Il teatro ci prende e ci sorprende BIS
La calorosa accoglienza che mercoledì 31 maggio il nostro pubblico ha riservato allo spettacolo di fine anno del nostro Laboratorio teatrale diretto dal maestro Michele Bovino e la generosa... Leggi tutto...
Locandine ultime eventi
In coda al programma delle attività di Maggio e Giugno, sono state aggiunte in allegato le locandine dei nostri appuntamenti del 29 e del 31 maggio. 
Questionario di gradimento
Con l'avvicinarsi della chiusura dell'Anno Accademico, noi del Consiglio Direttivo abbiamo pensato di proporre a tutti i soci e ai partecipanti alle attività della nostra Associazione un... Leggi tutto...
Attività Mese di Maggio (con appendice a Giugno)
Per comodità degli utenti del sito, si pubblica qui per esteso il programma delle attività per il mese di maggio (con una piccola appendice a giugno), incluso comunque tra gli allegati, insieme... Leggi tutto...
Da Virgilio a Beatrice
Cari utenti del sito, per un'Associazione intestata a un dantista come Aldo Vallone, questo passaggio di consegne da (Gianluca) Virgilio a Beatrice (Stasi) non può che essere di buon auspicio.... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
Luigi Malerba, scrittore di parole e di silenzi PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 1 novembre 2016]

 

Le rondini andavano da un campanile all’altro e poi all’altro e all’altro ancora. Luigi Malerba disse che avrebbe voluto conoscere il linguaggio delle rondini. Chissà che cosa si raccontano, disse; chissà per che cosa provano felicità o provano dolore.

Io gli ricordai una poesia di Danilo Dolci, quei versi che dicono: due rondini sono uguali, se non sei rondine.

Già, disse, già: se non sei rondine.

Era una sera d’estate di ottobre o di novembre del 1988, a Lecce. Malerba aveva presentato   i racconti di “Testa d’argento”, ospite, con la moglie Anna, di Anna Grazia D’Oria e Piero Manni, che negli anni avrebbero poi pubblicato quattro suoi libri. Io avevo avuto il privilegio e il piacere di introdurre la presentazione.

Dopo “Testa d’argento”, lessi tutto quello che aveva scritto prima, ho letto tutto quello che ha scritto dopo, convincendomi, libro dopo libro, che Malerba è uno dei più grandi narratori del Novecento. Una convinzione scontata, in fondo, perché lo pensano in molti e perché se così non fosse Mondadori non avrebbe fatto il Meridiano di 1710 pagine che esce in questi giorni, a cura di Giovanni Ronchini con un saggio introduttivo di Walter Pedullà. Il Meridiano ripropone i classici di Malerba: “Il Serpente”, “Salto mortale”, “Il pataffio”, “Testa d’argento”, “Il fuoco greco”, “Le pietre volanti”, “Fantasmi romani”.

Ho cominciato a leggerlo con il criterio per nulla scientifico dell’affetto: dal “Fuoco greco”. Con questa è la terza volta che lo leggo. Ma ogni volta, nella lettura complessiva, mi fermo di più e leggo e rileggo il dialogo tra Lippas e Leone Foca, dove si dice del potere illimitato della scrittura e dello scrittore, che può creare e distruggere in un attimo, con una sola parola, con un tratto di penna. Può consentire ad un’esistenza di sfuggire all’oscurità e alla mortificazione della realtà portandola nella sfera della finzione letteraria. C’è una frase in questo romanzo che si costituisce come l’espressione più efficace – e più inquietante – dello straniamento da sé che l’atto della scrittura provoca nel soggetto scrivente: Dice Leone Foca rivolgendosi a Lippas: “ Siete uno scrittore e io non so se uno scrittore è anche un uomo”.

Poi ho riletto “Il serpente”. Il protagonista di questo romanzo vuole trovare un posto silenzioso ( perfettamente silenzioso) e buio ( perfettamente buio) per poter cancellare tutto, per scordare la sua storia inventata, per sottrarsi alla fantasticheria che lo ha aggredito e trascinato sull’argine della follia.

Il silenzio come un rasserenante “ altrove” dove è possibile ricostruirsi una identità, ritrovare le ragioni radicali dell’essere, il senso dell’esistere stravolto dai riflessi abbacinanti di un esistere inventato. Il silenzio è un’aspirazione che tenta di realizzarsi in forme diverse proponendosi come fantasiosa invenzione oppure come necessità di superare la soglia dell’espressione verbale per raggiungere un’espressione pura, immutabile, perfetta.

Se la parola appartiene alla sfera dell’imperfezione, del corruttibile, del fraintendimento, il silenzio appare come la conquista di un’espressione che non ha bisogno di alcun medium, che non è traduzione del pensiero ma è il pensiero, che è in grado di far significare le cose senza designarle; è un linguaggio che abolisce ogni distanza tra l’oggetto e il suo nome, tra l’io e l’altro, tra il sentire e il dire: un linguaggio profondo, leggero, totale, senso che rompe l’involucro del segno; una sorta di atto magico, un’arte.

In tutta l’opera di Malerba, il silenzio è condizione che si  oppone alla parola, in alcune situazioni riducendone ogni facoltà, degradandola a forma inespressiva, a tic che scarica una tensione in altre superandone tutte le facoltà. Ma soprattutto è consapevolezza che esiste un evento, un’idea che è impronunciabile, che si nega ad ogni metafora, a qualsiasi discorso.

Il linguaggio in Malerba agisce sempre ai confini del reale, del conoscibile, dell’immaginabile, dell’ipotizzabile, del sogno, tende continuamente allo sconfinamento nei territori della finzione. Spesso il linguaggio preesiste alla realtà, assume il valore di un fenomeno totale capace di tradurre in espressione qualsiasi condizione esistenziale, qualsiasi contenuto del pensiero. Eppure, nonostante la potenza generativa e rigenerativa, il linguaggio vive costantemente in una situazione di precarietà, di inadeguatezza, nella continua difficoltà di esprimere il senso e la sensazione, irrigidito dall’ossessione di potersi trasformare in strumento di falsificazione del senso e della sensazione.

Dice un personaggio dei “Cani di Gerusalemme”: “Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, se c’è, viene il mondo”.

Parlammo a lungo, un pomeriggio di giugno del ‘Novantotto, nella sua casa romana di via Tor Millina. Era uscito da qualche giorno per Omicron  il libro conversazione dal titolo “Elogio della finzione”a cura di Paola Gaglianone, che si chiudeva con un saggio mio.

Mentre andavo via mi disse: salutami le rondini di Lecce.


Ancora trivelle - (31 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 31 ottobre 2016]

Tutto sembrava rassicurante: non ci saranno nuove trivellazioni, si tratta solo di rinnovare vecchie concessioni! Così hanno fatto credere a molti, per convincerli a non andare a votare al referendum anti-trivelle. Era una mezza verità. Non si può trivellare entro le dodici miglia, ma oltre sì. E ora si parla di prospezioni petrolifere nei nostri mari. E si faranno con l’air gun, che non è un fucile ad aria compressa ma un sofisticato sistema di rilevamento che deve penetrare in profondità nella crosta terrestre per rivelare la presenza di giacimenti. E’ il suono a penetrare, e quindi l’air gun produce un grandissimo rumore. L’Unione Europea ha emanato la Strategia Marina in cui definisce il Buono Stato Ambientale attraverso undici descrittori. L’undicesimo prescrive che l’introduzione di energia (incluso il rumore sottomarino) non influenzi negativamente gli ecosistemi. Ma come si fa a sapere se li influenza se le conseguenze non vengono studiate? Il rumore sottomarino con ogni probabilità influenza i cetacei. Ma non esistono prove sperimentali di un nesso causa effetto tra air gun e spiaggiamenti di delfini e balene, semplicemente perché non si sono mai fatti esperimenti al riguardo. Il Golfo di Taranto ospita significative popolazioni di cetacei. Le ricerche petrolifere con l’air gun come minimo li disturberanno. Possono andare altrove, si potrebbe dire. Ma stanno lì perché il Golfo è all’apice di un canyon sottomarino che arriva alle massime profondità del Mediterraneo, e su da quel canyon risalgono i nutrienti. I cetacei stanno lì perché il posto è molto ricco, altrove non troveranno le stesse condizioni.
E non ci sono solo balene, in mare. Non sappiamo cosa queste attività possano fare ai coralli bianchi che vivono nelle profondità dei nostri mari. Non sappiamo quasi niente.
Sappiamo che abbiamo firmato accordi per limitare l’uso dei combustibili fossili. E nello stesso tempo perforiamo il nostro mare per estrarli. In più diamo le concessioni a aziende straniere: di chi saranno quei combustibili? Perché non li prendiamo noi, allora?
Ma sarebbe poco saggio prenderli. Ora abbiamo abbastanza gas per gestire la transizione da petrolio e carbone verso le rinnovabili. Lo importiamo da paesi instabili politicamente, ma per il momento ce lo vendono a prezzi competitivi, e lo saranno ancora di più con il terzo gasdotto che, si spera, eliminerà il carbone e le polveri sottili se sarà utilizzato per le centrali. Le nostre riserve hanno valore strategico, nel caso ci chiudano i rubinetti. E’ una follia esaurirle, ed è strano che le concessioni e i permessi siano richiesti da aziende straniere.
E’ una politica schizofrenica. Da una parte si chiede di transitare alle rinnovabili e dall’altra si perfora il fondo marino per estrarre combustibili fossili. La natura sequestra il carbonio nei depositi fossili. Ci vogliono milioni di anni perché questo servizio ecosistemico si realizzi, e noi che facciamo? Estraiamo quel carbonio e lo bruciamo. Il risultato è che aumenta l’anidride carbonica nell’atmosfera, e aumenta il riscaldamento globale.
Come mai si stanno dando queste concessioni? E’ chiaro che sono una follia. Vanno contro la Strategia Marina dell’Unione Europea che chiede che non si immettano rumori in mare. Non convengono strategicamente perché esauriscono risorse che ci potrebbero servire in momenti critici. Non convengono economicamente perché i vantaggi li avranno aziende straniere.
Quali motivazioni stanno dietro a queste decisioni? Forse io non capisco molto di strategie economiche e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse. Però un pochino di ambiente capisco e so che non è saggio distruggere il capitale naturale per aumentare il capitale economico. Alla fine si pagano costi (anche economici) che sono ben maggiori dei benefici. Come al solito, però, i benefici vanno ai privati e i costi sono a carico del pubblico.
Se vogliono approvazione, i politici che hanno effettuato questa scelta ce la devono spiegare un po’ meglio. Altrimenti diventa legittimo il pensiero che si voglia favorire la lobby dei petrolieri. Come si potrebbe sospettare un atteggiamento in favore di quella dei banchieri che fottono i risparmiatori. O un atteggiamento in favore della lobby dei costruttori, quando si pianificano spese faraoniche in giochi olimpici e, quando questi vengono bocciati, si ricomincia a parlare di ponte sullo stretto di Messina. Tutte cose che danno lavoro, non lo metto in dubbio, ma non potremmo una volta tanto usare i soldi pubblici per risanare il nostro territorio, invece di svenderlo e di continuare a devastarlo? Ma, ripeto, forse non sono abbastanza intelligente a capire la logica di queste scelte. Spero proprio che i responsabili di tutto questo riescano a farcelo capire. Perché questo non è sviluppo economico, è devastazione del capitale naturale. Chi pagherà il conto di politiche dissennate? Stiamo già pagando il conto delle politiche dissennate del passato, potremmo non continuare sulla stessa strada?



SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 176 - (25 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 28 Ottobre 2016 18:03

Vivremmo meglio se tutti insegnassimo la storia


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 25 ottobre 2016]


Una superficie liscia sulla quale l’acqua scorre senza lasciare traccia se non un umidore che dopo breve tempo si asciuga. Si ha l’impressione di vivere in un tempo così: un presente assoluto e lineare, senza profondità, senza prospettiva, sospeso, che viene dal niente e va verso il niente. Senza storia, senza memoria. Come se tutto quello che esiste sia stato inventato in quell’istante, come se si dovesse consumare in quello stesso istante. Una condizione trasversale, che vale per tutto, per la conoscenza, per l’esperienza, per i fatti che accadono vicino o lontano, per l’osservazione, per la riflessione, per ogni espressione, per il pensiero in tutte le sue manifestazioni. Si pensa per quello che serve, e basta. Poi si azzera quello che si è pensato, e si ricomincia, per cui la cognizione non si sedimenta, non si stratifica, non si costituisce come eredità di ciascuno e di tutti. Ogni cosa si fa effimera, vaga, inutilizzabile dopo l’uso momentaneo. Pare che sia così anche per l’arte che in molte sue forme non tiene conto dell’universo di cui fa parte e da cui si è sviluppata. Si produce una forma e insieme alla forma si innalza un altare al nuovo assoluto, all’assolutamente inedito. Non si fa riferimento, non si riconosce un debito, si disconosce il passato più o meno consapevolmente, più o meno maliziosamente, non si ha il piacere dell’orgoglio e dell’umiltà della citazione.

Solo la scienza, forse, si sottrae a questa eternità dell’estemporaneo, probabilmente perché se non si sottraesse non potrebbe essere scienza.

La storia, quella cosa che rappresenta l’esistere degli uomini nel tempo e nello spazio, con le loro fortune e le loro sfortune, con le loro nobiltà e le loro miserie, quella cosa forse ha insegnato poco, sempre. Ma in questo tempo insegna anche meno di quel poco, quasi niente. Se insegnasse molte scelte in tutti i campi e a tutti i livelli sarebbero diverse. Se insegnasse sarebbe diversa l’Europa, per esempio. Basterebbe soltanto che insegnasse qualcosa la storia del Novecento, per non andare lontano. Sarebbe diverso il mondo, per esempio.

Si prende il frutto dall’albero e si guarda soltanto il frutto e forse anche, ma distrattamente, il ramo dal quale pende il frutto. Il tronco non interessa, meno che mai interessa la radice, non interessa chi ha preparato il terreno, ha piantato l’albero, lo ha guardato crescere, lo ha protetto dal vento e dal gelo, e prima di piantarlo, di guardarlo crescere, di sorvegliarlo, lo ha sognato.

Si prende il frutto. Punto. Spesso lo si butta, senza alcun rispetto, dopo averlo soltanto assaporato. Tanto non si conosce il sacrificio che c’è dietro, dentro quel frutto. Così, ancora per esempio, c’è chi assapora il frutto della libertà di pensare, di dire, di fare, e di pensare diversamente da come aveva pensato, di dire altro rispetto a quello che aveva detto, di rifare, chi rivolge lo sguardo alla sua bellezza straordinaria, ma non esprime e non dimostra rispetto nei suoi confronti, non ne testimonia l’apprezzamento, non ne afferma l’indispensabilità, forse perché non conosce il tronco, non sa in che terra affonda la radice, né chi l’ha preparata, guardata crescere, protetta, non sa chi segretamente o manifestamente l’ha sognata, chi la sogna ancora ad occhi aperti, anche pagando a caro prezzo il sogno.

Gli esempi sarebbero infiniti, relativi ad ogni contesto, circostanza, situazione.

Dunque abbiamo bisogno di conoscere quello che è stato, per non ricominciare sempre tutto daccapo, per non improvvisare in continuazione. Abbiamo bisogno di imparare la storia e di qualcuno che la insegni. Soprattutto che la insegni bene. Quello della storia è l’insegnamento più difficile. La storia ha innumerevoli trame, innumerevoli intrecci, una folla sconfinata di personaggi, mutamenti continui, vorticosi, di prospettive, contraddizioni, significati palesi e nascosti. La storia è la materia più difficile. In storia due più due fa sempre tre, cinque, dieci, cento, mille. Quasi mai fa quattro. A volte, quando fa quattro, può darsi che si sia sbagliato il conto. Non esiste una disciplina che si possa insegnare ed apprendere senza insegnare ed apprendere la storia, per il semplice fatto che ogni disciplina è pensata ed elaborata da uomini. Uomini e storia sono sinonimi.

Quindi la storia dev’essere insegnata da tutti coloro che hanno conoscenza di qualcosa che riguardi gli uomini, e non c’è chi non ne abbia. Dev’essere insegnata in ogni luogo perché non c’è luogo in cui non possa essere insegnata. Un insegnamento continuo, trasversale, diffuso, organico ma anche disorganico, spontaneo. La storia dev’essere insegnata a scuola, certo, in modo intenzionale e sistematico. Ma non basta. Anche un giornale deve insegnare la storia, anche un poeta, un narratore, un politico, un economista, un pittore, un sacerdote, un marinaio, un aviatore. Devono insegnare la storia tutti quelli che non cito perché anche in questo caso l’elenco sarebbe infinito. Ciascuno a suo modo. Lo si potrebbe anche considerare un dovere. La società deve insegnare la storia e far comprendere quali sono le cause e quali sono gli effetti di ogni fatto, di ogni fenomeno, ogni cosa, quale terreno, quale radice, quale tronco, quale coltivazione e quale sogno hanno portato a maturazione il frutto che si sta assaporando.

Allora probabilmente sbagliavo quando ho detto, qualche riga sopra, che la storia è la disciplina più difficile da insegnare. In fondo, metodologicamente, è la più semplice. Basta soltanto dirsi: ecco, noi siamo qui, ora, così. Vediamo di capire chi siamo noi, perché siamo qui e perché il qui è nel modo in cui lo vediamo, perché siamo così come siamo, perché ora è diverso da allora e perché chi c’è ora è diverso da chi c’era allora, che cosa ha provocato il cambiamento di noi, del qui, del così.

Ecco, il metodo è semplice davvero.

Poi comincia il groviglio delle risposte, delle ipotesi, delle analisi, delle comparazioni, dei distinguo, delle interpretazioni. Ma il bello dell’insegnamento e dell’apprendimento della storia sta proprio nel tentativo di sgrovigliare il groviglio.


Passeggiata a Torre Sant’Emiliano PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 27 Ottobre 2016 16:58

Le passeggiate con Antonio  Prete negli ultimi anni sono diventate una piacevole consuetudine. L’ultima volta che è venuto nel Salento per presentare il suo saggio Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità (Bollati Boringhieri, Torino 2016), previo accordo telefonico, sono andato a prenderlo a casa sua poco dopo le cinque del pomeriggio per fare una passeggiata al mare, dalle parti di Otranto.

Abbiamo percorso la superstrada fiancheggiata da paesi e discariche, capannoni industriali e cave di pietra, magazzini e autogrill, autosaloni e autodemolitori, e poi ancora oliveti a perdita d’occhio confinanti con l’azzurro dell’Adriatico ben visibile anche a dieci chilometri di distanza dall’alto della serra salentina. Abbiamo lasciato l’auto al margine d’una via sterrata, poco lontano dalla litoranea e abbiamo camminato tra sassi e rocce dilavate, biancastre, appena intervallate da una residua macchia mediterranea profumatissima di mentastra e di timo.  Ad ottobre le giornate si sono accorciate e fa buio piuttosto presto. Chiacchierando del più e del meno, siamo giunti sotto la torre quando il sole tramontava dietro il promontorio: sopra di noi un cielo cosparso di larghe nubi colorava di cobalto una vasta porzione di mare, davanti a noi il tratto di mare dal Faro della Palascìa fino a Porto Badisco.

Lungo il sentiero ho detto ad Antonio che avevo cominciato a scrivere qualcosa sulla sua opera saggistica. “Ah sì”, ha risposto con tono di piacevole sorpresa, continuando a camminare con gli occhi rivolti a terra per non inciampare, senza aggiungere altro.

 

La nostalgia, la lontananza, la traduzione, la compassione, l’interiorità: cinque termini intorno ai quali ruota l’intera sua opera saggistica, dai primi anni Novanta ad oggi, quasi un trentennio di inesausta riflessione sulla letteratura e sulla filosofia occidentali. Cinque saggi, che a me piace considerare compattamente, come un’unica opera: Nostalgia. Storia di un sentimento (1992), Trattato della lontananza (2008) - ma tra 1992 e 2008 c’è tanto lavoro critico e di traduzione su molti poeti italiani ed europei, Leopardi e Baudelaire in primis-, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione (2011), Compassione. Storia di un sentimento (2013) e infine Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità (2016). Cinque campi d’indagine con un unico comune denominatore - dissimulato nella varietà semantica dei titoli e sottotitoli, dalla storia al trattato, dalla poetica alla grammatica -, che mi sembra di rinvenire nella volontà dell’autore di trarre delle conclusioni, di riassumere e illustrare quanto la letteratura ha saputo dire negli ultimi tre millenni.

Infatti, si può fare la storia di un sentimento (la nostalgia o la compassione), come di qualsiasi altro evento, se l’oggetto di studio non appartenga al passato? E’ possibile adottare il genere del trattato, se non sia necessario sistematizzare un sapere, dargli un ordine, una classificazione, chiudendolo in una forma ben definita? Può essere formulata una poetica quando la facoltà poietica e immaginativa non si sia dispiegata in opere compiute? Infine, si può scrivere una grammatica quando la lingua non sia sufficientemente stabilizzata?

Il nostro tempo vive la nostalgia con molti sensi di colpa, riduce la lontananza ad una prossimità in cui tutto sembra a portata di mano, fa della traduzione una speculazione commerciale, della compassione il sentimento delle anime belle e di ciò che si oppone all’interiorità (l’esteriorità) la cifra del nostro essere al mondo. Ma il nostro tempo è molto più complesso, perché è anche il tempo nel quale si può ancora elaborare una critica e proporre un’alternativa.

Lo storico, il trattatista, il teorico della traduzione, il grammatico, nel mentre sistematizzano il sapere della tradizione letteraria e filosofica occidentale, sono anche le figure di un’antica e nuova paideia, grazie alla quale si può ancora nutrire la speranza di tramandare questo sapere alle future generazioni. La forma del saggio, quella inaugurata da Montaigne, è chiamata a gestire questa complessa operazione di salvaguardia e di trasmissione, e a descrivere tutte le possibilità alternative che la letteratura ha saputo elaborare. Da questo punto di vista, l’opera di Antonio Prete, col suo carattere utopico e oppositivo, risponde ad un intento civilizzatore, nel quale consiste l’unica dignità delle lettere, oggi come ai tempi di Orfeo.

 

Non era il caso che gli parlassi di quanto pensavo della sua opera, in quell’ora crepuscolare che ci richiedeva di stare attenti a non mettere i piedi in fallo. Per parlare di queste cose, occorre il silenzio di un luogo chiuso, la disposizione all’ascolto dei libri e di se stessi, non serve la conversazione.

Grandi nuvoloni carichi di pioggia salivano dalle montagne dell’Albania, troppo lontani per darci qualche preoccupazione. Antonio ha fatto poche foto col suo smartphone, per ricordare meglio, un giorno – così mi ha detto -, quei luoghi, i colori del cielo, il mare, il tramonto,  la pineta sottostante simile a una macchia scura sulla pietraia. Poi, abbiamo letto il cartello apposto alla torre, che rievoca l’attacco di Ahmet Pascià e la risoluzione degli spagnoli di costruire le torri costiere di avvistamento. Abbiamo immaginato la dura vita dei soldati di vedetta, i loro pensieri nelle notti interminabili, le paure che li assalivano nella torre sferzata dal vento. Che cosa, se non il racconto di quanto gli antichi abitatori avevano sentito e patito, avrebbe potuto ridare vita a quel luogo ora ridotto a monumento puramente esornativo?

“Si potrebbe scrivere un racconto su tutto questo”, mi ha detto.

Ci siamo fermati pochi minuti davanti al mare; ma occorreva tornare subito indietro, seguendo il sentiero appena segnato dai passi degli uomini, che col buio incipiente non avremmo saputo ritrovare, se non ci fossimo sbrigati.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 177 - (25 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 26 Ottobre 2016 06:48

Le implicazioni economiche della controriforma costituzionale

 

[“MicroMega” online del 25 ottobre 2016]

 

 

“Se la riforma costituzionale venisse bocciata il rischio politico aumenterebbe in modo rilevante e alcuni degli sforzi fatti per aumentare la produttività e rafforzare la crescita economica di lungo termine potrebbero subire una battuta d’arresto” Fitch Ratings, Inc./Ltd., - agenzia internazionale di valutazione del credito e del rating.

 

 

 

Il prossimo 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci sulla revisione di una parte consistente della Costituzione vigente. Si tratta di un tentativo di riforma che, se avrà successo, ridisegnerà in modo significativo i rapporti fra Stato e mercato nell’economia italiana. In altri termini, è estremamente difficile ritenere che si tratti esclusivamente di un’operazione, per così dire, ‘sovrastrutturale’ che incide esclusivamente sulla sfera della politica e dei rapporti di bilanciamento dei poteri fra camera dei deputati e nuovo senato, fra governo e amministrazioni locali. Detto diversamente, la riforma costituzionale la si può leggere come un provvedimento di politica economica, soprattutto su questi aspetti.

1) La modifica dell’art.81, già fatta due anni fa e mantenuta nel nuovo testo, di fatto stabilisce che le politiche di sostegno della domanda anche solo in funzione anti-ciclica (l’aumento della spesa pubblica in fasi recessive) sono incostituzionali, dal momento che il nuovo articolo – peraltro approvato con pochissima discussione in Parlamento – stabilisce che lo Stato italiano si impegna a mantenere tendenzialmente l’eguaglianza fra spese ed entrate. L’obiettivo del pareggio di bilancio diventa costituzionalmente garantito e, come è agevole intuire, diventa costituzionalmente garantita una particolare teoria economica. Quella, di impronta liberista, che si fonda sulla convinzione che la spesa pubblica sia solo fonte di sprechi e che in fasi recessive occorre semmai ridurre la spesa pubblica – la c.d. dottrina dell’austerità espansiva, ampiamente sperimentata in Europa e in Italia negli ultimi anni (e attualmente ancora dominante, in teoria e nei fatti), peraltro ampiamente smentita sul piano teorico e fattuale.

2) L’abolizione del CNEL non è affatto, come sostenuto sia dal fronte del SI sia anche da molti esponenti del fronte del NO, un atto dovuto in considerazione del fatto che si tratta di un ente inutile. A parte la difficoltà di dare una definizione condivisa di ente inutile, il CNEL è stato pensato come fondamentale organo consultivo per le attività di programmazione economica che la costituzione vigente assegna allo Stato. In tal senso, la sua abolizione sancisce la convinzione che lo Stato debba rinunciare a programmare l’attività economica, ovvero debba ritirarsi, fare un passo indietro, rispetto alle dinamiche proprie di un’economia di mercato.

3) Non è un mistero, anzi è parte integrante della propaganda ufficiale del Governo, che il tentativo di fuoriuscire da questa lunga recessione passa attraverso il tentativo di attrarre investimenti. Sul sito del Governo italiano, si invitano le imprese a investire in Italia (o a non delocalizzare) facendo presente che in Italia i salari sono ‘competitivi’, cioè bassi: il che è assolutamente vero. Cosa c’entra questo con la riforma costituzionale? E’ la ‘governabilità’ a dovere garantire questo esito, negli auspici del Governo. L’accentramento di poteri dovrebbe far sì che l’esecutivo assuma in tempi più rapidi di quelli attuali (sebbene sia noto che la produzione di leggi in Italia non sia assolutamente al di sotto della media europea) decisioni che favoriscano l’ingresso nel nostro Paese di capitali esteri. Si può ricordare che un obiettivo analogo si pose in fase di discussione dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e si può registrare che da allora, ovvero nell’ultimo biennio, la localizzazione di investimenti in Italia è stata sostanzialmente nulla. In quella fase, l’argomento era: le imprese non investono in Italia perché abbiamo un mercato del lavoro troppo rigido. In questa fase, l’argomento è: le imprese non investono in Italia perché i tempi di decisione della Politica sono troppo lenti. Stando alle rilevazioni del Centro Studi CGIA, la dinamica degli investimenti diretti esteri (IDE) presenta, per l’Italia, un saldo negativo, ovvero è maggiore il valore degli investimenti effettuati dalle imprese italiane all’estero rispetto al valore degli investimenti “in entrata”. La scommessa governativa – rivedere la Costituzione per attrarre investimenti – appare dunque molto ragionevolmente perdente, anche perché, considerando la recente bocciatura del nuovo testo da parte della finanza sovranazionale (attraverso il Financial Times), la riforma è troppo confusa per essere compresa da investitori esteri e non è neppure soddisfacente per chi la ha commissionata. E’ noto infatti che, a partire da un report del 2013, J.P. Morgan ha sollecitato una profonda revisione della Costituzione italiana, invitando il Governo a emendare i troppi elementi di “socialismo” che essa contiene, con particolare riferimento alla “tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori” e al diritto di sciopero, che, per la finanza sovranazionale della quale J.P. Morgan è fra le massime espressioni, andrebbero superati[1].

Ma, per molti aspetti, è anche una scommessa controproducente ai fini del recupero di un percorso di crescita, nonostante l’opinione del Centro Studi di Confindustria[2]. Come è noto, a partire dalla primavera scorsa, Confindustria ha esplicitato un netta posizione a favore del SI, con argomentazioni francamente imbarazzanti per chi continua a ritenere le previsioni in Economia una cosa seria, sebbene difficilissime da implementare e comunque da assumere cum grano salis. L’Ufficio studi di Confindustria prevede in caso di vittoria del NO uno scenario a dir poco drammatico: una riduzione del Pil dell’1,7%, un crollo degli investimenti del 12,1%, un aumento di 430 mila poveri e un calo degli occupati di 289mila unità. Curiosamente, a differenza di quanto normalmente si fa (e si dovrebbe fare) non si fanno previsioni sullo scenario alternativo (vittoria del SI), così che non è dato sapere, ammesso che la metodologia sia valida, se il SI produrrebbe crescita o – caso da non escludere - una recessione ancora più intensa.

Come vengono motivate queste previsioni? Fondamentalmente avvalendosi dell’argomento per il quale il NO produrrebbe instabilità; l’instabilità produrrebbe incertezza; l’incertezza si assocerebbe a declino degli investimenti e alla conseguente contrazione del tasso di crescita. Posta la questione in questi termini, viene da chiedersi, non retoricamente, perché non dovrebbe accadere quanto previsto in caso di vittoria del NO per tutte le possibili crisi di governo. E’ ovvio infatti che ogni cambiamento istituzionale genera incertezza, così come lo genera la resistenza (se ha successo), a cambiamenti di significativo rilievo del disegno istituzionale.

A ben vedere, sembra molto più ragionevole l’argomento contrario. Innanzitutto, è proprio il Governo ad aver creato le condizioni per un aumento dell’incertezza, che è esattamente la variabile che, proprio per la logica seguita dall’Ufficio Studi di Confindustria, disincentiva l’attrazione di investimenti. In secondo luogo, se si riconosce che la ‘riforma’ è finalizzata all’attrazione di investimenti occorre riconoscere che questa si rende semmai possibile comprimendo i salari e i diritti dei lavoratori. Sulla base di questa lettura, non sorprende che Confindustria sostenga pienamente le ragioni del SI.  E tuttavia, questa strategia – se risulta inefficace, come c’è da aspettarsi, per l’aumento degli investimenti - rischia di generare ulteriore compressione della domanda interna e l’ulteriore intensificarsi della recessione.

 

 

 


[1] Sul punto, si rinvia, fra gli altri, a G. Forges Davanzati, La finanza sovranazionale e la controriforma costituzionale, Micromega on-line, 27 settembre 2016.

[2] Centro studi Confindustria, La risalita modesta e i rischi di instabilità, Scenari Economici, giugno 2016, n.26.


Il microcosmo dei pronomi PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 25 Ottobre 2016 20:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 23 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. La scorsa settimana ho introdotto un tema che ha suscitato un certo interesse tra i lettori: nell’italiano contemporaneo si va estendendo l’uso del “tu” anche tra interlocutori che non si conoscono (o si conoscono poco) e quindi dovrebbero avere relazioni formali (commesso e cliente, venditore e acquirente, ecc.). È normale questo uso crescente del “tu”? Come va giudicato il fenomeno?

Non sono il primo a trattare la questione. Alcuni mesi fa apparve su «la Repubblica» un bell’articolo di Umberto Eco, che riferiva un episodio a lui capitato. Scriveva: «In un emporio mi sono visto (io quasi ottantenne e con barba bianca) trattato col “tu” da una sedicenne col piercing al naso (che non aveva probabilmente mai conosciuto altro pronome personale), la quale è entrata gradatamente in crisi solo quando io ho interagito con espressioni quali “gentile signorina, come Ella mi dice...”. Deve aver creduto che provenissi da Elisa di Rivombrosa , tanto mondo reale e mondo virtuale si erano fusi ai suoi occhi, e ha terminato il rapporto con un “buona giornata”», rinunziando al “ciao” che usa abitualmente.

Eco sapeva bene che la ragazza non intendeva insultarlo, semplicemente trasferiva nella conversazione i modelli televisivi a cui era abituata (non so, «Uomini e donne», «Amici»), senza rendersi conto che la lingua possiede anche altre forme, che bisogna saper scegliere e variare a seconda dei momenti. Eco considerava il comportamento della ragazza un sintomo della perdita di memoria che caratterizza la società contemporanea: viviamo appiattiti in un eterno presente che per molti ha un solo tono, dimenticando l’importanza della variazione che il passato ci consegna.

Preciso. Non si tratta di restare ancorati al passato, riproponendo le forme della comunicazione di un tempo. Per rivolgersi a un gruppo di persone non vanno più tanto bene “loro” (lo usa il governatore della Banca d’Italia in situazioni molto formali) o “lorsignori” (ha un valore ironico, quasi di presa in giro). Prima ancora si usavano altri pronomi, che oggi nessuno neppure più ricorda, “eglino” per il maschile e “elleno” per il femminile. Invece a Carducci quei pronomi piacevano, ce lo testimonia quest’episodio. Carducci, appena nominato professore, entrato in una classe dell’istituto superiore femminile “Nencioni” di Firenze, alla prima lezione esordisce con un «Elleno adunque...» e viene sommerso dalle risate delle ragazze. Il professore non la prende bene: è giovane, non è bellissimo, e ha di fronte un gruppo di vivaci ragazze della borghesia fiorentina. Ammonisce la più esuberante con tono burbero: «Lo so che ella avrebbe detto: “Sicché loro...” Ma è bene intendersi subito: qui si conviene aver rispetto alla grammatica, qui non si parla a modo delle ciane». In quella classe insomma non si parlava come le ciane ‘donne sguaiate, volgari, grossolane, pettegole’; il professore diceva “ella” ed “elleno” e pretendeva che le sue allieve facessero altrettanto.

Nessuno pensa di ripristinare quelle forme antiquate: la società cambia e cambia la lingua (che rispecchia i mutamenti sociali). Ma si può e si deve riflettere su quello che succede intorno a noi, non possiamo rinunziare al pensiero e accettare tutto senza fiatare.

Eco attribuiva il comportamento spiccio della sedicenne con il piercing alla mancanza di memoria di una parte delle ultime generazioni. Ma forse c’è di più. Dare del “tu” a un adulto sconosciuto è irriguardoso, anche se non comporta una reale o supposta posizione di inferiorità dell’interlocutore. Il dilagare del “tu” finge una vicinanza che fa male a tutti, facendoci sembrare fintamente amici (l’amicizia è altra cosa). Non è sintomo di egualitarismo o di democrazia, neanche in politica lo è. Luciano Canfora ricorda una battuta attribuita a Palmiro Togliatti, probabilmente non inventata, rispecchia lo stile dell’uomo: una volta, a un iscritto che parlava con aria supponente di cose che conosceva poco, il leader del Pci rispose: «Caro compagno, dammi pure del lei». In altre parole: essere compagni di partito non significa essere compagni di osteria. Un po’ diverso l’atteggiamento di Sandro Pertini (ancora non Presidente della Repubblica), in una piazza di Galatina, in occasione di un comizio (magari qualcuno ricorda): a un giovane che gli aveva rivolto la parola dicendo «Lei, compagno Pertini…» replicò «D’accordo, accetto il “Lei”, sei giovane, ma quando crescerai dovrai darmi del “tu”». Non era politica, ma di sicuro era assai ideologizzata, l’occasione in cui il 21 ottobre del 1975, a Lecce, nell’aula magna del liceo «Palmieri»,  in un dibattito pubblico Pier Paolo Pasolini cominciava così la risposta a un precedente intervento: «Ti posso dare del tu?, sei così giovane» (si trattata dell’ultima conferenza di Pasolini, pochi giorni prima del suo assassinio, stampata poi nei «Meridiani» di Mondadori e recentemente ripubblicata, a quarant’anni esatti dalla morte).

Gli aneddoti si moltiplicano. Il professor Marcello Filotico, noto anatomopatologo del Salento, mi autorizza a pubblicare questo brano di una sua lettera. «Un mio Professore dosava l’uso del Voi, del Tu e del Lei con matematica precisione. Dava del Tu a noi giovani Laureati e ai suoi colleghi pari grado, il Lei era riservato al mondo accademico e limitato ai professori che riteneva più autorevoli. Il Voi denotava una contenuta stima nei confronti di soggetti  giudicati non  all’altezza, comunque, di ricevere il Lei. Passò dal Tu al Voi nei miei riguardi, quando conseguita la Libera Docenza fui nominato Primario». E argutamente commenta: «Il giorno un cui divenni Primario non poteva più darmi del Tu, mi avrebbe posto implicitamente al suo stesso livello. Mai più!». Guido Zaccagnini, storico della musica che su Radio 3 conduce bei programmi di divulgazione musicale,  sorridendo di sé stesso dice che lui dà il “lei” agli studenti, il “tu” ai superiori, per questo non fa carriera (ma non è vero).

Concludiamo. In alcuni casi il “tu” è ammesso anche tra persone che non si conoscono (abbiamo visto sopra alcuni esempi). Se invece è indiscriminato, è un abbassamento delle barriere falso e velleitario, nasconde la propensione a non rispettare le regole formali. Ricorrendo alla variazione appropriata di  “tu” ~ “lei” nelle diverse situazioni comunicative ripristiniamo il linguaggio della cortesia, l’insieme di norme e convenzioni verbali adottate da una comunità per contenere la conflittualità e favorire l’armonia nell’interazione.

Per una comunicazione corretta è necessario rispettare parametri importanti come il grado di familiarità tra gli interlocutori, la partecipazione affettiva e il coinvolgimento, la solidarietà, e anche le differenze di ruolo, che pure esistono nella società. Possiamo utilizzare anche ulteriori accorgimenti, accompagnando la scelta dei pronomi (formale ~  informale) con mezzi quali i toni di voce, la postura del corpo, la prossimità o la distanza fisica con l’interlocutore, ecc. Nello scritto, il “lei” di cortesia è spesso segnalato con l’iniziale maiuscola: “Lei” (come dire: ti tratto con deferenza particolare). Vedo aumentare la maiuscola anche nelle comunicazioni scritte che ricorrono alla seconda persona: “Tu” (ma forse è eccessivo, non si capisce bene se chi scrive vuole suggerire familiarità o distanza).

Le variabili scelte linguistiche non sono casuali, vanno adeguate al contesto, allo stile, al registro, al canale e al mezzo di comunicazione, insomma alla situazione complessiva. Quante cose insegnano quelle microscopiche parolette (due o tre lettere, non più) che definiamo pronomi! Non è meravigliosa la lingua italiana?

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
Scarica questo file (2016Rubrica_5bisAllocutivi.pdf)2016Rubrica_5bisAllocutivi.pdf 102 Kb

I pronomi e la giusta distanza PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 25 Ottobre 2016 20:01

["Nuova Quotidiano di Puglia" di domenica 16 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Alcuni giorni fa, a Roma, in un negozio di abbigliamento, ho assistito a questa scena. Parlano una cliente e una commessa, entrambe giovani: discutono di taglia, colore e modello di un abito, si danno reciprocamente del “tu”, con grande familiarità. Penso: si conoscono, è normale. Poi entra una signora sui cinquant’anni, fa una richiesta del tipo «Mi può dire dove sono le giacche…», la commessa risponde con un sorriso, si rivolge alla cliente sconosciuta con il “tu”. Mi pare di notare una certa perplessità sul volto della signora ma prontamente si adegua, passa anche lei al “tu”, la conversazione tra le due prosegue in assoluta tranquillità.

Cosa insegna l’episodio? È normale l’uso crescente del “tu” tra persone che non si conoscono? Per capirlo, guardiamo alla storia della nostra lingua. In italiano esistono oggi tre forme principali di pronomi allocutivi. Si definiscono così, con questa parola un po’ difficile,  quelli che regolano i rapporti tra le persone:  “tu”, “voi”, “lei”.  Si usano per rivolgersi a qualcuno, per interloquire con lui e per richiamare la sua attenzione.

Lo sappiamo, la lingua cambia nel tempo. Nel Medioevo l’italiano, come altre lingue romanze, disponeva di un sistema bipartito, imperniato sull’asse “tu”/“voi”. Nella Divina Commedia Dante si rivolge di norma col “tu”  ai personaggi con cui scambia battute di dialogo, riservando il “voi” a interlocutori particolarmente autorevoli. Al suo maestro Brunetto Latini chiede con rispetto: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

Poco alla volta, al  “tu” e al  “voi” si aggiunge il “lei”. Le prime attestazioni del “lei” risalgono al Quattrocento; tra Cinquecento e Seicento questo nuovo pronome si diffonde nelle cancellerie e nelle corti, si rafforza probabilmente per l’influsso dello spagnolo usted, fino a diventare preponderante.

Un sistema tripartito funziona nei Promessi Sposi di Manzoni. Si danno del “voi”, alla pari, Agnese e Perpetua, Renzo e Lucia, il Cardinale e l’Innominato. Ancora alla pari, il “tu” viene usato tra Renzo e Bortolo o Tonio, vecchi amici. Agnese dà del “tu” a Lucia che risponde alla mamma con il “voi”. Don Abbondio dà del “voi” ad Agnese che risponde per rispetto con il “lei”. Il dialogo tra Fra Cristoforo e don Rodrigo inizia col “lei”, ma quando il frate s’indigna passa al “voi”  (“la vostra protezione…”) e per contraccolpo don Rodrigo passa al “tu”, per disprezzo (“come parli, frate?”). Ma “tu” non indica solo disprezzo, viene usato anche per rivolgersi a un Ente superiore. «Tu dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola» scrive Manzoni, rivolgendosi alla Fede nel Cinque maggio. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» invoca Cristo sulla Croce.

Così in passato. Oggi, nella pratica, la scelta più frequente è limitata al “tu” e al “lei”, mentre il “voi”,  riferito a un singolo individuo, si usa solo in condizioni particolari (vedremo quali). L’uso dei pronomi non oscilla a caso, è soggetto a regole precise, dipende dal contesto in cui la comunicazione avviene ed è vincolato dalle norme sociali vigenti in un determinato momento storico. Esiste un sistema di regole che governa il comportamento degli interlocutori. La scelta del pronome allocutivo è determinata dal contesto (formale o informale) in cui si realizza il dialogo e dal tipo di relazione esistente tra parlante e ascoltatore. La scelta deve essere coerente con i saluti, i titoli, il tono della voce e con i comportamenti non-verbali.

A un amico con cui si è in rapporto confidenziale si dice: «ciao, Andrea, come stai?»; e la frase può essere accompagnata da comportamenti non-verbali come un abbraccio, una stretta di mano o una pacca sulla spalla. Ad una persona con cui abbiamo rapporti solo formali ci rivolgiamo con il “lei” e manteniamo anche fisicamente una certa distanza.  Un giovane che si presenta a un colloquio di lavoro deve parlare e comportarsi in modo adeguato alla circostanza, non può sbagliare nell’uso dei pronomi.

Possiamo dire che “tu”  indica familiarità, “lei” indica distanza.  Il “tu” reciproco è riservato in genere ai rapporti informali (amicizie, famiglia, lavoro, colleghi che si frequentano abitualmente);  il  “lei”  reciproco si adatta ai rapporti formali e istituzionali fra persone che non si conoscono o si conoscono poco, ai rapporti gerarchici.

Badate all’aggettivo “reciproco” che nella frase precedente segue i pronomi “tu” e “lei”: indica una condizione di simmetria, il rapporto non è sbilanciato. Gli interlocutori sono su un piano di parità e, di conseguenza, adottano lo stesso pronome.  Ma esistono anche rapporti asimmetrici, nella lingua e nella società. Se uno dei due interlocutori è in posizione di maggior potere (comunicativo e sociale) spesso si ha un rapporto asimmetrico: l’uso di “tu” da parte del superiore (o ritenuto tale) e di “lei” da parte dell’inferiore (o ritenuto tale).  A volte il rapporto asimmetrico è ammesso, anzi normale. A scuola, quando gli studenti sono molto giovani, il professore dà del “tu” agli alunni ma questi si rivolgono al professore con il “lei”; all’università, con studenti di vent’anni e oltre, è normale il “lei” reciproco.

Per passare da un pronome allocutivo formale a un altro meno formale (operazione nota come «passare al “tu”»), le buone maniere vigenti in Italia vogliono che la proposta sia fatta dalla persona superiore (dalla più anziana, dalla più elevata per grado o funzione o, in condizioni di parità sociale,  dalla donna, se l’interazione avviene tra uomo e donna).

Non ho dimenticato il “voi”, oggi in regresso. Il regime fascista aveva giudicato il “lei” capitalista e plutocratico e aveva imposto il “voi”, sembrava più virile e bellicoso.  Ma questo di fatto corrispondeva all’inglese “You” e al francese “Vous”, le lingue dei paesi ritenuti nemici; mentre il “lei” come abbiamo visto veniva dalla Spagna, in quegli anni politicamente vicina (sono noti i collegamenti tra fascismo e franchismo). A volte i risultati furono buffi. Si arrivò a sostituire il titolo delle rivista femminile  Lei con un nuovo nome, Annabella.  Ma Lei di quel titolo non era pronome personale di cortesia,  indicava che la rivista era dedicata alle donne e non agli uomini, a Lei e non a Lui.

Con la caduta del fascismo, l’uso del “voi” decade  ma non scompare del tutto. Il “voi” resiste nel Meridione,  in molti dialetti dell’Italia del sud. Viene sentito come una forma di rispetto. Fino a non molto tempo fa capitava, seppur raramente, che uno studente mi chiedesse: «Professore, mi dite a che ora cominciano gli esami?». A Napoli sono ancora frequenti domande del tipo: «Vi piace questa camicia? La volete comprare?». Specie nelle realtà rurali è ancora abbastanza diffuso l’uso del “voi” (spesso “vui”) quando ci si rivolge a genitori, persone anziane o di grande importanza e superiorità morale.

Esistono anche forme andate in disuso, quasi nessuno le usa più. Una volta, per rispetto, in un’aula universitaria o in una conferenza, si usava il plurale “loro” («come loro sanno…»).  Usato ormai in senso ironico è l’arcaico “lorsignori”; dire «come lorsignori m’insegnano…» equivale a una presa in giro degli interlocutori. I dialetti conservano più tenacemente forme arcaiche. Nel siciliano è ancora attestato (nonostante sia in calo tra i giovani), l’uso del “vossìa”, contrazione di Vossignoria che vuol dire Vostra Signoria. In Salento,  nel contado e nei ceti popolari, verso estranei e persone giudicate di livello superiore, si usa come appellativo “Signuria”, con il verbo alla seconda persona singolare (per es. «Signuria, comu stai?»).

Mi sono lasciato prendere la mano, ho scritto troppo, non ho risposto alle domande iniziali. È normale l’uso crescente del “tu” tra persone che non si conoscono? Come va giudicato questo fenomeno? Di tutto ciò parleremo nella prossima puntata.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
Scarica questo file (2016Rubrica_5Allocutivi.pdf)2016Rubrica_5Allocutivi.pdf 91 Kb

Cosa chiedere a un aspirante primo cittadino - (21 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 23 Ottobre 2016 21:08

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 21 ottobre 2016]



Prima di “chi” mettere a governare Lecce, forse sarebbe bene definire “cosa” la città debba chiamare a realizzare il suo sindaco. Da una parte, sull’onda di un articolo del direttore Scamardella, alcuni esponenti della società civile hanno iniziato un dibattito di contenuti, dall’altra pare che i partiti stiano dibattendo su “chi” li debba rappresentare ma non è ben chiaro per fare “cosa”. Per poi definire anche “come” e “quando”.

Ognuno, ovviamente, ha le sue priorità. Per me, visto il mestiere che faccio (sono professore all’Università), l’Università dovrebbe essere al centro della vita cittadina. Se non altro perché rappresenta, come bilancio, la realtà economica più importante del Salento. Una città di centomila abitanti che ospita tra i trenta e i ventimila studenti (a seconda degli anni) non può non essere segnata fortemente da questa presenza. La partecipazione della città e dell’intero Salento alla vita della sua Università dovrebbe essere ben maggiore di quel che è. Si dice sempre che l’Università si chiude nella “torre d’avorio” ma spesso avviene che sia il cosiddetto territorio a non rendersi conto del patrimonio culturale che si sviluppa nel centro più importante di alta formazione. Bisogna finalmente far diventare Lecce una città universitaria. Al candidato sindaco chiederei se ha questo obiettivo e come intende realizzarlo.

Le potenzialità di questo aspetto sono enormi. Se l’Università del Salento riuscisse ad attirare studenti da tutto il bacino del Mediterraneo (abbiamo costruito l’Isufi per questo) invece che essere un ammortizzatore sociale per il territorio, si potrebbero innescare processi di internazionalizzazione dai risvolti impensabili. Lo ha detto Renzi, mi pare, e sono d’accordissimo: ogni comune dovrebbe avere un ufficio specializzato in produzione e gestione di progetti europei, in modo da utilizzare al meglio l’opportunità di questi finanziamenti. Bisogna riqualificare chi già lavora nelle amministrazioni, e bisogna formare nuovo personale che sia in grado di gestire questioni complesse. È l’Università che ha le prerogative per un’impresa del genere e si tratterebbe di un “prodotto” (l’esperto in progettualità europea) di valore nazionale, e non solo locale.

Vorrei sapere cosa intende fare, un aspirante sindaco, del progetto Lecce Capitale Europea della Cultura. Che rapporto ha la città con la cultura? Abbiamo preso zero voti. Quindi basta cultura? Ce ne dimentichiamo? O questo sonoro schiaffone ci permette di vedere più chiaro quel che non va e di progettare qualcosa di differente? Anche in questo caso l’Università dovrebbe avere un ruolo chiave, visto che è la “fabbrica di cultura” per eccellenza.

Queste potrebbero essere strategie di lungo termine, ma poi bisogna pensare anche alle contingenze, alle tattiche. Il traffico, la movida, il collegamento con le periferie, le marine, i parcheggi, i rifiuti, i servizi ai cittadini. C’è un’ordinaria amministrazione che va portata avanti. Ma quel che conta, secondo me, è la visione di medio e lungo termine. Cosa vuole diventare Lecce? Come intende proporsi a un turismo che sta diventando sempre più vivace e pervasivo? Ci piacerebbe vivere in una città dominata dai turisti, come Venezia o Firenze? Cosa proponiamo a chi ci viene a visitare? I musei della città, le chiese, i palazzi, sono all’altezza delle aspettative di un turismo qualificato? Le strutture di accoglienza sono di altissima qualità (checché ne dica Briatore). Abbiamo un immenso patrimonio reputazionale. Quando, 30 anni fa, sono partito da Genova per stabilirmi qui, i miei concittadini mi guardavano increduli: Lecce????? Ora, quando dico che sto a Lecce mi dicono: ah, Lecce! Anche i miei colleghi stranieri sanno di Lecce e sanno che è bellissima. Torno all’Università. Abbiamo attivato un corso di laurea in inglese, e vengono studenti da tutta Italia e dall’estero. Gli studenti “di fuori” emigrati qui per avere un’istruzione superiore sono entusiasti. La vita costa immensamente meno che in città come Milano o Roma, le strutture universitarie sono ottime, la città è bellissima e la gente è piacevolissima e accogliente, i dintorni sono dello stesso livello, la città è viva, pulsante. Studiare da noi è vantaggioso economicamente, se il livello dell’offerta formativa è alto. Poi vengono i genitori a “vedere come va”, e restano presi anche loro. Alta formazione, cultura, bellezza. In un contesto che funzioni.

Forse, a livello cittadino, è possibile iniziare a sburocratizzare la vita dei cittadini. Siamo già sulla buona strada. Ho fatto la carta d’identità elettronica. Sono entrato nell’ufficio comunale e dopo pochi minuti uscivo col mio documento. Mi hanno fatto anche la foto. Ah, all’aspirante sindaco chiedo che trovi un modo per incentivare la presenza di negozi. Una città senza negozi è morta. In questo senso gli immigrati ci stanno aiutando perché i loro negozi sono aperti 24 ore al giorno, o quasi. Ma la qualità deve aumentare. Se vogliamo presentarci come una città di alto livello non possiamo avere bancarelle e negozi che vendono merci di scarsa qualità. E dobbiamo riallestire il mercato dove si possano trovare prezzi competitivi per i generi alimentari, senza sacrificare la qualità. Dando anche spazio ai produttori, come avviene in diverse piazze della città che, ogni settimana, sono vivificate dal commercio dei prodotti locali.

Noi italiani siamo tutti allenatori della Nazionale di calcio, seduti comodamente sul divano. Fare davvero le cose è ben altra sfida e me ne rendo perfettamente conto. Come so che non si può scrivere un programma completo in un articolo di giornale. Però ognuno di noi deve farsi la domanda: cosa mi aspetto dalla mia città? Cosa va bene e cosa potrebbe andare meglio? La questione più importante, è inutile che si parli d’altro, è il lavoro ai giovani. Ma quello arriva se si persegue un “disegno” che apra nuove prospettive. In questo ancora la città è carente, come è carente l’intero paese. Non aspettiamo l’uomo del destino, che risolva i problemi a livello del paese intero. Noi, qui, nei prossimi anni, come pensiamo di farci carico del futuro dei nostri figli? Magari, una volta tanto, che venga dal basso il programma dei candidati. Ma, lo voglio ripetere, non voterò qualcuno che non mi dica in modo chiaro la sua “visione” per la città. E le diatribe sul nome del candidato, i giochi di potere personale, mi allontanano da chi concepisce in questo modo la politica.

 

 


Cela ne fait pas rire PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 22 Ottobre 2016 10:12

Traduzione dall'italiano di Annie e Walter Gamet


Il arrive qu'une satire trop féroce, portée aux conséquences extrêmes, s'avère désagréable. Quand elle touche des sujets vraiment délicats, elle peut se révéler de mauvais goût. En fait, celui qui ne peut s'exprimer sans plaisanter, qui se moque de tout et de tous, finit par ne plus être crédible quand il parle sérieusement. À force de plaisanter, il connaît le sort du jeune berger qui criait « au loup » dans la célèbre fable d'Esope. Le rire fait du bien, mais pas à n'importe quel prix. Venons-en à ce qui s'est passé il y a quelques jours avec le périodique français « Charlie Hebdo » et son désagréable dessin de presse sur le tremblement de terre dans le Latium en Italie. Beaucoup se sont offusqués, tous ont condamné l'impudence et le mauvais goût des dessinateurs français. Leur trouvaille fut accueillie par un chœur unanime de huées. Dans la vignette intitulée « Séisme à l'italienne », les victimes du tremblement de terre qui a ravagé notre pays sont comparées à trois plats typiques de notre culture : les « penne à la diable », illustrées par un homme ensanglanté, les « penne gratinées » par une rescapée couverte de poussière, pour les lasagnes, les couches de pâte alternent avec les corps restés sous les décombres. Les dessinateurs de Charlie Hebdo, qui ont connu une popularité inespérée après l'attentat de janvier 2015 commis par l'État islamique, utilisent à présent cette publicité gratuite, bien que sanglante, pour frapper encore plus fort. Disons-le, avant l'attentat, bien peu connaissaient le journal satirique en dehors de la France, et même dans ce pays le nombre des ventes n'était pas enthousiasmant. En vrais fils de pute qu'ils sont, ils devraient ériger un monument à leurs collègues trucidés, avec en guise d'épigraphe un dessin représentant le journal taché de sang, les corps des morts pris en sandwich entre les pages et comme légende : « satire à la française ». D'après Robert Mcliam Wilson, collaborateur du même Charlie, c'est vraiment répugnant, sans aucune utilité, une gifle en pleine figure, une provocation cruelle et insensible qui n'atteint aucun but quel qu'il soit, politique, polémique ou moral ; une gigantesque nullité, une vacuité désagréable et inutile. De plus on se demande « à quoi ça sert ? », « cui prodest ? » aurait-on dit en latin. À qui cela profite-t-il ? Il est vrai que certains ne parviennent pas à soumettre leur propre penchant aux raisons de convenance et de décence ni à faire taire leur propre nature railleuse et irrévérencieuse. Nous savons bien, d'ailleurs, que les situations les plus banales et ordinaires et plus encore les occasions solennelles, les cérémonies institutionnelles, les événements douloureux peuvent parfois provoquer l'hilarité. Il arrive que des funérailles donnent lieu à une irrépressible crise de fou rire, spécialement chez les plus cyniques et ceux qui ont une pierre à la place du cœur. Dans le cas présent, outre qu'il provoque l'indignation générale, le dessin de Charlie Hebdo est privé de sa propre raison d'être, c'est-à-dire l'ironie, la dérision, et sur internet, le peuple des réseaux sociaux, celui qui justement presque deux ans auparavant, avait crié « je suis Charlie ! », cette fois-ci se désolidarise, prend ses distances. Ces méchants esprits sarcastiques dépassent tellement les bornes qu'ils finissent par être ridicules et attaqués par ceux-là mêmes qui peu de temps avant riaient de leur malignité. En effet, si l'on peut rire de tout, on rit aussi d'une mauvaise plaisanterie, d'un gag raté. Paradoxalement, c'est justement parce qu'elle ne vise pas juste que la plaisanterie est triviale, sans intérêt et stupide, elle suscite alors le rire, ou même le sarcasme ; on rit de celui qui ne fait pas rire, on le tourne en ridicule, on le raille, on le persifle. Conspuons Charlie Hebdo !


L'una e due disco (r) danze di Paolo Vincenti PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Lucia Buttazzo   
Sabato 22 Ottobre 2016 09:59

Il riferimento visivo del suggestivo libretto “L’Una e Due Disco (R)Danze” di Paolo Vincenti (Edizione La Fornace, Galatina 2016), che ne esprime il messaggio, è dato, a mio avviso, dalle immagini di copertina: due opere di Luigi Latino “Finestre 5” per la parte definita “Primo Tempo” e “Finestre 4” per quella definita Secondo Tempo.

Sono finestre che si aprono su una realtà deformata, inquieta e inquietante, invertita,sfaccettata, materica, quasi tridimensionale in cui si annulla il rapporto interno - esterno, dritto - rovescio, in linea con la struttura complementare dell’opera che contiene, citando espressamente la “Nota dell’autore”:“prosette liriche (…)più lunghe e intimistiche” nel Primo Tempo, “componimenti più brevi e compatti”, nugae di tipo catulliano, nel Secondo Tempo.

La struttura grafica del libro propone questa visione complementare e al tempo stesso oppositiva della realtà: due frontespizi, due foto dell’autore, due biografie, due dediche, capovolti gli uni rispetto agli altri: due possibilità di parlare della vita definita “una danza in tre tempi/(…). nasci vivi muori” (“Tripudium”).

La divisione in Primo e Secondo Tempo, è, quindi, intercambiabile e la sottesa continuità trova il simbolo nella numerazione continuata delle pagine.

In “L’una e Due” Paolo Vincenti gioca con le parole e i loro suoni.

Il titolo stesso può significare, infatti, il bene e il male, due donne in una, una in due, ma anche suggerire il riferimento alla luna, l’astro del mistero, dell’inquietudine, se si pronuncia senza l’apostrofo; c’è il ritmo di marcia, c’è il tempo, quello cronologico “zavorrato”,” incarcerato”,” liberato”, “insanguinato”, e quello della musica, del battere e del levare, quello della danza; Il tempo della cultura, soprattutto classica, greca in particolare, che rivive in alcuni brani come “Sera dionisiaca” o “Timore Panico”, dove si incontrano atmosfere antiche e sensibilità moderna.

Aleggia una musica antica di cembali, e tamburi, musica che è armonia o ritmo travolgente, panico e dionisiaco (“The Rithm of the Night”)

Nello scritto della Prima Parte dal titolo “(L)una in due” il calembour si esplicita in tutta l a sua ambivalente complessità semantica, ritmata da un susseguirsi di allitterazioni( “sei”, la a più ricorrente, il pronome “ti”, la parola “disco”….), ambiguità semantica presente anche nella dedica ripetuta nelle due parti: “all’una in due/alle due in una”.

Su tutto dunque la centralità della parola che informa, conquista, inganna, denuncia, diverte,illumina di verità, dà voce ai sentimenti; parola che è anch’essa ritmo, gioco, musica, ricordo e tempo. Di questa centralità e valore Paolo è consapevole, tanto da iniziare il “Primo tempo” con lo scritto “Danze di parole”, danze e non danza al singolare, perché la scrittura ne rappresenta l’avvolgente, rutilante dispiegasi e immergersi nella realtà, nella fantasia, nel sogno.

Parole che vincono il tempo: “di tutto questo vivere e morire,/ secernere , sfogliare , battere e levare/raschiare il fondo , riemergere / smerciare, rompere, indennizzare/, non restano che anelanti,/ amanti, palpitanti, dimenticate parole”. Così recita la poesia che, non per nulla, si intitola “Parole”.

L’inizio con la lettera minuscola non è dovuto ad una svista, Paolo Vincenti inizia tutte le poesie della Seconda Parte con la lettera minuscola, ma non il titolo. Quest’ultimo infatti individua il tema, ma le varie poesie sono il fluire del pensiero, il continuum della vita.

E ancora in” Ri-alfabetizzazione”afferma :“e se chiamo cielo il soffitto/ sarà più stellata questa lontananza/ e sarà più azzurra la notte/e se il lavoro chiamo piacere/ il vuoto sarà meno ottundente/mentre la mattina faccio colazione”; poesia da leggere pensando a “La chiave dei sogni” di Magritte.

Le Parole sono il marchio di Vincenti, il suo segno distintivo che egli sigla in modo sottilmente subliminare nel sottotitolo: Disco (R) Danze, utilizzando il simbolo del marchio registrato ( R ).La parola “Disco” richiama la musica, la geometria di una forma perfetta, la ripetitività, la ciclicità della vita, “Danze” rievoca musica, armonia e movimento compreso quello ciclico. Le due parole lette insieme alla R formano la parola “discordanze”, anch’essa subliminare riferimento alla chiave di lettura del libro.

Nella Nota l’autore parla della sua opera come di una “satura lanx,” ossia il piatto di primizie offerto agli ospiti nella civiltà latina, ma il temine latino “satura” si riferisce anche all’etimologia del genere satirico: di nuovo il ricorso alla polisemia.

Una miscellanea di ricordi, ricerca, amore, riflessioni, domande, critica all’ignoranza, satira dell’ipocrisia di un mondo che esalta l’apparenza, un “viaggio intorno all’uomo nello “Lo scempio del mondo”(come suona il titolo di una poesia), nella ricerca di “Cosa muove l’umanità”(altro titolo).

Una poesia che canta le varie sfaccettature dell’amore, della nostalgia, del tempo che fugge (”La ragazza con la valigia”), che mai si piega alla rinuncia:“dopo aver gustato fino in fondo il brivido dell’assurdo/(.) azzardo # poesie , non mi ritiro, ma rilancio/(…)” ( Da lontano)

Ne risulta un tentativo di dare senso alla vita, muovendo da un’ansia di sperimentazione da esprimere e condividere.

I versi di “Auledda” penso possano sintetizzare questa interpretazione : “in un cortile metafisico /si incontrano gli opposti/ nel suono dei tamburi / il bene dialoga con il male/nel grande spazio griko/ si armonizzano i diversi “, dove trova spazio anche la sua terra, il Salento con le contraddizioni che ne sono l’anima.

L’ispirazione di fondo è l’amore per la vita: “(..) imprevedibile vita/dannatissima vita”(Cambiamenti) con l’emozione della scoperta espressa in “Mi piace” “ è che mi piace così/ scassata, confusa, stravolta, stressata/mi piace così/ ingolfata, stranulata, imbrogliata, smarrita/ è che mi piace ancora/ maledetta, maledetta vita”.


<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 10 di 251
Torna su