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Fiat lux: la nostra gita culturale per Natale.
15 Dicembre: PROGRAGRAMMA VIAGGIO SALERNO - PAESTUM 15/16 DICEMBRE 2017 -Partenza ore 6:00 del venerdì 15  da Nardò (vicino ospedale), ore 6:15 da Galatina (SuperMac). -Arrivo a Salerno per l'ora... Leggi tutto...
Candidati Collegio dei revisori
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Programma attività novembre 2017
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Le balle nella rete - (2 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 02 Gennaio 2017 09:47

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 2 gennaio 2017]

 

Quando vediamo un dibattito in televisione e ci sono due interlocutori che si contraddicono a vicenda su un fatto, chi avrà ragione? Chi guarda è indifeso e tende a dare ragione a chi conferma le sue aspettative. Gli scienziati che studiano il clima hanno impiegato decenni per arrivare alla conclusione che il cambiamento climatico è un fatto e che i responsabili siamo noi. La massa di prove è tale che i geologi parlano di Antropocene, una nuova era geologica marcata profondamente dalla nostra presenza. L’evoluzione delle specie è un fatto. La vita di oggi è diversa da quella di qualche milione di anni fa perché le specie evolvono.

Eppure c’è ancora chi nega il cambiamento climatico e l’evoluzione. Se cercate in internet trovate tantissimi siti che forniscono “prove” che dovrebbero smentire fatti acclarati. Che fare? Se qualcuno mette in giro la voce che i vaccini sono pericolosi e ci sono dei fessi che ci credono e fanno tornare le malattie infantili, che fare? Che fare se i paradigmi economici predicano la crescita infinita dell’economia quando sappiamo che si tratta di un obiettivo impossibile, e che la crescita del capitale economico ha come conseguenza la decrescita del capitale naturale?

Quando il vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblicò un volume (a spese del CNR) intitolato “Evoluzionismo il tramonto di un’ipotesi” e venne fieramente criticato per una posizione antiscientifica sostenuta a spese di un organismo che dovrebbe promuovere la scienza, il presidente del CNR lo difese, dicendo che nel nostro paese c’è libertà di parola. Partecipai anche io alla discussione, e chiesi: ma uno può dire, con il timbro di approvazione del CNR, che l’acqua è fatta di azoto e fosforo (quando sappiamo bene che è fatta di ossigeno e idrogeno)? La libertà potrà permettergli di dirlo in un bar, ma non da una tribuna autorevole. Se lo dice va smentito, e va rimosso dalla posizione che occupa. Almeno così la penso io.

Nei giornali seri ci sono i verificatori di fatti (fact checkers) e la loro serietà sta alla base della reputazione del giornale. Se capita di sbagliare (perché tutti sbagliano), ci sono le smentite, seguite dalle rettifiche.

La mia libertà consiste anche nell’essere esposto a informazioni attendibili, visto che non le posso verificare tutte di persona. Manzoni ci spiega la questione con la credenza che fossero gli untori a spargere la peste.

Come rapportarsi allora rispetto alle post-verità, un termine inutile per definire balle a cui credono in molti? Dipende dalle balle che si raccontano? Hanno licenziato un tale perché ha detto ai bambini che Babbo Natale non esiste. Se facesse causa a chi ha licenziato, come andrebbe a finire?

Siamo predisposti a credere agli altri, non per niente la religione si è evoluta. Si crede per fede e si parla di “verità rivelata”. Popoli interi credono a libri scritti da divinità o ispirati da divinità, e si combattono perché credono in libri differenti. Poi ci sono le “verità scientifiche”: il nostro corpo è fatto di cellule, per esempio.

Il progresso si ottiene, però, rompendo le regole e mettendo in dubbio le “verità”. Non tutte le contraddizioni a presunte verità sono progresso, ma se si accettasse come verità solo quello imposto da un’autorità centrale qualsiasi, e si tappasse la bocca a chi dice qualcosa di differente, non ci sarebbe progresso.

La rete dà spazio a un sacco di matti. E ci sono tanti matti che credono ad altrettanti matti. In democrazia, se il numero di matti votanti supera il numero di chi cerca informazioni attendibili, vincono i matti. E viene fuori uno stato Orwelliano, con un Ministero della Verità che modifica la realtà piegandola ai voleri del potere.

Come uscirne? Come garantire la libertà di religione e di credere a quel che si vuole? Possiamo vietare di credere in Allah, se in nome di Allah si commettono crimini? I nazisti avevano scritto “Dio è con noi” sulle fibbie delle loro cinture.

La soluzione si chiama cultura. La rete contiene un sacco di balle ma ci sono anche le sconfessioni alle balle, basta saperle cercare. Vietare non serve, si creano martiri ed eroi della balla. Però è doveroso spiegare che Steve Hawking racconta una balla spaziale quando ci dice che dobbiamo colonizzare altri pianeti perché questo oramai lo abbiamo irrimediabilmente rovinato: non ci sono altri pianeti su cui trasferire la nostra specie, e non c’è Babbo Natale, mi spiace.


Il taccuino di Gigi 8. Una voce, il silenzio PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Sabato 31 Dicembre 2016 09:58

["Il Galatino" anno XLIX n. 21  del 16 dicembre 2016, p. 6]


Da qualche parte suonano ancora le campane? La domanda può apparire inutilmente provocatoria; bizzarra almeno. . Però una sua ragion d’essere ce l’ha, perché ancora, sia pure di rado, si leva qualche grido d’impazienza contro quello che viene ritenuto un disturbo della quiete pubblica, un’intromissione indebita in una “civiltà” che va cancellando i vecchiumi sentimentali e dando sempre maggiore evidenza ai ritrovati della più fremente modernità.

Le campane, insomma, sono condannate all’estinzione? A diventare oggetti d’antiquariato spicciolo, quello che si sciorina nei mercatini delle cose usate o vecchie. Si capisce che a nessuno verrà in mente di costruirsi un campanile (ora che son tempi duri per i campanili) per collocarvi l’eventuale “pezzo” acquisito: basterà tenerlo bene in esposizione e dare risposta, se sarà inevitabile, alle ingenue domande dei bambini figli di una società altamente tecnicizzata: “Che cos’è questo coso?”. “Una campana”. “Una campana? A che cosa serve?” “Una volta serviva a richiamare le gente; ora non serve più”. “Perché, la gente non c’è più?” “C’è, c’è… ma non ha bisogno di lasciarsi richiamare dalle campane”.

Parve poetico, in tempi remoti, il suono delle campane, quel suono argentino che si spandeva per i borghi, o quello ripercosso – tra le montagne – dall’eco delle valli (come nelle pagine del mistico-sentimentale Fogazzaro); o quello che persuadeva dolcemente a un sonno che ristorasse un dolore profondo o quello che colpiva nell’animo con la puntura della malinconia al morire d’un giorno (vedi Dante, Purgatorio, VIII 1). I fatti lieti o tristi della vita erano accompagnati dal suono delle campane: allegro per le circostanze liete (nascite, battesimi, matrimoni), grave per le circostanze tristi (morti e funerali).Uno dei più suggestivi concerti di campane è nel Pascoli dei Primi poemetti, in una composizione intitolata L’Angelus: «Sì: sonava lontana una campana, / ombra di romba; sì che un mal vestito / che beveva, si alzò dalla fontana, / e più non bevve, e scongiurò, di rito, / l’impazïente spirito. Via via / si sentì la campana di san Vito, / si sentì la campana di Badia /…». Se non piace il suono delle campane si potrà ammirare la perizia del verseggiare pascoliano e si potrà ripensare in qual modo una comunità leggeva la propria giornata. Un modo di comunicare che l’intera comunità riconosceva; e talvolta quella comunicazione attendeva come misura del tempo (“È suonato mattutino”, si diceva; o: “è suonata ventun’ora”) legata a momenti di vissuta religiosità. Ora i modi della comunicazione sono cambiati e la gente si è adattata ai modi nuovi ed è diventata impaziente, non si dica - per carità! – intollerante, verso quei rituali sonori oggi risultanti non solo antiquati ma inopportuni.

Quel suono, si dice, “disturba”. Disturba il sonno di coloro che tornano a casa a notte fonda dalla discoteca e che si sono sottoposti ad un suono il cui volume – decibel a iosa! –non sembra averli disturbati affatto. Sono solo le campane che disturbano. Disturbano, sembra, la coscienza “laica” di chi ne lega l’antica (o solo antiquata?) voce al loro uso religioso. Si ignora che le campane erano utilizzate anche per usi “civici” (segnali d’allarme in situazioni di calamità ed affini). Ma oggi, per gli usi “civici” - o, si presume, “civili” – bastano i cellulari. Si può fare tutto il rumore che si vuole con altri strumenti purché accettati dalla maggioranza. Una vecchia canzone giovanile proclamava allegramente: “Spacchiamoci le orecchie”. Altro che suadenti inviti al sonno da parte delle campane! Altro che squilla capace di agire dolcemente sul cuore per risvegliarvi una puntura di malinconia!

I nostri tempi accettano i decibel di troppo nei maxiconcerti, respingono le disturbatrici campane della tradizione e i loro “gridi argentini”. C’è una spiegazione per questo (posto che valga la pena di dedicare un attimo d’attenzione ad un argomento così lieve)? Una spiegazione c’è; tentiamo di indovinare.

Si trattasse solo dell’entità “rumore” delle campane, non ci sarebbe alcun pronunciamento. Tutti gli strumenti, comunque suonati, producono un suono che rompe il silenzio, modificano una situazione. Le campane non rompono solo il silenzio dell’ambiente; rompono, forse, un più duro silenzio della mente. Esse sono fatte per richiamare, per ricordare all’uomo qualcosa; e non è questione della quantità di decibel che si possano registrare.

Le campane sono una voce che disturba perché sono la voce di Uno che, per chi crede, chiama, o invita, o severamente rimprovera, o dolcemente parla a tutti noi… Sono molti, ormai, a non amare quella voce, a preferire il silenzio del sonno, la nicchia di una provvisoria sicurezza.

La falsa sicurezza del provvisorio, di un’illusione di pace.


La memoria epigrafica per Oronzo Parlangeli dell’Università del Salento PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Valentino De Luca   
Giovedì 29 Dicembre 2016 10:24

[in «Presenza taurisanese», dicembre 2016]

 

È di questi giorni la notizia del trasferimento delle biblioteche e degli studi interdipartimentali dell’Università del Salento dalla sede intitolata a Oronzo Parlangeli. Tutto il palazzo sarà dismesso e le attività universitarie, lì presenti dal 1978, riprenderanno nelle nuove strutture, appena ultimate, del già esistente complesso “Studium 2000”.

Fin qui la notizia, la quale rimanda subito alla titolazione dell’edificio, titolazione che rischia di venire a cessare con il cessare della funzione dell’edificio stesso.

Il plesso universitario dal 1978 infatti reca la denominazione che lo lega alla memoria del professore universitario Oronzo Parlangeli glottologo e storico della grammatica e della lingua italiana docente anche nell’Ateneo salentino.

Una lapide ha documentato e ricordato per lunghi decenni a studenti, docenti cittadini tale intitolazione onomastica fino alla sua improvvisa rimozione risalente ai primi anni ’90 del secolo scorso, in coincidenza con una delle tante ristrutturazioni funzionali degli ambienti del piano terra dell’edificio.

Nel 2009, nella ricorrenza del 40° della morte dell’esimio studioso salentino, avevo pubblicamente sollecitato una nuova collocazione della lapide che nel frattempo avevo intenzionalmente cercata e fotografata tra le masserizie in disuso depositate in permanenza nello scantinato della scala C del palazzo: non era più tollerabile che quella memoria storica giacesse accantonata e sottratta alla vista, al ricordo e alla sua stessa fruizione evocativa e celebrativa.

Durante la presentazione a Novoli del volume miscellaneo per il 40°, Neoprotimesis. Studi in memoria di Oronzo Parlangeli avevo preso la parola per invitare il Sindaco, allora in carica, a richiedere il coinvolgimento dell’Università per il ripristino dell’importante ricordo dell’illustre studioso cittadino di Novoli. Non mi risulta che vi siano stati successivamente interventi al riguardo, ma neppure fu registrata alcuna manifestazione di interesse da parte dei docenti universitari allora presenti numerosi durante quella iniziativa pubblica di commemorazione.

Infine, pochi giorni fa, ho ripreso ancora l’argomento intervenendo durante la presentazione della pubblicazione Le lingue del Salento (volume n. 19 – 2015) del periodico «L’Idomeneo», curato da Antonio Romano edita dal Dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento.

Ho nuovamente sollecitato un urgente interessamento dell’Università e del suo Senato Accademico al fine di ripristinare dopo tanti anni quella lapide della quale molti, forse, hanno perduto anche la memoria. Fortunatamente la lastra di marmo è ancora lì, in un sottoscala deposito, dove la avevo fotografata nel 2007: quasi dieci anni di accantonamento e “giacenza” silenziosa, in sostanza una “messa da parte”, inspiegabile.

E allora?

In verità forse qualcosa potrebbe accadere e il puntuale impegno, al riguardo, di una docente presente al mio intervento mi fa ben sperare sul recupero, la salvaguardia e la tutela dell’epigrafe in un luogo dignitoso e adeguato, per meglio evidenziare e tramandare la memoria del professore Oronzo Parlangeli (Novoli, 10 marzo 1923 – Magliano Sabino, 1 ottobre 1969).

Inoltre, è auspicabile che alla lapide originaria venga associata e collocata in prossimità una piccola epigrafe esplicativa allo scopo da un lato di ricontestualizzare e giustificare la nuova posizione e dall’altro conservare la memoria storica della sua posizione originaria.

Testo dell’epigrafe e ulteriori informazioni reperite:

 

Testo

L’Ateneo Salentino | nel decimo anniversario | della tragica scomparsa | ricorda | l’illuminato magistero | il fervido ingegno | l’alto contributo scientifico | alla conoscenza dei | dialetti salentini e | della civiltà messapica di | Oronzo Parlangeli | Novoli 10 3 1923 Magliano Sabino 1 10 1968 | glottologo e storico della grammatica e | della lingua italiana | nelle università di | Messina Bari e Lecce | promotore instancabile della carta dei | dialetti italiani. | C. D. Fonseca

Annotazioni

La lastra di marmo grigio con caratteri incisi di colore nero fu svelata con una cerimonia mercoledì 28 marzo 1979; il testo fu dettato dal prof. Cosimo Damiano Fonseca (Massafra, 21 febbraio 1932), il quale promosse l’iniziativa e indicò la collocazione dell’epigrafe. La commemorazione ufficiale fu tenuta dal prof. Vittore Pisani (Roma, 23 febbraio 1899 – Como, 22 dicembre 1990); presenti il Rettore prof. Saverio Mongelli (Bari, 25 settembre 1934) e i proff. Mario Marti (Cutrofiano, 17 maggio 1914 – Lecce, 4 febbraio 2015), Donato Valli (Tricase, 24 febbraio 1931) e Giovan Battista Mancarella (Sava, 15 luglio 1931).

Errato, nel testo della lapide, l’anno della morte.

Bibliografia

  1. Donato Palazzo, Oronzo Parlangeli. Necrologio, in «Archivio storico pugliese», 1969.
  2. Note di civiltà medievale, Numero speciale per l’inaugurazione del nuovo edificio universitario “Oronzo Parlangeli”, Bari, Ecumenica editrice, 1979.
    Contiene il testo corretto della lapide commemorativa e il breve ricordo nell’intervento tenuto il giorno dell’inaugurazione dal Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Cosimo Damiano Fonseca.
  3. Oggi l’Università ricorda Parlangeli, in «La gazzetta del Mezzogiorno», 28 marzo 1979.
    Nel testo: «[…] nel decimo anniversario della scomparsa […] per iniziativa dell’università sarà scoperta una lapide nell’aula delle conferenze del palazzo ex Iacp in via Monte Pasubio, che da qualche mese è a lui intitolato».
  4. Ilio Palmariggi, Domani a Novoli commemorato Oronzo Parlagèli, in «La gazzetta del Mezzogiorno», 30 settembre 1989.
    Nell’occhiello: A 20 anni dalla morte.
    Nel testo “L’Università gli ha già dedicato la sede delle attività didattiche”.
  5. Dino Levante, Oronzo Parlangeli a quarant’anni dalla morte: un album di ricordi tra cronaca e storia, in Neoprotimesis, Studi in memoria di Oronzo Parlangeli a 40 anni dalla scomparsa (1969-2009), a cura di Mario Spedicato, Galatina, EdiPan, 2010.
    Nel testo riscontri sulla cerimonia e sull’epigrafe.

Vie traverse 7. La via della Latronica PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 28 Dicembre 2016 16:45

Nuova uscita in scooter

Dovevo aspettarmelo. Avendo saputo che l’ex-macello lungo la via del “Villaggio azzurro” non era che un’appendice del canile comunale, prima o poi dovevo aspettarmi la richiesta di Sofia di visitare il nuovo canile. Del resto, glielo avevo promesso. E infatti la sua richiesta è giunta puntuale, qualche giorno dopo l’ultima nostra passeggiata. Ci eravamo informati bene e avevamo appreso che il canile comunale, quello vero, era stato costruito già da qualche anno –ma dove viviamo noi, che non ne sapevamo niente?– lontano dal centro abitato, in fondo alla via della Latronica. E così ieri pomeriggio Sofia ha proposto una nuova passeggiata in scooter. Quando si tratta di fare un giro in scooter io non rifiuto mai, soprattutto se posso farlo con una delle mie figlie. So che fra qualche anno, per legge di natura, prenderanno il volo, e quindi ne approfitto per stare insieme a loro ora che sono piccole. Stavolta, quando io e Sofia abbiamo deciso di uscire, in casa c’era pure Giulia, che, sapendo dove eravamo diretti, per nulla al mondo avrebbe acconsentito a farci partire senza di lei. Essendo in tre, avrei dovuto prendere la macchina, giusto? Ma allora ci saremmo persi la passeggiata in scooter, che è essenziale non solo per vedere le cose, ma per esserne parte. In effetti, finché si è in macchina, si rimane nello stato dello spettatore televisivo, protetti in questo prolungamento della nostra casa che è l’automobile. Mentre in scooter è tutt’un’altra cosa. Allora, dal momento che abitiamo molto vicino all’imbocco della via che conduce alla Latronica e che in una strada di campagna di sicuro non avremmo incontrato alcun vigile, ed essendo il sellone del mio scooter assai lungo e comodo anche per tre, calzati i caschi, superato infine l’ultimo ostacolo delle querimonie di mia moglie Ornella – ma come, in tre sullo scooter, ma siete pazzi? -, ci siamo diretti alla volta del canile comunale.

 

Il casello ferroviario

La via della Latronica si imbocca all’altezza dell’Ospedale, dove la strada si divide a forma di Y, proprio come il lago di Como. Da una parte si va verso la contrada Tabelle, dall’altra si va verso la Latronica, che è il nome di una delle masserie più lontane dal centro abitato.

Nel primo tratto, si percorre una strada stretta cui fanno ombra molti alberi fronzuti, alberi di bella vista, piantati entro alti muri di cinta che chiudono le ultime ville suburbane e impediscono la visione del paesaggio; così fin quasi al casello incustodito della ferrovia che da Galatina porta verso Galatone. E’ lì che ci siamo fermati, facendo la prima tappa. Avevo alcune cose da raccontare a Giulia e Sofia. Ho detto loro che il casello costituiva per noi ragazzini di dieci, dodici anni, l’ultima meta delle nostre escursioni extraurbane in bicicletta. La casa del ferroviere, una costruzione a due piani, con i locali di sotto adatti al servizio e quelli di sopra per la famiglia, trent’anni fa era già disabitata – evidentemente sin da allora si era proceduto alla cosiddetta razionalizzazione delle risorse umane, cioè ai licenziamenti dei lavoratori -, ed era tutta a nostra disposizione. Non c’è nulla di più bello per un ragazzino che intrufolarsi in una casa disabitata, dove ci può essere di tutto, salvo poi accorgersi che non c’è proprio niente, se non scritte oscene, resti organici e strani palloncini trasparenti e sgonfi lì dimenticati dai ragazzi più grandi. Però, sapersi in compagnia dei propri coetanei in un luogo che l’adulto ha dismesso e abbandonato, sentirsi tra quelle mura come lontani dal mondo, incogniti e soli, invisibili agli altri, padroni del mondo, è una sensazione che solo a quell’età può essere provata. Ho rivisto nella mia mente con qualche tremore due ragazzini, nascosti dietro una finestra senza vetri, in attesa della littorina, pronti a provare l’effetto delle ruote d’acciaio al cozzare di due pietre poste sulle rotaie. Ora l’ingresso della casa ferroviaria è murato e dunque nessun ragazzino, e tanto meno i più grandi, potrebbe penetrare in quell’edificio misterioso. A destra ricordavo una stradicciola sterrata che lambiva una masseria e portava ad un boschetto di lecci, di pini e di eucalipti, anche questo meta delle nostre passeggiate, ma solo quando siamo diventati più grandicelli, a tredici, quattordici anni, essendo quel boschetto un po’ lontano dalle ultime case del paese. Ora la stradicciola non c’è più, la terra è arata, c’è un recente impianto di vigna, e si intravede appena una gran villa immersa negli alberi, lontana e inaccessibile.

 

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Il mio nome… PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 25 Dicembre 2016 19:00

["Il Galatino" anno XLIX n. 21 del 16 dicembre 2016, p. 5]

 

Mi chiamo Giuseppe. Il mio è un nome ‘normale’. Molto comune. Non c’è bisogno di fare un grande sforzo di memoria per ricordarlo come succede, per esempio, con nomi del tipo Rinaldo, Francescantonio, Adam, James  Cirincinella o consimili bizzarrie. Anche la mia vita è normale, e non vedo perché dovrei complicarmela inutilmente chiamandomi in uno di quei modi insoliti e ridicoli: Roggerino, Geremia, Trifone o altro di simile! Io, mi chiamo semplicemente Giuseppe. Ho anche un nipote che si chiama così: forse i genitori hanno voluto, anche senza dirlo, farmi l’omaggio del nome; e l’ho tenuto io a battesimo, il ragazzo. Perciò: Giuseppe. Ma pensate a questo nome come forse al nome più popolare della nostra tradizione. E in quanti modi si sente chiamare uno che si chiama Giuseppe: Pino, Pippi, Beppe, Peppino, ecc. Oggi, veramente, la sua popolarità è in declino (così dicono ma stento a credere); però Giuseppe è sempre popolare. Solo che quando il tuo nome è troppo popolare e ti viene affidato un compito difficile, tu sei subito nel mirino, non puoi nasconderti. Giuseppe è un nome che individui subito: forse sarebbe stato meglio che, invece di Giuseppe, mi avessero chiamato, che so! Crispino, Adalberto, Girolamo, Gabrio, Febronio, ecc. Pazienza! A ciascuno tocca portare la propria croce. Io porto la mia. Ma veramente a portarla non sarò io ma mio figlio, come forse tutti sanno. Gesù, voglio dire. Quello è un tipo. Come diciamo nel nostro linguaggio corrente, nu picca fastitiusu! Se vede che una cosa non va per il verso giusto o se vede offesa la giustizia, si mette a strillare in una maniera spaventosa. Non può sopportare le cose storte. Non vi dico, ma voi  lo sapete  bene, quando si tratta di rimproverare quei ricconi che non fanno mai un euro di beneficenza, neanche se li supplica la televisione, e si tengono ben custoditi nelle banche i loro capitali, anche i preti,  e guai a chiedergli di contribuire al comune benessere in qualche modo discreto. Però questi, che dicono sempre che non c’è soldi fanno inviti a pranzi sontuosi e là scialano beati. Un esempio: per aiutare il progresso c’è bisogno di strumenti di lavoro. Si chiede loro di comprare qualche opera filosofica o letteraria: scandalo! Non ci sono soldi da spendere per nutrire bambini che hanno fame e volete buttare soldi per la cosiddetta ‘cultura’?

In questi giorni si avvicina il Natale, la festa di mio figlio, come forse sapete. Sapete che lui chiama papà anche il Padre nostro che è nei cieli, ma questo è un particolare sul quale da molto tempo non discutiamo più. Questi giorni sono un po’ turbati da una notizia che circola con insistenza. Siamo nel tempo dell’infanzia di Gesù; e questo tenero bambinello mette paura a Erode, perché secondo profezie circolanti nell’ambiente, Gesù sarebbe destinato a essere il re dei Giudei. Molti sono sguinzagliati alla ricerca del mio Gesù (ma ricordate che io mi chiamo Giuseppe): vorrebbero ucciderlo per fare un piacere a quel cialtrone di Erode. Ma io, Giuseppe, sorveglio. Quando qualcuno mi chiama anche per via io non rispondo e cerco di nascondere il mio Gesù.

Se qualcuno mi tocca il ragazzo, lo squarto. Scusatemi, se mi son lasciato un poco andare. Lui mi ha consigliato: fuggiamo in Egitto, forniamoci di un permesso di lavoro e lasciamo che si calmino le acque.

Ha ragione: io  ho sempre dato retta a mio figlio. Il quale, poiché vive nella luce della verità, mi ha promesso di concedermi una buona morte.


Per una politica per la città PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Sabato 24 Dicembre 2016 09:02

[“Il Galatino” anno XLIX n. 20 del 9 dicembre 2016, p. 6]

 

Intendo le poche righe che seguono come un tentativo di contribuire al dibattito sulla politica da immaginare per la città, dibattito aperto opportunamente sulle pagine de “Il Galatino”. Non rappresento alcuna formazione politica e mi esprimo da un osservatorio distante ma proprio per questo privilegiato nel proporre una visione prospettica.

Un dato condiziona in maniera essenziale la discussione: la situazione debitoria delle casse comunali. Chiunque si candidi deve necessariamente affrontare questo problema e farlo in maniera efficace. La questione suggerisce di cercare di chiarire quale possa essere un profilo ragionevolmente accettabile per i candidati che possano operare con efficacia nel tessuto cittadino, rallentando o sperabilmente evitando la decadenza. Raccolgo di seguito alcune opinioni personali in merito.

  1. Chiunque si candidi dovrebbe saper vivere il proprio ruolo solo con concreto senso di servizio. Coloro che rincorrono visibilità per il solo plauso sono inadatti ad avere funzioni di governo civico.
  2. Chiunque si candidi avendo interessi economici personali di parte che possano essere favoriti dalla sua posizione, a danno della collettività, è inadatto a funzioni di governo civico. In aggiunta, chiunque viva la sua candidatura principalmente come trampolino di lancio per successivi traguardi politici è altresì inadatto.
  3. Chiunque si candidi dovrebbe avere sia competenza sia capacità di ascolto e di sintesi. Dovrebbe cioè saper decidere ma farlo con consapevolezza e senso di responsabilità, avendo chiara la complessità dei processi di governo.
  4. Chiunque si candidi dovrebbe coinvolgere nell’attività di governo tutti coloro che possono dare un contributo positivo alla gestione della cosa pubblica e alla prospettiva che alla città si vuole cercare di donare, indipendentemente dall’appartenenza o dalla vicinanza a un organismo politico, qualsiasi nome a esso si voglia dare. I massimalismi ideologici hanno fatto storicamente danni, soprattutto nel favorire la fedeltà servile rispetto alla capacità di operare in maniera costruttiva. Serve ragionevolezza ma anche sensibilità per riconoscere e selezionare collaboratori adatti. Avere tale sensibilità non è faccenda semplice. L’autorevolezza rafforza questa sensibilità, ove essa sia presente e sia educata.

Una volta individuato un gruppo di figure adatto, serve poi avere una qualche idea concreta di cosa fare. Di discorsi politici solo pomposi o aggressivi, ma in sostanza vuoti, ci si stanca se si ha un briciolo di ragionevolezza e non ci si fa manipolare. Pochi punti, come i suggerimenti riassunti in seguito, potrebbero essere terreno di discussione.

a)   Ci si dovrebbe probabilmente sforzare sempre più di razionalizzare sia le spese sia le entrate, evitando gli sprechi, non tagliando soltanto o facendo finta di non vedere, con l’effetto, in quest’ultimo caso, di tralasciare le entrate.

b)   Ci si dovrebbe probabilmente sforzare di proporre progetti europei per i quali serve competenza e acume, oltre a contatti a Bruxelles, ma che sono possibili sorgenti di fondi, ove si riesca a valorizzare le ricchezze storiche possedute dalla città, per quanto sparute esse siano, evidenziando la loro peculiarità. Certamente non è facile riuscirci, ma se non ci si prova, non ci si riesce di certo.

c)   Servirebbe fare una politica che incoraggi il turismo di qualità: bassa numerosità e buona capacità di spesa. Quali sono, infatti, i vantaggi di trascinare in città carrozzoni vocianti per una notte di festa dopo la quale l’Amministrazione spende per pulire più del guadagno, virtualmente pro capite, che la città ha fatto?

d)   Bisognerebbe valorizzare le attività produttive virtuose che pur ci sono; cercare di rafforzare il senso civico che ridurrebbe il degrado urbano, il cui controllo è altrimenti lasciato alle sole istituzioni comunali, progressivamente inermi; promuovere solo le attività culturali che abbiano un contenuto qualitativamente ricco, evitando l’occasione di esibizioni che finiscono con l’essere penose per la loro prosopopea.

Si potrebbero fare tante cose. La domanda essenziale è però se vi sia la capacità di farle nel caso ci fossero le possibilità. Per questo si dovrebbero superare gli egoismi di parte, l’immondizia delle invidie, il narcisismo. Per questo si dovrebbe avere per lo meno la sensibilità e l’autorevolezza adatte. Per questo si dovrebbe avere capacità di visione e di responsabilità, non solo il desiderio di occupare sedie nel Palazzo Comunale. Il mio modesto auspicio è che si faccia qualche passo concreto in questa direzione, che non ci sia solo l’esposizione di cartelli con le foto dei candidati, ritoccate con Photoshop per abbellirne i lineamenti, che non ci si riduca al solo scambio di favori ricoperti di parole altisonanti ma sostanzialmente vuote. Ci sia almeno – è il mio augurio – responsabilità e dignità. Basterebbe forse solo questo.

 


Vie traverse 6. La via del Villaggio azzurro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 23 Dicembre 2016 17:50

Nuovo risveglio

Stamani, appena sveglio, mentre ero ancora a letto, Sofia mi ha detto che a scuola tutti i suoi compagni hanno visitato il canile del nostro Comune e che solo lei non ci è mai stata. Mentre mi diceva queste cose con aria dispiaciuta e piagnucolosa, mi dava dei baci, ed io ho capito subito dove andava a parare “la strategia dei bacetti”, come la chiama lei: voleva che la portassi a visitare il canile. E siccome oggi è il mio primo giorno di vacanza e dai buchi della tapparella la luce intensa del mattino annunciava una giornata soleggiata, allora ho accettato di fare un giro con lo scooter in sua compagnia.

Uscire di casa in una bella giornata di giugno, sapendo che la scuola è finita, è come respirare a pieni polmoni un’aria finissima e stare bene con se stessi e con gli altri. Stamattina poi c’era una tramontana leggera che temperava gli effetti del sole, in questa stagione già molto forte, e questo invogliava a fare un giro nei dintorni.

 

La via de li Piani

Credevo di sapere che il canile si trovasse un chilometro fuori dell’abitato, sulla via del “Villaggio azzurro”, detta anche “la via dei Piani”. Perciò abbiamo imboccato quella strada, lasciandoci alle spalle le ultime case del paese, che negli scorsi vent’anni si sono espanse notevolmente anche in questa direzione. Appena fuori, distanti non più di ottocento metri, si vedono a sinistra i tetti delle cappelle maggiori del cimitero, e a destra i primi seminativi e le case di campagna, gli orti e i frutteti; tutta terra strappata col piccone al suolo pietroso, detto cozzi, forse dal cozzare del ferro sulla roccia che faceva il nostro contadino non molto tempo fa. Ho detto a Sofia del doppio nome di questa strada e lei si è stupita che una strada avesse un doppio nome. Le ho spiegato che “la via de li Piani” è il nome più antico, perché quella distesa di pietra dove cresce il timo, la menta selvatica e la rucola (i “Piani”, appunto) c’è sempre stata, mentre il “Villaggio azzurro” è stato costruito all’incirca cinquant’anni fa e solo da allora c’è chi chiama quella strada “la via del Villaggio azzurro”.

- Davvero c’è un villaggio tutto azzurro? - mi ha chiesto Sofia, ed io non ho fatto in tempo a rispondere, che già ci eravamo arrivati e lei poteva constatare da sé il grado di veridicità di quell’aggettivo.

In effetti, di azzurro il villaggio in questione non ha proprio nulla né io ricordo che abbia mai avuto questo colore, almeno non negli ultimi vent’anni. Ho mostrato a Sofia una specie di campo di concentramento abbandonato, come quelli che si vedono in televisione nei film su Auschwitz, con tanto di rete metallica sormontata da filo spinato che ricinge il villaggio fatto di appartamentini anneriti e scrostati, coi vetri rotti che lasciano intravedere, a chi passa per la strada, degli interni pieni di scritte oscene e sporcizie varie. E’ evidente che il villaggio è meta di visitatori notturni; e difatti, poco oltre, Sofia mi ha additato un ampio buco nella rete, dal quale si può facilmente penetrare nel villaggio. Mia figlia non si dava pace. Voleva a tutti i costi sapere che ci facesse lì, nell’immediata periferia cittadina, un villaggio abbandonato e soprattutto perché io mi ostinassi a chiamarlo “Villaggio azzurro”, quando di azzurro lei non vedeva altro che il cielo sopra di noi. Ho dovuto fare appello a ciò che ho sempre sentito dire in proposito, e un po’ anche alla fantasia, che è il modo migliore, a volte, di dire le cose. Ho raccontato che il “Villaggio azzurro” era stato costruito per ospitare i dipendenti del locale aeroporto, sede dell’aeronautica militare, chiamata, come si sa, arma azzurra; ho aggiunto che probabilmente un tempo, quando il villaggio fu costruito, era tutto dipinto d’azzurro (e qui lavoravo di fantasia) e che solo a seguito dell’abbandono i muri si erano anneriti per l’umidità.

- E come mai non ci abita nessuno?

- Perché le persone che dovevano vivere qui hanno preferito abitare in un altro villaggio, che ora sorge nei pressi dell’aeroporto.

- Allora questo si dovrebbe chiamare il “Villaggio nero” – ha concluso Sofia.

Non potevo raccontare a mia figlia tutto quello che mi veniva in mente guardando i muri scalcinati del “Villaggio azzurro”, l’uso che facevano di quegli ambienti non pochi giovani agli inizi degli anni ottanta, dopo che era stato abbandonato, i drammi che in esso si sono consumati; sicché quel nome, “Villaggio azzurro”, anche a me sembrava una grottesca e beffarda antitesi rispetto al nome che avrebbe meritato di avere, come il luogo in cui si concentra una parte del rimosso cittadino e che, proprio in quanto rimosso, rimane lì da decenni tra l’apparente noncuranza generale. Sofia aveva ragione: il “Villaggio azzurro” meritava senz’altro il nome di “Villaggio nero”.

 

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Università al bivio: didattica, o ricerca e didattica? – (22 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 22 Dicembre 2016 18:43

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 22 dicembre 2016]

 

La nostra reputazione è quello che gli altri dicono di noi. Sono state rese pubbliche le valutazioni della ricerca e l’Università del Salento, nel suo complesso, ha una posizione bassa nella classifica. Tutti i media ne parlano e questo mina la nostra reputazione. Il valore di una laurea dipende dal valore di chi la conferisce, e l’attrattività didattica è condizionata dalla qualità della ricerca. Un’Università ai primi posti nelle valutazioni della ricerca attrae più studenti di un’Università che naviga nella bassa classifica.

L’esito della valutazione è anche legato a una protesta dei professori, perché il nostro stipendio bloccato da sei anni mentre tutti gli altri comparti pubblici non sono stati penalizzati. Esiste una volontà diffusa di criminalizzare le Università e i professori universitari sono spesso dipinti come clientelari, nullafacenti e inefficienti. Se i laureati italiani emigrano all’estero, significa che lì sono molto apprezzati e se lo sono significa che non facciamo poi tanto male il nostro lavoro. Alcuni hanno scelto di protestare non presentando i prodotti della ricerca ai fini della valutazione; i prodotti non presentati vengono contati come mancanti e questo influisce sulla valutazione. Pur condividendo la protesta, molti hanno ritenuto di presentare i prodotti (me compreso) ma l’adesione dei docenti di Unisalento è stata molto superiore rispetto a quella delle altre Università e questo ci ha certamente penalizzato. Il punteggio ottenuto dall’Università del Salento è il risultato dei punteggi ottenuti dai vari Dipartimenti che, a loro volta, sono il risultato della somma dei punteggi ottenuti dai singoli ricercatori afferenti. Alcuni Dipartimenti sono stati valutati bene o abbastanza bene, altri sono agli ultimi posti in Italia. Il risultato totale è la media dei risultati dei Dipartimenti. Le valutazioni rivelano Dipartimenti con buona ricerca e altri che non sono all’altezza delle aspettative, a volte a causa di una maggiore adesione alla protesta. Qualificazioni particolarmente basse annullano le qualificazioni alte, ed ecco il basso risultato della nostra Università.

Sarà bene analizzare accuratamente i risultati della valutazione e prendere adeguati provvedimenti per le prossime. Ci sono aree in cui i livelli dell’Università del Salento raggiungono standard europei. In altre raggiungiamo standard nazionali e in altre ancora siamo al cabotaggio regionale. E’ necessaria una politica di incentivazione del merito, per valorizzare quel che di buono esprimiamo e lavorare perché ciò che è meno buono diventi buono. In democrazia, se la maggioranza rientra nella categoria del “meno buono”, la maggioranza prevale (come nella statistica). E se il “meno buono” rifiuta le proprie responsabilità e promuove politiche di conservazione del proprio status indipendentemente dalla valutazioni, le conseguenze si pagano. Diminuiscono i fondi, diminuisce l’attrattività verso gli studenti, diminuisce la motivazione di chi ha ottenuto buone valutazioni. Le altre Università reclutano i soggetti competitivi, magari attingendoli dalle liste di abilitati a ruoli superiori, senza che si investano risorse per farli restare. Uno è partito per Trieste l’altro ieri.

Questo mina la nostra reputazione e porta l’Università verso il declassamento. Se la ricerca è di basso profilo e si punta solo alla didattica, si diventa un esamificio. Invece di essere un ascensore sociale, l’Università diventa un ammortizzatore sociale e serve per tenere impegnati per qualche anno i futuri disoccupati intellettuali.

La valutazione della ricerca non è svolta in modo ottimale, sono il primo a dirlo. E’ come la democrazia: è un sistema imperfetto, che si può migliorare, ma ne conosciamo di migliori? Possiamo migliorarla internamente e indirizzare su questo le strategie future. Per garantire la nostra immagine dobbiamo valorizzare i buoni risultati e, internamente, lavorare per incentivare il miglioramento. Pensando anche a penalizzazioni per chi si ostina a non ritenere importante la buona qualità della ricerca. Oramai non si può più ignorare che la ricerca è importante e le decisioni future andranno ben meditate alla luce di queste valutazioni. Il Salento ha le carte in regola per esprimere un’Università di serie A (con didattica e ricerca) e non di serie B (con poca ricerca e molta didattica) e l’Università ha la possibilità di essere all’altezza delle aspettative. Se si guardano le valutazioni ci sono molte aree in cui siamo un’ottima Università e, nonostante questo risultato apparentemente negativo, sono fiero di appartenervi!


Il taccuino di Gigi 7. Tutta colpa della noia? PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 22 Dicembre 2016 09:26

["Il Galatino" anno XLIX n. 20 del 9 dicembre 2016, p. 5]

 

Da tempo le cronache si nutrono di fatti delittuosi raccapriccianti o tali da solleticare una curiosità troppo vorace, malata. Protagonisti di quei fatti sono dei giovani, studenti “modello” a volte; giovani che hanno alle spalle solide famiglie, che godono di un notevole benessere economico.

Perché, dunque, sono proprio loro a coltivare un istinto omicida e a guardare con preoccupante, e fin cinica, indifferenza il risultato delle proprie azioni delittuose? Si suppone, ma talvolta lo dicono i direttamente interessati, che siano spinti dal desiderio di provare emozioni “forti”. Sperimentato troppo presto un po’ di tutto, l’audacia di un passo più in là, di un atto più “forte”, o di un atto estremo, appare una tappa quasi inevitabile. Quel che si è realizzato non basta ancora; occorre vedere che cosa accade se ci si inoltra, un passo dopo l’altro, nel territorio del male.

Ci sono storie che lasciano allibiti, increduli; inutile volerne indicare di particolari dal momento che non c’è che l’imbarazzo della scelta e ognuno può pensare al fatto che più lo ha impressionato. Occorre, però, ritrarsi dalla dolorosa meraviglia e soffermarsi, invece, a considerare che cosa abbia comportato un mutamento epocale rapido e deciso, che ha smarrito il senso della gradualità e tutto consuma senza attribuire valore a nulla o senza distinguere né stabilire una qualche possibile scala di valori.

La giovinezza, un tempo, veniva guardata con grande simpatia perché si vedeva in essa l’espressione di una volontà di affermarsi che non arretrava di fronte al sacrificio, che non temeva privazioni; che si proponeva una mèta e lottava per raggiungerla. La giovinezza come età dei grandi ideali e delle grandi passioni, che molte volte coincidevano. Si trattava di una giovinezza che aveva il gusto dell’avventura ma amava le avventure del pensiero; che si misurava nella prova fisica ma anche nel rigore della riflessione… Tutto questo, finché la giovinezza stessa è stata un valore riconosciuto non da chi la guardava con lo sguardo del rimpianto ma di chi si trovava a viverla e non voleva lasciarsi imporre un modello invecchiato ma elaborarne autonomamente di sempre nuovi.

Sembra quasi che si descriva una realtà a senso unico: tutto positivo, nulla di negativo. Non era così, ovviamente, ma quello che prevaleva era ascrivibile al dominio del positivo.

Poi la direzione si è invertita; il cambiamento di segno è nato da una falsa idea di libertà come dimensione d’un agire arbitrario, non soggetto a regole di sorta ma regolato semplicemente dal capriccio o da una curiosità inquieta, dall’illusione che il male abbia una marcia in più, procuri emozioni più intense che non il bene; irriso e deriso, questo, talvolta.

Alla stagione del fervore è subentrata quella della noia; nel vuoto della coscienza la ricerca è diventata un vagabondaggio di occasioni qualunque, di velleitarismi, di gesti gratuiti, di atti definalizzati, di parole che non hanno forza di trasmettere idee salde. Lo stato di coscienza è quello scaturente da una ebbrezza senza gioia, dalla voglia di afferrare sempre ciò che è qui ed ora, senza fermare nulla, senza nulla costruire, senza il tentativo di realizzare la costruzione della propria vita.

Vivere alla giornata sembra più esaltante che darsi una regola e rispettare la propria vita. Perché vivere alla giornata dà l’impressione di colmare il vuoto entro cui si brancola, di uscire dai fumi dell’ubriachezza di cui ci si compiace.

Può sembrare un quadro troppo nero, ma ciò che accade intorno a noi non lascia presagire prossimo un cambiamento di rotta. Una società che sente il bisogno di elaborare, a difesa di sé e degli ordinamenti che la caratterizzano, misure repressive e forme di controllo sempre nuove, è chiaramente una società in affanno che, nello specchio della quotidianità vede figure tanto deformate da essere irriconoscibili.

Se risulta necessario, inevitabile, appesantire misure coercitive e repressive, occorre che ci si interroghi sulla parte che, nel deteriorarsi dei rapporti umani e della convivenza civile, ha avuto chi ha posto le premesse di una simile situazione. Le intenzioni sono sempre buone, ma spesso le buone intenzioni non sono che maschere d’ipocrisia. Quando si afferma la filosofia del primeggiare ad ogni costo, del distinguersi rispetto a tutti, del ritenersi al di sopra di leggi e consuetudini, allora le buone intenzioni (ma erano poi tali?) sono solo la radice, in gran parte prevista, della futura degenerazione. La spinta all’atto delittuoso nasce da un mancato esercizio di autocontrollo e dalla voglia – sì, anche in casi del genere! – di primeggiare, di distinguersi. Distinguersi nel male è provocatorio, distinguersi nel bene non suscita né simpatie né desiderio d’emulazione. Evitare il naufragio nella noia per mancanza di interessi diventa una sorta d’impegno con se stessi: il distorto impegno di chi crede di poter sottrarsi alle regole ed al giudizio che la trasgressione di quelle comporta.

Come combattere quella noia che arma la mano e disarma la coscienza, che rende ottusa la ragione e scatena istinti tenebrosi? Non c’è che una ricetta. O forse è troppo tardi per proporre ed attuare rimedi che avrebbero funzionato con una lontana e più corretta impostazione dei problemi. Urge la necessità di trovare un rimedio, che non sia però quello (o solo quello) di inasprire le pene.

Credere in un miracolo? Nulla lo vieta. Anche perché certi miracoli solo gli uomini possono farli a beneficio di se stessi. Interrogandosi, autoregolandosi e facendo scelte ispirate a saggezza.


Restauri e rimozioni ingiustificate di memorie storiche PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Valentino De Luca   
Martedì 20 Dicembre 2016 19:58

Si sono recentemente conclusi i lavori di restauro architettonico nei locali un tempo occupati dal Liceo ginnasio “Giuseppe Palmieri” e dall’Istituto “Luigi Scarambone”. Tutti contenti  a Lecce per il fatto che finalmente sono stati restituiti alla fruizione pubblica ampi e importanti spazi che da oggi saranno destinati alla biblioteca provinciale “N. Bernardini”.

Tutti contenti, si diceva, tranne uno, Valentino De Luca già funzionario della Biblioteca Interfacoltà “Teodoro Pellegrino” dell’Università del Salento, già Ispettore onorario per la conservazione dei Monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte per il Comune di Lecce, con una lunga esperienza nel campo della ricerca storica documentaria. Suo, ad esempio, il volume dato alle stampe nell’ottobre 2015 “Stringiamoci a coorte siam pronti alla morte l’Italia chiamò”. La Prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce.

Cosa non rende contento Valentino De Luca?

Due sono i motivi per cui non posso essere contento anch’io.

Uno è il fatto importante e fondamentale che durante i lavori di restauro siano state rimosse due testimonianze storiche.

L’altro motivo è che in merito a tali rimozioni siano state fornite da parte degli addetti ai lavori spiegazioni del tutto insufficienti quando non anche mistificate e incoerenti a fronte dei dati che di seguito richiamerò.

Quali sono le due testimonianze storiche rimosse.

La prima testimonianza storica rimossa è un’epigrafe per Clemente Antonaci che era murata da oltre 60 anni su un muro laterale del cortile, lato d’ingresso alle aule, dell’edificio dell’ex Liceo Palmieri, in quella sede fino al 1959.

La seconda è un monumentino per Leonardo Stampacchia rimosso integralmente comprese le diverse parti (mezzo busto, mensolina di sostegno, epigrafe): era posizionato tra le rampe dello scalone che conducono al primo piano dell’edificio, sede fino a pochi anni fa dell’Istituto professionale per il commercio “Luigi Scarambone”, scalone, le cui pareti, con il passare degli anni erano diventate, per restare, un importante luogo di memoria, in quanto epigrafi e mezzi busti ricordavano i padri fondatori della Scuola stessa, Leonardo Stampacchia, Giovanni Nocco, Luigi Scarambone e Consalvo Moschettini.

Ho pensato subito (14 gennaio 2016) di segnalare l’avvenuta rimozione ai responsabili istituzionali della Amministrazione provinciale; mi è stato risposto: «Egr. prof. De Luca, abbiamo riscontrato la Sua interessante segnalazione relativa alla lapide in ricordo di Clemente Antonacci La informiamo che la targa è, al momento, depositata presso alcuni locali del Convitto Palmieri, i cui lavori sono diretti dal Settore edilizia e patrimonio di questo Ente. Sarà, pertanto, nostra cura segnalare agli uffici competenti l'opportunità di riposizionare il manufatto nella sua originaria collocazione. Ringraziandola per il cortese e puntuale interessamento, La salutiamo cordialmente»; ma, contestualmente e stranamente, veniva chiesto a me di indicare quale fosse il punto preciso del cortile ove era collocata la lastra di marmo in memoria di Clemente Antonaci.

Strana ignoranza!

Mi sono subito chiesto: e le normative della CARTA DEL RESTAURO 1972  (Art. 6 comma 3. rimozione, ricostruzione o ricollocamento in luoghi diversi a quelli originari; a meno che ciò non sia determinato da superiori ragioni di conservazione) sono state rispettate? e le disposizioni che “Per tutti gli oggetti originariamente destinati a una visione limitata o solo frontale andranno eseguite riprese fotografiche anche dai punti di vista non previsti (retro, lati, parti interne ecc.“ sono state tenute in conto? in particolare  quelle della CARTA 1987 DELLA CONSERVAZIONE E DEL RESTAURO. ALLEGATO D.

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