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Programma febbraio 2018
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Vie traverse 9. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 14 Gennaio 2017 16:58

Strade di campagna

I nostri paesi sono fatti così: arrivi in fondo a una strada e trovi la campagna. In realtà, dopo l’espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni occorre farne un po’ di strada prima di trovarla perché le vie urbane che portano fuori si sono allungate, ma in compenso i paesi sembrano essersi avvicinati. E’ raro percorrere più di dieci chilometri dall’uno all’altro. Le strade che li mettono in comunicazione sono le più trafficate, le auto vi passano in corsa dritte verso la loro meta. Se vuoi fare una passeggiata, ti converrà abbandonarle e imboccarne una laterale. Le strade di campagna sono quasi tutte ben asfaltate e dopo qualche chilometro portano in un paese vicino attraverso un percorso a zig-zag tra i fondi oppure si perdono all’improvviso in un oliveto desolato o ancora s’innestano su una provinciale o una statale. Durante il giorno, lungo queste vie traverse perlopiù si incontrano paesani in macchina che vanno o tornano dalla campagna, dove hanno un pezzo di terra e una casa. Bisognerebbe fermarli e chiedere loro notizie sulle strade secondarie che percorrono tutti i giorni in su e in giù: sono certo che ne verrebbero fuori delle belle, sempre che l’abitudine non abbia tolto loro la memoria.

 

L’Ara e dintorni

A Corigliano d’Otranto, il paese di mia madre, alle spalle del campo sportivo comunale, c’è una di queste stradine, la via della Melelea, che conosco sin da bambino. Questo nome non sta scritto da nessuna parte, ma io l’ho sentito ripetere molte volte da mia madre e dai miei parenti di Corigliano che con esso indicavano una proprietà, la Melelea, di un cugino paterno, a cui si giungeva percorrendo quella strada. Fatto è che anche mio nonno aveva un fondo, una piccola parte della Melelea - ora ulteriormente diviso in quattro striscioline di terra delimitate da muri attestanti l’avvenuta spartizione dell’eredità tra i figli –, chiamato Ara, perché nel centro di esso fu costruita un’aia (ara in latino), trenta centimetri sopra il piano della terra coltivata, dove si puliva il grano e si facevano altre cose che io non so più ben ridire. Qualche anno fa il figlio a cui è toccata la parte del fondo contenente l’aia ha abbattuto il noce frondoso che vi cresceva accanto, perché le noci non erano più buone. All’ombra di quel noce, sopra l’aia fatta di grosse pietre squadrate e circondata da un muretto, trascorrevamo la pasquetta mangiando e bevendo peggio del giorno prima. Il giorno prima, infatti, si era festeggiata la Pasqua in casa dei miei nonni. Avevamo fatto appena in tempo a digerire e già la pasquetta obbligava a un nuovo stess alimentare. Ho ancora una fotografia che ritrae tutta la famiglia di mia madre durante la pasquetta, dove si vede mia madre in piedi sul muricciolo mentre si fa immortalare con un bicchiere di vino che ostenta in mano nell’atto di portarselo alla bocca. E’ come se dicesse: . Questo accadeva prima che mio nonno morisse. Mio padre non veniva con noi perché la poliomielite agli arti inferiori non gli consentiva di raggiungere l’aia e di muoversi comodamente nel fondo. Dopo la morte di mio nonno non ricordo più di queste riunioni all’Ara. Io e mia sorella avevamo due cugine della nostra stessa età, con le quali si andava d’accordo. Così, quando non ne potevamo più di mangiare e di ascoltare gli scherzi dei più grandi, chiedevamo ai nostri genitori il permesso di recarci nel boschetto di lecci distante dall’Ara neppure cinquecento metri. Siccome quel giorno ogni permesso era accordato e la licenza si fiutava nell’aria, ci avventuravamo nel boschetto dove ci si poteva rincorrere e giocare a scundarieddhi.

 

Nel bosco di lecci

L’altro giorno era una bella giornata di fine d’anno ed allora ho chiesto a mia figlia Giulia se volesse venire con me in quel boschetto. Giulia non ne aveva mai sentito parlare e subito è stata invasa da una fortissima curiosità, tanto più quando le ho raccontato che in mezzo al bosco c’erano i ruderi di una casa rimasta incompiuta. Pertanto, dopo pranzo abbiamo preso la moto e abbiamo percorso in pochi minuti i dieci chilometri che separano Galatina da Corigliano. Non mi è stato facile ritrovare la via della Melelea. La periferia di Corigliano negli ultimi trent’anni si è espansa non poco, sconvolgendo l’assetto urbanistico che mi era familiare. Per fortuna avevo come punto di riferimento il campo sportivo, dietro il quale, dopo qualche giro tutt’intorno, ho trovato la strada che stavamo cercando. L’Ara, che è uno dei primi fondi che si incontrano sulla destra, era deserta a quell’ora, quando i miei zii di sicuro se ne stavano in casa per la pennichella pomeridiana. La stradicciola non asfaltata che porta al boschetto di lecci si diparte proprio di fronte all’Ara e porta diritto tra gli alberi. Abbiamo parcheggiato la moto nel fitto del bosco, un po’ impauriti dagli spari dei cacciatori e, presi per mano, abbiamo cominciato a perlustrarne i sentieri. Ricordavo male: al posto dei ruderi di una casa in costruzione, infatti, non c’era altro che una cava di pietra non più larga di sessanta metri quadrati e profonda tre, una tagliata semisommersa dalla vegetazione spontanea del sottobosco. Chi costruì l’aia di mio nonno forse da quella tagliata fece portare i blocchi di leccisu su cui mangiavamo nel giorno della pasquetta. Sapevo che un tempo il boschetto era servito come carbonaia e poi come allevamento di asini per le operazioni militari della Grande Guerra. Abbiamo contato tre pajari distanti pochi metri l’uno dall’altro, e molti muri a secco semidiruti che dovevano costituire le recinzioni dell’allevamento. Quando giocavamo a scundarieddhi e cercavamo nel folto del bosco buio un luogo dove appiattarci, era lì, in uno dei pajari, dietro un muro a secco, che sapevo di ritrovare – e mi avvicinavo con il batticuore, deluso ogni volta che fallivo - il sorriso della mia cuginetta preferita. Il tetto di uno dei pajari era caduto, depositando nell’interno della stanza un ammasso di pietre; sopra il tetto degli altri cresceva rigogliosa la vegetazione del sottobosco. Ho raccontato a Giulia i nostri giochi fanciulleschi tra quei ruderi, che un tempo erano serviti come riparo per boscaioli, carbonai e sorveglianti di asini –cosa c’è di meglio per i ragazzini che giocare nei luoghi che gli adulti non usano più?-, omettendo solo il riferimento al sorriso e al cuore in tumulto.

E lei: - Avete corso un bel rischio – mi ha detto, indicandomi la volta franata del pajaro.

 

Visioni della campagna

Tornati sui nostri passi, abbiamo ripreso la via della Melelea, lasciandoci alle spalle l’Ara e il bosco di lecci. Il paesaggio della campagna, visto dalla strada che si percorre in leggera discesa, è davvero incantevole. Da questa altitudine – Corigliano è posta a quasi 100 metri sul livello del mare – si può vedere tutta la piana che da Maglie e Scorrano si estende fino a Supersano e alla serra di Parabita passando per Cutrofiano e Collepasso. Alcuni fondi, arati in giorni diversi, assumono le numerose gradazioni del marrone, altri, lasciati a riposo per il pascolo, sono ricoperti di un manto verde, più tenue rispetto a quello cupo dei boschi di olivi che la fanno da padrone; sicché la piana che si distende sotto Corigliano fino alle serre – e tu sai che lì dietro nascosto c’è lo Jonio! - somiglia a un panno fatto di tante pezze disteso sulla campagna decembrina. Ho mostrato a Giulia le antenne dei ripetitori televisivi di Parabita che costituiscono uno dei punti di riferimento del Basso Salento.

Da ragazzino un paio di volte avevo già percorso la via della Melelea, ma non fino in fondo, dove da una parte sbocca sulla Maglie-Cutrofiano e dall’altra risale a Corigliano per una strada che costeggia la masseria denominata Appidè. Ne avevo percorso un tratto guidando il vespone di mio zio, il quale durante la pasquetta partecipava del clima licenzioso che si respirava nell’aria e mi dava le chiavi, pur non avendo io ancora quindici anni. Mettevo in moto premendo col piede sulla leva dell’accensione e col vento tra i capelli mi azzardavo a guidare per le curve di una strada che allora non era asfaltata e dopo un paio di chilometri diventava una carrara piena di pietre e buche con una cresta d’erba nel mezzo e scavata ai lati dalle ruote dei carri agricoli. Oggi è tutta asfaltata ed è un piacere percorrerla a velocità ridotta. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la via della Melelea taglia fondi mai del tutto bonificati, dai quali emergono rocce bianche come scogli marini – li cozzi de Corianu -, gli stessi che più su servirono a fare muretti a secco, ridotti a cumuli informi di pietrame su cui cresce il rovo spinoso. A sinistra, ecco un secondo boschetto di lecci vicino ad una masseria all’apparenza abbandonata, dove si dice che tanto tempo fa il re (quale re?) si sia fermato a riposare. Ho spento la moto sul ciglio della strada perché mi è venuta in mente una storia che mia madre spesso mi raccontava.

 

Inseguimento

Un pomeriggio d’estate mia madre ancora ragazza insieme ad una sua amica si erano allontanate dall’Ara per la via della Melelea ed erano giunte all’incirca nel luogo in cui io e Giulia ci eravamo fermati, nei pressi della suddetta masseria e, ridendo e scherzando, andavano per i fatti loro, quando due pastori, sdraiati sotto un fico assieme ai cani, poco discosto dalle pecore, avevano visto due ragazze incedere sulla strada e non ci avevano pensato due volte ad alzarsi e a sbarrare la strada alle malcapitate; le quali, vista la malaparata e l’aspetto rozzo e selvatico dei due, s’erano fatte serie e pronte allo scatto attraverso i campi, ben intuendo che semplici parole dissuasive non sarebbero bastate a contenere l’impeto bucolico dei due allupati pecorai. Costoro con voce impastata da qualche bottiglia di vino non avevano saputo altro che dire: - Ce siti beddhe! – e, senza attendere risposta, si erano gettati all’inseguimento. Le ragazze avevano corso a perdifiato, fino quasi a raggiungere l’Ara. A pochi metri dal traguardo, sentendosi al sicuro, si erano fermate, e il poco fiato residuo lo avevano impiegato così bene gridando a squarciagola, che mio nonno era subito accorso, mentre i due se la davano a gambe da dove erano venuti, inseguiti dai cani. Mia madre aggiungeva che la sera stessa mio nonno, fucile in spalla – che era solito portare con sé quando andava in giro per le campagne -, aveva fatto visita al massaro suo amico, a cui qualche tempo prima aveva ucciso la volpe mangiagalline, e questi non sapeva più che cosa gli doveva dire per chiedergli scusa, assicurandolo che avrebbe frustato a sangue i due pastori – e dire che aveva dato loro un lavoro per carità! - che da qualche ora non si facevano vedere in giro. Lo aveva poi rimandato con un formaggio fresco e una forma di pecorino da grattugiare, regalo per la moglie ‘Nzina.

Mia madre rideva quando mi raccontava questa storia, ma tornava a ripetere che quel pomeriggio se l’era vista brutta. Ora era Giulia a ridere per la disavventura di nonna Rita quando era giovanissima.

 

Il corredo della baronessa

Ho rimesso in moto e abbiamo proseguito piegando verso destra. La masseria Appidè ci è apparsa chiusa in se stessa come un fortilizio nella brulla campagna di dicembre. Non mi ero mai spinto fin là col vespone di mio zio. La strada a quel punto risale dolcemente verso Corigliano, costeggiata da numerose villette di campagna che i paesani hanno costruito negli ultimi trent’anni. Per di qui doveva passare la carrozza dei baroni del paese nel mese di giugno, quando scoccava l’ora della villeggiatura. Mia madre diceva che era uno spettacolo vedere la carrozza che attraversava il paese tirata da due cavalli, con i carri che seguivano portando tutto quello che potesse servire per gli agi della villeggiatura; lei e le sue amiche sapevano che in quei carri c’erano anche le robe di corredo della baronessa, che una volta l’anno, in quella stagione, dovevano essere spase per prendere aria, e lavate, se necessario. E la Pina, che lavorava già allora nella lavanderia dei Salesiani - tutta roba dei baroni religiosissimi –, era convocata d’urgenza per questa delicata mansione; e quando tornava, dopo qualche giorno, che cosa diceva d’aver visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani: pizzi e merletti e stoffe d’ogni tipo, tovaglie lavorate a uncinetto, coperte ricamate a rinascimento, a tombolo, a intaglio, quante belle cose che teneva di corredo la baronessa! Al passaggio dei carri diretti alla masseria, mentre qualche ragazzino col sacco in mano non si perdeva neppure una delle deiezioni dei cavalli, mia madre raccontava queste cose alle sue amiche sul ciglio della strada, e le certificava con le parole di sua sorella Pina, che ogni anno in quei giorni era convocata all’Appidè e se ne stava fuori di casa due tre giorni, beata lei!

Ho ridetto a Giulia questa storia, fermi vicino alla masseria. Il sole decembrino era già basso alle quattro e un quarto del pomeriggio e, sebbene fossimo ben coperti, iniziava a fare piuttosto freddo. Allora ho rimesso in moto e abbiamo proseguito fino all’incrocio della strada maestra che a destra porta nel centro del paese e a sinistra porta a Cutrofiano, decisi a tornare a casa per la via più breve. Ma quel pomeriggio dovevo essere proprio in vena di ricordi, perché all’improvviso mi è tornato in mente che proprio su quell’incrocio mia madre collocava la scena di un aneddoto che più volte mi ha raccontato.

 

Arurattò

All’alba un contadino se ne andava in campagna per lavorare nel suo podere recando sul portabagagli della bicicletta un cantaro, di quelli che si fabbricano a Cutrofiano, ben coperto con un sacco. Sull’incrocio suddetto un finanziere del Duce, nuovo di queste parti, lo ferma, chiedendogli che cosa trasportasse. Il contadino risponde nella sua lingua materna – Arurattò -, ed è evidente che il finanziere per quanto istruito non poteva comprendere il grecanico e pertanto insisteva: - Che cosa porti? -. – Arurattò, arurattò… – ripeteva il malcapitato, cui per innata gentilezza di costumi non veniva in mente di sollevare il sacco e svelare l’arcano. Il che fece invece d’autorità il finanziere, che così sperimentò di persona quale fosse la traduzione: - Porto cacca -. Mia madre terminava col dire che il finanziere evitava a quel punto di fare altre domande, consentendo al contadino di proseguire fino al suo fondo dove avrebbe atteso ai lavori di concimazione della campagna, cui tutta la famiglia aveva contribuito il giorno e la notte precedenti.

Giulia ridendo mi ha detto che la storia era divertente. - Ma chissà se è vera? – ha chiesto.

- Non lo so neppure io – le ho risposto, - è passato così tanto tempo! -.

- In ogni caso, papà, questa passeggiata devi proprio trascriverla! -.

- Ci penserò – le ho detto, e siamo tornati a casa.

[2007]


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 179 - (12 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 13 Gennaio 2017 12:29

Il fallimento del JOBS ACT

 

[“MicroMega” online del 12 gennaio 2017]

 

E’ ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele cresenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell’occupazione. Dopo un aumento dell’occupazione ‘a tempo indeterminato’, evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un’operazione che ha temporaneamente “drogato” il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

1.Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il tasso di disoccupazione, in Italia, torna nel 2016 a quasi il 12%, dopo una leggera flessione nel 2015, attestandosi a oltre due punti percentuali in più rispetto alla media europea (11.9% a fronte del 9.8%). Si registra anche una significativa riduzione del numero di inattivi, fenomeno che, di norma, viene valutato positivamente come segnale di dinamismo del mercato del lavoro. Si tende, cioè, a ritenere che una maggiore partecipazione nel mercato del lavoro sia, di per sé, desiderabile.

E’ bene chiarire che è, questa, una valutazione che riflette una visione del funzionamento del mercato del lavoro interamente declinata ‘dal lato dell’offerta’: in altri termini, più forza-lavoro disponibile dovrebbe implicare maggiore occupazione. Il che non è nei fatti, né oggi in Italia né è quasi mai accaduto da quando il fenomeno è oggetto di rilevazione statistica.

La riduzione del numero di inattivi, se letta in chiave macroeconomica, può non essere affatto un segnale di vitalità del mercato del lavoro e, in più, può essere il segnale di un meccanismo niente affatto virtuoso. Ciò a ragione del fatto che la riduzione del numero di inattivi è associato a un fenomeno noto come ‘effetto del lavoratore aggiunto’: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro, con conseguente riduzione dei salari reali, entrano nel mercato del lavoro altri componenti dell’unità familiare per provare a garantire all’unità familiare il livello di consumi considerato ‘normale’. Il che significa che la riduzione del numero di inattivi è innanzitutto un segnale di impoverimento dei lavoratori occupati e, al tempo stesso, di erosione dei risparmi delle famiglie (dal momento che una condizione di inattività è consentita solo attingendo a redditi non da lavoro).

Vi è poi da considerare che l’aumento del numero di individui alla ricerca di lavoro, accrescendo la concorrenza fra lavoratori, contribuisce a ridurre i salari, in una spirale perversa per la quale la domanda interna continua a contrarsi, così come la domanda di lavoro e dunque i salari e i consumi. In altri termini, l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro è l’effetto della caduta dei salari e, al tempo stesso, contribuisce a generarla.

2. Il Jobs Act ha contribuito alla precarizzazione del lavoro anche per mezzo dell’estensione della platea di lavoratori pagati con buoni lavoro (voucher), per ogni settore produttivo e committente. I buoni lavoro, già presenti nella c.d. Legge Biagi, erano stati pensati per remunerare mansioni accessorie e occasionali, spesso prestate in condizioni di illegalità. Tipicamente: lavori domestici saltuari, badanti. Occorre ricordare che il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro e, per questa ragione, non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità, né, in caso di non rinnovo del rapporto, si configura un licenziamento1. Il risultato dell’estensione della platea di potenziali beneficiari è impressionante: nel corso del 2016, sono stati staccati 115 milioni di tagliandi, coinvolgendo circa 700 mila lavoratori (a fronte di 25mila nel 2008) per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.

La recente decisione della Consulta di consentire il referendum abrogativo dei voucher (uno dei tre proposti dalla CGIL) va accolta con favore, sebbene si tratti di una decisione opinabile e oggetto di critiche (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=27177), avendo impedito ai cittadini italiani di esprimersi contro l’abolizione dell’art.18. I buoni lavoro costituiscono la nuova frontiera del precariato, e ogni azione di contrasto al precariato è da valutare positivamente sia per garantire dignità al lavoro, sia perché è ampiamente mostrato – sul piano teorico ed empirico - che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione, riduce la quota dei salari sul Pil, ed è un freno alla crescita2.

E’ lo stesso Governo ad ammettere che l’uso dei voucher va maggiormente regolamentato a ragione del fatto che di questo strumento le imprese avrebbero “abusato”. Ma è lo stesso Governo a continuare a reiterare l’argomento (falso) per il quale i buoni lavoro sono uno strumento efficace per contrastare il lavoro nero. Per decretare la falsità di questo argomento, può essere sufficiente considerare che, su fonte ISTAT, l’incidenza del sommerso sul Pil è costantemente aumentata negli ultimi anni, pur essendo stato fornito alle imprese lo strumento dei buoni lavoro. Ed è proprio l’ISTAT a imputare l’aumento del sommerso all’aumento del tasso di disoccupazione – non all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, come nell’interpretazione governativa e dominante – in linea con la posizione dell’INPS3.

E’ poi interessante osservare che, su fonte INPS, l’uso dei voucher è maggiormente diffuso al Nord (fatta eccezione per il boom di voucher venduti in Sicilia), dove, per le informazioni di cui si dispone, è normalmente minore l’incidenza del lavoro sommerso o irregolare. Il che potrebbe dipendere dalla maggiore numerosità di imprese lì localizzate e dalla loro crescente propensione a competere comprimendo i salari e accelerando (grazie alla massima flessibilità sui tempi garantita dai voucher) i tempi di produzione e vendita. E, per quanto attiene l’offerta di lavoro, è ragionevole ipotizzare che in quell’area sia presente, e in crescita, una platea di lavoratori disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Il che, a sua volta, può innescare un fenomeno irreversibile. Lavoratori che hanno accettato di essere pagati con voucher saranno evidentemente considerati dalle imprese lavoratori disponibili a erogare le loro prestazioni con i minimi diritti in un ‘gioco al ribasso’ che i meccanismi spontanei di mercato non frenano, anzi promuovono.

 

 

1 La letteratura accademica sul fenomeno, per quanto attiene all’Italia, è ancora molto scarna. Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a D. Serafin, V come voucher. La nuova frontiera del precariato, Report “Possibile”, novembre 2016.

2 Per una ricostruzione del dibattito, si rinvia, fra gli altri, a G.Forges Davanzati e G.Paulì, Precarietà del lavoro, occupazione e crescita economica, “Costituzionalismo”, 2015 n.1.

3 V. C. De Gregorio e A. Giordano, The heterogeneity of irregular employment in Italy, ISTAT working paper n.1 2015.

 


La verità è relativa... – (11 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 11 Gennaio 2017 17:21

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 11 gennaio 2017]

 

Esiste la verità? Karl Popper diceva di no: tutto quello che pensiamo sia vero non è vero, è solo “non falso” e lo dobbiamo accettare come “vero” solo provvisoriamente. La scienza sottopone a verifica il “vero” e lo rigetta se ne dimostra la falsità. La scienza deve elaborare ipotesi tipo “tutti i corvi sono neri”, sottoporle a verifica, guardando il colore dei corvi, e tenerle per buone fino a prova contraria: il ritrovamento del famoso “corvo bianco”. Nel qual caso, a seguito della falsificazione, rigetta “tutti i corvi sono neri” e elabora altre ipotesi. Pur avendo fatto un esempio ornitologico (il colore dei corvi) Popper prese la fisica come modello di scienza. Nella fisica ci sono “leggi” ritenute universalmente valide che, però, riguardano lo stato elementare della materia. E quando la complessità aumenta? Se trovo un corvo bianco e rigetto l’universalità di “tutti i corvi sono neri” che posso dire sul colore dei corvi? Posso modificare l’enunciato dicendo che la maggioranza dei corvi è nera ma che ce ne possono essere di albini. In questo caso l’universalità di “tutti i corvi sono neri” diventa esistenzialità: esistono corvi neri ed esistono corvi bianchi. Non viene rigettato l’enunciato, viene rigettata la sua universalità e il colore dei corvi si spiega con enunciati esistenziali. Nelle realtà complesse gli enunciati esistenziali prevalgono su quelli universali.

Pare che Grillo invochi tribunali del popolo per stabilire cosa sia vero. Non mi piace, ed è contro il suo modo di operare. Quando denunciò una serie di scandali era solo, contro tutti. Quella stragrande maggioranza aveva torto e lui, da solo, aveva ragione. Non è la moltitudine a fare la ragione. Le frottole le raccontano tutti, dagli scienziati che ci dicono che colonizzeremo altri pianeti dopo aver distrutto questo, ai politici e agli economisti che predicano la crescita economica infinita in un sistema finito, tacendo dell’erosione del capitale naturale, a chi vede congiure dappertutto, negando l’utilità di vaccini e medicine. Le “verità” vanno analizzate caso per caso, perché non siamo in un una realtà da “leggi universali”, da vero o falso. A volte sarà Grillo ad aver detto qualcosa di non vero, a volte sarà il grande scienziato. Ci vuole la verifica dei fatti, ma non con i tribunali del popolo. Ci vuole gente competente per smascherare le frottole. Il “popolo” di solito non lo è. Vi fareste curare da una medicina del popolo? Grillo ha ragione a dire che ci raccontano un sacco di frottole, ma ha ragione anche chi è spaventato dai tribunali del popolo. Abbiamo inventato un modo per stabilire verità, si chiama scienza. La scienza ha il compito di identificare l’ignoranza e di cercare di ridurla. Il progresso scientifico ha stabilito molte verità (tipo: l’acqua è fatta di idrogeno e ossigeno, la vita evolve) ma la nostra ignoranza è ancora enorme e molte verità sono provvisorie. In alternativa alla scienza c’è la fede. Ma quando il papa ci vede meno non si mette a pregare invocando che gli torni la vista, va a comprare un paio di occhiali, non so se è chiaro.


L'osceno del villaggio 62. Renzopoli PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Mercoledì 11 Gennaio 2017 09:14

[in "S/Pagine", 10 gennaio 2017]

 

Il suo contratto scade / e scadono le sue opinioni.

E' pronta già la lettera / con scritte le sue dimissioni.

E' stato un grande amico, / prezioso collaboratore.

Adesso c'è bisogno / di un esperto del settore.

E' il turnover!

E' il turnover!

Il turnover!

E' un gesto di uguaglianza, / di mobile alternanza,

di complice attenzione / a tutto il mondo che avanza.

Il turnover!

 

(Enrico Ruggeri – “Turnover”)

 

 

Un governo a scadenza, come lo yogurt, quello Gentiloni, in dipendenza del tempo necessario al Parlamento a confezionare una nuova legge elettorale e a Renzi a confezionare un nuovo progetto credibile agli occhi degli elettori. Ché Renzi rimonterà in sella, è noto a tutti; anzi non vi è mai sceso, perché se ha mollato le redini del Governo, tuttavia tiene saldamente in mano quelle del principale partito italiano. E poi, si può dire che abbia lasciato il Governo? Quello di Gentiloni, teleguidato dal segretario del Pd, è un copia- incolla del governo Renzi. La sete di potere del Matteo nazionale è inestinguibile, come la brama di apparire, la smania di protagonismo. Infatti, Lotti, Boschi, Martina, Delrio, insomma gli uomini forti del renzismo, continuano a sedere sugli scranni governativi, addirittura si è stretto ancor di più il cerchio intorno al cosiddetto “Giglio magico”, mentre quelli che potevano costituire dei piccoli fastidi (i nani che si credono giganti), come Scelta Civica e Area Popolare, sono stati ancor più marginalizzati. E’ certo che all’interno del Pd si scatenerà ora una resa dei conti che vedrà le minoranze calpestate (Bersani in primis) tornare all’attacco,  e se nessuno, nemmeno Speranza (perduta), finora ha chiesto la testa del segretario, ci sono vieppiù avvisaglie di una battaglia asperrima che si combatterà fra le mura del Nazareno. Cuperlo, Fassino and company cercheranno in tutti i modi di detronizzare il Re Sole, se ne inventeranno di ogni per scalzare il cowboy Matteo, il quale dovrà difendersi tirando fuori tutta la proverbiale cattiveria per vincere la sfida nel suo mezzogiorno di fuoco, che si consumerà in occasione del congresso Pd. Ma fino ad allora (è infatti interesse di Renzi procrastinare sine diel’appuntamento fatale), il Giglio magico si sarà riorganizzato e l’invincibile armata degli ex rottamatori avrà tirato il fiato, riarmato l’artiglieria e regolato i conti con tanti nemici. In questo interregno, spetterà al gentleman Gentiloni governicchiare, cioè guidare senza infamia né lode il Paese, in attesa del ritorno di colui al quale il Premier dimidiato non è degno nemmeno di slacciare i sandali, vale a dire il celeste “Matteo secondo ( Vangelo)”. Gentiloni il felpato, politico di lungo corso e uomo onesto, anzi integerrimo, stando a tutte le fonti di stampa, potrà contare su una squadra di governo ben rodata, dal momento che quasi in blocco è stata riconfermata, a partire dal Ministro dell’Economia PierCarlone Padoan (quello che non sa quanto costa un litro di latte o un chilo di rape perché, dice, la spesa la fa la moglie), e dal Ministro del Lavoro “Voucher”Poletti ( quello che dice che certi giovani che vanno all’estero per lavorare in fondo fanno bene a levarsi dalle palle). Passando dalla “donna invisibile” Marianna Madia (c’è, c’è, non si vede ma c’è), dalla pasionaria ex Cgil, la rossa Fedeli, al sempre ritornante Angelino “eterno secondo” Alfano, e fino alla Maria Elena nazionale, la “bonazza” Boschi (quella che aveva promesso di harakirizzarsi insieme a Matteo in caso di sconfitta). Gentiloni, ovvero Paolo il freddo, un “premier pattina” come lo definisce Il Fatto Quotidiano, avrà il suo bel da fare in tutto questo bailamme di crisi politica e disordine sociale, emergenze lavorative e pericolo sicurezza, a far finta di fare cercando di non fare (o a fare facendo finta di non fare?), insomma a far di necessità virtù. Il nuovo esecutivo dovrà recare meno danni possibile fino a quando non spirerà il suo giorno e verrà il momento di riconsegnare baracca e burattini all’uomo della fortuna, messere Matteo da Firenze. Al momento del passaggio delle consegne, Renzi, insieme alla campanella che agitava giulivo come un bambino all’ultimo giorno di scuola ma che sa che a settembre si ritorna sui banchi, ha consegnato a Paolo il felpato anche la felpa di Amatrice (sennò che felpato sarebbe?), come dire un avviso di sfratto, un messaggio occulto, ma neanche tanto, per fargli capire che il suo potere è precario come i terremotati. Quindi poche chiacchiere, Paolo il freddo, non ci montiamo la testa, e ricordiamo sempre la lezione dei lirici greci, i quali sostenevano che siamo come le foglie, al minimo soffio di vento cadiamo giù. Insomma, caro Paolo yogurtato, come t’ho creato ti distruggo, capito? Quindi, il Premier moquette ha poco da scialare, nei mesi di vita che il Pd gli concederà. Potrà cantare una mesta canzone, come l’orchestra del Titanic mentre la nave affondava. Paolo il freddo è come i turnover, come i gruppi spalla ai concerti, quelli che scaldano il pubblico in attesa della star. Il primattore è  e resta lui, Renzi forever, è lui il cantante che il pubblico aspetta e per il quale ha pagato il biglietto. Al cantante il pubblico chiede sempre il bis. E Renzi è pronto a concederlo.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 183 - (9 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 09 Gennaio 2017 19:30

Leggiamo i classici per salvarci dal conformismo

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 9 gennaio 2017]

 

Nel 1999 usciva “Un’idiozia conquistata a fatica” di Giorgio Gaber, un album che conteneva una canzone intitolata “Il conformista” nella quale c’erano alcuni versi che dicevano così: “Il conformista/ è uno che di solito sta sempre/ dalla parte giusta, il conformista/ ha tutte le risposte belle chiare/ dentro la sua testa/ è un concentrato di opinioni/ che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani/ e quando ha voglia di pensare/ pensa per sentito dire/ forse/ da buon opportunista/ si adegua senza farci caso/ e vive nel suo paradiso”.

Giorgio Gaber e Sandro Luporini definivano il ritratto del conformista con una plasticità più significativa di quella del romanzo che Alberto Moravia pubblicò nel 1951. Il romanzo fu scritto troppo in fretta, disse lo stesso Moravia; troppe idee che si sovrapponevano e si soffocavano; probabilmente uno psicologismo sovrabbondante. Gaber e Luporini sono quasi didascalici: fotografano, e la fotografia restituisce i tratti essenziali di una fisionomia riconoscibilissima.

Non è improbabile che la necessità di sintesi che comporta una canzone e la relazione meno strutturale con situazioni storiche precise, abbiano attribuito alla canzone una carica metaforica più forte rispetto al romanzo, per cui la figura del conformista di Gaber la si può ritrovare senza nessuna difficoltà, e talune volte anche con fastidio, in non pochi contesti e non poche circostanze. Quell’uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, che si allena a scivolare dentro il mare della maggioranza, quell’animale assai comune che vive di parole da conversazione, che sogna i sogni di altri sognatori, che vola sempre a bassa quota in superficie, ce lo ritroviamo intorno, accanto, in continuazione, e a volte ci accorgiamo con molta o poca meraviglia, che ci rassomiglia straordinariamente.

Il conformista non ha età. E’ sempre esistito. Esisterà sempre. Quello che pensa come pensano gli altri, che segue le mode soprattutto culturali o pseudo tali, che si adegua, si adatta, quello che ritiene che abbia sempre ragione la maggioranza ma che la minoranza non ha tutti i torti, quello che considera che sia bene fare in un modo ma che fare al contrario non sia proprio male, è sempre esistito, esisterà sempre.

Ma a volte il conformismo è inconsapevole, in quanto determinato da una serie di condizioni e di espressioni sociali e culturali che si costituiscono come modelli di riferimento fondamentale.

Probabilmente il tempo che viviamo agevola il conformismo inconsapevole, che ci porta per le strade che percorrono tutti, che ci fa pensare quello che pensano tutti, adottare i comportamenti di tutti, fare le scelte che fa la maggioranza, decidere quello che decide la maggioranza. Certo, si può anche sbagliare; ma l’importante è che si sbagli tutti insieme. Se si sbaglia tutti insieme, non si sbaglia, si fa bene. Si affonda, ma se si affonda tutti insieme, affondare e una bella impresa.

Esistono, dunque, modelli culturali, sociali, esistenziali, ai quali si fa riferimento inconsapevole. Ma la circostanza che si abbia consapevolezza dell’inconsapevolezza costituisce un’opportunità nel caso in cui si intenda cercare degli antidoti al conformismo, nel caso in cui si voglia lasciarsi un varco aperto dal quale scappar via smettendo di seguire quelle che Francesco Guccini chiamava le tante stanche pecore bianche, con l’accortezza, però, di non lasciarsi intrappolare dal conformismo dell’anticonformismo anche ideologico di cui si è fatta esperienza nei decenni passati. Almeno per qualche ora durante la giornata, per qualche giorno nel corso della settimana, del mese, dell’anno. Di tutta la vita.

Così, nella consapevolezza dell’inconsapevolezza forse conviene mettere le mani avanti e preparare da se stessi una pozione, un intruglio che consenta di sottrarsi per un poco alla seduzione subdola del conformismo, di elaborare un’opinione personale, di pensare in modo non confacente, di ragionare senza schemi e senza griglie.

A pensarci, poi, non ci vuole molto. Basta soltanto una poesia, la pagina di un romanzo. Un classico. Per dire il motivo per cui è opportuno leggere i classici come contrasto al conformismo del pensiero, dal quale dipende quello del comportamento quotidiano, potrei citare tranquillamente Italo Calvino, ma probabilmente sarei conformista, in quanto tutti citano questo e altri libri di Calvino anche se non tutti quelli che li citano li hanno letti per davvero.

Per cui non lo cito e azzardo semplicemente un’impressione assolutamente personale.

Quando il sistema simbolico- culturale propone modelli, espressioni, significati che sono tutti uguali, allora risulta conveniente cercare situazioni che propongono modelli con una loro originalità, che sono unici, irripetibili, inimitabili, o di cui si rivela abbastanza facile riconoscere le imitazioni.

Quando qualcosa è identico a tutto il resto, non si può fare altro che cercare il diverso dal resto. Quando tutto risponde ad una concordanza, ad una conformità, ad una convergenza, non si può fare altro che cercare una discordanza, una difformità, una divergenza. Quando tutti i personaggi e i luoghi e i discorsi si rassomigliano non si può fare altro che cercare personaggi e luoghi e discorsi caratterizzati dalla dissomiglianza.

I classici mostrano il pensiero diverso, personalità diverse, una molteplicità di situazioni e condizioni, una pluralità di esperienze. Omero, Shakespeare, Cervantes, Dante, Goethe, Proust, Tolstoj, Dostoevskij, Beckett, Hemingway, Buzzati, rappresentano esistenze e destini imparagonabili, assoluti. Il confronto con quelle esistenze, con quei destini pretende la condizione della profondità. D’altra parte, come si fa a stabilire un rapporto con l’Ulisse di Dante se non guardando il personaggio negli occhi, se non scavando dentro quegli occhi per rivelare la bellezza e la disperazione dell’avventura. Come si fa a reggere la follia di Don Chisciotte se non attraverso un processo di individuazione e comprensione della radice di quella follia.

Nel tempo del conformismo inconsapevole, dell’impaludamento dei significati, dell’opacità delle espressioni, abbiamo bisogno di una autenticità da contrapporre all’inautentico, di una straordinarietà con cui contrastare l’uggia dell’ordinario. Per tentare di scampare all’assedio della banalità, del grigio conformismo. Forse, mentre tutti dicono di sì, mentre noi stessi diciamo a tutto e a tutti di sì, mentre chiediamo quello che chiedono tutti, mentre rispondiamo come rispondono tutti, potremmo cercare di imparare a domandare ed a rispondere, innanzitutto a noi stessi, confrontandoci a tu per tu con quel personaggio straordinario che è l’imperatore Adriano resuscitato da Marguerite Yourcenar.


Vie traverse 8. Fuga dalla città PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 08 Gennaio 2017 17:57

Domenica mattina. Esco in moto con Giulia. In città, nei quattro angoli della piazza, i soliti capannelli di gente nei quali si discute delle prossime elezioni amministrative. La città è più sporca che mai. Ci hanno pensato i trecento e passa candidati a disseminarla di cartacce con su impressi i loro volti, che poi la gente, per lo più, calpesta con grande indifferenza. Ad un surplus di lavoro delle tipografie ha corrisposto un surplus di lavoro degli operatori ecologici, che, tuttavia, pare non riescano a tener testa alle schiere dei giovani assoldati per la diffusione della propaganda elettorale: esempio di redistribuzione della ricchezza e di potlatch (rituale di distruzione).

Decidiamo di fare un giro in campagna. Ci lasciamo indietro tutte le beghe delle prossime elezioni, le richieste di voti, la preventiva divisione del potere, le immancabili liti. Nella nostra fuga ci inseguono anche in campagna le cartacce dei candidati, un chilometro, due chilometri, tre chilometri fuori dell’abitato. Poi, man mano che ci si allontana dalle ultime case, le cartacce diminuiscono fino a scomparire del tutto.

Maggio riserva giornate così luminose che non è possibile rimanere all’ombra delle strade cittadine, soprattutto quando l’aria vi sia divenuta irrespirabile a causa delle beghe che precedono le elezioni. Sulla via di Collemeto, a destra, imbocchiamo la strada che porta, come apprendiamo dalla segnaletica, in contrada Vore. La campagna fiorita in primavera è incantevole. Procediamo a velocità alquanto ridotta, per vedere le nuove costruzioni, i giardini ben curati, le coltivazioni di patate, di fagioli, di angurie.

Dopo qualche chilometro, eccoci nei pressi di una vecchia masseria abbandonata, circondata da erbacce alte un metro. Mentre le ruote fendono l’erba, temo che qualche insidia si celi alla vista, una pietra, una buca, un serpente da poco ridestatosi dal letargo invernale. Ci fermiamo nello spiazzo antistante l’entrata della masseria e scendiamo dalla moto. A fatica riesco a vincere la resistenza di Giulia, a cui la solitudine del luogo incute qualche timore, e la convinco a seguirmi dentro il rudere seicentesco per esplorarne gli ambienti.

Siamo nel pian terreno, col grande camino nell’androne centrale, il soffitto percorso da numerosi fili di ferro legati da ganci ben piantati nei muri: sostegno disusato delle filze di tabacco essiccato. Nel cortile retrostante, una sequela di mangiatoie sberciate, abbandonate alle erbacce, il regno della straficula distesa al sole.

Per una stretta scala, saliamo al piano nobile. Vago senso di sgomento nelle stanze dai muri scalcinati e sporchi, dalle alte volte a stella prive di intonaco, dove l’unica suppellettile sono un paio di reti metalliche con i materassi sudici e strappati, il ricovero di qualche errante. Disegni osceni alle pareti, una grande vulva aperta tra due cosce spalancate davanti ad un fallo gigantesco: fantasmagorie talismaniche nella notte di un barbone dormiente. Giulia non sembra accorgersi di codeste figurazioni così iperboliche.

Le dico di camminare dietro di me, rasentando il muro, perché le crepe nel pavimento potrebbero essere più profonde di quanto sia dato vedere e il rischio di un crollo non è del tutto improbabile. Ma possibile che la masseria, dopo essere stata in piedi per tre secoli, decida di crollare proprio mentre ci siamo dentro noi?

La mano di Giulia suda nella mia, mentre saliamo per l’angusta scala. Ha paura che da un momento all’altro qualche topo ci assalga e che, in caso di pericolo, non ci sia dato trovare una via di fuga. Cerco di rassicurarla, dicendole che i topi hanno più paura di noi e che, ancora qualche scalino, e siamo già in cima alla casa. Sul terrazzo, negli interstizi terrosi dell’impiantito, ha messo radici un fico d’India, un fico selvatico e altre erbacce. Sguardo all’intorno: distese di grano a perdita d’occhio, poche macchie più verdi dei parchi nei pressi delle ville sparse nella campagna, e poi sotto l’orizzonte la linea spezzata dei bianchi paesi: Collemeto, Galatina, San Donato, il villaggio dell’aeroporto, Torre Pinta, come inghiottiti nell’oceano verde della primavera lussureggiante. La terra vista dall’alto conserva la sua indifferente bellezza a dispetto di tutte le discussioni e ambizioni degli uomini.

Se il padrone di quell’edificio ci avesse sorpreso lì, nella sua proprietà, che cosa gli avremmo detto? Come avremmo giustificato la nostra presenza in quel luogo? Giulia era inquieta anche per questo.

- Gli diremo che siamo dei giovani esploratori – ho detto, scherzando, e Giulia ha sorriso.

Ma aveva fretta di andarsene, perché quel mondo sconosciuto e inabitato -o abitato saltuariamente da chissà chi- le faceva paura. Anch’io non sapevo dire se vi eravamo giunti per caso oppure condotti da un filo di pensieri incogniti o forse solo per sfuggire all’aria della città divenuta ad un tratto irrespirabile. Anch’io avevo paura e volevo andar via. Così abbiamo disceso la scala, ho messo in moto e un po’ a malincuore siamo ritornati verso la città.

[2006]


DISCO®DANZE PDF Stampa E-mail
Poesia
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 07 Gennaio 2017 12:25

[In Note di Storia e Cultura Salentina, Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione Basso Salento, XXVI, Edizioni Grifo, 2016]

 

Disco orario

 

disco noia

disco rabbia

disco gioia

 

di ricordanze

di fantasmi

di speranze

 

 

 

 

Tonico

 

al fondo tossico

del mondo cosmico

il riflusso è tipico

da evo atomico

mi serve un tonico

che non sia acido

 

 

 

 

Temporale   1

 

nel centro insalubre

di un tempo instabile

rovesci e raffiche

dal cielo lugubre

e marionette comiche

con aria funebre

 

 

Leggi tutto...

La scomparsa di Tullio De Mauro PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 06 Gennaio 2017 12:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 6 gennaio 2017, p. 1 e 8]

 

Di mestiere faccio il linguista. Per questo, e mi dispiace, tocca a me dare ai lettori del nostro giornale la notizia della scomparsa di Tullio De Mauro, uno dei più grandi linguisti al mondo. Ricordare la grandezza di De Mauro non è una formula, è la pura verità, è stato studioso di levatura straordinaria.

A De Mauro sono stati attribuiti riconoscimenti eccezionali ed è stato chiamato ad incarichi straordinari: Accademico della Crusca e dei Lincei, dottore honoris causa dell’Università Cattolica di Lovanio, dell’Ècole Normale Supérieure di Lione, dell’Università Waseda di Tokyo, dell’Università di Bucarest, dell’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi, dell’Università Pablo de Olavide di Siviglia e dell’Università di Ginevra; e inoltre direttore della «Fondazione Bellonci» che ogni anno organizza il più importante premio letterario italiano (il Premio Strega), Presidente della «Società di Linguistica Italiana» (da lui fondata), della «Società Italiana di Filosofia del Linguaggio», della «Fondazione Mondo Digitale». Nel 2011 ha ricevuto la life honorary membership dell’«American Association of Teachers of Italian».

Molti libri dai lui scritti e le grandi opere da lui dirette sono veri e propri cardini della cultura italiana del Novecento. Il Grande Dizionario Italiano dell'Uso, in 6 volumi (1999-2007), costituisce uno strumento fondamentale per la conoscenza del lessico italiano contemporaneo. Ma l’eccezionalità non è solo dello studioso maturo, apparve chiara fin dai primi lavori. Nella Storia linguistica dell’Italia unita (1963) le vicende della lingua italiana nei decenni successivi all’unità politica furono, per la prima volta in maniera sistematica, messe in rapporto con i fattori extralinguistici: statistiche demografiche e migratorie, politiche scolastiche, industrializzazione e urbanizzazione, avvento del cinema sonoro, di giornali, radio e televisione. È un’opera ancora attualissima, l’Accademia della Crusca il 18 e 19 aprile del 2013 ha dedicato un intero convegno per celebrarne il cinquantenario. L’Introduzione alla semantica (1965) e l’Introduzione, traduzione e commento del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure (1967; 1968) rappresentarono una svolta culturale epocale nell’Italia postcrociana di quegli anni: la linguistica generale era in Italia una scienza pochissimo conosciuta e ancor meno praticata, la riflessione teorica sul linguaggio stentava ad affermarsi. De Mauro, nato nel 1932, era poco più che trentenne quando scriveva già opere fondamentali; poi ha continuato con gli stessi ritmi, il genio giovanile si è dispiegato fino alla morte.

Non era chiuso nella torre della sua professione accademica, instancabilmente divulgava la scienza di cui era maestro. Le pagine culturali di un quotidiano oggi scomparso, il romano «Paese sera», per la prima volta esponevano al grande pubblico temi di linguistica e di storia della lingua italiana, informavano su pubblicazioni, convegni, iniziative. Chiuso quel giornale, l’opera di divulgazione è continuata su altre testate, in radio, in televisione. Fino all’ultimo ha pubblicato articoli su Internazionale, settimanale diretto da suo figlio Giovanni, che per primo ha dato la notizia della sua morte.

È impossibile condensare in poche righe la figura di Tullio De Mauro. Una cosa è certa: la sua è stata una vita degna di essere vissuta, i suoi libri e la sua immensa attività non muoiono con la scomparsa fisica dell’uomo.

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Quaderno di traduzione 73. Promenade à Rudiae PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 05 Gennaio 2017 18:45

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Il y a quelques jours, profitant d'un bel après-midi d'avril, à force d'entendre parler de l'antique cité messapienne retrouvée aux portes de Lecce, l'envie nous est venue, à Ornella comme à moi, de nous rendre sur le site. Les jours s'étant allongés, après la sieste, nécessaire quand on a eu face à soi durant cinq heures de cours de nombreux jeunes avides d'apprendre, l'idée d'aller à la découverte de quelque chose que nous n'avions encore jamais vu, nous a remplis d'enthousiasme.

Mais où se trouve exactement Rudiae ? Nous avons fait appel au verdict d'Internet, jamais à court d'informations et capable, pour peu que la question soit bien posée, d'être aussi laconique que l'antique Pythie, clarté et précision en plus : 40° 20' 1.65'' N, 18° 8' 25'' E, coordonnées aussitôt enregistrées dans le TOM TOM. Comme nous étions connectés, nous avons écouté sur You Tube les propos d'un professeur responsable des fouilles entreprises et non terminées par manque de moyens. Le rêve de cet archéologue ? Une navette qui puisse un jour pas très lointain, transporter les touristes et les habitants de Lecce depuis leur amphithéâtre romain jusqu'à celui de Rudiae, une fois que ce dernier sera complètement dégagé. De Lupiae à Rudiae : archéologie, tourisme, nouveaux emplois, une économie qui tourne...

Nous voici en auto, direction Rudiae. Obéissant à la voix persuasive du TOM TOM, nous arrivons vingt minutes plus tard devant une longue clôture, sous deux grands panneaux publicitaires. Nous lisons sur l'un : RUDIAE PARC ARCHÉOLOGIQUE, sur l'autre : ICI SE TROUVAIT RUDIAE, LA PATRIE D'ENNIUS. Cela me rappelle ce vers des Annales de Quintus Ennius : nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini (nous sommes Romains, nous qui autrefois fûmes de Rudiae), et ses tria corda (l'osque, le grec et le latin), comme on l'enseigne aux jeunes lycéens – du moins aux rares qui étudient encore le latin – pour dire tout l'orgueil de la grande et de la petite patrie ainsi que le mélange des langues et des cultures (le melting pot) qui caractérisaient l'un des pères de la littérature latine.

Nous descendons de la voiture garée sous un figuier très parfumé au bord de la route qui mène à San Pietro in Lama et nous interrogeons une dame d'une quarantaine d'années qui vient à notre rencontre en tenue de jogging. Habitant à proximité elle connaît bien le coin, nous dit-elle, et cela fait un bout de temps qu'elle ne voit plus personne fouiller. Le dimanche seulement, quelques groupes organisés errent avec le guide parmi les fondations de maison et les tombes du Parc. La dame continue à sautiller près de nous et semble s'excuser d'être un peu en sueur : elle termine sa course d'après-midi ; courir, dit-elle, permet d'évacuer le stress accumulé au travail, car elle exerce un métier sédentaire et particulièrement « invasif ». Le qualificatif fait « tilt », Ornella et moi devinons que nous avons affaire à une collègue, ce que nous confirme la dame : elle enseigne dans une école de Lecce ; elle nous semble alors déjà familière, puisque nous partageons le même sort au travail. Nous lui disons notre désir de pénétrer dans l'enclos, de voir l'état des travaux et le cœur de Rudiae, l'amphithéâtre.

« Venez avec moi », dit la dame. Elle nous entraîne à toute allure, en sautillant ; nous-mêmes allongeons le pas, mais nous sommes toujours deux mètres derrière elle. Nous passons devant l'édifice un peu kitsch de l'Institut d'agriculture, puis devant les grilles de quelques pavillons auxquels pendent des grappes de glycines et des tiges fleuries de bougainvillées, longeant sur notre droite la clôture du Parc. Si les travaux de fouilles ne sont qu'à demi réalisés, le bâtiment d'entrée lui est déjà terminé mais, pour autant que je puisse en juger par l'herbe poussée dans les intervalles des briques, déjà abandonné. Un panneau informe le visiteur qu'à ces travaux ont été affectés des milliers et des milliers d'euros ; un autre prévient que la zone est sous SURVEILLANCE ARMÉE, assurée par une agence de security connue. Des sous et des pistolets : il vaut mieux être sur ses gardes, donc ! « Mais non, ne vous inquiétez pas, nous dit la collègue, je vous montre le passage. »

C'est ainsi que nous passons outre : à droite des oliviers séculaires, à gauche un terrain parsemé de marguerites, de coquelicots et de mauves aux fleurs azurées. Qui sait ce que cette prairie cache sous son herbe ? D'autres tombes, d'autres fondations de maisons pas encore fouillées, s'il est bien vrai qu'il s'agit d'une ville de quatre-vingt-dix, cent hectares, encore plus grande que Lupiae !

Des gamins passent en jouant au ballon tout au long de la rue asphaltée. La collègue nous montre un mur à sec effrité, même écroulé à un endroit : les pierres semblent s'être disposées de façon à favoriser l'accès à l'oliveraie, à travers laquelle, depuis la route, on entrevoit l'amphithéâtre, le cœur de Rudiae. Nous décidons alors de pénétrer dans la zone off-limits, malgré un grand panneau on ne peut plus clair planté à l'entrée : L'ACCÈS AU CHANTIER EST STRICTEMENT INTERDIT AUX PERSONNES ÉTRANGÈRES AUX TRAVAUX. Mais comme les travaux sont interrompus...

Des roches équarries accumulées dans un coin de l'oliveraie, des traces de chenilles et de pneus dans la terre rouge sont les marques les plus évidentes de l'œuvre d'excavation. Devant nous, l'amphithéâtre, étalé tel un immense squelette à demi exhumé. L'autre moitié gît sous un mètre, un mètre et demi de terre rouge et semble attendre, résignée, que l'homme achève l'œuvre commencée.

À ce moment, la dame en survêtement pensant avoir accompli sa mission de guide, nous dit au revoir et nous quitte en nous souhaitant bonne chance avec nos élèves. « Croisons les doigts ! » répondons-nous.

Une pie volette d'un olivier à l'autre, nous surveillant d'en haut et poussant de temps en temps son cri dans le bruissement du vent. D'autres oiseaux chantent également et parfois depuis la route provinciale se fait entendre le vrombissement d'une auto ou d'une moto en pleine vitesse.

Ornella et moi nous asseyons tous deux au bord de l'amphithéâtre, sur les plaques de pierre usée qui forment les grandes marches ébréchées des escaliers. À peu de distance se trouve la clôture d'un pavillon ; on voit du mobilier de jardin et une balançoire agitée par le vent. Le départ de notre collègue nous a laissés sans voix.

Que sommes-nous venus faire, nous deux, dans un tel lieu ?

Nous regardons tous ces matériaux déplacés, des tonnes et des tonnes de terre rouge que les camions n'ont pas évacuée à temps avant le manque d'argent ; à ce spectacle nous gardons le silence : la terre sur la ville abandonnée, ce ne sont pas les paysans qui l'ont déposée pour en faire des champs cultivables, c'est l'œuvre de la mort sur des corps vivants durant deux mille ans ; tout ce temps a permis que s'accomplisse l'ensevelissement d'une cité entière et que sa décomposition engendre une terre féconde, que tout ce qui naît et meurt devienne cette riche poussière qui, sans pause aucune, année après année, se dépose sous l'effet d'une force nécessaire et invincible. L'épaisseur de terre rouge sur chaque tombe, sur les fondations des maisons et les escaliers de l'amphithéâtre, voilà la véritable distance qui nous sépare de l'Antiquité. Enlever la terre du lieu où elle s'est déposée au cours de vingt siècles nous a alors semblé un acte sacrilège, l'archéologie elle-même une grande profanation.

Quelques minutes plus tard, nous sommes revenus sur nos pas. Nous nous sommes dit que, même s'il n'y a plus d'argent, on en retrouvera, peut-être en a-t-on déjà trouvé, pour continuer les fouilles et porter à son terme le dégagement de l'amphithéâtre et de la ville entière de Rudiae. Un jour s'accomplira le rêve du professeur : transporter de Lecce à Rudiae des hordes de touristes, créer de nouvelles opportunités d'emplois, booster l'économie du pays. Que pourrait-on objecter à tout cela ? Rien, vraiment rien. Nous sommes remontés en voiture et ne sachant que faire, nous sommes allés manger une glace à Lecce, du côté de la Porta Rudiae, et nous avons poursuivi notre promenade dans la cité des vivants.


L'elogio di Eusebia donna lungimirante PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Pietro Giannini   
Giovedì 05 Gennaio 2017 07:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 3 gennaio 2017, p. 29]

 

Alla morte di Constantino, mentre i suoi figli erano designati come Augusti, un tumulto militare eliminò il resto dei suoi parenti maschi. All'eccidio sopravvissero solo i figli del fratellastro Giulio Costanzo, cioè Giuliano e Gallo. Tenuto sotto stretta sorveglianza, Giuliano si dedicò agli studi letterari e filosofici, cui si sentiva particolarmente incline. Da tali studi fu distolto nel 355, quando l'Imperatore Costanzo lo nominò Cesare e gli affidò il governo della Gallia, allora percorsa da torbidi interni. A caldeggiare con vigore questa nomina era stata la moglie dell'Imperatore, Eusebia, che aveva dissipato alcuni sospetti che gravavano sul giovane principe, aveva insistito sul suo nome contro il parere della corte imperiale e aveva vinto alcune titubanze dello stesso Giuliano, che esitava ad abbandonare la tranquillità dei suoi studi. Giunto in Gallia, Giuliano sentì il dovere di sdebitarsi nei confronti dei sovrani scrivendo due elogi per Costanzo e l'elogio di Eusebia. Se però l'elogio di Costanzo rientrava nella tradizione del basilikòs logos, era eccezionale l'elogio dell'Imperatrice, che, secondo la consuetudine del tempo, poteva trovare posto solo nell'elogio dell'Imperatore. Invece qui, pur motivata dalla gratitudine verso Eusebia, affermata nei capitoli iniziali, troviamo una trattazione autonoma che tocca i punti canonici relativi a: "la patria, i genitori e come si sposò e con chi" (cap. 3). Così veniamo a sapere che Eusebia è di origine macedone, è nata a Tessalonica, è figlia di un console e per le sue doti personali è stata prescelta come moglie dall'Imperatore. Naturalmente queste scarne notizie trovano ben altro sviluppo nel testo, che dà ad esse lo sviluppo richiesto da un discorso di lode sia sul piano dei temi narrativi (della inventio, potemmo dire), che sono arricchiti da continui riferimenti storici e mitologici, sia sul piano della esposizione (della elocutio, quindi) che si avvale di una lingua elegante e retoricamente sostenuta e da frequenti citazioni (soprattutto da Omero).

Tutti questi aspetti del contenuto e della forma (di cui si può dare qui solo sommario cenno) sono ben presenti nel lavoro di traduzione e commento fatto da Adele Filippo nella recente edizione dell'elogio pubblicata con la consueta cura dall'Editore Fabrizio Serra, con il contributo del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università del Salento e dalla Fondazione Puglia. La traduzione segue da vicino il testo greco offrendone una lettura chiara ed elegante; il commento illustra esaurientemente i vari referenti del testo ma si sofferma con particolare attenzione sulla sua articolazione argomentativa e sulle strategie discorsive che alimentano il contatto con il pubblico, cui l'elogio era destinato. Una Introduzione e due indici (dei luoghi citati e delle parole), curati da Marco Ugenti, arricchiscono il volume.

Entrando brevemente nel merito del testo, e seguendone la traduzione, possiamo osservare che, volendo celebrare le virtù di Eusebia (e cioè "la sua intelligenza e bontà e moralità e umanità e clemenza e liberalità", cap. 8) Giuliano ricorda in particolare due sue doti.

La prima è la sua capacità di farsi amare dal marito, e qui il paragone ovvio è con la Penelope omerica della quale (dice Giuliano) "questo, in particolare… ammiro, l'avere… indotto il marito ad amarla fortemente e teneramente, disdegnando, come dicono, nozze divine e sprezzando non meno la parentela dai Feaci", cap. 8). Si può rilevare, en passant, che Penelope è anche un termine di confronto per la madre di Eusebia alla quale, rimasta vedova, nessuno osò rivolgersi come pretendente, mentre la moglie di Ulisse molti giovani si proposero come marito (cap. 6): una matrona romana entro una cornice greca.

La seconda è la sua umanità, per cui ella interviene presso l'Imperatore per fargli usare, nei casi possibili, una particolare indulgenza nei processi; in tal modo Eusebia "diviene partecipe delle decisioni del marito e sollecita il sovrano, per natura mite e nobile ed amabile, più confacentemente a quelle sue inclinazioni naturali e indirizza l'esercizio della giustizia al perdono", cap. 8).

Naturalmente larga parte hanno nell'esposizione gli interventi dell'Imperatrice in favore di Giuliano, che culminano nel colloquio decisivo avuto con lei: "Ed io, non appena fui, per la prima volta, al cospetto di lei, ebbi l'impressione di vedere, come edificata in un tempio, la statua della modestia. Un sentimento di rispetto m'invase l'animo e tenni gli occhi, assai a lungo, saldamente fissi al suolo, finché ella mi incitò a farmi coraggio e: «Alcuni appoggi - disse- già li possiedi, te ne verranno anche altri con l'aiuto di Dio, se solo sarai fedele e leale nei nostri confronti»". Le parole dell'Imperatrice, riportate da Giuliano, testimoniano la sua benevolenza ma anche un certo pragmatismo. Pragmatismo che lo storico Zosimo mette all'origine vera della scelta di Eusebia, come commenta Adele Filippo: "Se… la fortuna gli fosse stata propizia, il giovane Cesare, secondo Eusebia, avrebbe ascritto a Costanzo il merito dei suoi successi, se, invece, fosse morto, sarebbe scomparso l'ultimo superstite della stirpe imperiale, ipotetico aspirante al potere" (p. 152). Ma di ciò non vi è traccia nel discorso, e non altera la lode tributata, così come non incide su di essa il fatto, riferito sempre da Giuliano, che ella, sfruttando la benevolenza dell'Imperatore "ricolmò di onori tutta la sua parentela e i congiunti…; e non solo ai parenti procurò… vantaggi, ma anche a chiunque seppe legato da vincolo di ospitalità acquisito con gli avi della madre", cap. 10). Una prassi normale per quei tempi. Ma, tra gli atti compiuti dall'Imperatrice nei suoi confronti, quello che ha reso "straordinariamente felice" Giuliano è stato il dono di una grande quantità di libri "di filosofi e di validi storici e di numerosi retori e poeti" (cap. 15) che egli ha portato con sé in Gallia, alcuni dei quali lo accompagnano anche nelle campagne militari.

Tuttavia la formazione letteraria e retorica, acquisita con i suoi studi, non gli consente di ricevere l'apprezzamento dei "beati sofisti" del tempo che diranno che egli "avendo messo insieme fatti di poco conto e insulsi, li riferisca come se si trattasse di qualcosa di notevole". Una polemica, non isolata nell'opera di Giuliano, con la quale egli, contro gli artifici della retorica ufficiale, rivendica il suo metodo consistente nel "dire la verità come viene"(cap. 17).

L'atteggiamento di Giuliano rivela la sua personalità schietta e talvolta rude, come egli stesso ama rappresentarsi nel Misopogon, "L'odiatore della barba", scritto contro i raffinati Antiocheni, opera magistralmente edita da Carlo Prato.

La menzione di Carlo Prato non è casuale. Nella nota introduttiva sulla tradizione manoscritta Adele Filippo ricorda che la sua edizione si basa su "appunti e scambi di vedute" avuti con lui quando egli progettava di dare una edizione dell'opera omnia dell'Apostata, progetto interrotto dalla sua morte (p. 21). I riflessi di queste discussioni traspaiono nei criteri cautamente conservativi che Adele Filippo adotta nella contitutio textus e in alcune felici scelte testuali. Gli "scambi di vedute" sono (come ella stessa dichiara) "frutto di una frequentazione continua e di un lavoro a tavolino fianco a fianco". L'espressione ci restituisce un'immagine di Carlo Prato che chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui conosce bene: quello dello studio condotto "fianco a fianco", senza gerarchie che si traducessero in collocazioni di sapore cattedratico, ma nella modestia di un lavoro comune da compiere, in cui tutti potevano essere nello stesso tempo maestri ed allievi.

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