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Lezione di Paolo Tundo: Ci vuole fegato...! PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Mercoledì 23 Novembre 2016 07:32

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, martedì 22 novembre 2016

 

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Leopardi pessimista? No certo! PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Prete   
Giovedì 24 Novembre 2016 07:47

[Riscrittura dell'intervento tenuto a Recanati, Aula Magna del Comune, 6 novembre 2009, in occasione del Convegno ADI 2009, sezione didattica dell'associazione italianistica, già pubblicato in questo sito col titolo Contro e oltre lo stereotipo del pessimismo leopardiano]

 

 

Una premessa. La lettura di Leopardi ha per me, come per molti, risonanze che rinviano all’adolescenza, all’incantamento dinanzi ad alcuni versi, alla recitazione pubblica e privata di quei versi, quando usava ancora mandare a memoria molte poesie della nostra lingua e qualcuna delle lingue straniere che si studiavano. Leopardi era anzitutto il poeta lunare, e il poeta delle domande estreme affidate al canto del pastore errante. Era il poeta della ricordanza, del colloquio col “caro immaginare”, con le parvenze sottratte all’oblio, tra queste la Silvia dagli “occhi ridenti e fuggitivi”. Era il poeta del fiore che, sorgendo sulla lava, tra le rovine, con il suo profumo consolava il deserto. Mi accadeva anche di sentire rappresentati in quei versi bellissimi il senso dell’indefinito, una forte tensione immaginativa, lo stato di malinconia che apparteneva alla condizione di attesa e di desiderio privo di risposte proprio dell’adolescente. La frequentazione di Leopardi ha anche, però, un’altra origine, anch’essa scolastica : ho insegnato per nove anni nei licei, appena dopo la laurea, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle interpretazioni sopravvenute, era una fonte ricchissima di suggerimenti e di provocazioni, soprattutto era una messa in questione di un orizzonte culturale prestabilito e convenzionale. Insomma c’era più sovversione e insieme più energia immaginativa e morale nelle singole Operette, nei Canti, nei Pensieri e nelle pagine dello Zibaldone di quanto la critica, nei suoi diversi schieramenti, riuscisse a indicare, anche laddove parlava di materialismo o di protesta. Risale a quegli anni la questione che poi divenne per me un impegno, se cioè non fosse necessario riproporre una centralità dei testi leopardiani, una sorta di nuova e forte presenza della scrittura in quanto tale, e questo contro una dominanza, forte in quegli anni, del pensiero critico intorno ai testi, delle formule critiche divulgate dai manuali, che finivano con appannare la freschezza e la vitalità del domandare e ricercare e inventare leopardiano.

Si trattava di ascoltare, insomma, la vita del testo, il respiro di una scrittura. Da questo prolungato stato di ascolto di una scrittura è nato poi il saggio Il pensiero poetante.

Tra le formule critiche di più elevata divulgazione e più ostinate, c’era, e sopravvive ancora, quella del pessimismo. Essa impedisce, proprio per la sua astrazione e genericità e infondatezza, di cogliere la relazione profonda che c’è in Leopardi tra la teoresi e la poesia, tra l’interrogazione filosofica e l’interrogazione poetica. È una formula, questa del pessimismo, compendiosa ed astratta : e per questo finisce con allineare Leopardi a tanti pensatori diversi tra di loro, tant’è che il titolo di un libro di Elme-Marie Caro, del 1878, che in Francia ha divulgato la formula del pessimismo, è proprio Le Pessimisme au XIX siècle. Si tratta di un libro che parla sì di Leopardi, ma anche di Schopenhauer e di altri autori portati ad esempio del pessimismo nel XIX secolo. Poi in Italia, dagli anni Settanta dell’ ‘800 ai primi trent’anni anni del ‘900, c’è stata una profusione di articoli, di saggi, relativi al pessimismo leopardiano, fino allo studio di Porena del ’23-’24, Il pessimismo di Giacomo Leopardi; per non parlare delle indagini di dubbia psichiatria di autori come Sergi, Le origini psicologiche del pessimismo leopardiano, 1898. La formula è passata nella critica, anche la più avveduta, via via usata per indicare o la caduta delle illusioni e il passaggio alla scoperta dell’amaro “vero”, o la percezione di un’ universale condizione dolorosa. Da qui il divulgato uso scolastico, comodissimo per poter compendiare fasi e passaggi di un pensiero che, in questo modo, poteva essere consegnato a formule memorizzabili per un’interrogazione o un esame. Dal pessimismo soggettivo a quello storico a quello cosmico l’avventura di un pensiero era fissata con chiarezza : tre momenti progressivi, adattabili benissimo a una scuola d’impianto idealistico-gentiliano. Così chiara e perentoria e compendiosa era la formuletta che ogni manuale si sentiva in dovere di riprenderla esemplificando, dimostrando, citando versi e passaggi.

 

Dopo questa premessa, vorrei fare qualche considerazione. Occorre osservare da vicino il costituirsi in Italia della tradizione critica leopardiana, per vedere se è rintracciabile lì una genealogia della formula pessimismo. E poi vorrei dire più in particolare della natura, della sua rappresentazione in Leopardi, e questo perché è proprio su questo grande tema della natura che l’idea e lo stereotipo del pessimismo si sono radicati, con la convinzione diffusa in quasi tutti i manuali che dopo il 1824 la natura per il poeta coincida con un’immagine matrigna, violenta, aggressiva, dominatrice, distruttiva.

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La scienza su misura - (22 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 23 Novembre 2016 19:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 22 novembre 2016]

 

Paolo Mieli è uno dei più autorevoli giornalisti italiani e scrive per uno dei più autorevoli quotidiani italiani. E’ competente, pacato, con una sottile ironia che rende leggero ogni suo ragionamento. Lo vediamo anche in televisione, ed è un piacere sentire come spiega la storia. Questo pistolotto iniziale dimostra che ho grande stima e fiducia nelle sue opinioni e visioni. Ora dovrei dire, invece: avevo grande fiducia.

Il 16 gennaio scorso scrisse un articolo sul caso Xylella in Puglia e lo intitolò: “Un paese che odia la scienza”. Se scrivete il titolo su un qualunque motore di ricerca lo trovate sul sito del Corriere. Leggetelo. In sintesi dice: gli scienziati dicono che gli olivi del Salento vanno tagliati, e qualcuno osa opporsi al verdetto della scienza, trovando persino consensi. E quindi siamo un paese che odia la scienza. Visto che di mestiere mi occupo di scienza, mi ha fatto piacere vedere che la categoria è difesa a spada tratta da un così autorevole commentatore.

Il 6 novembre sul Corriere Mieli pubblica un articolo intitolato: I dati, i dubbi e gli eccessi del cambiamento climatico. Se lo cercate in rete non trovate il testo originale, una noticina dice che è stato modificato il 7 novembre. Ma il succo è quello: non siamo mica sicuri che il clima stia cambiando per colpa nostra. Ma sì, qualche dato lo dice, ma altri dati no. Chi osa mettere in dubbio queste tesi ambientaliste viene lapidato. E poi chi sono quelli che dicono queste cose? Attori, come Di Caprio e Schwartzenegger, oppure politici come Al Gore, che fa film sull’ambiente dove dice che gli orsi polari muoiono per il riscaldamento globale, mentre era una tempesta ad aver ucciso quei quattro orsi che Gore mostra nel suo film. Insomma, gente poco seria e fanatica, questi ambientalisti. Peccato che Mieli non citi il panel internazionale IPCC costituito da centinaia di scienziati del clima, recentemente insignito del premio Nobel. Quando hanno iniziato a lavorare sui dati del clima hanno detto che era possibile che la colpa fosse nostra, poi han detto che era probabile. Nell’ultimo rapporto non hanno più alcun dubbio: siamo noi. Al congresso della società mondiale di geologia gli studiosi della storia del pianeta, quelli che danno il nome alle ere geologiche (scienziati!) hanno riconosciuto che siamo oramai nell’Antropocene, una nuova era geologica segnata in modo indelebile dalla nostra traccia.

Come mai Mieli in un caso difende a spada tratta gli scienziati che vogliono abbattere gli ulivi e dall’altra non cita gli scienziati che dicono che il clima cambia per colpa nostra? Come mai parla solo di scienziati dubbiosi (che di mestiere non studiano il clima) e di attori dalle incrollabili certezze? Quale potrebbe essere il motivo di questa asimmetria nei confronti della scienza?

E’ lo stesso che spinge il neo presidente Trump a negare che ci siano problemi ambientali? Ma Mieli è una persona colta e raffinata, l’opposto di Trump. Come mai questa convergenza, questo comune sentire? Possibile che Mieli sappia di Di Caprio e Swartzenegger e ignori l’IPCC? E se questo è poco probabile, come mai allora tace sugli scienziati se si tratta di cambiamento climatico? A dir la verità a contestare le tesi di alcuni scienziati che volevano tagliare tutti gli olivi c’erano anche altri scienziati che chiedevano maggiore cautela. E questi non sono stati menzionati. Ci saranno forse motivi psicologici? Tendiamo a cercare conferme di quello di cui siamo già convinti e scartiamo quello che dovrebbe smentire le nostre convinzioni. Lo faccio anche io e il mio mestiere mi impone di fare violenza al mio sentire e di accettare le sconfitte logiche, le smentite ai miei convincimenti. Mi brucia un po’, all’inizio. Ma poi sto bene, perché cambiare idea avendo capito di avere torto mi permette… di avere di nuovo ragione! E si sta meglio con se stessi se si è convinti di avere ragione, piuttosto che aver capito di avere torto e non volerlo ammettere.

Non posso pensare che Mieli sia al soldo di chi vuol tagliare gli olivi, magari per fare speculazioni edilizie o per imporre altre piante di cui già detiene un brevetto. E non credo che sia al soldo di petrolieri e inquinatori che vogliono continuare a distruggere gli ecosistemi planetari per trarre guadagni da attività non sostenibili. Forse lo so cosa lo spinge. La folla che protesta. Sia nel caso degli olivi sia nel caso del cambiamento climatico ci sono “esaltati” che protestano. E questo non sta bene. Gli attori, poi. Ma su! Già noi abbiamo un comico che si permette di scoprire scandali tipo Parmalat, o Cirio, o banche varie (che i seri giornalisti non avevano denunciato), e ora ci si mettono anche loro. E’ impossibile che possano avere ragione. Sono certo che se Mieli invita qualcuno a pranzo lo invita a colazione. Se lo facesse con me, mi presenterei alle otto, per prendere un cappuccino e un cornetto. Gentaglia. Peccato che ora si trova in compagnia di Trump. E il mondo? anche quest’anno siamo nell’anno più caldo di sempre, come lo era stato il 2015, e l’anno precedente. Ogni anno è più caldo dell’anno precedente. Lo dicono anche quei matti che firmano gli accordi sul clima. Ma ora finalmente arriverà Trump e rimetterà le cose a posto, e Mieli sarà in prima fila a battere le mani. Con moderazione.


Lezione di Simone Giorgino, La poesia dialettale di Nicola De Donno PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Martedì 22 Novembre 2016 06:53

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 18 novembre 2016

 

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La lingua di papa Francesco PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 21 Novembre 2016 20:02

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016, p. 13]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo alle sollecitazioni di lettori che scrivono al giornale. Questioni d’interesse generale e temi vasti, così seleziono le domande. Ricordo le regole. Il nome del mittente verrà indicato o omesso (rispettando la volontà di chi scrive) ma i messaggi vanno sempre firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Questa settimana traggo spunto dalle osservazioni di un collega che insegna all’università del Salento. Donato Scolozzi, ordinario di matematica generale al dipartimento di Scienze dell’economia, osserva che il 1 ottobre 2016 papa Francesco, durante la messa allo stadio di Tblisi, ha tenuto l’omelia in italiano. È giustamente colpito: siamo in Georgia, solo pochissimi tra i presenti avranno potuto capire le parole del papa, che è poliglotta e avrebbe potuto usare un’altra lingua lì più nota. Si chiede: certo ci saranno state ragioni precise alla base di quella scelta linguistica, ma non sono chiare. E conclude: «viene da pensare, e lo faccio ormai da tempo, che doveva venire un argentino con origini italiane a tenere alto il valore della nostra bellissima lingua».

Nella scelta linguistica del papa ragioni di carattere generale si sommano a motivazioni legate alla personalità del pontefice.

La Chiesa cattolica ha nella Città del Vaticano il suo centro mondiale: da lì promana nel mondo il processo di evangelizzazione. Ne risulta che, accanto alla dottrina, la Chiesa svolge un ruolo di grande importanza anche per quanto riguarda la promozione della nostra lingua. In italiano stampa la maggioranza dei suoi scritti e pubblica l’«Osservatore romano», quotidiano a diffusione universale (al quale negli ultimi anni si sono affiancate edizioni settimanali o mensili in altre lingue), svolge l’insegnamento nelle proprie università e nei collegi pontifici che attraggono studenti di varia nazionalità, assicura le comunicazioni tra prelati di diversa origine e in genere tra coloro che hanno contatti con la vita ecclesiale, diffonde parole universali relative ad attività istituzionali, a titoli ecclesiastici, perfino all’abbigliamento clericale: conclave, confessionale, monsignore, nunzio, papalina, ecc. Veniamo all’episodio da cui siamo partiti. Nelle omelie pubbliche e nelle occasioni ufficiali i pontefici (al di là della loro nazionalità originaria) usano quasi esclusivamente l’italiano come lingua della comunicazione veicolare, orale e scritta; anche nelle visite all’estero, quando non adoperano la lingua del luogo. L’abbiamo visto con gli ultimi tre pontefici. Woytila, Ratzinger, Bergoglio, tutti stranieri, nei loro viaggi all’estero hanno usato spesso l’italiano, come ha fatto recentemente papa Francesco, prima in Corea del Sud e poi in Georgia.

Poi c’è l’uso personale, ricco di inventiva e di fascino, che della lingua sanno fare i pontefici, spesso comunicatori straordinari oltre che grandi uomini di fede. Tutti ricordano l’emozione e l’uragano di applausi che accolsero il «Se sbaglio mi corrigerete» con cui Woytila si rivolse alla folla che per la prima volta lo ascoltava in piazza San Pietro. Forse Woytila sbagliò davvero, in quell’occasione: ma da quel momento l’errore legò in maniera fortissima il papa ai fedeli, con un vincolo che negli anni non è mai venuto meno, fino alla santità dopo la morte. Usa la lingua italiana in modo creativo Bergoglio, che spesso riprende forme antiche dando alle stesse nuova vita e riportandole all’attenzione di tutti noi: costituisce un fenomeno linguistico straordinario, pur non essendo un parlante nativo dell’italiano.

Se ne sono accorti, a più riprese, i linguisti; in particolare Salvatore Claudio Sgroi ha intitolato Il linguaggio di papa Francesco un suo libro uscito qualche mese addietro presso la Libreria Editrice Vaticana. Il papa è un comunicatore eccellente. Grazie al prestigio che promana dalla figura papale, siamo tutti più convinti che la corruzione spuzza moltissimo, come proclamò una volta efficacemente. Non serve tanto ricordare che quel verbo, inesistente nell’italiano, ha radici dialettali piemontesi, nei dialetti di quella regione il verbo esiste davvero; importa che la frase del papa colpisce, ci esorta a rifiutare la corruzione molto più efficacemente di mille parole corrette messe in bell’ordine. Di fronte alla limpidezza del messaggio anche l’eventuale errore (consapevole o meno) passa in secondo piano.

Sono molte le parole inventate dal pontefice. Ecco qualche esempio: misericordiando nel senso di ‘provando misericordia’, coniato pensando al latino miserando, con questa spiegazione: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». O nostalgiare, creato a partire da nostalgia, sull’esempio dello spagnolo nostalgiar. Una volta ha scelto la forma si pentiscano (usata da molti scrittori religiosi, antichi e moderni, e quindi qui la scelta pare intenzionale) per ‘comincino a pentirsi’ (i malfattori) rispetto al più scontato ‘si pentano’.

È recentissimo il ripristino di attimino, che negli anni scorsi imperversava ovunque, nel parlato e nello scritto. Una volta dissi a lezione che proponevo l’ergastolo per chiunque usasse attimino per indicare ‘una quantità minima’, anche al di là dei riferimenti temporali: «questa birra è un attimino calda», «questo spettacolo è un attimino noioso». Naturalmente scherzavo, sollecitavo i miei studenti a non usare la lingua in modo ripetitivo, a non abusare delle frasi fatte. Con il diminutivo ci rivolgiamo ai bambini, a volte in forme zuccherose: la pappina, la manina. In termini più generali, Beppe Severgnini ha osservato che l’abuso del diminutivo spesso cela un’insidia nella lingua di tutti i giorni: manovrina (per le nuove tasse), aiutino (per una raccomandazione), programmino (per l’acquisto di un programma inutile per il computer), seratina (per una gozzoviglia), giochino (per una pratica erotica particolare), ecc.

Torniamo ad attimino. Il 9 novembre, durante l’omelia della messa celebrata alla domus di Santa Marta in Vaticano, Bergoglio ha affermato: «Al momento in cui verrà il Signore, tutto sarà trasformato. In un attimino, tutto. Il mondo, noi, tutto!».

L’agenzia adnkronos ha chiesto il parere di due Accademici della Crusca: non avrà esagerato papa Francesco? «Il termine attimino per la verità sembrava essere passato oramai di moda», precisa Francesco Sabatini. «Lo si usava per indicare una misura di quantità applicata a qualsiasi cosa, come “un vestito dal colore un attimino sgargiante”, “un piatto un attimino piccante”, “un regalo un attimino caro”, anziché legarlo solo a una misura di tempo. Sembrava che la parola avesse concluso il suo ciclo vitale e l’avevamo archiviata risultando non più funzionale se non addirittura fastidiosa nel suo abuso. Ora rinasce nell’espressione del Papa ma usata con un significato proprio, correttamente legata al tempo, anche se appare insolito riferirla alle opere di Dio. Ma qui c'è tutto il linguaggio spontaneo cui ci ha abituato Francesco». E Luca Serianni: «Negli anni scorsi noi linguisti abbiamo fatto un gran parlare del termine attimino perché se ne faceva francamente un abuso, lo si inseriva in ogni discorso, quasi in ogni frase. Oggi mi sembra che si senta dire molto meno e può darsi che ora il Papa rilanci questa parola. In questo caso Francesco ha usato attimino nel senso originario riferito al tempo».

Dunque nulla da ridire, via libera all'attimino di Papa Francesco. Ma attenzione. È futile, anzi sbagliato, intervenire con la matita rossa o blu per censurare le scelte linguistiche del papa non italiano o addirittura per correggere i presunti suoi errori di lingua, spesso invece dovuti a scelte intenzionali, fatte per aumentare l’efficacia della comunicazione.

La tolleranza linguistica non si può estendere all’infinito, deve essere applicata con giudizio. Nella scuola e nell’università i professori debbono sollecitare gli studenti a usare la lingua in modo consapevole, deviazioni dalla norma possono essere consentite solo quando esse siano consapevoli e funzionali. Vanno corrette, invece, se nascono da povertà o inadeguatezza lessicali e da ignoranza dell’italiano. Usiamo in modo adeguato la nostra lingua, ci sono limiti alla creatività individuale. Petaloso può andar bene per mezza volta, non esageriamo.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Ariosto “servo”, il privilegio d’Ippolito, il “trionfo” per il poeta (e altre circostanze) PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 20 Novembre 2016 07:44

[Lezione tenuta presso l'Università Popolare Aldo Vallone Galatina l''8 novembre 2016]

 

Quando si illustra la vicenda esistenziale e letteraria di uno scrittore, di solito si comincia dai fatti più importanti della vita. Non potrò raccontare la vita dell’Ariosto in così breve tempo; farò dunque soltanto un paio di esempi che ci facciano intravedere la personalità dello scrittore. Dico scrittore e non poeta perché l’attività artistica di Messer Ludovico  se si appunta splendidamente sul poema di Orlando batte anche altri percorsi trattati con lo stesso impegno con il  quale egli tratta la sua opera maggiore. Ariosto è calato profondamente nella vita del suo tempo e occupato nelle incombenze più varie: da quella di scegliere gli accessori adatti a completare le eleganti divise cardinalizie del suo padrone, il cardinale Ippolito d’Este, a quella di mettere in scena commedie proprie e altrui per dilettare la corte. Le commedie dell’Ariosto, circa cinque (e dico circa perché una, I Studenti, non fu completata)  oggi vanno rilette con attenzione . Il Negromante e La Lena affronterebbero oggi con successo la prova del palcoscenico e se ne metterebbe in luce la modernità. Ariosto nella sua vita! Ci è stata tramandata di lui un’immagine piuttosto bonaria: Ludovico della tranquillità, come lo battezzò Antonio Baldini  nel titolo di un suo libro. Ebbe anch’egli le sue difficoltà da affrontare. Era il primogenito della famiglia  e il padre, morendo, gli scaricò addosso un grave peso, una decina tra fratelli e sorelle, che tutti avevano bisogno di mangiare, di vestirsi, di trovare possibilmente un lavoro. Le femmine non lavoravano, ma se volevano sposarsi dovevano costituirsi una dote, ed era una bella rogna! Quando si consumò il divorzio dal cardinale, Ludovico passò al servizio del duca, Alfonso d’Este. Questi trattò più benignamente il suo subalterno, ma anche Alfonso non risparmiò al poeta difficoltà gravi, come quando lo nominò governatore della Garfagnana e le rogne furono più di una. Dobbiamo ricordare, con ammirazione, che tra un mugugno e l’altro, tra una arrabbiatura e l’altra Ludovico se la cavò abbastanza bene.


  1. 1. Alla ricerca del lettore

Ma entriamo nel campo della letteratura e cerchiamo di individuare chi è il lettore dell’Ariosto. O l’ascoltatore, poiché lettore del poema è, in realtà, l’autore stesso. Però pensiamo ad un lettore che non si identifichi con l’autore stesso. All’individuazione del proprio lettore procedono sia il Boiardo che l’Ariosto che altri poeti. Il Boiardo individua senza incertezze i suoi lettori o ascoltatori; essi sono rappresentati dall’autore come gruppo sociale eminente (“Signori e cavallier …”). Questi signori e cavalieri  amano essere intrattenuti con una bella istoria che è come la dimostrazione di un assunto universale; ed è questo: alla forza d’Amore nessuno può opporsi vittoriosamente. Anche chi nel mondo è l’uomo più orgoglioso non può sottrarsi alla potenza di Amore; egli  è “da Amor vinto, al tutto subiugato; / né forte braccio, né ardire animoso, / né scudo o maglia, né brando affilato, ( né altra possanza può mai far diffesa / che al fin non sia d’Amor battuta e presa” (OI* = Orlando Innamorato; OF* = Orlando Furioso). Il rinvio petrarchesco alla forza d’Amore e la sottolineatura della sua potenza sono un dato acquisito, né Ariosto si sottrae dal rilevarlo, non solo nel Furioso ma anche nella sua lirica. C’è una tematica nota, un modo di impostarla condiviso. E qui, i poeti lo hanno detto prima ma qui lo ribadiscono, affronteranno una tematica che fino a quel momento non ha trovato chi la trattasse in maniera nuova. “Dirò d’Orlando”, afferma con sicurezza Ludovico, “cosa non detta in prosa mai né in rima …” È un pubblico smaliziato quello che ama ascoltare le belle istorie; ma in questo pubblico chi potremmo con sicurezza individuare come una sorta di lettore ideale?

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 178 - (17 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 19 Novembre 2016 18:33

Innovazione: la parola magica dei nostri tempi

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 17 novembre 2016]

 

Ogni tempo ha le sue parole magiche: quelle che promettono lo spalancamento di finestre su universi mai conosciuti, che si propongono come soluzione definitiva dei problemi mai risolti, che rappresentano gli idoli da adorare nei giorni presenti e in quelli futuri. Sono parole che, in relazione ai casi, intendono essere rassicuranti, oppure enunciano magnifiche sorti, delineano eccezionali prospettive, indicano direzioni inevitabili che conducono verso  sfavillanti orizzonti di avvenire.

Nel tempo che attraversiamo, una di queste parole magiche, custode e testimone di prodigi, è innovazione.

Si avverte costantemente l’urgenza di innovare, in ogni contesto, in ogni situazione, in ogni condizione, in ogni organizzazione, in ogni settore: un’innovazione totale, trasversale. Ogni cosa esistente ha bisogno di una costante, incessante innovazione, nelle sue fondamenta, nelle sue finalità. Occorre individuare criteri nuovi, metodi inediti, determinare mutamenti, trasformazioni che producano una innovazione radicale, processi virtuosi e, soprattutto, risultati che permettano di dimostrare l’indispensabilità dell’innovazione. Una smania.

Poi, perché l’innovazione renda risultati, risulta indispensabile, ovviamente, la presenza e il contributo degli innovatori.

Gli innovatori sono sempre pronti ad entrare in campo per risolvere la partita che gli altri giocatori mantengono nell’umiliazione dell’incertezza. Gli innovatori non hanno alcun bisogno di dimostrare chi sono, che cosa hanno fatto fino a quel momento, di presentare credenziali del servizio svolto. Sono innovatori proprio per questo, per confrontarsi con il mai accaduto, mai visto, mai sentito. Possono anche venire dal nulla. Gli innovatori esistono per destrutturare e ristrutturare, per abbattere il tempio e riedificarlo in tre giorni.  Arrivano e innovano. La storia non conta. L’esperienza di meno. Se gli si chiede qual è il loro stile, la loro missione, il loro programma, non hanno difficoltà alcuna nella risposta: innovare innovare innovare. Ora e sempre. Che cosa. Ogni cosa. Che cosa può essere mai un grattacielo, una statua maestosa, un traforo, un aereo, un Divina Commedia, una scoperta di stella. Si deve innovare, naturalmente con il giusto tornaconto di visibilità. Poi, spesso, questi falsi innovatori ritornano nel nulla da cui sono venuti, senza che nessuno serbi memoria di loro, ma lasciandosi dietro le macerie che hanno sparso con la loro improvvisata innovazione.

Si sa che senza una tensione all’innovazione, mai e poi mai in una valle lontana lontana, un essere che procedeva a quattro zampe avrebbe osato trasgredire la consuetudine e sollevarsi e procedere con due. Però, probabilmente, dopo aver compiuto l’impresa di sollevarsi, avrà guardato in cielo e ringraziato qualcosa, qualcuno, con i suoi suoni gutturali, oppure con un silenzio riconoscente e stupefatto. Poi si sarà seduto sopra un masso e avrà riflettuto un poco; prima di cominciare l’avventura di inventare il fuoco, la ruota, il giavellotto, le palafitte, i numeri, il cannocchiale, la mongolfiera, lo sputnik, prima di affrontare il viaggio sulla luna, si sarà fermato a riflettere un poco.

La riflessione è una componente essenziale del processo di innovazione. Significa sottoporre a verifica le idee, provare concretamente la bellezza delle intuizioni, definire i tempi, i modi con i quali portare il progetto a realizzazione.

Senza queste minime condizioni si rischia di trasformare qualsiasi disegno di innovazione in una sbadata improvvisazione che può provocare lo stesso effetto che provoca lo smontaggio dei pezzi di un motore senza avere idea e mestiere per rimontarli.

L’improvvisazione è forse la condizione più dannosa per il progresso di una civiltà. L’improvvisazione è presunzione, arroganza, incoscienza, insensibilità, ignoranza di tutto quello che è stato realizzato. L’improvvisazione è mancanza di rispetto per chi ha realizzato.

L’improvvisazione introduce rapidamente elementi nuovi nella struttura delle cose senza valutare le conseguenze che possono produrre.

L’innovazione risponde a criteri e ragioni, segue processi logici, rispetta tempi e ritmi, si fonda sull’esistente e lo valorizza, ne riconosce la paternità; non lo ignora, non lo rifiuta; lo riformula con competenza. L’innovazione proviene, richiede e prospetta una attività di profonda riflessione. L’innovazione è tenacia, perseveranza, rigore, creatività, metodo. Quindi scienza.

Ma viviamo tempi che assistono al confondersi dei concetti di innovazione e improvvisazione. E’ come se arrivasse un’eco distorta, contraffatta, corrotta, del motto “Uccidiamo il chiaro di Luna”, urlato da chi ne sconosce il significato e con il conforto di tale sconoscenza pretende di innovare mentre sta solo semplicemente pericolosamente improvvisando.

Frequentemente si sente dire  dall’ultimo  arrivato da qualche parte, in un qualsiasi mestiere: ho un progetto innovativo;  ho fatto un’opera innovativa. Ma innovativa rispetto a cosa, rispetto a quando. Altrettanto frequentemente l’innovatore risponde: rispetto alla tradizione. Siccome la tradizione comincia da Adamo e arriva esattamente all’istante in cui si pronuncia la parola, siccome la parola stessa è tradizione, siccome la tradizione è una rete complessa di forme di pensiero e di significati, bisogna tentare di capire rispetto a quale tempo, a quali forme di pensiero, a quali significati, l’innovatore opera l’innovazione. A quel punto l’innovatore viene provvidenzialmente soccorso dal motto o dalla sua approssimativa parafrasi: uccidiamo il chiaro di Luna. Però il chiaro di luna c’era prima che lui ci fosse e fortunatamente ci sarà quando lui non ci sarà più.

C’era una volta un contadino che voleva innestare un mandorlo sull’albicocco. Allora aspettò che venisse il tempo giusto, che non fosse troppo caldo,  non fosse troppo freddo,  non tirasse forte il vento. Aspettò che fosse luna calante. Quando venne il tempo giusto cominciò a lavorare. Incise un ramo dritto e vigoroso dell’albicocco. All’estremità del taglio inserì la marza facendo combaciare perfettamente la corteccia  con quella del portainnesto. Ancorò  la marza al taglio legando strettamente il portainnesto con della rafia bagnata procedendo dal basso verso l’alto, perché non si seccasse, non sviluppasse malattie, per favorire la cicatrizzazione e l’attecchimento. Ogni giorno, al tramonto, andava a controllare la condizione della pianta. Forse è questa l’innovazione. Fare in modo che una pianta possa generare due frutti con  un innesto attento, paziente, sapiente.

Il resto è spudorata millanteria.


Un’area marina protetta da Otranto a Leuca, finalmente! - (16 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 17 Novembre 2016 18:26

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 16 novembre 2016]
Non ci sono parchi nazionali terrestri, in Salento. La natura è stata modificata in modo radicale e gli ambienti non toccati dall’uomo sono rari. Il Salento, con i muri a secco, gli olivi, i paesi storici, è un immenso parco paesaggistico, altra cosa rispetto a un parco naturale. Questo discorso non vale per il mare: le aree marine protette sono parchi nazionali, e in Salento ce ne sono già due, uno a Porto Cesareo e l’altro a Torre Guaceto. I 50 chilometri di costa rocciosa da Otranto a Santa Maria di Leuca sono quanto di meglio si possa cercare lungo gli 8.500 chilometri di costa italiana ed era ora che si arrivasse a decidere di riconoscerne il valore per l’intero paese. Sott’acqua ci sono ambienti ineguagliabili, come le grotte marine e, soprattutto, costruzioni che sembrano rocciose ma che sono state costruite da organismi: il coralligeno, le biostalattiti scoperte dal prof. Belmonte, il marciapiede di alghe coralline subito sotto il pelo dell’acqua e, in profondità, i coralli bianchi. La costa, poi, è in gran parte selvaggia e già parco regionale.
Un sistema costiero costellato di paesini che hanno poi corrispondenti più grandi subito nell’interno. Con Otranto (tutt’altro che un paesino) ad un capo e Santa Maria di Leuca dall’altro. Cinquanta chilometri di costa che rappresentano un vero tesoro naturalistico e paesaggistico.
Ho assistito all’istituzione dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, tanti anni fa, e, assieme a Cosimo Durante, ho rischiato il linciaggio da parte dei pescatori che vedevano solo divieti. Oggi, i pescatori sono i più grandi alleati dell’Area Protetta. Conosco la realtà di molte aree marine protette italiane: alcune sono gestite benissimo, come Porto Cesareo e Torre Guaceto, altre sono gestite in modo clientelare. Qualche sindaco “potente” piazza qualche fedelissimo (magari un parente) e fa trionfare l’incompetenza e l’affarismo. Chi viene beneficiato dalle ruberie è contento, gli altri no. Inutile dire che la protezione va a farsi benedire. E poi si dice che le aree protette non funzionano.
Il futuro di questa, che io auspico con tutto il cuore, dipenderà dall’accortezza dei sindaci dei comuni costieri che, insieme, dovranno gestire una realtà molto complessa. Alcuni sono entusiasti e promotori, come i sindaci di Otranto e Tricase, altri sono più dubbiosi.
Se le aree marine protette sono imposte dall’alto, è necessario che gli effetti positivi si vedano, prima che si cambi parere. Se non si vedono, il fallimento è certo. Il consenso di gran parte delle popolazioni residenti è un requisito essenziale per il successo di un’area marina protetta.
Consiglio le comunità locali del tratto di costa Otranto-Santa Maria di Leuca di rivolgersi, attraverso le rispettive amministrazioni, Pro Loco e quant’altro ai corrispettivi organismi che operano in zone già protette, per avere contezza degli svantaggi e dei vantaggi.
Lo svantaggio, se così si può chiamare, è uno: la protezione dovrebbe arrestare gli arbitri che hanno devastato e che potrebbero devastare gli ambienti naturali. Le devastazioni portano qualche vantaggio iniziale ma un territorio deturpato da interventi scellerati perde di attrattività e si avvia al rapido declino. Il patrimonio più grande di questo tratto di costa è che sono ancora estesi i posti dove non c’è “niente”. E “niente” è un valore grandissimo. Certo, probabilmente non attira i ricconi pacchiani alla Briatore, ma attira un turismo rispettoso dell’ambiente, destagionalizzato, culturalmente preparato ad apprezzare quel che il territorio ha da offrire e, cosa non da poco, disposto a spendere. Le strutture sono nell’interno, sono i paesi bellissimi a poca distanza dal mare, o sono discreti agglomerati di abitazioni spesso di ottima qualità. Direi un posto perfetto.
Manca una cosa. Una sentiero pedonale che permetta di attraversare tutta la costa, da un capo all’altro, rigorosamente a piedi. Penso alle Cinque Terre, alla Via dell’Amore. Anche lì c’è un’area marina protetta e c’è un paesaggio spettacolare lungo una costa rocciosa. Perché non andare a prendere ispirazione, a vedere cosa hanno combinato? I turisti ci sono sempre. Vengono dall’altro capo del mondo per camminare su quella strada. Andare a piedi da Otranto a Leuca potrebbe richiedere una settimana, con tappe nei vari borghi interni o costieri. Guardando il paesaggio, magari facendo immersioni per vedere fondali spettacolari. Gustando l’architettura, la cultura e la gastronomia locale, magari seguendo corsi che insegnino come costruire un muro a secco salentino, o le proprietà delle erbe spontanee, o gli ambienti sottomarini e gli organismi che li abitano, il pescaturismo.
Le comunità locali, e i rispettivi sindaci, devono convincersi. Il mio consiglio è di partire con chi ci sta e, nel frattempo, fare in modo che anche gli altri comprendano i vantaggi di avere un parco nazionale nel proprio territorio. Il rischio di conflittualità di campanile è grande. Ricordo con tristezza le contese tra Porto Cesareo e Nardò (che ora continuano con la condotta a mare) e penso con apprensione a un numero di comuni ben maggiore di due che dovrebbero riuscire ad andare d’accordo. Se ci riusciranno, assieme saranno in grado di creare una realtà unica in tutta Italia, se non ci riusciranno resteranno “piccola periferia” per un turismo mordi e fuggi che chiederà sempre di più e poi, dopo aver devastato con inutili opere il patrimonio naturale, rivolgerà la propria attenzione ad altri siti bellissimi, per devastare anche quelli.
In democrazia vince la maggioranza, ma non è detto che la maggioranza abbia ragione. Consiglio a tutti di leggere l’Enciclica Laudato Sì di Francesco, e di meditare profondamente prima di anteporre il guadagno economico a breve termine alla protezione del Creato. Anche perché, nel lungo termine, come predisse Giovanni Paolo II, la Natura si ribellerà a quel che le stiamo facendo, e i costi economici che dovremo pagare saranno ben maggiori dei guadagni immediati. Solo che li pagheranno i nostri figli e nipoti. I pescatori di oggi, che prendono sempre meno pesci, stanno pagando le “pesche miracolose” dei loro padri. Cosa vogliono lasciare ai pescatori di domani?

Vie traverse 2. Passeggiate con papà PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:57

La Cinquecento L e altri particolari

 

Cerco di risalire ai tempi in cui ebbero inizio le passeggiate con papà, e mi ritrovo ancora ragazzo, che guido la Cinquecento L color blu di mia madre. Un ragazzino senza patente se ne andava in giro per il paese, attento a non incorrere in qualche vigile, e desideroso di farsi vedere dai compagni di scuola alla guida di un’auto! La tipica situazione interpretabile in chiave edipica: ho approfittato dell’handicap di mio padre, poliomielitico agli arti inferiori e impedito nella guida, per impossessarmi dell’auto di mia madre prima del tempo, a quattordici, quindici anni appena. In famiglia, difatti, guidava solo mia madre, che si era dovuta accollare il compito di autista, un ruolo maschile, secondo il suo modo di pensare, cui lei si prestava a malincuore, facendo di necessità virtù, perché, insomma, in casa c’era proprio bisogno di qualcuno che guidasse l’automobile. E allora, visto che mio padre non poteva guidare e noi figli eravamo ancora piccoli, aveva frequentato la scuola-guida, lei che a scuola ci era andata molto tempo prima e solo per pochissimi anni. Così, appena io crebbi un po’ e cominciai a rubarle l’auto, mia madre mi sgridò, si preoccupò e alla fine mi diede le chiavi. Infatti, la mia precocità le ritornava utile, poiché, quando ero libero dai miei impegni, la alleggerivo di qualche incombenza, come andare a prendere mio padre o accompagnarlo a scuola, fare la spesa, o sbrigare le faccende in paese. I miei genitori dimostravano molta apprensione ogniqualvolta chiedevo di guidare l’auto, e mi dicevano di tenermi alla larga dai vigili urbani. Suppongo che essi contassero anche su una certa indulgenza dei vigili che, in una cittadina di piccole dimensioni com’era la nostra, dove tutti si conoscono, si spera siano un po’ accondiscendenti e, se non la fai grossa, che chiudano un occhio. Avevo esattamente quindici anni –nel giugno 1978, lo ricordo bene, perché da quell’anno non andammo più in vacanza a Leuca– quando facemmo il quinto e ultimo trasloco nella casa finalmente nostra, e in quell’occasione diedi in famiglia più che una mano per trasportare tutto ciò che una Cinquecento L con portapacchi comprato per l’occasione poteva trasportare da una casa all’altra, comprese diverse centinaia di libri e riviste di mio padre. Eravamo relativamente poveri, ma i libri, essendo mio padre un professore di scuola, non mancavano, anzi, a detta di mia madre, ce n’erano fin troppi.

Se ripenso alle case in affitto che abbiamo abitato, me le vedo sfilare davanti una dopo l’altra come pezzi del mio passato familiare, immagini di ambienti diversi con le loro particolari luci ed ombre nelle diverse ore del giorno. Nei miei spostamenti quotidiani, ancor oggi, mi capita di passare in piazza Fortunato Cesari o per via Mazzini oppure per via Val d’Aosta (tralascio le altre case abitate dai miei genitori prima che io fossi nato), e non manco mai di sollevare lo sguardo a quelle finestre da cui tante volte mi sono affacciato, e di guardare i muri esterni della casa nella quale ho vissuto per quattro, cinque anni; ma gli interni di quegli edifici ormai mi sono preclusi, e certo farei la figura del sentimentale se chiedessi a chi ora vi abita di poterli visitare.

Alla fine, col lavoro di mio padre e con le economie di mia madre, eccoci pervenuti nella nostra casa di via Carlo Mauro 14, una vera conquista! Fu nella circostanza dell’ultimo trasloco che decidemmo di buttare via il ritratto fotografico del mio bisnonno paterno, Fortunato, morto nel dicembre 1925, corroso irrimediabilmente dalle muffe della umidissima cantina scavata sotto la casa che stavamo lasciando. Se allora avessi immaginato che a distanza di trent’anni i nuovi ritrovati della tecnica avrebbero consentito il recupero di una fotografia così malmessa, certamente mi sarei opposto a una simile decisione. Mio padre si dispiacque della perdita, ma non disse nulla, con ciò rimproverando tacitamente mia madre, rea di aver esposto il quadro all’umidità confinandolo in cantina. Ella, infatti, che allora era una giovane sposa, mal tollerava di vedersi davanti dei morti, diceva. Poi, col passare degli anni, il comò della sua stanza da letto si è riempito di ritratti funebri (e da qualche anno, ahimé, si è aggiunto anche il suo). Intanto, di Fortunato, perduto quel ritratto, non rimaneva nessun’altra fotografia, sicché io stesso, sebbene lo abbia visto decine di volte, oggi non ricordo bene quale fosse il vero volto del mio bisnonno, il cui ritratto corroso dalle muffe, un bel giorno di primavera dell’anno 1978, mentre eravamo intenti a traslocare, buttammo in pattumiera.

 

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Il taccuino di Gigi 5. Alla ricerca di due mondi (irreconciliabili?) PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:41

["Il Galatino" anno XLIX n. 17 del 28 ottobre 2016, p. 6]

 

Non c’è Comune della nostra provincia, credo, che non abbia la sua brava monografia inesorabile nel proporre la storia di un luogo e la vita che lo ha caratterizzato e lo caratterizza. Al lettore volenteroso sono proposti ora studi seriamente condotti, e dunque affidabili sul piano dell’informazione, ora più o meno avventurose ricostruzioni che, quando non altro hanno da proporre ti sbattono in faccia le personali opinioni dello ‘storico’ di turno e ti intimano quasi (il tono è quello della perentorietà) di prenderle per buone. Rare quelle opere che a una rigorosa documentazione affiancano il piacere di una scrittura elegante e vivida di scorci rappresentativi che ti mettono sotto gli occhi, con una nettezza da incisione e con un soffio di poesia, la rappresentazione della vita quotidiana di un paese come le persone che hanno una certa età l’hanno vissuta. Il libro sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il seguente: ANTONIO RESTA, Un paese, due mondi / Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale, Edizioni Grifo, Lecce 2016 ; un libro che si distingue anche per la sobrietà del colore e dell’immagine che ne perfezionano l’insieme.

Resta ci racconta un mondo che fu il suo e il nostro e di cui portiamo dentro di noi l’immagine e la memoria; le stimmate si vorrebbe dire; talvolta il rimpianto e la malinconia per quanto ci accade di risvegliare attraverso una narrazione sempre intrigante pur nell’apparente semplicità del dettato. C’è descritto un passaggio che oggi, con abusata parola, si direbbe ‘epocale’; un passaggio decisivo sintetizzato nelle due parole-chiave che sono nel sottotitolo: civiltà/società. La civiltà è osservabile nella nostra storia: periodo di lunga durata qui ricostruito nella sua prossimità e ancora leggibile, per quanto insidiato dal soverchiare di un quotidiano che preme senza soste. La civiltà ridisegnata con estrema perizia e partecipe abilità da Antonio Resta s’affidava alla lentezza delle stagioni e dei giorni: una civiltà che sposava i ritmi della natura al contrario della società che quei ritmi vive in una accelerazione senza respiro.

Il libro di Resta, dalle cui pagine si diffonde la luce di un’esistenza laboriosa, faticosa, persuasa dei propri compiti, si concentra sulla civiltà contadina e ne tesse un elogio non retorico ma visitato dalla grazia di una memoria che ha conservato gelosamente immagini e prospettive di quella civiltà. L’autore si sofferma sulle affinità che stringevano luoghi diversi in un quadro di similarità che evitava una parcellizzazione di usi, costumi, modi di pensare e di vivere contrassegnati da omogeneità di sentimenti e comportamenti. Era, quella realtà, ancora legata alla dimensione del magico e del religioso, come ricorda Resta: «La vita quotidiana era attraversata da entità misteriose, del male e del bene, che potevano intervenire, a danneggiare o a soccorrere; e si pregavano i santi, spesso caratterizzati da una loro ‘specialità’, e i familiari morti, che si sentivano vicini e rassicuranti nel momento dell’affanno e del dolore». Diviso in capitoli tematici, ma senza irrigidimenti, Resta vi esplora – e lo si prenda ad esemplare del tutto – il lavoro duro, e spesso misconosciuto, delle donne.

L’amorosa pazienza di Resta ci restituisce il senso di una vita povera di beni materiali, ricca di sentimenti profondi. La sua fondamentale sobrietà è una cifra che può aiutare a leggere queste pagine ripensando utilmente il confronto che ne nasce. Il libro di Resta ha anche, fra tanti pregi che possiede, quello di fornirci una esatta nomenclatura delle cose ricordate (oggetti azioni, forme del costume), un risvegliare nella mente un mondo irreparabilmente (ma necessariamente) perduto e, fosse possibile, l’assunzione di certi suoi modi di vita che si potessero usare come correttivi alle convulsioni della società globale.


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