Per i nostri 25 anni.
È con grande piacere e un po' di emozione che pubblichiamo il programma della mezza giornata di studi che abbiamo organizzato per celebrare i venticinque anni della nostra Associazione: ricostruirne... Leggi tutto...
Fiat lux: la nostra gita culturale per Natale.
15 Dicembre: PROGRAGRAMMA VIAGGIO SALERNO - PAESTUM 15/16 DICEMBRE 2017 -Partenza ore 6:00 del venerdì 15  da Nardò (vicino ospedale), ore 6:15 da Galatina (SuperMac). -Arrivo a Salerno per l'ora... Leggi tutto...
Candidati Collegio dei revisori
Per le elezioni dei due membri del Collegio dei Revisori dei Conti il cui mandato è scaduto sono pervenute, entro il termine fissato del 1° novembre 2017, le seguenti candidature (in ordine... Leggi tutto...
Programma attività novembre 2017
Siamo particolarmente lieti di pubblicare il programma delle nostre attività per il mese di novembre, caratterizzato dall'evento organizzato per celebrare i 25 anni di vita della nostra... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti
Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti. Grazie all’alto numero di iscrizioni già pervenute (l’elenco degli iscritti 2017-18 è consultabile nella sezione... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 178 - (17 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 19 Novembre 2016 18:33

Innovazione: la parola magica dei nostri tempi

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 17 novembre 2016]

 

Ogni tempo ha le sue parole magiche: quelle che promettono lo spalancamento di finestre su universi mai conosciuti, che si propongono come soluzione definitiva dei problemi mai risolti, che rappresentano gli idoli da adorare nei giorni presenti e in quelli futuri. Sono parole che, in relazione ai casi, intendono essere rassicuranti, oppure enunciano magnifiche sorti, delineano eccezionali prospettive, indicano direzioni inevitabili che conducono verso  sfavillanti orizzonti di avvenire.

Nel tempo che attraversiamo, una di queste parole magiche, custode e testimone di prodigi, è innovazione.

Si avverte costantemente l’urgenza di innovare, in ogni contesto, in ogni situazione, in ogni condizione, in ogni organizzazione, in ogni settore: un’innovazione totale, trasversale. Ogni cosa esistente ha bisogno di una costante, incessante innovazione, nelle sue fondamenta, nelle sue finalità. Occorre individuare criteri nuovi, metodi inediti, determinare mutamenti, trasformazioni che producano una innovazione radicale, processi virtuosi e, soprattutto, risultati che permettano di dimostrare l’indispensabilità dell’innovazione. Una smania.

Poi, perché l’innovazione renda risultati, risulta indispensabile, ovviamente, la presenza e il contributo degli innovatori.

Gli innovatori sono sempre pronti ad entrare in campo per risolvere la partita che gli altri giocatori mantengono nell’umiliazione dell’incertezza. Gli innovatori non hanno alcun bisogno di dimostrare chi sono, che cosa hanno fatto fino a quel momento, di presentare credenziali del servizio svolto. Sono innovatori proprio per questo, per confrontarsi con il mai accaduto, mai visto, mai sentito. Possono anche venire dal nulla. Gli innovatori esistono per destrutturare e ristrutturare, per abbattere il tempio e riedificarlo in tre giorni.  Arrivano e innovano. La storia non conta. L’esperienza di meno. Se gli si chiede qual è il loro stile, la loro missione, il loro programma, non hanno difficoltà alcuna nella risposta: innovare innovare innovare. Ora e sempre. Che cosa. Ogni cosa. Che cosa può essere mai un grattacielo, una statua maestosa, un traforo, un aereo, un Divina Commedia, una scoperta di stella. Si deve innovare, naturalmente con il giusto tornaconto di visibilità. Poi, spesso, questi falsi innovatori ritornano nel nulla da cui sono venuti, senza che nessuno serbi memoria di loro, ma lasciandosi dietro le macerie che hanno sparso con la loro improvvisata innovazione.

Si sa che senza una tensione all’innovazione, mai e poi mai in una valle lontana lontana, un essere che procedeva a quattro zampe avrebbe osato trasgredire la consuetudine e sollevarsi e procedere con due. Però, probabilmente, dopo aver compiuto l’impresa di sollevarsi, avrà guardato in cielo e ringraziato qualcosa, qualcuno, con i suoi suoni gutturali, oppure con un silenzio riconoscente e stupefatto. Poi si sarà seduto sopra un masso e avrà riflettuto un poco; prima di cominciare l’avventura di inventare il fuoco, la ruota, il giavellotto, le palafitte, i numeri, il cannocchiale, la mongolfiera, lo sputnik, prima di affrontare il viaggio sulla luna, si sarà fermato a riflettere un poco.

La riflessione è una componente essenziale del processo di innovazione. Significa sottoporre a verifica le idee, provare concretamente la bellezza delle intuizioni, definire i tempi, i modi con i quali portare il progetto a realizzazione.

Senza queste minime condizioni si rischia di trasformare qualsiasi disegno di innovazione in una sbadata improvvisazione che può provocare lo stesso effetto che provoca lo smontaggio dei pezzi di un motore senza avere idea e mestiere per rimontarli.

L’improvvisazione è forse la condizione più dannosa per il progresso di una civiltà. L’improvvisazione è presunzione, arroganza, incoscienza, insensibilità, ignoranza di tutto quello che è stato realizzato. L’improvvisazione è mancanza di rispetto per chi ha realizzato.

L’improvvisazione introduce rapidamente elementi nuovi nella struttura delle cose senza valutare le conseguenze che possono produrre.

L’innovazione risponde a criteri e ragioni, segue processi logici, rispetta tempi e ritmi, si fonda sull’esistente e lo valorizza, ne riconosce la paternità; non lo ignora, non lo rifiuta; lo riformula con competenza. L’innovazione proviene, richiede e prospetta una attività di profonda riflessione. L’innovazione è tenacia, perseveranza, rigore, creatività, metodo. Quindi scienza.

Ma viviamo tempi che assistono al confondersi dei concetti di innovazione e improvvisazione. E’ come se arrivasse un’eco distorta, contraffatta, corrotta, del motto “Uccidiamo il chiaro di Luna”, urlato da chi ne sconosce il significato e con il conforto di tale sconoscenza pretende di innovare mentre sta solo semplicemente pericolosamente improvvisando.

Frequentemente si sente dire  dall’ultimo  arrivato da qualche parte, in un qualsiasi mestiere: ho un progetto innovativo;  ho fatto un’opera innovativa. Ma innovativa rispetto a cosa, rispetto a quando. Altrettanto frequentemente l’innovatore risponde: rispetto alla tradizione. Siccome la tradizione comincia da Adamo e arriva esattamente all’istante in cui si pronuncia la parola, siccome la parola stessa è tradizione, siccome la tradizione è una rete complessa di forme di pensiero e di significati, bisogna tentare di capire rispetto a quale tempo, a quali forme di pensiero, a quali significati, l’innovatore opera l’innovazione. A quel punto l’innovatore viene provvidenzialmente soccorso dal motto o dalla sua approssimativa parafrasi: uccidiamo il chiaro di Luna. Però il chiaro di luna c’era prima che lui ci fosse e fortunatamente ci sarà quando lui non ci sarà più.

C’era una volta un contadino che voleva innestare un mandorlo sull’albicocco. Allora aspettò che venisse il tempo giusto, che non fosse troppo caldo,  non fosse troppo freddo,  non tirasse forte il vento. Aspettò che fosse luna calante. Quando venne il tempo giusto cominciò a lavorare. Incise un ramo dritto e vigoroso dell’albicocco. All’estremità del taglio inserì la marza facendo combaciare perfettamente la corteccia  con quella del portainnesto. Ancorò  la marza al taglio legando strettamente il portainnesto con della rafia bagnata procedendo dal basso verso l’alto, perché non si seccasse, non sviluppasse malattie, per favorire la cicatrizzazione e l’attecchimento. Ogni giorno, al tramonto, andava a controllare la condizione della pianta. Forse è questa l’innovazione. Fare in modo che una pianta possa generare due frutti con  un innesto attento, paziente, sapiente.

Il resto è spudorata millanteria.


Un’area marina protetta da Otranto a Leuca, finalmente! - (16 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 17 Novembre 2016 18:26

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 16 novembre 2016]
Non ci sono parchi nazionali terrestri, in Salento. La natura è stata modificata in modo radicale e gli ambienti non toccati dall’uomo sono rari. Il Salento, con i muri a secco, gli olivi, i paesi storici, è un immenso parco paesaggistico, altra cosa rispetto a un parco naturale. Questo discorso non vale per il mare: le aree marine protette sono parchi nazionali, e in Salento ce ne sono già due, uno a Porto Cesareo e l’altro a Torre Guaceto. I 50 chilometri di costa rocciosa da Otranto a Santa Maria di Leuca sono quanto di meglio si possa cercare lungo gli 8.500 chilometri di costa italiana ed era ora che si arrivasse a decidere di riconoscerne il valore per l’intero paese. Sott’acqua ci sono ambienti ineguagliabili, come le grotte marine e, soprattutto, costruzioni che sembrano rocciose ma che sono state costruite da organismi: il coralligeno, le biostalattiti scoperte dal prof. Belmonte, il marciapiede di alghe coralline subito sotto il pelo dell’acqua e, in profondità, i coralli bianchi. La costa, poi, è in gran parte selvaggia e già parco regionale.
Un sistema costiero costellato di paesini che hanno poi corrispondenti più grandi subito nell’interno. Con Otranto (tutt’altro che un paesino) ad un capo e Santa Maria di Leuca dall’altro. Cinquanta chilometri di costa che rappresentano un vero tesoro naturalistico e paesaggistico.
Ho assistito all’istituzione dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, tanti anni fa, e, assieme a Cosimo Durante, ho rischiato il linciaggio da parte dei pescatori che vedevano solo divieti. Oggi, i pescatori sono i più grandi alleati dell’Area Protetta. Conosco la realtà di molte aree marine protette italiane: alcune sono gestite benissimo, come Porto Cesareo e Torre Guaceto, altre sono gestite in modo clientelare. Qualche sindaco “potente” piazza qualche fedelissimo (magari un parente) e fa trionfare l’incompetenza e l’affarismo. Chi viene beneficiato dalle ruberie è contento, gli altri no. Inutile dire che la protezione va a farsi benedire. E poi si dice che le aree protette non funzionano.
Il futuro di questa, che io auspico con tutto il cuore, dipenderà dall’accortezza dei sindaci dei comuni costieri che, insieme, dovranno gestire una realtà molto complessa. Alcuni sono entusiasti e promotori, come i sindaci di Otranto e Tricase, altri sono più dubbiosi.
Se le aree marine protette sono imposte dall’alto, è necessario che gli effetti positivi si vedano, prima che si cambi parere. Se non si vedono, il fallimento è certo. Il consenso di gran parte delle popolazioni residenti è un requisito essenziale per il successo di un’area marina protetta.
Consiglio le comunità locali del tratto di costa Otranto-Santa Maria di Leuca di rivolgersi, attraverso le rispettive amministrazioni, Pro Loco e quant’altro ai corrispettivi organismi che operano in zone già protette, per avere contezza degli svantaggi e dei vantaggi.
Lo svantaggio, se così si può chiamare, è uno: la protezione dovrebbe arrestare gli arbitri che hanno devastato e che potrebbero devastare gli ambienti naturali. Le devastazioni portano qualche vantaggio iniziale ma un territorio deturpato da interventi scellerati perde di attrattività e si avvia al rapido declino. Il patrimonio più grande di questo tratto di costa è che sono ancora estesi i posti dove non c’è “niente”. E “niente” è un valore grandissimo. Certo, probabilmente non attira i ricconi pacchiani alla Briatore, ma attira un turismo rispettoso dell’ambiente, destagionalizzato, culturalmente preparato ad apprezzare quel che il territorio ha da offrire e, cosa non da poco, disposto a spendere. Le strutture sono nell’interno, sono i paesi bellissimi a poca distanza dal mare, o sono discreti agglomerati di abitazioni spesso di ottima qualità. Direi un posto perfetto.
Manca una cosa. Una sentiero pedonale che permetta di attraversare tutta la costa, da un capo all’altro, rigorosamente a piedi. Penso alle Cinque Terre, alla Via dell’Amore. Anche lì c’è un’area marina protetta e c’è un paesaggio spettacolare lungo una costa rocciosa. Perché non andare a prendere ispirazione, a vedere cosa hanno combinato? I turisti ci sono sempre. Vengono dall’altro capo del mondo per camminare su quella strada. Andare a piedi da Otranto a Leuca potrebbe richiedere una settimana, con tappe nei vari borghi interni o costieri. Guardando il paesaggio, magari facendo immersioni per vedere fondali spettacolari. Gustando l’architettura, la cultura e la gastronomia locale, magari seguendo corsi che insegnino come costruire un muro a secco salentino, o le proprietà delle erbe spontanee, o gli ambienti sottomarini e gli organismi che li abitano, il pescaturismo.
Le comunità locali, e i rispettivi sindaci, devono convincersi. Il mio consiglio è di partire con chi ci sta e, nel frattempo, fare in modo che anche gli altri comprendano i vantaggi di avere un parco nazionale nel proprio territorio. Il rischio di conflittualità di campanile è grande. Ricordo con tristezza le contese tra Porto Cesareo e Nardò (che ora continuano con la condotta a mare) e penso con apprensione a un numero di comuni ben maggiore di due che dovrebbero riuscire ad andare d’accordo. Se ci riusciranno, assieme saranno in grado di creare una realtà unica in tutta Italia, se non ci riusciranno resteranno “piccola periferia” per un turismo mordi e fuggi che chiederà sempre di più e poi, dopo aver devastato con inutili opere il patrimonio naturale, rivolgerà la propria attenzione ad altri siti bellissimi, per devastare anche quelli.
In democrazia vince la maggioranza, ma non è detto che la maggioranza abbia ragione. Consiglio a tutti di leggere l’Enciclica Laudato Sì di Francesco, e di meditare profondamente prima di anteporre il guadagno economico a breve termine alla protezione del Creato. Anche perché, nel lungo termine, come predisse Giovanni Paolo II, la Natura si ribellerà a quel che le stiamo facendo, e i costi economici che dovremo pagare saranno ben maggiori dei guadagni immediati. Solo che li pagheranno i nostri figli e nipoti. I pescatori di oggi, che prendono sempre meno pesci, stanno pagando le “pesche miracolose” dei loro padri. Cosa vogliono lasciare ai pescatori di domani?

Vie traverse 2. Passeggiate con papà PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:57

La Cinquecento L e altri particolari

 

Cerco di risalire ai tempi in cui ebbero inizio le passeggiate con papà, e mi ritrovo ancora ragazzo, che guido la Cinquecento L color blu di mia madre. Un ragazzino senza patente se ne andava in giro per il paese, attento a non incorrere in qualche vigile, e desideroso di farsi vedere dai compagni di scuola alla guida di un’auto! La tipica situazione interpretabile in chiave edipica: ho approfittato dell’handicap di mio padre, poliomielitico agli arti inferiori e impedito nella guida, per impossessarmi dell’auto di mia madre prima del tempo, a quattordici, quindici anni appena. In famiglia, difatti, guidava solo mia madre, che si era dovuta accollare il compito di autista, un ruolo maschile, secondo il suo modo di pensare, cui lei si prestava a malincuore, facendo di necessità virtù, perché, insomma, in casa c’era proprio bisogno di qualcuno che guidasse l’automobile. E allora, visto che mio padre non poteva guidare e noi figli eravamo ancora piccoli, aveva frequentato la scuola-guida, lei che a scuola ci era andata molto tempo prima e solo per pochissimi anni. Così, appena io crebbi un po’ e cominciai a rubarle l’auto, mia madre mi sgridò, si preoccupò e alla fine mi diede le chiavi. Infatti, la mia precocità le ritornava utile, poiché, quando ero libero dai miei impegni, la alleggerivo di qualche incombenza, come andare a prendere mio padre o accompagnarlo a scuola, fare la spesa, o sbrigare le faccende in paese. I miei genitori dimostravano molta apprensione ogniqualvolta chiedevo di guidare l’auto, e mi dicevano di tenermi alla larga dai vigili urbani. Suppongo che essi contassero anche su una certa indulgenza dei vigili che, in una cittadina di piccole dimensioni com’era la nostra, dove tutti si conoscono, si spera siano un po’ accondiscendenti e, se non la fai grossa, che chiudano un occhio. Avevo esattamente quindici anni –nel giugno 1978, lo ricordo bene, perché da quell’anno non andammo più in vacanza a Leuca– quando facemmo il quinto e ultimo trasloco nella casa finalmente nostra, e in quell’occasione diedi in famiglia più che una mano per trasportare tutto ciò che una Cinquecento L con portapacchi comprato per l’occasione poteva trasportare da una casa all’altra, comprese diverse centinaia di libri e riviste di mio padre. Eravamo relativamente poveri, ma i libri, essendo mio padre un professore di scuola, non mancavano, anzi, a detta di mia madre, ce n’erano fin troppi.

Se ripenso alle case in affitto che abbiamo abitato, me le vedo sfilare davanti una dopo l’altra come pezzi del mio passato familiare, immagini di ambienti diversi con le loro particolari luci ed ombre nelle diverse ore del giorno. Nei miei spostamenti quotidiani, ancor oggi, mi capita di passare in piazza Fortunato Cesari o per via Mazzini oppure per via Val d’Aosta (tralascio le altre case abitate dai miei genitori prima che io fossi nato), e non manco mai di sollevare lo sguardo a quelle finestre da cui tante volte mi sono affacciato, e di guardare i muri esterni della casa nella quale ho vissuto per quattro, cinque anni; ma gli interni di quegli edifici ormai mi sono preclusi, e certo farei la figura del sentimentale se chiedessi a chi ora vi abita di poterli visitare.

Alla fine, col lavoro di mio padre e con le economie di mia madre, eccoci pervenuti nella nostra casa di via Carlo Mauro 14, una vera conquista! Fu nella circostanza dell’ultimo trasloco che decidemmo di buttare via il ritratto fotografico del mio bisnonno paterno, Fortunato, morto nel dicembre 1925, corroso irrimediabilmente dalle muffe della umidissima cantina scavata sotto la casa che stavamo lasciando. Se allora avessi immaginato che a distanza di trent’anni i nuovi ritrovati della tecnica avrebbero consentito il recupero di una fotografia così malmessa, certamente mi sarei opposto a una simile decisione. Mio padre si dispiacque della perdita, ma non disse nulla, con ciò rimproverando tacitamente mia madre, rea di aver esposto il quadro all’umidità confinandolo in cantina. Ella, infatti, che allora era una giovane sposa, mal tollerava di vedersi davanti dei morti, diceva. Poi, col passare degli anni, il comò della sua stanza da letto si è riempito di ritratti funebri (e da qualche anno, ahimé, si è aggiunto anche il suo). Intanto, di Fortunato, perduto quel ritratto, non rimaneva nessun’altra fotografia, sicché io stesso, sebbene lo abbia visto decine di volte, oggi non ricordo bene quale fosse il vero volto del mio bisnonno, il cui ritratto corroso dalle muffe, un bel giorno di primavera dell’anno 1978, mentre eravamo intenti a traslocare, buttammo in pattumiera.

 

Leggi tutto...

Il taccuino di Gigi 5. Alla ricerca di due mondi (irreconciliabili?) PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:41

["Il Galatino" anno XLIX n. 17 del 28 ottobre 2016, p. 6]

 

Non c’è Comune della nostra provincia, credo, che non abbia la sua brava monografia inesorabile nel proporre la storia di un luogo e la vita che lo ha caratterizzato e lo caratterizza. Al lettore volenteroso sono proposti ora studi seriamente condotti, e dunque affidabili sul piano dell’informazione, ora più o meno avventurose ricostruzioni che, quando non altro hanno da proporre ti sbattono in faccia le personali opinioni dello ‘storico’ di turno e ti intimano quasi (il tono è quello della perentorietà) di prenderle per buone. Rare quelle opere che a una rigorosa documentazione affiancano il piacere di una scrittura elegante e vivida di scorci rappresentativi che ti mettono sotto gli occhi, con una nettezza da incisione e con un soffio di poesia, la rappresentazione della vita quotidiana di un paese come le persone che hanno una certa età l’hanno vissuta. Il libro sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il seguente: ANTONIO RESTA, Un paese, due mondi / Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale, Edizioni Grifo, Lecce 2016 ; un libro che si distingue anche per la sobrietà del colore e dell’immagine che ne perfezionano l’insieme.

Resta ci racconta un mondo che fu il suo e il nostro e di cui portiamo dentro di noi l’immagine e la memoria; le stimmate si vorrebbe dire; talvolta il rimpianto e la malinconia per quanto ci accade di risvegliare attraverso una narrazione sempre intrigante pur nell’apparente semplicità del dettato. C’è descritto un passaggio che oggi, con abusata parola, si direbbe ‘epocale’; un passaggio decisivo sintetizzato nelle due parole-chiave che sono nel sottotitolo: civiltà/società. La civiltà è osservabile nella nostra storia: periodo di lunga durata qui ricostruito nella sua prossimità e ancora leggibile, per quanto insidiato dal soverchiare di un quotidiano che preme senza soste. La civiltà ridisegnata con estrema perizia e partecipe abilità da Antonio Resta s’affidava alla lentezza delle stagioni e dei giorni: una civiltà che sposava i ritmi della natura al contrario della società che quei ritmi vive in una accelerazione senza respiro.

Il libro di Resta, dalle cui pagine si diffonde la luce di un’esistenza laboriosa, faticosa, persuasa dei propri compiti, si concentra sulla civiltà contadina e ne tesse un elogio non retorico ma visitato dalla grazia di una memoria che ha conservato gelosamente immagini e prospettive di quella civiltà. L’autore si sofferma sulle affinità che stringevano luoghi diversi in un quadro di similarità che evitava una parcellizzazione di usi, costumi, modi di pensare e di vivere contrassegnati da omogeneità di sentimenti e comportamenti. Era, quella realtà, ancora legata alla dimensione del magico e del religioso, come ricorda Resta: «La vita quotidiana era attraversata da entità misteriose, del male e del bene, che potevano intervenire, a danneggiare o a soccorrere; e si pregavano i santi, spesso caratterizzati da una loro ‘specialità’, e i familiari morti, che si sentivano vicini e rassicuranti nel momento dell’affanno e del dolore». Diviso in capitoli tematici, ma senza irrigidimenti, Resta vi esplora – e lo si prenda ad esemplare del tutto – il lavoro duro, e spesso misconosciuto, delle donne.

L’amorosa pazienza di Resta ci restituisce il senso di una vita povera di beni materiali, ricca di sentimenti profondi. La sua fondamentale sobrietà è una cifra che può aiutare a leggere queste pagine ripensando utilmente il confronto che ne nasce. Il libro di Resta ha anche, fra tanti pregi che possiede, quello di fornirci una esatta nomenclatura delle cose ricordate (oggetti azioni, forme del costume), un risvegliare nella mente un mondo irreparabilmente (ma necessariamente) perduto e, fosse possibile, l’assunzione di certi suoi modi di vita che si potessero usare come correttivi alle convulsioni della società globale.


Signorine e giovanotti PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 15 Novembre 2016 19:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 13 novembre 2016, p. 10]



Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana, per la seconda volta di fila, rispondo a domande proposte dai lettori che scrivono al giornale. Ricordo le regole. Verrà sempre rispettata la volontà del mittente indicandone o omettendone il nome, caso per caso. Ma il nome di chi scrive dovrà essere sempre esplicito nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Un lettore mi scrive di essere rimasto colpito da quanto visto in televisione il 7 ottobre, durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber. Discutevano del prossimo referendum Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, e Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Il dibattito era piuttosto acceso e spesso da parte di Salvini si facevano allusioni e insinuazioni anche di tipo personale, al punto che la conduttrice Gruber ha rimproverato Salvini: «Eravamo d’accordo che avremmo parlato di referendum». E lui ha replicato: «Lo so, ma avere davanti la Boschi non capita tutti i giorni, ho abusato del ministro». Durante lo scontro verbale il leghista ha detto: «Votare “no” servirà a mandare via la signorina Boschi». «Al giovanotto Salvini – ha ribattuto la ministra – vorrei chiedere se vuole ridurre il numero dei parlamentari e i costi della politica oppure no, se vuole abolire il Cnel oppure no, se vuole velocizzare la burocrazia in questo Paese oppure no». Ecco la domanda del lettore. «L’uso di signorina da parte di Salvini e di giovanotto da parte di Boschi non mi è parso neutro, mi è parso di scorgervi un tono di attacco, forse di irrisione. È così? Eppure quelle parole non sono offensive, fanno parte della lingua corrente e si usano normalmente».

Non entro in questo momento nel merito delle diverse posizioni, favorevoli o contrarie al referendum. Non è materia di questa rubrica, perlomeno non direttamente. Ma il lettore ha ragione, l’uso che è stato fatto in quel contesto dei due termini di cui parliamo non è neutro, sottintende altro. Vediamo perché. Definiamo «appellativi allocutivi» le parole usate per chiamare gli interlocutori in situazioni di dialogo diretto, reale o fittizio, o per richiamare la loro attenzione: caro dottore, egregio signore, ecc. Anche signorina e giovanotto rientrano in questa categoria, ma il loro uso richiede precisazioni.

I vocabolari ci aiutano a capire. Signorina è il titolo con cui di solito ci si rivolge a una donna giovane non sposata: «buon giorno, signorina»; «si accomodi, signorina»; spesso scherzosamente, parlando a bambine: «vogliamo smettere, signorina, di fare i capricci?». Nei contesti formali (non nella conversazione di tutti i giorni, lì le regole possono essere diverse) ormai da oltre un decennio alle donne dopo una certa età (diciamo dopo i diciotto-venti anni) viene dato l’appellativo allocutivo di signora (senza distinguere se si tratti di donna sposata o meno): è un modo di rispettare l’interlocutrice, la si rispetta in quanto persona, non importa la presenza o l’assenza del matrimonio.

In alcune donne molto giovani l’abolizione di signorina suscita qualche perplessità. Se durante una seduta di laurea (è un momento importante, il culmine degli studi universitari) il presidente di seduta o qualche commissario si rivolge alla laureanda con l’appellativo signora, spesso l’interpellata si mostra sorpresa. Non gradisce, alla sua giovane età, essere qualificata come signora. Ma non è mancanza di rispetto, anzi testimonia esattamente il contrario. Basta osservare cosa avviene con i corrispettivi termini maschili. Perché solo nell’appellativo allocutivo femminile deve esiste­re una distinzione basata sul matrimonio, visto che a signore non si con­trappone signorino? Signorino esiste nella lingua italiana ma viene usato in accezione ironica, per indicare un giovane troppo esigente e di gusti difficili, non è un complimento: «il signorino non si accontenta mai, pretende sempre cibi raffinati».

Da molti il nuovo atteggiamento linguistico, quello di rivolgersi alle donne con signora senza chiedersi se si tratti di persona sposata o nubile, è visto come segnale di una parità di genere finalmente raggiunta. Se ne occupa anche la politica, a livelli elevati. Tra le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua (Presidenza del Consiglio dei Ministri) si rileva l’uso «dissimmetrico di nomi, cognomi e titoli». Ecco l’invito: «Abolire l’uso del titolo signorina, che tende a scomparire ed è dissimmetrico rispetto al signorino per uomo, ormai scomparso e che non è mai stato usato con lo stesso valore».

Una decisione del 2009 del Parlamento Europeo, relativa però solo agli atti legislativi e ai docu­menti interni dello stesso parlamento, contiene linee guida per la neutralità di genere e consiglia di omettere, in riferimento a donne, qualsiasi appellativo relativo allo stato civile, ricorrendo al solo nome e cognome. Il Primo Ministro francese ha abolito il termine mademoiselle dai documenti amministrativi ormai da alcuni anni. Gli spagnoli continuano a usare señorita, ma si interrogano se sia corretto. Se gli inglesi utilizzano Mrs e Miss per indicare le donne sposate e quelle nubili, con Ms cercano invece di introdurre neutralità e di evitare etichette. Infine, in Germania vi è il termine Fräulein (‘signorina’ contrapposto a Frau ‘signora), ma già negli anni ottanta il termine veniva considerato desueto e da evitare. L’uso della lingua richiede attenzione, se vogliamo essere politicamente corretti. Ne abbiamo parlato a luglio, ricordate?

Torniamo al caso iniziale, il dibattito televisivo tra Boschi e Salvini. Quest’ultimo, sottolineando la condizione di giovane donna non sposata della sua interlocutrice, intendeva alludere ad altro: insisteva sulla presunta immaturità e sulla presunta inadeguatezza al ruolo di ministra (senza darsi la pena di dimostrare le sue affermazioni). Bene ha fatto Boschi a replicare con l’appellativo giovanotto ‘maschio celibe, robusto e troppo spigliato’ (dicono così i vocabolari, che come sempre ci aiutano a capire molte cose, al di là dei fatti strettamente linguistici). Fa bene Boschi a difendersi, troppo spesso chi la attacca insiste sui suoi dati anagrafici e sulle sue caratteristiche fisiche, perfino sui dettagli di glutei e seno. Benissimo ha fatto Valerio Onida, ex Presidente della Corte Costituzionale, sostenitore del “no”, ad esprimere la sua solidarietà alla ministra Boschi durante un dibattito televisivo, la sera del 7 novembre. Onida espone idee opposte a quelle della ministra ma lo fa con garbo e razionalità, il politico citato all’inizio di quest’articolo fa allusioni che vorrebbero essere irridenti e sono invece stupide.

Non sto privilegiando le ragioni del “sì” al referendum contro quelle del “no”. Parlo del modo di trattare i temi importanti che ci interessano. Dobbiamo considerare le idee e i fatti, non i pregiudizi.

Una mia amica che segue attentamente la pagina domenicale di «Parole al sole» mi ha chiesto una volta. Dove trovi gli argomenti di cui tratti? La risposta è semplice, come abbiamo appena visto. Gli argomenti vengono dalla vita, basta guardarsi intorno, la lingua ci coinvolge tutti e ci insegna a vivere!



p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
Scarica questo file (20161113_QP.pdf)20161113_QP.pdf 211 Kb

Lezione di Giulia D’Andrea, Echi di Brassens nell'opera di Fabrizio De André PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Domenica 13 Novembre 2016 08:08

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, giovedì 10 novembre 2016

 

Dim lights Download


Lezione di Luigi Scorrano, Ariosto "servo", il privilegio di Ippolito e il "trionfo" per il poeta PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Domenica 13 Novembre 2016 07:59

Università Popolare Alldo Vallone Galatina, martedì 8 novembre 2016

 

Dim lights Download


I porti e i pontili deserti - (11 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 12 Novembre 2016 20:28

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 11 novembre 2016]



La stagione nautica, come quella balneare, è finita e la Soprintendenza archeologica chiede di togliere le banchine galleggianti dal porto di Otranto. Il Quotidiano mostra fotografie di pontili deserti. Di barche si riparlerà l’anno prossimo, al ritorno dell’estate. Togliere le banchine costa, e quindi è meglio lasciarle lì. Questa storia indica una cosa: l’uso di queste infrastrutture non è intenso. È intensissimo per uno o due, magari tre, mesi all’anno e poi tanto vale toglierle, perché non va più nessuno. I pochi che vanno a mare possono usare le banchine normali.

Mi chiedo: ma vale davvero la pena costruire porti di questo tipo, per un utilizzo così scarso? Otranto, poi, ha ottenuto di effettuare un raddoppio del proprio porto, sempre per far fronte a richieste di approdi in quel corto periodo. È presumibile che per il resto dell’anno l’infrastruttura resterà vuota. Magari i fondi sono pubblici, e quindi è una pacchia spenderli. Siamo il paese delle cattedrali nel deserto, costruite perché “ci sono i soldi” e poi abbandonate per scarso utilizzo e assenza di manutenzione. Il guadagno c’è nel costruire l’infrastruttura, non nel gestirla. Un privato non investirebbe mai i propri soldi per costruire una cattedrale nel deserto. Il privato vince l’appalto pubblico, usa i soldi pubblici, deturpa il territorio pubblico, e poi lascia al pubblico l’onere di fare qualcosa con la struttura. E poi è passata la percezione che “pubblico” sia male e “privato” sia bene. Il pubblico viene saccheggiato dai privati. Dovrebbe essere ovvio che la soluzione non è di darlo in mano ai privati, ma di farlo funzionare bene.

Se, dall’analisi costi-benefici, vien fuori che per avere quelle banchine si devono spendere più soldi di quelli che si guadagnano a gestirle nel rispetto delle norme, allora quelle banchine non si dovevano costruire. Perché, invece, si sono costruite? Perché l’analisi costi benefici non è stata fatta, oppure non si sono considerati i costi inerenti il rispetto delle norme.

Da una parte Otranto vuole raddoppiare il suo porto, dall’altra vuole fare un’Area Marina Protetta. Moglie ubriaca e botte piena. Forse sarebbe bene riflettere un po’ più approfonditamente sulle vocazioni del territorio, su cosa lo valorizzi. I porti della Liguria sono stracolmi di barche, estate e inverno, e le barche sono usate intensamente dai diportisti. La strategia deve essere di usare al massimo le infrastrutture che si hanno, adeguandole alle potenzialità d’uso. Un uso intensissimo in un periodo brevissimo e poi l’abbandono non rappresentano un uso ottimale delle risorse infrastrutturali e ambientali. Perché quel porto avrà un impatto, e bisogna capire se il costo viene ripagato dal beneficio. Siamo sicuri che si tratti di scelte sagge? Forse, prima di allargare i porti, bisognerebbe cercare di destagionalizzare maggiormente le utenze, se questo è possibile. I porti della Liguria servono il Piemonte e la Lombardia, oltre che la Liguria, e il bacino di utenza è enorme. In tutti i fine settimana chi ha la barca va sulla costa e la usa, se il mare è buono. Altrimenti si gode la casa al mare. Il mare d’inverno è una consuetudine radicata. Ma non in Salento.

Le coste ora sono un deserto. Per un certo tipo di turismo quel deserto vale oro. Invece vogliamo costruire superstrade (come la Maglie Otranto, o la 275), porti, villaggi turistici e complessi abitativi costieri che, invariabilmente, sono deserti per gran parte dell’anno. Chi lo vuole fare con i propri soldi, rispettando le leggi, è benvenuto, direi. Ma non con i soldi pubblici. E se tali costruzioni sono lasciate all’abbandono bisognerebbe varare una legge che ne permetta la requisizione. Perché una bella casa, costruita bene, in modo rispettoso dell’ambiente e del paesaggio può anche arricchire la percezione della natura, ma un’abitazione orrenda, costruita male, in disarmonia con il territorio circostante, e lasciata all’abbandono viola l’articolo 9 della Costituzione, quello che tutela il paesaggio e il patrimonio culturale. Andrebbe demolita. In ogni comune bisognerebbe dire al sindaco: bravo, vuoi costruire ancora? Allora trovami le costruzioni da demolire. Scommettiamo che sono a migliaia in quasi tutti i comuni? Potrai costruire ancora quando avrai rimediato agli orrori che le amministrazioni precedenti hanno permesso.

Perché i centri storici sono tutti belli, e le periferie sono tutte orrende? Come mai contadini e pescatori analfabeti ci hanno regalato borghi stupendi, e poi i laureati hanno distrutto la bellezza con le recenti periferie? O con miriadi di porti inutili? Perché si continua a perseverare in questo errore strategico? Il motivo è semplice: si chiama “sacco della cosa pubblica e del territorio”. È lo sport preferito in Italia.

 


Il taccuino di Gigi 4. Chiacchiere PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 09 Novembre 2016 19:02

["Il Galatino" anno XLIX - n. 17 del 28 ottobre 2016, p. 3]

 

Esiste un’Accademia delle chiacchiere? Esiste. La sua sede non è introvabile. Chi la cerca potrà trovarla, di solito e a colpo sicuro, nella parte anteriore e all’aperto di un bar, di una caffetteria, di una pasticceria o qualcosa di simile.

Qual è l’attività precipua della suddetta accademia? Produrre chiacchiere, soprattutto nei giorni festivi o in altri liberi, quando gli iscritti (gli adepti) maggior tempo hanno di dedicarsi ad un’attività piacevole come il chiacchierare. Su quali argomenti? Su tutti. Dalla politica ai pronostici sulla designazione di Miss Italia, dagli ultimi ritrovati per combattere efficacemente la noia alla conta analitica dei giorni che mancano per Capodanno a cominciare dal 20 di settembre: argomenti della massima importanza, come il lettore può immaginare. Si evita scrupolosamente di parlare di tasse, di bollette da pagare, di incombenti scadenze, ecc. Comunque, quali che siano gli argomenti trattati, essi sono visti alla luce dei rimedi, per esempio, che alcuni suggeriscono per curare con infallibile successo i calli fastidiosi e dolorosi soprattutto ora che l’inverno  comincerà a farsi sentire. Di bello c’è che la chiacchiera è un piacere al quale soprattutto chi vive in paese non può esimersi dal dare il proprio contributo. Perché la chiacchiera attizza la curiosità accendendo nuovi focolai d’interesse; tira in ballo argomenti d’ogni sorta e contribuisce all’educazione mentale dell’uomo. Ai membri di questa singolare accademia è vietato riferire sulla propria vita privata ed è, al contrario, ordinato di spiare nei fatti altrui e di riferirne in una di quelle interminabili sedute che l’accademia dedica allo spoglio delle vite altrui.

C’è, in questa accademia una particolarità che manca nelle altre. Si può parlare, di questo argomento, come la necessaria attività di restauro dei fatti. L’ultimo che arriva a occupare un posto nello spazio dell’accademia è anche colui che possiede l’estrema verità. Chi  gode di questa prerogativa gode di una situazione di privilegio; poco duratura, perché lo scenario della chiacchiera è il più mutevole che si possa immaginare. Si può essere condannati oggi e assolti domani; si può affermare che il nero è bianco ricorrendo magari a uno di quei maestri del pensiero occidentale (mettiamo un Platone, ad esempio) per sostenere qualunque tesi che risulti patentemente insostenibile.

La chiacchiera non è, come si crede, un’invenzione di spiriti oziosi. Essa stimola l’attenzione, rende interessante il discorso, dà a chi la usa uno slancio che nessuna forza naturale di solito offre. La chiacchiera è un esercizio di riflessione,  un piacere dello spirito. Guardata con sospetto come pettegolezzo allo stato brado, in realtà essa contiene nelle sue sottili ambagi i succhi vitali del discorso: la capacità di riflessione, l’acutezza d’interpretazione, il gusto della battuta di spirito (alla quale i politici, ad esempio, sono tenacemente avversi). La chiacchiera libera dai cattivi umori, dona leggerezza allo spirito. In funzione terapeutica è uno dei migliori ritrovati del mondo.

A ogni modo, si tenga conto che essa sostituisce magnificamente il kalashnikov.


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 177 - (8 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 09 Novembre 2016 17:16

La lentezza più efficace della velocità per la vera conoscenza


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 8 novembre 2016]


Se un acino d’uva s’ ingoia in una volta sola, il sapore dell’uva non si può sentire. L’acino lo si deve assaporare, lentamente, lasciare che si sciolga, lentamente, che il succo s’impasti nella bocca, che arrivi fino al sangue.

La stessa cosa vale per la conoscenza; perché sia sostanziale conoscenza, c’è bisogno che le cose penetrino lentamente nel pensiero, che s’infiltrino nel tessuto delle cognizioni, che si trasformino in espressioni di cui si serve l’esistenza, che riescano a farsi esse stesse espressioni di un’esistenza.

La conoscenza ha bisogno di una sapiente lentezza, per poterne sentire il sapore.

Ma noi con la conoscenza abbiamo, ormai da tempo, una relazione costretta alla velocità, alla voracità. Si ingoia tutto senza assaporare, tutto quello che ci capita, senza distinzione, senza metterlo in rapporto con quello che già conosciamo, senza costituirlo come condizione di quello che non sappiamo ancora e che potremo sapere.

Conoscere ed esistere sono diventate due distinte situazioni. Al limite, il conoscere si rivela solo funzionale, anzi strumentale ad una sbrigativa quotidianità, alla soluzione di problemi immediati; non è un fatto che modifica il nostro modo di pensare, di agire, di essere, di guardare il mondo, di interpretare i suoi fenomeni e le sue storie. Non può, perché il suo succo non ci arriva fino al sangue. Si acquisisce conoscenza con velocità; forse la si disperde con la stessa velocità. Senza sedimentarla e rielaborarla. Senza che ci appartenga.

La velocità con cui ci confrontiamo con le cose da apprendere non ha nulla che riguardi il concetto e la dimensione della rapidità di cui diceva Italo Calvino in una delle sue fantastiche “Lezioni americane”. Calvino fondava il ragionamento in particolar modo sulle caratteristiche della rapidità del pensiero e dello stile, precisando che la velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca in chi è sensibile a questo piacere e non per l’utilità pratica che si possa ricavarne.

La velocità come consumo del conoscere, invece, si presenta con una fisionomia identica a quella con la quale si presenta ogni elemento della contemporaneità. Esiste una coerenza, certamente.

Tra la frenesia, l’ansia, la vertigine incessante con cui si vive e il nostro modo di conoscere esiste una coerenza. Siamo angustiati da urgenze, a volte vere, a volte false, da impegni che consideriamo sempre inderogabili, da scadenze che ipotizziamo senza scampo, per cui attribuiamo al sapere un valore soltanto se in qualche modo ci solleva un poco dall’angustia degli impegni, ci apre un varco nell’assedio delle scadenze, fornisce ad una nostra domanda una risposta quale che sia, non importa se giusta, se sbagliata.

Allora si fa la ricerca su internet. Con uno sguardo veloce alla pagina si individua quello che serve in quel luogo preciso, in quell’ora precisa. Bisogna benedire internet. Però bisogna pure riconoscere che ha avuto e continua ad avere una funzione essenziale nella modalità che abbiamo acquisito di metterci in relazione con la conoscenza. Internet ha costruito un metodo, ha strutturato un processo di apprendimento che si qualifica essenzialmente come risposta pragmatica alle urgenze. Internet non ha colpa, non c’entra niente. Siamo noi che abbiamo applicato indiscriminatamente a tutte le situazioni le stesse modalità, che abbiamo scelto di impigrire il pensiero con la comodità delle operazioni veloci anche quando la velocità non si doveva applicare ad un certo oggetto del sapere perché azzerava o comunque limitava la qualità dell’apprendimento. Per esempio: se si ha necessità di verificare l’orario dei treni, se si vuole trovare una legge, un’ordinanza, un decreto, internet va bene e sia dunque benedetta. Ma non va bene se si vuole scendere nei significati della poetica montaliana. Però si usa internet anche per questo. In un saggio che si intitola “Elogio della lentezza”, Lamberto Maffei, direttore dell’Istituto di Neuroscienza  del Cnr, presidente dell’Accademia dei Lincei, sostiene che il desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi, a differenza del cervello che invece è una macchina lenta, diventa fonte di angoscia e di frustrazione. La netta prevalenza del pensiero rapido, a partire da quello che esprimiamo attraverso l’uso degli strumenti digitali, può comportare soluzioni sbagliate, danni all’educazione e perfino al vivere civile.

Il sapere che deve restare e risultare elemento che genera significati nuovi, pretende lentezza; ha bisogno di maturare attraverso il dubbio, l’indugio, la ponderazione. E’ una necessità del pensiero che intende analizzare i concetti, mettere a confronto diversi elementi, attribuire a quello che si apprende la valenza di una condizione della crescita, stabilire una sintonia con le esperienze che ci riguardano, riflettere, meditare sul senso delle cose, sulla loro importanza, sull’incidenza che hanno nel farsi dei nostri destini.

Ma nei processi di conoscenza, velocità e lentezza possono anche trovare una conciliazione.

Svetonio attribuisce all’imperatore Augusto questa espressione: festina lente. Affrettati lentamente. Italo Calvino la riprende ricordando il delfino che guizza sinuoso intorno ad un’àncora che Aldo Manuzio imprimeva sui frontespizi, e la farfalla con il granchio nella raccolta di emblemi cinquecenteschi di Paolo Giovio.

Cosimo de’ Medici usò il motto come simbolo della sua flotta, associandolo all’immagine di una tartaruga con la vela: la prudenza nell’impresa.

La lentezza è il metodo che consente l’approfondimento, e senza approfondimento non ci può essere conoscenza. Forse ci può essere una immediata e superficiale informazione. Siamo diventati turisti nei territori del sapere. Siamo come quelli che entrano in un museo e nel tempo di un’ora scorrono con velocità tutti gli oggetti che capitano sotto i loro occhi, senza soffermarsi su nessuna figura, su nessun colore, senza nessuno sforzo di comprendere il frammento, i movimenti di una statua, l’origine di un reperto.

Il veloce attraversamento del museo non gli lascia niente se non immagini sovrapposte, confuse, sfilacciate, disorganiche, disarticolate. Ogni oggetto del museo possiede una storia che non ha potuto raccontare, che non ha potuto lasciare in eredità. Perché coloro che passavano andavano così veloci da non potersi fermare ad ascoltare. Da non potersi concedere il privilegio di conoscerla.


<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 9 di 252
Torna su