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Programma febbraio 2018
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 178 - (12 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 12 Dicembre 2016 21:24

La legge di stabilità e la precarietà del lavoro

 

[“MicroMega” online del 12 dicembre 2016]

 

 

Come rilevato da alcuni commentatori, la Legge di Stabilità 2017 risente della campagna referendaria e alcune disposizioni lì contenute sono state pensare per acquisire immediato consenso in vista della consultazione dello scorso 4 dicembre1.

Al netto di queste misure, i principali assi di intervento nel documento approvato sono sostanzialmente tre e presentano rilevanti elementi di criticità.

1. Risulta confermata, per quanto attiene alla ripartizione dell’onere fiscale, la linea seguita negli ultimi anni con misure di ulteriore detassazione per favorire gli investimenti, questa volta soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica (la c.d. Industria 4.0). Si tratta della reiterazione di interventi inefficaci dal momento che gli investimenti privati non aumentano via sgravi fiscali, come non sono aumentati negli ultimi anni, per la banalissima ragione per la quale se le aspettative sono pessimistiche, anche rilevanti sgravi fiscali si rilevano del tutto efficaci per incentivare la spesa privata. Ovviamente si tratta di misure che vanno bene a Confindustria e, non a caso, salutate con estremo favore dai suoi rappresentanti e dal quotidiano che ne rappresenta gli interessi. In sostanza, la detassazione, nelle condizioni date, ha il solo effetto di far crescere i profitti e/o di tenere in vita imprese altrimenti destinate al fallimento. Se non altro per questa ragione, la Legge di Stabilità mantiene l’impianto redistributivo a vantaggio delle imprese che ha caratterizzato le politiche economiche degli ultimi anni.

2. Risultano anche confermati gli sgravi fiscali per le assunzioni con le nuove tipologie contrattuali istituite dal Jobs Act. Su questo aspetto, dovrebbe essere ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione stabile), il Jobs Act si è rivelato fallimentare2. In sintesi, l’operazione si è risolta in questo. Sono stati accordati sgravi contributivi alle imprese, sulla base del c.d. decreto Poletti del 2014, per un ammontare stimato su fonte INPS di circa 20 miliardi per l’assunzione di lavoratori con contratti a tempo indeterminato (a tutele crescenti). Le imprese hanno risposto inizialmente trasformando i contratti precari in contratti più stabili - o assumendo - per l’ovvio obiettivo di avvalersi delle decontribuzioni, con un picco di riformulazione dei contratti a fine 2015. La riduzione dei fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, che evidentemente non potevano avere durata infinita, ha generato, come molti si aspettavano, una repentina inversione di tendenza: l’aumento del tasso di disoccupazione e la riformulazione dei contratti nella direzione di tipologie sempre più precarie. In particolare, nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, a fronte di quanto accaduto nello stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso. In sostanza, il mercato del lavoro italiano è stato “drogato” per un paio d’anni, tornando alla sua condizione ’fisiologica’ una volta esauriti gli incentivi. Un provvedimento, quindi, non solo inutile per la ripresa dell’occupazione ma anche controproducente per lo spreco di denaro pubblico a favore delle imprese. In più, la fine della stagione delle decontribuzioni ha anche contribuito ad accentuare ulteriormente il tasso di precarietà. Si fa qui riferimento, in particolare, all’esplosione del voucher, pensati come remunerazione per lavori accessori (p.e. lavori domestici) e invece oggi sempre più utilizzati nel settore privato e nel settore pubblico per mansioni che nulla hanno di accessorio. Fra gennaio e giugno del 2016 ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014.

3. Risulta incentivata la contrattazione di secondo livello, attraverso agevolazioni fiscali per il potenziamento del welfare aziendale e dei premi di produttività. L’obiettivo è legare più strettamente gli andamenti della produttività del lavoro con le dinamiche salariali. La logica che è alla base di queste misure risiede nella convinzione che è efficiente e giusto pagare i lavoratori sulla base del loro contributo alla produzione e, dunque, si presume, in base al loro merito. E’ una condizione di efficienza dal momento che – in questa logica – si ritiene che un mercato del lavoro deregolamentato produca spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. In tal senso, la disintermediazione del sindacato è una strategia efficace per impostare le relazioni industriali in modo ‘atomistico’, ovvero creando le condizioni per una contrattazione diretta fra singolo lavoratore e singolo datore di lavoro. E’ poi anche, o almeno si ritiene, una condizione di equità distributiva, dal momento che commisurare il salario alla produttività premia/premierebbe il merito.

Sebbene si tratti dell’impostazione teorica e politica dominante, essa si presta a non poche obiezioni teoriche e fattuali, fra le quali.

a) Non disponiamo di nessun criterio di misurazione oggettiva del merito individuale e, conseguentemente, non è affatto scontato che la commisurazione del salario alla produttività garantisca un assetto distributivo meritocratico. Il contributo alla produzione del singolo lavoratore è influenzato da numerose variabili, la gran parte delle quali non attiene alla sua personale bravura, o al suo personale impegno. E’ sufficiente considerare che la principale determinante della produttività del lavoro è l’accumulazione di capitale, la cui entità prescinde del tutto dall’impegno dei lavoratori, essendo il risultato di scelte delle imprese3.

b) L’attuazione di misure che spostino o incentivino la contrattazione aziendale rischia di riportare il mercato del lavoro nel Mezzogiorno a una condizione simile a quella di cinquanta anni fa, epoca nella quale erano vigenti le c.d. gabbie salariali (meccanismi di adeguamento dei salari monetari al tasso di inflazione). Non è uno scenario desiderabile, sia perché è oggettivamente regressivo, sia soprattutto perché se si va in questa direzione è ovvio che, in assenza di una ripresa degli investimenti pubblici e privati, si riduce ulteriormente la domanda aggregata nel Mezzogiorno, ovvero nell’area del Paese che ha maggiormente risentito e maggiormente risente gli effetti della crisi. E la riduzione della domanda, nel Mezzogiorno, non può che accentuare i divari regionali, in un contesto nel quale questi sono in continuo aumento da quasi un decennio, rendendo il Paese sempre più dualistico. L’effetto recessivo sarebbe peraltro accentuato dal fatto che le imprese meridionali sono, in media, di dimensioni notevolmente inferiori a quelle del Centro-Nord e, in molti casi, al loro interno non esistono neppure organizzazioni sindacali che possano contrattare salari e condizioni di lavoro, con la conseguenza che la ulteriore moderazione salariale al Sud configurerebbe una inutile e dannosa politica punitiva per i lavoratori meridionali.

 

 

 

1 Si veda: http://sbilanciamoci.info/legge-bilancio-referendaria-2/. Ci si riferisce, in particolare, alla c.d. rottamazione di Equitalia. Si può osservare, a riguardo, che Equitalia non scompare affatto, ma cambia nome (Agenzia delle Entrate – Riscossione) e, soprattutto, che volendo incidere in modo significativo sulla riscossione delle imposte, sarebbe stato semmai opportuno limitare le regole vessatorie utilizzate, agendo sulle regole d’azione non sulla denominazione.

2 Per una efficace critica di ordine giuridico a questo provvedimento, si rinvia a Giorgio Fontana, La riforma del lavoro, i licenziamenti e la Costituzione, “Costituzionalismo”, dicembre 2016.

3 Sul tema si rinvia a Sebastiano Fadda: http://www.sbilanciamoci.info/content/pdf/1817, Paolo Pini, (2013).What Europe needs to be European, “EconomiaPolitica – Journal of Analytical and Institutional Economics”, vol.30, n.1, pp. 3-11; Leonello Tronti. (2010). The Italian productivity slow-down: The role of the bargaining model, “International Journal of Manpower”, vol.31, n.7.


Le parole della violenza - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 12 Dicembre 2016 12:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana traggo spunto da fatti di cronaca. Mi servono per discutere delle parole che usiamo correntemente; e per riflettere sulle implicazioni collegate agli usi della lingua, parole e comportamenti vanno insieme.

1: stalker, stalking.  Pochi giorni fa, il 1° dicembre, ero in macchina: ascoltavo la radio un po’ distrattamente, guidavo e seguivo il flusso dei miei pensieri. All’improvviso qualcosa attrae la mia attenzione. Un po’ confusamente,  capto: «Per la prima volta … a Ferrara … stalking di quartiere». Ho perso il comunicato intero e quindi la notizia resta per me indecifrabile. Né ho mai sentito l’espressione «stalking di quartiere», non capisco bene cosa significhi. Appena a casa consulto il vocabolario, ecco la definizione di  stalking: ‘azione di chi molesta ossessivamente una persona con pedinamenti, appostamenti, telefonate o intrusioni nella vita privata’. Qualche rigo sopra c’è anche stalker: ‘individuo affetto da un disturbo della personalità che lo spinge a perseguitare ossessivamente un’altra persona con minacce, pedinamenti, molestie e attenzioni indesiderate’ .

L’uso di questi  termini (come di altre forme inglesi) provoca a volte  reazioni, lo vedo dalle lettere che ricevo: ad alcuni appaiono “fastidiosi”,  troppi gli anglicismi inutili in ambito giuridico, economico, tecnico, politico, “insopportabili” nella lingua di tutti i giorni. Vorremmo che le parole risultassero comprensibili a tutti, addetti ai lavori e singoli cittadini. Inoltre nella notizia che ho ascoltato per radio è una novità il riferimento al quartiere, non più ad una singola persona (come invece indica il vocabolario).

Voglio saperne di più, cerco in rete, trovo. Più o meno si tratta di questo. Una famiglia, marito, moglie e figlio minorenne, da vari mesi ha messo sotto tiro non una persona ma gli abitanti di un’intera strada, via Rambaldi a Ferrara. Condotte moleste che si manifestano con offese ripetute, ingiurie accompagnate da gesti sessuali, maltrattamenti di animali. E poi disturbo della quiete pubblica, rumori e urla, radio accesa per ore con musica ad altissimo volume, con la radio collocata all’interno di un contenitore metallico per amplificare i decibel, rendendo la vita insopportabile all’intero vicinato. E ancora frasi sconclusionate, offensive, brutali, minacce di morte: «Di qui non passi, verrà il momento in cui non passerai più» e «chiama tuo nonno finché sei in tempo...ti ammazzerò».

I vessati si ribellano, denunziano, depositano un esposto in procura. Dopo mesi di verifiche e accertamenti da parte di carabinieri, polizia, polizia municipale, la procura chiude l’indagine e formula l’atto d’accusa: «stalking di quartiere». Neologismo linguistico, credo anche concetto nuovo dal punto di vista giuridico, gli avvocati mi aiutino. Non posso prevedere se nel codice penale entrerà un nuovo specifico reato. Mi chiedo con quali parole verrà indicato, se entrerà. Faccio una semplice ricerca in rete. La parola stalking ricorre circa 257.000 volte nei siti italiani, stalker vi ricorre di più, 1.030.000 volte. Dunque sono parole diffuse nella nostra lingua, verosimilmente ben note a una buona percentuale, forse alla maggioranza, degli italiani.

Ciononostante faccio una modesta proposta operativa. Usiamo un lessico trasparente per tutti, invece delle parole inglesi indichiamo i corrispettivi lessicali della nostra lingua, diamo al reato e a chi lo commette nomi italiani: persecuzione e persecutore sono efficaci (come mi suggerisce Nando Boero, che spesso scrive sul nostro giornale). Tutti capiscono persecuzione, rivolta a una singola persona o un intero quartiere, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo attuata. La parola ha più valore, fa comprendere appieno la brutalità del reato e la bestialità del persecutore che commette il crimine.

2. bullo, bullismo. Eccone i significati: bullo ‘giovane prepotente e spavaldo; teppista’; bullismo ‘comportamento di chi cerca di imporsi con atteggiamenti prevaricatori o di sopraffazione’.

Queste due parole non sono inglesi, rispetto al caso precedente la situazione è diversa per quanto riguarda la forma. Ma vi si avvicina per il significato, anche questa coppia richiama comportamenti aggressivi e violenti, certo non esprime positività. Sorge naturale la domanda. Come è possibile che i protagonisti di atti di bullismo spesso mettano spontaneamente in rete video che ritraggono le loro gesta? Non dovrebbero, semmai, vergognarsene, perché l’esibizione?

Chi ha un carattere forte, capace di imporre il proprio potere e di dominare nelle relazioni interpersonali, si colloca in una posizione di superiorità rispetto ai compagni del proprio gruppo e agli altri studenti della scuola. La rete amplifica questa condizione, estende la fama del bullo ben oltre l’ambiente scolastico, ne fa un personaggio vincente. Inversione dei valori. Esibizionismo allo stato puro.

L’uso asfissiante e pervasivo della rete domina le nostre vite. Umberto Eco fece notare che i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar o all’osteria dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Tutti parlano di tutto, sentenziano la verità. Che è solo dichiarata, quasi mai argomentata o provata. Si spiega così il successo straordinario di twitter, piattaforma che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo con lunghezza massima di 140 caratteri. Tutto condensato in un cinguettio, questa sì che è filosofia, altro che Aristotele o Kant che impegnarono l’intera vita per scrivere libri!

Ma c’è di più, non è solo questione di superficialità. È inarrestabile l’abitudine di mettere in rete sé stessi, in continuazione. Pensieri o riflessioni di una qualche importanza, pochissimi. Un po’ più frequenti dichiarazioni personali, che riguardano la propria vita e che non dovrebbero interessare nessuno: «ho sentito una bella canzone», «ho fatto una passeggiata», fino a «ho mangiato un panino» o «mi sono lavato i denti».  Soprattutto foto, con variazione maniacale,  in un continuo bisogno di attrarre l’attenzione altrui: in posa atletica, in posa riflessiva, in posa provocante, in posa ammiccante, con pochi vestiti. Il fenomeno non riguarda solo i più giovani, i cosiddetti nativi digitali, attraversa le generazioni e le classi sociali. Esibizionismo allo stato puro.

Mi ha colpito un fatto recente, ne hanno parlato i giornali ai primi di dicembre. A Bologna,  una ragazza di nome Jenni Galloni, 25 anni, incinta di 4 mesi, muore in circostanze ancora da chiarire. La ragazza era di Bari, ma risiedeva da anni a Bologna e così, a quanto pare, sua madre. Dopo la morte della figlia, la madre posta sul profilo Facebook di Jenni la foto del cadavere (un corpo freddo, senza più vita, non composto, esibito con indosso solo gli indumenti intimi, il ventre appena rigonfio, un’immagine angosciante) accompagnata da parole terribili. La madre definisce «gente di merda» gli amici della figlia morta, aggiungendo: «ora non la potete più toccare con le vostre sporche mani, con le vostre false parole, con i vostri plagi…non la potete più invitare a far festa ai rave».

Nessuno può giudicare il gesto di una madre affranta dal dolore, non è questo il punto. Ma una barriera è stata infranta, un’altra frontiera è stata superata, il dolore si sfoga in una piazza digitale, una madre affida alla rete il rancore per le persone che ritiene moralmente responsabili della morte della figlia e elabora sui social il proprio lutto.

Esiste una bussola che possa orientare i nostri comportamenti in una società così frammentata? Nessuno vuole arrestare il progresso, la rete esiste. Ma bisognerà pure trovare delle regole. Abbiamo strumenti – Facebook, i social network – che permettono di rendere pubblica qualsiasi cosa, dalla più bella alla più atroce, di divulgare senza alcun limite fatti un tempo confinati nella sfera della propria persona, della cerchia parentale o amicale, della piccola comunità.

Non invoco interventi legislativi. Invoco di tornare a chiamare le cose con il loro nome. Lo stalking è persecuzione, il bullismo è prevaricazione e non c’è niente di cui vantarsi. I fatti personali sono fatti personali e tali debbono restare.

Atteniamoci a queste regole, rispettiamo la lingua e i comportamenti che questa suggerisce.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Lezione di Antonio Lucio Giannone, La poesia di Giuseppe Ungaretti PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Domenica 11 Dicembre 2016 19:21

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 9 dicembre 2016

 

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Quel che posso dire di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Antonio Mellone   
Sabato 10 Dicembre 2016 11:40

["Il Galatino" anno XLIX n. 19 del 25 novembre 2016, p. 3]

 

Non è la prima volta che Gianluca Virgilio mi fa dono di uno dei suoi libri.

Ecco. Quando succede sospendo quasi automaticamente la lettura dell’altro che ho per le mani per buttarmi a capo fitto e con gran diletto in quella del suo testo. La “parentesi virgiliana” di solito non dura più di un paio di giorni, al massimo tre, tanto scorrevolissimo e vorace, come sempre, è quel che egli scrive.

Stavolta la strenna è il suo “Quel che posso dire”, ancora caldo delle rotative di Edit Santoro di Galatina (settembre 2016); mentre l’altro che avevo per le mani – e che ha dovuto attendere il suo turno – era un classico della Naomi Klein, “No logo” (Bur, Milano, 2015), insieme al centesimo volume di Andrea Camilleri, “L’altro capo del filo” (Sellerio, Palermo, 2016). Sì, in genere me ne porto avanti un paio per volta, quando non di più.

Questo bel libro del prof. Virgilio, dello stesso formato degli altri suoi e, combinazione, dei romanzi che Camilleri pubblica con Sellerio, non è un romanzo, come l’autore ci ha tenuto a puntualizzare, ma una raccolta di disiecta membra, brani d’esistenza, punti di vista, racconti di vita vissuta, edite e inedite riflessioni di un osservatore, pensieri sfregati perlopiù su pagine di rubriche tenute sul quindicinale salentino per antonomasia: “il Galatino”.

Non una trama, dunque, visto che nemmeno la vita ne ha una, ma una serie incommensurabile di orditi, schizzi, flash, colpi di scalpello che, tuttavia, all’occhio più attento non sono mai stocasticamente indipendenti uno dall’altro, come direbbero gli statistici, ma legati in qualche modo da un fil rouge, una visione d’insieme, direi pure una concezione politica dell’esistenza.

Non solo nella prima parte del libro (“Scritti cittadini”), nella quale il Virgilio analizza la microsociologia della sua città, ma anche nelle restanti cinque (“Passeggiate con Ornella”, “Scritti scolastici”, “Prose”, “Racconti” e “Incontri”) affiora potente l’urgenza di una Politica (finalmente con la maiuscola) volta al bene comune, al rispetto dell’altro, alla formazione culturale di un popolo, alla realizzazione dei principi costituzionali negletti da troppa dimestichezza con la sbadataggine locale, e ultimamente minacciati anche da una riforma centrale pensata male e scritta peggio.

Mentre leggevo i brani di questo libro, non so perché, nella mia mente si andava delineando, dapprima sfocata e poi sempre più nitida, la figura di chi potesse assumere il ruolo di prossimo venturo sindaco di Galatina. E il profilo che in tal senso pagina dopo pagina si stagliava con connotati sempre più netti era proprio quello del prof. Gianluca Virgilio (erede, oltretutto, di Zeffirino Rizzelli nella direzione e nell’organizzazione dell’Università Popolare di Galatina).

Galatina in effetti ha bisogno di una persona, che dico, di una classe dirigente virtuosa. E Gianluca Virgilio, per spessore e impegno culturale, padronanza morfo-sintattica nell’eloquio e nella scrittura, onestà intellettuale, capacità di ascolto e di comunicazione, e dunque visione strategica della Polis, potrebbe rappresentare un punto di riferimento importante, un’insegna, anzi un insegnante per il nuovo gruppo dirigente. Abbiamo bisogno di qualcuno a Palazzo Orsini che finalmente, come Virgilio, faccia “l’elogio degli alberi” (pag. 31), che comprenda che qui è pieno di “decine di case monofamiliari chiuse e abbandonate, e con tanto di cartello VENDESI” (pag. 41), e che dunque un buon sindaco non si misura da quanto asfalto mette a terra o da quanto cemento farà colare, che il vero cittadino non può vivere “del poco, e di molta televisione, e si nutre di fiction” (pag. 20) ma di cultura e partecipazione, che “rottamazione è parola magica del consumismo” (pag. 43), che “la Buona Scuola ha dato il colpo di grazia alla libertà di insegnamento” (pag. 59), che non bisogna “prestare orecchio alle sirene del mercato” (pag. 61), che “la classe dirigente degli ultimi anni ha perseguito l’affossamento della scuola e la distruzione delle biblioteche scolastiche per dare i soldi alla scuola privata oppure favorendo l’ingresso nella scuola pubblica di privati sempre più rapaci” (pag. 76), che i giornali stanno diventando sempre più inutili, pieni zeppi, come sono, di pubblicità e di “commenti e opinioni tutti dalla parte del vincitore di turno, salvo dirne male quando per lui è giunta l’ora del tramonto” (pag. 95), ogni riferimento agli orrori di stampa locale è puramente causale…

Ho già passato questo bel libro a mio papà Giovanni. Mio padre ha 93 anni, è contadino, va ogni giorno in campagna, vive di poco, ha la terza elementare, non ha dunque una libreria (pag. 113) come quella del prof. Giuseppe Virgilio (compianto papà di Gianluca), ma quando è libero legge, legge tutti i libri che gli passo. Conosce Gianluca molto bene perché è il suo vicino di campagna. Tra i nostri due contigui appezzamenti di terreno non c’è muro di cinta, non soluzione di continuità. Sicché Gianluca e mio padre, il professore e il contadino, si vedono spesso, si scambiano consulenze, derrate agricole, e qualche volta anche i ruoli. Ho sempre pensato che quelle di mio padre fossero braccia strappate alla cultura.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 181 - (5 dicembre 2015) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 10 Dicembre 2016 10:57

Tutto quello che conosciamo deriva dalle nostre incertezze

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 5 dicembre 2016]

 

 

Forse non è mai esistito e non potrà esistere mai un tempo delle certezze. Accade sempre qualcosa che scompagina le agende boriose dei nostri programmi, che mette in dubbio qualcosa su cui si pensava di non poter avere alcun dubbio, che si offuschi l’orizzonte che qualche istante prima appariva nitido agli occhi. Si ha l’impressione, a volte l’illusione, che una condizione sociale, politica, economica, ideologica, valoriale, presenti una sua stabilità alla quale riferirsi e poi, nel volgere di poco tempo, quella stabilità comincia a vacillare, si accascia.

Spesso l’incertezza con la quale si attraversa il presente fa pensare che nel passato di certezze se ne avesse di più; ma non è vero. Probabilmente questo pensiero è determinato dal superamento delle incertezze che si avevano in passato oppure dal fatto che le incertezze passate non disorientino più in quanto nel confronto con esse  si è acquisita una capacità di governarle.

Allora forse il metodo più corretto da adottare è quello di stabilire un confronto culturale con le incertezze, in modo da poterle governare: almeno nelle loro manifestazioni governabili; almeno con quelle che si possono governare. Perché ce ne sono alcune che sfuggono da sempre ad ogni investigazione logica, a qualsiasi perfezione di metodo, e sono proprio quelle essenziali, che riguardano gli aspetti profondissimi dell’esistere. Con quel tipo di incertezze non ci può essere nulla da fare. Bisogna tenersele e convivere, consolandosi con il fatto che hanno riguardato e riguarderanno le creature di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni ideologia e di ogni fede, di ogni povertà e di ogni ricchezza. Con quelle non c’è proprio nulla da fare.

Per le altre si può tentare qualcosa,  ragionando sulle opportunità che offrono, soprattutto a livello di crescita collettiva e individuale.

Per esempio si può considerare che senza incertezza non ci può essere ricerca, in nessun campo, per nessuna finalità.

Tanto tempo fa – ma poi non proprio tanto- tutti avevano la certezza  che la terra stesse ferma. Qualcuno quella certezza non ce l’aveva, sospettava che fosse diversamente, aveva indizi che lo facevano dubitare, e così cominciò la ricerca. Si può immaginare che quando tutti gli altri furono costretti a rinunciare alla certezza, si verificò una sorta di tragedia psicologica collettiva: il convincimento maturò attraverso una sofferenza che scomponeva e decostruiva un’immagine mentale per sostituirla con un’altra.

Senza incertezza non c’è ricerca nella fisica, nella medicina, nella filosofia, nella biologia, nella chimica, nell’arte. L’incertezza è il movente esistenziale e culturale.

La conoscenza, l’apprendimento, tanto nella scienza quanto nell’esperienza quotidiana, provengono da un’incertezza, da una condizione di imprecisione, dalla contraddittorietà di dati conoscitivi, da un dubbio, una perplessità, da una precarietà di elementi che possano consentire di stabilire la differenza fra  vero e  falso, giusto o sbagliato, esatto o inesatto, da un’insicurezza,  dalla instabilità che coinvolge ogni sfera dell’essere e del conoscere, da una situazione complessiva o particolare che impedisce o limita la prevedibilità in ordine agli sviluppi che quella determinata situazione possa avere.

Banalmente: se mentre si sta scrivendo si ha un’incertezza rispetto al lessico, alla grammatica, alla sintassi, la ricerca della forma giusta, della giusta espressione, è motivata proprio da quella incertezza. La ricerca di una esatta definizione, di un concetto esatto, della verità relativa a qualcosa per la quale esista una verità, è motivata dall’incertezza.

A molte domande che facciamo a noi stessi e che ci fanno gli altri, si risponde con incertezza; siamo incerti rispetto a molte azioni che compiamo ogni minuto, a molti pensieri con i quali ci confrontiamo; siamo incerti sulle decisioni da assumere, sulle strade da intraprendere, su quasi tutto quello che dobbiamo scegliere. Siamo incerti su quello che pensiamo di noi stessi.

Tutto quello che presumiamo di conoscere con certezza deriva da una precedente incertezza, ogni convinzione da una precedente perplessità, ogni sicurezza da un’insicurezza, qualsiasi fiducia da una precedente sfiducia, probabilmente. E’ tutto sempre inesatto, parziale, relativo.

E’ stato sempre così. Adesso l’incertezza è diventata una condizione sistematica, strutturale. Si vive in una ininterrotta condizione di insicurezza. Sono passati quasi vent’anni  da quando Zigmunt Bauman nel suo saggio intitolato  “La società dell’incertezza” sosteneva che la versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”.

E’ stato sempre così. Si è sempre vissuto tentando un’approssimazione alle certezze nella consapevolezza dell’impossibilità di arrivare ad una certezza definitiva.  Dalla consapevolezza dell’impossibilità delle certezze è venuto il progresso, lo sviluppo, l’evoluzione delle culture.

Dalle incertezze del tempo che attraversiamo, dalle instabilità, dalla provvisorietà, dalle crisi, dai dubbi,  dalle contraddizioni, dalle turbolenze, deriveranno, nei tempi a venire, alcune certezze che sottoporremo a verifica, ad un costante processo di validazione, a discussione, a revisione, a smentita. Molte di esse saranno scompigliate da altre. E’ stato sempre così. Ancora Bauman dice che la vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata ad essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante.

C’è una bellezza in tutto questo, indubbiamente; c’è il fascino del costante ripensare i fatti e le storie che ci riguardano  e quindi un costante ripensarsi; c’è la seduzione che esercitano su di noi i nuovi eventi, le piccole e grandi avventure; c’è la curiosità, l’attrazione per l’incognita, per l’esplorazione di nuovi territori. Forse non sarebbe bello se si credesse sempre alle stesse cose. Forse è bello credere sempre in cose diverse per poter avere nostalgia di quelle in cui si è creduto.


“L’Osceno del Villaggio” di Paolo Vincenti: una conferma della smisurata passione per la scrittura PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 09 Dicembre 2016 07:52

Continua l’inarrestabile corsa letteraria di Paolo Vincenti, giornalista e scrittore salentino, il quale continua a ottenere, come accade per ogni sua pubblicazione, consensi e successi.  Dalla scorsa primavera, è la volta de “L’Osceno del Villaggio” ArgoMenti edizioni.

Lo scrittore ruffanese giunge, con “L’Osceno del Villaggio” da un percorso  che sostiene la sua intera esistenza e ce lo racconta  la sua ricca, anzi ricchissima ed eclettica produzione letteraria, tra romanzi, racconti e  articoli pubblicati su numerose riviste letterarie cartacee e testate online.

Con questo lavoro lo scrittore salentino ha percorso altre formule di scrittura dove comunque resta, ineluttabile, l’innata passione per la carta stampata, un mezzo che usa con abilità e competenza. La pubblicazione è una antologia, una  raccolta di articoli  racchiusi in 53 capitoli brevi, pubblicati, nel giro di 2 anni, dal 2014 al 2016, in diverse riviste che con tanta passione e tenacia propone nelle differenti realtà culturali salentine.

Un filo unisce i capitoli che dipanano l’arduo percorso esistenziale lungo il quale lo scrittore affronta una gamma sorprendente di temi di attualità. Molto interessanti sono le tante esperienze quotidiane in una società che va cambiando così velocemente. Fatti di cronaca, esperienze e problematiche  sociali e culturali, episodi legati alla politica e alle ultime mode e vizi, in continui nodi che si riavvolgono e si sciolgono con intuizioni illuminanti.

Un caleidoscopico paesaggio antropologico, realistico e a volte, visionario, doloroso, ma vibrante alla ricerca della parola… giusta! Tutto questo trasformato in una esperienza editoriale, tradotta, così, in questa originale pubblicazione.

Il titolo è un calembour, è un gioco di parole con cui l’autore  si riferisce, naturalmente,  allo scemo del villaggio, una figura, un personaggio dalle particolari caratteristiche che notoriamente esiste in ogni comunità e che un tempo si individuava soprattutto e maggiormente nei piccoli centri. Oggi la contemporaneità si apre a un mondo che ormai appare rimpicciolito, un mondo che è divenuto un villaggio, un villaggio globale. Per cui lo scemo lo si  incontra dovunque.

Ma lo scemo è, inevitabilmente, nello stesso tempo, osceno? Sicuramente sì, ma non fa scalpore, perché  questa figura possiede dei privilegi: dire liberamente quello che pensa in quanto sorretto e protetto proprio dalla sua pecularità  che lo giustifica.

Ma chi è lo scemo del villaggio?  E chi L’osceno? Molto interessanti sono le riflessioni che propone, nella prefazione al volume, Antonio Soleti, il quale  sottolinea che “L’osceno del villaggio dice quello che noi pensiamo ma, per prudenza , pudore o codardia, teniamo per noi”,  e che “L’ osceno esplora i comportamenti stereotipati, il basso profilo culturale che caratterizzano la società globale”.

I numerosi titoli, spesso, si ispirano a motti della tradizione popolare come… “Chi ben comincia…”  oppure “Al pelo si conosce l’asino” o a modi di dire  come ad esempio “Quando il gioco si fa duro”  e così via, consegnando al lettore intitolazioni accurate ed efficaci, e come molti aneddoti che ancora e per fortuna  resistono come in “Natale ai tempi della crisi” dove Paolo Vincenti coglie l’occasione per parlare di  purciddhuzzi , pucce e taraddhi, pittule e limoncello, ancorandosi al folklore e alla superstizione.

Il libro possiede delle peculiarità: ciascun capitolo è  introdotto da brani di cantautori da Paolo Conte a Zucchero a Elio e le storie tese,  da Fossati a Jovanotti,  per fare solo alcuni esempi. Le pagine sono sorrette da straordinarie illustrazioni  e vignette in bianco e nero realizzate da Melanton che  puntellano la scrittura  ora sarcastica, ora più seria, ora di denuncia, offrendo, come afferma lo stesso vignettista e illustratore, nella sua introduzione, “un ironico e filosofico complemento di divagazione”.

Lo scrittore trova l’occasione in “Uomo calvo mettiti in salvo” per quella sua erudita predilezione per  i classici, di narrarci di Sinesio di Cirene autore di un “Elogio della calvizie” vissuto tra il 300 e il 400 d.C. per poi, con un salto ultra millenario giungere ai nostri giorni elencando le diverse soluzioni  alle quali ricorre chi si avvia alla calvizie. Frattanto ironizza su se stesso che già nota con sottile sgomento, ma non troppo, i primi segnali di una incipiente calvizie, concludendo, con canzonatoria consolazione,  che tutto sommato meglio perdere i capelli che la ragione!

Sfogliando il libro, verso l’ultima parte Paolo Vincenti, nonostante non abbia scritto una introduzione al corposo volume, dà delle esplicitazioni come in “ L’Oscena Italia”  parlando della trasmissione televisiva che ha ispirato il titolo della sua rubrica: “Glob, l’osceno del villaggio”trasmessa da Rai Tre, condotta da Enrico Bertolino che parafrasava un’altra trasmissione, “Blob” e alcune pagine più in là in “Decadenza”. Aprendo con una canzone di Ivano Fossati, ci riferisce, senza mezzi termini che: “L’osceno del villaggio è a piede libero. Si aggira tra noi, è il concentrato di vizi e delle dissolutezze degli italiani… È una maschera tragica e comica… è il mostro che aspetta al varco della nostra addomesticata e borghese serenità”…. L’osceno è lo “scemo più scemo” del villaggio globale degli anni duemila”.

Nonostante le tematiche impegnative, l’Osceno si lascia leggere con fluidità e leggerezza, e il lettore si ritrova con quella libertà e possibilità, tra pagine scritte  e vignette, di saltare da un capitolo all’altro, a seconda degli argomenti che possono interessare in una certo proprio, personale stato d’animo!

È una passione viscerale quella di Vincenti che si propone in ogni opera letteraria con una scrittura ricca, colta e straripante. Un volume robusto “ L’Osceno del Villaggio” sia nella impostazione grafica sia nella parola, dalla copertina originale da tenere se non proprio in  borsa, sul comodino o in auto!”


Il taccuino di Gigi 6. L'al di là di Montaigne PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 08 Dicembre 2016 21:39

[“Il Galatino” anno XLIX n. 19 del 25 novembre 2016, p. 6]

 

Una spigolatura nell’opera di Montaigne, nei celebri e celebrati Essais, consente di soffermarsi proficuamente su osservazioni che forse senza lo stimolo della lettura di quell’opera non avremmo mai fatto. Di che cosa si tratta? È presto detto: Montaigne ci intrattiene sull’al di là. Detta così, la cosa può risultare poco attraente. Vediamo a distanza ravvicinata e intanto leggiamo un breve saggio (et pour cause!) :«Noi non siamo mai in noi, siamo sempre al di là. Il timore, il desiderio, la speranza ci lanciano verso l’avvenire e ci tolgono il sentimento e la considerazione di ciò che è per intrattenerci su ciò che sarà quando appunto noi non saremo più» (Essais, libro I, cap. III).

L’al di là, o quello che così chiamiamo e che in tanti modi fantastici si configura, è un argomento che ci fa toccare, almeno toccare, la soglia di un mondo sconosciuto ed inquietante. Rassicuriamo subito il lettore, non di fare un salto in un oltremondo quale che sia ci parlano le pagine di Montaigne, ma di un di qua inquietante moderatamente, che è al di qua di ogni “invito” al mistero. In questo caso, infatti, il mistero siamo noi.

Montaigne ci ricorda una situazione generale: noi siamo sempre al di là di noi stessi, continuamente protesi verso quel che sarà; affacciati, si può dire, ai balconi dell’avvenire.

Il desiderio, la speranza, l’attesa del futuro sono tutti motivi presenti in quello che pensiamo o facciamo nelle nostre giornate. Siamo, si può dire, nell’ambito del sentimento di ciò che sarà, o potrà essere, in una tensione continua verso quel di là che, a seconda dei casi, potrà apparirci desiderabile oppure vagamente pauroso.  C’è qualcosa in questo nostro atteggiamento o in questa nostra (istintiva?)  scelta di ciò che corrode ogni progetto, ciò che spesso rende vano il nostro stesso agire e che dirotta la nostra attenzione verso un traguardo ingannevole. Troppo presi da quel di là che la mente ci presenta con l’urgenza della quotidianità, ci viene sottratta la possibilità di rivolgerci alla considerazione di paesaggi interiori più ampi, spogli di quell’urgenza che gli affanni della nostra giornata consueta ci fanno vedere come più importanti.

La considerazione troppo esclusiva del di là, insinua Montaigne, ci impedisce di tenere nel debito conto ciò che al presente sfugge: l’avvenire. La considerazione di esso toglie i puntelli alla costruzione che stiamo realizzando e ce ne mostra la debolezza. L’avvenire è una costruzione dai puntelli malsicuri e rende futile ogni discorso su ciò che sarà quando noi non saremo più.

Avrà ragione Montaigne  di distoglierci da un’osservazione a vuoto dell’ al di là?


Vie traverse 4. Lu ruttu de la vora PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 07 Dicembre 2016 18:04

Risveglio

La cosa più bella che ti possa capitare dopo tre giorni di pioggia battente è svegliarti in un mattino di domenica, che sai di non dover andare a scuola e puoi uscire e andare dove ti pare. Giulia, appena le ho proposto di andare a visitare i laghetti che si erano formati nelle campagne qui intorno, con gli occhi ancora chiusi ha detto che si sarebbe vestita in un battibaleno, e così è stato. Nella sua mente si deve essere verificata come una inondazione che l’ha svegliata di colpo, lei che ogni mattina deve essere tirata giù dal letto con mille stratagemmi e precauzioni.

Il sole c’era e non c’era, entrava e usciva dalle nubi ancora nere in una indecisione meteorologica più apparente che reale: lo scirocco teneva duro. Ma come avrebbe potuto continuare a piovere dopo tre giorni di pioggia battente, senza far sorgere il sospetto che si stesse preparando un nuovo diluvio universale? Abbiamo optato per l’auto, spinti anche dalle insistenze di Ornella, che non ci avrebbe lasciati partire in scooter con un tempo così incerto. In un canto del garage, lo scooter si sarebbe rassegnato ad attendere tempi migliori.

 

Visione della campagna dopo la pioggia

Era come dicevo io. Appena fuori dell’abitato, i campi di cicorie, di rape e di finocchi erano completamente sommersi dalle acque che lasciavano vedere solo le cime più alte d’un verde smorto sopra una distesa di fanghiglia grigia. Le vigne ancora frondose, sebbene ormai private del loro frutto, erano allagate; gli olivi, perso ormai il loro carico strappato dal vento e sommerso dalle acque, sembravano simili a salici piangenti sul greto di un lago; tutta la campagna costituiva uno spettacolo ch’io ricordavo, per averlo visto tante volte da piccolo, e che ora mi piaceva riproporre a Giulia, per vedere l’effetto nei suoi occhi di bambina vissuta altrove. E Giulia era veramente stupita da quel mare venuto giù dal cielo in pochi giorni, portato dal vento umido di scirocco, e giurava di non aver mai visto nulla di simile in via sua, lei che pure aveva spesso passeggiato sulle rive dei laghi del Nord Italia.

Fa uno strano effetto rivedere i luoghi che si sono percorsi a piedi o dove lo sguardo si è posato sulla terra arida dell’estate, rivederli in autunno, nel tempo delle piogge; lo stesso effetto straniante di una foto ritoccata al computer, da cui siano scomparsi tutti i particolari, tutti gli “errori”, che la rendevano caratteristica e unica. Nel paesaggio della campagna era venuto a mancare soprattutto il colore della terra, come annullato da un pittore scrupoloso, che avesse passato pennellate d’un grigio indistinto tra i filari degli alberi e degli ortaggi.

 

La vora di Noha

Il luogo dove la massa d’acqua aveva costituito un vero e proprio laghetto era quello dove meno mi sarei aspettato di trovare un simile sconvolgimento della campagna: la vora di Noha. Ci siamo fermati sul ciglio della strada su cui si frangevano senza forza le increspature dell’acqua sollevata dal vento di scirocco, attirati da uno stuolo di persone intente a commentare il fenomeno nuovo. Ma come, la vora di Noha, che aveva sempre inghiottito mari interi d’acqua piovana, portando verso luoghi lontani e sconosciuti tutto quello che le precipitava in gola, come era possibile che si fosse all’improvviso saziata e avesse smesso di fare il suo lavoro? In lontananza, il luogo preciso dove un tempo la vora si apriva, era solo visibile per alcuni pilastri di cemento che la delimitano, cinti da una rete metallica che ne impedisce l’accesso. Giulia voleva sapere tutto della vora di Noha, soprattutto voleva sapere dove andava a finire la massa d’acqua che la vora inghiottiva; ma io non potevo accontentarla, perché non lo sapevo; e allora abbiamo interrogato un uomo anziano, che era lì, insieme agli altri, stupito anche lui per quel mare di acqua e fango, ed anche un po’ indignato. Ci ha detto che abitava lì vicino ed era preoccupato per la sua casa, perché un altro giorno di pioggia e la sua casa sarebbe sommersa; che la vora un tempo era efficacissima nel periodo delle piogge, quando si sentiva un rutto continuo e prolungato, lu ruttu de la vora –ha detto – era il segno che tutto andava bene e che se anche l’oceano le si fosse riversato nella gola dal cielo, la vora l’avrebbe ingoiato ed espulso; che forse – anche lui era incerto – la vora sfociava come un fiume sotterraneo dalle parti di Galatone, a dieci chilometri di distanza, o forse anche direttamente in mare, sotto qualche scoglio sommerso lungo la costa, dalle parti di Santa Maria al Bagno; ora l’avevano chiusa, ovvero ne avevano rimpicciolito la bocca con colate di cemento a tal punto che le frasche avevano fatto il resto, come accade nei fiumi, dove i castori sono capaci con i rami degli alberi di costruire una diga che ne devia il corso; insomma, -concludeva – bisogna stare attenti quando si vota, perché non si può votare per chi non sa cosa sia una vora e non ne ha mai sentito il rutto.

 

Sul Canale dell’Asso

Giulia voleva subito andare a vedere il luogo dove sfocia la vora, ma io le ho fatto notare che, se la vora non inghiottiva più nulla, era chiaro che neppure sfociava in nessun luogo. Allora, siamo risaliti in macchina e ci siamo avviati verso il Canale dell’Asso, che dopo tutte le piogge dei giorni precedenti avrebbe dovuto essere pieno d’acqua. Gliel’ho indicato dalla strada, da dove è facile vederne la sua linea sinuosa che si snoda tra i poderi, accompagnata da un corteggio di alte canne. Le hanno piantate apposta sul terrapieno che fa da argine, perché le radici della canne trattengono la terra e non lasciano che le acque la portino via. Ogni tanto la strada asfaltata incrocia il canale, e gli passa sopra. Basta fermarsi, dunque, su un piccolo viadotto per vedere il corso del canale. Siamo scesi dalla macchina e ci siamo affacciati al guard rail: nel fondo oscuro del canale, dove le fronde delle canne non lasciavano passare la luce, si vedevano a malapena trenta centimetri d’acqua corrente, non di più. Le acque, dunque, si stavano ritirando. Ma in qualche punto l’acqua aveva superato l’argine e si era diffusa nella campagna, mentre altrove, all’interno del canale, l’erba schiacciata dalla furia delle acque segnava l’alto livello raggiunto dalla corrente.

Giulia voleva sapere che fine avessero fatto gli animali del canale. Non è affatto un luogo comune che i bambini ci mettono spesso davanti alla nostra ignoranza. Infatti, che cosa ne sapevo della fauna del luogo? Ho inventato, cercando di attenermi ad una certa verosimiglianza: ho detto che nel canale vivono rane e rospi, che certamente si erano salvati nelle loro case acquatiche, protetti dietro un anfratto di pietra; che uccelli acquatici non ce n’erano neanche a pagarli, come più volte ci aveva spiegato nonno Nino, che era stato cacciatore e se ne intendeva, e che tutt’al più ci poteva essere qualche tana di volpe, che si era certamente messa in salvo con i suoi cuccioli nell’imminenza dei temporali; e poi piccoli roditori, topolini e talpe, anche loro, come tutti gli animali, capaci di trovare un riparo contro la pioggia e le inondazioni. A un certo punto, mentre mi diffondevo in queste considerazioni, Giulia ha fatto un’osservazione molto veritiera. “Ci hai fatto caso, papà, che nel cielo non ci sono più uccelli!”. Di sicuro stava ripetendo una frase pronunciata spesso da nonno Nino che si lamenta sempre di questa assenza nei cieli della sua campagna (dove ha un piccolo fondo che ha piantato ad alberi da frutto), accompagnando le sue querimonie con tutto un repertorio di affermazione contro coloro che accusano i cacciatori di aver fatto strage di uccelli; quando, invece, la colpa è dei contadini che, usando senza misura diserbanti e pesticidi, non solo hanno ucciso gli animali, ma hanno anche avvelenato le falde acquifere, tanto che i pozzi ai quali bevevano bestie e cristiani quando lui era giovane – quant’era fresca quell’acqua! - ora raccolgono solo acqua piena di stafilococchi, quando va bene, e di mille sostanza chimiche che la rendono imbevibile.

In effetti, sul pantano della campagna allagata, non fosse stato per le nuvole in movimento, il cielo sarebbe apparso privo di vita. Solo qualche gazza ferma su un cavo della luce o sul ramo di un albero, col suo cra-cra richiamava la nostra attenzione, prima di spiccare il volo lontano dalla strada.

All’improvviso, ecco lo scoppio d’un fucile, a poca distanza da noi. “Hai visto, papà, non si è sollevato neppure un uccello!”. Giulia parlava come chi avesse trovato la prova del suo ragionamento, quando invece, anche stavolta, non faceva che ripetere una frase con cui nonno Nino giustifica la sua rinuncia alla caccia, a cui si è rassegnato già molti anni fa. Così, quando meno te l’aspetti, i bambini dimostrano di essere molto attenti alle parole dei più anziani, con gli occhi dei quali guardano più degli adulti alla realtà delle cose. Era vero, solo alcune gazze si erano levate in volo allo scoppio del fucile; e si sa che nessun cacciatore ha mai sparato alle gazze, se non per provare l’efficacia di una cartuccia.

 

Ritorno a casa

Ricominciava a piovigginare, a ’nziddhacare, come diciamo noi, ed era opportuno rientrare in macchina e portarsi verso casa. Sulla via del ritorno, alle prime case del paese, Giulia mi ha indicato la cupola del circo che da qualche giorno si era attendato in uno spiazzo della periferia. Allora, abbiamo fatto una piccola sosta davanti al campo, dove erano parcheggiati i camion delle bestie feroci e Giulia ha potuto sgranare gli occhi alla vista di due tigri rinchiuse dietro spesse sbarre di ferro. Una se ne stava immobile, distesa, e sembrava dormire, l’altra era un po’ inquieta e girava su se stessa come un cane che si morde la coda. “E se scappassero?” ha detto Giulia. “Speriamo proprio di no!” le ho risposto, considerando la mole e le fauci. Intanto cominciava a piovere più intensamente e un clown si dava da fare per chiudere le imposte del camion perché le bestie non si bagnassero. Sarebbero rimaste al buio, almeno nel tempo della pioggia. Anche a noi non rimaneva che tapparci in casa e aspettare l’arrivo della tramontana.

[2004]


Lezione di Patrizia Barone, I livelli essenziali di assistenza (LEA) sanitaria PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Lunedì 05 Dicembre 2016 20:50

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 2 dicembre 2016

 

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Parole che fanno male alle donne PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 05 Dicembre 2016 07:23

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa puntata e nella prossima ci occuperemo di parole molto usate ai nostri giorni e del valore che alle stesse attribuiamo.

Spunto di partenza. La scorsa settimana, venerdì 25 novembre, si è tenuta la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con questa iniziativa governi e organizzazioni di tutto il mondo sono sollecitati a promuovere attività in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle violenza contro le donne. La data è simbolica, ricorda il brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, che  pagarono con la vita la loro opposizione al regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, gettate in un precipizio a bordo della loro auto per simulare un incidente.

Il giorno prima della giornata contro la violenza, giovedì 24 novembre, in non casuale coincidenza, Laura Boldrini, Presidente della camera dei Deputati, ha messo un post su Facebook per mostrare alcuni degli insulti e delle minacce ricevuti nell’ultimo mese. Una caterva impressionante, in un sol mese. Messaggi terribili come questi: «Ma mai nessuno l’ammazza a sta terrorista»; «Per Natale voglio stare chiuso in una stanza con te, soli, tu ed io. Solo noi e la mia accetta. Partirei con il taglio delle mani». E insulti a sfondo sessuale.

Il fenomeno richiede attenzione, non si tratta di un caso isolato. I social network traboccano di volgarità, di espressioni violente e di minacce con riferimenti sessuali. La Presidente della Camera ha fatto benissimo a denunziare questi messaggi indicandone anche il mittente, chi si esprime in modo così squallido deve essere identificato e richiamato alle proprie responsabilità.

La rete è un mezzo meraviglioso, una miniera praticamente inesauribile di informazioni e riflessioni. Ma attenzione. Non sempre le informazioni che vi circolano sono attendibili, spesso si tratta di vere e proprie falsità, magari messe in giro ad arte. «Non è vero ma ci credo – Vita, morte e miracoli di una falsa notizia» è il titolo del convegno che si è svolto il 29 novembre nella Sala della Lupa di Montecitorio. Morale: verificare sempre, fa bene all’intelligenza e alla democrazia. La rete a volte può rivelarsi terribile, vi circola un’enorme quantità di «parole per ferire» (così le definisce Tullio De Mauro nell’«Internazionale» del 27 settembre 2016), «parole, parolacce e paroline» usate nella lingua di tutti i giorni, attraverso le quali vengono veicolate intolleranza, discriminazione e odio. Diventa un vero strumento di tortura, sono numerosi i suicidi di persone che non resistono alla pressione moltiplicata del mezzo e alla violenza estrema che vi circola. Di fronte a problemi così complessi in molti invocano interventi legislativi. «Cosa aspettiamo a mettere un freno, anche legale, a questo stupidario minaccioso e insolente?» reclama Dacia Maraini sul «Corriere della Sera» del 26 novembre. È giusto, non possiamo far finta di niente, dobbiamo far qualcosa. Anche la lingua può fare la sua parte, l’uso adeguato del lessico conta moltissimo.

Una parola non più tanto nuova, impiantatasi nella lingua da una decina d’anni per indicare qualcosa che accade da sempre e che oggi si ripete spessissimo, è femminicidio. Significa l’ ‘uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Così dicono i vocabolari: i vocabolari sono preziosi, ci insegnano moltissime cose, se sappiamo interrogarli. Un collega intelligente mi ha chiesto: perché inventare una nuova parola, non basterebbe omicidio, una parola che già esiste e che tutti conoscono? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano indica l’uccisione di una o più persone. E quindi la parola omicidio può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini.

Il dubbio è legittimo. Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile? La risposta, anche in questo caso viene dai vocabolari. La voce femmina viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo spregiativo, la soluzione è lì. Anche ai piani alti della letteratura: «Femina è cosa mobil per natura» afferma Petrarca, 183 12, per la verità con accezione più negativa che spregiativa, riprendendo un luogo comune secolare che rimonta a Virgilio, Eneide IV 569: «mutabile semper femina». Chi userebbe la parola femmina per definire la propria moglie, la propria madre, la propria sorella o la propria figlia? Nei dialetti meridionali malafemmina indica una donna di facili costumi, ricordate la notissima canzone napoletana Malafemmena scritta e musicata da Totò (1951) e il film collegato Totò, Peppina e la malafemmina di qualche anno dopo (1956). Il femminicidio, l’assassinio della femmina, indica il delitto  commesso da chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se la donna si rifiuta, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca che nasce da un atteggiamento culturale ributtante.

Quando in una società si generano forme mostruose di sopraffazione e di violenza è opportuno inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. Non si tratta di una parola inutile o in più: l’invenzione del neologismo indica un rovesciamento di prospettiva rispetto al sentire di alcuni, costituisce una fondamentale precisazione culturale e morale, chiarisce le implicazioni etiche collegate. E quindi è giusto usare femminicidio, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola femminicidio; il generico omicidio risulterebbe troppo blando.

Torniamo all’episodio di partenza, alla denunzia pubblica fatta dalla Presidente della Camera. Insulti e allusioni malevole purtroppo non sono esclusiva di alcuni imbecilli che approfittano della copertura che la rete fornisce per dare sfogo alla propria violenza malata. È bellissima la raffigurazione che Maurizio Crozza fa dell’odiatore telematico di professione, che insulta chiunque gli capiti a tiro informatico e così dà sfogo alle sue frustrazioni. Non sono immuni da questa attività personaggi pubblici dimentichi del proprio ruolo, forse alla ricerca di facili consensi elettorali, più presunti che reali (credo a elettori più saggi e probi dei loro rappresentanti). Circa 3 anni fa Beppe Grillo postava sul suo profilo Facebook con finta ingenuità la seguente domanda: «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?». Le risposte dei seguaci non si fecero attendere: moltissimi gli insulti (spesso a sfondo sessuale), i suggerimenti alla violenza, le frasi di scherno. Più recentemente Matteo Salvini  ha così commentato l’arrivo sulla scena di una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia già stata esibita...». Di fronte alle critiche, Salvini ha confermato il suo atteggiamento e non si è scusato («anzi è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani»). Su Facebook  ha scritto: «Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!» con tanto di foto e sopra la scritta «#sgonfialaboldrini». Ancora la rete come facile mezzo per offendere.

Sta a noi compiere scelte linguistiche adeguate, usare la lingua per argomentare e per difendere le proprie ragioni puntando sul convincimento e non sull’irrisione o sulla sopraffazione. Ovviamente l’uso corretto e moderato della lingua non può impedire la violenza che attraversa la società. Ma può favorire la presa di coscienza dei comportamenti collettivi e, in una certa misura, contribuire al miglioramento della società.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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