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Attività Mese di Maggio (con appendice a Giugno)
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Vie traverse 3. Uscita di scuola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 30 Novembre 2016 19:16

Invidio certi genitori che arrivano davanti alla scuola dei loro figli all’ultimo minuto. La mia attesa di solito varia dal quarto d’ora ai cinque minuti, quanto basta per dare un’occhiata in giro. Volgo le spalle al Consorzio agrario, appoggio il piede al muro, sostenendomi sull’altro in equilibrio, e aspetto.

L’edificio scolastico elementare di epoca fascista mi si para davanti in tutta la sua lunghezza, con la fuga di finestre disposte su due piani e il balcone centrale sporgente che conferisce alla costruzione una certa monumentalità. Di fronte si aprono i giardini, piantati ad alberi di bella vista che svettano sopra un manto verde di prato inglese. Piazza Fortunato Cesari è la piazza novecentesca della città. Alla mia destra, la gran fabbrica della clinica San Francesco, davanti a me, la recinzione dei giardini. Quando fu che vennero rinchiusi, questi giardini? A diciott’anni stavamo ancora sul muretto semidiruto, ma buono per sederci sopra. A vent’anni c’era già una recinzione con tanto di alabarde: o dentro o fuori. E noi, che eravamo sul limitare, tutti fuori. D’accordo, bisognava bonificare la zona, impiantare i giochini dei bambini, salvaguardare le panchine dei vecchi, d’accordo. Ma io sto parlando di un’altra cosa, di quelli che si trasferirono in piazza Alighieri, distesi per terra, sporchi, allucinati, prima di essere portati via e rinchiusi in qualche comunità. Molti di loro, bisogna andare al cimitero per trovarli.

Lungo il muretto c’era una lunga siepe di pino profumato e ora mi sembra impossibile che ci passassimo dentro carponi come un treno in una galleria. L’ho letto da qualche parte o davvero durante i nostri giochi infantili una volta ho messo la mano su un pezzo di cacca? Negli anni mi sono convinto che i bambini si nascondessero lì dentro per fare i loro bisogni. I bagni pubblici erano troppo lontani e sporchi più che la terra, come oggi questi che hanno costruito nuovi, sempre rotti, del resto. Il leccio alto, fronzuto, era una casa spaziosa con una comoda scala che ti portava in alto, fin sulla cima, da cui potevi vedere in lontananza la chiesa madre quasi alla tua altezza. Mio Dio, combatto sempre, ogni giorno, ogni minuto, contro la nostalgia, contro tutte le nostalgie, le svenevoli nostalgie che ingombrano l’animo. Pertanto, so bene che tutto è destinato a passare, noi per primi, coi nostri affetti e tutto il nostro mondo, so bene quanto sia parassitario lo spirito di chi vive solo per ricordare. Pertanto, io non sono, io non voglio essere nostalgico! Però, come non rimpiangere le siepi di pittosporo, coi loro fiori bianchi di maggio, profumatissime più di un gelsomino. No, non mi lamento che ora tutto questo non ci sia più, mi limito a constatare come una diversa potatura dell’albero e l’idea fissa del prato inglese abbiano avuto il potere di rompere una scala naturale ben fatta e di travolgere una casa vegetale dove si svolgevano mille giochi, di schiantare una siepe che ti faceva innamorare, come se fosse intervenuta un’alluvione che porta via tutto senza chiedere il permesso a nessuno. Del resto, non sono contento di avere un parco giochi per i miei bambini, con tanti giochini diversi, tutti di plastica, tutti recanti il certificato di osservanza delle norme UE, che mi garantiscono che mai mia figlia potrà farsi male, almeno non giocando con quei giochini? Inoltre, ora l’albero è più bello, non ha più la forma di un ampio cespuglio che non conosce la sega del potatore, ma proprio quella di un albero, preciso preciso, con tanto di fusto che s’innalza sopra l’erbetta verdognola. D’estate, la si innaffi di notte, per cortesia!

Era proprio in quel luogo che facevamo le partite di pallone? La porta con un solo palo, il tronco d’una ghianda, e l’altro bisognava segnarlo con una pietra, che poi non si sapeva mai s’era goal oppure no! Era uno dei cento campetti cittadini. E tutti gli altri, dove sono finiti? Ai miei studenti devo assegnare una ricerca: prendi uno stradario della città, chiedi a tuo padre, o a tuo nonno, se tuo padre è troppo giovane, di cerchiare i luoghi dove ha giocato al pallone quand’era ragazzo. Fatti raccontare (e trascrivilo) un pomeriggio tipo trascorso in un campetto. Quindi fai le tue considerazioni personali. Triste memoria dei campetti, ricoperti da un’unica immensa colata di cemento! I miei studenti, poveri loro, pagano fior di euro per tirare calci al pallone!

Un vigile davanti a me disciplina il traffico qualche minuto prima del suono della campanella, quando alla spicciolata, poi tutti insieme come uno sciame di api attratte dai fiori, madri e padri si affrettano all’ingresso della scuola. La consegna del figlio al genitore da parte dell’insegnante avviene sul limitare del recinto scolastico, dove all’istituzione-scuola subentra l’istituzione-famiglia nella custodia del bambino. Il vigile fischia alla minima infrazione e nessuno può sgarrare d’un centimetro, tutti dentro le strisce azzurre, pure l’assessore che arriva con una macchina grande come un camion, così, giusto per garantirsi una certa visibilità. Sopra di noi, entro il recinto alabardato, s’aprono alti pini e radi. Chi si permetterebbe ora di tirare di fionda pallini di piombo colati di bocca misti a saliva nella sacca di pelle contro le tenere facetule? Lu Culetta io me lo ricordo ancora intendo all’operazione venatoria, ma come tutti i ricordi, rivederlo oggi con la freccia in mano sarebbe anacronistico. E poi, avrà i miei anni, dei figli come li ho io, chissà dove li manda a scuola?

Drinnnnnnn: escono i bimbi di scuola, con zaini tutti uguali, pesanti, goffi. Ho bisogno di guardare i visi delle mie bambine per riconoscerle: sono state a scuola di omologazione.

Poi, mentre andiamo verso l’auto, cominciano a litigare per chi salirà davanti: si strattonano, lavorando di gomito, mentre io cerco di dividerle e di metterle a tacere. Però, dentro di me penso che, in fondo, io e mia sorella, trent’anni fa, non eravamo poi così diversi. Andiamo a casa, è ora di pranzo. Poi, se ci andrà, faremo un giro in campagna.

[2006]


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 180 - (28 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 30 Novembre 2016 06:54

Il buon “maestro” deve insegnare a sognare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di  lunedì 28 ottobre 2016]

 

 

C’è una poesia del ligure Giuseppe Conte che si intitola “L’insegnante”, i cui ultimi versi dicono così: “Eri un ragazzo, non dimenticarlo/ il tuo sogno di allora/ e quanto di esso si è compiuto poi:/ potrai insegnare il sogno?”.

Forse il sogno non si può insegnare: quel sogno ad occhi aperti che proietta nel tempo un’immagine di sé, di come si vorrebbe essere, di cosa si vorrebbe pensare, di cosa si vorrebbe fare quando gli anni e le occasioni della vita offrono una qualche  possibilità, quando negli anni si cercano e si fabbricano giorno per giorno, ora per ora, con entusiasmo, con affanno, occasioni che diano possibilità per la vita.

Forse il sogno non si può insegnare. Oppure, forse, non si può insegnare altro che il sogno: non si può insegnare nient’altro che ad essere per poter fare, a costruirsi le possibilità, a darsi costantemente un senso, a dare costantemente un senso a tutto quello che s’impara, senza disperdere mai un solo frammento di sapere, una sola scaglia di qualsiasi disciplina.

Non si può insegnare altro che ad immaginare, a prefigurare il proprio essere nel tempo. A cos’altro può servire una disciplina, qualsiasi disciplina, se non a questo. A cos’altro può servire una poesia, per esempio, o un metodo per la soluzione di un problema, o il concetto di una filosofia, o la conoscenza di un contenuto di biologia; a cosa può servire la storia se non ad incamminarsi verso l’orizzonte con la conoscenza dell’umano da cui si proviene; a cosa può servire tutto il resto se non diventa l’acqua e il pane da mettere nella bisaccia per poter fare la strada che si ha da fare.

Se questo non è vero, se l’insegnamento non deve servire a dare quel che è indispensabile  per fare la strada, allora si può anche rinunciare ad insegnare il sogno. Se invece è vero che deve servire a dare al viandante l’acqua e il pane e l’alfabeto essenziale per interpretare i segni del cielo, le tracce sul terreno, la scrittura di un libro, allora non si può fare altro che insegnare il sogno.

Insegnare il sogno significa conformare un pensiero capace di pensarsi sempre al di là: oltre il tempo presente, fuori dallo spazio che si abita, diversi da come si è, con creature diverse da quelle che si conosce, in situazioni e condizioni differenti da quelle in cui ci si trova.

Insegnare il sogno significa esercitare il pensiero alla crescita. Significa anche abituarlo ad oltrevedere, a decodificare i segnali del presente in funzione di una prefigurazione del futuro.

Insegnare il sogno significa insegnare a disegnare paesaggi di futuro ed a pensarsi dentro quei paesaggi.

In questo processo di insegnamento che elabora visioni dell’essere in contesti a venire non c’è nulla di astratto. Al contrario, avviene attraverso la concretezza degli apprendimenti, la consistenza delle conoscenze.

L’insegnamento del sogno è semplicemente una formazione del pensiero alla previsione, al pre-vedere la realtà che sarà e la possibilità di collocarsi significativamente in quella realtà. Vuol dire insegnare a capire come sarà domani e come si potrà essere nel domani che sarà.

Insegnare il sogno significa insegnare a credere che si possano violare i propri confini, che si possano abolire i limiti, che si può scrutare al di là dell’orizzonte visibile; significa insegnare la necessità della continua esplorazione di territori nuovi, di saperi sconosciuti.

Ci sono sogni individuali e sogni collettivi: si deve insegnare ad avere ed a realizzare sia quelli individuali che quelli collettivi, perché hanno la stessa importanza, perché sono interdipendenti. I sogni collettivi sono l’integrazione e l’interazione di quelli individuali, per cui occorre cominciare dai primi, da quelli di  ciascuno. Occorre insegnare che molto spesso, quasi sempre, il pensiero contempla il possibile, che abbozza progetti realizzabili. Se poi i progetti abbozzati si traducono in opera compiuta, dipende quasi esclusivamente dalla passione e dalla disponibilità ad investire la propria esistenza per dare concretezza alla passione; dipende dalla conoscenza e dalla capacità di renderla funzionale alla realizzazione del sogno; dipende da quanto si è disposti a rinunciare all’immediato tornaconto, a sacrificare l’istante presente a vantaggio di quello futuro.

Ma sono i sogni collettivi che assumono la responsabilità nei confronti dell’evoluzione.

Tutte le civiltà, in fondo, provengono da un sogno. La democrazia proviene da un sogno, per esempio; lo sviluppo, il progresso hanno la stessa origine.

Non è un caso che il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington,  Martin Luther King abbia espresso una speranza di civiltà attraverso la metafora del sogno ripetuta otto volte nel discorso:  I have a dream.

Stava dicendo che le azioni, i processi di trasformazione, le conquiste dei diritti, si generano da un sogno.  Stava insegnando ad avere sogni di civiltà da realizzare.

D’altra parte, in qualsiasi situazione in cui c’è qualcuno che insegna e qualcuno che apprende, si rivela necessario, indispensabile, attribuire un senso profondo all’insegnare e all’apprendere. Il senso profondo non può consistere in una rappresentazione delle cose che sono. Sarebbe limitato, riduttivo, forse anche banale. Probabilmente la profondità di senso è determinata dalla possibilità che  la conoscenza consente di trasferirsi  nell’avvenire.

Quel bambino di sei anni, il ragazzino di dieci, l’uomo che ne ha venti, devono riuscire a comprendere verso quale condizione stanno andando.

Per poter comprendere bisogna avere la possibilità di confrontarsi con l’oggetto da comprendere: è necessario poter vedere, figurarsi una forma, rendersi prossima la conoscenza da conquistare.

La conoscenza è un costante approssimarsi a qualcosa nella consapevolezza che ogni conoscenza è sempre relativa e che qualsiasi conquista è, fortunatamente, sempre limitata.

Allora, probabilmente, insegnare il sogno significa dare a tutti ed a ciascuno  strumenti con i quali realizzare quelle forme di civiltà che  in un’aula di scuola vengono mostrate non come modelli del migliore dei mondi possibili ma come possibilità di   un mondo migliore di quello in cui si vive.

Forse alla domanda del verso della poesia di Giuseppe Conte si potrebbe rispondere proprio così: insegnando come si fa a costruire un mondo migliore di quello in cui si vive.


La lingua batte dove l’accento vuole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 29 Novembre 2016 06:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 27 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo agli interventi dei lettori, molti scrivono e mostrano interesse per i temi che trattiamo. Benissimo.

Diego Símini, che insegna Letteratura spagnola nella nostra università, fa un’osservazione che riguarda l’uso degli accenti nella lingua scritta. «In spagnolo la Real Academia ha da tempo dettato norme ortografiche che in pratica, se applicate (e in genere lo sono) tolgono al lettore ogni dubbio circa l’accentazione delle parole. In italiano invece solo il contesto o l’intuito consentono di disambiguare l’accentazione di parole come ancora (àncora ‘oggetto per ormeggiare l’imbarcazione’ ~ ancóra avverbio di tempo), nocciolo (nòcciolo ‘parte interna di certi frutti’ [es.: «il nòcciolo della ciliegia»] ~ nocciòlo ‘arbusto che produce le nocciole’), ecc. Inoltre si dà per scontato, senza segnalare, che regola, torrido siano con l’accento sulla prima sillaba, mentre la maggioranza delle parole italiane sono piane, con l’accento sulla penultima sillaba. Più difficile è la situazione dei nomi di luogo. Sulle carte geografiche a volte ci sono gli accenti, ma non sempre. Prima di arrivare a Lecce [Símini è toscano, insegna e vive nella nostra città da molti anni] avevo notato la vicinanza di Galatina e Galatone (leggendo, non sapevo che l’accento è diverso) e mi ero lasciato portare dall’idea che uno fosse diminutivo e l'altro accrescitivo di un ipotetico *Galata [???]. Ma i casi sono tanti. Parlando di toponimi, c’è una curiosità riguardante la loro traduzione. Le città importanti hanno nomi diversi a seconda delle lingue (Milano è Milan in francese e in inglese, Milán [con l’accento] in spagnolo, Mailand in tedesco) mentre i piccoli centri mantengono il nome originario. Mi piace citare alcuni curiosi spostamenti di accento: in spagnolo Ravènna si chiama Rávena, Brìndisi diventa Brindìsi».

La questione è complessa, lo capiamo meglio se paragoniamo la nostra lingua ad altre vicine. In altre lingue l’accento grafico fornisce una varietà di informazioni, per scopi differenti. Abbiamo visto prima la situazione dello spagnolo. Nel francese si pongono accenti differenti perfino in forme diverse dello stesso verbo: l’infinito régner ‘regnare’ ha l’accento acuto (per indicare che la vocale è chiusa) e il presente (je) règne ‘(io) regno’ ha l’accento grave (per indicare che la vocale è aperta).

L’italiano fa un uso più parco dell’accento, l’obbligo di segnarlo ricorre in un numero limitato di casi. L’accento deve essere segnato in fine di parola sui polisillabi tronchi (verrò, partirà) e su quei monosillabi che rischierebbero di confondersi con altre parole che si scrivono allo stesso modo (i linguisti dicono che sono omografe): è (verbo) ~ e (congiunzione), (indicativo di dare: «questa zanzara mi dà fastidio») ~ da (preposizione: «resto da solo»), (bevanda: «una tazza di tè») ~ te (pronome: «ascolto solo te»), ecc. La nostra lingua conosce tre tipi di accento: grave (ˋ), acuto (ˊ) e circonflesso (ˆ). Accento grave e acuto sono obbligatori, si usano il primo per indicare è ed ò aperte (caffè; mangiò), il secondo é ed ó chiuse (, perché; córso). Attenzione. Le vocali dell’italiano orale sono 7 non 5 (come comunemente si crede), ci sono due timbri di e (aperta e chiusa) e due timbri di o (aperta e chiusa); nello scritto si usano solo 5 segni grafici. Non si spaventino i salentini che parlando o ascoltando non sanno distinguere le vocali aperte dalle chiuse. La distinzione è tipica della Toscana, da lì è passata nel parlato standard, quello dei grandi attori di teatro (Albertazzi, Bene, Gassmann e altri). La distinzione toscana è sconosciuta ai parlanti di altre regioni (quelli del sud estremo, in particolare). Ma non è un impedimento grave. Nel parlato possiamo fare a meno della opposizione tra vocali aperte e vocali chiuse, la comunicazione passa ugualmente. Al contrario dell’accento grave e acuto, quello circonflesso non segnala un fatto fonico, è facoltativo, di impiego rarissimo e ormai desueto: nessuna grafia comporta l’accento circonflesso obbligatorio, chi lo usa lo fa per preferenza personale. Viene a volte usato nel plurale degli aggettivi e dei nomi in -io: un tempo si scriveva varî (o anche varii) come plurale di vario, principî (o anche principii) come plurale di principio (e serviva anche per distinguerlo da principi plurale di principe). Ma si tratta di grafie un po’ fuori moda, quasi nessuno le usa più. È normale. La lingua cambia nel tempo, cambiano uso e norma linguistica, ormai lo sappiamo.

Pur se mancano regole rigide, a volte si sente il bisogno di ricorrere all’accento per disambiguare le parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi: «i rimproveri possono essere benèfici» ~ «fare sport comporta benefìci fisici»; «queste è una lotta ìmpari» ~ «così impàri a tue spese!», «gli amici mi pàgano una birra» ~ «il mondo pagàno». Su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 6 novembre 2016, p. 3, trovo il titolo: «Taranto, 860 milioni in cassa. Il Patto volàno per la svolta. Secondo il report, il contratto con il governo inciderà sulla crescita». Sotto la foto del ponte girevole tarantino, la spiegazione: «Per Taranto è prevista una crescita annua del 2% sino al 2020, superiore a quella del 5,44% stimata per la provincia in quattro anni». Il titolo mette l’accento su volàno, qui usato in senso metaforico ‘elemento che può favorire lo sviluppo’, per distinguere questa parola dal verbo vólano: «gli uccelli vólano».

Le ambiguità aumentano quando si tratta di parole poco ricorrenti o poco conosciute, di città e stati lontani, di alcuni cognomi. Nel servizio di consulenza dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) Paolo D’Achille, che insegna a Roma 3, così risponde al quesito se si debba dire Ucràina o Ucraìna, ucràino o ucraìno (quasi mai nello scritto queste forme vengono accentate): «Molti si pongono questa domanda, specie dopo la grave crisi nei rapporti di questo Stato con la Russia. Del resto, non è che uno dei tanti problemi di accentazione dei polisillabi che affliggono o caratterizzano l’italiano di oggi (guaìna sarebbe più corretto di guàina e diàtriba di diatrìba, ma chi usa la forma corretta può facilmente passare per uno che sbaglia!) e che non di rado riguardano proprio i toponimi (Benàco pronunciato Bènaco, Belìce pronunciato Bèlice) Gli spostamenti dell’accento di parola sono in genere un tipico fattore dell'evoluzione delle lingue (noi diciamo cadére ma i latini dicevano càdere, diciamo rìdere e loro dicevano ridére). Per quanto riguarda i nostri due nomi (e aggettivi) va detto subito che oggi sono accettabili entrambe le pronunce, anche se la più corretta, a rigore, sarebbe quella in passato spesso ritenuta sbagliata, cioè quella con l’accento sulla i».

Oscillazioni sono frequenti. Sento pronunziare indifferentemente come Bìrago o Biràgo la via ove si trovano gli edifici del Dipartimento di Beni culturali del nostro Ateneo. L’intitolazione ricorda Dalmazio Birago, un aviatore alessandrino caduto ventisettenne nel cielo di Amba Alagi durante la guerra di Etiopia. Birago (con accento sulla à, Biràgh in dialetto) è una piccola località della Brianza ove nacque Giovanni Pietro Birago, miniatore lombardo che godette del favore di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari. In Salento la doppia pronunzia è giustificabile: la località lombarda, il miniatore rinascimentale, l’aviatore caduto in guerra sono piuttosto estranei alle conoscenze dei salentini, che non possono conoscere la storia di cognomi e di località così remoti.

Ma non sempre si tratta di scarsa conoscenza. Il cognome dell’attuale ministro dell’Economia viene pronunciato Pàdoan anziché Padoàn, come suggerisce l’etimologia (nasce da Padovano, in veneto Padoàn). Nei primi mesi di vita del governo Renzi alla televisione e alla radio le due pronunce (Pàdoan e Padoàn) si alternavano; ma ormai prevale decisamente la prima, perché è stata indicata come quella corretta dallo stesso interessato, la cui famiglia, di origine veneta, si trasferì in Piemonte. Ecco un esempio analogo che riguarda il Salento. Qui è piuttosto diffuso il cognome Bray (Braj, Braì), pronunziato con l’accento sull’ultima (correttamente, secondo l’etimologia: deriva dal nome arabo Ibrahìm). Ma spesso viene pronunziato Brài (con accento su à) quando ci si riferisce a Massimo Bray, ex Ministro dei Beni culturali (di origine salentina), e l’interessato pare condividere.

Nei casi di possibile ambiguità nella pronunzia, possiamo ritenere decisiva l’indicazione proveniente dalle persone direttamente coinvolte? Non può sovvertire l’etimologia, questo è certo, ma può indicare una tendenza o una volontà. Torno al collega citato all’inizio che ha offerto lo spunto per questo articolo. Intenzionalmente mette l’accento sulla prima í del cognome (Símini, l’unico della famiglia a farlo) perché (testualmente) ci tiene «a rimare con Rimini e vimini», e per «facilitare il lettore (che a volte non se ne accorge e sbaglia)».

Quante cose si nascondono dietro quei microscopici segni grafici che chiamiamo accenti!

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Conversazione con… , a cura di Luca Carbone 1. Raffaele Bruno, “Dio non è cattolico” PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Lunedì 28 Novembre 2016 06:54

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 25 novembre 2016

 

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Quaderno di traduzione 71. Une admirable pénétration dans l'inconnu PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 27 Novembre 2016 06:50

Science, technique, pouvoir, éthique, littérature


Traduzione di Annie e Walter Gamet


Note préliminaire

Cet essai trace les grandes lignes des rapports entre science et littérature considérés sous l'angle de leurs implications dans le pouvoir et l'éthique, avec pour toile de fond le passage de la théologie comme science du divin au Moyen Âge à la science comme expression de la technique dans le monde moderne. L'intitulé des paragraphes reprend les termes de l'extrait de L'Homme sans qualités de Robert Musil cité en exergue, ils constituent donc le fil conducteur  de l'essai tout entier.

« Agathe ! tu n’as aucune idée de ce que c’est, dit-il avec un soupir pensif. La science, par exemple ! Pour un mathématicien, si nous simplifions, moins cinq n’est pas plus mauvais que plus cinq. Un chercheur ne doit rien redouter, et il y a des circonstances où un beau cancer lui donnera plus de joie qu’une belle femme. Un savant sait que rien n’est vrai, que la vérité globale n’apparaîtra qu’aux derniers jours. La science est amorale. Cette admirable pénétration dans l’inconnu nous déshabitue des contacts directs avec notre conscience, elle ne nous accorde même pas la satisfaction de les prendre au sérieux. Et l’art ? Ne représente-t-il pas toujours la création d’images qui ne s’accordent pas avec celle de la vie ? Je ne parle pas du faux idéalisme ou de la luxuriance du nu dans les époques où les robes se boutonnent jusque sous le nez, dit-il en plaisantant de nouveau. Mais songe à une œuvre d’art véritable : n’as-tu jamais eu le sentiment que quelque chose, en elle, évoquait l’odeur de roussi qui s’élève d’un couteau aiguisé sur une pierre ? C’est une odeur cosmique, météorique, orageuse, merveilleusement inquiétante ! »

Robert Musil, L'Homme sans qualités, Paris, Le Seuil, collection Points, 1956, t. 2, p. 348-349, traduction par Philippe Jaccottet.

 

Qu'y a-t-il aux derniers jours ?

Si un jour, au lycée, l'un de mes élèves me demandait ce qu'est la science, à moi qui enseigne la littérature, je n'hésiterais pas à répondre qu'à notre petit échelon, lui en interrogeant et moi en tentant de répondre, nous sommes en train de faire œuvre scientifique, c'est-à-dire que nous sommes en train de chercher à comprendre quelque chose du monde qui nous entoure. Puisque dans l'enseignement il est inévitable de procéder ex noto ad ignotum, je lui remettrais en mémoire la fameuse représentation astronomique de Dante dans Le Purgatoire, II, v. 1-9, sur laquelle nous avons longuement réfléchi :

Mais déjà le soleil touchait à l'horizon
Dont l'arc méridien,en notre ciel, domine
Jérusalem, de son point le plus haut ;

Déjà la nuit, qui tourne à l'opposé,
Sortait du Gange en tenant la Balance,
Qui lui tombe des mains, quand elle est dominante,

Si bien que la joue rose et blanche de l'Aurore
De cette belle, à l'endroit où j'étais,
L'âge venant, se teintait d'orangé.

Dante, Le Purgatoire, II, v. 1-9, Paris, Garnier Frères, 1966, traduction par Henri Longnon.

Ce n'est pas seulement un cadre. Dante évoque le savoir géographique médiéval, afin de préciser sa propre présence au monde, la position particulière du voyageur en train de cheminer avec une mission bien précise à accomplir. À cette fin, il faut établir le temps et le lieu dans lesquels se situe le voyage supraterrestre, recourant au savoir géographique aristotélo-ptolémaïque mis au service de la théologie. La théologie, en fait la science principale au Moyen Âge, ce savoir qui s'est aujourd'hui retiré dans les séminaires ecclésiastiques et dont on n'entend guère parler à l'école, avait le même rang que la science physico-mathématique à l'âge moderne.

Que de choses à connaître pour comprendre que le chemin du Purgatoire de Dante commence quand le soleil est en train de s'élever à l'horizon du Purgatoire ! Les terres émergées et habitées occupent la superficie de la Terre délimitée par les 180° de l'hémisphère boréal ; Jérusalem en est le centre ; le Gange est considéré comme la frontière orientale et Cadix la frontière occidentale ; de sorte que, si le soleil est au zénith à Cadix tandis qu'il se couche à l'horizon de Jérusalem et que la nuit culmine sur le Gange, la montagne du Purgatoire, située aux antipodes de Jérusalem, sera forcément illuminée par les rayons du soleil naissant. C'est là que se trouve Dante, en compagnie de son maître Virgile, en ce point précis de l'univers et en ce temps précis, là est le départ du chemin purificateur qui le mènera devant Béatrice, l'allégorie de la Théologie. Au seuil des temps modernes, Dante est le dernier homme de l'Antiquité, époque où le savoir poétique se nourrit du savoir scientifique, ne fait qu'un avec lui, ne s'en distingue absolument pas, en particulier là où il atteint le summum de ses potentialités dans la vision de Dieu.

Dans cette profondeur, je vis s'incorporer,
Reliés par l'Amour en un volume unique,
Tous les feuillets épars dans l'univers :

Les accidents, les substances, leurs modes,
Comme fondus ensemble, et de telle façon
Que tout ce que j'en dis n'est que faible lueur.

Dante, Le Paradis, XXXIII, v. 85-90, op. cité.

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La Natura chiede il conto, chi lo paga? - ( 26 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 26 Novembre 2016 18:36

[“Il Secolo XIX” di sabato 26 novembre 2016]

 

L’articolo 44 della Costituzione dice: “la legge … promuove ed impone la bonifica delle terre”. La bonifica delle terre ha cancellato le paludi, la valvola di sfogo delle inondazioni. In passato, si pensava che fossero un bene, le bonifiche. Come pure si pensava che fossero un bene le centrali nucleari. Risolviamo problemi e ne creiamo altri, e ragioniamo sempre a spanne. L’Italia ha detto due volte no al nucleare. Di pancia. Dopo i disastri di Chernobyl e Fukushima la risposta fu emotiva. Dopo, Giulio Tremonti disse:  «È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? Sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo? Sappiamo che i benefici ci sono e sono locali, ma i malefici sono generali». Era il 2011. La previsione di Tremonti si sta avverando. Le centrali francesi sono obsolete e devono essere smantellate, ma i costi e le modalità sono un’incognita. Quando le hanno fatte, negli anni settanta, hanno pensato: tra quarant’anni il problema tecnico sarà risolto. Proprio come le bonifiche. I costi economici per affrontare i problemi creati dalle soluzioni sono a carico di chi è venuto dopo.

Anche la semplice economia dei soldi dice che sono stati cattivi affari. Grandi vantaggi a breve termine, enormi svantaggi a lungo termine. Keynes disse che il lungo termine non è molto importante: tanto tra cent’anni saremo tutti morti. E’ stato preso alla lettera (anche se il suo ragionamento era molto meno semplicistico di come appare). E ora abbiamo dissesto idrogeologico, cambiamento climatico, smantellamento delle centrali nucleari, e altre amenità. Le scelte effettuate hanno garantito un allungamento della vita, un miglioramento medio delle condizioni economiche e sociali per grandi fasce che prima erano escluse. Ma il conto sta arrivando, e non possiamo chiedere ulteriori prestiti. Abbiamo dilapidato il capitale naturale per far crescere quello economico, ma il valore, anche economico, del capitale naturale è superiore a quello del capitale economico. Senza aria da respirare non si vive. Le alluvioni non si fermano con i soldi. E i soldi guadagnati non bastano per coprire le spese che derivano da come li abbiamo guadagnati. Questa è cattiva economia. E i problemi creati dalla cattiva economia non possono essere risolti da chi l’ha messa in atto. Chi ha messo in guardia da questi rischi è stato tacciato di essere contro il progresso. Bene, ora sappiamo che non era progresso. Abbiamo vissuto benissimo ma ora siamo nelle mani di uno strozzino implacabile. Si chiama Natura. Rivuole indietro quello che le abbiamo tolto, e gli interessi sono enormi. C’è bisogno di un New Deal, un nuovo patto con la Natura. Abbiamo bisogno di una nuova economia e di una nuova tecnologia. Scienza e tecnologia ci devono servire per risolvere i problemi, ce la possiamo fare. Ma ogni volta ci dobbiamo chiedere: quali problemi porteranno, domani, le soluzioni di oggi? Natta ha vinto il premio Nobel: ha inventato la plastica. Oggi il problema numero uno per la salute degli oceani è la plastica. Non sappiamo come toglierla e sta alterando il funzionamento degli ecosistemi. Allora non lo sapevamo, Natta non ha colpe. Ma oggi lo sappiamo, e non si può più dire che chi pone problemi di sostenibilità “frena il progresso”. Chi mostra le soluzioni senza evidenziare i problemi che genereranno è un truffatore che vende speranze illusorie di progresso. La rotta deve essere cambiata, e sarà un volano economico non indifferente. Le dichiarazioni politiche ci sono: la decarbonizzazione e l’economia circolare sembrano una via obbligata. Però nei nostri mari è previsto che si cerchino altri combustibili fossili. Da una parte diciamo che li dobbiamo abbandonare, però trivelliamo i fondali per estrarne sempre di più. La truffa continua.  Inondazioni, nucleare, clima sono tutte conseguenze di una visione scellerata di progresso. La strada è un’altra.


Scritti scolastici e sociali 179 - (20 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 26 Novembre 2016 18:23

Nella “caverna digitale” prigionieri della realtà virtuale

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016]

 

Una domenica mattina, sul lungomare, un ragazzo fotografa il mare in tempesta. Poi volta le spalle al mare e si mette a guardare per lungo tempo la foto sullo smartphone. Un gesto probabilmente consueto; un gesto innocente. Che però forse nasconde un desiderio profondo e inconscio, un’ambizione  inconsapevole e  grandiosa, un sogno tramato dalla tensione di avverarsi: digitalizzare la natura, riportarla nel perimetro angusto di un display, poterla possedere e manipolarla.

Dall’istante in cui il ragazzo volta le spalle al mare, il mare non esiste più. Esiste solo la sua rappresentazione, la sua finzione. Da quel preciso istante l’energia potentissima del mare si trasforma in una immobilità mortificata.

Un gesto consueto, innocente, che facciamo ormai tutti, privandoci della relazione con la bellezza, con l’assolutezza della bellezza, con la sua irripetibilità. Forse si potrebbe anche sospettare che noi si sia quasi tutti ormai contagiati da un’ansia spasmodica di digitalizzare tutto quello con cui si viene in contatto. Addirittura digitalizziamo, attraverso una rappresentazione in simboli, i nostri stati d’animo, i sentimenti, le sensazioni. Faccine allegre, faccine tristi, per esprimere il nostro modo di essere in quel momento. Abbiamo rinunciato perfino alle parole, che comunque hanno sfumature di personalizzazione. Una simbologia universale rende completamente e piattamente identiche le nostre espressioni.

Digitalizzare è la missione che accomuna i nostri orientamenti culturali, ciascuno per la sua parte, con i mezzi che possiede, nei contesti che pratica, negli ambienti che frequenta.

Non si esclude che esistano realtà nelle quali la digitalizzazione rappresenta una possibilità di salvezza degli esseri e delle cose. In medicina, per esempio: digitalizzare informazioni, prassi, può costituire una condizione di cura, può salvare una vita. La digitalizzazione dei testi, per esempio, le biblioteche digitali che in qualche modo realizzano il sogno impossibile di quella biblioteca infinita che sognava Jorge Luis Borges, quella che contiene tutti i libri, la storia minuziosa dell’avvenire, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue.

La cosa che invece provoca una antropologica paura è la progressiva conformazione del pensiero alla dimensione digitale.

Il ragazzo che volta le spalle al mare per guardare la foto del mare – egli per tutti, uomini e donne, bambini e adulti- sta rinunciando al confronto con l’esistente, lo sta sostituendo con una scena  inespressiva, insignificante. Non è la foto che compromette il confronto ma il voltare le spalle dopo averla scattata. A lui – a noi- basta la fotografia. A lui – a noi- basta una riduzione assoluta, priva di qualsiasi dinamicità, una archiviazione alla quale possiamo fare ricorso quando vogliamo e per quello che vogliamo, che possiamo rimuovere nel tempo di un attimo.

Forse si potrebbe obiettare che lo stesso processo accade con l’arte figurativa. Si potrebbe obiettare ma sarebbe una falsa obiezione. Per almeno due banali motivi. Il primo consiste nel fatto che l’arte non riproduce ma elabora, rielabora, ri-crea, produce, crea. Il secondo motivo è costituito da una conseguenza che si può sintetizzare con l’esempio che la natura morta di Caravaggio non esiste. Non è una raffigurazione; è  una pura invenzione di Caravaggio.

Indubbiamente esiste anche un’arte realizzata con il digitale, che è un discorso completamente diverso dall’uso che se ne fa nell’esperienza quotidiana.

Ripensando al ragazzo che volta le spalle al mare, mi torna alla mente un’ intervista immaginaria che lo studioso Giovanni Reale fece a Platone alcuni anni fa.

A proposito del mito della “Caverna”, elemento centrale della “Repubblica”, Reale chiedeva al maestro se non trovasse che quegli uomini incatenati che aveva descritto, i quali  vedevano non altro che le immagini che scorrevano sullo sfondo della caverna e ascoltavano le voci che da esso rimbalzavano come per eco, potessero rappresentare, drammaticamente, la situazione in cui si trovano gli uomini di oggi, che non vedono altro se non le immagini trasmesse da televisioni, computer, internet, dai vari strumenti di comunicazione multimediale, per lo più in ottica virtuale.

Platone rispondeva che è esattamente così con la precisazione che la dimensione del fondo della caverna è enormemente aumentata. La via per salire dalla caverna verso la luce si è notevolmente ristretta, si è fatta più ripida. Inoltre, le immagini dell’antica caverna erano proiezioni reali degli oggetti fisici – che a loro volta erano proiezioni di quelli metafisici – e avevano quindi una loro realtà, anche se debole. Invece le immagini che oggi gli uomini vedono sono quasi del tutto virtuali, prive di un referente fisico e metafisico. Sono vacue apparenze senza uno spessore ontologico. Pertanto, aiutare gli uomini di oggi a liberarsi dalle catene che li imprigionano nella caverna stracolma di strumenti di comunicazione multimediale diventa sempre più difficile.

Un altro riferimento. Disse una volta Eugene Ionesco nel discorso di apertura del festival di Salisburgo  che “gli uomini girano intorno in quella loro gabbia che è il pianeta, perché hanno dimenticato di guardare il cielo”.

Il ragazzo che una domenica mattina fotografa la tempesta di mare e poi volta le spalle al mare ha dimenticato che si può guardare il cielo e il mare. Ma non basta. Non sa neppure – e forse questo è anche più grave – che le immagine assorbite dallo sguardo si trasformano in immagini della memoria, di una memoria viva,  alle quali si può ritornare per rivederle, quando si vuole, oppure quando le occasioni della vita riportano sui sentieri della memoria.

Il ragazzo non ha nessuna colpa. Il ragazzo è una di quelle creature digitali di cui parlava Nicholas Negroponte nella metà degli anni Novanta del secolo scorso. Non ha nessuna colpa. Sono altri coloro che hanno colpe: chi potrebbe avvertirlo e non lo fa; chi potrebbe proporgli l’alternativa di una dimensione  naturale e non lo fa; chi lo lascia segregato nella caverna del virtuale. La colpa è mia. Quella domenica mattina avrei dovuto avvicinarmi, chiedergli di prestarmi un attimo lo smartphone e poi  schiacciarlo con il calcagno. Avrei dovuto dirgli: guarda il mare, guarda questa tempesta di mare, e portatela dentro lungo tutta la tua strada. La colpa è mia che non l’ho fatto.


Sì, no, non so ... Comunque ci penso PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 24 Novembre 2016 19:15

“Sì o no, sì o no

o noooooo

Ne morirei…

Sì o no, sì o no

O noooooo

Dimmi che mi vuoi…”

( “Sì o no” – Fiorello)

 

Sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 4 dicembre 2016 si è detto ormai tanto. L’Italia si è spaccata in due, fra il fronte del sì e quello del no. Il campo di battaglia su cui i due schieramenti si fronteggiano è quello più che minato del futuro del Paese, della sua maggiore o minore stabilità. La riforma Renzi-Boschi presenta tante zone d’ombra, a parere di chi scrive, punti positivi e punti negativi, che si bilanciano quasi come i numeri del sì e del no che danno i sondaggisti. Più che positivo ritengo il nuovo rapporto fra Stato e Regioni che verrebbe fuori dalla Riforma, con un deciso accentramento di poteri a favore dello Stato. Verrebbe quasi del tutto cancellata l’improvvida riforma costituzionale scritta nel 2001, in senso federalista, dal Governo Berlusconi ostaggio della Lega Nord. Si supererebbero i conflitti di attribuzione fra Stato e Regioni nella materia legislativa. Ritengo infatti necessario che alcune materie, come il commercio con l’estero, la tutela e la sicurezza sul lavoro, la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia, ma anche infrastrutture come porti, reti ferroviarie, aeroporti, siano di esclusiva competenza dello Stato. Uno Stato centralizzato è più forte ed è un punto di riferimento certo, più stabile, per quanti operano nel mondo dell’imprenditoria, delle professioni, del lavoro in genere. Ottima credo che sia l’abolizione delle Provincie. Le loro attribuzioni saranno spartite fra i comuni e le città metropolitane. Ma il depotenziamento delle Regioni e il taglio delle provincie sono punti abbastanza contestati.

Il punto invece in assoluto più contestato è la modifica del bicameralismo perfetto, poiché la riforma introduce un “bicameralismo differenziato”. La Camera dei deputati rimane l'unica ad esercitare pienamente la funzione legislativa, di indirizzo politico e di controllo sul Governo e i deputati i soli "rappresentanti della Nazione". Il Senato diventa rappresentante delle istituzioni territoriali, esercitando funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica, e tra questi e l'Unione europea, partecipando quindi alla formazione e all'attuazione delle politiche comunitarie, verificandone l'impatto diretto sui territori. Anche a mio avviso, è questa la modifica più stupida e sbagliata. Chi scrive è sempre stato contrario ad una revisione del bicameralismo perfetto poiché esso caratterizza ab origine la nostra impalcatura costituzionale ed è connaturato con la nostra tradizione. E se la doppia camera ha favorito solo la “palude”, come lamenta chi sostiene le ragioni del sì, se ciò ha determinato dei tempi lunghissimi nell’approvazione delle leggi, questo è dovuto solo all’inerzia dei rappresentanti politici e alle loro becere diatribe, che portano ad un estenuante ping pong da una camera all’altra. Ben venga, in questo senso, la riforma elettorale Italicum, al netto di piccoli correttivi che vi saranno, perché permette al partito che vince le elezioni di governare con maggiore tranquillità. Ma modificare il Senato, ridurlo, senza decapitarlo del tutto, a cosa serve? Renzi dimostra di non essere pratico con le cesoie. Pota, tagliuzza, spunta, ma non recide.  Per ridurre i costi sarebbe stato sufficiente tagliare il numero di deputati e senatori, dimezzarlo, mantenendo inalterato l’assetto bicamerale. Invece, dalla riforma viene fuori un senato dimidiato, un “senaticchio”, i cui esponenti non sono nemmeno eletti direttamente. Novantacinque senatori rappresenteranno le istituzioni territoriali e saranno eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle province autonome di Trento e Bolzano; di questi 95, 74 sono eletti tra i membri dei medesimi consigli e 21 tra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori, nella misura di un sindaco per ogni territorio. L'elezione popolare diretta viene sostituita da un'elezione di secondo grado. Ma in questo modo andranno ad occupare gli scranni senatoriali proprio quegli esponenti degli enti locali, ossia la feccia della rappresentanza politica italiana, in particolare i consiglieri regionali, che tanta prova hanno dato in passato di corruzione e ignominia. Allora, con una mano si ridimensiona il potere delle Regioni, alla luce della loro dimostrata incapacità e inettitudine, specie a gestire i fondi europei, e con l’altra le si fa entrare in Parlamento? Addirittura dalla porta principale? Un alto tasso di incoerenza. Ci sarebbero poi 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica e resterebbero come Senatori a Vita gli ex-Presidenti della Repubblica. I senatori inoltre resterebbero in carica per tutta la durata del loro mandato, ma le durate dei mandati fra i vari enti locali sono differenziate, quindi ci sarebbe un continuo avvicendamento di facce da culo fra i banchi senatoriali. Insomma, un vero pasticcio. Più che apprezzabile invece il fatto che finalmente vengano spazzate via le Provincie. In questo caso, Renzi, con le sue forbici, si è dimostrato bravo chirurgo: quando non si può curare, bisogna amputare. Vero anche che la diminuzione dei costi sbandierata dal Governo sarà soltanto un modesto risparmio, come i numeri forniti dagli esperti dimostrano. Ogni riduzione è ben venuta, ma sarebbe stato molto meglio dimezzare tutti gli stipendi, intervenendo su privilegi e prebende di cui i politici usufruiscono fra la vergogna e lo schifo generali.

Forse il punto più positivo e meno contrastato della riforma è l’abolizione del Cnel  (Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro), un carrozzone che da sempre tira avanti a spese e a danno dei contribuenti. Se si possono toccare i padri della patria senza peccare di lesa maestà, allora diciamo pure che questo è stato un grosso abbaglio dei nostri costituenti (i quali poi vengono mitizzati nelle rievocazioni celebrative dei vecchi bacucchi della scena politica, ma insomma erano degli uomini come tutti gli altri. Magari più colti dei politici attuali, certamente più preparati e con maggiore lungimiranza, con più spiccato amor patrio, con accentuato senso della propria missione, ma non ci vuole poi tanto ad essere appena un poco al di sopra di Gasparri e Brunetta, di Verdini e Barani). Nutro molti dubbi sull’innalzamento del numero di firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare (dalle attuali 50.000 a 150.000), e sull’utilità di introdurre il referendum propositivo o di indirizzo che permette ai cittadini di chiedere un intervento del Parlamento su una determinata legge. Se il fine ultimo è quello di scoraggiare le tante associazioni in cerca di legittimazione, politici extra parlamentari e arruffapopolo vari, pronti ad assaltare lo strumento referendario, ciò mi trova d’accordo, perché in Italia si è sempre abusato di questo strumento. Se però il risultato nei fatti sarà quello di allontanare la cittadinanza attiva dalla politica, ciò sarebbe dannoso.

Tutti i giornali e i mezzi di informazione hanno trasformato il referendum in un voto politico, pro o contro Renzi. Personalmente, sono davvero disgustato dall’andazzo generale. La scena che si offre ai nostri occhi è  desolante. Già le premesse da cui si è partiti sono sbagliate. Su temi come quelli affrontati dal referendum ci dovrebbe essere la massima coesione fra le varie forze politiche. I partiti dovrebbero mettere da parte diatribe e beghe interne e collaborare insieme nell’esclusivo e superiore interesse del Paese. Invece, il referendum del 4 dicembre e le ragioni del sì vengono sostenuti solo da una parte politica, ossia la maggioranza del Partito Democratico, con i gruppuscoli di Area Popolare (Nuovo Centro Destra, Udc e Ala). Tutto il resto dell’arco costituzionale, compresa la stessa minoranza del Pd, è per il no, da destra a sinistra. Si è cementato un fronte compatto che va da Sel al Movimento Cinque Stelle, alla Lega Nord. Tutti pregiudizialmente contrari, con motivazioni diverse a suffragio della propria tesi, a seconda della brillantezza e della creatività dei guru dei vari partiti. Il no al referendum si è trasformato in una battaglia politica contro il Governo Renzi.  Quasi tutti i leaders politici avversi a Renzi dichiarano di votare no per mandare a casa il Premier. Quasi nessuno della cosiddetta “prima fila” entra però nel merito dei quesiti referendari, nelle trasmissioni politiche più seguite e nei tg, lasciandolo magari fare ai gregari, i politici di “seconda fila”, nelle trasmissioni di approfondimento, quelle che vanno la mattina o a tarda notte, quindi con meno audience. Ma se non sorprende la contrarietà del Movimento Cinque Stelle, che dell’opposizione fa la propria ragione di vita politica, e non sorprende nemmeno il no della Lega Nord, che supera quasi i grillini quanto a furore antigovernativo e odio per Renzi, lascia allibiti invece il no dei Sel e di Sinistra Italiana, che per ragioni di contiguità politica dovrebbero, se non appoggiare, almeno non avversare il Pd, e allibiti pure restiamo di fronte alla minoranza del Pd.  I tromboni sfiatati, da D’alema a Bersani, osteggiano il leader solo per motivazioni personali, per vendetta, per vili e stupide ripicche. E si illudono che gli elettori non lo capiscano? Ma la posizione più ridicola è quella di Forza Italia, che dall’iniziale collaborazione nazarena ha fatto una inversione a u, osteggiando ora il referendum senza se e senza ma. E questo è il meno. E rendere i forzitalioti i campioni dell’incoerenza e il loro leader il più grottesco pagliaccio della storia della repubblica italiana è il fatto che il centro-destra si è battuto per anni per queste stesse riforme. Berluscazz ha fatto delle riforme istituzionali il cavallo di battaglia della propria sciagurata esperienza politica. Ed ora? Niente! Si vota no, per raccattare una manciata di voti che salvino il partito dall’oblio cui è destinato.  E poi, quanto è sconfortante vedere i giudici costituzionali dichiarare qualsiasi fesseria a sostegno del no. Ma dove è la serietà dei professori universitari che scendono nell’agone politico facendo propaganda elettorale? E come può l’elettorato farsi imbecherare da tanta pseudo scienza, da siffatti millantatori politici se è vero, come dicono i sondaggi, che le ragioni del no stanno prevalendo nel Paese? Ma in Italia non si era tutti per le riforme, fino a qualche tempo fa? Non era forse “innovazione”, la parola d’ordine ad ogni livello, che apriva ogni convegno, intitolava ogni forum e tavola rotonda, fondava ogni ragion d’essere? Siamo dunque giunti al paradosso che chi si è sempre scalmanato per l’innovazione voti no, e quelli come me scettici e tiepidi sui cambiamenti, votino sì. Buona parte di questa riforma non mi piace, ma non credo che votandola si possa andar peggio di adesso. Possiamo forse credere che nella palude in cui l’Italia riaffonderà dopo la sconfitta del referendum, in caso di vittoria del no, e la conseguente caduta del governo Renzi, qualcun altro trovi il modo di elaborare una nuova proposta di riforma costituzionale nei prossimi anni? Sì, no, non so. Si accettano scommesse.


Lezione di Paolo Tundo: Ci vuole fegato...! PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Mercoledì 23 Novembre 2016 07:32

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, martedì 22 novembre 2016

 

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Leopardi pessimista? No certo! PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Prete   
Giovedì 24 Novembre 2016 07:47

[Riscrittura dell'intervento tenuto a Recanati, Aula Magna del Comune, 6 novembre 2009, in occasione del Convegno ADI 2009, sezione didattica dell'associazione italianistica, già pubblicato in questo sito col titolo Contro e oltre lo stereotipo del pessimismo leopardiano]

 

 

Una premessa. La lettura di Leopardi ha per me, come per molti, risonanze che rinviano all’adolescenza, all’incantamento dinanzi ad alcuni versi, alla recitazione pubblica e privata di quei versi, quando usava ancora mandare a memoria molte poesie della nostra lingua e qualcuna delle lingue straniere che si studiavano. Leopardi era anzitutto il poeta lunare, e il poeta delle domande estreme affidate al canto del pastore errante. Era il poeta della ricordanza, del colloquio col “caro immaginare”, con le parvenze sottratte all’oblio, tra queste la Silvia dagli “occhi ridenti e fuggitivi”. Era il poeta del fiore che, sorgendo sulla lava, tra le rovine, con il suo profumo consolava il deserto. Mi accadeva anche di sentire rappresentati in quei versi bellissimi il senso dell’indefinito, una forte tensione immaginativa, lo stato di malinconia che apparteneva alla condizione di attesa e di desiderio privo di risposte proprio dell’adolescente. La frequentazione di Leopardi ha anche, però, un’altra origine, anch’essa scolastica : ho insegnato per nove anni nei licei, appena dopo la laurea, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle interpretazioni sopravvenute, era una fonte ricchissima di suggerimenti e di provocazioni, soprattutto era una messa in questione di un orizzonte culturale prestabilito e convenzionale. Insomma c’era più sovversione e insieme più energia immaginativa e morale nelle singole Operette, nei Canti, nei Pensieri e nelle pagine dello Zibaldone di quanto la critica, nei suoi diversi schieramenti, riuscisse a indicare, anche laddove parlava di materialismo o di protesta. Risale a quegli anni la questione che poi divenne per me un impegno, se cioè non fosse necessario riproporre una centralità dei testi leopardiani, una sorta di nuova e forte presenza della scrittura in quanto tale, e questo contro una dominanza, forte in quegli anni, del pensiero critico intorno ai testi, delle formule critiche divulgate dai manuali, che finivano con appannare la freschezza e la vitalità del domandare e ricercare e inventare leopardiano.

Si trattava di ascoltare, insomma, la vita del testo, il respiro di una scrittura. Da questo prolungato stato di ascolto di una scrittura è nato poi il saggio Il pensiero poetante.

Tra le formule critiche di più elevata divulgazione e più ostinate, c’era, e sopravvive ancora, quella del pessimismo. Essa impedisce, proprio per la sua astrazione e genericità e infondatezza, di cogliere la relazione profonda che c’è in Leopardi tra la teoresi e la poesia, tra l’interrogazione filosofica e l’interrogazione poetica. È una formula, questa del pessimismo, compendiosa ed astratta : e per questo finisce con allineare Leopardi a tanti pensatori diversi tra di loro, tant’è che il titolo di un libro di Elme-Marie Caro, del 1878, che in Francia ha divulgato la formula del pessimismo, è proprio Le Pessimisme au XIX siècle. Si tratta di un libro che parla sì di Leopardi, ma anche di Schopenhauer e di altri autori portati ad esempio del pessimismo nel XIX secolo. Poi in Italia, dagli anni Settanta dell’ ‘800 ai primi trent’anni anni del ‘900, c’è stata una profusione di articoli, di saggi, relativi al pessimismo leopardiano, fino allo studio di Porena del ’23-’24, Il pessimismo di Giacomo Leopardi; per non parlare delle indagini di dubbia psichiatria di autori come Sergi, Le origini psicologiche del pessimismo leopardiano, 1898. La formula è passata nella critica, anche la più avveduta, via via usata per indicare o la caduta delle illusioni e il passaggio alla scoperta dell’amaro “vero”, o la percezione di un’ universale condizione dolorosa. Da qui il divulgato uso scolastico, comodissimo per poter compendiare fasi e passaggi di un pensiero che, in questo modo, poteva essere consegnato a formule memorizzabili per un’interrogazione o un esame. Dal pessimismo soggettivo a quello storico a quello cosmico l’avventura di un pensiero era fissata con chiarezza : tre momenti progressivi, adattabili benissimo a una scuola d’impianto idealistico-gentiliano. Così chiara e perentoria e compendiosa era la formuletta che ogni manuale si sentiva in dovere di riprenderla esemplificando, dimostrando, citando versi e passaggi.

 

Dopo questa premessa, vorrei fare qualche considerazione. Occorre osservare da vicino il costituirsi in Italia della tradizione critica leopardiana, per vedere se è rintracciabile lì una genealogia della formula pessimismo. E poi vorrei dire più in particolare della natura, della sua rappresentazione in Leopardi, e questo perché è proprio su questo grande tema della natura che l’idea e lo stereotipo del pessimismo si sono radicati, con la convinzione diffusa in quasi tutti i manuali che dopo il 1824 la natura per il poeta coincida con un’immagine matrigna, violenta, aggressiva, dominatrice, distruttiva.

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