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Programma febbraio 2018
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Un incontro proficuo e uno spostamento (eccezionale) di sede
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Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Quaderno di traduzione 74. La vie nue PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 21 Gennaio 2017 20:06

Pour prendre congé

 

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Pour une fois, en conclusion, faisons que la plume à son tour gouverne la main, qu'on en finisse avec la volonté d'affirmer quelque chose en vociférant, en revendiquant, en exigeant l'attention du monde. Libérons la parole de toute fonction utilitaire, de la déférence envers le pouvoir politique, militaire et religieux, de la facile répétition de l'opinion commune ainsi que de la vaine récrimination des insatisfaits, de la rancœur à peine apaisée des déçus, trompés, exclus.

Est-il possible d'écrire un mot sans ces connotations, un mot détaché d'une intention, d'une fin, un mot qui soit une fin en soi, qui refuse d'être un moyen : massue, pistolet, chantage, peur ? Un mot pur ? Et dans le même temps, écrire un mot nécessaire qui soit pareil à un phénomène naturel, à une conséquence logique inattendue, étonnante par sa beauté ou effrayante par sa force, semblable à un destin inévitable et pourtant imprévu ? Est-il possible d'écrire un mot définitif au-delà duquel plus rien ne pourrait exister ou plutôt au-delà duquel pourrait s'ouvrir tout un monde qui nous était toujours resté caché ?

Le mot que nous écrivons, celui que nous lisons, le mot que nous écoutons, celui qui chaque jour se dépose dans les esprits, traverse les corps, le mot qui gouverne les vies et met les hommes en mouvement, est un mot qui asservit et avilit, obsessionnel et tyrannique, orgueilleux et prétentieux, faux et mensonger.

Pour une fois, faisons que l'absence d'opinion, de thèse, de certitude, de vérité, de foi, anime la plume ; que le mot ne dise rien, se relâche, s'abstienne de commentaire, de paraphrase, se détourne de la critique, de la publicité – promotion ou autopromotion, peu importe. Disparaisse le réel et vienne au premier plan le possible, alors oui, tout pourrait arriver...

Qui pourrait être intéressé par un tel mot ? Pas le politique ni l'économiste, le juriste non plus, encore moins le notable, le commerçant, l'industriel, l'artisan, le professeur, le prêtre, il ne pourrait intéresser aucune catégorie, parce que c'est un mot sans rentabilité, c'est un mot aussi inutile qu'un verre perdu ; jusqu'à ce qu'un jour une personne, quelle qu'elle soit, par un hasard qui la laisse stupéfaite, découvre derrière la façade de sa propre position respectable, une chose oubliée que ce mot lui fait voir de façon inattendue : la vie nue.

La vie nue, qu'est-ce-que c'est ? C'est ce que l'on est avant d'exister, l'indistinct avant le distinct, l'existence sans identité, avant toute identité, l'existence soustraite à la technique asservissante quelle qu'elle soit, la vie comme fait primaire irréductible. On peut la percevoir dans les stations balnéaires qui semblent abandonnées l'hiver quand souffle la tramontane, dans les villes à quatre heures du matin quand tout le monde dort, dans les maisons en ruines des campagnes et des centres historiques où les oiseaux font leur nid, où croît le figuier sauvage, sur le bord de la route où poussent les pissenlits, sans voiture pour écraser l'herbe, enfin en tout lieu dont l'homme a retiré sa main prédatrice.

À qui fait cette découverte – et n'importe qui peut la faire pourvu qu'il se débarrasse de l'armure de l'habitude et de l'orgueil – se révèle ce qui a toujours été, ce qui est aujourd'hui le mot nu ; non celui qui s'achète mais celui qui s'acquiert en vivant.

Un jour, tous les mots finiront dans le néant, comme toutes les choses. Alors dans l'indistinct du néant, sur l'immense mer qu'est l'existence dans laquelle tout se perd, continuera à voleter comme un souffle le mot nu, témoignage vivant de la vie nue. Et il n'y aura personne pour en demander le sens.


L'osceno del villaggio 66. Cose da italiani PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 21 Gennaio 2017 11:54

[in "S/Pagine", 14 gennaio 2017]

 

“Mi era sembrato di notare un fatto poco chiaro 
come una specie di governo ma di terza mano
come un programma mai approvato che però seguiamo 
e neanche posso non votare perché non votiamo. “

(Daniele Silvestri  - “Quali alibi”)

 

Cose da italiani 1. Una classe politica porta il Paese al disastro ed è ancora lì a governare. Un governo che fa una politica di annunci e slides, sbandiera riforme a tutto spiano e poi di queste ne realizza soltanto alcune, monche, dovrebbe essere bocciato dagli elettori e mandato a casa. Sì, sempre che gli elettori abbiano la possibilità di esercitare il diritto-dovere del voto. Ma così non è, perché alla guida del Paese dalle elezioni politiche del 2013 si avvicendano vari governi nominati dal Presidente della Repubblica, prima Re Giorgio Napolitano ed ora Sergio low profile Mattarella; e prima ancora delle elezioni del 2013 ve ne era stato un altro, di governo non eletto, spacciato per governo tecnico, cioè quello Monti. Vero che la colpa delle sabbie mobili nelle quali ci troviamo adesso è degli elettori perché alle urne non hanno espresso una volontà piena, non hanno fatto una scelta di campo netta, precisa, fra le varie proposte politiche, ma hanno frazionato il proprio voto distribuendolo fra centro- sinistra, a guida Pd, centro-destra, trainato da Lega e Forza Italia, e Movimento Cinque Stelle. Forse, se si votasse oggi, non sarebbe più il pantano, nel senso che nel bene e nel male, -più nel male, anzi nel peggio-, i sondaggi dicono che la maggioranza dei voti andrebbe al partito grillino. Renzi lo sa e per questo, dopo la magra figura rimediata al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di prender tempo per riorganizzarsi. Anche Berlusconi lo sa e pure lui, povero illuso, cerca di rimandare l’appuntamento con le urne nella speranza che il suo partito possa racimolare qualche zero virgola in più. Di fatto, il sistema politico italiano si è spappolato in tre poli con decisa prevalenza dei quello grillino.  E molti sono ormai del parere che sia meglio la (malaugurata) gestione Cinque Stelle che questa impasse di governicchio Gentiloni, ostaggio delle banche e delle lobbies. Tanto gli impuniti come Renzi, Boschi, Guerini, Serracchiani, continuano ad esercitare il proprio potere nonostante tutto. Renzi e Boschi avevano promesso urbi et orbi che si sarebbero dimessi in caso di sconfitta elettorale e invece il bullo Renzie è li a maramaldeggiare al centro della scena politica e “occhi dolci” Boschi a bamboleggiare dallo scranno governativo più alto dopo quello del Premier. E poi ci sono le opposizioni per finta, come quelli di Ala, i quali non hanno dato l’appoggio al governo Gentiloni perché non hanno ricevuto alcuna poltrona (e il colmo è che lo hanno pure sfacciatamente dichiarato), ma che sono pronti a fornirgli una stampella nel caso ce ne fosse bisogno. Con questa gentaglia, dico io, come Verdini, Barani, Romano, ecc.,  i movimenti populisti come i 5 Stelle guadagneranno sempre terreno e prenderanno sempre più voti. Fino a quando sui banchi del governo siederanno la Ministra Fedeli (quella del curriculum taroccato), il Ministro Poletti (quello delle cene con Buzzi e Panzironi, all’epoca di Alemanno), la Ministra Madia (con la benedizione di Napolitano figlio), la Lorenzin (quella del Fertility day), la gente, stufa di essere imbecherata dai nostri governanti pagliacci, guarderà al grillismo, ultima spes, come alla soluzione finale. Gli elettori, vedendo sedere sui banchi governativi svariati impresentabili, come la deputata Pd Micaela Campana, indagata per Roma Capitale, il sottosegretario Vito De Filippo, indagato in Basilicata per concussione, il sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato in Sicilia per turbativa d’asta, ecc.,  daranno ancora più forza al Movimento Cinque Stelle,  poco o punto considerando la loro palese e dimostrata incapacità di governare. Sempre meglio gli inetti, penseranno, del governo delle lobbies finanziarie e imprenditoriali, della burocrazia corrotta e genuflesso all’Unione Europea.

 

Cose da italiani 2. Puntuale come le tasse, arriva il nuovo libro di Bruno Vespa “C’eravamo tanto amati. Amore, politica, riti e miti. Una storia del costume italiano” (Mondadori 2016), e puntuale anche la sua presentazione con relatore Silvio Berlusconi. Berlusconi, ormai una maschera di cerone che ricorda sempre più Silvermane, uno dei nemici dell’Uomo Ragno, parla a ruota libera rifilando al pubblico assortito misto il solito polpettone ormai indigesto anche ai suoi più vicini sodali e stretti collaboratori, a tutti insomma, tranne al Bruno nazionale. Vespa gongola, mentre il pubblico applaude e apprezza.  Il celebre anchorman televisivo è un’istituzione per noi italiani, è come il caffè, gli spaghetti, la Ferrari, il parmigiano. Da “Telecamera con vista. Da Valpreda a Di Pietro, 25 anni di storia italiana nei retroscena del Telegiornale” a  “La scossa. Il cambiamento italiano nel mondo che trema, da  “Il cambio. Uomini e retroscena della nuova repubblica” a “Il Cavaliere e il Professore. La scommessa di Berlusconi, il ritorno di Prodi”,  da “Viaggio in un’Italia diversa a “Donne d’Italia. Da Cleopatra a Maria Elena Boschi storia del potere femminile”, Vespa ha pubblicato un numero interminabile di libri. Io, purtroppo, non ne ho letto nessuno, ma conto di colmare quanto prima questa gravissima lacuna.

 

Cose da italiani 3. Posto che tutti i politici sono dei coglioni di natura, perché, come dire, se fanno politica significa che hanno tracce di coglionaggine nel loro dna, si domanda: c ‘è un politico più coglione di quello che si autodefinisce tale? Mi riferisco a Gianfranco Fini, ex leader di Alleanza nazionale, plenipotenziario del fantomatico Popolo delle Libertà, ex Presidente della Camera, e ora pensionato di lusso. L’ultimo atto della telenovela sulla casa di Montecarlo che ha stroncato la carriera di Fini lo hanno scritto i giudici. La casa fu venduta ad una società riconducibile alla moglie di Fini, Elisabetta Tulliani. E a pagare la casa fu Francesco Corallo, re delle slot machines di Roma e arrestato perché a capo di un’organizzazione criminale internazionale che riciclava denaro sporco. Insieme a Corallo, arrestato anche l’ex parlamentare di Forza Italia Laboccetta. Praticamente tutto ebbe inizio nel 2008, quando An, di cui Fini era allora Presidente, vendette una casa a Montecarlo a 300.000 euro ad una società caraibica riconducibile a Giancarlo Tulliani, genero di Fini. La casa era stata un lascito personale fatto nel 1999 ad Alleanza Nazionale dalla contessa con simpatie fasciste Anna Maria Colleoni. La casa da Giancarlo Tulliani venne rivenduta ad un’altra società facente capo alla sorella Elisabetta, e qui interviene l’imprenditore Corallo. Insomma, un giro di soldi e di truffe nel quale sarebbe coinvolto anche il padre di Elisabetta, Sergio Tulliani. Infatti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Corallo avrebbe versato ai Tulliani svariati milioni di euro in cambio di un decreto del Governo Berlusconi, di cui Fini era colonna portante, che favorì le concessionarie delle slot machines di cui Corallo era il ras. La fonte è “Il fatto quotidiano”, che sostiene che anche Fini avrebbe avuto un ruolo importante in questa sporca faccenda, tanto vero che la Procura di Roma, allora guidata da Giovanni Ferrara, avrebbe aperto un’inchiesta su Fini, poi archiviata, e ciò perché Ferrara sarebbe stato chiamato ad entrare nel Governo Monti, come sottosegretario, governo sostenuto proprio da “Futuro e Libertà”, il nuovo e ultimo partito di Fini prima della debacle. Ma al di là di queste ricostruzioni e dietrologie, resta il fatto che la famiglia Tulliani controllava un business davvero milionario, nonostante Fini all’epoca in cui lo scandalo venne fuori si affrettasse a smentirlo. Fini attaccò duramente gli organi di stampa e in particolare “Il Giornale”, allora diretto da Vittorio Feltri, denunciando come la cosiddetta “macchina del fango”  fosse stata orchestrata da Berlusconi, di cui era diventato nemico, per farlo fuori dalla scena politica. I fatti ora dimostrano che none era così.  Ricordiamo che Gianfranco Fini, dopo lo scioglimento di Alleanza Nazionale, confluita insieme a Forza Italia nel Pdl, divenne il numero due di Berlusconi, ricoprendo importanti incarichi come quello di Ministro degli Esteri. Fini era il candidato naturale alla successione di Berlusconi stesso nella guida del centro- destra, se ad un certo punto non si fosse messo contro il leader, nella malcelata speranza di recuperare consenso a destra e simpatie a sinistra. Berlusconi gliela fece pagare, Fini fu espulso dal Pdl e fondò un piccolo partito, “Futuro e Libertà”, asfaltato alle elezioni politiche del 2013. Come dire che le miserie umane, la meschinità, l’ambizione, il rancore, le invidie personali, possono prendere il sopravvento sulla carriera politica. Ora il “coglione” Fini vaga per i talk show pomeridiani che ogni tanto lo ospitano come opinionista. Quisque faber est suae fortunae. Davvero ciascuno si scrive da sé il proprio destino.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 180 - (19 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 20 Gennaio 2017 12:32

Credito e Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 19 gennaio.2017]

 

Negli ultimi mesi, i principali media italiani hanno dedicato ampio spazio al problema delle ‘sofferenze’ del sistema bancario italiano (ovvero dei crediti deteriorati o non esigibili) e del Monte dei Paschi di Siena, in particolare. Si tratta evidentemente di un problema di massima rilevanza, che rischia però di oscurare un problema correlato, che attiene alla non risolta questione della restrizione del credito nel Mezzogiorno.

SVIMEZ certifica che l’economia del Mezzogiorno cresce sistematicamente meno di quella del Centro-Nord da quasi dieci anni, che le migrazioni, soprattutto giovanili e soprattutto di individui con elevato titolo di studio, sono in continuo aumento, a fronte della crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro per chi non può o non vuole emigrare. E’ tristemente emblematico, in tal senso, il dato recentemente diffuso dall’INPS sulla vertiginosa crescita dei buoni lavoro (voucher) venduti nel corso dell’ultimo anno: effetto probabilmente inatteso del Jobs Act, che, tuttavia, ne ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. La spirale perversa nella quale il Mezzogiorno è precipitato parte dalla caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della prima crisi del 2007-2008 e accentuata dalle politiche di austerità. Le quali, sotto forma di compressione della spesa pubblica e di aumento della tassazione, sono state attuate in misura più intensa proprio nella macroregione italiana maggiormente colpita dalla crisi.

La caduta della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco per le imprese meridionali, che, nella gran parte dei casi, non sono orientate alle esportazioni e, dunque, vendono su mercati locali. Ne è derivata la compressione dei loro profitti – oltre a un’ondata quasi senza precedenti di fallimenti – e la crescente difficoltà di restituire i debiti contratti con il sistema bancario. Si consideri, a riguardo, che il credito bancario, nel Mezzogiorno, è la principale fonte di finanziamento degli investimenti: ben poche sono le imprese quotate in Borsa (che dunque possono finanziare la loro produzione attraverso la vendita di titoli sui mercati finanziari) e modeste sono le fonti di autofinanziamento, derivanti dai profitti realizzati. Non è sorprendente, in tale condizione, che le banche abbiano reagito o riducendo i prestiti o aumentando i tassi di interesse, al fine di compensare l’aumento del rischio di insolvenza dei debitori.

La dinamica che si è generata (e continua a generarsi) ha natura cumulativa: si riduce l’offerta di credito – e, per il peggioramento delle aspettative delle imprese, si riduce anche la domanda di credito – si riducono gli investimenti, l’occupazione, la domanda interna e i profitti, ponendo il sistema bancario nella condizione di aumentare ulteriormente i tassi di interesse (o ridurre ulteriormente l’erogazione di prestiti) per la riduzione della solvibilità delle imprese.

Le autorità europee e i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ritenuto che si tratta di un problema di “liquidity risk”, ovvero di sottocapitalizzazione del sistema bancario e che, in quanto tale, vada risolto immettendo liquidità nei bilanci delle banche con maggiori sofferenze: ovvero quelle nei cui bilanci è maggiore l’incidenza di crediti inesigibili. Si tratta di una misura molto discutibile, che può generare effetti perversi e, a ben vedere, li sta già generando. Ciò soprattutto perché la ricapitalizzazione del sistema bancario implica un aumento della spesa pubblica, dal momento, che – come si è da ultimo registrato nel caso del Monte dei Paschi di Siena – le c.d. soluzioni di ‘salvataggio di mercato’ (ovvero il recupero di fondi da parte di operatori privati) sono di difficile praticabilità. E l’aumento della spesa pubblica può comportare un aumento del debito pubblico, senza alcun beneficio né diretto né indiretto né per i lavoratori né per le piccole imprese, e a maggior ragione né per i lavoratori meridionali né per le imprese meridionali. Anzi: l’aumento del debito pubblico – dati i vincoli posti alla sua espansione nei Trattati europei – è da finanziarsi attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, che, di norma, grava appunto su piccole imprese e lavoratori. In sostanza, il salvataggio pubblico di banche ha effetti redistributivi a vantaggio evidentemente delle banche e a danno evidentemente dei contribuenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un provvedimento dai discutibili risvolti etici, dal momento che di fatto premia (o non sanziona) la cattiva gestione di Istituti di credito a danno di soggetti o gruppi sociali che di tale cattiva gestione sono semmai le vittime.

La questione andrebbe declinata in senso opposto: la sottocapitalizzazione del sistema bancario è il risultato del “solvency risk”, ovvero della crescita delle insolvenze delle imprese, a sua volta imputabile alla caduta della domanda e alla compressione dei margini di profitto. Bankitalia stima, a riguardo, che i c.d. non performing loans – ovvero i crediti inesigibili – sono pari a circa il 18% dei crediti complessivamente erogati. Si tratta, da questo punto di vista, semmai di salvare i clienti per salvare le banche.

Se la questione si pone in questi termini, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non debba essere destinata alla ricapitalizzazione del sistema bancario ma a misure destinate ad ampliare il mercato interno, sotto forma, ad esempio, di aumento di salari e stipendi e maggiore regolamentazione del mercato del lavoro. E ciò andrebbe fatto soprattutto nel Mezzogiorno, giacché è in quest’area che il problema della restrizione del credito, e della conseguente recessione, è più intenso. Si potrebbe obiettare che, in assenza di un intervento pubblico di sostegno al sistema bancario, si metterebbe seriamente a rischio la sua tenuta, con presunti conseguenti fallimenti bancari che danneggerebbero risparmiatori e imprese più di quanto danno subiscano nelle condizioni date. Questa tesi si imbatte in una duplice critica. Innanzitutto, non tutte le banche italiane sono a rischio di fallimento e, anzi, per quanto risulta possibile accertare attraverso gli stress test del luglio scorso, il sistema bancario più fragile dell’Eurozona non è quello italiano, se si esclude Unicredit e Monte dei Paschi di Siena (con risultati estremamente preoccupanti e per molti aspetti sorprendenti per Deutsche Bank). In secondo luogo, il salvataggio pubblico crea problemi di ‘azzardo morale’, ovvero incentiva eccessive assunzioni di rischio da parte dei singoli Istituti di credito, che, attendendosi interventi esterni in caso di aumento delle perdite, non avrebbero alcun interesse a una gestione efficiente. Ma, più in generale, va rimarcato il fatto che il problema origina, in ultima istanza, dal fatto che le banche, da ormai molti e troppi anni, hanno sostanzialmente smesso di fare ciò che ci si aspetta che facciano - erogare credito a imprese e famiglie – per scegliere la via più semplice della speculazione sotto l’ombrello protettivo dello Stato.


Vie traverse 10. Gita a Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Gennaio 2017 16:24

Alba

Ieri sera, di ritorno da Leuca, ero molto stanco per mettermi a scrivere, ma stamane mi sono svegliato presto con l’intenzione di raccontare la mia gita a Leuca in compagnia di Sofia. Ornella, durante la notte, a causa del gran caldo, aveva lasciato la finestra aperta per far entrare dal giardino un po’ di aria fresca, e così, all’alba, gli uccelli che dormono negli alberi e la luce del sole (sebbene la nostra stanza da letto volga a ponente) mi hanno svegliato qualche ora prima del solito. Sono rimasto disteso ancora per mezz’ora, ripassando nelle mente le immagini che avevo riportato con me, poi mi sono alzato pensando a quel detto famoso, il mattino ha l’oro in bocca, col desiderio di scrivere, per leggere poi a Ornella, Giulia e Sofia, al loro risveglio, il resoconto della nostra passeggiata a Leuca. Ho fatto colazione, ho dato da mangiare un po’ di granturco a Colombina, una colomba che da tempo si è stanziata qui da noi e già all’alba si mette a tubare e richiede del cibo, e alle due tartarughe, Ugo e Uga (così le chiamano le mie figlie), che rumoreggiavano muovendosi nella loro vasca, ed ora, mentre tutti dormono, sono qui che scrivo.

 

All’avventura

Ieri pomeriggio, dunque, verso le cinque, poco prima che uscissi di casa, Giulia mi ha chiesto dove stessi andando. Le ho risposto che andavo a fare un giro in moto, ma non sapevo dove, andavo così, “all’avventura”, senza una meta precisa – in realtà avevo in mente di andare a Leuca -. Le ho proposto di venire con me, ma lei mi ha risposto che se non le dicevo dove di preciso avevo intenzione di andare, non sarebbe venuta. Nel corso dell’estate, Giulia, che ha undici anni, ha preso la brutta abitudine, ogniqualvolta esco di casa, di farmi questa domanda: - Dove stai andando? -, che sarebbe del tutto legittima, se non la facesse contemporaneamente a me, ad Ornella, poi ancora a zia Milena, ed infine a nonna Giovanna, riservandosi il diritto di scegliere a chi aggregarsi unicamente in base all’appetibilità della metà che le si propone. Giulia va con chi le offre un piacere, o meglio, un’aspettativa di piacere maggiore; ragion per cui, per mostrarle il mio disappunto, io ho deciso di non dirle la meta cui ero diretto. Dal momento che nonna Giovanna aveva preso accordi con Ornella per andare a Lecce a fare un giro dei negozi – siamo in tempo di saldi -, sapevo già che Giulia avrebbe rifiutato il mio invito. Invece, Sofia, che ha otto anni, ha accettato di venire con me “all’avventura”, e così, dopo aver messo nella borsa una bottiglia d’acqua gelata, che nelle ore seguenti si sarebbe sciolta divenendo bevibile, un cambio di robe e un telo da bagno, siamo partiti per Leuca, senza dir nulla a Ornella, che altrimenti si sarebbe preoccupata sapendo che avevo scelto una meta così lontana da Galatina. Le avrei telefonato una volta giunti a destinazione.

Quando già eravamo in moto, ho detto a Sofia che pensavo di andare a Leuca, dove avrei voluto trascorrere con lei l’intero pomeriggio, fino a sera. Lei subito si è dichiarata entusiasta, perché a Leuca, essendo piuttosto distante da Galatina (circa sessanta chilometri), non ci si va ogni giorno, ma una volta ogni tanto, e questo aumenta il piacere della gita al mare. Poi, l’idea di rimanere fino a sera fuori di casa l’ha fatta andare in visibilio.

 

Strade e superstrade

Da Galatina ci si può recare a Leuca percorrendo due strade: la prima, più breve, immettendosi a Soleto o a Corigliano d’Otranto sulla Lecce-Maglie-Leuca; la seconda, di qualche chilometro più lunga rispetto alla prima, prendendo dopo Galatone la Lecce-Gallipoli-Leuca: due superstrade a scorrimento veloce, che ti portano a Leuca in meno di un’ora. Questa volta, però, ho scelto di fare una strada diversa, perché non avevo nessuna fretta di arrivare subito a Leuca, ma intendevo godermi il viaggio in moto, percorrendo vie secondarie, meno battute dalla massa dei vacanzieri. Ho imboccato, dunque, la strada per Sogliano Cavour, tirando dritto, senza prendere la circonvallazione, e passando per il centro del paese fino a Cutrofiano.

Fino a Cutrofiano non mio sento affatto in un territorio diverso da quello nel quale vivo. Cutrofiano, con tutte le campagne che gli fanno da contorno, per me è un prolungamento del territorio di Galatina, insieme a Sogliano, Soleto ed Aradeo – il che, se non mi dà certo la sensazione di vivere in una grande città, perché in realtà ogni paese conserva la sua identità e ne è geloso, almeno mi permette di effettuare i miei spostamenti da un campanile all’altro con un senso di familiarità che, in altri luoghi del Salento, cioè già pochi chilometri più in là rispetto ai paesi che ho nominato, non avverto.

Uscendo da Sogliano subito vedi il campanile di Cutrofiano, che funziona come punto di riferimento fisso per coloro che si dirigono in quella direzione, sia che provengano da Galatina, sia che provengano da Supersano, da Aradeo o da Maglie, cioè dai quattro punti cardinali. A Cutrofiano, che abbiamo attraversato da nord a sud, eludendo tutta la segnaletica che ci consigliava di fare un giro più largo, abbiamo preso la strada per Supersano e poi per Ruffano. La Galatina-Ruffano, prosecuzione verso sud della statale Lecce-Galatina, ha suppergiù un secolo e mezzo di vita. I Galatinesi della seconda metà dell’Ottocento, ai tempi della vignetazione, riuniti in consorzio con altri comuni della zona, vi profusero non pochi denari per aprirla, e avevano ragione di farlo, perché quella strada porta nel cuore del Capo di Leuca, i cui paesi, grazie ad essa, venivano ad essere collegati direttamente alla città di Galatina e al capoluogo di provincia. Ed invece i nostri progenitori hanno lavorato invano, perché questa strada appare pressoché deserta nelle diverse stagioni dell’anno. Di tanto in tanto incontri un’auto proveniente da Supersano o da Ruffano, ma si tratta di un traffico interpaesano, poiché il traffico veloce e di lunga distanza, quello proveniente dai paesi del Capo che quella strada avrebbe dovuto convogliare verso Galatina, è assorbito dalle due arterie maggiori, le superstrade Lecce-Maglie-Leuca e Lecce-Gallipoli-Leuca.

In cuor mio non la smetterò mai di notare la solitudine di questa strada, il suo aristocratico distacco da ogni funzione utilitaristica, un utile a cui già da molto tempo sembra aver rinunciato. Attraversi un oliveto ininterrotto fino a pochi chilometri dai paesi, dove lascia il posto alla vigna, che il paesano ama tenere sempre vicino a casa, e pensi che, se al posto della strada di asfalto ci fosse un tratturo di campagna, pochi se ne lamenterebbero, e il danno per l’economia del territorio sarebbe irrilevante. Questa strada sembra davvero sprecata per i rari camion che trasportano le olive o l’uva nel tempo della raccolta. Ma tant’è, la strada è stata aperta, e ora è un piacere percorrerla a quell’ora del pomeriggio. E’ un lungo rettilineo – da questo deduci che la strada è il frutto della modernità ottocentesca, come un rettifilo che abbia sventrato non una città, ma un oliveto; viceversa una strada piena di curve, rispettosa dei vincoli agrari, è una strada medievale -, che si percorre all’ombra di alti e frondosi olivi grazie ai quali i raggi del sole, fisso alla tua destra, sono resi inoffensivi, tra un continuo frinire di cicale invisibili a occhio nudo, che sembrano passarsi il testimone del loro canto e inseguire a ruota il viaggiatore, anche il più veloce. Nelle vicinanze dei paesi gli uomini hanno costruito le loro casette, dove d’estate trascorrono la villeggiatura, che è un modo non ozioso di star dietro ai lavori della campagna. Poi, dopo qualche chilometro, l’oliveto ritorna padrone del paesaggio. Non c’è mai nessuno in questi boschi di ulivi, se non nel tempo della raccolta e della rimonda, pochi giorni all’anno. Per il resto gli alberi fanno tutto da sé, senza richiedere l’aiuto dell’uomo. E’ vero, c’è qualcuno che innaffia l’oliveto, come si deduce dai tubi legati ai tronchi, ma potrebbe anche non farlo, come accadeva non molti anni fa, quando nessuno lo innaffiava, tanto l’olivo trova ugualmente la forza di sopravvivere e di produrre il suo frutto.

Questo lungo rettilineo semideserto incrocia solo un paio di strade, la Gallipoli-Maglie prima e, dopo qualche chilometro, all’altezza di Supersano, la Casarano-Nociglia, che innervano il territorio da ovest a est, superando la dorsale delle Serre increspanti da nord a sud il basso Salento fino a Leuca. Si incontra, infine, prima di arrivare a Supersano, una svolta per Scorrano, ma l’incrocio passa inosservato, poiché sembra l’imbocco di una strada interpoderale più che una via di comunicazione tra paesi diversi.

 

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 184 - (18 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 18 Gennaio 2017 19:40

Il dialetto come antidoto al crescente appiattimento del linguaggio

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 18 gennaio 2017]

 

Qualche tempo fa un amico mi diceva che lui sognava soltanto in dialetto. Non ricordava di aver mai fatto un sogno in cui le parole fossero in una lingua diversa. Nella profondità dell’inconscio, nel mistero dei moventi del sogno, le figure parlanti si esprimevano soltanto con le parole del suo dialetto. Poi, nel fondo del sogno, gli ritornavano parole che lui aveva completamente dimenticato, che forse aveva ascoltato da bambino, che forse aveva anche pronunciato qualche volta, da bambino, e poi mai più. Una, in particolare, se la ricordava perché ricorreva con frequenza: currutu. Spesso, nel sogno, c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu: con te mi sono offeso, con te sono risentito. Lui avrebbe voluto sapere chi fosse colui che si era currutu, per quale ragione era accaduto, avrebbe voluto anche chiedergli scusa, o dirgli che non aveva motivo di offendersi, di risentirsi, ma l’ombra del sogno scappava via e andava a nascondersi in una grotta di una montagna di sabbia che esisteva soltanto nel sogno. Allora si parlò di questa storia, di come fosse possibile che accadesse questo fenomeno; se ne parlò senza alcuna intenzione e senza alcuna competenza di natura linguistica o psicanalitica. Se ne parlò e basta. Lui aveva studiato ingegneria, si era specializzato all’estero, conosceva l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, lavorava per una multinazionale, se ne andava in giro per il mondo, ma la notte, quale che fosse la parte del mondo in cui sognava, lui parlava in dialetto, sentiva parlare soltanto in dialetto, e spesso c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu, che gli ripeteva cu tte m’aggiu currutu, e poi scappava via e poi si nascondeva nella grotta di una montagna di sabbia che non esisteva.

A un certo punto l’amico disse che sua madre e suo padre gli avevano parlato sempre ed esclusivamente in dialetto.

Ecco. Forse era questa la spiegazione del sogno; era la sua radice linguistica.

Poi il parlare si ramificò, le considerazioni si sovrapposero, si aggregarono frammenti, si associarono idee, il discorso prese quell’andamento di cui dice Roland Barthes al principio dei suoi “Frammenti di un discorso amoroso” (dis-cursus indica, in origine, il correre qua e là), andò in questo modo fino a lambire la riflessione sulla motivazione per la quale oggi si possa parlare ancora il dialetto.

Lui diceva che cominciava a parlare in dialetto appena con la macchina prendeva lo svincolo per il paese. Parlava in dialetto con i figli che non capivano una sola parola e si dicevano fra di loro ecco, adesso è ritornato terrone, parlava in dialetto con suo padre e sua madre, con gli amici in piazza, con chiunque; parlò in dialetto per tutto il discorso di ringraziamento che fece quella volta che gli consegnarono la targa dell’emigrato di eccellenza, che ce l’aveva fatta, e quella volta c’erano le autorità tutte in prima fila. Parlò in dialetto perché voleva che lo capissero anche sua madre e suo padre, soprattutto sua madre e suo padre, che non stavano in prima fila ma tra la gente nella grande sala. Li ringraziò in dialetto; in dialetto ringraziò tutto il paese perché in quel paese era nato, ringraziò tutti gli amici, chiese scusa nel caso avesse dimenticato qualcuno, perché, pensò, chissà se non è un amico quello che nel sogno mi dice cu tte m’aggiu currutu, se non è un compagno di scuola al quale non ho passato il compito di aritmetica, un compagno di strada al quale ho bucato il pallone. Allora mi venne da pensare a quello che Luigi Meneghello scrive nel suo sfavillante “Libera nos a malo”: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare”. Dice ancora Meneghello che questo nòcciolo di materia primordiale contiene forze incontrollabili proprio perché esiste una sfera prelogica.

Probabilmente il sogno è una di quelle forze incontrollabili.

Forse qualche motivo per parlare il dialetto ancora c’è, per usarlo con una funzione che non sia quella del folclore o della poesia. Certo, rispetto a questo, ciascuno ha una propria opinione, un proprio sentimento, l’una e l’altro derivanti dalle circostanze, dalla formazione, dai contesti in cui vive, dalle ideologie, dalle scelte delle modalità di espressione con cui intende mettersi in relazione con l’altro, con gli altri, con se stesso. Dipende anche dalle individuali passioni per la lingua.

Una ragione, per esempio, potrebbe essere quella di una culturale opposizione all’appiattimento del linguaggio, al barbarismo, all’omologazione, a quella che Italo Calvino chiamava l’antilingua, al paludamento, al burocratese, allo standard che va sempre più in basso, alla massificazione, all’inespressività, al semplicismo, all’approssimazione, alla formattazione, al magma dei social.

Una culturale opposizione. Una resistenza. Una maniera per dire, per ribadire che il significato di una parola è qualcosa di assolutamente personale, di intimo, profondo, sostanziale, di unico qualche volta, qualche volta di insostituibile, irripetibile.

In un piccolo racconto intitolato “La tartaruga e il dialetto”, Giovanni Arpino dice: “Durante profonde commozioni mi son sempre trovato a pensare a esclamare addirittura a credere in dialetto”.

Per esempio: una preghiera. Forse quando una preghiera è viscerale, quando non è recitata nel corso di un rito, quando è un’invocazione, un colloquio a tu per tu con l’Infinito, un’implorazione, una supplica che riguarda il destino, si pronuncia soltanto con le parole di un dialetto, o si pensa silenziosamente in un dialetto: nella lingua delle ferite antiche.


Senza Darwin la cultura è a metà (17 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 17 Gennaio 2017 16:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 17 gennaio 2017]

 

La notte dei licei classici è un successone, e greco e latino diventano l’avamposto della cultura nazionale. Giustissimo. Ma bastano i classici greci e latini per dare una cultura? Ho appena finito l’ultimo libro del premio Nobel Dario Fo, l’ho divorato. E’ un libro su Darwin. Dario (lo chiamo per nome perché questo libro mi ha fatto diventare suo amico) si sorprende di come sia poco riconosciuta l’importanza capitale del pensiero darwiniano e della teoria dell’evoluzione. Si sorprende forse perché anche lui se n’è accorto tardi: non mi pare che ne abbia mai parlato prima. Darwin era un fanatico della precisione e si sarebbe irritato a vedere che il nome scientifico del pesce volante, nel libro, sia Exocetidae, il nome di una famiglia, non di una specie. E poi Dario parla di decine di specie di questi pesci che si librano in volo, ma voleva dire individui, non specie. C’è una bella differenza. Il modo con cui Dario descrive l’evoluzione del volo nei pesci è l’esatto contrario di come vanno le cose, in evoluzione. Un animale non può “decidere” di volare, gli evoluzionisti direbbero che è una spiegazione teleologica. E la cooperazione che Dario descrive come forza primaria dell’evoluzione, al posto della competizione, non rende giustizia a Darwin. Dario parla di cooperazione tra individui della stessa specie sociale, ma generalizza un caso molto particolare. La selezione naturale si basa proprio sulla competizione. Poco male, comunque.

Il libro di Dario non vuole essere un testo che spiega l’evoluzione, e i suoi errori di interpretazione del pensiero evolutivo confermano la sua tesi: la teoria dell’evoluzione non fa parte della nostra cultura. Nomina Letizia Moratti e le attribuisce, giustamente, l’onta di aver tolto l’evoluzione dai programmi della scuola dell’obbligo quando coprì il ruolo di ministro della pubblica istruzione. Ma Moratti non fu la sola. Poi toccò a un vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dichiarare tramontata l’ipotesi (così la chiamò) dell’evoluzione. In un delirante libro pagato con i soldi del CNR. Fu l’Accademia Pontificia delle Scienze a difendere l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del CNR! Forse Dario non se ne accorse, perché sarebbe stata una bella farsa, da mettere sul palcoscenico: il Vaticano, con la sua Accademia scientifica, difende l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Mi chiederete: ma chi aveva messo un legionario di Cristo alla vicepresidenza del CNR? Risposta: Mariastella Gelmini. Prima Moratti e poi Gelmini si accaniscono contro Darwin, da ministre della pubblica istruzione. Lo fece anche Antonino Zichichi, affermando che, visto che non c’è la formula dell’evoluzione, allora l’evoluzionismo non è una scienza! Gli evoluzionisti ci hanno provato in tutti i modi, per esempio con il Darwin Day, il 12 febbraio, data del compleanno di Darwin, a mostrare l’importanza del pensiero evoluzionista. Ma le prediche arrivano a chi è già convertito, e l’ignoranza rimane rampante nella stragrande maggioranza della popolazione, come nota anche Dario nel suo libro. Se stiamo distruggendo le premesse per la nostra stessa sopravvivenza, con assurde corse alla crescita infinita, è per ignoranza delle leggi della natura che Darwin ha così mirabilmente disvelato. Ma non basta avere avuto una grande, grandissima idea. Non basta che essa si affermi in modo incontrovertibile nella scienza. Bisogna che sia compresa da tutti e diventi bagaglio culturale di tutti, assieme ai classici latini e greci. Invece, con ottusa volontà suicida, ci rifiutiamo di aprire gli occhi sul nostro posto nella natura, e lavoriamo alacremente per creare le premesse per mutare le condizioni che permettono il nostro benessere. L’idea di Darwin ci può salvare. Ignorarla è molto pericoloso. Da una parte fuggiamo in avanti e bruciamo le conoscenze acquisite (come fecero Moratti, Gelmini e Zichichi) dall’altra ci rifugiamo in un lontano passato nell’illusione che basti per formare le menti. Giustissimo leggere i classici greci e latini, ma fermarsi lì e non conoscere Darwin e le leggi della natura significa avere una cultura a metà.


Un pezzo di storia (linguistica) salentina PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 15 Gennaio 2017 17:48

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 15 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Oggi racconto un pezzo di storia (linguistica) salentina.

Nell’ultimo decennio del sec. XIV Sabatino Russo, un mercante ebreo di Lecce (più volte si autodefinisce «judio de Leze»), organizza con il veneziano Biagio Dolfin una società per commerciare in Levante. Dopo un avvio favorevole, il rapporto va male perché una nave carica di frumento, di formaggio e di carne salata destinati a essere venduti viene assaltata dai predoni: si trovava «intru lu portu di Nyrdò» (verosimilmente l’odierna Santa Maria al Bagno, o forse Santa Caterina), salpa per rifugiarsi a Taranto (luogo più sicuro, il Mar Piccolo si difende meglio), viene raggiunta dagli assalitori perché «mancò lu ventu e ffo bynaza» (‘mancò il vento e fu bonaccia’), viene depredata, con conseguente perdita dell’intero carico (e quindi delle somme investite). Questi fatti vengono riferiti dallo stesso Sabatino Russo in cinque lettere, verosimilmente autografe, indirizzate a Biagio Dolfin in Venezia, nel periodo compreso tra il 7 maggio 1392 e il 18 ottobre 1403. Ma forse le cose non andarono proprio così. Sulla verità delle affermazioni del Russo insinua pesantissimi dubbi una sesta lettera di un altro scrivente salentino, Mosè de Meli (anch’egli ebreo, a giudicare dal nome), il quale rivela al veneziano Dolfin come in realtà il Russo l’abbia truffato, fingendo che ci sia stato il furto della merce e appropriandosi invece dei denari della compagnia.

Non sapremo mai come sono effettivamente andate le cose tanti secoli addietro, non esiste altra documentazione, oltre alle lettere di Sabatino Russo e di Mosè de Meli conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Nulla che ci aiuti a capire si trova a Lecce e in Salento, questa è una costante della nostra storia: pochissime sono le memorie scritte o i documenti rimasti in sede, moltissimo è andato disperso o distrutto. Quello che si è salvato si deve, paradossalmente, al fatto che sia stato portato o trafugato altrove, dove altri hanno saputo custodire e conservare quello che questa terra ha trascurato. Conclusione. La storia linguistica e culturale del Salento medievale non si può fare in loco, i documenti salentini da leggere e da studiare si trovano altrove, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, nella Biblioteca Comunale “Augusta” di Perugia, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi, o ancora più lontano.

In un’altra occasione spiegherò come questo sia accaduto: capire alcuni frammenti del passato serve a illuminare il presente, molto spesso la storia si ripete. Con questi presupposti potremmo chiederci se davvero oggi salvaguardiamo in maniera adeguata tradizioni, cultura e ambiente del Salento, di cui a parole meniamo vanto. Di questo vorrei che parlassero quelli che si candidano ad amministrare la città, ma non trovo nulla di concreto nei programmi dei possibili candidati. A proposito: sapranno esprimere candidati credibili ed efficienti i gruppi dirigenti delle parti in campo? Terranno alla larga arrivisti e imbroglioni? Non serve questo, più d’ogni cosa, alla città?

Torniamo ai nostri ebrei salentini dei secoli scorsi da cui siamo partiti. La storia dei gruppi di lingua ebraica stanziati in Salento si interseca di continuo con quella della popolazione locale e costituisce un fenomeno affascinante di convivenza, a volte non violenta a volte intollerante, di etnie diverse. Fin dall’alto Medio Evo (e anzi già da epoca tardo-latina), una fitta rete di insediamenti ebraici si dirama in tutto il Mezzogiorno e particolarmente in Puglia, terra che rappresenta un vero fulcro della vita culturale e religiosa degli ebrei italiani. Nelle città pugliesi si esercita l’attività di grandi scuole talmudiche, si costituiscono importanti biblioteche, si scrivono opere cronachistiche e storiografiche, filosofiche, e nasce una poesia religiosa poco nota ma non indegna, dove affiora anche qualche personalità di un certo interesse. Alla fine del sec. XIII, sotto il governo degli Angioini, l’etnia ebraica viene sottoposta a persecuzione violenta. Il fatto determina la crisi di questo fiorente mondo culturale, in parte arginata nella seconda metà del Quattrocento, sotto il più tollerante dominio degli Aragonesi: al recupero del prestigio economico-sociale di tali comunità si accompagna una ripresa della produzione scrittoria. Proprio in questo campo si segnala la figura del facoltoso leccese Abraham de Balmes, nel 1452 medico del principe Giovanni Antonio del Balzo Orsini (quello della Torre del Parco, per capirci), successivamente nelle grazie degli Aragonesi intorno al 1470 e morto nel 1488-89. Quasi sicuramente il personaggio va identificato in quel maestro Habraam medico leccese di cui il francescano Roberto Caracciolo (1425-1495), uno dei più grandi predicatori del Quattrocento, amico di sovrani e di principesse, parla con tono greve in uno dei suoi accessi di polemica antiebraica contenuto in una sua opera teologica, lo Specchio della fede (1490). In questo scritto il Caracciolo insiste ripetutamente su temi antisemiti, e tra gli altri racconta il seguente episodio: «Ho provato io peccatore quanto puzano gli Iudei in due exempli. E lo primo exemplo fu trovandomi in Lezze: una donna Iudea mogliere di maestro Habraam medico, mi mandò a donare certe galline ben grasse, le quali io feci stare alcuni giorni e governarle bene, poi le volse mangiare. Quando furono poste in tavola mi venne tanto fetore che bisognò che le facesse portare via [...]». Considerate l’apologo. Gli ebrei, che non conoscono la vera fede, puzzano, addirittura puzzano le galline da loro donate: vanno insieme puzzo metaforico (la falsa fede) e puzzo reale (i corpi di uomini e di animali), tanto più repellenti se si pensa al profumo che si diffonde dal corpo incorrotto dei santi, anche dopo la morte.

Caracciolo faceva a suo modo il suo mestiere, si proponeva di difendere la fede cattolica denigrando volgarmente gli ebrei: non è un metodo elegante, ma ci siamo abituati. Nella vita reale, per interi secoli, gli ebrei hanno ricoperto a Lecce ruoli importanti nel contesto della vita cittadina, ce lo ricorda anche la toponomastica: via Abramo Balmes, via della Sinagoga, nell’area dell’antico ghetto ebraico ammiriamo ora la grandiosa basilica cattolica di Santa Croce. A un passo da Santa Croce sorge (e in parte s’interra) Palazzo Taurino, un bel museo che raccoglie le testimonianze della presenza ebraica in Salento, a partire dalle fasi remote.

Il museo è privato. Un gruppo di amici ha creato un allestimento permanente in grado di riportare alla luce le tracce dell’antico insediamento ebraico presente nella Lecce medievale; si è avvalso della collaborazione di esperti, in particolare di Fabrizio Lelli, che insegna Lingua e letteratura ebraica presso l’Università del Salento. I locali del museo sono quelli della antica Sinagoga. Il percorso del visitatore attraversa la sala delle vasche, la sala ipogea dei bagni, la sala del granaio, l’area dei laboratori; efficaci pannelli illustrativi bilingui in italiano e in inglese richiamano personaggi, testi, usanze, riti del popolo ebraico. In una sala in fondo, un video è dedicato alle vicende più recenti: alla fine della seconda guerra mondiale molti ebrei che si erano rifugiati in Salento coronarono il loro sogno, riuscirono a raggiungere il neonato stato d’Israele.

Ho consultato rapidamente un registro esposto al pubblico per raccogliere le firme e i commenti dei visitatori del museo. Molti stranieri, pochi italiani, ancor meno salentini e leccesi. Peccato, si può fare di più. La visita è interessante, mostra un pezzo semisconosciuto del nostro passato che è giusto conoscere. Per fortuna non sono poche le scuole che scelgono di visitare il museo, con l’aiuto dei responsabili del museo docenti illuminati guidano i ragazzi, spiegano, rispondono alle domande. Queste sì che sono gite d’istruzione.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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L'osceno del villaggio 63-64-65. Sui politici italiani PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Domenica 15 Gennaio 2017 09:18

Povera Roma

 

[in "S/pagine" , 11 gennaio 2017]

 

POVERA ROMA

“Roma Roma Roma
core de 'sta città
unico grande amore
de tanta e tanta ggente
che hai fatto sospirà
Roma Roma Roma
lassace cantà,
da 'sta voce nasce n'coro
so' centomila voci 
ci hai fatto 'nnamorà”

(Antonello Venditti – “Roma Roma”)

A Roma l’amministrazione Raggi scricchiola. Facile prevedere che questa sarà probabilmente ricordata come la peggiore della storia romana, perfino peggiore di quella di Marino. È partita proprio con il piede sbagliato la Virginia pentastellata, anzi sembra proprio che nessuna delle cinque stelle del simbolo grillino la abbia assistita. La giunta Raggi naviga in un mare di problemi, anche l’Oref ha bocciato il bilancio di previsione del Comune. Gli assessori vanno e vengono in una giravolta infernale.  Il Campidoglio sembra la porta scorrevole dei grandi alberghi, un assessore entra, l’altro esce, giusto il tempo di finire indagato e dimettersi o essere dimesso. Molti, contattati dalla Sindaca, preso atto dell’andazzo, rifiutano l’incarico, finirà che Raggi dovrà rivolgersi agli immigrati perché di connazionali disposti ad immolarsi su quegli scomodi banchi non ce ne saranno più. E così, avallando la vecchia teoria che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare e costituiscono quindi una risorsa per il Paese, il Movimento 5 Stelle  farà l’ennesima virata della sua storia e il leader Grillo, da tolleranza zero sugli immigrati irregolari, passerà su posizioni di moderata accoglienza. Tanto Grillo una ne pensa e cento ne fa, e oggi dice una cosa e domani il suo contrario. La Raggi ormai sembra una bambola impazzita, qualcuno dovrà staccarle la batteria. Non so come faccia a mantenere i nervi saldi e non crollare vittima della sindrome di accerchiamento.  Che psicofarmaci usa? Chi è il suo personal coach? Oltre alle forze politiche di opposizione, sta cercando già da molto di farle le scarpe la fronda interna, come spesso succede nei grossi partiti. Raggi deve vedersela infatti con un agguerrito drappello di parlamentari grilline, capeggiate dalla “coatta” Taverna Paola, che vorrebbero “cacciarla a calci in culo” (testualmente, parole di Annalisa Taverna, sorella della anzidetta Paola) o “appenderla per le orecchie ai fili dei panni sul balcone”. Si sa, il fuoco amico è sempre quello più insidioso e la storia è piena di esponenti politici finiti sotto i colpi dei franchi tiratori. Bisogna riconoscere ai pentastellati il pregio di non mandarle a dire, loro sanno bene come farsi sentire e non hanno nessun imbarazzo a mostrare apertamente la loro faccia di culo mentre delirano funerei e incazzati nelle video apparizioni.

A onor del vero, occorre dire che i problemi di Roma sono talmente cronici che nemmeno coi super poteri un sindaco potrebbe risolverli. Figurarsi dunque cosa può fare la Raggi, che certo Wonder Woman non è, di fronte agli atavici mali che attanagliano la città eterna. “Roma è da radere al suolo, altro che avvisi di garanzia”, scrive Massimo Fini su “Il fatto quotidiano” del 22 dicembre 2016, e cita un articolo de L’Espresso del 1955 dal significativo titolo: “Capitale corrotta uguale nazione infetta”. Ma senza andare così indietro nel tempo, basta pensare alle ultime due sciagurate legislature Alemanno e Marino per capire che i problemi di Roma non sono certo nati oggi ma affondano le loro radici in una mala gestio che più amministrazioni avvicendatesi alla guida della città hanno perpetrato. Ora, questo enorme bubbone è venuto fuori, il male che infetta Roma si è incancrenito e non ci sono raggi che ci possano far calcolare la superficie esatta della circonferenza. Sappiamo solo che si tratta di una piaga enorme e maleodorante nel corpo macilento della nazione. E lo sanno bene soprattutto i cittadini romani i quali, in preda alla disperazione, hanno votato massicciamente il movimento Cinque Stelle, - quando si dice abbaglio collettivo-, cioè una accolita di idioti benpensanti scarsi in teoria e ancor di più in applicazione pratica.  Però, però, c’è un enorme però, a questo punto della mia trattazione. Roma ha un deficit enorme, forse da 15 miliardi,  e la sua immagine è stata svilita nel mondo da Mafia Capitale. I sorci e la monnezza invadono l’Urbe e gli avviliti romani sono costretti a fare lo slalom fra gabbiani e pantegane, servizi scarsi e autobus sempre in ritardo. La Barbie Virginia non lo sapeva quando ha accettato la candidatura a Sindaco?  E poi, la sua amministrazione ha iniziato a cedere subito sotto i colpi degli scandali.   Prima l’arresto di Raffaele Marra, city manager fortemente voluto dalla Raggi, come fortemente voluta e difesa anche di fronte all’evidenza dei fatti era stata l’assessora Paola Muraro, dimessa per i guai giudiziari a seguito dell’affare rifiuti. Poi l’allontanamento di Salvatore Romeo, capo della sua segreteria e il declassamento di Daniele Frongia da vicesindaco ad assessore allo sport. Si aggiunga la promozione del fratello di Raffaele Marra, Renato, a dirigente del settore turismo fatta in spregio di ogni palese conflitto di interessi, come sottolineato anche dall’Anac.  Si è giunti al punto che alcuni facinorosi quando incontrano qualche parlamentare 5 stelle si mettono a urlare “mafiosi mafiosi”, e gli lanciano contumelie come nemmeno a un Forza Italia del periodo d’oro. Ora,  a maggior discredito della Raggi e della sua palese impreparazione, bisogna dire che la sua vittoria alle elezioni amministrative di Roma era scontata, prevedibilissima già da molti mesi prima. La Sindaca non ha avuto nemmeno la preveggenza di prepararsi a dovere, di farsi trovare pronta all’importante appuntamento? E il cerchio magico grillino cosa faceva nel frattempo? Sonnecchiava?

Dice, anche Milano ha i suoi problemi. Vero! A onor di cronaca, la situazione, se non amministrativa almeno politica, di Milano non è migliore di quella romana. Il Sindaco Sala, ex Mister Expo, ha i suoi guai giudiziari che lo hanno portato addirittura ad una ridicola autosospensione per fortuna limitata nel tempo. Beppe si era arrabbiato e teneva il muso come i bambini. Voi mi indagate? E io non lavoro più e vediamo se non sentirete la mia mancanza e non verrete a chiedermi di tornare. Sala, dopo che la scure della magistratura si è abbattuta su Expo, arrestando tutti quelli che a vario titolo vi hanno preso parte, tranne lui, ora si sente pericolosamente lambire dal taglio vivo della lama e cerca di scansarsi per non restarne decollato. E gridando forte la propria innocenza, anche per farsi sentire da Cantone che come un cane da tartufo si aggira intorno alle mura di Palazzo Marino (giuro, l’ho visto io stesso accamparsi in tenda per la notte mentre attendevo a Natale di entrare al Municipio per visitare l’Annunciazione di Piero della Francesca), Sala ritorna al posto di comando e si ristabilisce nel ruolo di Primo Cittadino. Ma Sala fa parte del Pd.  Lo ha voluto Renzi. Insomma, è uno dei tanti magnaccia della peggiore politica fatta di incarichi e prebende. La Raggi no. Lei viene da un partito di millantata onestà, che ha fatto della lotta alla corruzione e agli sprechi la propria bandiera. Le aspettative dunque, da una giunta composta da duri e puri, erano raddoppiate, enormi le speranze per un cambiamento radicale nella conduzione della cosa pubblica. Non si può perdonare alla romana Virginia questa miserrima fine;  tutte le falle aperte difficilmente saranno chiuse. La Raggi doveva pensarci prima. Ora è tardi.  E povera Roma.

 

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Vie traverse 9. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 14 Gennaio 2017 16:58

Strade di campagna

I nostri paesi sono fatti così: arrivi in fondo a una strada e trovi la campagna. In realtà, dopo l’espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni occorre farne un po’ di strada prima di trovarla perché le vie urbane che portano fuori si sono allungate, ma in compenso i paesi sembrano essersi avvicinati. E’ raro percorrere più di dieci chilometri dall’uno all’altro. Le strade che li mettono in comunicazione sono le più trafficate, le auto vi passano in corsa dritte verso la loro meta. Se vuoi fare una passeggiata, ti converrà abbandonarle e imboccarne una laterale. Le strade di campagna sono quasi tutte ben asfaltate e dopo qualche chilometro portano in un paese vicino attraverso un percorso a zig-zag tra i fondi oppure si perdono all’improvviso in un oliveto desolato o ancora s’innestano su una provinciale o una statale. Durante il giorno, lungo queste vie traverse perlopiù si incontrano paesani in macchina che vanno o tornano dalla campagna, dove hanno un pezzo di terra e una casa. Bisognerebbe fermarli e chiedere loro notizie sulle strade secondarie che percorrono tutti i giorni in su e in giù: sono certo che ne verrebbero fuori delle belle, sempre che l’abitudine non abbia tolto loro la memoria.

 

L’Ara e dintorni

A Corigliano d’Otranto, il paese di mia madre, alle spalle del campo sportivo comunale, c’è una di queste stradine, la via della Melelea, che conosco sin da bambino. Questo nome non sta scritto da nessuna parte, ma io l’ho sentito ripetere molte volte da mia madre e dai miei parenti di Corigliano che con esso indicavano una proprietà, la Melelea, di un cugino paterno, a cui si giungeva percorrendo quella strada. Fatto è che anche mio nonno aveva un fondo, una piccola parte della Melelea - ora ulteriormente diviso in quattro striscioline di terra delimitate da muri attestanti l’avvenuta spartizione dell’eredità tra i figli –, chiamato Ara, perché nel centro di esso fu costruita un’aia (ara in latino), trenta centimetri sopra il piano della terra coltivata, dove si puliva il grano e si facevano altre cose che io non so più ben ridire. Qualche anno fa il figlio a cui è toccata la parte del fondo contenente l’aia ha abbattuto il noce frondoso che vi cresceva accanto, perché le noci non erano più buone. All’ombra di quel noce, sopra l’aia fatta di grosse pietre squadrate e circondata da un muretto, trascorrevamo la pasquetta mangiando e bevendo peggio del giorno prima. Il giorno prima, infatti, si era festeggiata la Pasqua in casa dei miei nonni. Avevamo fatto appena in tempo a digerire e già la pasquetta obbligava a un nuovo stess alimentare. Ho ancora una fotografia che ritrae tutta la famiglia di mia madre durante la pasquetta, dove si vede mia madre in piedi sul muricciolo mentre si fa immortalare con un bicchiere di vino che ostenta in mano nell’atto di portarselo alla bocca. E’ come se dicesse: . Questo accadeva prima che mio nonno morisse. Mio padre non veniva con noi perché la poliomielite agli arti inferiori non gli consentiva di raggiungere l’aia e di muoversi comodamente nel fondo. Dopo la morte di mio nonno non ricordo più di queste riunioni all’Ara. Io e mia sorella avevamo due cugine della nostra stessa età, con le quali si andava d’accordo. Così, quando non ne potevamo più di mangiare e di ascoltare gli scherzi dei più grandi, chiedevamo ai nostri genitori il permesso di recarci nel boschetto di lecci distante dall’Ara neppure cinquecento metri. Siccome quel giorno ogni permesso era accordato e la licenza si fiutava nell’aria, ci avventuravamo nel boschetto dove ci si poteva rincorrere e giocare a scundarieddhi.

 

Nel bosco di lecci

L’altro giorno era una bella giornata di fine d’anno ed allora ho chiesto a mia figlia Giulia se volesse venire con me in quel boschetto. Giulia non ne aveva mai sentito parlare e subito è stata invasa da una fortissima curiosità, tanto più quando le ho raccontato che in mezzo al bosco c’erano i ruderi di una casa rimasta incompiuta. Pertanto, dopo pranzo abbiamo preso la moto e abbiamo percorso in pochi minuti i dieci chilometri che separano Galatina da Corigliano. Non mi è stato facile ritrovare la via della Melelea. La periferia di Corigliano negli ultimi trent’anni si è espansa non poco, sconvolgendo l’assetto urbanistico che mi era familiare. Per fortuna avevo come punto di riferimento il campo sportivo, dietro il quale, dopo qualche giro tutt’intorno, ho trovato la strada che stavamo cercando. L’Ara, che è uno dei primi fondi che si incontrano sulla destra, era deserta a quell’ora, quando i miei zii di sicuro se ne stavano in casa per la pennichella pomeridiana. La stradicciola non asfaltata che porta al boschetto di lecci si diparte proprio di fronte all’Ara e porta diritto tra gli alberi. Abbiamo parcheggiato la moto nel fitto del bosco, un po’ impauriti dagli spari dei cacciatori e, presi per mano, abbiamo cominciato a perlustrarne i sentieri. Ricordavo male: al posto dei ruderi di una casa in costruzione, infatti, non c’era altro che una cava di pietra non più larga di sessanta metri quadrati e profonda tre, una tagliata semisommersa dalla vegetazione spontanea del sottobosco. Chi costruì l’aia di mio nonno forse da quella tagliata fece portare i blocchi di leccisu su cui mangiavamo nel giorno della pasquetta. Sapevo che un tempo il boschetto era servito come carbonaia e poi come allevamento di asini per le operazioni militari della Grande Guerra. Abbiamo contato tre pajari distanti pochi metri l’uno dall’altro, e molti muri a secco semidiruti che dovevano costituire le recinzioni dell’allevamento. Quando giocavamo a scundarieddhi e cercavamo nel folto del bosco buio un luogo dove appiattarci, era lì, in uno dei pajari, dietro un muro a secco, che sapevo di ritrovare – e mi avvicinavo con il batticuore, deluso ogni volta che fallivo - il sorriso della mia cuginetta preferita. Il tetto di uno dei pajari era caduto, depositando nell’interno della stanza un ammasso di pietre; sopra il tetto degli altri cresceva rigogliosa la vegetazione del sottobosco. Ho raccontato a Giulia i nostri giochi fanciulleschi tra quei ruderi, che un tempo erano serviti come riparo per boscaioli, carbonai e sorveglianti di asini –cosa c’è di meglio per i ragazzini che giocare nei luoghi che gli adulti non usano più?-, omettendo solo il riferimento al sorriso e al cuore in tumulto.

E lei: - Avete corso un bel rischio – mi ha detto, indicandomi la volta franata del pajaro.

 

Visioni della campagna

Tornati sui nostri passi, abbiamo ripreso la via della Melelea, lasciandoci alle spalle l’Ara e il bosco di lecci. Il paesaggio della campagna, visto dalla strada che si percorre in leggera discesa, è davvero incantevole. Da questa altitudine – Corigliano è posta a quasi 100 metri sul livello del mare – si può vedere tutta la piana che da Maglie e Scorrano si estende fino a Supersano e alla serra di Parabita passando per Cutrofiano e Collepasso. Alcuni fondi, arati in giorni diversi, assumono le numerose gradazioni del marrone, altri, lasciati a riposo per il pascolo, sono ricoperti di un manto verde, più tenue rispetto a quello cupo dei boschi di olivi che la fanno da padrone; sicché la piana che si distende sotto Corigliano fino alle serre – e tu sai che lì dietro nascosto c’è lo Jonio! - somiglia a un panno fatto di tante pezze disteso sulla campagna decembrina. Ho mostrato a Giulia le antenne dei ripetitori televisivi di Parabita che costituiscono uno dei punti di riferimento del Basso Salento.

Da ragazzino un paio di volte avevo già percorso la via della Melelea, ma non fino in fondo, dove da una parte sbocca sulla Maglie-Cutrofiano e dall’altra risale a Corigliano per una strada che costeggia la masseria denominata Appidè. Ne avevo percorso un tratto guidando il vespone di mio zio, il quale durante la pasquetta partecipava del clima licenzioso che si respirava nell’aria e mi dava le chiavi, pur non avendo io ancora quindici anni. Mettevo in moto premendo col piede sulla leva dell’accensione e col vento tra i capelli mi azzardavo a guidare per le curve di una strada che allora non era asfaltata e dopo un paio di chilometri diventava una carrara piena di pietre e buche con una cresta d’erba nel mezzo e scavata ai lati dalle ruote dei carri agricoli. Oggi è tutta asfaltata ed è un piacere percorrerla a velocità ridotta. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la via della Melelea taglia fondi mai del tutto bonificati, dai quali emergono rocce bianche come scogli marini – li cozzi de Corianu -, gli stessi che più su servirono a fare muretti a secco, ridotti a cumuli informi di pietrame su cui cresce il rovo spinoso. A sinistra, ecco un secondo boschetto di lecci vicino ad una masseria all’apparenza abbandonata, dove si dice che tanto tempo fa il re (quale re?) si sia fermato a riposare. Ho spento la moto sul ciglio della strada perché mi è venuta in mente una storia che mia madre spesso mi raccontava.

 

Inseguimento

Un pomeriggio d’estate mia madre ancora ragazza insieme ad una sua amica si erano allontanate dall’Ara per la via della Melelea ed erano giunte all’incirca nel luogo in cui io e Giulia ci eravamo fermati, nei pressi della suddetta masseria e, ridendo e scherzando, andavano per i fatti loro, quando due pastori, sdraiati sotto un fico assieme ai cani, poco discosto dalle pecore, avevano visto due ragazze incedere sulla strada e non ci avevano pensato due volte ad alzarsi e a sbarrare la strada alle malcapitate; le quali, vista la malaparata e l’aspetto rozzo e selvatico dei due, s’erano fatte serie e pronte allo scatto attraverso i campi, ben intuendo che semplici parole dissuasive non sarebbero bastate a contenere l’impeto bucolico dei due allupati pecorai. Costoro con voce impastata da qualche bottiglia di vino non avevano saputo altro che dire: - Ce siti beddhe! – e, senza attendere risposta, si erano gettati all’inseguimento. Le ragazze avevano corso a perdifiato, fino quasi a raggiungere l’Ara. A pochi metri dal traguardo, sentendosi al sicuro, si erano fermate, e il poco fiato residuo lo avevano impiegato così bene gridando a squarciagola, che mio nonno era subito accorso, mentre i due se la davano a gambe da dove erano venuti, inseguiti dai cani. Mia madre aggiungeva che la sera stessa mio nonno, fucile in spalla – che era solito portare con sé quando andava in giro per le campagne -, aveva fatto visita al massaro suo amico, a cui qualche tempo prima aveva ucciso la volpe mangiagalline, e questi non sapeva più che cosa gli doveva dire per chiedergli scusa, assicurandolo che avrebbe frustato a sangue i due pastori – e dire che aveva dato loro un lavoro per carità! - che da qualche ora non si facevano vedere in giro. Lo aveva poi rimandato con un formaggio fresco e una forma di pecorino da grattugiare, regalo per la moglie ‘Nzina.

Mia madre rideva quando mi raccontava questa storia, ma tornava a ripetere che quel pomeriggio se l’era vista brutta. Ora era Giulia a ridere per la disavventura di nonna Rita quando era giovanissima.

 

Il corredo della baronessa

Ho rimesso in moto e abbiamo proseguito piegando verso destra. La masseria Appidè ci è apparsa chiusa in se stessa come un fortilizio nella brulla campagna di dicembre. Non mi ero mai spinto fin là col vespone di mio zio. La strada a quel punto risale dolcemente verso Corigliano, costeggiata da numerose villette di campagna che i paesani hanno costruito negli ultimi trent’anni. Per di qui doveva passare la carrozza dei baroni del paese nel mese di giugno, quando scoccava l’ora della villeggiatura. Mia madre diceva che era uno spettacolo vedere la carrozza che attraversava il paese tirata da due cavalli, con i carri che seguivano portando tutto quello che potesse servire per gli agi della villeggiatura; lei e le sue amiche sapevano che in quei carri c’erano anche le robe di corredo della baronessa, che una volta l’anno, in quella stagione, dovevano essere spase per prendere aria, e lavate, se necessario. E la Pina, che lavorava già allora nella lavanderia dei Salesiani - tutta roba dei baroni religiosissimi –, era convocata d’urgenza per questa delicata mansione; e quando tornava, dopo qualche giorno, che cosa diceva d’aver visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani: pizzi e merletti e stoffe d’ogni tipo, tovaglie lavorate a uncinetto, coperte ricamate a rinascimento, a tombolo, a intaglio, quante belle cose che teneva di corredo la baronessa! Al passaggio dei carri diretti alla masseria, mentre qualche ragazzino col sacco in mano non si perdeva neppure una delle deiezioni dei cavalli, mia madre raccontava queste cose alle sue amiche sul ciglio della strada, e le certificava con le parole di sua sorella Pina, che ogni anno in quei giorni era convocata all’Appidè e se ne stava fuori di casa due tre giorni, beata lei!

Ho ridetto a Giulia questa storia, fermi vicino alla masseria. Il sole decembrino era già basso alle quattro e un quarto del pomeriggio e, sebbene fossimo ben coperti, iniziava a fare piuttosto freddo. Allora ho rimesso in moto e abbiamo proseguito fino all’incrocio della strada maestra che a destra porta nel centro del paese e a sinistra porta a Cutrofiano, decisi a tornare a casa per la via più breve. Ma quel pomeriggio dovevo essere proprio in vena di ricordi, perché all’improvviso mi è tornato in mente che proprio su quell’incrocio mia madre collocava la scena di un aneddoto che più volte mi ha raccontato.

 

Arurattò

All’alba un contadino se ne andava in campagna per lavorare nel suo podere recando sul portabagagli della bicicletta un cantaro, di quelli che si fabbricano a Cutrofiano, ben coperto con un sacco. Sull’incrocio suddetto un finanziere del Duce, nuovo di queste parti, lo ferma, chiedendogli che cosa trasportasse. Il contadino risponde nella sua lingua materna – Arurattò -, ed è evidente che il finanziere per quanto istruito non poteva comprendere il grecanico e pertanto insisteva: - Che cosa porti? -. – Arurattò, arurattò… – ripeteva il malcapitato, cui per innata gentilezza di costumi non veniva in mente di sollevare il sacco e svelare l’arcano. Il che fece invece d’autorità il finanziere, che così sperimentò di persona quale fosse la traduzione: - Porto cacca -. Mia madre terminava col dire che il finanziere evitava a quel punto di fare altre domande, consentendo al contadino di proseguire fino al suo fondo dove avrebbe atteso ai lavori di concimazione della campagna, cui tutta la famiglia aveva contribuito il giorno e la notte precedenti.

Giulia ridendo mi ha detto che la storia era divertente. - Ma chissà se è vera? – ha chiesto.

- Non lo so neppure io – le ho risposto, - è passato così tanto tempo! -.

- In ogni caso, papà, questa passeggiata devi proprio trascriverla! -.

- Ci penserò – le ho detto, e siamo tornati a casa.

[2007]


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 179 - (12 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 13 Gennaio 2017 12:29

Il fallimento del JOBS ACT

 

[“MicroMega” online del 12 gennaio 2017]

 

E’ ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele cresenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell’occupazione. Dopo un aumento dell’occupazione ‘a tempo indeterminato’, evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un’operazione che ha temporaneamente “drogato” il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

1.Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il tasso di disoccupazione, in Italia, torna nel 2016 a quasi il 12%, dopo una leggera flessione nel 2015, attestandosi a oltre due punti percentuali in più rispetto alla media europea (11.9% a fronte del 9.8%). Si registra anche una significativa riduzione del numero di inattivi, fenomeno che, di norma, viene valutato positivamente come segnale di dinamismo del mercato del lavoro. Si tende, cioè, a ritenere che una maggiore partecipazione nel mercato del lavoro sia, di per sé, desiderabile.

E’ bene chiarire che è, questa, una valutazione che riflette una visione del funzionamento del mercato del lavoro interamente declinata ‘dal lato dell’offerta’: in altri termini, più forza-lavoro disponibile dovrebbe implicare maggiore occupazione. Il che non è nei fatti, né oggi in Italia né è quasi mai accaduto da quando il fenomeno è oggetto di rilevazione statistica.

La riduzione del numero di inattivi, se letta in chiave macroeconomica, può non essere affatto un segnale di vitalità del mercato del lavoro e, in più, può essere il segnale di un meccanismo niente affatto virtuoso. Ciò a ragione del fatto che la riduzione del numero di inattivi è associato a un fenomeno noto come ‘effetto del lavoratore aggiunto’: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro, con conseguente riduzione dei salari reali, entrano nel mercato del lavoro altri componenti dell’unità familiare per provare a garantire all’unità familiare il livello di consumi considerato ‘normale’. Il che significa che la riduzione del numero di inattivi è innanzitutto un segnale di impoverimento dei lavoratori occupati e, al tempo stesso, di erosione dei risparmi delle famiglie (dal momento che una condizione di inattività è consentita solo attingendo a redditi non da lavoro).

Vi è poi da considerare che l’aumento del numero di individui alla ricerca di lavoro, accrescendo la concorrenza fra lavoratori, contribuisce a ridurre i salari, in una spirale perversa per la quale la domanda interna continua a contrarsi, così come la domanda di lavoro e dunque i salari e i consumi. In altri termini, l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro è l’effetto della caduta dei salari e, al tempo stesso, contribuisce a generarla.

2. Il Jobs Act ha contribuito alla precarizzazione del lavoro anche per mezzo dell’estensione della platea di lavoratori pagati con buoni lavoro (voucher), per ogni settore produttivo e committente. I buoni lavoro, già presenti nella c.d. Legge Biagi, erano stati pensati per remunerare mansioni accessorie e occasionali, spesso prestate in condizioni di illegalità. Tipicamente: lavori domestici saltuari, badanti. Occorre ricordare che il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro e, per questa ragione, non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità, né, in caso di non rinnovo del rapporto, si configura un licenziamento1. Il risultato dell’estensione della platea di potenziali beneficiari è impressionante: nel corso del 2016, sono stati staccati 115 milioni di tagliandi, coinvolgendo circa 700 mila lavoratori (a fronte di 25mila nel 2008) per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.

La recente decisione della Consulta di consentire il referendum abrogativo dei voucher (uno dei tre proposti dalla CGIL) va accolta con favore, sebbene si tratti di una decisione opinabile e oggetto di critiche (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=27177), avendo impedito ai cittadini italiani di esprimersi contro l’abolizione dell’art.18. I buoni lavoro costituiscono la nuova frontiera del precariato, e ogni azione di contrasto al precariato è da valutare positivamente sia per garantire dignità al lavoro, sia perché è ampiamente mostrato – sul piano teorico ed empirico - che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione, riduce la quota dei salari sul Pil, ed è un freno alla crescita2.

E’ lo stesso Governo ad ammettere che l’uso dei voucher va maggiormente regolamentato a ragione del fatto che di questo strumento le imprese avrebbero “abusato”. Ma è lo stesso Governo a continuare a reiterare l’argomento (falso) per il quale i buoni lavoro sono uno strumento efficace per contrastare il lavoro nero. Per decretare la falsità di questo argomento, può essere sufficiente considerare che, su fonte ISTAT, l’incidenza del sommerso sul Pil è costantemente aumentata negli ultimi anni, pur essendo stato fornito alle imprese lo strumento dei buoni lavoro. Ed è proprio l’ISTAT a imputare l’aumento del sommerso all’aumento del tasso di disoccupazione – non all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, come nell’interpretazione governativa e dominante – in linea con la posizione dell’INPS3.

E’ poi interessante osservare che, su fonte INPS, l’uso dei voucher è maggiormente diffuso al Nord (fatta eccezione per il boom di voucher venduti in Sicilia), dove, per le informazioni di cui si dispone, è normalmente minore l’incidenza del lavoro sommerso o irregolare. Il che potrebbe dipendere dalla maggiore numerosità di imprese lì localizzate e dalla loro crescente propensione a competere comprimendo i salari e accelerando (grazie alla massima flessibilità sui tempi garantita dai voucher) i tempi di produzione e vendita. E, per quanto attiene l’offerta di lavoro, è ragionevole ipotizzare che in quell’area sia presente, e in crescita, una platea di lavoratori disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Il che, a sua volta, può innescare un fenomeno irreversibile. Lavoratori che hanno accettato di essere pagati con voucher saranno evidentemente considerati dalle imprese lavoratori disponibili a erogare le loro prestazioni con i minimi diritti in un ‘gioco al ribasso’ che i meccanismi spontanei di mercato non frenano, anzi promuovono.

 

 

1 La letteratura accademica sul fenomeno, per quanto attiene all’Italia, è ancora molto scarna. Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a D. Serafin, V come voucher. La nuova frontiera del precariato, Report “Possibile”, novembre 2016.

2 Per una ricostruzione del dibattito, si rinvia, fra gli altri, a G.Forges Davanzati e G.Paulì, Precarietà del lavoro, occupazione e crescita economica, “Costituzionalismo”, 2015 n.1.

3 V. C. De Gregorio e A. Giordano, The heterogeneity of irregular employment in Italy, ISTAT working paper n.1 2015.

 


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