essere presi a male parole? La strada è ancora lunga, e noi non ci arrendiamo. L’Università serve a questo: far evolvere la cultura, sperando di contribuire a migliorare le cose.


Il mosaico favoloso del monaco Pantaleone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 20 Agosto 2016 07:44

Racconto di Ferragosto

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 15 agosto 2016]

 

Si svegliò di soprassalto, madido, impaurito, con un tremore nelle braccia, il cuore che impazziva, come se un demone lo avesse visitato in sogno, come se una visione terribile gli avesse alterato il senno.

Si sedette sul giaciglio. Stranito. Frastornato. Con lo sguardo spalancato  dentro il vuoto.

Aveva visto tutto in un istante.

Nell’istante di un sogno aveva visto l’opera compiuta, il mosaico che non aveva ancora cominciato, che da anni e anni pensava, ripensava, lo aveva visto tutto dentro il sogno. Sontuoso. Magnifico. Perfetto.

Uscì dalla cella.

Cercò di evitare i confratelli.

Sulla soglia l’abate gli chiese del mosaico.

Glielo chiedeva ogni mattina prima che scendesse a Otranto.

Glielo chiedeva ogni sera quando risaliva. Come a ricordargli che per quell’opera di bellezza e di passione, di misericordia e di magia, lo aveva dispensato da ogni altro uffizio.

Pantaleone rispose che gli serviva tempo ancora.

L’abate lo guardò, perplesso, sospettoso. Gli chiese quanto tempo ancora gli serviva.

Pantaleone rispose che non lo sapeva. Tempo, disse, tempo. Il disegno era squilibrato, approssimativo.

Così rispose. Poi  s’avviò per il sentiero.

Cresceva un’alba cremisi nell’afa densa e greve del giorno di mezzo agosto, nell’aria soffocata  dall’ odore di mortella, straziata dallo stridio delle cicale.

Mentre scendeva si voltò a guardare l’abbazia.

S’era fatto monaco lì, a San Nicola di Càsole.

In quel luogo di preghiera e di sapienza.

Lì, tra i volumi di ogni genere della biblioteca, si era figurato le immagini del mosaico, le forme,  le storie, i simboli, gli enigmi.

Entrò nella cattedrale già inondata dalla luce del mattino acerbo.

Scese nella cripta. Prese il foglio riposto dietro una colonna, lo dispiegò per terra. Lo fermò con le pietre agli angoli.

All’abate aveva mentito. Per questo avrebbe fatto penitenza, si disse.

Il disegno era pronto, definito nel suo complesso, nei particolari.

Guardò l’Albero della vita. Le figure di Adamo e di Eva, del serpente. Il Leviatano che inghiotte la lepre, l’antilope, il centauro, l’unicorno, re Salomone, la Regina di Saba, il leopardo, l’ariete, la sirena, l’asino che suona la lira, Sansone che lotta contro un leone, il drago alato che stritola un cervo, re Artù a cavallo di un caprone, il Diluvio Universale, la Torre di Babele, Alessandro Magno portato in cielo dai grifoni, e poi figure d’uomo e d’animale, e poi le Erinni, Satana, Caronte.

Era tutto lì, in quel disegno,  in quel delirio sapiente di forme.

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Incertezze linguistiche - (14 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 19 Agosto 2016 09:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 14 agosto 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Leggiamo queste frasi: «una gran quantità di persone ... parlano italiano»; «una serie di verifiche…non avevano dato alcun esito»; «ringrazio inoltre il personale delle biblioteche di […] per la loro pazienza e competenza»; «oggi sono colpita che di quanto accadde io non mi feci una ragione plausibile»; «complementarietà». Badate ai grassetti, segnalano l’uso improprio o errato della lingua italiana. Elenco i fenomeni. Accordo tra soggetto singolare e verbo plurale nei primi due casi (da evitare ma è frequente, se il nome collettivo [quantità, serie] è seguito da di + nome plurale); accordo tra sostantivo singolare e agg. possessivo plurale nel terzo caso (sbagliato); uso di che “polivalente” nel quarto caso (improprio); dittongo «ie» nell’ultimo (sbagliato. Si deve dire complementarità, senza dittongo. Come interdisciplinarità, pecularità, singolarità, e così via).

Questi esempi si leggono in scritti scientifici di miei colleghi (di tutt’Italia, non salentini). Linguisti, filologi e letterati di professione quando scrivono a volte si distraggono e usano impropriamente la lingua, sbagliano addirittura. Confesso. Per curiosità e per civetteria ho raccolto svarioni linguistici commessi da professori universitari nella redazione di articoli scientifici. Sembra un’iniziativa perfida, ma non lo è. Assicuro che non ho mai usato (né mai userò) quei  materiali per un giudizio pubblico o per un concorso; né mai rivelerò i nomi dei miei colleghi in difficoltà. Tutto è consegnato ad un file segreto che mai nessuno conoscerà, a parte me, neppure sotto tortura.

Bando all’ironia, poniamoci domande serie. Come può accadere che scriventi che dovrebbero conoscere bene la nostra lingua, commettano errori? Lo scritto dà modo di riflettere, se sbagli e te ne accorgi puoi rimediare. Allora potremmo pensare che i fenomeni elencati prima non siano dovuti a semplice distrazione, c’è qualcosa che sfugge, al di là delle statistiche apparentemente positive. In teoria, i numeri che indicano quanti nostri concittadini siano in grado di usare correntemente l’italiano (i cosiddetti italofoni, mi scuso per il tecnicismo) sono confortanti. Per secoli siamo stati un paese politicamente e linguisticamente disunito, con una ridotta percentuale di italofoni. Gli altri, la maggioranza, quasi tutti analfabeti, possedevano solo il loro dialetto, comunicavano solo con quello. Questa situazione era normale nella società dei secoli passati, di tipo agricolo-pastorale e con scarsa mobilità. Poi, dopo l’unità e ancor più dopo la seconda guerra mondiale, tutto è cambiato. Gli anni del “miracolo economico” hanno prodotto un “miracolo linguistico” non meno importante, l’italiano è progressivamente diventato la lingua di tutti, per la prima volta nella storia. Fattori socio-economici sono alla base di questo risultato straordinario, a partire dall’aumento dell’istruzione scolastica: dal 1979 ad ogni cittadino si garantiscono otto anni di istruzione obbligatoria, siamo per questo un paese avanzato. E oggi, secondo le statistiche, il 94% degli italiani è in grado di usare l’italiano, lingua viva percorsa da innovazioni e mutamenti che a volte ci lasciano perplessi.

Non tutto è risolto: possediamo la lingua ma siamo incerti sul suo uso, dubbi di lingua tormentano chi parla e chi scrive. Perché tanta incertezza? La spiegazione è presto data: in passato cerchie ristrette di letterati e di grammatici indicavano la strada linguistica da seguire e fornivano l’esempio da imitare. Oggi tanti modelli si confrontano, i mezzi di comunicazione amplificano usi diversi: un conduttore televisivo, un politico, un calciatore, una velina parlano ognuno a proprio modo e possono influire moltissimo sul comportamento (anche linguistico) di milioni di individui.

Vengono alla ribalta della lingua forme e usi nuovi, diversi da quelli tradizionali. Ricordiamo con tenerezza, ci appaiono ingenue, alcune frasi che nel 1990 il maestro elementare Marcello D’Orta registrò nei temi dei suoi scolari napoletani e poi pubblicò in un libro di successo, «Io speriamo che me la cavo» (se ne fece anche un film, protagonista Paolo Villaggio): «Mio padre non so quanti hanni ha, però non è troppo vecchio: un poco è anche giovane!»; «Al Nord il maltempo è sempre cattivo, piove e nevica sempre, le persone si svegliano umide».

Oggi si sente e si legge molto di più, si diffondono prepotentemente strutture diverse da quelle tradizionali. Dappertutto troviamo frasi segmentate, con dislocazione e ripresa del tipo: «il libro, l’ho letto»; «il giornale, lo compro io»; o anche: «l’ho letto, il libro»; «lo compro io, il giornale». Riflettete: queste frasi sono diverse dalle semplici «ho letto il libro» e «compro il giornale», mettono l’enfasi sull’azione, è come se dicessero «stai sicuro, ho letto davvero il libro» e «non comprare tu il giornale, ci penso io». Abbiamo periodi spezzati del tipo: «l’università, quel professore non se ne cura proprio»; «io, non mi piace la panna». Sono sintatticamente impropri, ma comunicano efficacemente. Perfino Manzoni una volta fa parlare così la monaca di Monza, incuriosita dalle vicende di Lucia: «Padre guardiano […], lei sa che noi altre monache, ci piace di sentire le storie per minuto». È il più famoso anacoluto della nostra storia letteraria, ma è efficace. Lo sapeva Lucio Dalla, quando cantava: «e si farà l’amore, ognuno come gli va».

Abbiamo visto prima un esempio di che polivalente, nello scritto di un professore. Eccone altri, in cui che sostituisce altre congiunzioni. Con valore finale (affinché, perché): «vieni che ti do un bacio» (un ragazzo che dicesse alla sua bella «vieni affinché io ti dia un bacio» riceverebbe certo un rifiuto); temporale (nel quale): «maledetto il giorno che ti ho incontrata» (non diremmo pure noi così, come Verdone?); perfino consecutivo: «voglio una vita che non è mai tardi, voglio una vita che non dormi mai» (canta Vasco Rossi, e tutti si emozionano).

Sentiamo spesso e perfino leggiamo costrutti censurati dalle grammatiche. 1) miaffettivo”: «mi faccio una passeggiata, una bella dormita»; 2) ci attualizzante, originariamente avv. di luogo: «ci ho fame, ci ho sonno, ci hai ragione»; spesso in unione con essere e avere: «oggi c’è sciopero dei treni»; «oggi non c’è lezione»; 3) sono collegati i tipi niente + sost.: «oggi niente lezione», e no + sost.: una pubblicità asseriva: «no Martini, no party», vicino casa ho letto un cartello scritto a mano che garantiva: «clementini no semi».

Tra i miei lettori c’è un attento professore in pensione, novantenne (non ne faccio il nome per discrezione). Il professore mi scrive (una bella grafia, non usa il computer): «mi sembra che, nel parlato come nello scritto, sia stato quasi abolito l’uso del modo congiuntivo. Cosa ne pensa?». Il professore ha ragione, il regresso del congiuntivo è evidente, in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

Per capirci. L’italiano, finalmente lingua di tutti, non è solo quello letterario. Fenomeni vari si affacciano sulla scena, le lingue non sono immobili né monolitiche. Non possiamo rifiutare a priori né accettare tutto indiscriminatamente. Ecco le bussole. 1. Respingere gli errori, senza alcun dubbio: a partire dalla scuola, i professori correggano gli alunni che sbagliano. 2. Accettare che si possa parlare e scrivere in modo diverso a seconda delle circostanze e dei differenti livelli di formalità, lo scritto formale è diverso dai messaggini e dalle conversazioni spontanee. In pubblico e con estranei ci si comporta in modo linguisticamente diverso rispetto alla comunicazione in famiglia o con gli amici: quando si parla con i coetanei certe forme sono ammesse, quando si scrive un tema bisogna usare l’italiano formale.

Più in generale, come comportarsi di fronte alle novità? Alcune cadranno, altre forse in futuro prevarranno, decideremo noi, siamo noi i padroni della lingua (l’abbiamo visto nella prima puntata). L’incertezza, il bisogno di individuare la strada giusta spiega il successo straordinario del «Pronto soccorso linguistico» che Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, domenicalmente offre dagli schermi di RAI 1. Ancora. L’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) mette a disposizione del pubblico un servizio di consulenza rivolto a coloro che cercano informazioni e chiarimenti grammaticali e lessicali, spiegazioni di fenomeni linguistici, origine e storia delle parole. La redazione esamina i quesiti, risponde in rete a quelli più diffusi e più interessanti. È dedicato alle scuole e agli amatori della lingua il semestrale «La Crusca per voi», fondato da Giovanni Nencioni e diretto oggi da Paolo D’Achille. L’Accademia dei Lincei ha varato da alcuni anni il progetto «I Lincei per una nuova didattica nella scuola: una rete nazionale», dedicato ai professori che nella scuola insegnano scienze, matematica e italiano, le materie intellettualmente più formative. I corsi si tengono anche in Puglia, a Lecce e a Bari, professori di molte scuole vi partecipano senza alcuna ricompensa, impiegano così il loro tempo. La scuola italiana è ricca di bravi docenti, smentiamo i luoghi comuni.

Con intelligenza possiamo tutti imparare ad usare una lingua corretta, che varia a seconda delle situazioni comunicative. Con scelte appropriate, scrivendo e parlando adeguatamente, a seconda delle circostanze. Così si costruisce il nostro futuro linguistico.

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