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Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco
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Domande e risposte - (29 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 30 Gennaio 2017 17:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Da quando questa rubrica appare su «Nuovo Quotidiano» ricevo molte lettere di lettori che segnalano fenomeni singolari o impropri della lingua ascoltati in radio o in televisione, letti sui giornali, in rete e perfino nei libri. O riflettono sull’italiano che essi stessi usano. La cosa mi piace, è bello che gli italiani discutano su «che lingua fa» (come parlano di «che tempo fa»), è segno di appartenenza e di identità: ci interroghiamo sui nostri comportamenti linguistici, se la riflessione diventa un’abitudine la applicheremo a tutte le forme del vivere collettivo, saremo più consapevoli, aumenterà la democrazia. Commentiamo un paio di lettere.

1. Un caro amico, matematico della nostra università, mi scrive. «Mi scuso se torno a scrivere su questioni di lingua. Uso sistematicamente la “i” eufonica: dico e scrivo abitualmente in istrada, in Ispagna, in Isvezia, in ispecie, in Iscozia, in iscuola…. So che a molti, in primo luogo ai miei figli, sembra una maniera antiquata di esprimersi, ma sono stato abituato cosí e a me piace. Tuttavia, vi sono espressioni nelle quali non solo non mi verrebbe in mente di usarla, ma addirittura mi suonerebbe stonata; mi vengono in mente in Statistica (matematica), in spagnolo. Mi domando se ciò accada perché le parole dei primi esempî sono bisillabi, mentre statistica e spagnolo hanno tre sillabe; o è forse questa una regola che mi sono inventato io e che non ha alcun fondamento». Chi scrive è persona discreta, non ama mettersi in mostra, mi chiede di non fare il suo nome, pur se la lettera è firmata. Rispetto la sua volontà.

Il fenomeno descritto si chiama prostesi, indica l’aggiunta di un elemento non etimologico (la i-) all’inizio di una parola che comincia per s- complicata (cioè seguita da un'altra consonante), quando precedono con, in, per o altra parola uscente in consonante. Come negli esempi che abbiamo visto e in altri: per ischerzo, con isdegno, per iscritto, ecc. Serve ad evitare sequenze di suoni non abituali nell’italiano, come [n+str] (in strada), [r+sk] (per scherzo), ecc. La parola italiana prostesi nasce dal latino prosthesi(n), a sua volta dal greco prosthesis ‘aggiunta’: accade spesso, una massa imponente di parole italiane deriva dal latino che a sua volta le ha prese dal greco. Basterebbe questo per giustificare l’insegnamento delle lingue classiche nelle scuole, che non consiste nell’imparare a memoria desinenze e coniugazioni astruse. Ben guidati da professori intelligenti, i ragazzi si abituerebbero a riflettere sulla storia dell’italiano, imparerebbero molte cose su passato e presente, sui rapporti tra civiltà diverse, sulla storia e sulla geografia.

Torniamo a noi. La forma prostesi è connessa con protesi (parola che conosciamo meglio). Il verbo greco è il medesimo, tithénai ‘porre’: cambia il segmento iniziale prós ‘verso’ nel primo caso, pró ‘davanti’ nel secondo. Il fenomeno della prostesi è in declino nell’italiano contemporaneo, sopravvive in alcune locuzioni cristallizzate come per iscritto (frequente nell’italiano burocratico). L’italiano attuale tende a ridurre la gamma delle varianti formali, specie quelle condizionate dal contesto: così tra la forma Ispagna (possibile solo dopo parola che termini per consonante) e Spagna (possibile sempre), la seconda prevale (una specie di selezione naturale delle parole).

Il matematico che ha posto la domanda usa un italiano colto e forbito. Guardate la sua lettera: scrive cosí (con l’accento acuto) e esempî (con l’accento circonflesso). Sono forme corrette, un tempo diffuse, oggi meno usate rispetto a così (con l’accento grave) e a esempi (senza accento). Si possono usare le une e le altre, dipende dai nostri gusti e dalle circostanze. Vale per la lingua come vale, per esempio, per le scelte del vestire. Possiamo vestirci in modi diversi, purché adeguati alle circostanze: nessuno andrebbe a un funerale vestito da pagliaccio. La lingua è variabile, può essere usata in modo diverso a seconda delle situazioni e delle inclinazioni personali. A condizione che non si commettano errori: nessuno può dire o scrivere se io avrebbi saputo, è sempre sbagliato.

2. Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, osserva che nello scritto e nell’orale coesistono frasi come «Il contributo delle famiglie ha continuato a calare...» e «Il contributo delle famiglie è continuato a calare...» e si chiede se siano entrambe accettabili oppure se si debba preferire l’una all’altra. La domanda non è peregrina: le grammatiche, anche le migliori, non danno regole precise che permettano di stabilire a priori quale ausiliare debba essere usato con ciascun verbo intransitivo (è il caso di continuare). Neanche la consultazione dei vocabolari aiuta a risolvere il dubbio. Alcuni indicano solo l’ausiliare essere («la pioggia è continuata per tutta la notte»); altri affermano che “seguito da v. impers. assume valore impers. («ha/è continuato a nevicare tutto il giorno»)”; altri che l’ausiliare cambia a seconda del significato del verbo: ‘durare, non smettere, non cessare’ richiede essere («la pioggia è continuata per tutta la notte »), ‘perseverare, insistere, persistere’ richiede avere («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»); altri ancora distinguono: si usa avere quando è riferito a persona («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»), essere o avere quando è riferito a cosa («la battaglia ha continuato / è continuata per ore»). In sostanza, direi che continuare intransitivo ammette l’uso di entrambi gli ausiliari, la coesistenza negli esempi indicati dal prof. Pranzo è consentita. Del resto l’uso oscillante di essere o avere è normale con i verbi che indicano fenomeni metereologici (piovere, nevicare, lampeggiare, tuonare, grandinare, ecc.). Ecco gli esempi: «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia); «la mattina era piovuto» (Cassola) [da Luca Serianni, Grammatica italiana, p. 333]. Qualcuno suggerisce di adottare essere per indicare un’azione momentanea o comunque breve o non specificata nella sua durata («ieri finalmente è piovuto») e invece di usare avere» quando si indica un’azione prolungata («ieri ha piovuto per quattro ore»). Ma non è una regola, è una pedanteria inutile.

Riflettere sui processi in atto nella lingua serve a metterci in guardia dall’uso maldestro o inefficace dell’italiano. Per opporsi a tale fenomeno non servono le lamentele, frequenti nell’opinione comune e a volte rimbalzanti perfino sui media, per l’ “imbarbarimento” a cui la lingua andrebbe oggi incontro. Non ci sono barbari nei nostri confini, ma per diffondere a tutti i livelli l’uso appropriato e ricco dell’italiano è necessario impegnarsi, a partire da scuola e università, che sono fondamentali. E agire concretamente.

Così fanno associazioni meritorie (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Società Dante Alighieri, Associazione per la Storia della lingua Italiana), così fanno studiosi di eccezionale levatura intellettuale e di forte impegno civile. Mi limito a due soli nomi, veri punti di riferimento. Tutti i media nazionali (e anche il nostro giornale, due volte, il 6 e il 7 gennaio) hanno ricordato l’opera esemplare di Tullio De Mauro, una vita dedicata all’educazione linguistica. Si impegna sugli stessi temi Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che anche il grande pubblico conosce per la trasmissione televisiva domenicale «Mattina in famiglia». Decenni fa Sabatini ha insegnato nella nostra università, è legato al Salento, vi torna spesso. Sarà nel Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Maglie il 1 febbraio (invitato da una bravissima dirigente scolastica, la prof. Annarita Corrado), occasione straordinaria per gli insegnanti e per gli studenti.

 

p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale.

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Il taccuino di Gigi 9. Omissioni ed altro PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 29 Gennaio 2017 08:38

[“Il Galatino” anno L n. 2 del 27 gennaio 2017, p. 4]

 

Chi vive in un determinato tempo è sempre più disposto a notarne gli aspetti negativi che a dare il giusto peso a quelli positivi. Sembra una naturale inclinazione umana percepire con maggiore immediatezza il vuoto più che il pieno, la mancanza più che l’abbondanza. I periodi di crisi (morale, economica) tendono ad accentuare una simile tendenza, rendono più acuta la percezione di “quello che non va”. Ed è nei periodi di crisi che con maggiore petulanza i cosiddetti ‘benintenzionati’, oppure i moralisti di giornata o gli strologatori d’ogni genere ci riversano addosso  - non richiesti -  il frutto delle loro analisi, dei loro pensamenti, delle loro private persuasioni e le ragioni (date sempre per infallibili!) per le quali un periodo poco felice si è determinato. Forse per consolarci ci forniscono le loro ricette di soluzione dei problemi, ostentano un ottimismo in cui neanche loro credono fino in fondo e ci esortano a vedere non lontane (o a intravedere, se lontanissime) le magnifiche sorti e progressive che ci attendono.

Dobbiamo confessare una cosa. Accade spesso che diamo retta a simili predicatori, forse perché avendo costoro qualità di imbonitori (di ‘comunicatori’ si dice oggi) riescono, in tutto o in parte, ad aprire una breccia nel muro della nostra istintiva diffidenza e ad insinuare in noi il sospetto che abbiano ragione. Questo ci accade perché in momenti difficili qualunque barlume, qualunque segnale luminoso ci appare come annuncio di piena luce, di radioso giorno; perché la nostra speranza o le nostre illusioni se ne illuminano per un momento, e noi siamo disposti sempre ad accogliere con favore tutto ciò che ci promette una meno complicata soluzione dei problemi.

Per la crisi economica, economisti e politici elaborano spiegazioni che, naturalmente, non ci bastano se le soluzioni da essi prospettate non divengano operative in modo che possiamo constatarne l’efficienza e la tenuta. Per la crisi morale i suggeritori che scendono in campo sono una folla: psicologi, sociologi, studiosi o dilettanti di ogni disciplina, opinionisti televisivi (ahimé, spesso i più tracotanti nella loro verità da piccolo schermo), dj e quanto di più variegato possano offrire le ribalte reali o virtuali che danno spazio a tutti coloro che riescano ad ammannirci il loro piccolo, ed opinabile, punto di vista.

Come difendersene? perché ben di questo si tratta: della necessità di farsi schermo contro la valanga di idee (!!!), proposte (!!!), iniziative (!!!) offerteci – e sarebbe inutile elencare altre voci e sprecarvi accanto un tesoro di punti esclamativi.

L’educazione ‘tradizionale’ delle famiglie di un tempo istillava giorno per giorno nella mente dei suoi precetti di morale pratica, di scienza del vivere generalmente ispirati ad un fondamentale senso dell’onestà, alla considerazione del valore del lavoro, alla lealtà nei rapporti con gli altri o consimili altri lodevoli orientamenti.

Intendiamoci: non che non ci fossero, anche a quei tempi, le diversioni dalle severe linee indicate come ‘da seguire’ e scelte, al contrario, di quelle scapestrate ‘da evitare’. Tutto, però, era contenuto entro confini di un certo rigore o di un’obbedienza, più o meno accettata, che rispondeva all’assunzione e al rispetto di regole comuni. Oggi ogni regola sembra saltata. La famiglia, è vero ancora in moltissimi casi, istilla regole di vita, ma quando ti trovi di fronte a certi esiti clamorosi che ti fanno intravedere un certo tipo di educazione che può averli provocati, hai l’impressione che il catechismo familiare sia di molto cambiato e lasci il segno in ben altro senso che quello di un tempo. Si pensa che sia un catechismo adeguato alla nostra società e ai nostri stili di vita e consista nel difendere l’indifendibile, nel prendere con la forza ciò che altri non sarebbe disposto a dare nemmeno per favore, a sostituire l’autorevolezza con l’arroganza, a ritenere valido solo il proprio punto di vista senza accettare di discutere quello altrui, ecc. Il risultato di simili insegnamenti non può non produrre quei risultati che turbano, scandalizzano, irritano e fanno invocare pene severe per i trasgressori delle più elementari regole della convivenza. Si è ben lontani dall’immaginare che una simile situazione richieda tutto un esame di coscienza senza indulgenze e senza atteggiamenti autoassolutori. C’è la tendenza, purtroppo, a pensare che il male, i comportamenti incivili, la protervia di certe azioni siano tristi prerogative dello straniero, dell’immigrato, del socialmente disadattato, ecc. Questo sa tanto di giustificazionismo esibito per coprire le proprie inadempienze, quelle omissioni che stanno così severamente collocate in una formula di confessione ma che sono diventate il suono di una parola che non ci dice nulla, il fantasma appena visibile di qualcosa che neppure più c’inquieta o ci disturba.

Un’indagine sulle omissioni quotidiane sarebbe salutare. Ci fosse, forse non avremmo in circolazione tanti facili profeti, tanti devoti di una religione tanto ostentata quanto solo verbalmente vissuta (“Io sono molto cattolico”: mai sentita questa espressione?). Avremmo una discreta dose di consapevolezza che, forse, ci spingerebbe ad un’azione di recupero del meglio della nostra umanità. Se ne avvantaggerebbe il tono generale della società e della vita. Ma dovremmo dar meno retta, o non darne del tutto, agli imbonitori da piccolo schermo o da seggio politico: coloro che, pare, ostentano pubbliche virtù sconosciute ai loro amici. O ai loro clienti. In loro l’abitudine all’omissione è più larga del fiume di parole autogratificanti con le quali erigono a se stessi un monumento.

Bisogna starci attenti. Diffidarne, o non fidarsene ciecamente.

Se la “diffidenza” fosse una virtù?


Regeni e gli squali – (28 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 28 Gennaio 2017 18:49

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 28 gennaio 2017]

 

Nel film Grand Canyon, il bianco Kevin Kline si trova nei guai con una gang di delinquenti neri e il nero Danny Glover lo salva. Parlano. Il nero dice al bianco: Non puoi andare a nuotare nell’oceano ed essere sempre al sicuro. Un giorno, solo un giorno, ti imbatti nel grosso squalo. Il grosso squalo non ti odia. Non ha nessun sentimento per te. Sei solo cibo, per lui. Tu non odi un hamburger, no? Quei ragazzi non hanno niente da perdere. Se ti capita di nuotare e di imbatterti in loro… be’…

Comincia un’amicizia. Che c’entra questo con Giulio Regeni? Giulio si è imbattuto negli squali. Centinaia di migliaia di persone hanno fatto quella fine, nel mondo. Migliaia solo in Egitto, a quanto pare. Nel nostro paese è più raro. Capita a Pinelli, che vola da una finestra della questura, o a Cucchi, massacrato di botte. Dato che è raro che avvenga, vale la pena di porvi rimedio, di trovare un colpevole: lo squalo. In modo che non avvenga più. Ha senso se gli squali sono pochi. Ma ci sono dei posti al mondo dove questo è normale. Ci sembra strano se capita a uno di noi, la rabbia è grande. Si chiede giustizia perché noi ci sentiamo diversi da “loro”. Ma quando siamo da “loro” siamo prede: abbiamo quello che “loro” non hanno, e che vorrebbero avere. Quei soldi che l’ambulante chiede a Giulio, per esempio. E chi lo ha ucciso probabilmente ha fatto lo stesso con moltissimi altri, e nessuno si è indignato e ha chiesto giustizia. E se poi trovassimo chi lo ha torturato, chi lo ha ucciso, che soddisfazione ci sarebbe ad uccidere lo squalo? O a punirlo? Che senso ha punire uno squalo?

Mi sono trovato in situazioni analoghe, con squali umani, proprio in California, e in Indonesia, e in Messico, ma anche in Italia. Mi sono trovato di fronte a squali veri in Papuasia e in California. Il primo istinto è stato di reagire, ma poi, per fortuna, ha prevalso la visione di Danny Glover e mi sono ritirato con la massima cautela, cercando di non provocare nessuno. E se fossi scomparso da un vicolo di Jayapura, o dal deserto della Baja California, o dai fondali dell’isola di Wuvulu, che senso avrebbe avuto cercare un colpevole e chiedere verità e giustizia? Giulio Regeni nuotava in acque infestate da squali bianchi, e se lo sono mangiato. I primi responsabili sono quelli che ce lo hanno mandato, ma probabilmente Giulio aveva una passione smisurata per quello che faceva e non si curava del pericolo, pensando di poterlo gestire. Non giustifico la sua morte, intendiamoci. Ma se il Governo egiziano dovesse identificare una serie di colpevoli, dagli esecutori materiali a chi avrebbe potuto fermarli e non lo ha fatto, e se questi fossero puniti come meritano, avremmo davvero la verità che chiediamo per Giulio? Saremmo finalmente soddisfatti? E tutte le altre vittime di questi squali? Vogliamo verità solo per Giulio? Vale di più la sua vita rispetto a quella di tutte le altre vittime di fatti identici al suo?

Vale la vita di chi ci è vicino, di chi conosciamo. E Giulio era uno di noi. Quelli che fuggono dagli squali che lo hanno ucciso muoiono a migliaia, ingoiati dal mare, cercando di approdare in Europa per non essere uccisi, e molti di noi dicono che vanno ricacciati indietro. Nessuno ci ridarà Giulio, ma Giulio è tutti quelli che potrebbero fare la sua fine e che ci chiedono aiuto. Tutto questo non ci può consolare della perdita di Giulio, ma Giulio come commenterebbe questa terribile vicenda? La verità ultima dietro la sua morte è che, nel mondo, ci sono troppi posti dove la vita umana non vale niente, neppure quella di noi europei.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 185 - (26 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 27 Gennaio 2017 19:02

La memoria serve non solo per ricordare ma per guardare avanti

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 26 gennaio 2017]

 

Probabilmente non c’è un solo accadimento, una sola condizione, una sola situazione di un giorno passato che non abbia una relazione con il giorno che si vive e con quello che si vivrà.

Probabilmente non c’è un solo significato delle storie che sono accadute che non proietti la sua ombra – chiara o scura- sulle storie che accadono.

Probabilmente non c’è pensiero che un uomo possa avere che non sia stato pensato da un altro uomo in un altro tempo, un altro luogo che conosciamo o non conosciamo; non c’è egoismo, altruismo, odio, amore, indifferenza, compassione, che non siano stati provati; non c’è verità o menzogna che non siano state pronunciate.

Quando si dice che la storia si ripete, forse, in fondo, significa questo: che nella profondità dell’istinto, nelle emozioni viscerali, l’uomo non ha mai mutato natura, per cui le sue manifestazioni, le sue espressioni, i suoi sentimenti, possono riproporsi continuamente.

Se poi nel loro riproporsi hanno la facoltà di distinguere il bene dal male, di adorare la civiltà e disprezzare la barbarie, se si rivelano utili o dannosi per un uomo solo o per l’intera umanità, dipende soltanto ed esclusivamente da quanto la ragione riesce a prevalere, e la ragione è determinata dalla comparazione degli effetti prodotti da comportamenti differenti, e la comparazione può avvenire soltanto sulla base della conoscenza di quei comportamenti.

Quindi è necessario conoscere quello che è stato. Conoscere quello che è stato significa avere memoria: personale, collettiva, diretta o mediata culturalmente. La memoria personale, diretta, ha una possibilità relativa. Un uomo, ogni uomo, ricorda per un certo tempo e poi non più; a volte ricorda in modo nitido, a volte in modo confuso. La memoria collettiva, mediata culturalmente, ha la possibilità di codificarsi, di stabilire punti di riferimento, di elaborare contesti di appartenenza.

A pensarci: ci sentiamo più o meno appartenenti a qualcosa, a qualcuno, ad un luogo, alla sua gente, quanto più o meno con i luoghi, con la gente, abbiamo un vincolo di memoria.

Ci sentiamo più o meno appartenenti, quando per dire, per significare, possiamo anche scegliere l’implicito o il silenzio perché abbiamo consapevolezza del fatto che l’altro ha la stessa conoscenza che noi abbiamo, conferisce alle cose i significati che noi conferiamo, attribuisce ad esse lo stesso valore.

Allora non si ha necessità di cominciare a dire sempre tutto dal principio. Si può partire da un senso acquisito, da un punto condiviso, e andare avanti.

Avere memoria vuol dire avere l’opportunità di andare avanti: in un discorso, in un processo di sviluppo, in un percorso di progresso. Si può andare avanti perché si ha memoria, e dunque conoscenza, di quello che c’è dietro, di quello che è già avvenuto, di quello che è già stato raccontato. Così la memoria non è uno sguardo rivolto al passato: è piuttosto uno sguardo rivolto all’orizzonte con la consapevolezza della strada che si è fatta e di chi si è incontrato nel corso del viaggio, del tempo bello e del tempo brutto che è venuto, del pericolo che si nascondeva o si mostrava spavaldamente in qualche punto e del soccorso che si è manifestato. Diceva Paul Ricoeur che è nella misura in cui torniamo alle nostre origini e in cui ravviviamo il nostro passato che possiamo essere, senza scontentezza, gli uomini del progetto. Ma in questa tensione verso il progetto, il passato ci interpella continuamente.

La memoria non è mai indifferente. Non può esserlo, perché coinvolge idee, emozioni, esperienze; perché riapre ferite, o accende nostalgie. La memoria non può essere indifferente perché determina decisioni, orienta le scelte. Forse tutto quello che facciamo, dipende dalla memoria di quello che abbiamo fatto o dalla conoscenza di quello che altri hanno fatto, degli esiti che ogni circostanza ha prodotto. Non può essere indifferente perché richiede, o pretende, una sostanziale rielaborazione ed una interpretazione continua dei fatti, delle cause, degli effetti. In un saggio uscito su “La Repubblica” del 22 gennaio 2017, tredici giorni dopo la sua morte, Zigmunt Bauman sosteneva che la memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata. “La resurrezione del passato, tenere vivo il passato, è un obiettivo che può essere raggiunto solo mediante l’opera attiva della memoria, che sceglie, rielabora e ricicla. Ricordare è interpretare il passato”.

Dalla conoscenza e dall’interpretazione della memoria, deriva anche la dimensione dell’identità.

Probabilmente senza una consapevolezza ed una coscienza del passato che ha fondato culturalmente il presente, non si può formare nessuna identità, o se ne può formare una frammentata e indefinita. Il presente che viviamo è fondato culturalmente sul Novecento.

Forse secolo breve, come sosteneva Eric Hobsbawm. Forse secolo interminabile, come dicono altri. Comunque il secolo di due guerre mondiali, terribili. Della bomba atomica, dei Lager, dei Gulag, dell’uomo che arriva sulla luna, delle scoperte scientifiche formidabili e del progresso straordinario, dei conflitti tribali e della violenza cieca, della nascita e della fine delle grandi ideologie, dei contrasti che bruciano ancora. Cronologicamente concluso, culturalmente ancora aperto, discusso, oggetto di dialettiche forti.

Con il Novecento esiste anche una relazione emotiva, una ragione che si incontra e si intreccia con la passione.

Quelli che hanno più di sedici anni, sono tutti figli del Novecento. Quelli che ne hanno di meno sono comunque figli dei figli del Novecento. Ecco,dunque, che con la memoria si ritrovano, ogni istante, a fare i conti per tentare di capire qual è la radice degli accadimenti, delle storie, dei fenomeni. Per tentare di capire da dove proviene tutta quella incantevole bellezza e tutta quella tristissima bruttezza che si vedono in giro per il mondo.


“Il Galatino”, questo splendido cinquantenne! PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 24 Gennaio 2017 07:57

["Il Galatino" anno L n. 1 del del 13 gennaio 2017, p. 5]

 

“Il Galatino” compie 50 anni: questa sì che è una notizia! Diciamo la verità: che per 50 anni di seguito, senza alcuna interruzione, nella nostra città ci sia stato qualcuno che con assoluta dedizione abbia impiegato il suo tempo per far uscire in edicola puntualmente questo nostro quindicinale, tutto ciò ha dello straordinario e quasi del miracoloso; certamente, ch’io sappia, non ha l’eguale in tutto il Salento. Antonio Antonaci, Zeffirino Rizzelli, Rossano Marra, queste sono soprattutto le persone che hanno assicurato la continuità e l’incisività del giornale – le due cose, perché ogni impresa risulti efficace, non possono andare disgiunte -. Sia che abbia fiancheggiato l’azione del governo cittadino, sia, come è accaduto più spesso, che l’abbia criticata, a volte anche aspramente, ma sempre con spirito costruttivo, “Il Galatino” per mezzo secolo ha accompagnato la vita della nostra città, tanto che oggi chi volesse ricostruire la storia di Galatina, ovvero l’evolvere della politica, del costume, della cultura, dello sport, ecc. deve necessariamente sfogliare le pagine de “Il Galatino” (anche online in www.ilgalatino.it), che costituiscono ormai per lo storico una fonte insostituibile.

Personalmente, rifuggo dai toni encomiastici e celebrativi, ma in questo caso non me ne so astenere. Per una cittadina come Galatina, il quindicinale “Il Galatino” è un bene comune da tutelare e da incentivare, come sanno i molti residenti in ogni parte del mondo, che si abbonano a “Il Galatino” per avere con sé un pezzetto della loro piccola patria. Nel corso degli anni, vi hanno scritto decine e decine di galatinesi e non solo, lasciando traccia del proprio pensiero e delle proprie aspirazioni, in una parola, del proprio mondo. In questo mezzo secolo la nostra cittadina ha cambiato volto: da città in forte ascesa qual era alla fine degli anni sessanta (il primo numero de “Il Galatino” fu pubblicato il 23 dicembre 1968) si è trasformata in città-palude, dove ristagnano la politica e tutte le attività, e il futuro appare quanto mai incerto. “Il Galatino” ha molto da dire e da fare in una città come questa, almeno può essere un sasso lanciato nella palude. Soprattutto, può indicare la strada alla nostra classe dirigente, la strada che conduce ad una concezione della città come bene comune, luogo di tutti, da coltivare e da valorizzare a partire dalle forze vive che ora vi si dibattono senza trovare serie occasioni di realizzazione e qualche volta di riscatto. Infine, “Il Galatino” assolverà al suo compito se, con la sua opera di controllo e di denuncia, saprà sottrarre la città alle grinfie di chi immancabilmente si proponga di approfittare di una posizione pubblica per soddisfare il proprio interesse privato.

Lunga vita a “Il Galatino”!


Quando la televisione è una buona maestra - (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 23 Gennaio 2017 17:13

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017, p. 10]


Di mestiere faccio il linguista. La società cambia, entrano in crisi tradizioni, certezze e modelli di vita. Le mutate condizioni di un mondo nel quale emergono fenomeni e sfide mai visti prima si travasano nella lingua: essa pure cambia in collegamento con i nuovi assetti sociali ed economici, mutano i bisogni linguistici dei parlanti e le forme della comunicazione. Tutto questo si riflette nei giornali, nella radio e nella televisione, nella rete e nei social: i mezzi di comunicazione di massa sono davvero lo specchio dei tempi. In questa puntata parliamo di lingua e di televisione.

Partiamo da lontano. Il 15 novembre 1960 andò per la prima volta in onda una trasmissione televisiva della RAI intitolata «Non è mai troppo tardi». Aveva lo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani adulti che non ne erano capaci, si rivolgeva agli analfabeti. Ecco spiegato il titolo: non è mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo. La trasmissione ebbe successo. Divenne un appuntamento quasi quotidiano, dal lunedì al venerdì, nel tardo pomeriggio per permettere a chi lavorava durante il giorno di potervi assistere. Così per anni, per 484 puntate, fino alla chiusura, che avvenne il 10 maggio 1968. Il programma, organizzato con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, era condotto dal maestro Alberto Manzi, un signore gentile, mai supponente. Autentiche lezioni a distanza, rivolte a una classe sterminata di adulti analfabeti sparsi in tutt’Italia. Con tecniche di insegnamento moderne, filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche; il maestro Manzi commentava e spiegava tutto, mentre con il carboncino su una lavagna a grandi fogli tracciava parole e frasi, disegnava schizzi e bozzetti. In rete si trova facilmente qualche foto o video del programma e del suo affabile conduttore; alcuni ricorderanno anche il volto dell’attore Claudio Santamaria, protagonista di una recente (2014) piccola (due puntate) serie di Rai1 dedicata a «Non è mai troppo tardi» e alla vita del maestro Manzi.

La trasmissione ebbe un importante ruolo sociale ed educativo. Secondo alcuni calcoli, grazie a quelle lezioni a distanza quasi un milione e mezzo di persone arrivò a conseguire la licenza elementare. Se anche il numero fosse inferiore (come crede Aldo Grasso del «Corriere della Sera»), è certo che attraverso la televisione centinaia di migliaia di persone furono sottratte, anche imperfettamente, alla terribile prigione dell’analfabetismo e poterono accostarsi per la prima volta nella loro vita all’italiano scritto, apporre la propria firma, mettere per iscritto i propri pensieri e i propri sentimenti, leggere un libro o un giornale. L’insegnamento della lingua italiana diede un contributo formidabile all’unificazione culturale della nazione.

In quegli anni l’Italia, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, era caratterizzata da bassa scolarità e analfabetismo. Sono gli anni dell’abbandono delle campagne, dell’industrializzazione, del miracolo economico, delle migrazioni di massa dal sud al nord: i contadini meridionali, che parlavano solo dialetto, con le valigie di cartone si trasferivano al nord, diventavano operai e imparavano un po’ di italiano zoppicante. I film raccontano la storia di quel periodo, a volte in maniera efficace come i saggi scientifici. Paisà di Roberto Rossellini (1946) mette in scena italiano, lingue straniere e dialetti con alto grado di realismo: «cheste è ’a chiave ’e casa» «che vòi, che vai cercando?» «me frate e me patre sono fore da quattro juorne»; Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (1960), ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, racconta il dramma esistenziale di una famiglia lucana emigrata a Milano. Lo ripeto spesso ai miei studenti. Se si sa scegliere, se si sa riflettere, anche i film possono insegnare molte cose, come i libri. Ma bisogna usar bene il cervello, è decisiva la qualità della scelta, in giro ci sono cose ottime e cose pessime. Così va la vita.

Passano gli anni, aumenta la scolarizzazione. Il 31 dicembre 1962 viene approvata la legge che istituisce la scuola media unificata e sancisce l’obbligatorietà della scuola per almeno 8 anni (anche se rimane alta la dispersione, soprattutto al sud). Un bel libro di Tullio De Mauro (il grandissimo studioso appena scomparso, cfr. «Nuovo Quotidiano» del 6 e del 7 gennaio), La storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, spiega queste cose e dà molti dati, chi vuol saperne di più lo legga.

Col tempo ci sono sempre meno analfabeti, per fortuna. Una trasmissione come «Non è mai troppo tardi» alla fine degli anni sessanta non ha più senso, non avrebbe spettatori. Ed ecco allora che nasce un nuovo progetto adeguato ai tempi: tra il 1985 e il 1988, e poi tra il 2002 e il 2003, va in onda «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (morto di recente, il 26 ottobre 2016) e arbitrato da Gian Luigi Beccaria, Accademico della Crusca e dei Lincei. Protagonisti erano ragazzi delle scuole medie superiori, quindi con un buon bagaglio culturale e un buon possesso della lingua italiana. Nel programma si giocava con la lingua italiana. Tre rubriche: Conoscere l'italiano, Usare l'italiano, Amare l’italiano. Uno dei migliori quiz culturali prodotto dalla Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata, dove i protagonisti erano sintassi, grammatica, neologismi, figure retoriche, parole difficili. I concorrenti dovevano cimentarsi in scrittura di brevi testi su un tema dato e nella realizzazione di slogan, rispondere a quesiti sulla provenienza di alcuni termini italiani o sul loro significato. Il premio finale non consisteva in soldi ma esclusivamente in libri, assegnati al concorrente che redigeva il miglior testo.

E veniamo ai nostri giorni. Per fortuna l’italiano non è più una lingua sconosciuta agli italiani, quasi tutti sanno leggere e scrivere, dal 2007 l’obbligo scolastico garantisce ai giovani 10 anni di istruzione. Siamo nella fascia alta dei paesi che più puntano sull’istruzione, la media mondiale è di 7 anni e 8 mesi. Ormai 60 milioni di italiani parlano e scrivono l’italiano, lo usano correntemente nelle più diverse situazioni comunicative. Ma sorgono altri problemi, problemi di qualità. Siamo incerti sull’uso della lingua, non conosciamo il significato di molte parole, se leggiamo un articolo di giornale spesso non ne capiamo a fondo il significato.

La televisione si adegua alla nuova situazione, nel 2008-2009 nasce «Mattina in famiglia» (RAI1), con Tiberio Timperi e conduttrici varie. Ogni domenica mattina Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, con Pronto soccorso linguistico «risponde a curiosità e risolve i dubbi degli ascoltatori sulla lingua italiana». Ecco i temi trattati domenica 15 gennaio 2017. È corretto scrivere (con accento) per faccio? Come si spiega l’abuso di ne pleonastico in frasi come «Di questo ne parleremo dopo»? Si deve dire: «15 calci d’angoli» o «15 calci d’angolo»? Quale è l’origine delle frasi fatte che tanto spesso ricorrono nella nostra lingua: «mettere il carro davanti ai buoi», «tagliare la testa al toro», «essere tra l’incudine e il martello» ?

Per concludere. Nella loro diversa impostazione, le trasmissioni rispecchiano il mutare nel tempo delle condizioni linguistiche d’Italia. Negli anni sessanta molti italiani erano analfabeti. Oggi quasi tutti conosciamo e usiamo l’italiano, la sfida è usarlo in modo ricco e appropriato. La partita si gioca soprattutto nella scuola, la televisione è importantissima ma non basta. Ne riparleremo.

 


p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Vaccinare contro la violenza si può – (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 23 Gennaio 2017 07:50

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017]

 

Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, scrive di rancore e aggressività e cita una serie di conclamati episodi di odio in tempi recenti. Sembra uno di quegli articoli sui bei tempi andati, che si chiedono: ma dove andremo a finire?

Konrad Lorenz ha scritto un capolavoro, si chiama L’aggressività. Spiega da naturalista (con Premio Nobel) come mai nella nostra specie, a differenza di molte altre, sia così frequente l’uccisione di propri simili. Battista parla di istinti animaleschi, ma gli animali fanno proprio l’esatto contrario. L’aggressività tra individui della stessa specie è ritualizzata. Se due cani stanno lottando, e uno si arrende, mettendosi sulla schiena e offrendo il collo all’avversario, la lotta finisce. Noi non ci fermiamo. E arriviamo a compiere i nostri omicidi in modo freddo: si chiamano esecuzioni capitali.

Il fascismo e il nazismo hanno esaltato la nostra naturale aggressività verso i nostri simili, e così fanno, da sempre, le dittature più sanguinose.

Con i moderni mezzi di comunicazione sociale, quello che prima si esprimeva al bar, tra pochi amici, può raggiungere numeri enormi di persone. Ma è solo un modo nuovo di esprimere vecchi istinti. La differenza, rispetto al passato, consiste nell’eccesso di difesa dei giovani dalla violenza.

Sto per scrivere qualcosa che mi attirerà odio e insulti. Ho fatto le elementari negli anni Cinquanta. Un solo maestro. Si chiamava Bellisario. E’ morto, e quindi posso rivelare il suo metodo senza danneggiarlo legalmente. La mia classe era di più di trenta maschi. Passavamo i giorni per strada (niente televisione), in un quartiere operaio di Genova. Eravamo molto turbolenti. Bellisario aveva un metodo infallibile per tranquillizzarci. Prima ci richiamava, gentilmente, poi con più fermezza, e infine ci prendeva a schiaffoni. Non ci ha mai traditi, però. Se avesse detto ai nostri genitori del nostro comportamento, avremmo preso ulteriori razioni di mazzate, per rinforzare il messaggio di Bellisario, detentore indiscusso della verità, a noi mentitori seriali sempre in vena di combinarne qualcuna. Ogni tanto rivedo i miei compagni di elementari. Nessuno di noi è diventato violento, e tutti ricordiamo con enorme affetto il maestro Bellisario. Ce li meritavamo quegli schiaffoni. Come ci meritavamo quelli che ci davano i nostri genitori.

Oggi i ragazzi non si possono toccare con un dito. E i genitori li difendono, aggredendo gli insegnanti che osano dare brutti voti. Sono stato sempre rimandato, a partire dalla prima media, e bocciato due volte. Me lo meritavo. Oggi non usa più. Vengono turbe psichiche ad essere puniti se si fa qualcosa di sbagliato.

C’erano i bulli anche allora, ma venivano subito identificati e presi a sonori ceffoni, dopo di che diventavano mansueti. L’aggressività innata nella nostra specie, come spiega il premio Nobel Lorenz, veniva in qualche modo incanalata verso lidi di maggiore tranquillità.

Paradossalmente, essere messi al riparo da punizioni corporali esemplari, e anche da rimproveri o riprovazione, non rende più miti e ragionevoli. Pare che si acquisti, invece, una presunzione di intoccabilità e di innocenza da qualsiasi colpa. Il nucleo familiare giustifica e protegge.

Chi, tra noi, aveva poca voglia di studiare è andato a fare lavori manuali e non l’ha vissuto come una sconfitta. Oggi il cammino verso la laurea è spianato e si trova degradante il solo pensiero di fare un lavoro manuale, se si è in possesso di un diploma o di una laurea (a volte regalati).

La corruzione diffusissima nel nostro paese deriva da una cultura mafiosa in cui i rapporti amicali e familiari prevalgono sul merito e le capacità. Il lavoro si trova per raccomandazione, per appartenenza a società più o meno occulte, attraverso reti di relazioni che proteggono i sodali. Le banche prestano i soldi ad “amici” che non li restituiscono (e che magari ne hanno dato parte agli stessi banchieri che hanno concesso i prestiti) ma i nomi degli “amici” devono restare segreti. Andiamo, c’è la privacy!

Il principio dei vaccini è di immettere in piccole dosi gli agenti che provocano malattie, in modo che si sviluppino gli anticorpi per renderci immuni dalle forme virulente. Il maestro Bellisario mi ha vaccinato contro la violenza, con qualche schiaffone, e mi ha reso immune dall’essere violento. Tanto per stare tranquillo, comunque, ho praticato la boxe francese (si chiama savate) per 12 anni, in modo da essere in grado di rispondere a possibili violenti, per difendermi. Ma non ho mai dovuto farne uso. Certo, se i violenti di Facebook avessero preso qualche sonoro calcio in culo al momento dei primi sintomi del malore che li affligge, forse sarebbero più rispettosi, e meno vigliacchi, perché di solito si nascondono dietro pseudonimi. Comunque, siamo la specie che ha inventato la guerra, e l’aggressività è parte della nostra natura istintiva. Lo spiega anche Irenäus Eibl-Eibesfeldt, un altro Nobel, nel suo Etologia della Guerra. I bei tempi andati, quelli rimpianti da Battista, sono sempre stati così ma, a confortare la sua tesi, è venuto meno il vaccino.


The F35 Joint Strike Fighter PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Marco Capriz   
Domenica 22 Gennaio 2017 17:56

Possibly the biggest waste of money ever spent on a defence procurement?


The first F35 Joint Strike Fighter was delivered to the Italian Air Force a few weeks ago. The aircraft, developed by the American company Lockheed Martin, has also been purchased by the UK, Australia, Japan and Israel among others. The UK is purchasing 138 F35Bs. Australia is committed to 100 F35As. Italy is buying 90 F35As.

 

It was sold as a “common” platform that would carry out any role for any service, American or Allied. For anyone with the slightest knowledge of basic engineering this claim should have immediately raised big suspicions. Indeed the “common” platform is anything but.

 

The USAF version (the F35A) is the “cheapest”. It is billed to replace the F16’s role, a remarkably successful - and relatively inexpensive - platform that was built for one or two roles and generally these were mutually exclusive in terms of payload and aircraft configuration: ground/air attack and reconnaissance. The F35A has just over half the weapons and avionics payload of that venerable old aircraft. So far the USAF version is said to cost USD 148 million (empty, i.e. with no weapons on board). In 1988 the USAF purchased the first F16As for 18 million apiece. Recent variants (loaded with far more weaponry and avionics than the F35 can carry) were sold for around USD 100M. The F35A is the version the Italians purchased and the cost of their platform is 200M Euro per unit. The difference in price could be due to slightly different variations of the avionics suite.

 

The US Marines version of the “common” platform is in fact a completely different one as the Marines “needed” a STOVL capable platform (short takeoff / vertical landing) to replace the AV8B Harrier II they have now. Aside from wondering why there is even the need for the Marines any more, who last saw a standalone military engagement in the Korean War (they have been in battle with the combined assistance of the US Army, Navy and Air Force ever since), the USMC’s requirement meant that Lockheed Martin had to build a completely different platform. It carries a third less fuel than the F35A, is heavier and has a different power plant system, required for vertical flight. It costs USD 250 million without on board weaponry.

 

But the winner in terms of cost is the F35C designed and built for the US Navy requirements. USN pilots land, or rather, slam their aircraft on carrier decks and then power up their engines in case they miss the landing. Arrestor wires trap the airframe as the plane is in full throttle, with all the dynamic stresses that puts on the airframe, and subject it to huge g-forces to stop it. For that Lockheed Martin needed to build a third completely different version of the “common” platform. Carrier landings and takeoffs require a strengthened airframe and bigger lifting surfaces (wings and tails). So far the cost of a single F35C is a staggering 337 million USD. This is just 2 million shy of what the F22 Raptor costs, which is a twin-engine aircraft with similar stealth capabilities, but is faster, has a longer range and better payload capabilities. It is also significant that this is the first time in decades that the US Navy has purchased a single-engine top of the line fighter aircraft. Operations at sea have traditionally required the use of twin-engine platforms such as the F18 for safety reasons: if one engine fails the second one can carry the aircraft and its pilot back to a landing area. An engine failure in flight on the F35 will result in at least the loss of the aircraft, and put the pilot’s life at risk.

 

Thus the “common platform” statement is a myth. The three variants are so different from one another that the only commonality is, to some extent, in the cockpit (although the flight controls of the F35B are different still). It has been suggested that at most the three variants have a 20-25% commonality. Thus any cost savings that were supposed to have been achieved in developing a common platform for different users are arguably a moot point.

 

There’s more to be concerned about. The prices above are only indicative of the production costs (that in any case seem to double every three years - the Italian Air Force F35As were supposed to cost “only” 100M Euro each in 2014!). So far the R&D costs (that have been and will continue to be charged back to the taxpayers in the countries that are buying the system) are estimated to be well over USD 400 Billion. These have not been loaded on the cost of each aircraft, but have been spread out through different American and other countries’ defence budgets. That might be a low estimate though. Depending on what is counted towards the development of the F35, figures of over 1 trillion dollars for the lifetime of the project have been suggested.

 

The operational costs are another area of concern. The cost per flying hour of an F16C (latest version with weaponry) is estimated at USD 22,000. There is very little information on what the F35 costs per flying hour will be but in 2015 these were estimated to be USD 42,000 (F35A with no weapons). What they are now, and what they may be for a fully loaded platform is for now unclear. Flying hour costs are determined more accurately over longer periods of use, as that allows for a better understanding of sparing and repair costs. It is certain that the aircraft will cost much more than anything in anyone’s arsenal today, as replacement part cost effectiveness won’t be achieved for quite some time.

 

But the excesses in money wastage go even further. Lockheed Martin has made this programme cancellation-proof by assembling parts of the platform in every single US state except Alaska, Hawaii, Nebraska, and Wyoming to ensure that if the project is threatened in any way, local politicians will support it as much as the national ones who fostered it through in the first place. The company has outsourced parts of the programme to the UK, Italy, the Netherlands, Japan and Israel as well. So to make sure the project would not be cancelled by spreading out the construction of the aircraft so far and wide, Lockheed Martin has made the production about as inefficient and wasteful as it could possibly ever be.

 

On the plus side proponents of the F35 system argue that it is most advanced air superiority platform ever built and it should allow the US and it’s allies to dominate the skies for decades, particularly in a climate of renewed tensions with Russia (the incoming US administration notwithstanding) and a much more assertive China. However this belief is also debatable. Yes, the F35 stealth capabilities are quite good, and today would present a problem for Chinese and Russian radars. However the gap is narrowing and there is technology available (even though not yet in production) that will allow an F35 to be visible from the ground or from space. Even today an F35 can be detected at short range. Longer-range detection will arguably be available well within the lifetime for the aircraft. Ground based radars will probably be capable of picking up an F35 signature within the next few years, and even if fighter mounted radars won’t (any time soon), ground defence systems will be able to direct them to their targets. But stealth isn’t the only thing on which the F35 should be evaluated. Weapons delivery in active combat has yet to be tested. The integration of a squadron of F35s with other managed assets in the air, on land and at sea is still far off from having been tested satisfactorily, and in network-centric warfare (which is how battles are conducted today) that is the main value of the F35 system. Thus we have no idea if and how the F35 systems will perform in such conditions, despite the massive development and production costs to date.

 

But finally, and maybe most importantly, the F35 will do nothing against the threat we still have few ideas on how to counter today: the person who hijacks a truck carrying steel beams and drives it through a crowded Christmas market. It is interesting to think of how much could be achieved in countering such threats if the money that one F35 costs today was instead spent on intelligence gathering.

 

 

 


Quaderno di traduzione 74. La vie nue PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 21 Gennaio 2017 20:06

Pour prendre congé

 

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Pour une fois, en conclusion, faisons que la plume à son tour gouverne la main, qu'on en finisse avec la volonté d'affirmer quelque chose en vociférant, en revendiquant, en exigeant l'attention du monde. Libérons la parole de toute fonction utilitaire, de la déférence envers le pouvoir politique, militaire et religieux, de la facile répétition de l'opinion commune ainsi que de la vaine récrimination des insatisfaits, de la rancœur à peine apaisée des déçus, trompés, exclus.

Est-il possible d'écrire un mot sans ces connotations, un mot détaché d'une intention, d'une fin, un mot qui soit une fin en soi, qui refuse d'être un moyen : massue, pistolet, chantage, peur ? Un mot pur ? Et dans le même temps, écrire un mot nécessaire qui soit pareil à un phénomène naturel, à une conséquence logique inattendue, étonnante par sa beauté ou effrayante par sa force, semblable à un destin inévitable et pourtant imprévu ? Est-il possible d'écrire un mot définitif au-delà duquel plus rien ne pourrait exister ou plutôt au-delà duquel pourrait s'ouvrir tout un monde qui nous était toujours resté caché ?

Le mot que nous écrivons, celui que nous lisons, le mot que nous écoutons, celui qui chaque jour se dépose dans les esprits, traverse les corps, le mot qui gouverne les vies et met les hommes en mouvement, est un mot qui asservit et avilit, obsessionnel et tyrannique, orgueilleux et prétentieux, faux et mensonger.

Pour une fois, faisons que l'absence d'opinion, de thèse, de certitude, de vérité, de foi, anime la plume ; que le mot ne dise rien, se relâche, s'abstienne de commentaire, de paraphrase, se détourne de la critique, de la publicité – promotion ou autopromotion, peu importe. Disparaisse le réel et vienne au premier plan le possible, alors oui, tout pourrait arriver...

Qui pourrait être intéressé par un tel mot ? Pas le politique ni l'économiste, le juriste non plus, encore moins le notable, le commerçant, l'industriel, l'artisan, le professeur, le prêtre, il ne pourrait intéresser aucune catégorie, parce que c'est un mot sans rentabilité, c'est un mot aussi inutile qu'un verre perdu ; jusqu'à ce qu'un jour une personne, quelle qu'elle soit, par un hasard qui la laisse stupéfaite, découvre derrière la façade de sa propre position respectable, une chose oubliée que ce mot lui fait voir de façon inattendue : la vie nue.

La vie nue, qu'est-ce-que c'est ? C'est ce que l'on est avant d'exister, l'indistinct avant le distinct, l'existence sans identité, avant toute identité, l'existence soustraite à la technique asservissante quelle qu'elle soit, la vie comme fait primaire irréductible. On peut la percevoir dans les stations balnéaires qui semblent abandonnées l'hiver quand souffle la tramontane, dans les villes à quatre heures du matin quand tout le monde dort, dans les maisons en ruines des campagnes et des centres historiques où les oiseaux font leur nid, où croît le figuier sauvage, sur le bord de la route où poussent les pissenlits, sans voiture pour écraser l'herbe, enfin en tout lieu dont l'homme a retiré sa main prédatrice.

À qui fait cette découverte – et n'importe qui peut la faire pourvu qu'il se débarrasse de l'armure de l'habitude et de l'orgueil – se révèle ce qui a toujours été, ce qui est aujourd'hui le mot nu ; non celui qui s'achète mais celui qui s'acquiert en vivant.

Un jour, tous les mots finiront dans le néant, comme toutes les choses. Alors dans l'indistinct du néant, sur l'immense mer qu'est l'existence dans laquelle tout se perd, continuera à voleter comme un souffle le mot nu, témoignage vivant de la vie nue. Et il n'y aura personne pour en demander le sens.


L'osceno del villaggio 66. Cose da italiani PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 21 Gennaio 2017 11:54

[in "S/Pagine", 14 gennaio 2017]

 

“Mi era sembrato di notare un fatto poco chiaro 
come una specie di governo ma di terza mano
come un programma mai approvato che però seguiamo 
e neanche posso non votare perché non votiamo. “

(Daniele Silvestri  - “Quali alibi”)

 

Cose da italiani 1. Una classe politica porta il Paese al disastro ed è ancora lì a governare. Un governo che fa una politica di annunci e slides, sbandiera riforme a tutto spiano e poi di queste ne realizza soltanto alcune, monche, dovrebbe essere bocciato dagli elettori e mandato a casa. Sì, sempre che gli elettori abbiano la possibilità di esercitare il diritto-dovere del voto. Ma così non è, perché alla guida del Paese dalle elezioni politiche del 2013 si avvicendano vari governi nominati dal Presidente della Repubblica, prima Re Giorgio Napolitano ed ora Sergio low profile Mattarella; e prima ancora delle elezioni del 2013 ve ne era stato un altro, di governo non eletto, spacciato per governo tecnico, cioè quello Monti. Vero che la colpa delle sabbie mobili nelle quali ci troviamo adesso è degli elettori perché alle urne non hanno espresso una volontà piena, non hanno fatto una scelta di campo netta, precisa, fra le varie proposte politiche, ma hanno frazionato il proprio voto distribuendolo fra centro- sinistra, a guida Pd, centro-destra, trainato da Lega e Forza Italia, e Movimento Cinque Stelle. Forse, se si votasse oggi, non sarebbe più il pantano, nel senso che nel bene e nel male, -più nel male, anzi nel peggio-, i sondaggi dicono che la maggioranza dei voti andrebbe al partito grillino. Renzi lo sa e per questo, dopo la magra figura rimediata al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di prender tempo per riorganizzarsi. Anche Berlusconi lo sa e pure lui, povero illuso, cerca di rimandare l’appuntamento con le urne nella speranza che il suo partito possa racimolare qualche zero virgola in più. Di fatto, il sistema politico italiano si è spappolato in tre poli con decisa prevalenza dei quello grillino.  E molti sono ormai del parere che sia meglio la (malaugurata) gestione Cinque Stelle che questa impasse di governicchio Gentiloni, ostaggio delle banche e delle lobbies. Tanto gli impuniti come Renzi, Boschi, Guerini, Serracchiani, continuano ad esercitare il proprio potere nonostante tutto. Renzi e Boschi avevano promesso urbi et orbi che si sarebbero dimessi in caso di sconfitta elettorale e invece il bullo Renzie è li a maramaldeggiare al centro della scena politica e “occhi dolci” Boschi a bamboleggiare dallo scranno governativo più alto dopo quello del Premier. E poi ci sono le opposizioni per finta, come quelli di Ala, i quali non hanno dato l’appoggio al governo Gentiloni perché non hanno ricevuto alcuna poltrona (e il colmo è che lo hanno pure sfacciatamente dichiarato), ma che sono pronti a fornirgli una stampella nel caso ce ne fosse bisogno. Con questa gentaglia, dico io, come Verdini, Barani, Romano, ecc.,  i movimenti populisti come i 5 Stelle guadagneranno sempre terreno e prenderanno sempre più voti. Fino a quando sui banchi del governo siederanno la Ministra Fedeli (quella del curriculum taroccato), il Ministro Poletti (quello delle cene con Buzzi e Panzironi, all’epoca di Alemanno), la Ministra Madia (con la benedizione di Napolitano figlio), la Lorenzin (quella del Fertility day), la gente, stufa di essere imbecherata dai nostri governanti pagliacci, guarderà al grillismo, ultima spes, come alla soluzione finale. Gli elettori, vedendo sedere sui banchi governativi svariati impresentabili, come la deputata Pd Micaela Campana, indagata per Roma Capitale, il sottosegretario Vito De Filippo, indagato in Basilicata per concussione, il sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato in Sicilia per turbativa d’asta, ecc.,  daranno ancora più forza al Movimento Cinque Stelle,  poco o punto considerando la loro palese e dimostrata incapacità di governare. Sempre meglio gli inetti, penseranno, del governo delle lobbies finanziarie e imprenditoriali, della burocrazia corrotta e genuflesso all’Unione Europea.

 

Cose da italiani 2. Puntuale come le tasse, arriva il nuovo libro di Bruno Vespa “C’eravamo tanto amati. Amore, politica, riti e miti. Una storia del costume italiano” (Mondadori 2016), e puntuale anche la sua presentazione con relatore Silvio Berlusconi. Berlusconi, ormai una maschera di cerone che ricorda sempre più Silvermane, uno dei nemici dell’Uomo Ragno, parla a ruota libera rifilando al pubblico assortito misto il solito polpettone ormai indigesto anche ai suoi più vicini sodali e stretti collaboratori, a tutti insomma, tranne al Bruno nazionale. Vespa gongola, mentre il pubblico applaude e apprezza.  Il celebre anchorman televisivo è un’istituzione per noi italiani, è come il caffè, gli spaghetti, la Ferrari, il parmigiano. Da “Telecamera con vista. Da Valpreda a Di Pietro, 25 anni di storia italiana nei retroscena del Telegiornale” a  “La scossa. Il cambiamento italiano nel mondo che trema, da  “Il cambio. Uomini e retroscena della nuova repubblica” a “Il Cavaliere e il Professore. La scommessa di Berlusconi, il ritorno di Prodi”,  da “Viaggio in un’Italia diversa a “Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi storia del potere femminile”, Vespa ha pubblicato un numero interminabile di libri. Io, purtroppo, non ne ho letto nessuno, ma conto di colmare quanto prima questa gravissima lacuna.

 

Cose da italiani 3. Posto che tutti i politici sono dei coglioni di natura, perché, come dire, se fanno politica significa che hanno tracce di coglionaggine nel loro dna, si domanda: c ‘è un politico più coglione di quello che si autodefinisce tale? Mi riferisco a Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza nazionale, plenipotenziario del fantomatico Popolo delle Libertà, ex Presidente della Camera, e ora pensionato di lusso. L’ultimo atto della telenovela sulla casa di Montecarlo che ha stroncato la carriera di Fini lo hanno scritto i giudici. La casa fu venduta ad una società riconducibile alla moglie di Fini, Elisabetta Tulliani. E a pagare la casa fu Francesco Corallo, re delle slot machines di Roma e arrestato perché a capo di un’organizzazione criminale internazionale che riciclava denaro sporco. Insieme a Corallo, arrestato anche l’ex parlamentare di Forza Italia Laboccetta. Praticamente tutto ebbe inizio nel 2008, quando An, di cui Fini era allora Presidente, vendette una casa a Montecarlo a 300.000 euro ad una società caraibica riconducibile a Giancarlo Tulliani, genero di Fini. La casa era stata un lascito personale fatto nel 1999 ad Alleanza Nazionale dalla contessa con simpatie fasciste Anna Maria Colleoni. La casa da Giancarlo Tulliani venne rivenduta ad un’altra società facente capo alla sorella Elisabetta, e qui interviene l’imprenditore Corallo. Insomma, un giro di soldi e di truffe nel quale sarebbe coinvolto anche il padre di Elisabetta, Sergio Tulliani. Infatti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Corallo avrebbe versato ai Tulliani svariati milioni di euro in cambio di un decreto del Governo Berlusconi, di cui Fini era colonna portante, che favorì le concessionarie delle slot machines di cui Corallo era il ras. La fonte è “Il fatto quotidiano”, che sostiene che anche Fini avrebbe avuto un ruolo importante in questa sporca faccenda, tanto vero che la Procura di Roma, allora guidata da Giovanni Ferrara, avrebbe aperto un’inchiesta su Fini, poi archiviata, e ciò perché Ferrara sarebbe stato chiamato ad entrare nel Governo Monti, come sottosegretario, governo sostenuto proprio da “Futuro e Libertà”, il nuovo e ultimo partito di Fini prima della debacle. Ma al di là di queste ricostruzioni e dietrologie, resta il fatto che la famiglia Tulliani controllava un business davvero milionario, nonostante Fini all’epoca in cui lo scandalo venne fuori si affrettasse a smentirlo. Fini attaccò duramente gli organi di stampa e in particolare “Il Giornale”, allora diretto da Vittorio Feltri, denunciando come la cosiddetta “macchina del fango”  fosse stata orchestrata da Berlusconi, di cui era diventato nemico, per farlo fuori dalla scena politica. I fatti ora dimostrano che none era così.  Ricordiamo che Gianfranco Fini, dopo lo scioglimento di Alleanza Nazionale, confluita insieme a Forza Italia nel Pdl, divenne il numero due di Berlusconi, ricoprendo importanti incarichi come quello di Ministro degli Esteri. Fini era il candidato naturale alla successione di Berlusconi stesso nella guida del centro- destra, se ad un certo punto non si fosse messo contro il leader, nella malcelata speranza di recuperare consenso a destra e simpatie a sinistra. Berlusconi gliela fece pagare, Fini fu espulso dal Pdl e fondò un piccolo partito, “Futuro e Libertà”, asfaltato alle elezioni politiche del 2013. Come dire che le miserie umane, la meschinità, l’ambizione, il rancore, le invidie personali, possono prendere il sopravvento sulla carriera politica. Ora il “coglione” Fini vaga per i talk show pomeridiani che ogni tanto lo ospitano come opinionista. Quisque faber est suae fortunae. Davvero ciascuno si scrive da sé il proprio destino.


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