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Programma febbraio 2018
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Il mio nome… PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 25 Dicembre 2016 19:00

["Il Galatino" anno XLIX n. 21 del 16 dicembre 2016, p. 5]

 

Mi chiamo Giuseppe. Il mio è un nome ‘normale’. Molto comune. Non c’è bisogno di fare un grande sforzo di memoria per ricordarlo come succede, per esempio, con nomi del tipo Rinaldo, Francescantonio, Adam, James  Cirincinella o consimili bizzarrie. Anche la mia vita è normale, e non vedo perché dovrei complicarmela inutilmente chiamandomi in uno di quei modi insoliti e ridicoli: Roggerino, Geremia, Trifone o altro di simile! Io, mi chiamo semplicemente Giuseppe. Ho anche un nipote che si chiama così: forse i genitori hanno voluto, anche senza dirlo, farmi l’omaggio del nome; e l’ho tenuto io a battesimo, il ragazzo. Perciò: Giuseppe. Ma pensate a questo nome come forse al nome più popolare della nostra tradizione. E in quanti modi si sente chiamare uno che si chiama Giuseppe: Pino, Pippi, Beppe, Peppino, ecc. Oggi, veramente, la sua popolarità è in declino (così dicono ma stento a credere); però Giuseppe è sempre popolare. Solo che quando il tuo nome è troppo popolare e ti viene affidato un compito difficile, tu sei subito nel mirino, non puoi nasconderti. Giuseppe è un nome che individui subito: forse sarebbe stato meglio che, invece di Giuseppe, mi avessero chiamato, che so! Crispino, Adalberto, Girolamo, Gabrio, Febronio, ecc. Pazienza! A ciascuno tocca portare la propria croce. Io porto la mia. Ma veramente a portarla non sarò io ma mio figlio, come forse tutti sanno. Gesù, voglio dire. Quello è un tipo. Come diciamo nel nostro linguaggio corrente, nu picca fastitiusu! Se vede che una cosa non va per il verso giusto o se vede offesa la giustizia, si mette a strillare in una maniera spaventosa. Non può sopportare le cose storte. Non vi dico, ma voi  lo sapete  bene, quando si tratta di rimproverare quei ricconi che non fanno mai un euro di beneficenza, neanche se li supplica la televisione, e si tengono ben custoditi nelle banche i loro capitali, anche i preti,  e guai a chiedergli di contribuire al comune benessere in qualche modo discreto. Però questi, che dicono sempre che non c’è soldi fanno inviti a pranzi sontuosi e là scialano beati. Un esempio: per aiutare il progresso c’è bisogno di strumenti di lavoro. Si chiede loro di comprare qualche opera filosofica o letteraria: scandalo! Non ci sono soldi da spendere per nutrire bambini che hanno fame e volete buttare soldi per la cosiddetta ‘cultura’?

In questi giorni si avvicina il Natale, la festa di mio figlio, come forse sapete. Sapete che lui chiama papà anche il Padre nostro che è nei cieli, ma questo è un particolare sul quale da molto tempo non discutiamo più. Questi giorni sono un po’ turbati da una notizia che circola con insistenza. Siamo nel tempo dell’infanzia di Gesù; e questo tenero bambinello mette paura a Erode, perché secondo profezie circolanti nell’ambiente, Gesù sarebbe destinato a essere il re dei Giudei. Molti sono sguinzagliati alla ricerca del mio Gesù (ma ricordate che io mi chiamo Giuseppe): vorrebbero ucciderlo per fare un piacere a quel cialtrone di Erode. Ma io, Giuseppe, sorveglio. Quando qualcuno mi chiama anche per via io non rispondo e cerco di nascondere il mio Gesù.

Se qualcuno mi tocca il ragazzo, lo squarto. Scusatemi, se mi son lasciato un poco andare. Lui mi ha consigliato: fuggiamo in Egitto, forniamoci di un permesso di lavoro e lasciamo che si calmino le acque.

Ha ragione: io  ho sempre dato retta a mio figlio. Il quale, poiché vive nella luce della verità, mi ha promesso di concedermi una buona morte.


Per una politica per la città PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Sabato 24 Dicembre 2016 09:02

[“Il Galatino” anno XLIX n. 20 del 9 dicembre 2016, p. 6]

 

Intendo le poche righe che seguono come un tentativo di contribuire al dibattito sulla politica da immaginare per la città, dibattito aperto opportunamente sulle pagine de “Il Galatino”. Non rappresento alcuna formazione politica e mi esprimo da un osservatorio distante ma proprio per questo privilegiato nel proporre una visione prospettica.

Un dato condiziona in maniera essenziale la discussione: la situazione debitoria delle casse comunali. Chiunque si candidi deve necessariamente affrontare questo problema e farlo in maniera efficace. La questione suggerisce di cercare di chiarire quale possa essere un profilo ragionevolmente accettabile per i candidati che possano operare con efficacia nel tessuto cittadino, rallentando o sperabilmente evitando la decadenza. Raccolgo di seguito alcune opinioni personali in merito.

  1. Chiunque si candidi dovrebbe saper vivere il proprio ruolo solo con concreto senso di servizio. Coloro che rincorrono visibilità per il solo plauso sono inadatti ad avere funzioni di governo civico.
  2. Chiunque si candidi avendo interessi economici personali di parte che possano essere favoriti dalla sua posizione, a danno della collettività, è inadatto a funzioni di governo civico. In aggiunta, chiunque viva la sua candidatura principalmente come trampolino di lancio per successivi traguardi politici è altresì inadatto.
  3. Chiunque si candidi dovrebbe avere sia competenza sia capacità di ascolto e di sintesi. Dovrebbe cioè saper decidere ma farlo con consapevolezza e senso di responsabilità, avendo chiara la complessità dei processi di governo.
  4. Chiunque si candidi dovrebbe coinvolgere nell’attività di governo tutti coloro che possono dare un contributo positivo alla gestione della cosa pubblica e alla prospettiva che alla città si vuole cercare di donare, indipendentemente dall’appartenenza o dalla vicinanza a un organismo politico, qualsiasi nome a esso si voglia dare. I massimalismi ideologici hanno fatto storicamente danni, soprattutto nel favorire la fedeltà servile rispetto alla capacità di operare in maniera costruttiva. Serve ragionevolezza ma anche sensibilità per riconoscere e selezionare collaboratori adatti. Avere tale sensibilità non è faccenda semplice. L’autorevolezza rafforza questa sensibilità, ove essa sia presente e sia educata.

Una volta individuato un gruppo di figure adatto, serve poi avere una qualche idea concreta di cosa fare. Di discorsi politici solo pomposi o aggressivi, ma in sostanza vuoti, ci si stanca se si ha un briciolo di ragionevolezza e non ci si fa manipolare. Pochi punti, come i suggerimenti riassunti in seguito, potrebbero essere terreno di discussione.

a)   Ci si dovrebbe probabilmente sforzare sempre più di razionalizzare sia le spese sia le entrate, evitando gli sprechi, non tagliando soltanto o facendo finta di non vedere, con l’effetto, in quest’ultimo caso, di tralasciare le entrate.

b)   Ci si dovrebbe probabilmente sforzare di proporre progetti europei per i quali serve competenza e acume, oltre a contatti a Bruxelles, ma che sono possibili sorgenti di fondi, ove si riesca a valorizzare le ricchezze storiche possedute dalla città, per quanto sparute esse siano, evidenziando la loro peculiarità. Certamente non è facile riuscirci, ma se non ci si prova, non ci si riesce di certo.

c)   Servirebbe fare una politica che incoraggi il turismo di qualità: bassa numerosità e buona capacità di spesa. Quali sono, infatti, i vantaggi di trascinare in città carrozzoni vocianti per una notte di festa dopo la quale l’Amministrazione spende per pulire più del guadagno, virtualmente pro capite, che la città ha fatto?

d)   Bisognerebbe valorizzare le attività produttive virtuose che pur ci sono; cercare di rafforzare il senso civico che ridurrebbe il degrado urbano, il cui controllo è altrimenti lasciato alle sole istituzioni comunali, progressivamente inermi; promuovere solo le attività culturali che abbiano un contenuto qualitativamente ricco, evitando l’occasione di esibizioni che finiscono con l’essere penose per la loro prosopopea.

Si potrebbero fare tante cose. La domanda essenziale è però se vi sia la capacità di farle nel caso ci fossero le possibilità. Per questo si dovrebbero superare gli egoismi di parte, l’immondizia delle invidie, il narcisismo. Per questo si dovrebbe avere per lo meno la sensibilità e l’autorevolezza adatte. Per questo si dovrebbe avere capacità di visione e di responsabilità, non solo il desiderio di occupare sedie nel Palazzo Comunale. Il mio modesto auspicio è che si faccia qualche passo concreto in questa direzione, che non ci sia solo l’esposizione di cartelli con le foto dei candidati, ritoccate con Photoshop per abbellirne i lineamenti, che non ci si riduca al solo scambio di favori ricoperti di parole altisonanti ma sostanzialmente vuote. Ci sia almeno – è il mio augurio – responsabilità e dignità. Basterebbe forse solo questo.

 


Vie traverse 6. La via del Villaggio azzurro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 23 Dicembre 2016 17:50

Nuovo risveglio

Stamani, appena sveglio, mentre ero ancora a letto, Sofia mi ha detto che a scuola tutti i suoi compagni hanno visitato il canile del nostro Comune e che solo lei non ci è mai stata. Mentre mi diceva queste cose con aria dispiaciuta e piagnucolosa, mi dava dei baci, ed io ho capito subito dove andava a parare “la strategia dei bacetti”, come la chiama lei: voleva che la portassi a visitare il canile. E siccome oggi è il mio primo giorno di vacanza e dai buchi della tapparella la luce intensa del mattino annunciava una giornata soleggiata, allora ho accettato di fare un giro con lo scooter in sua compagnia.

Uscire di casa in una bella giornata di giugno, sapendo che la scuola è finita, è come respirare a pieni polmoni un’aria finissima e stare bene con se stessi e con gli altri. Stamattina poi c’era una tramontana leggera che temperava gli effetti del sole, in questa stagione già molto forte, e questo invogliava a fare un giro nei dintorni.

 

La via de li Piani

Credevo di sapere che il canile si trovasse un chilometro fuori dell’abitato, sulla via del “Villaggio azzurro”, detta anche “la via dei Piani”. Perciò abbiamo imboccato quella strada, lasciandoci alle spalle le ultime case del paese, che negli scorsi vent’anni si sono espanse notevolmente anche in questa direzione. Appena fuori, distanti non più di ottocento metri, si vedono a sinistra i tetti delle cappelle maggiori del cimitero, e a destra i primi seminativi e le case di campagna, gli orti e i frutteti; tutta terra strappata col piccone al suolo pietroso, detto cozzi, forse dal cozzare del ferro sulla roccia che faceva il nostro contadino non molto tempo fa. Ho detto a Sofia del doppio nome di questa strada e lei si è stupita che una strada avesse un doppio nome. Le ho spiegato che “la via de li Piani” è il nome più antico, perché quella distesa di pietra dove cresce il timo, la menta selvatica e la rucola (i “Piani”, appunto) c’è sempre stata, mentre il “Villaggio azzurro” è stato costruito all’incirca cinquant’anni fa e solo da allora c’è chi chiama quella strada “la via del Villaggio azzurro”.

- Davvero c’è un villaggio tutto azzurro? - mi ha chiesto Sofia, ed io non ho fatto in tempo a rispondere, che già ci eravamo arrivati e lei poteva constatare da sé il grado di veridicità di quell’aggettivo.

In effetti, di azzurro il villaggio in questione non ha proprio nulla né io ricordo che abbia mai avuto questo colore, almeno non negli ultimi vent’anni. Ho mostrato a Sofia una specie di campo di concentramento abbandonato, come quelli che si vedono in televisione nei film su Auschwitz, con tanto di rete metallica sormontata da filo spinato che ricinge il villaggio fatto di appartamentini anneriti e scrostati, coi vetri rotti che lasciano intravedere, a chi passa per la strada, degli interni pieni di scritte oscene e sporcizie varie. E’ evidente che il villaggio è meta di visitatori notturni; e difatti, poco oltre, Sofia mi ha additato un ampio buco nella rete, dal quale si può facilmente penetrare nel villaggio. Mia figlia non si dava pace. Voleva a tutti i costi sapere che ci facesse lì, nell’immediata periferia cittadina, un villaggio abbandonato e soprattutto perché io mi ostinassi a chiamarlo “Villaggio azzurro”, quando di azzurro lei non vedeva altro che il cielo sopra di noi. Ho dovuto fare appello a ciò che ho sempre sentito dire in proposito, e un po’ anche alla fantasia, che è il modo migliore, a volte, di dire le cose. Ho raccontato che il “Villaggio azzurro” era stato costruito per ospitare i dipendenti del locale aeroporto, sede dell’aeronautica militare, chiamata, come si sa, arma azzurra; ho aggiunto che probabilmente un tempo, quando il villaggio fu costruito, era tutto dipinto d’azzurro (e qui lavoravo di fantasia) e che solo a seguito dell’abbandono i muri si erano anneriti per l’umidità.

- E come mai non ci abita nessuno?

- Perché le persone che dovevano vivere qui hanno preferito abitare in un altro villaggio, che ora sorge nei pressi dell’aeroporto.

- Allora questo si dovrebbe chiamare il “Villaggio nero” – ha concluso Sofia.

Non potevo raccontare a mia figlia tutto quello che mi veniva in mente guardando i muri scalcinati del “Villaggio azzurro”, l’uso che facevano di quegli ambienti non pochi giovani agli inizi degli anni ottanta, dopo che era stato abbandonato, i drammi che in esso si sono consumati; sicché quel nome, “Villaggio azzurro”, anche a me sembrava una grottesca e beffarda antitesi rispetto al nome che avrebbe meritato di avere, come il luogo in cui si concentra una parte del rimosso cittadino e che, proprio in quanto rimosso, rimane lì da decenni tra l’apparente noncuranza generale. Sofia aveva ragione: il “Villaggio azzurro” meritava senz’altro il nome di “Villaggio nero”.

 

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Università al bivio: didattica, o ricerca e didattica? – (22 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 22 Dicembre 2016 18:43

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 22 dicembre 2016]

 

La nostra reputazione è quello che gli altri dicono di noi. Sono state rese pubbliche le valutazioni della ricerca e l’Università del Salento, nel suo complesso, ha una posizione bassa nella classifica. Tutti i media ne parlano e questo mina la nostra reputazione. Il valore di una laurea dipende dal valore di chi la conferisce, e l’attrattività didattica è condizionata dalla qualità della ricerca. Un’Università ai primi posti nelle valutazioni della ricerca attrae più studenti di un’Università che naviga nella bassa classifica.

L’esito della valutazione è anche legato a una protesta dei professori, perché il nostro stipendio bloccato da sei anni mentre tutti gli altri comparti pubblici non sono stati penalizzati. Esiste una volontà diffusa di criminalizzare le Università e i professori universitari sono spesso dipinti come clientelari, nullafacenti e inefficienti. Se i laureati italiani emigrano all’estero, significa che lì sono molto apprezzati e se lo sono significa che non facciamo poi tanto male il nostro lavoro. Alcuni hanno scelto di protestare non presentando i prodotti della ricerca ai fini della valutazione; i prodotti non presentati vengono contati come mancanti e questo influisce sulla valutazione. Pur condividendo la protesta, molti hanno ritenuto di presentare i prodotti (me compreso) ma l’adesione dei docenti di Unisalento è stata molto superiore rispetto a quella delle altre Università e questo ci ha certamente penalizzato. Il punteggio ottenuto dall’Università del Salento è il risultato dei punteggi ottenuti dai vari Dipartimenti che, a loro volta, sono il risultato della somma dei punteggi ottenuti dai singoli ricercatori afferenti. Alcuni Dipartimenti sono stati valutati bene o abbastanza bene, altri sono agli ultimi posti in Italia. Il risultato totale è la media dei risultati dei Dipartimenti. Le valutazioni rivelano Dipartimenti con buona ricerca e altri che non sono all’altezza delle aspettative, a volte a causa di una maggiore adesione alla protesta. Qualificazioni particolarmente basse annullano le qualificazioni alte, ed ecco il basso risultato della nostra Università.

Sarà bene analizzare accuratamente i risultati della valutazione e prendere adeguati provvedimenti per le prossime. Ci sono aree in cui i livelli dell’Università del Salento raggiungono standard europei. In altre raggiungiamo standard nazionali e in altre ancora siamo al cabotaggio regionale. E’ necessaria una politica di incentivazione del merito, per valorizzare quel che di buono esprimiamo e lavorare perché ciò che è meno buono diventi buono. In democrazia, se la maggioranza rientra nella categoria del “meno buono”, la maggioranza prevale (come nella statistica). E se il “meno buono” rifiuta le proprie responsabilità e promuove politiche di conservazione del proprio status indipendentemente dalla valutazioni, le conseguenze si pagano. Diminuiscono i fondi, diminuisce l’attrattività verso gli studenti, diminuisce la motivazione di chi ha ottenuto buone valutazioni. Le altre Università reclutano i soggetti competitivi, magari attingendoli dalle liste di abilitati a ruoli superiori, senza che si investano risorse per farli restare. Uno è partito per Trieste l’altro ieri.

Questo mina la nostra reputazione e porta l’Università verso il declassamento. Se la ricerca è di basso profilo e si punta solo alla didattica, si diventa un esamificio. Invece di essere un ascensore sociale, l’Università diventa un ammortizzatore sociale e serve per tenere impegnati per qualche anno i futuri disoccupati intellettuali.

La valutazione della ricerca non è svolta in modo ottimale, sono il primo a dirlo. E’ come la democrazia: è un sistema imperfetto, che si può migliorare, ma ne conosciamo di migliori? Possiamo migliorarla internamente e indirizzare su questo le strategie future. Per garantire la nostra immagine dobbiamo valorizzare i buoni risultati e, internamente, lavorare per incentivare il miglioramento. Pensando anche a penalizzazioni per chi si ostina a non ritenere importante la buona qualità della ricerca. Oramai non si può più ignorare che la ricerca è importante e le decisioni future andranno ben meditate alla luce di queste valutazioni. Il Salento ha le carte in regola per esprimere un’Università di serie A (con didattica e ricerca) e non di serie B (con poca ricerca e molta didattica) e l’Università ha la possibilità di essere all’altezza delle aspettative. Se si guardano le valutazioni ci sono molte aree in cui siamo un’ottima Università e, nonostante questo risultato apparentemente negativo, sono fiero di appartenervi!


Il taccuino di Gigi 7. Tutta colpa della noia? PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 22 Dicembre 2016 09:26

["Il Galatino" anno XLIX n. 20 del 9 dicembre 2016, p. 5]

 

Da tempo le cronache si nutrono di fatti delittuosi raccapriccianti o tali da solleticare una curiosità troppo vorace, malata. Protagonisti di quei fatti sono dei giovani, studenti “modello” a volte; giovani che hanno alle spalle solide famiglie, che godono di un notevole benessere economico.

Perché, dunque, sono proprio loro a coltivare un istinto omicida e a guardare con preoccupante, e fin cinica, indifferenza il risultato delle proprie azioni delittuose? Si suppone, ma talvolta lo dicono i direttamente interessati, che siano spinti dal desiderio di provare emozioni “forti”. Sperimentato troppo presto un po’ di tutto, l’audacia di un passo più in là, di un atto più “forte”, o di un atto estremo, appare una tappa quasi inevitabile. Quel che si è realizzato non basta ancora; occorre vedere che cosa accade se ci si inoltra, un passo dopo l’altro, nel territorio del male.

Ci sono storie che lasciano allibiti, increduli; inutile volerne indicare di particolari dal momento che non c’è che l’imbarazzo della scelta e ognuno può pensare al fatto che più lo ha impressionato. Occorre, però, ritrarsi dalla dolorosa meraviglia e soffermarsi, invece, a considerare che cosa abbia comportato un mutamento epocale rapido e deciso, che ha smarrito il senso della gradualità e tutto consuma senza attribuire valore a nulla o senza distinguere né stabilire una qualche possibile scala di valori.

La giovinezza, un tempo, veniva guardata con grande simpatia perché si vedeva in essa l’espressione di una volontà di affermarsi che non arretrava di fronte al sacrificio, che non temeva privazioni; che si proponeva una mèta e lottava per raggiungerla. La giovinezza come età dei grandi ideali e delle grandi passioni, che molte volte coincidevano. Si trattava di una giovinezza che aveva il gusto dell’avventura ma amava le avventure del pensiero; che si misurava nella prova fisica ma anche nel rigore della riflessione… Tutto questo, finché la giovinezza stessa è stata un valore riconosciuto non da chi la guardava con lo sguardo del rimpianto ma di chi si trovava a viverla e non voleva lasciarsi imporre un modello invecchiato ma elaborarne autonomamente di sempre nuovi.

Sembra quasi che si descriva una realtà a senso unico: tutto positivo, nulla di negativo. Non era così, ovviamente, ma quello che prevaleva era ascrivibile al dominio del positivo.

Poi la direzione si è invertita; il cambiamento di segno è nato da una falsa idea di libertà come dimensione d’un agire arbitrario, non soggetto a regole di sorta ma regolato semplicemente dal capriccio o da una curiosità inquieta, dall’illusione che il male abbia una marcia in più, procuri emozioni più intense che non il bene; irriso e deriso, questo, talvolta.

Alla stagione del fervore è subentrata quella della noia; nel vuoto della coscienza la ricerca è diventata un vagabondaggio di occasioni qualunque, di velleitarismi, di gesti gratuiti, di atti definalizzati, di parole che non hanno forza di trasmettere idee salde. Lo stato di coscienza è quello scaturente da una ebbrezza senza gioia, dalla voglia di afferrare sempre ciò che è qui ed ora, senza fermare nulla, senza nulla costruire, senza il tentativo di realizzare la costruzione della propria vita.

Vivere alla giornata sembra più esaltante che darsi una regola e rispettare la propria vita. Perché vivere alla giornata dà l’impressione di colmare il vuoto entro cui si brancola, di uscire dai fumi dell’ubriachezza di cui ci si compiace.

Può sembrare un quadro troppo nero, ma ciò che accade intorno a noi non lascia presagire prossimo un cambiamento di rotta. Una società che sente il bisogno di elaborare, a difesa di sé e degli ordinamenti che la caratterizzano, misure repressive e forme di controllo sempre nuove, è chiaramente una società in affanno che, nello specchio della quotidianità vede figure tanto deformate da essere irriconoscibili.

Se risulta necessario, inevitabile, appesantire misure coercitive e repressive, occorre che ci si interroghi sulla parte che, nel deteriorarsi dei rapporti umani e della convivenza civile, ha avuto chi ha posto le premesse di una simile situazione. Le intenzioni sono sempre buone, ma spesso le buone intenzioni non sono che maschere d’ipocrisia. Quando si afferma la filosofia del primeggiare ad ogni costo, del distinguersi rispetto a tutti, del ritenersi al di sopra di leggi e consuetudini, allora le buone intenzioni (ma erano poi tali?) sono solo la radice, in gran parte prevista, della futura degenerazione. La spinta all’atto delittuoso nasce da un mancato esercizio di autocontrollo e dalla voglia – sì, anche in casi del genere! – di primeggiare, di distinguersi. Distinguersi nel male è provocatorio, distinguersi nel bene non suscita né simpatie né desiderio d’emulazione. Evitare il naufragio nella noia per mancanza di interessi diventa una sorta d’impegno con se stessi: il distorto impegno di chi crede di poter sottrarsi alle regole ed al giudizio che la trasgressione di quelle comporta.

Come combattere quella noia che arma la mano e disarma la coscienza, che rende ottusa la ragione e scatena istinti tenebrosi? Non c’è che una ricetta. O forse è troppo tardi per proporre ed attuare rimedi che avrebbero funzionato con una lontana e più corretta impostazione dei problemi. Urge la necessità di trovare un rimedio, che non sia però quello (o solo quello) di inasprire le pene.

Credere in un miracolo? Nulla lo vieta. Anche perché certi miracoli solo gli uomini possono farli a beneficio di se stessi. Interrogandosi, autoregolandosi e facendo scelte ispirate a saggezza.


Restauri e rimozioni ingiustificate di memorie storiche PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Valentino De Luca   
Martedì 20 Dicembre 2016 19:58

Si sono recentemente conclusi i lavori di restauro architettonico nei locali un tempo occupati dal Liceo ginnasio “Giuseppe Palmieri” e dall’Istituto “Luigi Scarambone”. Tutti contenti  a Lecce per il fatto che finalmente sono stati restituiti alla fruizione pubblica ampi e importanti spazi che da oggi saranno destinati alla biblioteca provinciale “N. Bernardini”.

Tutti contenti, si diceva, tranne uno, Valentino De Luca già funzionario della Biblioteca Interfacoltà “Teodoro Pellegrino” dell’Università del Salento, già Ispettore onorario per la conservazione dei Monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte per il Comune di Lecce, con una lunga esperienza nel campo della ricerca storica documentaria. Suo, ad esempio, il volume dato alle stampe nell’ottobre 2015 “Stringiamoci a coorte siam pronti alla morte l’Italia chiamò”. La Prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce.

Cosa non rende contento Valentino De Luca?

Due sono i motivi per cui non posso essere contento anch’io.

Uno è il fatto importante e fondamentale che durante i lavori di restauro siano state rimosse due testimonianze storiche.

L’altro motivo è che in merito a tali rimozioni siano state fornite da parte degli addetti ai lavori spiegazioni del tutto insufficienti quando non anche mistificate e incoerenti a fronte dei dati che di seguito richiamerò.

Quali sono le due testimonianze storiche rimosse.

La prima testimonianza storica rimossa è un’epigrafe per Clemente Antonaci che era murata da oltre 60 anni su un muro laterale del cortile, lato d’ingresso alle aule, dell’edificio dell’ex Liceo Palmieri, in quella sede fino al 1959.

La seconda è un monumentino per Leonardo Stampacchia rimosso integralmente comprese le diverse parti (mezzo busto, mensolina di sostegno, epigrafe): era posizionato tra le rampe dello scalone che conducono al primo piano dell’edificio, sede fino a pochi anni fa dell’Istituto professionale per il commercio “Luigi Scarambone”, scalone, le cui pareti, con il passare degli anni erano diventate, per restare, un importante luogo di memoria, in quanto epigrafi e mezzi busti ricordavano i padri fondatori della Scuola stessa, Leonardo Stampacchia, Giovanni Nocco, Luigi Scarambone e Consalvo Moschettini.

Ho pensato subito (14 gennaio 2016) di segnalare l’avvenuta rimozione ai responsabili istituzionali della Amministrazione provinciale; mi è stato risposto: «Egr. prof. De Luca, abbiamo riscontrato la Sua interessante segnalazione relativa alla lapide in ricordo di Clemente Antonacci La informiamo che la targa è, al momento, depositata presso alcuni locali del Convitto Palmieri, i cui lavori sono diretti dal Settore edilizia e patrimonio di questo Ente. Sarà, pertanto, nostra cura segnalare agli uffici competenti l'opportunità di riposizionare il manufatto nella sua originaria collocazione. Ringraziandola per il cortese e puntuale interessamento, La salutiamo cordialmente»; ma, contestualmente e stranamente, veniva chiesto a me di indicare quale fosse il punto preciso del cortile ove era collocata la lastra di marmo in memoria di Clemente Antonaci.

Strana ignoranza!

Mi sono subito chiesto: e le normative della CARTA DEL RESTAURO 1972  (Art. 6 comma 3. rimozione, ricostruzione o ricollocamento in luoghi diversi a quelli originari; a meno che ciò non sia determinato da superiori ragioni di conservazione) sono state rispettate? e le disposizioni che “Per tutti gli oggetti originariamente destinati a una visione limitata o solo frontale andranno eseguite riprese fotografiche anche dai punti di vista non previsti (retro, lati, parti interne ecc.“ sono state tenute in conto? in particolare  quelle della CARTA 1987 DELLA CONSERVAZIONE E DEL RESTAURO. ALLEGATO D.

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I paradossi delle parole - (18 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 19 Dicembre 2016 09:18

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 18 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana parliamo di parole che ricorrono spesso nelle cronache: vediamone usi, significati e implicazioni.

1: cattiveria, cattivo. Sul «Corriere della Sera» di alcuni giorni fa, nella sezione dedicata al calcio, un intero paginone riporta un’intervista a Dzeko, il centravanti della Roma che quest’anno segna e convince, per la gioia dei tifosi romanisti e per la disperazione degli avversari. Negli anni precedenti Dzeko, pagato non so quanti milioni di euro, ha un po’ deluso, quest’anno invece gioca meravigliosamente. Il titolo recita: «Io cattivo? Mai». Leggendo l’intervista il senso del titolo si precisa. Domanda l’intervistatore: «Spalletti [l’allenatore della squadra] le fa i complimenti ma batte sempre su un tasto: vuole da lei più cattiveria. I tifosi si innamorano più dei bad boys alla Ibra [Ibrahimović, calciatore svedese che ha giocato anche in Olanda, in Italia, in Francia e ora gioca in Inghilterra. Nel 2016 guadagna 11.44 milioni di euro di stipendio, sponsorizzazioni e pubblicità escluse] che dei buoni. Ma si può essere bravi nella vita e cattivi in campo?». Ed ecco la risposta di Dzeko: «Bisogna capire che cosa vuol dire essere cattivo. Se sbaglio due occasioni è perché non sono cattivo? Sbaglio perché sono buono? Per me cattivo significa che devi sfruttare tutte le occasioni che hai, che ti devi concentrare di più. E io mi impegno per farlo. Ma non posso cambiare a 30 anni. Sono fatto così. Sono nato cosi».

Osservate il paradosso. Il malcapitato Dzeko deve giustificarsi per essere buono, viene invitato ad essere cattivo. La positività risiede nella cattiveria, negativa è la bontà. Ma i vocabolari della nostra lingua affermano il contrario. Ecco le definizioni: cattivo ‘contrario alla legge morale; moralmente riprovevole o pericoloso; che ha tendenza a compiere il male; malvagio, disonesto’. E buono ‘che tende al bene; onesto; moralmente positivo’. Il rovesciamento dei valori non è solo nell’articolo che ho citato, ricorre spesso. Ecco un’altra frase, pure desunta dalle pagine sportive dei quotidiani. «Per battere la Juve dobbiamo essere più cattivi contro le squadre piccole» proclama Totti, il celebratissimo capitano della Roma. E dunque cattiveria nel mondo del calcio è una qualità, se vuoi emergere devi dimostrare di possederla. Figuriamoci i valori che vengono inculcati ai giovanissimi aspiranti calciatori che frequentano le scuole di calcio! Quale modello di cittadino viene loro proposto?

Intendiamoci. Il calcio mi piace, è un gioco bellissimo, richiede sacrificio, spirito di squadra, capacità di cooperare. Ci sono i campioni grandissimi, quelli che segnano le epoche e rifulgono nell’immaginario di molti. Ma in questo sport è fondamentale il gruppo, la solidarietà, l’intesa collettiva, insomma le doti che fanno difetto a noi italiani, individualisti fino all’autolesionismo. Il calcio mi piace e sono in buona compagnia. Saba ha scritto una poesia che molti conoscono, anche a memoria: «Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia a non veder l’amara luce …». Pasolini dichiarava una passione illimitata per il calcio, lo assimilava a un vero e proprio linguaggio, con poeti e prosatori. Ricordava: «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso».

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 182 - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 18 Dicembre 2016 17:13

La povertà dei giovani è la povertà di un intero Paese


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016]


Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un assurdo, una beffa. La storia deve procedere con passi di sviluppo, di progresso, di benessere, attraverso trasformazioni in positivo, la crescita, l’evoluzione, il miglioramento.

Non è come sta andando che deve andare la storia: con i figli più poveri dei padri, più poveri dei nonni. Precari, disoccupati, sottoccupati, disillusi, sfiduciati. Con un presente sfilacciato, con un futuro scuro. Il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, è un colpo di spranga alle ginocchia. Si dice: l’Italia non è un paese per giovani. Per forza. I giovani in Italia, oggi, hanno un reddito inferiore a quello dei giovani di venticinque anni fa. Vale a dire: anziché andare avanti, si va indietro. Dice il Rapporto che la ricchezza dei “millennial” è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell'insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell'84,7%. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perche' venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).

Vorrei aver sbagliato a leggere i dati. Ma se li ho letti bene, se non mi sono ingannato, non è così che deve andare la storia.

Anche perché se va così, si tratta di una irragionevole e inaccettabile contraddizione.

Mai questo Paese ha avuto giovani con il livello di istruzione che hanno i giovani di adesso. Mai giovani con le stesse competenze specifiche e trasversali. Mai con un uguale grado di specializzazione. Però, quello che ne ricavano consiste in una mortificazione personale, professionale, economica.

Allora qualcuno se ne va. Sono sempre di più quelli che se ne vanno. All’estero li accolgono, spesso li coccolano, per cui viene da domandarsi se all’estero hanno una particolare vocazione all’accoglienza oppure se hanno realizzato situazioni e condizioni che consentono di mettere a frutto le loro intelligenze, le loro conoscenze, le loro capacità, le abilità, le energie. Se è la seconda risposta quella giusta, allora viene spontanea l’altra domanda sulle ragioni per le quali noi non siamo capaci di creare le stesse situazioni e condizioni.

Se ho letto bene i dati, dunque, secondo i quali nel corso degli anni il reddito dei giovani è andato costantemente diminuendo, alle semplici domande precedenti se ne aggiunge una altrettanto semplice che riguarda il futuro e che si può sintetizzare nella seguente espressione: se lo sviluppo di un paese è relativo alla capacità di investimento dei giovani, quale livello di sviluppo si può prevedere per questo Paese. Probabilmente la risposta non può essere semplice quanto la domanda. Perché bisogna soffermarsi a riflettere quali possibilità di investimento hanno adesso i giovani e quali possibilità avranno quando per quel fenomeno della natura che accade assai rapidamente saranno meno giovani e poi non lo saranno affatto. Ecco che le condizioni soggettive determinano quelle collettive, come i destini di ciascuno determinano quelli di una comunità, di una nazione.

Se i giovani non possono investire è un intero Paese che non può investire. Un paese che non investe ha l’identico movimento che ha uno stagno. Potrebbe anche darsi che gli specialisti di queste cose la pensino diversamente, che abbiano teorie scientifiche orientate contrariamente. Ma l’uomo della strada, l’uomo qualunque ma non qualunquista, considera la faccenda più o meno in questo modo.

Ascoltavo un discorso di questo genere fra due signori di mezza età, alcuni giorni fa in un treno di pendolari. Fra le considerazioni che facevano, argomentate, lucide, puntuali, ce n’era una che rilevava come a differenza degli anni Settanta nei giovani di adesso non ci sono manifestazioni di rabbia.

Uno diceva: ormai si sono rassegnati. L’altro diceva: non è rassegnazione; hanno troppa intelligenza, troppo rispetto della dimensione sociale per lasciarsi coinvolgere dalla rabbia.

Ascoltavo in silenzio e condividevo la seconda riflessione. Sono troppo intelligenti, hanno il rispetto ed un senso della civiltà che li porta a pensare e ad agire in un modo che intende cambiare le cose, modificare gli assetti senza rivoltarli. Vogliono fare esperienza dell’evoluzione sociale adottando metodi di civiltà. Sono educati così.

Questi sono i pensieri che ha l’uomo della strada.

Qualcuno invece potrebbe pensare che siano indifferenti, apatici, disimpegnati.

Se qualcuno dovesse pensare questo, si sbaglierebbe, grandemente.

Una cosa del genere la può pensare chi non ha mai parlato con uno – uno solo - di loro. Chi non ha mai avuto la possibilità di confrontarsi con il loro pensiero, di accertarne la maturità e la profondità delle argomentazioni, la bellezza dei sentimenti, la logica dei ragionamenti.

Non sono indifferenti, apatici, disimpegnati. Disincantati, sì, e il disincanto costituisce un’ulteriore dimostrazione della loro scintillante intelligenza.

Chi si lascia incantare è un credulone, un irrazionale. Loro non lo sono e quindi non si lasciano incantare da niente e da nessuno.

Ma sono più poveri dei padri, dei padri dei padri. Ci sarà pure un modo per porre rimedio, per invertire la tendenza, quantomeno per stabilire un equilibrio tra quello che sanno e quello che hanno. Ci sarà pure un modo per assicurare uno sviluppo a questo Paese.

Non è così che deve andare la storia. Se la storia va così è un regresso assurdo, una beffa.


Quaderno di traduzione 72. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 17 Dicembre 2016 09:16

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Routes de campagne


Nos villages sont ainsi faits : au bout de la rue, se trouve la campagne. En réalité, après l'expansion urbaine des cinquante dernières années, il faut faire un peu de chemin pour la trouver, parce que les voies bordées de maisons qui y mènent se sont allongées ; en compensation les villages semblent s'être rapprochés et il est rare de parcourir plus de dix kilomètres de l'un à l'autre. Ces voies de communication sont les plus empruntées, les autos y passent à toute vitesse directement vers leur destination. Quand on désire se promener, il convient de les délaisser pour prendre une route latérale, une de ces routes de campagne presque toujours bien asphaltées qui mènent au village voisin par un itinéraire de quelques kilomètres en zigzag à travers les champs, ou qui se perdent subitement dans une oliveraie désolée, ou encore qui débouchent sur une route provinciale ou nationale. Le long de ces chemins de traverse, dans la journée, on rencontre surtout des paysans qui vont et viennent en voiture dans la campagne, là où ils possèdent un bout de terre et une maison. Il faudrait les arrêter et s'informer auprès d'eux à propos de ces routes secondaires qu'ils sillonnent chaque jour ; je suis sûr qu'il s'en retrouverait de fort belles, du moins si l'habitude ne leur a pas ôté la mémoire.



L'Ara et ses alentours


À Corigliano d'Otrante, le village de ma mère, derrière le terrain de sport municipal, il existe une de ces petites routes, la via della Melelea, que je connais depuis ma tendre enfance. Son nom n'est écrit nulle part, mais je l'ai entendu citer à plusieurs reprises par ma mère et ma famille de Corigliano, qui désignaient ainsi la propriété d'un cousin du côté de mon grand-père, la Melelea, à laquelle cette route donnait accès. S'y ajoute le fait que mon grand-père lui aussi possédait une petite partie de la Melelea, – divisée depuis en quatre petites bandes de terre délimitées par des murs, témoignages du partage entre les enfants à la suite de l'héritage – un champ appelé Ara, parce qu'en son centre, trente centimètres au-dessus du niveau de la terre cultivée, avait été construite une aire (en latin ara), où l'on battait le grain et où l'on s'adonnait à d'autres activités, je ne saurais plus dire lesquelles. Il y a quelques années, le fils qui avait hérité de la partie du champ avec l'aire, a abattu le noyer au beau feuillage qui avait poussé à proximité, parce qu'il ne donnait plus de bonnes noix. C'est sur cette aire ombragée, faite de grosses pierres équarries et entourée d'un muret, que nous passions le lundi de Pâques à manger et à boire plus encore que la veille. Le dimanche de Pâques, en effet, on l'avait fêté chez mes grands-parents et à peine avions-nous eu le temps de digérer que déjà le lundi nous obligeait à une nouvelle épreuve alimentaire. J'ai toujours une photographie de toute la famille prise un lundi de Pâques, avec ma mère debout sur un muret, un verre de vin à la main, immortalisée au moment de le porter aux lèvres et semblant dire : « À la santé de tout le monde ! » Cela avait lieu avant la mort de mon grand-père. Après sa disparition, je ne me souviens pas qu'il y ait encore eu de telles réunions à l'Ara. Mon père ne nous accompagnait pas, car la poliomyélite dont il souffrait aux membres inférieurs ne lui permettait pas de rejoindre l'aire ni de se déplacer commodément dans le champ. Ma sœur et moi nous nous entendions bien avec deux cousines de notre âge. Ainsi, quand nous n'en pouvions plus de manger et d'écouter les plaisanteries des plus grands, nous demandions à nos parents la permission de nous rendre dans le bosquet de chênes verts à moins de cinq cents mètres de l'Ara. Comme tout était permis ce jour-là et que se respirait un parfum de liberté, nous nous aventurions dans le bosquet où nous pouvions courir et jouer à scundarieddhi (à cache-cache).


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Vie traverse 5. La via de lu Duca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 13 Dicembre 2016 06:54

Riposo pomeridiano

Tornato da scuola, dopo pranzo, mi stendo sulla poltrona riservata alla pennichella pomeridiana, mi tolgo gli occhiali, e chiudo gli occhi per far riposare la mente. Ripenso a tante cose avvenute a scuola e ascolto i rumori che vengono dalla strada. Poi imbrocco pensieri insensati che mi trasportano nell’incoscienza ristoratrice di un sonno breve, ma intenso e liberatorio.

Nei giorni di tramontana, il vento infila nella mia strada un rumore che proviene da molto lontano, sei o sette chilometri in linea d’aria, il rumore degli aerei che partono dall’aeroporto militare per le esercitazioni sui cieli del Salento. Nell’aeroporto di Galatina, infatti, ha la sua base una scuola di volo, dove si addestrano i piloti dell’aeronautica militare italiana. Quando il vento soffia forte, allora il rombo dei motori giunge più intenso, ma non è mai molto fastidioso perché diventa una specie di musicale rincalzo dello stormire del vento tra gli alberi dei giardini e tra le case. Insomma, a me non dà per nulla fastidio, anzi, mi richiama alla visione dell’aperta campagna dove hanno costruito le lunghe piste dell’aeroporto.

Ieri, dopo pranzo, mentre stavo riposando nel modo che ho detto, mi è venuto il desiderio di rivisitare quei luoghi, dove noi ragazzi ci spingevamo con le biciclette e poi con i motorini per vedere il decollo o l’atterraggio degli aerei da guerra. Così, riaperti gli occhi, e inforcati gli occhiali, ho detto a Giulia che mi sarebbe piaciuto mostrarle il campo di aviazione e gli aerei che facevano tutto quel rumore.

- Quale rumore, papa?

- Ma come, non ci hai fatto caso? Il rumore che proviene dall’aeroporto!

Giulia non ci aveva fatto caso, pur sentendolo bene, perché lo aveva incluso nel normale rumore della città quando tira un po’ di vento da nord. E così abbiamo indossato le nostre giacche a vento e con lo scooter siamo partiti alla volta dell’aeroporto.


Segreti della campagna

Avere la tramontana nel mese di novembre è davvero un caso fortunato. Novembre qui è il mese delle piogge portate perlopiù dallo scirocco, un vento caldo che fa ingrossare nei campi le cicorie e i finocchi. Invece, la tramontana fredda serve per ingrossare le rape, che altrimenti marciscono. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la campagna cambia aspetto: le vigne cedono il terreno agli olivi e questi alle colture stagionali. Ci sono mille case coloniche, molte ben costruite, tutte proprietà degli abitanti del luogo, che d’estate vi trascorrono la villeggiatura, e rimangono in campagna fino ad ottobre. A Galatina questa contrada viene designata con l’espressione la via de lu Duca, perché porta dritto a una masseria che si dice sia stata proprietà di un Duca, molti e molti anni fa. E si racconta che vi sia un passaggio segreto sotterraneo che parte dal castello di Galatina e giunge fino a questa masseria, un passaggio fatto costruire dal predetto Duca che aveva voluto tutelarsi con una via di fuga da eventuali aggressori. Naturalmente questo cunicolo non è mai stato trovato, ma di esso è rimasta traccia nell’immaginario popolare, sicché ancor oggi io non riesco ad imboccare la via de lu Duca senza rievocare dentro di me questa storia che mi è stata raccontata sin da quando ero ragazzo. Naturalmente, ieri, essendo in compagnia di Giulia, ho pensato ad alta voce, e le ho raccontato questa storiella, suscitando il suo interesse e la sua curiosità. Ha voluto a tutti i costi che la portassi alla masseria de lu Duca, dove certamente avremmo trovato l’uscita del passaggio segreto.

Per arrivarci, bisognava passare da una villa, sulla quale voglio ora dire qualcosa. L’interesse mio per questa villa riguarda un tempo ormai passato –parlo di almeno venticinque anni fa-, quando per caso, in una delle nostre scorribande, scoprimmo che nel retro di essa vi era un campo da tennis ricoperto di asfalto. Non seppi mai a chi appartenesse quella villa, ma è certo che il proprietario non se ne curava, perché il suo stato d’abbandono era palese a chiunque, passando, avesse voltato lo sguardo in quella direzione. Quando ero ragazzo, e si veniva in bicicletta, e poi, un po’ più grandicelli, coi motorini, la villa abbandonata era un ottimo luogo per fermarsi a riposare, poiché si trovava (e si trova tuttora) proprio a metà strada tra l’abitato di Galatina e l’aeroporto, poco lontana dalla la masseria de lu Duca. Io e i miei amici non giocavamo a tennis, non era il nostro sport. Noi giocavamo al pallone, e basta. Ma fermarsi in quella villa abbandonata era diventata per noi una consuetudine, poiché al gusto dell’infrazione -infatti, scavalcando il basso muro di cinta e facendoci un varco nella siepe di pino, violavamo una proprietà privata- si univa la certezza dell’impunità, tanto era chiaro a tutti che nessuno da anni aveva più visitato quella casa. D’inverno, nel giardino c’erano mandarini e aranci che, sebbene nessuno da anni li avesse più potati, davano ancora frutto e noi ne approfittavamo per mangiarne a sazietà. Poi riprendevamo a pedalare verso le piste dell’aeroporto con le tasche piene e fieri della nostra audacia.

Una volta ci portai una mia compagna di scuola, la stessa con cui qualche volta marinavo la scuola, a cui avevo chiesto di insegnarmi a giocare a tennis. Lei mi aveva risposto che con poche lire potevamo prenotare il campo al Tennis club, ma a me piaceva l’idea di portare la mia compagna in quella villa disabitata e di giocare con lei in quel campo da tennis abbandonato, non altrove. Alla fine lei acconsentì e così, armati di palle e racchette, un pomeriggio di non so più che stagione, a bordo della sua vespa bianca, prendemmo la via de lu Duca.

Come avrei potuto raccontare a Giulia queste cose? Non le ho detto niente, perché non avrebbe capito come mai alla mia compagna di scuola avevo chiesto di insegnarmi il gioco del tennis in un luogo così fuori mano e in un campo molto più lontano del Tennis club, dove ogni galatinese di buona famiglia impara a giocare servendosi anche di istruttori specializzati; avrei dovuto spiegarle, inoltre, perché con la mia compagna di scuola facemmo quell’unica partita: diceva che svisavo la palla, la colpivo di striscio per imprimerle un effetto che e lei non piaceva perché la metteva in difficoltà e che questo era tipico dei principianti; e aggiungeva che si gioca meglio su un campo di terra battuta, come quelli che si possono affittare al Tennis Club, piuttosto che in un campo asfaltato dove la palla rimbalza male. A quel tempo a me piaceva svisare e mi piacevano le piccole infrazioni, ero fatto così.

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