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Il taccuino di Gigi 6. L'al di là di Montaigne PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 08 Dicembre 2016 21:39

[“Il Galatino” anno XLIX n. 19 del 25 novembre 2016, p. 6]

 

Una spigolatura nell’opera di Montaigne, nei celebri e celebrati Essais, consente di soffermarsi proficuamente su osservazioni che forse senza lo stimolo della lettura di quell’opera non avremmo mai fatto. Di che cosa si tratta? È presto detto: Montaigne ci intrattiene sull’al di là. Detta così, la cosa può risultare poco attraente. Vediamo a distanza ravvicinata e intanto leggiamo un breve saggio (et pour cause!) :«Noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là. Il timore, il desiderio, la speranza ci lanciano verso l’avvenire e ci tolgono il sentimento e la considerazione di ciò che è per intrattenerci su ciò che sarà quando appunto noi non saremo più» (Essais, libro I, cap. III).

L’al di là, o quello che così chiamiamo e che in tanti modi fantastici si configura, è un argomento che ci fa toccare, almeno toccare, la soglia di un mondo sconosciuto ed inquietante. Rassicuriamo subito il lettore, non di fare un salto in un oltremondo quale che sia ci parlano le pagine di Montaigne, ma di un di qua inquietante moderatamente, che è al di qua di ogni “invito” al mistero. In questo caso, infatti, il mistero siamo noi.

Montaigne ci ricorda una situazione generale: noi siamo sempre al di là di noi stessi, continuamente protesi verso quel che sarà; affacciati, si può dire, ai balconi dell’avvenire.

Il desiderio, la speranza, l’attesa del futuro sono tutti motivi presenti in quello che pensiamo o facciamo nelle nostre giornate. Siamo, si può dire, nell’ambito del sentimento di ciò che sarà, o potrà essere, in una tensione continua verso quel di là che, a seconda dei casi, potrà apparirci desiderabile oppure vagamente pauroso.  C’è qualcosa in questo nostro atteggiamento o in questa nostra (istintiva?)  scelta di ciò che corrode ogni progetto, ciò che spesso rende vano il nostro stesso agire e che dirotta la nostra attenzione verso un traguardo ingannevole. Troppo presi da quel di là che la mente ci presenta con l’urgenza della quotidianità, ci viene sottratta la possibilità di rivolgerci alla considerazione di paesaggi interiori più ampi, spogli di quell’urgenza che gli affanni della nostra giornata consueta ci fanno vedere come più importanti.

La considerazione troppo esclusiva del di là, insinua Montaigne, ci impedisce di tenere nel debito conto ciò che al presente sfugge: l’avvenire. La considerazione di esso toglie i puntelli alla costruzione che stiamo realizzando e ce ne mostra la debolezza. L’avvenire è una costruzione dai puntelli malsicuri e rende futile ogni discorso su ciò che sarà quando noi non saremo più.

Avrà ragione Montaigne  di distoglierci da un’osservazione a vuoto dell’ al di là?


Vie traverse 4. Lu ruttu de la vora PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 07 Dicembre 2016 18:04

Risveglio

La cosa più bella che ti possa capitare dopo tre giorni di pioggia battente è svegliarti in un mattino di domenica, che sai di non dover andare a scuola e puoi uscire e andare dove ti pare. Giulia, appena le ho proposto di andare a visitare i laghetti che si erano formati nelle campagne qui intorno, con gli occhi ancora chiusi ha detto che si sarebbe vestita in un battibaleno, e così è stato. Nella sua mente si deve essere verificata come una inondazione che l’ha svegliata di colpo, lei che ogni mattina deve essere tirata giù dal letto con mille stratagemmi e precauzioni.

Il sole c’era e non c’era, entrava e usciva dalle nubi ancora nere in una indecisione meteorologica più apparente che reale: lo scirocco teneva duro. Ma come avrebbe potuto continuare a piovere dopo tre giorni di pioggia battente, senza far sorgere il sospetto che si stesse preparando un nuovo diluvio universale? Abbiamo optato per l’auto, spinti anche dalle insistenze di Ornella, che non ci avrebbe lasciati partire in scooter con un tempo così incerto. In un canto del garage, lo scooter si sarebbe rassegnato ad attendere tempi migliori.

 

Visione della campagna dopo la pioggia

Era come dicevo io. Appena fuori dell’abitato, i campi di cicorie, di rape e di finocchi erano completamente sommersi dalle acque che lasciavano vedere solo le cime più alte d’un verde smorto sopra una distesa di fanghiglia grigia. Le vigne ancora frondose, sebbene ormai private del loro frutto, erano allagate; gli olivi, perso ormai il loro carico strappato dal vento e sommerso dalle acque, sembravano simili a salici piangenti sul greto di un lago; tutta la campagna costituiva uno spettacolo ch’io ricordavo, per averlo visto tante volte da piccolo, e che ora mi piaceva riproporre a Giulia, per vedere l’effetto nei suoi occhi di bambina vissuta altrove. E Giulia era veramente stupita da quel mare venuto giù dal cielo in pochi giorni, portato dal vento umido di scirocco, e giurava di non aver mai visto nulla di simile in via sua, lei che pure aveva spesso passeggiato sulle rive dei laghi del Nord Italia.

Fa uno strano effetto rivedere i luoghi che si sono percorsi a piedi o dove lo sguardo si è posato sulla terra arida dell’estate, rivederli in autunno, nel tempo delle piogge; lo stesso effetto straniante di una foto ritoccata al computer, da cui siano scomparsi tutti i particolari, tutti gli “errori”, che la rendevano caratteristica e unica. Nel paesaggio della campagna era venuto a mancare soprattutto il colore della terra, come annullato da un pittore scrupoloso, che avesse passato pennellate d’un grigio indistinto tra i filari degli alberi e degli ortaggi.

 

La vora di Noha

Il luogo dove la massa d’acqua aveva costituito un vero e proprio laghetto era quello dove meno mi sarei aspettato di trovare un simile sconvolgimento della campagna: la vora di Noha. Ci siamo fermati sul ciglio della strada su cui si frangevano senza forza le increspature dell’acqua sollevata dal vento di scirocco, attirati da uno stuolo di persone intente a commentare il fenomeno nuovo. Ma come, la vora di Noha, che aveva sempre inghiottito mari interi d’acqua piovana, portando verso luoghi lontani e sconosciuti tutto quello che le precipitava in gola, come era possibile che si fosse all’improvviso saziata e avesse smesso di fare il suo lavoro? In lontananza, il luogo preciso dove un tempo la vora si apriva, era solo visibile per alcuni pilastri di cemento che la delimitano, cinti da una rete metallica che ne impedisce l’accesso. Giulia voleva sapere tutto della vora di Noha, soprattutto voleva sapere dove andava a finire la massa d’acqua che la vora inghiottiva; ma io non potevo accontentarla, perché non lo sapevo; e allora abbiamo interrogato un uomo anziano, che era lì, insieme agli altri, stupito anche lui per quel mare di acqua e fango, ed anche un po’ indignato. Ci ha detto che abitava lì vicino ed era preoccupato per la sua casa, perché un altro giorno di pioggia e la sua casa sarebbe sommersa; che la vora un tempo era efficacissima nel periodo delle piogge, quando si sentiva un rutto continuo e prolungato, lu ruttu de la vora –ha detto – era il segno che tutto andava bene e che se anche l’oceano le si fosse riversato nella gola dal cielo, la vora l’avrebbe ingoiato ed espulso; che forse – anche lui era incerto – la vora sfociava come un fiume sotterraneo dalle parti di Galatone, a dieci chilometri di distanza, o forse anche direttamente in mare, sotto qualche scoglio sommerso lungo la costa, dalle parti di Santa Maria al Bagno; ora l’avevano chiusa, ovvero ne avevano rimpicciolito la bocca con colate di cemento a tal punto che le frasche avevano fatto il resto, come accade nei fiumi, dove i castori sono capaci con i rami degli alberi di costruire una diga che ne devia il corso; insomma, -concludeva – bisogna stare attenti quando si vota, perché non si può votare per chi non sa cosa sia una vora e non ne ha mai sentito il rutto.

 

Sul Canale dell’Asso

Giulia voleva subito andare a vedere il luogo dove sfocia la vora, ma io le ho fatto notare che, se la vora non inghiottiva più nulla, era chiaro che neppure sfociava in nessun luogo. Allora, siamo risaliti in macchina e ci siamo avviati verso il Canale dell’Asso, che dopo tutte le piogge dei giorni precedenti avrebbe dovuto essere pieno d’acqua. Gliel’ho indicato dalla strada, da dove è facile vederne la sua linea sinuosa che si snoda tra i poderi, accompagnata da un corteggio di alte canne. Le hanno piantate apposta sul terrapieno che fa da argine, perché le radici della canne trattengono la terra e non lasciano che le acque la portino via. Ogni tanto la strada asfaltata incrocia il canale, e gli passa sopra. Basta fermarsi, dunque, su un piccolo viadotto per vedere il corso del canale. Siamo scesi dalla macchina e ci siamo affacciati al guard rail: nel fondo oscuro del canale, dove le fronde delle canne non lasciavano passare la luce, si vedevano a malapena trenta centimetri d’acqua corrente, non di più. Le acque, dunque, si stavano ritirando. Ma in qualche punto l’acqua aveva superato l’argine e si era diffusa nella campagna, mentre altrove, all’interno del canale, l’erba schiacciata dalla furia delle acque segnava l’alto livello raggiunto dalla corrente.

Giulia voleva sapere che fine avessero fatto gli animali del canale. Non è affatto un luogo comune che i bambini ci mettono spesso davanti alla nostra ignoranza. Infatti, che cosa ne sapevo della fauna del luogo? Ho inventato, cercando di attenermi ad una certa verosimiglianza: ho detto che nel canale vivono rane e rospi, che certamente si erano salvati nelle loro case acquatiche, protetti dietro un anfratto di pietra; che uccelli acquatici non ce n’erano neanche a pagarli, come più volte ci aveva spiegato nonno Nino, che era stato cacciatore e se ne intendeva, e che tutt’al più ci poteva essere qualche tana di volpe, che si era certamente messa in salvo con i suoi cuccioli nell’imminenza dei temporali; e poi piccoli roditori, topolini e talpe, anche loro, come tutti gli animali, capaci di trovare un riparo contro la pioggia e le inondazioni. A un certo punto, mentre mi diffondevo in queste considerazioni, Giulia ha fatto un’osservazione molto veritiera. “Ci hai fatto caso, papà, che nel cielo non ci sono più uccelli!”. Di sicuro stava ripetendo una frase pronunciata spesso da nonno Nino che si lamenta sempre di questa assenza nei cieli della sua campagna (dove ha un piccolo fondo che ha piantato ad alberi da frutto), accompagnando le sue querimonie con tutto un repertorio di affermazione contro coloro che accusano i cacciatori di aver fatto strage di uccelli; quando, invece, la colpa è dei contadini che, usando senza misura diserbanti e pesticidi, non solo hanno ucciso gli animali, ma hanno anche avvelenato le falde acquifere, tanto che i pozzi ai quali bevevano bestie e cristiani quando lui era giovane – quant’era fresca quell’acqua! - ora raccolgono solo acqua piena di stafilococchi, quando va bene, e di mille sostanza chimiche che la rendono imbevibile.

In effetti, sul pantano della campagna allagata, non fosse stato per le nuvole in movimento, il cielo sarebbe apparso privo di vita. Solo qualche gazza ferma su un cavo della luce o sul ramo di un albero, col suo cra-cra richiamava la nostra attenzione, prima di spiccare il volo lontano dalla strada.

All’improvviso, ecco lo scoppio d’un fucile, a poca distanza da noi. “Hai visto, papà, non si è sollevato neppure un uccello!”. Giulia parlava come chi avesse trovato la prova del suo ragionamento, quando invece, anche stavolta, non faceva che ripetere una frase con cui nonno Nino giustifica la sua rinuncia alla caccia, a cui si è rassegnato già molti anni fa. Così, quando meno te l’aspetti, i bambini dimostrano di essere molto attenti alle parole dei più anziani, con gli occhi dei quali guardano più degli adulti alla realtà delle cose. Era vero, solo alcune gazze si erano levate in volo allo scoppio del fucile; e si sa che nessun cacciatore ha mai sparato alle gazze, se non per provare l’efficacia di una cartuccia.

 

Ritorno a casa

Ricominciava a piovigginare, a ’nziddhacare, come diciamo noi, ed era opportuno rientrare in macchina e portarsi verso casa. Sulla via del ritorno, alle prime case del paese, Giulia mi ha indicato la cupola del circo che da qualche giorno si era attendato in uno spiazzo della periferia. Allora, abbiamo fatto una piccola sosta davanti al campo, dove erano parcheggiati i camion delle bestie feroci e Giulia ha potuto sgranare gli occhi alla vista di due tigri rinchiuse dietro spesse sbarre di ferro. Una se ne stava immobile, distesa, e sembrava dormire, l’altra era un po’ inquieta e girava su se stessa come un cane che si morde la coda. “E se scappassero?” ha detto Giulia. “Speriamo proprio di no!” le ho risposto, considerando la mole e le fauci. Intanto cominciava a piovere più intensamente e un clown si dava da fare per chiudere le imposte del camion perché le bestie non si bagnassero. Sarebbero rimaste al buio, almeno nel tempo della pioggia. Anche a noi non rimaneva che tapparci in casa e aspettare l’arrivo della tramontana.

[2004]


Lezione di Patrizia Barone, I livelli essenziali di assistenza (LEA) sanitaria PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Lunedì 05 Dicembre 2016 20:50

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 2 dicembre 2016

 

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Parole che fanno male alle donne PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 05 Dicembre 2016 07:23

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa puntata e nella prossima ci occuperemo di parole molto usate ai nostri giorni e del valore che alle stesse attribuiamo.

Spunto di partenza. La scorsa settimana, venerdì 25 novembre, si è tenuta la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con questa iniziativa governi e organizzazioni di tutto il mondo sono sollecitati a promuovere attività in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle violenza contro le donne. La data è simbolica, ricorda il brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, che  pagarono con la vita la loro opposizione al regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, gettate in un precipizio a bordo della loro auto per simulare un incidente.

Il giorno prima della giornata contro la violenza, giovedì 24 novembre, in non casuale coincidenza, Laura Boldrini, Presidente della camera dei Deputati, ha messo un post su Facebook per mostrare alcuni degli insulti e delle minacce ricevuti nell’ultimo mese. Una caterva impressionante, in un sol mese. Messaggi terribili come questi: «Ma mai nessuno l’ammazza a sta terrorista»; «Per Natale voglio stare chiuso in una stanza con te, soli, tu ed io. Solo noi e la mia accetta. Partirei con il taglio delle mani». E insulti a sfondo sessuale.

Il fenomeno richiede attenzione, non si tratta di un caso isolato. I social network traboccano di volgarità, di espressioni violente e di minacce con riferimenti sessuali. La Presidente della Camera ha fatto benissimo a denunziare questi messaggi indicandone anche il mittente, chi si esprime in modo così squallido deve essere identificato e richiamato alle proprie responsabilità.

La rete è un mezzo meraviglioso, una miniera praticamente inesauribile di informazioni e riflessioni. Ma attenzione. Non sempre le informazioni che vi circolano sono attendibili, spesso si tratta di vere e proprie falsità, magari messe in giro ad arte. «Non è vero ma ci credo – Vita, morte e miracoli di una falsa notizia» è il titolo del convegno che si è svolto il 29 novembre nella Sala della Lupa di Montecitorio. Morale: verificare sempre, fa bene all’intelligenza e alla democrazia. La rete a volte può rivelarsi terribile, vi circola un’enorme quantità di «parole per ferire» (così le definisce Tullio De Mauro nell’«Internazionale» del 27 settembre 2016), «parole, parolacce e paroline» usate nella lingua di tutti i giorni, attraverso le quali vengono veicolate intolleranza, discriminazione e odio. Diventa un vero strumento di tortura, sono numerosi i suicidi di persone che non resistono alla pressione moltiplicata del mezzo e alla violenza estrema che vi circola. Di fronte a problemi così complessi in molti invocano interventi legislativi. «Cosa aspettiamo a mettere un freno, anche legale, a questo stupidario minaccioso e insolente?» reclama Dacia Maraini sul «Corriere della Sera» del 26 novembre. È giusto, non possiamo far finta di niente, dobbiamo far qualcosa. Anche la lingua può fare la sua parte, l’uso adeguato del lessico conta moltissimo.

Una parola non più tanto nuova, impiantatasi nella lingua da una decina d’anni per indicare qualcosa che accade da sempre e che oggi si ripete spessissimo, è femminicidio. Significa l’ ‘uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Così dicono i vocabolari: i vocabolari sono preziosi, ci insegnano moltissime cose, se sappiamo interrogarli. Un collega intelligente mi ha chiesto: perché inventare una nuova parola, non basterebbe omicidio, una parola che già esiste e che tutti conoscono? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano indica l’uccisione di una o più persone. E quindi la parola omicidio può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini.

Il dubbio è legittimo. Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile? La risposta, anche in questo caso viene dai vocabolari. La voce femmina viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo spregiativo, la soluzione è lì. Anche ai piani alti della letteratura: «Femina è cosa mobil per natura» afferma Petrarca, 183 12, per la verità con accezione più negativa che spregiativa, riprendendo un luogo comune secolare che rimonta a Virgilio, Eneide IV 569: «mutabile semper femina». Chi userebbe la parola femmina per definire la propria moglie, la propria madre, la propria sorella o la propria figlia? Nei dialetti meridionali malafemmina indica una donna di facili costumi, ricordate la notissima canzone napoletana Malafemmena scritta e musicata da Totò (1951) e il film collegato Totò, Peppina e la malafemmina di qualche anno dopo (1956). Il femminicidio, l’assassinio della femmina, indica il delitto  commesso da chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se la donna si rifiuta, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca che nasce da un atteggiamento culturale ributtante.

Quando in una società si generano forme mostruose di sopraffazione e di violenza è opportuno inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. Non si tratta di una parola inutile o in più: l’invenzione del neologismo indica un rovesciamento di prospettiva rispetto al sentire di alcuni, costituisce una fondamentale precisazione culturale e morale, chiarisce le implicazioni etiche collegate. E quindi è giusto usare femminicidio, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola femminicidio; il generico omicidio risulterebbe troppo blando.

Torniamo all’episodio di partenza, alla denunzia pubblica fatta dalla Presidente della Camera. Insulti e allusioni malevole purtroppo non sono esclusiva di alcuni imbecilli che approfittano della copertura che la rete fornisce per dare sfogo alla propria violenza malata. È bellissima la raffigurazione che Maurizio Crozza fa dell’odiatore telematico di professione, che insulta chiunque gli capiti a tiro informatico e così dà sfogo alle sue frustrazioni. Non sono immuni da questa attività personaggi pubblici dimentichi del proprio ruolo, forse alla ricerca di facili consensi elettorali, più presunti che reali (credo a elettori più saggi e probi dei loro rappresentanti). Circa 3 anni fa Beppe Grillo postava sul suo profilo Facebook con finta ingenuità la seguente domanda: «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?». Le risposte dei seguaci non si fecero attendere: moltissimi gli insulti (spesso a sfondo sessuale), i suggerimenti alla violenza, le frasi di scherno. Più recentemente Matteo Salvini  ha così commentato l’arrivo sulla scena di una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia già stata esibita...». Di fronte alle critiche, Salvini ha confermato il suo atteggiamento e non si è scusato («anzi è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani»). Su Facebook  ha scritto: «Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!» con tanto di foto e sopra la scritta «#sgonfialaboldrini». Ancora la rete come facile mezzo per offendere.

Sta a noi compiere scelte linguistiche adeguate, usare la lingua per argomentare e per difendere le proprie ragioni puntando sul convincimento e non sull’irrisione o sulla sopraffazione. Ovviamente l’uso corretto e moderato della lingua non può impedire la violenza che attraversa la società. Ma può favorire la presa di coscienza dei comportamenti collettivi e, in una certa misura, contribuire al miglioramento della società.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Presentazione di Marco Leone, Sul Barocco in Italia. Dieci capitoli di storia letteraria PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Sabato 03 Dicembre 2016 10:47

A cura di Gianluca Virgilio

 

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L’Osceno del villaggio: forma e contenuto PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Franco Melissano   
Giovedì 01 Dicembre 2016 18:45

Ne L’Osceno del villaggio, raccolta di articoli già apparsi su diverse testate giornalistiche e blog pubblicata quest’anno da Paolo Vincenti per i tipi della ArgoMenti Edizioni, il contenuto si sposa magnificamente con la forma prescelta.

Non si intende qui fare riferimento allo stile giornalistico utilizzato, giacché la stessa natura di quegli scritti lo imponeva necessariamente. D’altra parte Vincenti lo dichiara apertis verbis, sebbene sempre con il solito taglio ironico che lo caratterizza, allorquando in L’Oscena Italia gioca a più riprese con la preoccupazione, tipicamente giornalistica, delle “battute, spazi inclusi”.

La forma qui è data, invece, soprattutto dal linguaggio con il quale Vincenti tesse la trama dei vari pezzi.

Un linguaggio moderno, giovanile, a volte molto vicino a quello in uso nei mass-media e nel mondo della musica leggera, soprattutto dei cantautori. Non è un caso che più di un esergo sia tratto da canzoni di Dalla, Venditti, Vecchioni, Ligabue eccetera.

Molti neologismi derivano dal linguaggio dei giovani. Ad esempio, parlando dei cine-panettone e dei Vanzina, Vincenti ne mette in risalto il “loro portato di flatulenze, rutti, sbroccamenti e volgarità varie”. Ecco. Sbroccamento - termine romanesco, che sta per perdita totale di ogni controllo – è chiaramente mutuato dal linguaggio giovanile.

Non possono sfuggire i numerosi forestierismi: francesismi, ma soprattutto anglismi. Vincenti li usa con grande naturalezza e scioltezza, persino quando forse si potrebbe utilizzare il corrispondente termine italiano. Ma ciò egli fa sempre con naturalezza, senza snobismi intellettuali di sorta.

Anche qui un solo esempio: a proposito dei ragazzi di oggi che riescono a pronosticare molto rapidamente se un film gli piacerà oppure no, scrive che essi riescono a farlo dal “primo frame”. Non dalla prima immagine. No. Dal primo frame.

Spesso ricorrono delle forme volutamente popolari o comunque dell’uso corrente. Così ad esempio “Euri” al posto del più paludato “Euro” (maschile invariabile). Non mancano alcuni toscanismi. Parlando di un pubblico scaltrito, scafato, non facile da raggirare, ci imbattiamo nell’espressione “non certo facile da imbecherare”.

Tuttavia, l’uso di questi termini moderni, frizzanti, vivaci non impedisce a Paolo Vincenti il ricorso alla citazione culta. E così con nonchalance, senza citarlo espressamente, egli richiama l’Orazio dell’Ars Poetica (“in tema di utile dulci”); oppure apre il toccante ricordo del compianto Sergio Torsello con l’acronimo R.I.P. (Requiescat in pace).

La robusta cultura classica dell’Autore emerge prepotentemente, contribuendo ad arricchire ulteriormente un linguaggio estremamente articolato, composito, variegato, sempre piacevole ed accattivante.

 

Altre volte invece le citazioni sono esplicite. Il lettore ne troverà a bizzeffe: da Dante ad Ungaretti, da Dione Crisostomo all’Apocalisse di Giovanni, da Breton a Corrado Guzzanti e Pippo Baudo, tutti sono citati con estrema naturalezza all’interno di un discorso asciutto, rapido, essenziale.

Quanto ai contenuti occorre premettere che Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro. E questa sua tendenza a contrastare sempre, immancabilmente, l’opinione dominante, ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali. Come quando, ad esempio, in Privilegi arriva a criticare papa Francesco per l’uso della Ford Fiesta o il Presidente Mattarella per il ricorso al treno.

Vincenti – uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita - si consente il lusso di scagliare i suoi strali in tutte le direzioni, contro tutto e contro tutti. E tuttavia lo fa sempre senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì “con il sorriso sulla bocca”, ritenendosi egli “un disimpegnato”.

E questo è vero, ma solo parzialmente; perché, se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente al cinismo.

Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) e la difesa della Grecia come gelosa salvaguardia della cultura e della civiltà occidentale, fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori (amore per la cultura, onestà, impegno nel lavoro e nella vita, coerenza, aspirazione ad una società migliore ecc.) che l’Autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno.

D’altra parte gli articoli che compongono l’antologia ben si possono definire di satira sociale e politica, e la satira, come insegna Giovenale, nasce sempre, immancabilmente da una potente reazione di sdegno, di profonda indignazione (Facit indignatio versum).

Il libro, arricchito dalle stupende vignette di Melanton, è estremamente interessante e si offre ad una lettura piacevole.


Vie traverse 3. Uscita di scuola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 30 Novembre 2016 19:16

Invidio certi genitori che arrivano davanti alla scuola dei loro figli all’ultimo minuto. La mia attesa di solito varia dal quarto d’ora ai cinque minuti, quanto basta per dare un’occhiata in giro. Volgo le spalle al Consorzio agrario, appoggio il piede al muro, sostenendomi sull’altro in equilibrio, e aspetto.

L’edificio scolastico elementare di epoca fascista mi si para davanti in tutta la sua lunghezza, con la fuga di finestre disposte su due piani e il balcone centrale sporgente che conferisce alla costruzione una certa monumentalità. Di fronte si aprono i giardini, piantati ad alberi di bella vista che svettano sopra un manto verde di prato inglese. Piazza Fortunato Cesari è la piazza novecentesca della città. Alla mia destra, la gran fabbrica della clinica San Francesco, davanti a me, la recinzione dei giardini. Quando fu che vennero rinchiusi, questi giardini? A diciott’anni stavamo ancora sul muretto semidiruto, ma buono per sederci sopra. A vent’anni c’era già una recinzione con tanto di alabarde: o dentro o fuori. E noi, che eravamo sul limitare, tutti fuori. D’accordo, bisognava bonificare la zona, impiantare i giochini dei bambini, salvaguardare le panchine dei vecchi, d’accordo. Ma io sto parlando di un’altra cosa, di quelli che si trasferirono in piazza Alighieri, distesi per terra, sporchi, allucinati, prima di essere portati via e rinchiusi in qualche comunità. Molti di loro, bisogna andare al cimitero per trovarli.

Lungo il muretto c’era una lunga siepe di pino profumato e ora mi sembra impossibile che ci passassimo dentro carponi come un treno in una galleria. L’ho letto da qualche parte o davvero durante i nostri giochi infantili una volta ho messo la mano su un pezzo di cacca? Negli anni mi sono convinto che i bambini si nascondessero lì dentro per fare i loro bisogni. I bagni pubblici erano troppo lontani e sporchi più che la terra, come oggi questi che hanno costruito nuovi, sempre rotti, del resto. Il leccio alto, fronzuto, era una casa spaziosa con una comoda scala che ti portava in alto, fin sulla cima, da cui potevi vedere in lontananza la chiesa madre quasi alla tua altezza. Mio Dio, combatto sempre, ogni giorno, ogni minuto, contro la nostalgia, contro tutte le nostalgie, le svenevoli nostalgie che ingombrano l’animo. Pertanto, so bene che tutto è destinato a passare, noi per primi, coi nostri affetti e tutto il nostro mondo, so bene quanto sia parassitario lo spirito di chi vive solo per ricordare. Pertanto, io non sono, io non voglio essere nostalgico! Però, come non rimpiangere le siepi di pittosporo, coi loro fiori bianchi di maggio, profumatissime più di un gelsomino. No, non mi lamento che ora tutto questo non ci sia più, mi limito a constatare come una diversa potatura dell’albero e l’idea fissa del prato inglese abbiano avuto il potere di rompere una scala naturale ben fatta e di travolgere una casa vegetale dove si svolgevano mille giochi, di schiantare una siepe che ti faceva innamorare, come se fosse intervenuta un’alluvione che porta via tutto senza chiedere il permesso a nessuno. Del resto, non sono contento di avere un parco giochi per i miei bambini, con tanti giochini diversi, tutti di plastica, tutti recanti il certificato di osservanza delle norme UE, che mi garantiscono che mai mia figlia potrà farsi male, almeno non giocando con quei giochini? Inoltre, ora l’albero è più bello, non ha più la forma di un ampio cespuglio che non conosce la sega del potatore, ma proprio quella di un albero, preciso preciso, con tanto di fusto che s’innalza sopra l’erbetta verdognola. D’estate, la si innaffi di notte, per cortesia!

Era proprio in quel luogo che facevamo le partite di pallone? La porta con un solo palo, il tronco d’una ghianda, e l’altro bisognava segnarlo con una pietra, che poi non si sapeva mai s’era goal oppure no! Era uno dei cento campetti cittadini. E tutti gli altri, dove sono finiti? Ai miei studenti devo assegnare una ricerca: prendi uno stradario della città, chiedi a tuo padre, o a tuo nonno, se tuo padre è troppo giovane, di cerchiare i luoghi dove ha giocato al pallone quand’era ragazzo. Fatti raccontare (e trascrivilo) un pomeriggio tipo trascorso in un campetto. Quindi fai le tue considerazioni personali. Triste memoria dei campetti, ricoperti da un’unica immensa colata di cemento! I miei studenti, poveri loro, pagano fior di euro per tirare calci al pallone!

Un vigile davanti a me disciplina il traffico qualche minuto prima del suono della campanella, quando alla spicciolata, poi tutti insieme come uno sciame di api attratte dai fiori, madri e padri si affrettano all’ingresso della scuola. La consegna del figlio al genitore da parte dell’insegnante avviene sul limitare del recinto scolastico, dove all’istituzione-scuola subentra l’istituzione-famiglia nella custodia del bambino. Il vigile fischia alla minima infrazione e nessuno può sgarrare d’un centimetro, tutti dentro le strisce azzurre, pure l’assessore che arriva con una macchina grande come un camion, così, giusto per garantirsi una certa visibilità. Sopra di noi, entro il recinto alabardato, s’aprono alti pini e radi. Chi si permetterebbe ora di tirare di fionda pallini di piombo colati di bocca misti a saliva nella sacca di pelle contro le tenere facetule? Lu Culetta io me lo ricordo ancora intendo all’operazione venatoria, ma come tutti i ricordi, rivederlo oggi con la freccia in mano sarebbe anacronistico. E poi, avrà i miei anni, dei figli come li ho io, chissà dove li manda a scuola?

Drinnnnnnn: escono i bimbi di scuola, con zaini tutti uguali, pesanti, goffi. Ho bisogno di guardare i visi delle mie bambine per riconoscerle: sono state a scuola di omologazione.

Poi, mentre andiamo verso l’auto, cominciano a litigare per chi salirà davanti: si strattonano, lavorando di gomito, mentre io cerco di dividerle e di metterle a tacere. Però, dentro di me penso che, in fondo, io e mia sorella, trent’anni fa, non eravamo poi così diversi. Andiamo a casa, è ora di pranzo. Poi, se ci andrà, faremo un giro in campagna.

[2006]


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 180 - (28 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 30 Novembre 2016 06:54

Il buon “maestro” deve insegnare a sognare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di  lunedì 28 ottobre 2016]

 

 

C’è una poesia del ligure Giuseppe Conte che si intitola “L’insegnante”, i cui ultimi versi dicono così: “Eri un ragazzo, non dimenticarlo/ il tuo sogno di allora/ e quanto di esso si è compiuto poi:/ potrai insegnare il sogno?”.

Forse il sogno non si può insegnare: quel sogno ad occhi aperti che proietta nel tempo un’immagine di sé, di come si vorrebbe essere, di cosa si vorrebbe pensare, di cosa si vorrebbe fare quando gli anni e le occasioni della vita offrono una qualche  possibilità, quando negli anni si cercano e si fabbricano giorno per giorno, ora per ora, con entusiasmo, con affanno, occasioni che diano possibilità per la vita.

Forse il sogno non si può insegnare. Oppure, forse, non si può insegnare altro che il sogno: non si può insegnare nient’altro che ad essere per poter fare, a costruirsi le possibilità, a darsi costantemente un senso, a dare costantemente un senso a tutto quello che s’impara, senza disperdere mai un solo frammento di sapere, una sola scaglia di qualsiasi disciplina.

Non si può insegnare altro che ad immaginare, a prefigurare il proprio essere nel tempo. A cos’altro può servire una disciplina, qualsiasi disciplina, se non a questo. A cos’altro può servire una poesia, per esempio, o un metodo per la soluzione di un problema, o il concetto di una filosofia, o la conoscenza di un contenuto di biologia; a cosa può servire la storia se non ad incamminarsi verso l’orizzonte con la conoscenza dell’umano da cui si proviene; a cosa può servire tutto il resto se non diventa l’acqua e il pane da mettere nella bisaccia per poter fare la strada che si ha da fare.

Se questo non è vero, se l’insegnamento non deve servire a dare quel che è indispensabile  per fare la strada, allora si può anche rinunciare ad insegnare il sogno. Se invece è vero che deve servire a dare al viandante l’acqua e il pane e l’alfabeto essenziale per interpretare i segni del cielo, le tracce sul terreno, la scrittura di un libro, allora non si può fare altro che insegnare il sogno.

Insegnare il sogno significa conformare un pensiero capace di pensarsi sempre al di là: oltre il tempo presente, fuori dallo spazio che si abita, diversi da come si è, con creature diverse da quelle che si conosce, in situazioni e condizioni differenti da quelle in cui ci si trova.

Insegnare il sogno significa esercitare il pensiero alla crescita. Significa anche abituarlo ad oltrevedere, a decodificare i segnali del presente in funzione di una prefigurazione del futuro.

Insegnare il sogno significa insegnare a disegnare paesaggi di futuro ed a pensarsi dentro quei paesaggi.

In questo processo di insegnamento che elabora visioni dell’essere in contesti a venire non c’è nulla di astratto. Al contrario, avviene attraverso la concretezza degli apprendimenti, la consistenza delle conoscenze.

L’insegnamento del sogno è semplicemente una formazione del pensiero alla previsione, al pre-vedere la realtà che sarà e la possibilità di collocarsi significativamente in quella realtà. Vuol dire insegnare a capire come sarà domani e come si potrà essere nel domani che sarà.

Insegnare il sogno significa insegnare a credere che si possano violare i propri confini, che si possano abolire i limiti, che si può scrutare al di là dell’orizzonte visibile; significa insegnare la necessità della continua esplorazione di territori nuovi, di saperi sconosciuti.

Ci sono sogni individuali e sogni collettivi: si deve insegnare ad avere ed a realizzare sia quelli individuali che quelli collettivi, perché hanno la stessa importanza, perché sono interdipendenti. I sogni collettivi sono l’integrazione e l’interazione di quelli individuali, per cui occorre cominciare dai primi, da quelli di  ciascuno. Occorre insegnare che molto spesso, quasi sempre, il pensiero contempla il possibile, che abbozza progetti realizzabili. Se poi i progetti abbozzati si traducono in opera compiuta, dipende quasi esclusivamente dalla passione e dalla disponibilità ad investire la propria esistenza per dare concretezza alla passione; dipende dalla conoscenza e dalla capacità di renderla funzionale alla realizzazione del sogno; dipende da quanto si è disposti a rinunciare all’immediato tornaconto, a sacrificare l’istante presente a vantaggio di quello futuro.

Ma sono i sogni collettivi che assumono la responsabilità nei confronti dell’evoluzione.

Tutte le civiltà, in fondo, provengono da un sogno. La democrazia proviene da un sogno, per esempio; lo sviluppo, il progresso hanno la stessa origine.

Non è un caso che il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington,  Martin Luther King abbia espresso una speranza di civiltà attraverso la metafora del sogno ripetuta otto volte nel discorso:  I have a dream.

Stava dicendo che le azioni, i processi di trasformazione, le conquiste dei diritti, si generano da un sogno.  Stava insegnando ad avere sogni di civiltà da realizzare.

D’altra parte, in qualsiasi situazione in cui c’è qualcuno che insegna e qualcuno che apprende, si rivela necessario, indispensabile, attribuire un senso profondo all’insegnare e all’apprendere. Il senso profondo non può consistere in una rappresentazione delle cose che sono. Sarebbe limitato, riduttivo, forse anche banale. Probabilmente la profondità di senso è determinata dalla possibilità che  la conoscenza consente di trasferirsi  nell’avvenire.

Quel bambino di sei anni, il ragazzino di dieci, l’uomo che ne ha venti, devono riuscire a comprendere verso quale condizione stanno andando.

Per poter comprendere bisogna avere la possibilità di confrontarsi con l’oggetto da comprendere: è necessario poter vedere, figurarsi una forma, rendersi prossima la conoscenza da conquistare.

La conoscenza è un costante approssimarsi a qualcosa nella consapevolezza che ogni conoscenza è sempre relativa e che qualsiasi conquista è, fortunatamente, sempre limitata.

Allora, probabilmente, insegnare il sogno significa dare a tutti ed a ciascuno  strumenti con i quali realizzare quelle forme di civiltà che  in un’aula di scuola vengono mostrate non come modelli del migliore dei mondi possibili ma come possibilità di   un mondo migliore di quello in cui si vive.

Forse alla domanda del verso della poesia di Giuseppe Conte si potrebbe rispondere proprio così: insegnando come si fa a costruire un mondo migliore di quello in cui si vive.


La lingua batte dove l’accento vuole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 29 Novembre 2016 06:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 27 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo agli interventi dei lettori, molti scrivono e mostrano interesse per i temi che trattiamo. Benissimo.

Diego Símini, che insegna Letteratura spagnola nella nostra università, fa un’osservazione che riguarda l’uso degli accenti nella lingua scritta. «In spagnolo la Real Academia ha da tempo dettato norme ortografiche che in pratica, se applicate (e in genere lo sono) tolgono al lettore ogni dubbio circa l’accentazione delle parole. In italiano invece solo il contesto o l’intuito consentono di disambiguare l’accentazione di parole come ancora (àncora ‘oggetto per ormeggiare l’imbarcazione’ ~ ancóra avverbio di tempo), nocciolo (nòcciolo ‘parte interna di certi frutti’ [es.: «il nòcciolo della ciliegia»] ~ nocciòlo ‘arbusto che produce le nocciole’), ecc. Inoltre si dà per scontato, senza segnalare, che regola, torrido siano con l’accento sulla prima sillaba, mentre la maggioranza delle parole italiane sono piane, con l’accento sulla penultima sillaba. Più difficile è la situazione dei nomi di luogo. Sulle carte geografiche a volte ci sono gli accenti, ma non sempre. Prima di arrivare a Lecce [Símini è toscano, insegna e vive nella nostra città da molti anni] avevo notato la vicinanza di Galatina e Galatone (leggendo, non sapevo che l’accento è diverso) e mi ero lasciato portare dall’idea che uno fosse diminutivo e l'altro accrescitivo di un ipotetico *Galata [???]. Ma i casi sono tanti. Parlando di toponimi, c’è una curiosità riguardante la loro traduzione. Le città importanti hanno nomi diversi a seconda delle lingue (Milano è Milan in francese e in inglese, Milán [con l’accento] in spagnolo, Mailand in tedesco) mentre i piccoli centri mantengono il nome originario. Mi piace citare alcuni curiosi spostamenti di accento: in spagnolo Ravènna si chiama Rávena, Brìndisi diventa Brindìsi».

La questione è complessa, lo capiamo meglio se paragoniamo la nostra lingua ad altre vicine. In altre lingue l’accento grafico fornisce una varietà di informazioni, per scopi differenti. Abbiamo visto prima la situazione dello spagnolo. Nel francese si pongono accenti differenti perfino in forme diverse dello stesso verbo: l’infinito régner ‘regnare’ ha l’accento acuto (per indicare che la vocale è chiusa) e il presente (je) règne ‘(io) regno’ ha l’accento grave (per indicare che la vocale è aperta).

L’italiano fa un uso più parco dell’accento, l’obbligo di segnarlo ricorre in un numero limitato di casi. L’accento deve essere segnato in fine di parola sui polisillabi tronchi (verrò, partirà) e su quei monosillabi che rischierebbero di confondersi con altre parole che si scrivono allo stesso modo (i linguisti dicono che sono omografe): è (verbo) ~ e (congiunzione), (indicativo di dare: «questa zanzara mi dà fastidio») ~ da (preposizione: «resto da solo»), (bevanda: «una tazza di tè») ~ te (pronome: «ascolto solo te»), ecc. La nostra lingua conosce tre tipi di accento: grave (ˋ), acuto (ˊ) e circonflesso (ˆ). Accento grave e acuto sono obbligatori, si usano il primo per indicare è ed ò aperte (caffè; mangiò), il secondo é ed ó chiuse (, perché; córso). Attenzione. Le vocali dell’italiano orale sono 7 non 5 (come comunemente si crede), ci sono due timbri di e (aperta e chiusa) e due timbri di o (aperta e chiusa); nello scritto si usano solo 5 segni grafici. Non si spaventino i salentini che parlando o ascoltando non sanno distinguere le vocali aperte dalle chiuse. La distinzione è tipica della Toscana, da lì è passata nel parlato standard, quello dei grandi attori di teatro (Albertazzi, Bene, Gassmann e altri). La distinzione toscana è sconosciuta ai parlanti di altre regioni (quelli del sud estremo, in particolare). Ma non è un impedimento grave. Nel parlato possiamo fare a meno della opposizione tra vocali aperte e vocali chiuse, la comunicazione passa ugualmente. Al contrario dell’accento grave e acuto, quello circonflesso non segnala un fatto fonico, è facoltativo, di impiego rarissimo e ormai desueto: nessuna grafia comporta l’accento circonflesso obbligatorio, chi lo usa lo fa per preferenza personale. Viene a volte usato nel plurale degli aggettivi e dei nomi in -io: un tempo si scriveva varî (o anche varii) come plurale di vario, principî (o anche principii) come plurale di principio (e serviva anche per distinguerlo da principi plurale di principe). Ma si tratta di grafie un po’ fuori moda, quasi nessuno le usa più. È normale. La lingua cambia nel tempo, cambiano uso e norma linguistica, ormai lo sappiamo.

Pur se mancano regole rigide, a volte si sente il bisogno di ricorrere all’accento per disambiguare le parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi: «i rimproveri possono essere benèfici» ~ «fare sport comporta benefìci fisici»; «queste è una lotta ìmpari» ~ «così impàri a tue spese!», «gli amici mi pàgano una birra» ~ «il mondo pagàno». Su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 6 novembre 2016, p. 3, trovo il titolo: «Taranto, 860 milioni in cassa. Il Patto volàno per la svolta. Secondo il report, il contratto con il governo inciderà sulla crescita». Sotto la foto del ponte girevole tarantino, la spiegazione: «Per Taranto è prevista una crescita annua del 2% sino al 2020, superiore a quella del 5,44% stimata per la provincia in quattro anni». Il titolo mette l’accento su volàno, qui usato in senso metaforico ‘elemento che può favorire lo sviluppo’, per distinguere questa parola dal verbo vólano: «gli uccelli vólano».

Le ambiguità aumentano quando si tratta di parole poco ricorrenti o poco conosciute, di città e stati lontani, di alcuni cognomi. Nel servizio di consulenza dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) Paolo D’Achille, che insegna a Roma 3, così risponde al quesito se si debba dire Ucràina o Ucraìna, ucràino o ucraìno (quasi mai nello scritto queste forme vengono accentate): «Molti si pongono questa domanda, specie dopo la grave crisi nei rapporti di questo Stato con la Russia. Del resto, non è che uno dei tanti problemi di accentazione dei polisillabi che affliggono o caratterizzano l’italiano di oggi (guaìna sarebbe più corretto di guàina e diàtriba di diatrìba, ma chi usa la forma corretta può facilmente passare per uno che sbaglia!) e che non di rado riguardano proprio i toponimi (Benàco pronunciato Bènaco, Belìce pronunciato Bèlice) Gli spostamenti dell’accento di parola sono in genere un tipico fattore dell'evoluzione delle lingue (noi diciamo cadére ma i latini dicevano càdere, diciamo rìdere e loro dicevano ridére). Per quanto riguarda i nostri due nomi (e aggettivi) va detto subito che oggi sono accettabili entrambe le pronunce, anche se la più corretta, a rigore, sarebbe quella in passato spesso ritenuta sbagliata, cioè quella con l’accento sulla i».

Oscillazioni sono frequenti. Sento pronunziare indifferentemente come Bìrago o Biràgo la via ove si trovano gli edifici del Dipartimento di Beni culturali del nostro Ateneo. L’intitolazione ricorda Dalmazio Birago, un aviatore alessandrino caduto ventisettenne nel cielo di Amba Alagi durante la guerra di Etiopia. Birago (con accento sulla à, Biràgh in dialetto) è una piccola località della Brianza ove nacque Giovanni Pietro Birago, miniatore lombardo che godette del favore di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari. In Salento la doppia pronunzia è giustificabile: la località lombarda, il miniatore rinascimentale, l’aviatore caduto in guerra sono piuttosto estranei alle conoscenze dei salentini, che non possono conoscere la storia di cognomi e di località così remoti.

Ma non sempre si tratta di scarsa conoscenza. Il cognome dell’attuale ministro dell’Economia viene pronunciato Pàdoan anziché Padoàn, come suggerisce l’etimologia (nasce da Padovano, in veneto Padoàn). Nei primi mesi di vita del governo Renzi alla televisione e alla radio le due pronunce (Pàdoan e Padoàn) si alternavano; ma ormai prevale decisamente la prima, perché è stata indicata come quella corretta dallo stesso interessato, la cui famiglia, di origine veneta, si trasferì in Piemonte. Ecco un esempio analogo che riguarda il Salento. Qui è piuttosto diffuso il cognome Bray (Braj, Braì), pronunziato con l’accento sull’ultima (correttamente, secondo l’etimologia: deriva dal nome arabo Ibrahìm). Ma spesso viene pronunziato Brài (con accento su à) quando ci si riferisce a Massimo Bray, ex Ministro dei Beni culturali (di origine salentina), e l’interessato pare condividere.

Nei casi di possibile ambiguità nella pronunzia, possiamo ritenere decisiva l’indicazione proveniente dalle persone direttamente coinvolte? Non può sovvertire l’etimologia, questo è certo, ma può indicare una tendenza o una volontà. Torno al collega citato all’inizio che ha offerto lo spunto per questo articolo. Intenzionalmente mette l’accento sulla prima í del cognome (Símini, l’unico della famiglia a farlo) perché (testualmente) ci tiene «a rimare con Rimini e vimini», e per «facilitare il lettore (che a volte non se ne accorge e sbaglia)».

Quante cose si nascondono dietro quei microscopici segni grafici che chiamiamo accenti!

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Conversazione con… , a cura di Luca Carbone 1. Raffaele Bruno, “Dio non è cattolico” PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
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