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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 185 - (26 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 27 Gennaio 2017 19:02

La memoria serve non solo per ricordare ma per guardare avanti

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 26 gennaio 2017]

 

Probabilmente non c’è un solo accadimento, una sola condizione, una sola situazione di un giorno passato che non abbia una relazione con il giorno che si vive e con quello che si vivrà.

Probabilmente non c’è un solo significato delle storie che sono accadute che non proietti la sua ombra – chiara o scura- sulle storie che accadono.

Probabilmente non c’è pensiero che un uomo possa avere che non sia stato pensato da un altro uomo in un altro tempo, un altro luogo che conosciamo o non conosciamo; non c’è egoismo, altruismo, odio, amore, indifferenza, compassione, che non siano stati provati; non c’è verità o menzogna che non siano state pronunciate.

Quando si dice che la storia si ripete, forse, in fondo, significa questo: che nella profondità dell’istinto, nelle emozioni viscerali, l’uomo non ha mai mutato natura, per cui le sue manifestazioni, le sue espressioni, i suoi sentimenti, possono riproporsi continuamente.

Se poi nel loro riproporsi hanno la facoltà di distinguere il bene dal male, di adorare la civiltà e disprezzare la barbarie, se si rivelano utili o dannosi per un uomo solo o per l’intera umanità, dipende soltanto ed esclusivamente da quanto la ragione riesce a prevalere, e la ragione è determinata dalla comparazione degli effetti prodotti da comportamenti differenti, e la comparazione può avvenire soltanto sulla base della conoscenza di quei comportamenti.

Quindi è necessario conoscere quello che è stato. Conoscere quello che è stato significa avere memoria: personale, collettiva, diretta o mediata culturalmente. La memoria personale, diretta, ha una possibilità relativa. Un uomo, ogni uomo, ricorda per un certo tempo e poi non più; a volte ricorda in modo nitido, a volte in modo confuso. La memoria collettiva, mediata culturalmente, ha la possibilità di codificarsi, di stabilire punti di riferimento, di elaborare contesti di appartenenza.

A pensarci: ci sentiamo più o meno appartenenti a qualcosa, a qualcuno, ad un luogo, alla sua gente, quanto più o meno con i luoghi, con la gente, abbiamo un vincolo di memoria.

Ci sentiamo più o meno appartenenti, quando per dire, per significare, possiamo anche scegliere l’implicito o il silenzio perché abbiamo consapevolezza del fatto che l’altro ha la stessa conoscenza che noi abbiamo, conferisce alle cose i significati che noi conferiamo, attribuisce ad esse lo stesso valore.

Allora non si ha necessità di cominciare a dire sempre tutto dal principio. Si può partire da un senso acquisito, da un punto condiviso, e andare avanti.

Avere memoria vuol dire avere l’opportunità di andare avanti: in un discorso, in un processo di sviluppo, in un percorso di progresso. Si può andare avanti perché si ha memoria, e dunque conoscenza, di quello che c’è dietro, di quello che è già avvenuto, di quello che è già stato raccontato. Così la memoria non è uno sguardo rivolto al passato: è piuttosto uno sguardo rivolto all’orizzonte con la consapevolezza della strada che si è fatta e di chi si è incontrato nel corso del viaggio, del tempo bello e del tempo brutto che è venuto, del pericolo che si nascondeva o si mostrava spavaldamente in qualche punto e del soccorso che si è manifestato. Diceva Paul Ricoeur che è nella misura in cui torniamo alle nostre origini e in cui ravviviamo il nostro passato che possiamo essere, senza scontentezza, gli uomini del progetto. Ma in questa tensione verso il progetto, il passato ci interpella continuamente.

La memoria non è mai indifferente. Non può esserlo, perché coinvolge idee, emozioni, esperienze; perché riapre ferite, o accende nostalgie. La memoria non può essere indifferente perché determina decisioni, orienta le scelte. Forse tutto quello che facciamo, dipende dalla memoria di quello che abbiamo fatto o dalla conoscenza di quello che altri hanno fatto, degli esiti che ogni circostanza ha prodotto. Non può essere indifferente perché richiede, o pretende, una sostanziale rielaborazione ed una interpretazione continua dei fatti, delle cause, degli effetti. In un saggio uscito su “La Repubblica” del 22 gennaio 2017, tredici giorni dopo la sua morte, Zigmunt Bauman sosteneva che la memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata. “La resurrezione del passato, tenere vivo il passato, è un obiettivo che può essere raggiunto solo mediante l’opera attiva della memoria, che sceglie, rielabora e ricicla. Ricordare è interpretare il passato”.

Dalla conoscenza e dall’interpretazione della memoria, deriva anche la dimensione dell’identità.

Probabilmente senza una consapevolezza ed una coscienza del passato che ha fondato culturalmente il presente, non si può formare nessuna identità, o se ne può formare una frammentata e indefinita. Il presente che viviamo è fondato culturalmente sul Novecento.

Forse secolo breve, come sosteneva Eric Hobsbawm. Forse secolo interminabile, come dicono altri. Comunque il secolo di due guerre mondiali, terribili. Della bomba atomica, dei Lager, dei Gulag, dell’uomo che arriva sulla luna, delle scoperte scientifiche formidabili e del progresso straordinario, dei conflitti tribali e della violenza cieca, della nascita e della fine delle grandi ideologie, dei contrasti che bruciano ancora. Cronologicamente concluso, culturalmente ancora aperto, discusso, oggetto di dialettiche forti.

Con il Novecento esiste anche una relazione emotiva, una ragione che si incontra e si intreccia con la passione.

Quelli che hanno più di sedici anni, sono tutti figli del Novecento. Quelli che ne hanno di meno sono comunque figli dei figli del Novecento. Ecco,dunque, che con la memoria si ritrovano, ogni istante, a fare i conti per tentare di capire qual è la radice degli accadimenti, delle storie, dei fenomeni. Per tentare di capire da dove proviene tutta quella incantevole bellezza e tutta quella tristissima bruttezza che si vedono in giro per il mondo.


“Il Galatino”, questo splendido cinquantenne! PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 24 Gennaio 2017 07:57

["Il Galatino" anno L n. 1 del del 13 gennaio 2017, p. 5]

 

“Il Galatino” compie 50 anni: questa sì che è una notizia! Diciamo la verità: che per 50 anni di seguito, senza alcuna interruzione, nella nostra città ci sia stato qualcuno che con assoluta dedizione abbia impiegato il suo tempo per far uscire in edicola puntualmente questo nostro quindicinale, tutto ciò ha dello straordinario e quasi del miracoloso; certamente, ch’io sappia, non ha l’eguale in tutto il Salento. Antonio Antonaci, Zeffirino Rizzelli, Rossano Marra, queste sono soprattutto le persone che hanno assicurato la continuità e l’incisività del giornale – le due cose, perché ogni impresa risulti efficace, non possono andare disgiunte -. Sia che abbia fiancheggiato l’azione del governo cittadino, sia, come è accaduto più spesso, che l’abbia criticata, a volte anche aspramente, ma sempre con spirito costruttivo, “Il Galatino” per mezzo secolo ha accompagnato la vita della nostra città, tanto che oggi chi volesse ricostruire la storia di Galatina, ovvero l’evolvere della politica, del costume, della cultura, dello sport, ecc. deve necessariamente sfogliare le pagine de “Il Galatino” (anche online in www.ilgalatino.it), che costituiscono ormai per lo storico una fonte insostituibile.

Personalmente, rifuggo dai toni encomiastici e celebrativi, ma in questo caso non me ne so astenere. Per una cittadina come Galatina, il quindicinale “Il Galatino” è un bene comune da tutelare e da incentivare, come sanno i molti residenti in ogni parte del mondo, che si abbonano a “Il Galatino” per avere con sé un pezzetto della loro piccola patria. Nel corso degli anni, vi hanno scritto decine e decine di galatinesi e non solo, lasciando traccia del proprio pensiero e delle proprie aspirazioni, in una parola, del proprio mondo. In questo mezzo secolo la nostra cittadina ha cambiato volto: da città in forte ascesa qual era alla fine degli anni sessanta (il primo numero de “Il Galatino” fu pubblicato il 23 dicembre 1968) si è trasformata in città-palude, dove ristagnano la politica e tutte le attività, e il futuro appare quanto mai incerto. “Il Galatino” ha molto da dire e da fare in una città come questa, almeno può essere un sasso lanciato nella palude. Soprattutto, può indicare la strada alla nostra classe dirigente, la strada che conduce ad una concezione della città come bene comune, luogo di tutti, da coltivare e da valorizzare a partire dalle forze vive che ora vi si dibattono senza trovare serie occasioni di realizzazione e qualche volta di riscatto. Infine, “Il Galatino” assolverà al suo compito se, con la sua opera di controllo e di denuncia, saprà sottrarre la città alle grinfie di chi immancabilmente si proponga di approfittare di una posizione pubblica per soddisfare il proprio interesse privato.

Lunga vita a “Il Galatino”!


Quando la televisione è una buona maestra - (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 23 Gennaio 2017 17:13

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017, p. 10]


Di mestiere faccio il linguista. La società cambia, entrano in crisi tradizioni, certezze e modelli di vita. Le mutate condizioni di un mondo nel quale emergono fenomeni e sfide mai visti prima si travasano nella lingua: essa pure cambia in collegamento con i nuovi assetti sociali ed economici, mutano i bisogni linguistici dei parlanti e le forme della comunicazione. Tutto questo si riflette nei giornali, nella radio e nella televisione, nella rete e nei social: i mezzi di comunicazione di massa sono davvero lo specchio dei tempi. In questa puntata parliamo di lingua e di televisione.

Partiamo da lontano. Il 15 novembre 1960 andò per la prima volta in onda una trasmissione televisiva della RAI intitolata «Non è mai troppo tardi». Aveva lo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani adulti che non ne erano capaci, si rivolgeva agli analfabeti. Ecco spiegato il titolo: non è mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo. La trasmissione ebbe successo. Divenne un appuntamento quasi quotidiano, dal lunedì al venerdì, nel tardo pomeriggio per permettere a chi lavorava durante il giorno di potervi assistere. Così per anni, per 484 puntate, fino alla chiusura, che avvenne il 10 maggio 1968. Il programma, organizzato con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, era condotto dal maestro Alberto Manzi, un signore gentile, mai supponente. Autentiche lezioni a distanza, rivolte a una classe sterminata di adulti analfabeti sparsi in tutt’Italia. Con tecniche di insegnamento moderne, filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche; il maestro Manzi commentava e spiegava tutto, mentre con il carboncino su una lavagna a grandi fogli tracciava parole e frasi, disegnava schizzi e bozzetti. In rete si trova facilmente qualche foto o video del programma e del suo affabile conduttore; alcuni ricorderanno anche il volto dell’attore Claudio Santamaria, protagonista di una recente (2014) piccola (due puntate) serie di Rai1 dedicata a «Non è mai troppo tardi» e alla vita del maestro Manzi.

La trasmissione ebbe un importante ruolo sociale ed educativo. Secondo alcuni calcoli, grazie a quelle lezioni a distanza quasi un milione e mezzo di persone arrivò a conseguire la licenza elementare. Se anche il numero fosse inferiore (come crede Aldo Grasso del «Corriere della Sera»), è certo che attraverso la televisione centinaia di migliaia di persone furono sottratte, anche imperfettamente, alla terribile prigione dell’analfabetismo e poterono accostarsi per la prima volta nella loro vita all’italiano scritto, apporre la propria firma, mettere per iscritto i propri pensieri e i propri sentimenti, leggere un libro o un giornale. L’insegnamento della lingua italiana diede un contributo formidabile all’unificazione culturale della nazione.

In quegli anni l’Italia, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, era caratterizzata da bassa scolarità e analfabetismo. Sono gli anni dell’abbandono delle campagne, dell’industrializzazione, del miracolo economico, delle migrazioni di massa dal sud al nord: i contadini meridionali, che parlavano solo dialetto, con le valigie di cartone si trasferivano al nord, diventavano operai e imparavano un po’ di italiano zoppicante. I film raccontano la storia di quel periodo, a volte in maniera efficace come i saggi scientifici. Paisà di Roberto Rossellini (1946) mette in scena italiano, lingue straniere e dialetti con alto grado di realismo: «cheste è ’a chiave ’e casa» «che vòi, che vai cercando?» «me frate e me patre sono fore da quattro juorne»; Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (1960), ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, racconta il dramma esistenziale di una famiglia lucana emigrata a Milano. Lo ripeto spesso ai miei studenti. Se si sa scegliere, se si sa riflettere, anche i film possono insegnare molte cose, come i libri. Ma bisogna usar bene il cervello, è decisiva la qualità della scelta, in giro ci sono cose ottime e cose pessime. Così va la vita.

Passano gli anni, aumenta la scolarizzazione. Il 31 dicembre 1962 viene approvata la legge che istituisce la scuola media unificata e sancisce l’obbligatorietà della scuola per almeno 8 anni (anche se rimane alta la dispersione, soprattutto al sud). Un bel libro di Tullio De Mauro (il grandissimo studioso appena scomparso, cfr. «Nuovo Quotidiano» del 6 e del 7 gennaio), La storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, spiega queste cose e dà molti dati, chi vuol saperne di più lo legga.

Col tempo ci sono sempre meno analfabeti, per fortuna. Una trasmissione come «Non è mai troppo tardi» alla fine degli anni sessanta non ha più senso, non avrebbe spettatori. Ed ecco allora che nasce un nuovo progetto adeguato ai tempi: tra il 1985 e il 1988, e poi tra il 2002 e il 2003, va in onda «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (morto di recente, il 26 ottobre 2016) e arbitrato da Gian Luigi Beccaria, Accademico della Crusca e dei Lincei. Protagonisti erano ragazzi delle scuole medie superiori, quindi con un buon bagaglio culturale e un buon possesso della lingua italiana. Nel programma si giocava con la lingua italiana. Tre rubriche: Conoscere l'italiano, Usare l'italiano, Amare l’italiano. Uno dei migliori quiz culturali prodotto dalla Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata, dove i protagonisti erano sintassi, grammatica, neologismi, figure retoriche, parole difficili. I concorrenti dovevano cimentarsi in scrittura di brevi testi su un tema dato e nella realizzazione di slogan, rispondere a quesiti sulla provenienza di alcuni termini italiani o sul loro significato. Il premio finale non consisteva in soldi ma esclusivamente in libri, assegnati al concorrente che redigeva il miglior testo.

E veniamo ai nostri giorni. Per fortuna l’italiano non è più una lingua sconosciuta agli italiani, quasi tutti sanno leggere e scrivere, dal 2007 l’obbligo scolastico garantisce ai giovani 10 anni di istruzione. Siamo nella fascia alta dei paesi che più puntano sull’istruzione, la media mondiale è di 7 anni e 8 mesi. Ormai 60 milioni di italiani parlano e scrivono l’italiano, lo usano correntemente nelle più diverse situazioni comunicative. Ma sorgono altri problemi, problemi di qualità. Siamo incerti sull’uso della lingua, non conosciamo il significato di molte parole, se leggiamo un articolo di giornale spesso non ne capiamo a fondo il significato.

La televisione si adegua alla nuova situazione, nel 2008-2009 nasce «Mattina in famiglia» (RAI1), con Tiberio Timperi e conduttrici varie. Ogni domenica mattina Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, con Pronto soccorso linguistico «risponde a curiosità e risolve i dubbi degli ascoltatori sulla lingua italiana». Ecco i temi trattati domenica 15 gennaio 2017. È corretto scrivere (con accento) per faccio? Come si spiega l’abuso di ne pleonastico in frasi come «Di questo ne parleremo dopo»? Si deve dire: «15 calci d’angoli» o «15 calci d’angolo»? Quale è l’origine delle frasi fatte che tanto spesso ricorrono nella nostra lingua: «mettere il carro davanti ai buoi», «tagliare la testa al toro», «essere tra l’incudine e il martello» ?

Per concludere. Nella loro diversa impostazione, le trasmissioni rispecchiano il mutare nel tempo delle condizioni linguistiche d’Italia. Negli anni sessanta molti italiani erano analfabeti. Oggi quasi tutti conosciamo e usiamo l’italiano, la sfida è usarlo in modo ricco e appropriato. La partita si gioca soprattutto nella scuola, la televisione è importantissima ma non basta. Ne riparleremo.

 


p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Vaccinare contro la violenza si può – (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 23 Gennaio 2017 07:50

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017]

 

Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, scrive di rancore e aggressività e cita una serie di conclamati episodi di odio in tempi recenti. Sembra uno di quegli articoli sui bei tempi andati, che si chiedono: ma dove andremo a finire?

Konrad Lorenz ha scritto un capolavoro, si chiama L’aggressività. Spiega da naturalista (con Premio Nobel) come mai nella nostra specie, a differenza di molte altre, sia così frequente l’uccisione di propri simili. Battista parla di istinti animaleschi, ma gli animali fanno proprio l’esatto contrario. L’aggressività tra individui della stessa specie è ritualizzata. Se due cani stanno lottando, e uno si arrende, mettendosi sulla schiena e offrendo il collo all’avversario, la lotta finisce. Noi non ci fermiamo. E arriviamo a compiere i nostri omicidi in modo freddo: si chiamano esecuzioni capitali.

Il fascismo e il nazismo hanno esaltato la nostra naturale aggressività verso i nostri simili, e così fanno, da sempre, le dittature più sanguinose.

Con i moderni mezzi di comunicazione sociale, quello che prima si esprimeva al bar, tra pochi amici, può raggiungere numeri enormi di persone. Ma è solo un modo nuovo di esprimere vecchi istinti. La differenza, rispetto al passato, consiste nell’eccesso di difesa dei giovani dalla violenza.

Sto per scrivere qualcosa che mi attirerà odio e insulti. Ho fatto le elementari negli anni Cinquanta. Un solo maestro. Si chiamava Bellisario. E’ morto, e quindi posso rivelare il suo metodo senza danneggiarlo legalmente. La mia classe era di più di trenta maschi. Passavamo i giorni per strada (niente televisione), in un quartiere operaio di Genova. Eravamo molto turbolenti. Bellisario aveva un metodo infallibile per tranquillizzarci. Prima ci richiamava, gentilmente, poi con più fermezza, e infine ci prendeva a schiaffoni. Non ci ha mai traditi, però. Se avesse detto ai nostri genitori del nostro comportamento, avremmo preso ulteriori razioni di mazzate, per rinforzare il messaggio di Bellisario, detentore indiscusso della verità, a noi mentitori seriali sempre in vena di combinarne qualcuna. Ogni tanto rivedo i miei compagni di elementari. Nessuno di noi è diventato violento, e tutti ricordiamo con enorme affetto il maestro Bellisario. Ce li meritavamo quegli schiaffoni. Come ci meritavamo quelli che ci davano i nostri genitori.

Oggi i ragazzi non si possono toccare con un dito. E i genitori li difendono, aggredendo gli insegnanti che osano dare brutti voti. Sono stato sempre rimandato, a partire dalla prima media, e bocciato due volte. Me lo meritavo. Oggi non usa più. Vengono turbe psichiche ad essere puniti se si fa qualcosa di sbagliato.

C’erano i bulli anche allora, ma venivano subito identificati e presi a sonori ceffoni, dopo di che diventavano mansueti. L’aggressività innata nella nostra specie, come spiega il premio Nobel Lorenz, veniva in qualche modo incanalata verso lidi di maggiore tranquillità.

Paradossalmente, essere messi al riparo da punizioni corporali esemplari, e anche da rimproveri o riprovazione, non rende più miti e ragionevoli. Pare che si acquisti, invece, una presunzione di intoccabilità e di innocenza da qualsiasi colpa. Il nucleo familiare giustifica e protegge.

Chi, tra noi, aveva poca voglia di studiare è andato a fare lavori manuali e non l’ha vissuto come una sconfitta. Oggi il cammino verso la laurea è spianato e si trova degradante il solo pensiero di fare un lavoro manuale, se si è in possesso di un diploma o di una laurea (a volte regalati).

La corruzione diffusissima nel nostro paese deriva da una cultura mafiosa in cui i rapporti amicali e familiari prevalgono sul merito e le capacità. Il lavoro si trova per raccomandazione, per appartenenza a società più o meno occulte, attraverso reti di relazioni che proteggono i sodali. Le banche prestano i soldi ad “amici” che non li restituiscono (e che magari ne hanno dato parte agli stessi banchieri che hanno concesso i prestiti) ma i nomi degli “amici” devono restare segreti. Andiamo, c’è la privacy!

Il principio dei vaccini è di immettere in piccole dosi gli agenti che provocano malattie, in modo che si sviluppino gli anticorpi per renderci immuni dalle forme virulente. Il maestro Bellisario mi ha vaccinato contro la violenza, con qualche schiaffone, e mi ha reso immune dall’essere violento. Tanto per stare tranquillo, comunque, ho praticato la boxe francese (si chiama savate) per 12 anni, in modo da essere in grado di rispondere a possibili violenti, per difendermi. Ma non ho mai dovuto farne uso. Certo, se i violenti di Facebook avessero preso qualche sonoro calcio in culo al momento dei primi sintomi del malore che li affligge, forse sarebbero più rispettosi, e meno vigliacchi, perché di solito si nascondono dietro pseudonimi. Comunque, siamo la specie che ha inventato la guerra, e l’aggressività è parte della nostra natura istintiva. Lo spiega anche Irenäus Eibl-Eibesfeldt, un altro Nobel, nel suo Etologia della Guerra. I bei tempi andati, quelli rimpianti da Battista, sono sempre stati così ma, a confortare la sua tesi, è venuto meno il vaccino.


The F35 Joint Strike Fighter PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Marco Capriz   
Domenica 22 Gennaio 2017 17:56

Possibly the biggest waste of money ever spent on a defence procurement?


The first F35 Joint Strike Fighter was delivered to the Italian Air Force a few weeks ago. The aircraft, developed by the American company Lockheed Martin, has also been purchased by the UK, Australia, Japan and Israel among others. The UK is purchasing 138 F35Bs. Australia is committed to 100 F35As. Italy is buying 90 F35As.

 

It was sold as a “common” platform that would carry out any role for any service, American or Allied. For anyone with the slightest knowledge of basic engineering this claim should have immediately raised big suspicions. Indeed the “common” platform is anything but.

 

The USAF version (the F35A) is the “cheapest”. It is billed to replace the F16’s role, a remarkably successful - and relatively inexpensive - platform that was built for one or two roles and generally these were mutually exclusive in terms of payload and aircraft configuration: ground/air attack and reconnaissance. The F35A has just over half the weapons and avionics payload of that venerable old aircraft. So far the USAF version is said to cost USD 148 million (empty, i.e. with no weapons on board). In 1988 the USAF purchased the first F16As for 18 million apiece. Recent variants (loaded with far more weaponry and avionics than the F35 can carry) were sold for around USD 100M. The F35A is the version the Italians purchased and the cost of their platform is 200M Euro per unit. The difference in price could be due to slightly different variations of the avionics suite.

 

The US Marines version of the “common” platform is in fact a completely different one as the Marines “needed” a STOVL capable platform (short takeoff / vertical landing) to replace the AV8B Harrier II they have now. Aside from wondering why there is even the need for the Marines any more, who last saw a standalone military engagement in the Korean War (they have been in battle with the combined assistance of the US Army, Navy and Air Force ever since), the USMC’s requirement meant that Lockheed Martin had to build a completely different platform. It carries a third less fuel than the F35A, is heavier and has a different power plant system, required for vertical flight. It costs USD 250 million without on board weaponry.

 

But the winner in terms of cost is the F35C designed and built for the US Navy requirements. USN pilots land, or rather, slam their aircraft on carrier decks and then power up their engines in case they miss the landing. Arrestor wires trap the airframe as the plane is in full throttle, with all the dynamic stresses that puts on the airframe, and subject it to huge g-forces to stop it. For that Lockheed Martin needed to build a third completely different version of the “common” platform. Carrier landings and takeoffs require a strengthened airframe and bigger lifting surfaces (wings and tails). So far the cost of a single F35C is a staggering 337 million USD. This is just 2 million shy of what the F22 Raptor costs, which is a twin-engine aircraft with similar stealth capabilities, but is faster, has a longer range and better payload capabilities. It is also significant that this is the first time in decades that the US Navy has purchased a single-engine top of the line fighter aircraft. Operations at sea have traditionally required the use of twin-engine platforms such as the F18 for safety reasons: if one engine fails the second one can carry the aircraft and its pilot back to a landing area. An engine failure in flight on the F35 will result in at least the loss of the aircraft, and put the pilot’s life at risk.

 

Thus the “common platform” statement is a myth. The three variants are so different from one another that the only commonality is, to some extent, in the cockpit (although the flight controls of the F35B are different still). It has been suggested that at most the three variants have a 20-25% commonality. Thus any cost savings that were supposed to have been achieved in developing a common platform for different users are arguably a moot point.

 

There’s more to be concerned about. The prices above are only indicative of the production costs (that in any case seem to double every three years - the Italian Air Force F35As were supposed to cost “only” 100M Euro each in 2014!). So far the R&D costs (that have been and will continue to be charged back to the taxpayers in the countries that are buying the system) are estimated to be well over USD 400 Billion. These have not been loaded on the cost of each aircraft, but have been spread out through different American and other countries’ defence budgets. That might be a low estimate though. Depending on what is counted towards the development of the F35, figures of over 1 trillion dollars for the lifetime of the project have been suggested.

 

The operational costs are another area of concern. The cost per flying hour of an F16C (latest version with weaponry) is estimated at USD 22,000. There is very little information on what the F35 costs per flying hour will be but in 2015 these were estimated to be USD 42,000 (F35A with no weapons). What they are now, and what they may be for a fully loaded platform is for now unclear. Flying hour costs are determined more accurately over longer periods of use, as that allows for a better understanding of sparing and repair costs. It is certain that the aircraft will cost much more than anything in anyone’s arsenal today, as replacement part cost effectiveness won’t be achieved for quite some time.

 

But the excesses in money wastage go even further. Lockheed Martin has made this programme cancellation-proof by assembling parts of the platform in every single US state except Alaska, Hawaii, Nebraska, and Wyoming to ensure that if the project is threatened in any way, local politicians will support it as much as the national ones who fostered it through in the first place. The company has outsourced parts of the programme to the UK, Italy, the Netherlands, Japan and Israel as well. So to make sure the project would not be cancelled by spreading out the construction of the aircraft so far and wide, Lockheed Martin has made the production about as inefficient and wasteful as it could possibly ever be.

 

On the plus side proponents of the F35 system argue that it is most advanced air superiority platform ever built and it should allow the US and it’s allies to dominate the skies for decades, particularly in a climate of renewed tensions with Russia (the incoming US administration notwithstanding) and a much more assertive China. However this belief is also debatable. Yes, the F35 stealth capabilities are quite good, and today would present a problem for Chinese and Russian radars. However the gap is narrowing and there is technology available (even though not yet in production) that will allow an F35 to be visible from the ground or from space. Even today an F35 can be detected at short range. Longer-range detection will arguably be available well within the lifetime for the aircraft. Ground based radars will probably be capable of picking up an F35 signature within the next few years, and even if fighter mounted radars won’t (any time soon), ground defence systems will be able to direct them to their targets. But stealth isn’t the only thing on which the F35 should be evaluated. Weapons delivery in active combat has yet to be tested. The integration of a squadron of F35s with other managed assets in the air, on land and at sea is still far off from having been tested satisfactorily, and in network-centric warfare (which is how battles are conducted today) that is the main value of the F35 system. Thus we have no idea if and how the F35 systems will perform in such conditions, despite the massive development and production costs to date.

 

But finally, and maybe most importantly, the F35 will do nothing against the threat we still have few ideas on how to counter today: the person who hijacks a truck carrying steel beams and drives it through a crowded Christmas market. It is interesting to think of how much could be achieved in countering such threats if the money that one F35 costs today was instead spent on intelligence gathering.

 

 

 


Quaderno di traduzione 74. La vie nue PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 21 Gennaio 2017 20:06

Pour prendre congé

 

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Pour une fois, en conclusion, faisons que la plume à son tour gouverne la main, qu'on en finisse avec la volonté d'affirmer quelque chose en vociférant, en revendiquant, en exigeant l'attention du monde. Libérons la parole de toute fonction utilitaire, de la déférence envers le pouvoir politique, militaire et religieux, de la facile répétition de l'opinion commune ainsi que de la vaine récrimination des insatisfaits, de la rancœur à peine apaisée des déçus, trompés, exclus.

Est-il possible d'écrire un mot sans ces connotations, un mot détaché d'une intention, d'une fin, un mot qui soit une fin en soi, qui refuse d'être un moyen : massue, pistolet, chantage, peur ? Un mot pur ? Et dans le même temps, écrire un mot nécessaire qui soit pareil à un phénomène naturel, à une conséquence logique inattendue, étonnante par sa beauté ou effrayante par sa force, semblable à un destin inévitable et pourtant imprévu ? Est-il possible d'écrire un mot définitif au-delà duquel plus rien ne pourrait exister ou plutôt au-delà duquel pourrait s'ouvrir tout un monde qui nous était toujours resté caché ?

Le mot que nous écrivons, celui que nous lisons, le mot que nous écoutons, celui qui chaque jour se dépose dans les esprits, traverse les corps, le mot qui gouverne les vies et met les hommes en mouvement, est un mot qui asservit et avilit, obsessionnel et tyrannique, orgueilleux et prétentieux, faux et mensonger.

Pour une fois, faisons que l'absence d'opinion, de thèse, de certitude, de vérité, de foi, anime la plume ; que le mot ne dise rien, se relâche, s'abstienne de commentaire, de paraphrase, se détourne de la critique, de la publicité – promotion ou autopromotion, peu importe. Disparaisse le réel et vienne au premier plan le possible, alors oui, tout pourrait arriver...

Qui pourrait être intéressé par un tel mot ? Pas le politique ni l'économiste, le juriste non plus, encore moins le notable, le commerçant, l'industriel, l'artisan, le professeur, le prêtre, il ne pourrait intéresser aucune catégorie, parce que c'est un mot sans rentabilité, c'est un mot aussi inutile qu'un verre perdu ; jusqu'à ce qu'un jour une personne, quelle qu'elle soit, par un hasard qui la laisse stupéfaite, découvre derrière la façade de sa propre position respectable, une chose oubliée que ce mot lui fait voir de façon inattendue : la vie nue.

La vie nue, qu'est-ce-que c'est ? C'est ce que l'on est avant d'exister, l'indistinct avant le distinct, l'existence sans identité, avant toute identité, l'existence soustraite à la technique asservissante quelle qu'elle soit, la vie comme fait primaire irréductible. On peut la percevoir dans les stations balnéaires qui semblent abandonnées l'hiver quand souffle la tramontane, dans les villes à quatre heures du matin quand tout le monde dort, dans les maisons en ruines des campagnes et des centres historiques où les oiseaux font leur nid, où croît le figuier sauvage, sur le bord de la route où poussent les pissenlits, sans voiture pour écraser l'herbe, enfin en tout lieu dont l'homme a retiré sa main prédatrice.

À qui fait cette découverte – et n'importe qui peut la faire pourvu qu'il se débarrasse de l'armure de l'habitude et de l'orgueil – se révèle ce qui a toujours été, ce qui est aujourd'hui le mot nu ; non celui qui s'achète mais celui qui s'acquiert en vivant.

Un jour, tous les mots finiront dans le néant, comme toutes les choses. Alors dans l'indistinct du néant, sur l'immense mer qu'est l'existence dans laquelle tout se perd, continuera à voleter comme un souffle le mot nu, témoignage vivant de la vie nue. Et il n'y aura personne pour en demander le sens.


L'osceno del villaggio 66. Cose da italiani PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 21 Gennaio 2017 11:54

[in "S/Pagine", 14 gennaio 2017]

 

“Mi era sembrato di notare un fatto poco chiaro 
come una specie di governo ma di terza mano
come un programma mai approvato che però seguiamo 
e neanche posso non votare perché non votiamo. “

(Daniele Silvestri  - “Quali alibi”)

 

Cose da italiani 1. Una classe politica porta il Paese al disastro ed è ancora lì a governare. Un governo che fa una politica di annunci e slides, sbandiera riforme a tutto spiano e poi di queste ne realizza soltanto alcune, monche, dovrebbe essere bocciato dagli elettori e mandato a casa. Sì, sempre che gli elettori abbiano la possibilità di esercitare il diritto-dovere del voto. Ma così non è, perché alla guida del Paese dalle elezioni politiche del 2013 si avvicendano vari governi nominati dal Presidente della Repubblica, prima Re Giorgio Napolitano ed ora Sergio low profile Mattarella; e prima ancora delle elezioni del 2013 ve ne era stato un altro, di governo non eletto, spacciato per governo tecnico, cioè quello Monti. Vero che la colpa delle sabbie mobili nelle quali ci troviamo adesso è degli elettori perché alle urne non hanno espresso una volontà piena, non hanno fatto una scelta di campo netta, precisa, fra le varie proposte politiche, ma hanno frazionato il proprio voto distribuendolo fra centro- sinistra, a guida Pd, centro-destra, trainato da Lega e Forza Italia, e Movimento Cinque Stelle. Forse, se si votasse oggi, non sarebbe più il pantano, nel senso che nel bene e nel male, -più nel male, anzi nel peggio-, i sondaggi dicono che la maggioranza dei voti andrebbe al partito grillino. Renzi lo sa e per questo, dopo la magra figura rimediata al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di prender tempo per riorganizzarsi. Anche Berlusconi lo sa e pure lui, povero illuso, cerca di rimandare l’appuntamento con le urne nella speranza che il suo partito possa racimolare qualche zero virgola in più. Di fatto, il sistema politico italiano si è spappolato in tre poli con decisa prevalenza dei quello grillino.  E molti sono ormai del parere che sia meglio la (malaugurata) gestione Cinque Stelle che questa impasse di governicchio Gentiloni, ostaggio delle banche e delle lobbies. Tanto gli impuniti come Renzi, Boschi, Guerini, Serracchiani, continuano ad esercitare il proprio potere nonostante tutto. Renzi e Boschi avevano promesso urbi et orbi che si sarebbero dimessi in caso di sconfitta elettorale e invece il bullo Renzie è li a maramaldeggiare al centro della scena politica e “occhi dolci” Boschi a bamboleggiare dallo scranno governativo più alto dopo quello del Premier. E poi ci sono le opposizioni per finta, come quelli di Ala, i quali non hanno dato l’appoggio al governo Gentiloni perché non hanno ricevuto alcuna poltrona (e il colmo è che lo hanno pure sfacciatamente dichiarato), ma che sono pronti a fornirgli una stampella nel caso ce ne fosse bisogno. Con questa gentaglia, dico io, come Verdini, Barani, Romano, ecc.,  i movimenti populisti come i 5 Stelle guadagneranno sempre terreno e prenderanno sempre più voti. Fino a quando sui banchi del governo siederanno la Ministra Fedeli (quella del curriculum taroccato), il Ministro Poletti (quello delle cene con Buzzi e Panzironi, all’epoca di Alemanno), la Ministra Madia (con la benedizione di Napolitano figlio), la Lorenzin (quella del Fertility day), la gente, stufa di essere imbecherata dai nostri governanti pagliacci, guarderà al grillismo, ultima spes, come alla soluzione finale. Gli elettori, vedendo sedere sui banchi governativi svariati impresentabili, come la deputata Pd Micaela Campana, indagata per Roma Capitale, il sottosegretario Vito De Filippo, indagato in Basilicata per concussione, il sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato in Sicilia per turbativa d’asta, ecc.,  daranno ancora più forza al Movimento Cinque Stelle,  poco o punto considerando la loro palese e dimostrata incapacità di governare. Sempre meglio gli inetti, penseranno, del governo delle lobbies finanziarie e imprenditoriali, della burocrazia corrotta e genuflesso all’Unione Europea.

 

Cose da italiani 2. Puntuale come le tasse, arriva il nuovo libro di Bruno Vespa “C’eravamo tanto amati. Amore, politica, riti e miti. Una storia del costume italiano” (Mondadori 2016), e puntuale anche la sua presentazione con relatore Silvio Berlusconi. Berlusconi, ormai una maschera di cerone che ricorda sempre più Silvermane, uno dei nemici dell’Uomo Ragno, parla a ruota libera rifilando al pubblico assortito misto il solito polpettone ormai indigesto anche ai suoi più vicini sodali e stretti collaboratori, a tutti insomma, tranne al Bruno nazionale. Vespa gongola, mentre il pubblico applaude e apprezza.  Il celebre anchorman televisivo è un’istituzione per noi italiani, è come il caffè, gli spaghetti, la Ferrari, il parmigiano. Da “Telecamera con vista. Da Valpreda a Di Pietro, 25 anni di storia italiana nei retroscena del Telegiornale” a  “La scossa. Il cambiamento italiano nel mondo che trema, da  “Il cambio. Uomini e retroscena della nuova repubblica” a “Il Cavaliere e il Professore. La scommessa di Berlusconi, il ritorno di Prodi”,  da “Viaggio in un’Italia diversa a “Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi storia del potere femminile”, Vespa ha pubblicato un numero interminabile di libri. Io, purtroppo, non ne ho letto nessuno, ma conto di colmare quanto prima questa gravissima lacuna.

 

Cose da italiani 3. Posto che tutti i politici sono dei coglioni di natura, perché, come dire, se fanno politica significa che hanno tracce di coglionaggine nel loro dna, si domanda: c ‘è un politico più coglione di quello che si autodefinisce tale? Mi riferisco a Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza nazionale, plenipotenziario del fantomatico Popolo delle Libertà, ex Presidente della Camera, e ora pensionato di lusso. L’ultimo atto della telenovela sulla casa di Montecarlo che ha stroncato la carriera di Fini lo hanno scritto i giudici. La casa fu venduta ad una società riconducibile alla moglie di Fini, Elisabetta Tulliani. E a pagare la casa fu Francesco Corallo, re delle slot machines di Roma e arrestato perché a capo di un’organizzazione criminale internazionale che riciclava denaro sporco. Insieme a Corallo, arrestato anche l’ex parlamentare di Forza Italia Laboccetta. Praticamente tutto ebbe inizio nel 2008, quando An, di cui Fini era allora Presidente, vendette una casa a Montecarlo a 300.000 euro ad una società caraibica riconducibile a Giancarlo Tulliani, genero di Fini. La casa era stata un lascito personale fatto nel 1999 ad Alleanza Nazionale dalla contessa con simpatie fasciste Anna Maria Colleoni. La casa da Giancarlo Tulliani venne rivenduta ad un’altra società facente capo alla sorella Elisabetta, e qui interviene l’imprenditore Corallo. Insomma, un giro di soldi e di truffe nel quale sarebbe coinvolto anche il padre di Elisabetta, Sergio Tulliani. Infatti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Corallo avrebbe versato ai Tulliani svariati milioni di euro in cambio di un decreto del Governo Berlusconi, di cui Fini era colonna portante, che favorì le concessionarie delle slot machines di cui Corallo era il ras. La fonte è “Il fatto quotidiano”, che sostiene che anche Fini avrebbe avuto un ruolo importante in questa sporca faccenda, tanto vero che la Procura di Roma, allora guidata da Giovanni Ferrara, avrebbe aperto un’inchiesta su Fini, poi archiviata, e ciò perché Ferrara sarebbe stato chiamato ad entrare nel Governo Monti, come sottosegretario, governo sostenuto proprio da “Futuro e Libertà”, il nuovo e ultimo partito di Fini prima della debacle. Ma al di là di queste ricostruzioni e dietrologie, resta il fatto che la famiglia Tulliani controllava un business davvero milionario, nonostante Fini all’epoca in cui lo scandalo venne fuori si affrettasse a smentirlo. Fini attaccò duramente gli organi di stampa e in particolare “Il Giornale”, allora diretto da Vittorio Feltri, denunciando come la cosiddetta “macchina del fango”  fosse stata orchestrata da Berlusconi, di cui era diventato nemico, per farlo fuori dalla scena politica. I fatti ora dimostrano che none era così.  Ricordiamo che Gianfranco Fini, dopo lo scioglimento di Alleanza Nazionale, confluita insieme a Forza Italia nel Pdl, divenne il numero due di Berlusconi, ricoprendo importanti incarichi come quello di Ministro degli Esteri. Fini era il candidato naturale alla successione di Berlusconi stesso nella guida del centro- destra, se ad un certo punto non si fosse messo contro il leader, nella malcelata speranza di recuperare consenso a destra e simpatie a sinistra. Berlusconi gliela fece pagare, Fini fu espulso dal Pdl e fondò un piccolo partito, “Futuro e Libertà”, asfaltato alle elezioni politiche del 2013. Come dire che le miserie umane, la meschinità, l’ambizione, il rancore, le invidie personali, possono prendere il sopravvento sulla carriera politica. Ora il “coglione” Fini vaga per i talk show pomeridiani che ogni tanto lo ospitano come opinionista. Quisque faber est suae fortunae. Davvero ciascuno si scrive da sé il proprio destino.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 180 - (19 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 20 Gennaio 2017 12:32

Credito e Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 19 gennaio.2017]

 

Negli ultimi mesi, i principali media italiani hanno dedicato ampio spazio al problema delle ‘sofferenze’ del sistema bancario italiano (ovvero dei crediti deteriorati o non esigibili) e del Monte dei Paschi di Siena, in particolare. Si tratta evidentemente di un problema di massima rilevanza, che rischia però di oscurare un problema correlato, che attiene alla non risolta questione della restrizione del credito nel Mezzogiorno.

SVIMEZ certifica che l’economia del Mezzogiorno cresce sistematicamente meno di quella del Centro-Nord da quasi dieci anni, che le migrazioni, soprattutto giovanili e soprattutto di individui con elevato titolo di studio, sono in continuo aumento, a fronte della crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro per chi non può o non vuole emigrare. E’ tristemente emblematico, in tal senso, il dato recentemente diffuso dall’INPS sulla vertiginosa crescita dei buoni lavoro (voucher) venduti nel corso dell’ultimo anno: effetto probabilmente inatteso del Jobs Act, che, tuttavia, ne ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. La spirale perversa nella quale il Mezzogiorno è precipitato parte dalla caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della prima crisi del 2007-2008 e accentuata dalle politiche di austerità. Le quali, sotto forma di compressione della spesa pubblica e di aumento della tassazione, sono state attuate in misura più intensa proprio nella macroregione italiana maggiormente colpita dalla crisi.

La caduta della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco per le imprese meridionali, che, nella gran parte dei casi, non sono orientate alle esportazioni e, dunque, vendono su mercati locali. Ne è derivata la compressione dei loro profitti – oltre a un’ondata quasi senza precedenti di fallimenti – e la crescente difficoltà di restituire i debiti contratti con il sistema bancario. Si consideri, a riguardo, che il credito bancario, nel Mezzogiorno, è la principale fonte di finanziamento degli investimenti: ben poche sono le imprese quotate in Borsa (che dunque possono finanziare la loro produzione attraverso la vendita di titoli sui mercati finanziari) e modeste sono le fonti di autofinanziamento, derivanti dai profitti realizzati. Non è sorprendente, in tale condizione, che le banche abbiano reagito o riducendo i prestiti o aumentando i tassi di interesse, al fine di compensare l’aumento del rischio di insolvenza dei debitori.

La dinamica che si è generata (e continua a generarsi) ha natura cumulativa: si riduce l’offerta di credito – e, per il peggioramento delle aspettative delle imprese, si riduce anche la domanda di credito – si riducono gli investimenti, l’occupazione, la domanda interna e i profitti, ponendo il sistema bancario nella condizione di aumentare ulteriormente i tassi di interesse (o ridurre ulteriormente l’erogazione di prestiti) per la riduzione della solvibilità delle imprese.

Le autorità europee e i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ritenuto che si tratta di un problema di “liquidity risk”, ovvero di sottocapitalizzazione del sistema bancario e che, in quanto tale, vada risolto immettendo liquidità nei bilanci delle banche con maggiori sofferenze: ovvero quelle nei cui bilanci è maggiore l’incidenza di crediti inesigibili. Si tratta di una misura molto discutibile, che può generare effetti perversi e, a ben vedere, li sta già generando. Ciò soprattutto perché la ricapitalizzazione del sistema bancario implica un aumento della spesa pubblica, dal momento, che – come si è da ultimo registrato nel caso del Monte dei Paschi di Siena – le c.d. soluzioni di ‘salvataggio di mercato’ (ovvero il recupero di fondi da parte di operatori privati) sono di difficile praticabilità. E l’aumento della spesa pubblica può comportare un aumento del debito pubblico, senza alcun beneficio né diretto né indiretto né per i lavoratori né per le piccole imprese, e a maggior ragione né per i lavoratori meridionali né per le imprese meridionali. Anzi: l’aumento del debito pubblico – dati i vincoli posti alla sua espansione nei Trattati europei – è da finanziarsi attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, che, di norma, grava appunto su piccole imprese e lavoratori. In sostanza, il salvataggio pubblico di banche ha effetti redistributivi a vantaggio evidentemente delle banche e a danno evidentemente dei contribuenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un provvedimento dai discutibili risvolti etici, dal momento che di fatto premia (o non sanziona) la cattiva gestione di Istituti di credito a danno di soggetti o gruppi sociali che di tale cattiva gestione sono semmai le vittime.

La questione andrebbe declinata in senso opposto: la sottocapitalizzazione del sistema bancario è il risultato del “solvency risk”, ovvero della crescita delle insolvenze delle imprese, a sua volta imputabile alla caduta della domanda e alla compressione dei margini di profitto. Bankitalia stima, a riguardo, che i c.d. non performing loans – ovvero i crediti inesigibili – sono pari a circa il 18% dei crediti complessivamente erogati. Si tratta, da questo punto di vista, semmai di salvare i clienti per salvare le banche.

Se la questione si pone in questi termini, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non debba essere destinata alla ricapitalizzazione del sistema bancario ma a misure destinate ad ampliare il mercato interno, sotto forma, ad esempio, di aumento di salari e stipendi e maggiore regolamentazione del mercato del lavoro. E ciò andrebbe fatto soprattutto nel Mezzogiorno, giacché è in quest’area che il problema della restrizione del credito, e della conseguente recessione, è più intenso. Si potrebbe obiettare che, in assenza di un intervento pubblico di sostegno al sistema bancario, si metterebbe seriamente a rischio la sua tenuta, con presunti conseguenti fallimenti bancari che danneggerebbero risparmiatori e imprese più di quanto danno subiscano nelle condizioni date. Questa tesi si imbatte in una duplice critica. Innanzitutto, non tutte le banche italiane sono a rischio di fallimento e, anzi, per quanto risulta possibile accertare attraverso gli stress test del luglio scorso, il sistema bancario più fragile dell’Eurozona non è quello italiano, se si esclude Unicredit e Monte dei Paschi di Siena (con risultati estremamente preoccupanti e per molti aspetti sorprendenti per Deutsche Bank). In secondo luogo, il salvataggio pubblico crea problemi di ‘azzardo morale’, ovvero incentiva eccessive assunzioni di rischio da parte dei singoli Istituti di credito, che, attendendosi interventi esterni in caso di aumento delle perdite, non avrebbero alcun interesse a una gestione efficiente. Ma, più in generale, va rimarcato il fatto che il problema origina, in ultima istanza, dal fatto che le banche, da ormai molti e troppi anni, hanno sostanzialmente smesso di fare ciò che ci si aspetta che facciano - erogare credito a imprese e famiglie – per scegliere la via più semplice della speculazione sotto l’ombrello protettivo dello Stato.


Vie traverse 10. Gita a Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Gennaio 2017 16:24

Alba

Ieri sera, di ritorno da Leuca, ero molto stanco per mettermi a scrivere, ma stamane mi sono svegliato presto con l’intenzione di raccontare la mia gita a Leuca in compagnia di Sofia. Ornella, durante la notte, a causa del gran caldo, aveva lasciato la finestra aperta per far entrare dal giardino un po’ di aria fresca, e così, all’alba, gli uccelli che dormono negli alberi e la luce del sole (sebbene la nostra stanza da letto volga a ponente) mi hanno svegliato qualche ora prima del solito. Sono rimasto disteso ancora per mezz’ora, ripassando nelle mente le immagini che avevo riportato con me, poi mi sono alzato pensando a quel detto famoso, il mattino ha l’oro in bocca, col desiderio di scrivere, per leggere poi a Ornella, Giulia e Sofia, al loro risveglio, il resoconto della nostra passeggiata a Leuca. Ho fatto colazione, ho dato da mangiare un po’ di granturco a Colombina, una colomba che da tempo si è stanziata qui da noi e già all’alba si mette a tubare e richiede del cibo, e alle due tartarughe, Ugo e Uga (così le chiamano le mie figlie), che rumoreggiavano muovendosi nella loro vasca, ed ora, mentre tutti dormono, sono qui che scrivo.

 

All’avventura

Ieri pomeriggio, dunque, verso le cinque, poco prima che uscissi di casa, Giulia mi ha chiesto dove stessi andando. Le ho risposto che andavo a fare un giro in moto, ma non sapevo dove, andavo così, “all’avventura”, senza una meta precisa – in realtà avevo in mente di andare a Leuca -. Le ho proposto di venire con me, ma lei mi ha risposto che se non le dicevo dove di preciso avevo intenzione di andare, non sarebbe venuta. Nel corso dell’estate, Giulia, che ha undici anni, ha preso la brutta abitudine, ogniqualvolta esco di casa, di farmi questa domanda: - Dove stai andando? -, che sarebbe del tutto legittima, se non la facesse contemporaneamente a me, ad Ornella, poi ancora a zia Milena, ed infine a nonna Giovanna, riservandosi il diritto di scegliere a chi aggregarsi unicamente in base all’appetibilità della metà che le si propone. Giulia va con chi le offre un piacere, o meglio, un’aspettativa di piacere maggiore; ragion per cui, per mostrarle il mio disappunto, io ho deciso di non dirle la meta cui ero diretto. Dal momento che nonna Giovanna aveva preso accordi con Ornella per andare a Lecce a fare un giro dei negozi – siamo in tempo di saldi -, sapevo già che Giulia avrebbe rifiutato il mio invito. Invece, Sofia, che ha otto anni, ha accettato di venire con me “all’avventura”, e così, dopo aver messo nella borsa una bottiglia d’acqua gelata, che nelle ore seguenti si sarebbe sciolta divenendo bevibile, un cambio di robe e un telo da bagno, siamo partiti per Leuca, senza dir nulla a Ornella, che altrimenti si sarebbe preoccupata sapendo che avevo scelto una meta così lontana da Galatina. Le avrei telefonato una volta giunti a destinazione.

Quando già eravamo in moto, ho detto a Sofia che pensavo di andare a Leuca, dove avrei voluto trascorrere con lei l’intero pomeriggio, fino a sera. Lei subito si è dichiarata entusiasta, perché a Leuca, essendo piuttosto distante da Galatina (circa sessanta chilometri), non ci si va ogni giorno, ma una volta ogni tanto, e questo aumenta il piacere della gita al mare. Poi, l’idea di rimanere fino a sera fuori di casa l’ha fatta andare in visibilio.

 

Strade e superstrade

Da Galatina ci si può recare a Leuca percorrendo due strade: la prima, più breve, immettendosi a Soleto o a Corigliano d’Otranto sulla Lecce-Maglie-Leuca; la seconda, di qualche chilometro più lunga rispetto alla prima, prendendo dopo Galatone la Lecce-Gallipoli-Leuca: due superstrade a scorrimento veloce, che ti portano a Leuca in meno di un’ora. Questa volta, però, ho scelto di fare una strada diversa, perché non avevo nessuna fretta di arrivare subito a Leuca, ma intendevo godermi il viaggio in moto, percorrendo vie secondarie, meno battute dalla massa dei vacanzieri. Ho imboccato, dunque, la strada per Sogliano Cavour, tirando dritto, senza prendere la circonvallazione, e passando per il centro del paese fino a Cutrofiano.

Fino a Cutrofiano non mio sento affatto in un territorio diverso da quello nel quale vivo. Cutrofiano, con tutte le campagne che gli fanno da contorno, per me è un prolungamento del territorio di Galatina, insieme a Sogliano, Soleto ed Aradeo – il che, se non mi dà certo la sensazione di vivere in una grande città, perché in realtà ogni paese conserva la sua identità e ne è geloso, almeno mi permette di effettuare i miei spostamenti da un campanile all’altro con un senso di familiarità che, in altri luoghi del Salento, cioè già pochi chilometri più in là rispetto ai paesi che ho nominato, non avverto.

Uscendo da Sogliano subito vedi il campanile di Cutrofiano, che funziona come punto di riferimento fisso per coloro che si dirigono in quella direzione, sia che provengano da Galatina, sia che provengano da Supersano, da Aradeo o da Maglie, cioè dai quattro punti cardinali. A Cutrofiano, che abbiamo attraversato da nord a sud, eludendo tutta la segnaletica che ci consigliava di fare un giro più largo, abbiamo preso la strada per Supersano e poi per Ruffano. La Galatina-Ruffano, prosecuzione verso sud della statale Lecce-Galatina, ha suppergiù un secolo e mezzo di vita. I Galatinesi della seconda metà dell’Ottocento, ai tempi della vignetazione, riuniti in consorzio con altri comuni della zona, vi profusero non pochi denari per aprirla, e avevano ragione di farlo, perché quella strada porta nel cuore del Capo di Leuca, i cui paesi, grazie ad essa, venivano ad essere collegati direttamente alla città di Galatina e al capoluogo di provincia. Ed invece i nostri progenitori hanno lavorato invano, perché questa strada appare pressoché deserta nelle diverse stagioni dell’anno. Di tanto in tanto incontri un’auto proveniente da Supersano o da Ruffano, ma si tratta di un traffico interpaesano, poiché il traffico veloce e di lunga distanza, quello proveniente dai paesi del Capo che quella strada avrebbe dovuto convogliare verso Galatina, è assorbito dalle due arterie maggiori, le superstrade Lecce-Maglie-Leuca e Lecce-Gallipoli-Leuca.

In cuor mio non la smetterò mai di notare la solitudine di questa strada, il suo aristocratico distacco da ogni funzione utilitaristica, un utile a cui già da molto tempo sembra aver rinunciato. Attraversi un oliveto ininterrotto fino a pochi chilometri dai paesi, dove lascia il posto alla vigna, che il paesano ama tenere sempre vicino a casa, e pensi che, se al posto della strada di asfalto ci fosse un tratturo di campagna, pochi se ne lamenterebbero, e il danno per l’economia del territorio sarebbe irrilevante. Questa strada sembra davvero sprecata per i rari camion che trasportano le olive o l’uva nel tempo della raccolta. Ma tant’è, la strada è stata aperta, e ora è un piacere percorrerla a quell’ora del pomeriggio. E’ un lungo rettilineo – da questo deduci che la strada è il frutto della modernità ottocentesca, come un rettifilo che abbia sventrato non una città, ma un oliveto; viceversa una strada piena di curve, rispettosa dei vincoli agrari, è una strada medievale -, che si percorre all’ombra di alti e frondosi olivi grazie ai quali i raggi del sole, fisso alla tua destra, sono resi inoffensivi, tra un continuo frinire di cicale invisibili a occhio nudo, che sembrano passarsi il testimone del loro canto e inseguire a ruota il viaggiatore, anche il più veloce. Nelle vicinanze dei paesi gli uomini hanno costruito le loro casette, dove d’estate trascorrono la villeggiatura, che è un modo non ozioso di star dietro ai lavori della campagna. Poi, dopo qualche chilometro, l’oliveto ritorna padrone del paesaggio. Non c’è mai nessuno in questi boschi di ulivi, se non nel tempo della raccolta e della rimonda, pochi giorni all’anno. Per il resto gli alberi fanno tutto da sé, senza richiedere l’aiuto dell’uomo. E’ vero, c’è qualcuno che innaffia l’oliveto, come si deduce dai tubi legati ai tronchi, ma potrebbe anche non farlo, come accadeva non molti anni fa, quando nessuno lo innaffiava, tanto l’olivo trova ugualmente la forza di sopravvivere e di produrre il suo frutto.

Questo lungo rettilineo semideserto incrocia solo un paio di strade, la Gallipoli-Maglie prima e, dopo qualche chilometro, all’altezza di Supersano, la Casarano-Nociglia, che innervano il territorio da ovest a est, superando la dorsale delle Serre increspanti da nord a sud il basso Salento fino a Leuca. Si incontra, infine, prima di arrivare a Supersano, una svolta per Scorrano, ma l’incrocio passa inosservato, poiché sembra l’imbocco di una strada interpoderale più che una via di comunicazione tra paesi diversi.

 

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 184 - (18 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 18 Gennaio 2017 19:40

Il dialetto come antidoto al crescente appiattimento del linguaggio

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 18 gennaio 2017]

 

Qualche tempo fa un amico mi diceva che lui sognava soltanto in dialetto. Non ricordava di aver mai fatto un sogno in cui le parole fossero in una lingua diversa. Nella profondità dell’inconscio, nel mistero dei moventi del sogno, le figure parlanti si esprimevano soltanto con le parole del suo dialetto. Poi, nel fondo del sogno, gli ritornavano parole che lui aveva completamente dimenticato, che forse aveva ascoltato da bambino, che forse aveva anche pronunciato qualche volta, da bambino, e poi mai più. Una, in particolare, se la ricordava perché ricorreva con frequenza: currutu. Spesso, nel sogno, c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu: con te mi sono offeso, con te sono risentito. Lui avrebbe voluto sapere chi fosse colui che si era currutu, per quale ragione era accaduto, avrebbe voluto anche chiedergli scusa, o dirgli che non aveva motivo di offendersi, di risentirsi, ma l’ombra del sogno scappava via e andava a nascondersi in una grotta di una montagna di sabbia che esisteva soltanto nel sogno. Allora si parlò di questa storia, di come fosse possibile che accadesse questo fenomeno; se ne parlò senza alcuna intenzione e senza alcuna competenza di natura linguistica o psicanalitica. Se ne parlò e basta. Lui aveva studiato ingegneria, si era specializzato all’estero, conosceva l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, lavorava per una multinazionale, se ne andava in giro per il mondo, ma la notte, quale che fosse la parte del mondo in cui sognava, lui parlava in dialetto, sentiva parlare soltanto in dialetto, e spesso c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu, che gli ripeteva cu tte m’aggiu currutu, e poi scappava via e poi si nascondeva nella grotta di una montagna di sabbia che non esisteva.

A un certo punto l’amico disse che sua madre e suo padre gli avevano parlato sempre ed esclusivamente in dialetto.

Ecco. Forse era questa la spiegazione del sogno; era la sua radice linguistica.

Poi il parlare si ramificò, le considerazioni si sovrapposero, si aggregarono frammenti, si associarono idee, il discorso prese quell’andamento di cui dice Roland Barthes al principio dei suoi “Frammenti di un discorso amoroso” (dis-cursus indica, in origine, il correre qua e là), andò in questo modo fino a lambire la riflessione sulla motivazione per la quale oggi si possa parlare ancora il dialetto.

Lui diceva che cominciava a parlare in dialetto appena con la macchina prendeva lo svincolo per il paese. Parlava in dialetto con i figli che non capivano una sola parola e si dicevano fra di loro ecco, adesso è ritornato terrone, parlava in dialetto con suo padre e sua madre, con gli amici in piazza, con chiunque; parlò in dialetto per tutto il discorso di ringraziamento che fece quella volta che gli consegnarono la targa dell’emigrato di eccellenza, che ce l’aveva fatta, e quella volta c’erano le autorità tutte in prima fila. Parlò in dialetto perché voleva che lo capissero anche sua madre e suo padre, soprattutto sua madre e suo padre, che non stavano in prima fila ma tra la gente nella grande sala. Li ringraziò in dialetto; in dialetto ringraziò tutto il paese perché in quel paese era nato, ringraziò tutti gli amici, chiese scusa nel caso avesse dimenticato qualcuno, perché, pensò, chissà se non è un amico quello che nel sogno mi dice cu tte m’aggiu currutu, se non è un compagno di scuola al quale non ho passato il compito di aritmetica, un compagno di strada al quale ho bucato il pallone. Allora mi venne da pensare a quello che Luigi Meneghello scrive nel suo sfavillante “Libera nos a malo”: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare”. Dice ancora Meneghello che questo nòcciolo di materia primordiale contiene forze incontrollabili proprio perché esiste una sfera prelogica.

Probabilmente il sogno è una di quelle forze incontrollabili.

Forse qualche motivo per parlare il dialetto ancora c’è, per usarlo con una funzione che non sia quella del folclore o della poesia. Certo, rispetto a questo, ciascuno ha una propria opinione, un proprio sentimento, l’una e l’altro derivanti dalle circostanze, dalla formazione, dai contesti in cui vive, dalle ideologie, dalle scelte delle modalità di espressione con cui intende mettersi in relazione con l’altro, con gli altri, con se stesso. Dipende anche dalle individuali passioni per la lingua.

Una ragione, per esempio, potrebbe essere quella di una culturale opposizione all’appiattimento del linguaggio, al barbarismo, all’omologazione, a quella che Italo Calvino chiamava l’antilingua, al paludamento, al burocratese, allo standard che va sempre più in basso, alla massificazione, all’inespressività, al semplicismo, all’approssimazione, alla formattazione, al magma dei social.

Una culturale opposizione. Una resistenza. Una maniera per dire, per ribadire che il significato di una parola è qualcosa di assolutamente personale, di intimo, profondo, sostanziale, di unico qualche volta, qualche volta di insostituibile, irripetibile.

In un piccolo racconto intitolato “La tartaruga e il dialetto”, Giovanni Arpino dice: “Durante profonde commozioni mi son sempre trovato a pensare a esclamare addirittura a credere in dialetto”.

Per esempio: una preghiera. Forse quando una preghiera è viscerale, quando non è recitata nel corso di un rito, quando è un’invocazione, un colloquio a tu per tu con l’Infinito, un’implorazione, una supplica che riguarda il destino, si pronuncia soltanto con le parole di un dialetto, o si pensa silenziosamente in un dialetto: nella lingua delle ferite antiche.


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