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I paradossi delle parole - (18 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 19 Dicembre 2016 09:18

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 18 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana parliamo di parole che ricorrono spesso nelle cronache: vediamone usi, significati e implicazioni.

1: cattiveria, cattivo. Sul «Corriere della Sera» di alcuni giorni fa, nella sezione dedicata al calcio, un intero paginone riporta un’intervista a Dzeko, il centravanti della Roma che quest’anno segna e convince, per la gioia dei tifosi romanisti e per la disperazione degli avversari. Negli anni precedenti Dzeko, pagato non so quanti milioni di euro, ha un po’ deluso, quest’anno invece gioca meravigliosamente. Il titolo recita: «Io cattivo? Mai». Leggendo l’intervista il senso del titolo si precisa. Domanda l’intervistatore: «Spalletti [l’allenatore della squadra] le fa i complimenti ma batte sempre su un tasto: vuole da lei più cattiveria. I tifosi si innamorano più dei bad boys alla Ibra [Ibrahimović, calciatore svedese che ha giocato anche in Olanda, in Italia, in Francia e ora gioca in Inghilterra. Nel 2016 guadagna 11.44 milioni di euro di stipendio, sponsorizzazioni e pubblicità escluse] che dei buoni. Ma si può essere bravi nella vita e cattivi in campo?». Ed ecco la risposta di Dzeko: «Bisogna capire che cosa vuol dire essere cattivo. Se sbaglio due occasioni è perché non sono cattivo? Sbaglio perché sono buono? Per me cattivo significa che devi sfruttare tutte le occasioni che hai, che ti devi concentrare di più. E io mi impegno per farlo. Ma non posso cambiare a 30 anni. Sono fatto così. Sono nato cosi».

Osservate il paradosso. Il malcapitato Dzeko deve giustificarsi per essere buono, viene invitato ad essere cattivo. La positività risiede nella cattiveria, negativa è la bontà. Ma i vocabolari della nostra lingua affermano il contrario. Ecco le definizioni: cattivo ‘contrario alla legge morale; moralmente riprovevole o pericoloso; che ha tendenza a compiere il male; malvagio, disonesto’. E buono ‘che tende al bene; onesto; moralmente positivo’. Il rovesciamento dei valori non è solo nell’articolo che ho citato, ricorre spesso. Ecco un’altra frase, pure desunta dalle pagine sportive dei quotidiani. «Per battere la Juve dobbiamo essere più cattivi contro le squadre piccole» proclama Totti, il celebratissimo capitano della Roma. E dunque cattiveria nel mondo del calcio è una qualità, se vuoi emergere devi dimostrare di possederla. Figuriamoci i valori che vengono inculcati ai giovanissimi aspiranti calciatori che frequentano le scuole di calcio! Quale modello di cittadino viene loro proposto?

Intendiamoci. Il calcio mi piace, è un gioco bellissimo, richiede sacrificio, spirito di squadra, capacità di cooperare. Ci sono i campioni grandissimi, quelli che segnano le epoche e rifulgono nell’immaginario di molti. Ma in questo sport è fondamentale il gruppo, la solidarietà, l’intesa collettiva, insomma le doti che fanno difetto a noi italiani, individualisti fino all’autolesionismo. Il calcio mi piace e sono in buona compagnia. Saba ha scritto una poesia che molti conoscono, anche a memoria: «Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia a non veder l’amara luce …». Pasolini dichiarava una passione illimitata per il calcio, lo assimilava a un vero e proprio linguaggio, con poeti e prosatori. Ricordava: «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso».

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 182 - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 18 Dicembre 2016 17:13

La povertà dei giovani è la povertà di un intero Paese


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016]


Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un assurdo, una beffa. La storia deve procedere con passi di sviluppo, di progresso, di benessere, attraverso trasformazioni in positivo, la crescita, l’evoluzione, il miglioramento.

Non è come sta andando che deve andare la storia: con i figli più poveri dei padri, più poveri dei nonni. Precari, disoccupati, sottoccupati, disillusi, sfiduciati. Con un presente sfilacciato, con un futuro scuro. Il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, è un colpo di spranga alle ginocchia. Si dice: l’Italia non è un paese per giovani. Per forza. I giovani in Italia, oggi, hanno un reddito inferiore a quello dei giovani di venticinque anni fa. Vale a dire: anziché andare avanti, si va indietro. Dice il Rapporto che la ricchezza dei “millennial” è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell'insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell'84,7%. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perche' venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).

Vorrei aver sbagliato a leggere i dati. Ma se li ho letti bene, se non mi sono ingannato, non è così che deve andare la storia.

Anche perché se va così, si tratta di una irragionevole e inaccettabile contraddizione.

Mai questo Paese ha avuto giovani con il livello di istruzione che hanno i giovani di adesso. Mai giovani con le stesse competenze specifiche e trasversali. Mai con un uguale grado di specializzazione. Però, quello che ne ricavano consiste in una mortificazione personale, professionale, economica.

Allora qualcuno se ne va. Sono sempre di più quelli che se ne vanno. All’estero li accolgono, spesso li coccolano, per cui viene da domandarsi se all’estero hanno una particolare vocazione all’accoglienza oppure se hanno realizzato situazioni e condizioni che consentono di mettere a frutto le loro intelligenze, le loro conoscenze, le loro capacità, le abilità, le energie. Se è la seconda risposta quella giusta, allora viene spontanea l’altra domanda sulle ragioni per le quali noi non siamo capaci di creare le stesse situazioni e condizioni.

Se ho letto bene i dati, dunque, secondo i quali nel corso degli anni il reddito dei giovani è andato costantemente diminuendo, alle semplici domande precedenti se ne aggiunge una altrettanto semplice che riguarda il futuro e che si può sintetizzare nella seguente espressione: se lo sviluppo di un paese è relativo alla capacità di investimento dei giovani, quale livello di sviluppo si può prevedere per questo Paese. Probabilmente la risposta non può essere semplice quanto la domanda. Perché bisogna soffermarsi a riflettere quali possibilità di investimento hanno adesso i giovani e quali possibilità avranno quando per quel fenomeno della natura che accade assai rapidamente saranno meno giovani e poi non lo saranno affatto. Ecco che le condizioni soggettive determinano quelle collettive, come i destini di ciascuno determinano quelli di una comunità, di una nazione.

Se i giovani non possono investire è un intero Paese che non può investire. Un paese che non investe ha l’identico movimento che ha uno stagno. Potrebbe anche darsi che gli specialisti di queste cose la pensino diversamente, che abbiano teorie scientifiche orientate contrariamente. Ma l’uomo della strada, l’uomo qualunque ma non qualunquista, considera la faccenda più o meno in questo modo.

Ascoltavo un discorso di questo genere fra due signori di mezza età, alcuni giorni fa in un treno di pendolari. Fra le considerazioni che facevano, argomentate, lucide, puntuali, ce n’era una che rilevava come a differenza degli anni Settanta nei giovani di adesso non ci sono manifestazioni di rabbia.

Uno diceva: ormai si sono rassegnati. L’altro diceva: non è rassegnazione; hanno troppa intelligenza, troppo rispetto della dimensione sociale per lasciarsi coinvolgere dalla rabbia.

Ascoltavo in silenzio e condividevo la seconda riflessione. Sono troppo intelligenti, hanno il rispetto ed un senso della civiltà che li porta a pensare e ad agire in un modo che intende cambiare le cose, modificare gli assetti senza rivoltarli. Vogliono fare esperienza dell’evoluzione sociale adottando metodi di civiltà. Sono educati così.

Questi sono i pensieri che ha l’uomo della strada.

Qualcuno invece potrebbe pensare che siano indifferenti, apatici, disimpegnati.

Se qualcuno dovesse pensare questo, si sbaglierebbe, grandemente.

Una cosa del genere la può pensare chi non ha mai parlato con uno – uno solo - di loro. Chi non ha mai avuto la possibilità di confrontarsi con il loro pensiero, di accertarne la maturità e la profondità delle argomentazioni, la bellezza dei sentimenti, la logica dei ragionamenti.

Non sono indifferenti, apatici, disimpegnati. Disincantati, sì, e il disincanto costituisce un’ulteriore dimostrazione della loro scintillante intelligenza.

Chi si lascia incantare è un credulone, un irrazionale. Loro non lo sono e quindi non si lasciano incantare da niente e da nessuno.

Ma sono più poveri dei padri, dei padri dei padri. Ci sarà pure un modo per porre rimedio, per invertire la tendenza, quantomeno per stabilire un equilibrio tra quello che sanno e quello che hanno. Ci sarà pure un modo per assicurare uno sviluppo a questo Paese.

Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un regresso assurdo, una beffa.


Quaderno di traduzione 72. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 17 Dicembre 2016 09:16

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Routes de campagne


Nos villages sont ainsi faits : au bout de la rue, se trouve la campagne. En réalité, après l'expansion urbaine des cinquante dernières années, il faut faire un peu de chemin pour la trouver, parce que les voies bordées de maisons qui y mènent se sont allongées ; en compensation les villages semblent s'être rapprochés et il est rare de parcourir plus de dix kilomètres de l'un à l'autre. Ces voies de communication sont les plus empruntées, les autos y passent à toute vitesse directement vers leur destination. Quand on désire se promener, il convient de les délaisser pour prendre une route latérale, une de ces routes de campagne presque toujours bien asphaltées qui mènent au village voisin par un itinéraire de quelques kilomètres en zigzag à travers les champs, ou qui se perdent subitement dans une oliveraie désolée, ou encore qui débouchent sur une route provinciale ou nationale. Le long de ces chemins de traverse, dans la journée, on rencontre surtout des paysans qui vont et viennent en voiture dans la campagne, là où ils possèdent un bout de terre et une maison. Il faudrait les arrêter et s'informer auprès d'eux à propos de ces routes secondaires qu'ils sillonnent chaque jour ; je suis sûr qu'il s'en retrouverait de fort belles, du moins si l'habitude ne leur a pas ôté la mémoire.



L'Ara et ses alentours


À Corigliano d'Otrante, le village de ma mère, derrière le terrain de sport municipal, il existe une de ces petites routes, la via della Melelea, que je connais depuis ma tendre enfance. Son nom n'est écrit nulle part, mais je l'ai entendu citer à plusieurs reprises par ma mère et ma famille de Corigliano, qui désignaient ainsi la propriété d'un cousin du côté de mon grand-père, la Melelea, à laquelle cette route donnait accès. S'y ajoute le fait que mon grand-père lui aussi possédait une petite partie de la Melelea, – divisée depuis en quatre petites bandes de terre délimitées par des murs, témoignages du partage entre les enfants à la suite de l'héritage – un champ appelé Ara, parce qu'en son centre, trente centimètres au-dessus du niveau de la terre cultivée, avait été construite une aire (en latin ara), où l'on battait le grain et où l'on s'adonnait à d'autres activités, je ne saurais plus dire lesquelles. Il y a quelques années, le fils qui avait hérité de la partie du champ avec l'aire, a abattu le noyer au beau feuillage qui avait poussé à proximité, parce qu'il ne donnait plus de bonnes noix. C'est sur cette aire ombragée, faite de grosses pierres équarries et entourée d'un muret, que nous passions le lundi de Pâques à manger et à boire plus encore que la veille. Le dimanche de Pâques, en effet, on l'avait fêté chez mes grands-parents et à peine avions-nous eu le temps de digérer que déjà le lundi nous obligeait à une nouvelle épreuve alimentaire. J'ai toujours une photographie de toute la famille prise un lundi de Pâques, avec ma mère debout sur un muret, un verre de vin à la main, immortalisée au moment de le porter aux lèvres et semblant dire : « À la santé de tout le monde ! » Cela avait lieu avant la mort de mon grand-père. Après sa disparition, je ne me souviens pas qu'il y ait encore eu de telles réunions à l'Ara. Mon père ne nous accompagnait pas, car la poliomyélite dont il souffrait aux membres inférieurs ne lui permettait pas de rejoindre l'aire ni de se déplacer commodément dans le champ. Ma sœur et moi nous nous entendions bien avec deux cousines de notre âge. Ainsi, quand nous n'en pouvions plus de manger et d'écouter les plaisanteries des plus grands, nous demandions à nos parents la permission de nous rendre dans le bosquet de chênes verts à moins de cinq cents mètres de l'Ara. Comme tout était permis ce jour-là et que se respirait un parfum de liberté, nous nous aventurions dans le bosquet où nous pouvions courir et jouer à scundarieddhi (à cache-cache).


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Vie traverse 5. La via de lu Duca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 13 Dicembre 2016 06:54

Riposo pomeridiano

Tornato da scuola, dopo pranzo, mi stendo sulla poltrona riservata alla pennichella pomeridiana, mi tolgo gli occhiali, e chiudo gli occhi per far riposare la mente. Ripenso a tante cose avvenute a scuola e ascolto i rumori che vengono dalla strada. Poi imbrocco pensieri insensati che mi trasportano nell’incoscienza ristoratrice di un sonno breve, ma intenso e liberatorio.

Nei giorni di tramontana, il vento infila nella mia strada un rumore che proviene da molto lontano, sei o sette chilometri in linea d’aria, il rumore degli aerei che partono dall’aeroporto militare per le esercitazioni sui cieli del Salento. Nell’aeroporto di Galatina, infatti, ha la sua base una scuola di volo, dove si addestrano i piloti dell’aeronautica militare italiana. Quando il vento soffia forte, allora il rombo dei motori giunge più intenso, ma non è mai molto fastidioso perché diventa una specie di musicale rincalzo dello stormire del vento tra gli alberi dei giardini e tra le case. Insomma, a me non dà per nulla fastidio, anzi, mi richiama alla visione dell’aperta campagna dove hanno costruito le lunghe piste dell’aeroporto.

Ieri, dopo pranzo, mentre stavo riposando nel modo che ho detto, mi è venuto il desiderio di rivisitare quei luoghi, dove noi ragazzi ci spingevamo con le biciclette e poi con i motorini per vedere il decollo o l’atterraggio degli aerei da guerra. Così, riaperti gli occhi, e inforcati gli occhiali, ho detto a Giulia che mi sarebbe piaciuto mostrarle il campo di aviazione e gli aerei che facevano tutto quel rumore.

- Quale rumore, papa?

- Ma come, non ci hai fatto caso? Il rumore che proviene dall’aeroporto!

Giulia non ci aveva fatto caso, pur sentendolo bene, perché lo aveva incluso nel normale rumore della città quando tira un po’ di vento da nord. E così abbiamo indossato le nostre giacche a vento e con lo scooter siamo partiti alla volta dell’aeroporto.


Segreti della campagna

Avere la tramontana nel mese di novembre è davvero un caso fortunato. Novembre qui è il mese delle piogge portate perlopiù dallo scirocco, un vento caldo che fa ingrossare nei campi le cicorie e i finocchi. Invece, la tramontana fredda serve per ingrossare le rape, che altrimenti marciscono. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la campagna cambia aspetto: le vigne cedono il terreno agli olivi e questi alle colture stagionali. Ci sono mille case coloniche, molte ben costruite, tutte proprietà degli abitanti del luogo, che d’estate vi trascorrono la villeggiatura, e rimangono in campagna fino ad ottobre. A Galatina questa contrada viene designata con l’espressione la via de lu Duca, perché porta dritto a una masseria che si dice sia stata proprietà di un Duca, molti e molti anni fa. E si racconta che vi sia un passaggio segreto sotterraneo che parte dal castello di Galatina e giunge fino a questa masseria, un passaggio fatto costruire dal predetto Duca che aveva voluto tutelarsi con una via di fuga da eventuali aggressori. Naturalmente questo cunicolo non è mai stato trovato, ma di esso è rimasta traccia nell’immaginario popolare, sicché ancor oggi io non riesco ad imboccare la via de lu Duca senza rievocare dentro di me questa storia che mi è stata raccontata sin da quando ero ragazzo. Naturalmente, ieri, essendo in compagnia di Giulia, ho pensato ad alta voce, e le ho raccontato questa storiella, suscitando il suo interesse e la sua curiosità. Ha voluto a tutti i costi che la portassi alla masseria de lu Duca, dove certamente avremmo trovato l’uscita del passaggio segreto.

Per arrivarci, bisognava passare da una villa, sulla quale voglio ora dire qualcosa. L’interesse mio per questa villa riguarda un tempo ormai passato –parlo di almeno venticinque anni fa-, quando per caso, in una delle nostre scorribande, scoprimmo che nel retro di essa vi era un campo da tennis ricoperto di asfalto. Non seppi mai a chi appartenesse quella villa, ma è certo che il proprietario non se ne curava, perché il suo stato d’abbandono era palese a chiunque, passando, avesse voltato lo sguardo in quella direzione. Quando ero ragazzo, e si veniva in bicicletta, e poi, un po’ più grandicelli, coi motorini, la villa abbandonata era un ottimo luogo per fermarsi a riposare, poiché si trovava (e si trova tuttora) proprio a metà strada tra l’abitato di Galatina e l’aeroporto, poco lontana dalla la masseria de lu Duca. Io e i miei amici non giocavamo a tennis, non era il nostro sport. Noi giocavamo al pallone, e basta. Ma fermarsi in quella villa abbandonata era diventata per noi una consuetudine, poiché al gusto dell’infrazione -infatti, scavalcando il basso muro di cinta e facendoci un varco nella siepe di pino, violavamo una proprietà privata- si univa la certezza dell’impunità, tanto era chiaro a tutti che nessuno da anni aveva più visitato quella casa. D’inverno, nel giardino c’erano mandarini e aranci che, sebbene nessuno da anni li avesse più potati, davano ancora frutto e noi ne approfittavamo per mangiarne a sazietà. Poi riprendevamo a pedalare verso le piste dell’aeroporto con le tasche piene e fieri della nostra audacia.

Una volta ci portai una mia compagna di scuola, la stessa con cui qualche volta marinavo la scuola, a cui avevo chiesto di insegnarmi a giocare a tennis. Lei mi aveva risposto che con poche lire potevamo prenotare il campo al Tennis club, ma a me piaceva l’idea di portare la mia compagna in quella villa disabitata e di giocare con lei in quel campo da tennis abbandonato, non altrove. Alla fine lei acconsentì e così, armati di palle e racchette, un pomeriggio di non so più che stagione, a bordo della sua vespa bianca, prendemmo la via de lu Duca.

Come avrei potuto raccontare a Giulia queste cose? Non le ho detto niente, perché non avrebbe capito come mai alla mia compagna di scuola avevo chiesto di insegnarmi il gioco del tennis in un luogo così fuori mano e in un campo molto più lontano del Tennis club, dove ogni galatinese di buona famiglia impara a giocare servendosi anche di istruttori specializzati; avrei dovuto spiegarle, inoltre, perché con la mia compagna di scuola facemmo quell’unica partita: diceva che svisavo la palla, la colpivo di striscio per imprimerle un effetto che e lei non piaceva perché la metteva in difficoltà e che questo era tipico dei principianti; e aggiungeva che si gioca meglio su un campo di terra battuta, come quelli che si possono affittare al Tennis Club, piuttosto che in un campo asfaltato dove la palla rimbalza male. A quel tempo a me piaceva svisare e mi piacevano le piccole infrazioni, ero fatto così.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 178 - (12 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 12 Dicembre 2016 21:24

La legge di stabilità e la precarietà del lavoro

 

[“MicroMega” online del 12 dicembre 2016]

 

 

Come rilevato da alcuni commentatori, la Legge di Stabilità 2017 risente della campagna referendaria e alcune disposizioni lì contenute sono state pensare per acquisire immediato consenso in vista della consultazione dello scorso 4 dicembre1.

Al netto di queste misure, i principali assi di intervento nel documento approvato sono sostanzialmente tre e presentano rilevanti elementi di criticità.

1. Risulta confermata, per quanto attiene alla ripartizione dell’onere fiscale, la linea seguita negli ultimi anni con misure di ulteriore detassazione per favorire gli investimenti, questa volta soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica (la c.d. Industria 4.0). Si tratta della reiterazione di interventi inefficaci dal momento che gli investimenti privati non aumentano via sgravi fiscali, come non sono aumentati negli ultimi anni, per la banalissima ragione per la quale se le aspettative sono pessimistiche, anche rilevanti sgravi fiscali si rilevano del tutto efficaci per incentivare la spesa privata. Ovviamente si tratta di misure che vanno bene a Confindustria e, non a caso, salutate con estremo favore dai suoi rappresentanti e dal quotidiano che ne rappresenta gli interessi. In sostanza, la detassazione, nelle condizioni date, ha il solo effetto di far crescere i profitti e/o di tenere in vita imprese altrimenti destinate al fallimento. Se non altro per questa ragione, la Legge di Stabilità mantiene l’impianto redistributivo a vantaggio delle imprese che ha caratterizzato le politiche economiche degli ultimi anni.

2. Risultano anche confermati gli sgravi fiscali per le assunzioni con le nuove tipologie contrattuali istituite dal Jobs Act. Su questo aspetto, dovrebbe essere ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione stabile), il Jobs Act si è rivelato fallimentare2. In sintesi, l’operazione si è risolta in questo. Sono stati accordati sgravi contributivi alle imprese, sulla base del c.d. decreto Poletti del 2014, per un ammontare stimato su fonte INPS di circa 20 miliardi per l’assunzione di lavoratori con contratti a tempo indeterminato (a tutele crescenti). Le imprese hanno risposto inizialmente trasformando i contratti precari in contratti più stabili - o assumendo - per l’ovvio obiettivo di avvalersi delle decontribuzioni, con un picco di riformulazione dei contratti a fine 2015. La riduzione dei fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, che evidentemente non potevano avere durata infinita, ha generato, come molti si aspettavano, una repentina inversione di tendenza: l’aumento del tasso di disoccupazione e la riformulazione dei contratti nella direzione di tipologie sempre più precarie. In particolare, nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, a fronte di quanto accaduto nello stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso. In sostanza, il mercato del lavoro italiano è stato “drogato” per un paio d’anni, tornando alla sua condizione ’fisiologica’ una volta esauriti gli incentivi. Un provvedimento, quindi, non solo inutile per la ripresa dell’occupazione ma anche controproducente per lo spreco di denaro pubblico a favore delle imprese. In più, la fine della stagione delle decontribuzioni ha anche contribuito ad accentuare ulteriormente il tasso di precarietà. Si fa qui riferimento, in particolare, all’esplosione del voucher, pensati come remunerazione per lavori accessori (p.e. lavori domestici) e invece oggi sempre più utilizzati nel settore privato e nel settore pubblico per mansioni che nulla hanno di accessorio. Fra gennaio e giugno del 2016 ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014.

3. Risulta incentivata la contrattazione di secondo livello, attraverso agevolazioni fiscali per il potenziamento del welfare aziendale e dei premi di produttività. L’obiettivo è legare più strettamente gli andamenti della produttività del lavoro con le dinamiche salariali. La logica che è alla base di queste misure risiede nella convinzione che è efficiente e giusto pagare i lavoratori sulla base del loro contributo alla produzione e, dunque, si presume, in base al loro merito. E’ una condizione di efficienza dal momento che – in questa logica – si ritiene che un mercato del lavoro deregolamentato produca spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. In tal senso, la disintermediazione del sindacato è una strategia efficace per impostare le relazioni industriali in modo ‘atomistico’, ovvero creando le condizioni per una contrattazione diretta fra singolo lavoratore e singolo datore di lavoro. E’ poi anche, o almeno si ritiene, una condizione di equità distributiva, dal momento che commisurare il salario alla produttività premia/premierebbe il merito.

Sebbene si tratti dell’impostazione teorica e politica dominante, essa si presta a non poche obiezioni teoriche e fattuali, fra le quali.

a) Non disponiamo di nessun criterio di misurazione oggettiva del merito individuale e, conseguentemente, non è affatto scontato che la commisurazione del salario alla produttività garantisca un assetto distributivo meritocratico. Il contributo alla produzione del singolo lavoratore è influenzato da numerose variabili, la gran parte delle quali non attiene alla sua personale bravura, o al suo personale impegno. E’ sufficiente considerare che la principale determinante della produttività del lavoro è l’accumulazione di capitale, la cui entità prescinde del tutto dall’impegno dei lavoratori, essendo il risultato di scelte delle imprese3.

b) L’attuazione di misure che spostino o incentivino la contrattazione aziendale rischia di riportare il mercato del lavoro nel Mezzogiorno a una condizione simile a quella di cinquanta anni fa, epoca nella quale erano vigenti le c.d. gabbie salariali (meccanismi di adeguamento dei salari monetari al tasso di inflazione). Non è uno scenario desiderabile, sia perché è oggettivamente regressivo, sia soprattutto perché se si va in questa direzione è ovvio che, in assenza di una ripresa degli investimenti pubblici e privati, si riduce ulteriormente la domanda aggregata nel Mezzogiorno, ovvero nell’area del Paese che ha maggiormente risentito e maggiormente risente gli effetti della crisi. E la riduzione della domanda, nel Mezzogiorno, non può che accentuare i divari regionali, in un contesto nel quale questi sono in continuo aumento da quasi un decennio, rendendo il Paese sempre più dualistico. L’effetto recessivo sarebbe peraltro accentuato dal fatto che le imprese meridionali sono, in media, di dimensioni notevolmente inferiori a quelle del Centro-Nord e, in molti casi, al loro interno non esistono neppure organizzazioni sindacali che possano contrattare salari e condizioni di lavoro, con la conseguenza che la ulteriore moderazione salariale al Sud configurerebbe una inutile e dannosa politica punitiva per i lavoratori meridionali.

 

 

 

1 Si veda: http://sbilanciamoci.info/legge-bilancio-referendaria-2/. Ci si riferisce, in particolare, alla c.d. rottamazione di Equitalia. Si può osservare, a riguardo, che Equitalia non scompare affatto, ma cambia nome (Agenzia delle Entrate – Riscossione) e, soprattutto, che volendo incidere in modo significativo sulla riscossione delle imposte, sarebbe stato semmai opportuno limitare le regole vessatorie utilizzate, agendo sulle regole d’azione non sulla denominazione.

2 Per una efficace critica di ordine giuridico a questo provvedimento, si rinvia a Giorgio Fontana, La riforma del lavoro, i licenziamenti e la Costituzione, “Costituzionalismo”, dicembre 2016.

3 Sul tema si rinvia a Sebastiano Fadda: http://www.sbilanciamoci.info/content/pdf/1817, Paolo Pini, (2013).What Europe needs to be European, “EconomiaPolitica – Journal of Analytical and Institutional Economics”, vol.30, n.1, pp. 3-11; Leonello Tronti. (2010). The Italian productivity slow-down: The role of the bargaining model, “International Journal of Manpower”, vol.31, n.7.


Le parole della violenza - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 12 Dicembre 2016 12:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana traggo spunto da fatti di cronaca. Mi servono per discutere delle parole che usiamo correntemente; e per riflettere sulle implicazioni collegate agli usi della lingua, parole e comportamenti vanno insieme.

1: stalker, stalking.  Pochi giorni fa, il 1° dicembre, ero in macchina: ascoltavo la radio un po’ distrattamente, guidavo e seguivo il flusso dei miei pensieri. All’improvviso qualcosa attrae la mia attenzione. Un po’ confusamente,  capto: «Per la prima volta … a Ferrara … stalking di quartiere». Ho perso il comunicato intero e quindi la notizia resta per me indecifrabile. Né ho mai sentito l’espressione «stalking di quartiere», non capisco bene cosa significhi. Appena a casa consulto il vocabolario, ecco la definizione di  stalking: ‘azione di chi molesta ossessivamente una persona con pedinamenti, appostamenti, telefonate o intrusioni nella vita privata’. Qualche rigo sopra c’è anche stalker: ‘individuo affetto da un disturbo della personalità che lo spinge a perseguitare ossessivamente un’altra persona con minacce, pedinamenti, molestie e attenzioni indesiderate’ .

L’uso di questi  termini (come di altre forme inglesi) provoca a volte  reazioni, lo vedo dalle lettere che ricevo: ad alcuni appaiono “fastidiosi”,  troppi gli anglicismi inutili in ambito giuridico, economico, tecnico, politico, “insopportabili” nella lingua di tutti i giorni. Vorremmo che le parole risultassero comprensibili a tutti, addetti ai lavori e singoli cittadini. Inoltre nella notizia che ho ascoltato per radio è una novità il riferimento al quartiere, non più ad una singola persona (come invece indica il vocabolario).

Voglio saperne di più, cerco in rete, trovo. Più o meno si tratta di questo. Una famiglia, marito, moglie e figlio minorenne, da vari mesi ha messo sotto tiro non una persona ma gli abitanti di un’intera strada, via Rambaldi a Ferrara. Condotte moleste che si manifestano con offese ripetute, ingiurie accompagnate da gesti sessuali, maltrattamenti di animali. E poi disturbo della quiete pubblica, rumori e urla, radio accesa per ore con musica ad altissimo volume, con la radio collocata all’interno di un contenitore metallico per amplificare i decibel, rendendo la vita insopportabile all’intero vicinato. E ancora frasi sconclusionate, offensive, brutali, minacce di morte: «Di qui non passi, verrà il momento in cui non passerai più» e «chiama tuo nonno finché sei in tempo...ti ammazzerò».

I vessati si ribellano, denunziano, depositano un esposto in procura. Dopo mesi di verifiche e accertamenti da parte di carabinieri, polizia, polizia municipale, la procura chiude l’indagine e formula l’atto d’accusa: «stalking di quartiere». Neologismo linguistico, credo anche concetto nuovo dal punto di vista giuridico, gli avvocati mi aiutino. Non posso prevedere se nel codice penale entrerà un nuovo specifico reato. Mi chiedo con quali parole verrà indicato, se entrerà. Faccio una semplice ricerca in rete. La parola stalking ricorre circa 257.000 volte nei siti italiani, stalker vi ricorre di più, 1.030.000 volte. Dunque sono parole diffuse nella nostra lingua, verosimilmente ben note a una buona percentuale, forse alla maggioranza, degli italiani.

Ciononostante faccio una modesta proposta operativa. Usiamo un lessico trasparente per tutti, invece delle parole inglesi indichiamo i corrispettivi lessicali della nostra lingua, diamo al reato e a chi lo commette nomi italiani: persecuzione e persecutore sono efficaci (come mi suggerisce Nando Boero, che spesso scrive sul nostro giornale). Tutti capiscono persecuzione, rivolta a una singola persona o un intero quartiere, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo attuata. La parola ha più valore, fa comprendere appieno la brutalità del reato e la bestialità del persecutore che commette il crimine.

2. bullo, bullismo. Eccone i significati: bullo ‘giovane prepotente e spavaldo; teppista’; bullismo ‘comportamento di chi cerca di imporsi con atteggiamenti prevaricatori o di sopraffazione’.

Queste due parole non sono inglesi, rispetto al caso precedente la situazione è diversa per quanto riguarda la forma. Ma vi si avvicina per il significato, anche questa coppia richiama comportamenti aggressivi e violenti, certo non esprime positività. Sorge naturale la domanda. Come è possibile che i protagonisti di atti di bullismo spesso mettano spontaneamente in rete video che ritraggono le loro gesta? Non dovrebbero, semmai, vergognarsene, perché l’esibizione?

Chi ha un carattere forte, capace di imporre il proprio potere e di dominare nelle relazioni interpersonali, si colloca in una posizione di superiorità rispetto ai compagni del proprio gruppo e agli altri studenti della scuola. La rete amplifica questa condizione, estende la fama del bullo ben oltre l’ambiente scolastico, ne fa un personaggio vincente. Inversione dei valori. Esibizionismo allo stato puro.

L’uso asfissiante e pervasivo della rete domina le nostre vite. Umberto Eco fece notare che i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar o all’osteria dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Tutti parlano di tutto, sentenziano la verità. Che è solo dichiarata, quasi mai argomentata o provata. Si spiega così il successo straordinario di twitter, piattaforma che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo con lunghezza massima di 140 caratteri. Tutto condensato in un cinguettio, questa sì che è filosofia, altro che Aristotele o Kant che impegnarono l’intera vita per scrivere libri!

Ma c’è di più, non è solo questione di superficialità. È inarrestabile l’abitudine di mettere in rete sé stessi, in continuazione. Pensieri o riflessioni di una qualche importanza, pochissimi. Un po’ più frequenti dichiarazioni personali, che riguardano la propria vita e che non dovrebbero interessare nessuno: «ho sentito una bella canzone», «ho fatto una passeggiata», fino a «ho mangiato un panino» o «mi sono lavato i denti».  Soprattutto foto, con variazione maniacale,  in un continuo bisogno di attrarre l’attenzione altrui: in posa atletica, in posa riflessiva, in posa provocante, in posa ammiccante, con pochi vestiti. Il fenomeno non riguarda solo i più giovani, i cosiddetti nativi digitali, attraversa le generazioni e le classi sociali. Esibizionismo allo stato puro.

Mi ha colpito un fatto recente, ne hanno parlato i giornali ai primi di dicembre. A Bologna,  una ragazza di nome Jenni Galloni, 25 anni, incinta di 4 mesi, muore in circostanze ancora da chiarire. La ragazza era di Bari, ma risiedeva da anni a Bologna e così, a quanto pare, sua madre. Dopo la morte della figlia, la madre posta sul profilo Facebook di Jenni la foto del cadavere (un corpo freddo, senza più vita, non composto, esibito con indosso solo gli indumenti intimi, il ventre appena rigonfio, un’immagine angosciante) accompagnata da parole terribili. La madre definisce «gente di merda» gli amici della figlia morta, aggiungendo: «ora non la potete più toccare con le vostre sporche mani, con le vostre false parole, con i vostri plagi…non la potete più invitare a far festa ai rave».

Nessuno può giudicare il gesto di una madre affranta dal dolore, non è questo il punto. Ma una barriera è stata infranta, un’altra frontiera è stata superata, il dolore si sfoga in una piazza digitale, una madre affida alla rete il rancore per le persone che ritiene moralmente responsabili della morte della figlia e elabora sui social il proprio lutto.

Esiste una bussola che possa orientare i nostri comportamenti in una società così frammentata? Nessuno vuole arrestare il progresso, la rete esiste. Ma bisognerà pure trovare delle regole. Abbiamo strumenti – Facebook, i social network – che permettono di rendere pubblica qualsiasi cosa, dalla più bella alla più atroce, di divulgare senza alcun limite fatti un tempo confinati nella sfera della propria persona, della cerchia parentale o amicale, della piccola comunità.

Non invoco interventi legislativi. Invoco di tornare a chiamare le cose con il loro nome. Lo stalking è persecuzione, il bullismo è prevaricazione e non c’è niente di cui vantarsi. I fatti personali sono fatti personali e tali debbono restare.

Atteniamoci a queste regole, rispettiamo la lingua e i comportamenti che questa suggerisce.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Lezione di Antonio Lucio Giannone, La poesia di Giuseppe Ungaretti PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Domenica 11 Dicembre 2016 19:21

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 9 dicembre 2016

 

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Quel che posso dire di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Antonio Mellone   
Sabato 10 Dicembre 2016 11:40

["Il Galatino" anno XLIX n. 19 del 25 novembre 2016, p. 3]

 

Non è la prima volta che Gianluca Virgilio mi fa dono di uno dei suoi libri.

Ecco. Quando succede sospendo quasi automaticamente la lettura dell’altro che ho per le mani per buttarmi a capo fitto e con gran diletto in quella del suo testo. La “parentesi virgiliana” di solito non dura più di un paio di giorni, al massimo tre, tanto scorrevolissimo e vorace, come sempre, è quel che egli scrive.

Stavolta la strenna è il suo “Quel che posso dire”, ancora caldo delle rotative di Edit Santoro di Galatina (settembre 2016); mentre l’altro che avevo per le mani – e che ha dovuto attendere il suo turno – era un classico della Naomi Klein, “No logo” (Bur, Milano, 2015), insieme al centesimo volume di Andrea Camilleri, “L’altro capo del filo” (Sellerio, Palermo, 2016). Sì, in genere me ne porto avanti un paio per volta, quando non di più.

Questo bel libro del prof. Virgilio, dello stesso formato degli altri suoi e, combinazione, dei romanzi che Camilleri pubblica con Sellerio, non è un romanzo, come l’autore ci ha tenuto a puntualizzare, ma una raccolta di disiecta membra, brani d’esistenza, punti di vista, racconti di vita vissuta, edite e inedite riflessioni di un osservatore, pensieri sfregati perlopiù su pagine di rubriche tenute sul quindicinale salentino per antonomasia: “il Galatino”.

Non una trama, dunque, visto che nemmeno la vita ne ha una, ma una serie incommensurabile di orditi, schizzi, flash, colpi di scalpello che, tuttavia, all’occhio più attento non sono mai stocasticamente indipendenti uno dall’altro, come direbbero gli statistici, ma legati in qualche modo da un fil rouge, una visione d’insieme, direi pure una concezione politica dell’esistenza.

Non solo nella prima parte del libro (“Scritti cittadini”), nella quale il Virgilio analizza la microsociologia della sua città, ma anche nelle restanti cinque (“Passeggiate con Ornella”, “Scritti scolastici”, “Prose”, “Racconti” e “Incontri”) affiora potente l’urgenza di una Politica (finalmente con la maiuscola) volta al bene comune, al rispetto dell’altro, alla formazione culturale di un popolo, alla realizzazione dei principi costituzionali negletti da troppa dimestichezza con la sbadataggine locale, e ultimamente minacciati anche da una riforma centrale pensata male e scritta peggio.

Mentre leggevo i brani di questo libro, non so perché, nella mia mente si andava delineando, dapprima sfocata e poi sempre più nitida, la figura di chi potesse assumere il ruolo di prossimo venturo sindaco di Galatina. E il profilo che in tal senso pagina dopo pagina si stagliava con connotati sempre più netti era proprio quello del prof. Gianluca Virgilio (erede, oltretutto, di Zeffirino Rizzelli nella direzione e nell’organizzazione dell’Università Popolare di Galatina).

Galatina in effetti ha bisogno di una persona, che dico, di una classe dirigente virtuosa. E Gianluca Virgilio, per spessore e impegno culturale, padronanza morfo-sintattica nell’eloquio e nella scrittura, onestà intellettuale, capacità di ascolto e di comunicazione, e dunque visione strategica della Polis, potrebbe rappresentare un punto di riferimento importante, un’insegna, anzi un insegnante per il nuovo gruppo dirigente. Abbiamo bisogno di qualcuno a Palazzo Orsini che finalmente, come Virgilio, faccia “l’elogio degli alberi” (pag. 31), che comprenda che qui è pieno di “decine di case monofamiliari chiuse e abbandonate, e con tanto di cartello VENDESI” (pag. 41), e che dunque un buon sindaco non si misura da quanto asfalto mette a terra o da quanto cemento farà colare, che il vero cittadino non può vivere “del poco, e di molta televisione, e si nutre di fiction” (pag. 20) ma di cultura e partecipazione, che “rottamazione è parola magica del consumismo” (pag. 43), che “la Buona Scuola ha dato il colpo di grazia alla libertà di insegnamento” (pag. 59), che non bisogna “prestare orecchio alle sirene del mercato” (pag. 61), che “la classe dirigente degli ultimi anni ha perseguito l’affossamento della scuola e la distruzione delle biblioteche scolastiche per dare i soldi alla scuola privata oppure favorendo l’ingresso nella scuola pubblica di privati sempre più rapaci” (pag. 76), che i giornali stanno diventando sempre più inutili, pieni zeppi, come sono, di pubblicità e di “commenti e opinioni tutti dalla parte del vincitore di turno, salvo dirne male quando per lui è giunta l’ora del tramonto” (pag. 95), ogni riferimento agli orrori di stampa locale è puramente causale…

Ho già passato questo bel libro a mio papà Giovanni. Mio padre ha 93 anni, è contadino, va ogni giorno in campagna, vive di poco, ha la terza elementare, non ha dunque una libreria (pag. 113) come quella del prof. Giuseppe Virgilio (compianto papà di Gianluca), ma quando è libero legge, legge tutti i libri che gli passo. Conosce Gianluca molto bene perché è il suo vicino di campagna. Tra i nostri due contigui appezzamenti di terreno non c’è muro di cinta, non soluzione di continuità. Sicché Gianluca e mio padre, il professore e il contadino, si vedono spesso, si scambiano consulenze, derrate agricole, e qualche volta anche i ruoli. Ho sempre pensato che quelle di mio padre fossero braccia strappate alla cultura.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 181 - (5 dicembre 2015) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 10 Dicembre 2016 10:57

Tutto quello che conosciamo deriva dalle nostre incertezze

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 5 dicembre 2016]

 

 

Forse non è mai esistito e non potrà esistere mai un tempo delle certezze. Accade sempre qualcosa che scompagina le agende boriose dei nostri programmi, che mette in dubbio qualcosa su cui si pensava di non poter avere alcun dubbio, che si offuschi l’orizzonte che qualche istante prima appariva nitido agli occhi. Si ha l’impressione, a volte l’illusione, che una condizione sociale, politica, economica, ideologica, valoriale, presenti una sua stabilità alla quale riferirsi e poi, nel volgere di poco tempo, quella stabilità comincia a vacillare, si accascia.

Spesso l’incertezza con la quale si attraversa il presente fa pensare che nel passato di certezze se ne avesse di più; ma non è vero. Probabilmente questo pensiero è determinato dal superamento delle incertezze che si avevano in passato oppure dal fatto che le incertezze passate non disorientino più in quanto nel confronto con esse  si è acquisita una capacità di governarle.

Allora forse il metodo più corretto da adottare è quello di stabilire un confronto culturale con le incertezze, in modo da poterle governare: almeno nelle loro manifestazioni governabili; almeno con quelle che si possono governare. Perché ce ne sono alcune che sfuggono da sempre ad ogni investigazione logica, a qualsiasi perfezione di metodo, e sono proprio quelle essenziali, che riguardano gli aspetti profondissimi dell’esistere. Con quel tipo di incertezze non ci può essere nulla da fare. Bisogna tenersele e convivere, consolandosi con il fatto che hanno riguardato e riguarderanno le creature di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni ideologia e di ogni fede, di ogni povertà e di ogni ricchezza. Con quelle non c’è proprio nulla da fare.

Per le altre si può tentare qualcosa,  ragionando sulle opportunità che offrono, soprattutto a livello di crescita collettiva e individuale.

Per esempio si può considerare che senza incertezza non ci può essere ricerca, in nessun campo, per nessuna finalità.

Tanto tempo fa – ma poi non proprio tanto- tutti avevano la certezza  che la terra stesse ferma. Qualcuno quella certezza non ce l’aveva, sospettava che fosse diversamente, aveva indizi che lo facevano dubitare, e così cominciò la ricerca. Si può immaginare che quando tutti gli altri furono costretti a rinunciare alla certezza, si verificò una sorta di tragedia psicologica collettiva: il convincimento maturò attraverso una sofferenza che scomponeva e decostruiva un’immagine mentale per sostituirla con un’altra.

Senza incertezza non c’è ricerca nella fisica, nella medicina, nella filosofia, nella biologia, nella chimica, nell’arte. L’incertezza è il movente esistenziale e culturale.

La conoscenza, l’apprendimento, tanto nella scienza quanto nell’esperienza quotidiana, provengono da un’incertezza, da una condizione di imprecisione, dalla contraddittorietà di dati conoscitivi, da un dubbio, una perplessità, da una precarietà di elementi che possano consentire di stabilire la differenza fra  vero e  falso, giusto o sbagliato, esatto o inesatto, da un’insicurezza,  dalla instabilità che coinvolge ogni sfera dell’essere e del conoscere, da una situazione complessiva o particolare che impedisce o limita la prevedibilità in ordine agli sviluppi che quella determinata situazione possa avere.

Banalmente: se mentre si sta scrivendo si ha un’incertezza rispetto al lessico, alla grammatica, alla sintassi, la ricerca della forma giusta, della giusta espressione, è motivata proprio da quella incertezza. La ricerca di una esatta definizione, di un concetto esatto, della verità relativa a qualcosa per la quale esista una verità, è motivata dall’incertezza.

A molte domande che facciamo a noi stessi e che ci fanno gli altri, si risponde con incertezza; siamo incerti rispetto a molte azioni che compiamo ogni minuto, a molti pensieri con i quali ci confrontiamo; siamo incerti sulle decisioni da assumere, sulle strade da intraprendere, su quasi tutto quello che dobbiamo scegliere. Siamo incerti su quello che pensiamo di noi stessi.

Tutto quello che presumiamo di conoscere con certezza deriva da una precedente incertezza, ogni convinzione da una precedente perplessità, ogni sicurezza da un’insicurezza, qualsiasi fiducia da una precedente sfiducia, probabilmente. E’ tutto sempre inesatto, parziale, relativo.

E’ stato sempre così. Adesso l’incertezza è diventata una condizione sistematica, strutturale. Si vive in una ininterrotta condizione di insicurezza. Sono passati quasi vent’anni  da quando Zigmunt Bauman nel suo saggio intitolato  “La società dell’incertezza” sosteneva che la versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”.

E’ stato sempre così. Si è sempre vissuto tentando un’approssimazione alle certezze nella consapevolezza dell’impossibilità di arrivare ad una certezza definitiva.  Dalla consapevolezza dell’impossibilità delle certezze è venuto il progresso, lo sviluppo, l’evoluzione delle culture.

Dalle incertezze del tempo che attraversiamo, dalle instabilità, dalla provvisorietà, dalle crisi, dai dubbi,  dalle contraddizioni, dalle turbolenze, deriveranno, nei tempi a venire, alcune certezze che sottoporremo a verifica, ad un costante processo di validazione, a discussione, a revisione, a smentita. Molte di esse saranno scompigliate da altre. E’ stato sempre così. Ancora Bauman dice che la vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata ad essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante.

C’è una bellezza in tutto questo, indubbiamente; c’è il fascino del costante ripensare i fatti e le storie che ci riguardano  e quindi un costante ripensarsi; c’è la seduzione che esercitano su di noi i nuovi eventi, le piccole e grandi avventure; c’è la curiosità, l’attrazione per l’incognita, per l’esplorazione di nuovi territori. Forse non sarebbe bello se si credesse sempre alle stesse cose. Forse è bello credere sempre in cose diverse per poter avere nostalgia di quelle in cui si è creduto.


“L’Osceno del Villaggio” di Paolo Vincenti: una conferma della smisurata passione per la scrittura PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 09 Dicembre 2016 07:52

Continua l’inarrestabile corsa letteraria di Paolo Vincenti, giornalista e scrittore salentino, il quale continua a ottenere, come accade per ogni sua pubblicazione, consensi e successi.  Dalla scorsa primavera, è la volta de “L’Osceno del Villaggio” ArgoMenti edizioni.

Lo scrittore ruffanese giunge, con “L’Osceno del Villaggio” da un percorso  che sostiene la sua intera esistenza e ce lo racconta  la sua ricca, anzi ricchissima ed eclettica produzione letteraria, tra romanzi, racconti e  articoli pubblicati su numerose riviste letterarie cartacee e testate online.

Con questo lavoro lo scrittore salentino ha percorso altre formule di scrittura dove comunque resta, ineluttabile, l’innata passione per la carta stampata, un mezzo che usa con abilità e competenza. La pubblicazione è una antologia, una  raccolta di articoli  racchiusi in 53 capitoli brevi, pubblicati, nel giro di 2 anni, dal 2014 al 2016, in diverse riviste che con tanta passione e tenacia propone nelle differenti realtà culturali salentine.

Un filo unisce i capitoli che dipanano l’arduo percorso esistenziale lungo il quale lo scrittore affronta una gamma sorprendente di temi di attualità. Molto interessanti sono le tante esperienze quotidiane in una società che va cambiando così velocemente. Fatti di cronaca, esperienze e problematiche  sociali e culturali, episodi legati alla politica e alle ultime mode e vizi, in continui nodi che si riavvolgono e si sciolgono con intuizioni illuminanti.

Un caleidoscopico paesaggio antropologico, realistico e a volte, visionario, doloroso, ma vibrante alla ricerca della parola… giusta! Tutto questo trasformato in una esperienza editoriale, tradotta, così, in questa originale pubblicazione.

Il titolo è un calembour, è un gioco di parole con cui l’autore  si riferisce, naturalmente,  allo scemo del villaggio, una figura, un personaggio dalle particolari caratteristiche che notoriamente esiste in ogni comunità e che un tempo si individuava soprattutto e maggiormente nei piccoli centri. Oggi la contemporaneità si apre a un mondo che ormai appare rimpicciolito, un mondo che è divenuto un villaggio, un villaggio globale. Per cui lo scemo lo si  incontra dovunque.

Ma lo scemo è, inevitabilmente, nello stesso tempo, osceno? Sicuramente sì, ma non fa scalpore, perché  questa figura possiede dei privilegi: dire liberamente quello che pensa in quanto sorretto e protetto proprio dalla sua pecularità  che lo giustifica.

Ma chi è lo scemo del villaggio?  E chi L’osceno? Molto interessanti sono le riflessioni che propone, nella prefazione al volume, Antonio Soleti, il quale  sottolinea che “L’osceno del villaggio dice quello che noi pensiamo ma, per prudenza , pudore o codardia, teniamo per noi”,  e che “L’ osceno esplora i comportamenti stereotipati, il basso profilo culturale che caratterizzano la società globale”.

I numerosi titoli, spesso, si ispirano a motti della tradizione popolare come… “Chi ben comincia…”  oppure “Al pelo si conosce l’asino” o a modi di dire  come ad esempio “Quando il gioco si fa duro”  e così via, consegnando al lettore intitolazioni accurate ed efficaci, e come molti aneddoti che ancora e per fortuna  resistono come in “Natale ai tempi della crisi” dove Paolo Vincenti coglie l’occasione per parlare di  purciddhuzzi , pucce e taraddhi, pittule e limoncello, ancorandosi al folklore e alla superstizione.

Il libro possiede delle peculiarità: ciascun capitolo è  introdotto da brani di cantautori da Paolo Conte a Zucchero a Elio e le storie tese,  da Fossati a Jovanotti,  per fare solo alcuni esempi. Le pagine sono sorrette da straordinarie illustrazioni  e vignette in bianco e nero realizzate da Melanton che  puntellano la scrittura  ora sarcastica, ora più seria, ora di denuncia, offrendo, come afferma lo stesso vignettista e illustratore, nella sua introduzione, “un ironico e filosofico complemento di divagazione”.

Lo scrittore trova l’occasione in “Uomo calvo mettiti in salvo” per quella sua erudita predilezione per  i classici, di narrarci di Sinesio di Cirene autore di un “Elogio della calvizie” vissuto tra il 300 e il 400 d.C. per poi, con un salto ultra millenario giungere ai nostri giorni elencando le diverse soluzioni  alle quali ricorre chi si avvia alla calvizie. Frattanto ironizza su se stesso che già nota con sottile sgomento, ma non troppo, i primi segnali di una incipiente calvizie, concludendo, con canzonatoria consolazione,  che tutto sommato meglio perdere i capelli che la ragione!

Sfogliando il libro, verso l’ultima parte Paolo Vincenti, nonostante non abbia scritto una introduzione al corposo volume, dà delle esplicitazioni come in “ L’Oscena Italia”  parlando della trasmissione televisiva che ha ispirato il titolo della sua rubrica: “Glob, l’osceno del villaggio”trasmessa da Rai Tre, condotta da Enrico Bertolino che parafrasava un’altra trasmissione, “Blob” e alcune pagine più in là in “Decadenza”. Aprendo con una canzone di Ivano Fossati, ci riferisce, senza mezzi termini che: “L’osceno del villaggio è a piede libero. Si aggira tra noi, è il concentrato di vizi e delle dissolutezze degli italiani… È una maschera tragica e comica… è il mostro che aspetta al varco della nostra addomesticata e borghese serenità”…. L’osceno è lo “scemo più scemo” del villaggio globale degli anni duemila”.

Nonostante le tematiche impegnative, l’Osceno si lascia leggere con fluidità e leggerezza, e il lettore si ritrova con quella libertà e possibilità, tra pagine scritte  e vignette, di saltare da un capitolo all’altro, a seconda degli argomenti che possono interessare in una certo proprio, personale stato d’animo!

È una passione viscerale quella di Vincenti che si propone in ogni opera letteraria con una scrittura ricca, colta e straripante. Un volume robusto “ L’Osceno del Villaggio” sia nella impostazione grafica sia nella parola, dalla copertina originale da tenere se non proprio in  borsa, sul comodino o in auto!”


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