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Fiat lux: la nostra gita culturale per Natale.
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Candidati Collegio dei revisori
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Programma attività novembre 2017
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Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti
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Vie traverse 1. Circonvallazione PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 08 Novembre 2016 23:12

[Diamo qui inizio alla pubblicazione a puntate di Vie traverse, Edit Santoro, Galatina 2007.]


Questo novembre ci ha regalato giornate davvero meravigliose. I contadini hanno imprecato perché la stagione delle piogge non s’è fatta proprio sentire e gli è toccato attingere ai pozzi un giorno sì e uno no, se volevano che le verdure crescessero; ma chi non ha avuto di questi problemi si è goduto un’estate di San Martino più lunga rispetto al solito.

Sabato pomeriggio, dopo pranzo, ho preso la moto per fare un giro nelle campagne intorno a Galatina, rinunciando volentieri alla pennichella, che di solito mi riservo per il fine settimana, in favore di un pomeriggio all’aria aperta. Passando da Cutrofiano, ho fatto visita a due fratelli, miei amici, che, all’inizio degli anni ottanta, di ritorno dalla Svizzera, hanno comprato meno di un ettaro di “cozzi” a testa sulla strada che da Cutrofiano mena a Corigliano, due fondi l’uno accanto all’altro, e ne hanno fatto giardini incantevoli ben chiusi da alti muri e siepi di pino ancora più alte, giardini confinanti e non comunicanti, e di tutto questo, ora che cominciano ad essere piuttosto attempati, sono fieri. Mi hanno illustrato i fondi in ogni dettaglio: la casa, la zona pineta, le palme dei viali, gli olivi, l’orto, il pollaio, ecc. Ho fatto i complimenti per il frutto del loro lavoro, cui si dedicano tutto il giorno ora che sono in pensione. Meglio che stare davanti a un bar dalla mattina alla sera, mi hanno detto. Sono stato un po’ con i miei amici, prima nel fondo dell’uno e poi in quello dell’altro, ma già alle tre e mezzo il sole sembrava scomparso dietro l’orizzonte troppo alto delle recinzioni e ho cominciato a sentirmi a disagio. Per ricompensarmi della visita, mi hanno riempito il bauletto della moto di cicorie, finocchi e arance e mi hanno congedato contenti per avermi rivisto dopo molto tempo. Di nuovo all’aria aperta, ho preso la strada di Corigliano, e da qui quella per Galatina. Pochi metri dopo il cementificio, non trovando altro impedimento che un cartello con su scritto che la strada è chiusa al traffico per lavori in corso, ho imboccato il nuovo tratto della circonvallazione, seguendo la segnaletica verso Sogliano Cavour. Sapevo bene di commettere un’infrazione alle norme stradali che impediscono il transito ai veicoli non autorizzati, ma la tentazione è stata più forte del divieto; e così, a velocità ridotta, nel timore di imbattermi durante il percorso in una pattuglia della stradale o in un ostacolo inaspettato, come può accadere in un cantiere ancora aperto, ho diretto la moto sull’asfalto fresco, appena sporcato dalle ruote di qualche autocarro di servizio.

A novembre inoltrato le giornate sono molto brevi. Già prima delle quattro e mezzo il sole scompare dietro l’orizzonte e la campagna si immerge in un chiarore luminosissimo, almeno nelle giornate di tramontana leggera. Se fossi stato nuovo di queste parti, un turista per caso e per diletto, non avrei visto nulla di noto nel paesaggio che mi si presentava dinnanzi, mentre il sole occiduo se ne andava dall’altra parte del mondo. Alla mia destra, non avrei riconosciuto il campo da cross, dove gli ultimi motociclisti si attardavano ancora a girare dentro il circuito, saltando sulle cune di terra battuta, né l’ex macello comunale divenuto un canile pieno di nevrotici cani abbaianti ad ogni inaspettato rumore, e neppure, più in là, gli alberi del Villaggio Azzurro, abbandonato da molti anni. Mi sono fermato sul ciglio del ponte e ho dato un’occhiata intorno. A sinistra, sullo sfondo del cementificio, ai cui piedi stanno le villette dei Piani, ecco la masseria di Sant’Anna con l’annessa cappella, dove nessun culto viene officiato, che rimane chiusa al visitatore, essendo proprietà privata, e poi le case di tanti cittadini tutte ben recintate da muri o siepi come tanti appartamenti rinchiusi su se stessi, piccole monadi verdi, simili a quelle dei miei amici, dentro una campagna negata. Più avanti, fermatomi sul viadotto che passa sopra la Galatina-Sogliano, non avrei riconosciuto da una parte il nuovo mercato ortofrutticolo a quell’ora deserto, le rovine di una masseria tra le quali si aggirava un gregge di pecore nere in cerca di erba, assai scarsa per la penuria delle piogge, e una centrale elettrica che sembra abbandonata e giace come un informe ammasso di ferri vecchi e arrugginiti; dall’altra, sarei passato indifferente davanti alla mole degli impianti industriali che s’affacciano sulla via di Sogliano e volgono le spalle alla circonvallazione, di cui non sospettavano un giorno la costruzione. Sotto un albero, un uomo era intento a scopare le olive nei limiti d’un cerchio di terra rossa, un altro, in un appezzamento vicino, piegato per terra, tagliava cicorie per farne delle balle da vendere al mercato il prossimo lunedì mattina. Segni della campagna e segni della periferia visti dall’alto della carreggiata. Cose note, riconosciute da una prospettiva diversa, paesaggi inaspettati aperti improvvisamente alla vista del passeggero che la consuetudine dei luoghi aveva reso cieco. La circonvallazione spezza il continuum di un paesaggio dove gli uomini nell’arco di cinquant’anni hanno giustapposto il vecchio al nuovo, e dall’alto ne rivela le stratificazioni, le sovrapposizioni, gli innesti, gli abbandoni, le ferite aperte e, forse, inguaribili. Funziona come la cornice di un quadro appena abbozzato che, precisandone i contorni, invita a considerarlo in ogni dettaglio e a intuirne la forma futura. Sovrasta le vie che per molti anni ho percorso senza pensare che un giorno una strada sopraelevata le avrebbe rese traverse e minori, sorpassandole con viadotti prefabbricati per superare ogni ostacolo.

Qualche sparuto automobilista, curioso come me, aveva deciso di scoprire il circuito di quella strada proibita. Ho immaginato la sua visione in cui, almeno la prima volta, un senso di estraneità e di meraviglia, che soltanto può nascere in chi ha visto le stesse cose da una prospettiva consueta, non può lasciare spazio a nessuna bramosia. Eppure, io stesso mi chiedo: che cosa accadrà di tutte queste terre? Presto verranno uomini, anche dall’altro capo del mondo, che non si limiteranno a guardare o a immaginare il futuro – e forse sono già all’opera -, ma lo realizzeranno con il loro lavoro. Sorgeranno nuove costruzioni, nasceranno lucrose attività, i segni del passato saranno cancellati o inglobati dentro contenitori di ferro, di vetro e di cemento. Fra trent’anni, fra venti, fra dieci, e anche meno, tutto sarà diverso.

[2006]


Grafia e pronuncia: il semaforo dell'ortografia PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 08 Novembre 2016 07:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Questa settimana rispondo a sollecitazioni o domande dei lettori che scrivono al giornale. Non a tutte posso rispondere adesso, ne scelgo una, altre verranno nelle prossime occasioni. Rispetterò sempre la volontà di chi scrive indicando o omettendo, caso per caso, il nome del mittente. Il nome di chi scrive comunque deve essere sempre indicato nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Lino Baldi racconta un divertente episodio accaduto molti anni fa a Foggia, dove il padre, ex carabiniere, svolgeva il suo servizio. Nella cappella della caserma, su un altarino, era collocata la statua della protettrice dell'Arma, la vergine «Virgo Fidelis». Un imbianchino, su indicazione del cappellano militare, doveva scrivere sulla parete retrostante la statua mariana la dicitura latina «Ave Maria Gratia Plena». Quando ebbe finito un carabiniere che passò e vide la scritta corse subito a richiamare l'imbianchino esortandolo a modificare il testo perché aveva scritto gratia e non grazia, con «t» e non con «z». Quindi per lui aveva sbagliato. Il raccontino è reale e non c’è in Baldi alcuna voglia di irridere il solerte rappresentante del benemerito corpo dello Stato. Ma serve a introdurre la domanda. Perché si scrive in un modo e si legge in un altro? La questione non vale solo per il latino. Fa altri esempi. Perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò»? Perché il nome proprio inglese Philip si pronunzia «Filip»? Chiede, in generale. Cosa è successo alle lingue, perché si scrivono in un modo ma si leggono in un altro?

Cominciamo dal caso più semplice, la pronunzia del latino. Le più antiche documentazioni scritte in quella lingua sono remote, rimontano quasi agli albori della storia di Roma. Nel latino classico il nesso «-ti-» davanti a vocale (è il caso di gratia) veniva pronunziato con la vocale piena, come il «ti-» di tino. Quindi i latini del tempo di Cicerone leggevano come era scritto, con un trisillabo: «gra - ti - a», con «t» e non con «z», proprio come nella grafia; bene aveva scritto quell’imbianchino inconsapevole che il carabiniere intendeva rimproverare (a torto). Poi, con il passare del tempo, tra il II e il III secolo dopo Cristo, la pronunzia comincia a mutare lentamente, i grammatici del tempo avvertono che in «ti» si insinua un sibilus (così scrivono). Stanno mutando le condizioni storiche, Roma non è solida e potente come un tempo, si allenta la sua capacità di dirigere e indirizzare la società multiforme di un impero così vasto, anche la lingua è meno stabile. Passano i decenni. Un grammatico come Cassiodoro († 580-585 ca.), autore di un trattato De orthographia, registra il cambio di pronunzia, «ti» viene ormai pronunziato «zi». I latini dicevano ormai «grazia» (la nuova pronunzia) ma hanno continuato a scrivere nel modo di sempre, scrivevano in un modo e pronunziavano in un altro. La pronunzia di «ti» con «zi» che vige nelle nostre scuole rispecchia il mutamento linguistico; a rigore è corretta per il latino postclassico ed ecclesiastico, ma non corrisponde a quella esatta dell’epoca aurea.

Il fenomeno che abbiamo descritto non vale solo per il caso esaminato, è giusta la domanda del lettore. Un altro esempio. I latini scrivevano Cicero, nelle fasi antiche pronunziavano «Chichero», poi a partire dal III secolo quella pronunzia è stata abbandonata. Nei territori italiani si è pronunziato «Cicero», noi oggi diciamo «Cicerone». In termini generali possiamo affermare che nelle lingue storico-naturali, quelle che gli uomini adottano per comunicare tra loro, non esiste corrispondenza perfetta tra lettere e suoni (tra grafemi e fonemi, si dice in termini tecnici). La pronunzia cambia più o meno velocemente, la grafia si mantiene più stabile, conserva le vecchie abitudini scrittorie (a scrivere si impara a scuola, la scuola di norma si erge a custode delle regole).

La differenza tra grafia e pronunzia ci colpisce particolarmente quando studiamo le lingue straniere. Quale più quale meno, ci appaiono tutte caratterizzate da scarto notevole nel passaggio dal sistema grafico a quello fonetico. Si scrivono in un modo e si leggono in un altro, osserva l’attento lettore.

Vale la spiegazione già data per il latino. Per condizioni storiche e sociali la pronunzia muta, a volte velocemente. La grafia, più conservatrice, muta assai meno.

Il francese attuale corrisponde assai poco al francese antico. Con lo scorrere del tempo molte innovazioni fonetiche provenienti da Parigi si sono diffuse in tutta la Francia, fanno parte della norma del francese, ma la grafia non registra i mutamenti del parlato. Un esempio per tutti. Le classi popolari parigine pronunziavano «oi» come «uà» fin dal XVI secolo, ma questa pronunzia non veniva accettata dal francese ufficiale. Le cose cambiano con la rivoluzione del 1789: le classi popolari (i sans-coulottes) vanno al potere, l’aristocrazia e il clero sono spodestati, i sovrani e molti nobili sono ghigliottinati, ecc. La pronunzia delle classi popolari si impone. Il popolo pronunziava «ruà» la parola roi ‘re’, risultato della evoluzione del lat. regem (non cito i passaggi, non serve per il nostro ragionamento); con la rivoluzione la pronunzia «uà» per le forme scritte con «oi» si generalizza, diventa di tutti. Oggi quella è la pronunzia standard, la grafia continua tradizionalmente ad essere roi. Lingua e società in collegamento, come sempre, così vanno le cose. Ecco la risposta alla domanda iniziale, ecco perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò».

Ancora più forte è lo stacco tra grafia e pronunzia nell’inglese, lo sanno bene coloro che cercano di apprendere quella lingua, oggi la più universale. E il fenomeno continua. Uno studio dell’università di York prevede che tra qualche decennio il suono “interdentale” di «th» in mother sparirà dall’inglese, è troppo difficile per i molti stranieri che imparano quella lingua, sarà sostituito forse da un più facile «v», si dirà «muver», anche se si continuerà a scrivere mother. Io non so se quelle previsioni di avvereranno, chi può assicurarlo? Le previsioni in linguistica sono più difficili di quelle in meteorologia (e anche i meteorologi falliscono). Ma so per certo che la grafia di quella lingua resterà relativamente stabile, pur se la pronunzia sarà attraversata da molte novità determinate anche dall’incrociarsi di parlate diverse.

Nel corso della storia ogni lingua evolve secondo linee proprie di svolgimento. Tra le lingue romanze (così si chiamano quelle derivate dal latino), l’italiano è la lingua in cui la grafia meglio si collega alla pronuncia. Un notevole numero di lettere (i linguisti dicono grafemi), 11 su 21, indica stabilmente un sol suono (i linguisti dicono fonema). Il sistema non è rigido, la corrispondenza tra grafema e fonema non è assoluta. Ecco qualche esempio, altri potrei aggiungere. Nello scritto usiamo a volte una sola lettera per due suoni diversi, usiamo indifferentemente per cane e per cena, per gatto e per gelo, per casa (va pronunziato con la sorda) e per paradiso (va pronunziato con la sonora), per zio (va pronunziato con la sorda) e per zero (va pronunziato con la sonora). E altre “imperfezioni” potrei enumerare.

L’architettura del modello scritto oggi in uso viene stabilita nel Cinquecento, pur se oscillazioni e selezione delle diverse possibilità continuano a manifestarsi nei secoli seguenti. La relativa “imperfezione” del nostro alfabeto si spiega con l’evoluzione storica della nostra lingua, con le scelte collettive fatte da chi scrive. Ricordate? Fino a qualche decennio fa il plurale di un aggettivo come vario poteva scriversi varii (con due -ii), varî (con accento circonflesso), vari. Ormai abbiamo scelto, scriviamo solo vari.

In conclusione. Neanche in italiano esiste perfetta corrispondenza tra grafia e pronunzia (pur se nell’italiano lo scarto è assai inferiore rispetto a lingue europee vicine come il francese o l’inglese). Ce ne accorgiamo meno, abituati a scrivere come ci è stato insegnato. Ma facciamo attenzione. Dobbiamo rispettare rigorosamente le regole dello scrivere, non sono tollerabili deviazioni rispetto alla norma grafica corrente, in questo campo non esiste democrazia, non si può agire “ognuno come gli va”. Fabio Marri, che insegna a Bologna, spiega ai suoi studenti che l’ortografia è come un semaforo, a volte appare un po’ noiosa e quasi una perdita di tempo, ma per comunicare efficacemente dobbiamo rispettarne le regole. Vale per la lingua, vale per la società: dobbiamo rispettare le regole.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Viaggio a Reggio Calabria del 30-31 ottobre e 1° novembre 2016 PDF Stampa E-mail
Incontri, visite, viaggi e altro ancora (2010/16)
Lunedì 07 Novembre 2016 19:03

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Lezione di Roberto Martucci, Referendum: perché? PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Sabato 05 Novembre 2016 09:15

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, giovedì 3 novembre 2016

 

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“Rimpiangi quegli anni?” “No!” Intervista a Tonino Baldari 24 agosto 2006 PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 06 Aprile 2012 08:43

[Questa intervista doveva rientrare nel ciclo di interviste da me raccolte in Gioventù salentina, Galatina, Edit Santoro, 2006, ma poi ne rimase fuori per volontà dell’intervistato. Pubblicata nel 2012 in unigalatina.it dopo un ripensamento dell’intervistato, oggi ci sembra un utile documento per ricordare la figura di Tonino Baldari recentemente scomparso.]

 

Tonino, quando sei nato?

Sono nato nel 1956 a Ginosa in provincia di Taranto. Alla fine degli anni Quaranta, primi anni Cinquanta, i miei genitori con tutta la famiglia Baldari si trasferirono lì con altre cinquanta famiglie salentine, nella zona tra Metaponto e Montescaglioso per la coltivazione del tabacco. I titolari delle aziende agricole erano per lo più leccesi. Sulla questione mio zio Pippi Baldari, sa molte cose.

Che tipo di educazione ti hanno dato i tuoi genitori?

Da piccolo mia madre mi portava in chiesa, la tradizione della famiglia Baldari era cattolica e comunista, ma mio padre non era praticante. Allora, quando facevo la scuola elementare, abitavamo in via Foggia, e frequentavo l’oratorio della chiesa di Via di Soleto.

Dove hai frequentato la scuola media?

Alla “Giovanni XXIII”, in Via di Corigliano. In classe facevo già attività politica, anche se non organizzata. Scioperavamo perché sapevamo che i più grandi scioperavano. Già cominciavo a leggere i libri di Lucio Romano, discutevamo con le professoresse d’italiano Baffa, Tempesta e Negrini, le insegnanti più disponibili. Fuori della scuola mi ero politicizzato. Fin da bambino i miei genitori mi hanno insegnato a fare il pugno chiuso, mi hanno trasmesso culturalmente tutta la tradizione comunista.

E la scuola superiore?

Ho frequentato l’Industriale, i primi due anni a Galatina, poi a Lecce, e infine a Galatone, dove mi sono diplomato come perito elettrotecnico nel 1977. La scuola a Galatina era sopra la sede del MSI, in via Alighieri. Ero il rappresentante di classe. A Lecce arrivai a sedici anni e trovai che l’Industriale “Enrico Fermi”, denominato la Stalingrado di Lecce, era l’istituto più politicizzato della provincia. Qui non ero più un leader, ma uno dei tanti. I leader erano Pino Borrescio (extraparlamentare), Maruccia (del PCI, poi divenne magistrato). All’epoca (1971-72) ero comunista, ero iscritto alla FGCI. Ne sono uscito nel 1976. Ho ricoperto anche la carica di segretario politico della FGCI.

Quindi ti scontravi con gli exstraparlamentari?

Sì, allora il movimento andava dai marxisti leninisti ai maoisti, anarchici, Lotta continua, ecc. A Galatina, in vico Topazio, c’erano un’infinità di sigle. E lì io, essendo della FGCI, rappresentavo l’ala moderata. C’erano a volte degli scontri fisici con i fascisti. Una mattina abbiamo soccorso sul Liceo classico Antonio De Donno, giovane socialista (attuale magistrato), che stava per essere picchiato dai fascisti. In vico Topazio si riuniva il collettivo studentesco, c’era il ciclostile, l’unico ciclostile del movimento a Galatina.

Chi metteva a disposizione questi locali di vico Topazio?

Era una sede autogestita, la pagavamo noi.

Tu, dunque, frequentavi la FGCI, e contemporaneamente frequentavi il movimento? Tutto questo non ti creava problemi?

Sì, mi ha sempre creato problemi. Però quando si facevano le lotte, si stava tutti insieme, anche se con posizioni diverse. Il PCI era più moderato, faceva parte delle istituzioni. La FGCI era piena di iscritti, frequentatissima, c’era fermento politico, si faceva la scuola di partito, venivano i dirigenti, per esempio Gianni Schiraldi, Marcello Strazzeri, erano preparati sul movimento operaio, tenevano lezioni su Gramsci, ecc. Io seguivo queste lezioni nella vecchia sede del PCI in piazzetta Libertà.

Chi frequentava allora la FGCI?

Orlando Ciccardi, Pantaleo Perrone, Giuseppe Ferrari, e tanti altri.

Invece in vico Topazio chi c’era?

Antonio Campanella, Gigi Mangia, Apollonio Tundo, Lino De Matteis, Pippi Lifonso (coi quali volevamo fare un giornale, ma poi non se ne fece niente),  Matilde Bidetti, leader delle femministe, le sorelle Carone, le mie sorelle Iole e Marilena, Antonella Marra, ecc., era un gruppo consistente. Questi avevano rifiutato il PCI per approdare subito nell’estrema sinistra.

Che cosa ti ha indotto ad uscire dalla FGCI nel 1976?

Ho ritenuto di uscirmene, avendo delle posizioni diverse dal patito. Esisteva una disciplina rigida di partito, non solo nel comportamento esterno, c’era un’etica da rispettare, ma soprattutto nelle posizioni ideologiche, e tutto questo, anche se riusciva a tenere unito il partito (il centralismo democratico), alla fine risultava un po’ opprimente.

Ad un certo punto, quindi, il partito ti è sembrato come un vestito troppo stretto?

Sì. Il partito era rigido. Accadeva che un compagno che avesse sbagliato veniva allontanato dal partito per un certo periodo di tempo, poi i probi viri, dopo aver ben considerato la questione, il comportamento dell’imputato, lo riammettevamo nel partito. Insomma, era troppo rigido. Perciò ho preferito frequentare vico Topazio fino alla fine degli anni Settanta. Intanto nel 1978 sono stato un mese a Bologna, poi a Padova. Nel 1979 feci la mia ultima battaglia, cioè l’ultimo tentativo di trovare lavoro a Galatina. Con una decina di compagni andammo presso un’agenzia (ITALAFFARI) che gestiva la Fiera, a cui chiedemmo di assumere almeno un disoccupato, sarebbe stato un segnale positivo. In realtà gli stessi compagni poi non mi diedero nessun appoggio e nessuno fu assunto. Questa fu l’ultima delusione. Finché nel 1983 sono partito amareggiato per Milano.

Torniamo un po’ indietro. Frequentavi altri luoghi oltre a Vico Topazio?

A Vico Topazio c’era la sede fisica di riunione. Poi si andava a Soleto, allu Zonzi, una stanza dove si trovavano i compagni, si mangiavano i pezzetti, si suonava la chitarra, ecc. Naturalmente, ci si vedeva sempre in villa, la vita sociale si svolgeva verso la chiesa della Madonna Immacolata.

Quali frange del movimento erano presenti a Galatina?

C’era Lotta continua e c’era l’Autonomia operaia, che aveva ancor più estremizzato le posizioni. Tra i compagni, due, tre erano di Lotta continua, alcuni erano anarchici, pochi di Autonomia operaia. Il seguito maggiore lo aveva Democrazia proletaria con Apollonio Tundo, Eugenio Morciano, Antonio Campanella.

Parlami un po’ dei viaggi che facesti al Nord.

A Bologna nel 1977 fui l’unico rappresentante di Galatina alla manifestazione internazionale contro la repressione. Quella mattina io andavo a sentire il filosofo Jean Paul Sartre, che poi non venne. Bologna era blindata, pullulava di giovani, con tutti i casini che si possono immaginare. Per non essere nella schiera degli illegali, pagai regolarmente il biglietto del treno anche se non lo pagava nessuno. Quando arrivava il controllore, “buonasera”, “buonasera” e passava oltre. Era il periodo delle autoriduzioni, dell’esproprio proletario, ecc. A Padova c’era Autonomia operaia: mentre vagavo, durante una manifestazione, sono stato fermato due volte dai carabinieri. Ma non mi fecero niente.

E della Lega dei disoccupati, che cosa mi dici?

Le prime riunioni si fecero a casa mia, in via D’Aruca al numero 10. Poi il Comune ci diede una stanza presso Santa Chiara. C’erano compagni di Sogliano (Antonio Campa), di Cutrofiano (Roberto Vantaggiato), poi non ricordo.

Avete pubblicato qualche giornale?

Pubblicammo due, tre numeri di Azione libertaria, nati all’interno della Lega, ma erano fatti dagli anarchici (Pippi Romano, io e altri). Se non sbaglio erano fotocopiati o ciclostilati in vico Topazio.

L’occupazione dell’aula consiliare del Comune fu, dunque, la lotta più importante di quegli anni?

Sì, anche se fu una lotta fallimentare. Io ero per la continuazione della lotta a oltranza, ma passò la mozione che voleva le trattative: c’erano gli uomini dei partiti, del sindacato (Ada Fiorano e Margari, non ricordo il nome), che erano moderati e più numerosi. Questo determinò la divisione del movimento. Ma ci furono anche pressioni della mafia locale.

La mafia locale interviene sulla Lega? Puoi essere più preciso?

E’ andata sempre così! La gestione delle assunzioni è sempre avvenuta per clientelismo, favori, ecc.

C’era un legame, dunque, tra potere politico e piccola criminalità locale?

Sì. Alla fine, quelli che erano stati assunti illegalmente, si dimisero, rifecero il concorso, e furono riassunti. Poi arrivò il sequestro Moro e su quello si spaccò definitivamente il movimento.

Come mai il sequestro Moro ebbe questo effetto così dirompente sul movimento?

Perché non tutti gli extraparlamentari condividevano questo rapimento. La mia posizione fu: “Né con lo Stato né con le Brigate rosse”, secondo lo slogan di allora. Si fecero diverse riunioni su questo argomento, col rischio che qualcuno estremizzasse le proprie posizioni, mentre altri andavano dileguandosi e non si facevano più vedere.

Per riassumere, questi due fattori, uno locale, il fallimento della Lega dei disoccupati, e uno nazionale, il rapimento Moro, determinarono la fine del movimento?

Sì, ci fu allora la repressione dello Stato, e ognuno seguì la propria strada. Poi io e un altro compagno (che poi si suicidò) fummo contattati, ci promisero un lavoro se avessimo lasciato la Lega, ma rifiutammo, perché accettare avrebbe significato tradire i compagni. Poi feci dei lavori saltuari, ma questo non risolveva niente, e allora decisi di partire per Milano. A Galatina non c’era possibilità di lavoro, se non lavori senza contratto, a condizioni tremende (dodici ore di lavoro al giorno), senza garanzie.

Quanto tempo sei rimasto a Milano?

Quasi cinque anni. Poi ho avuto problemi personali e di famiglia, e sono rientrato a Galatina. A Milano ero delegato sindacale (CGIL) di una grande azienda di Corsico-Buccinasco, a Milano-due, produceva circuiti stampati professionali. Furono cinque anni di sofferenza, perché Milano era troppo grande per me. Era impossibile vivere in una pensione, senza la possibilità di cucinare, l’isolamento completo. L’attività politica l’ho fatta in azienda, soprattutto quando stavano per smantellarla e bisognava difendere i posti di lavoro. In quegli anni ho perso i contatti con Galatina e quando sono tornato mi son trovato un po’ spaesato, in una Galatina diversa.

In che senso diversa?

Il gruppo si era disgregato, chi era partito per il lavoro e non era più tornato, chi si era sposato e faceva vita appartata, qualcuno era morto, il movimento era scomparso.

Parliamo del tuo rapporto con la droga.

A Galatina fu un dramma sociale di notevoli dimensioni. Io l’ho vissuto a livello personale e familiare, ma non ne voglio parlare. Ti posso dire che a Galatina il movimento fu distrutto anche dall’eroina e da ciò che ne derivò. L’eroina ha distrutto le persone e ha distrutto il sociale. Nell’Ospedale di Galatina c’era un reparto infettivi, che non riusciva a decollare, e gli infettivi stavano in uno scantinato dell’ospedale. Venne a Galatina Stefano Rizzelli con una troupe della RAI per documentare la situazione, fecero delle interviste con persone che oggi non ci sono più. Anche quella fu una battaglia sacrosanta, vennero a Galatina i deputati del Salento, e alla fine fu aperto il reparto infettivi. L’ARCI, con Daniele Ferrocino, ha fatto un lavoro enorme di indagine a Galatina, nelle scuole, con dei questionari fatti bene, un’indagine che presentammo in Comune, fummo lodati, ma non ci pagarono neppure la carta. Allora ricevemmo molte pressioni.

Da parte di chi?

Di chi non aveva interesse che noi mettessimo il naso in queste storie, toccavamo interessi consolidati?

Puoi essere più preciso?

Non è il caso!

Ti vengo incontro. Un conto è che ci sia il piccolo spacciatore che vende cinque grammi di eroina per averne uno gratis per sé, un conto è che ci fosse qualcuno che si arricchiva sulla pelle degli altri con lo spaccio dell’eroina.

Sì, qualcuno si è arricchito sulla pelle di molta gente. La mafia e il potere politico sono stati più forti di noi. C’era una convergenza di intenti, ma io non ho le prove per dirlo, lo so, ma non ho le prove, come diceva Pasolini.

Nel 1988 sei tornato a Galatina?

Sì, era finita tutta questa ubriacatura degli anni precedenti, la speranza che il mondo potesse cambiare. Ho fatto dei lavoro saltuari, e poi sono entrato nel PDS e nella CGIL-pensionati, per tre quattro anni ho curato la sezione pensionati. Ma anche quello non era un lavoro per me, non mi piaceva. Adesso sono iscritto ai DS, ma non faccio politica militante, se non su fatti concreti e contingenti, come l’anno scorso, quando mi sono impegnato sul problema dei rifiuti.

Tonino, noi siamo ora in un atelier. Tu abiti qui?

Sì, è questa la mia casa, abito e lavoro qui.

Oggi tu sei conosciuto come uno scultore. Quando è nata questa tua passione, che ora è anche il tuo lavoro?

Mi conoscono come scultore della pietra leccese, ma da quando stavo nel PCI, nei primi anni settanta, facevo dei murales, i Che Guevara, i pannelli delle Feste dell’Unità, facevo qualche quadro, mi accontentato di venderli per poco. Cominciai a fare i portacenere di pietra leccese, poi delle teste e altro ancora. Oggi sono uno scultore di pietra leccese, ma continuo a dipingere, ogni tanto faccio delle mostre.

Vuoi aggiungere qualcosa su quegli anni?

C’era una solidarietà di gruppo che ora non c’è più. Se un compagno una sera non aveva una lira, non c’erano problemi, mentre oggi è diverso, c’è un individualismo e un egoismo estremi. La società ci ha condizionato a tal punto che non esiste più alcuna solidarietà tra gli individui. Ti faccio un esempio: nel 1977-78 fui uno dei fondatori di un gruppo di artisti in Vico del Verme, il Centro Pittori Uniti, di cui si è interessato anche Gino Di Mitri, ma non potemmo fare mai una mostra perché non avevamo i soldi per fare le cornici. Questo ci bloccò. Era un tentativo di fondare un gruppo di artisti. E’ significativo l’aggettivo uniti. Tre anni fa ho fondato un gruppo di artisti, il G10, ironizzando sul G8, un gruppo d’arte fondato non su un contratto, ma sull’accordo personale, sulla parola. C’era molto entusiasmo, abbiamo fatto molte manifestazioni, artistiche e sociali. Volevamo fare una sorta di cooperativa d’artisti autosufficiente e che si potesse autofinanziare e autopromuovere. Ebbene, questo gruppo nel giro di due anni si è disperso, per opportunismo individuale, non c’è più. Siamo agli antipodi della vita di gruppo che si faceva una volta. Oggi però ci sono anche cose positive, la qualità della vita è migliorata, nel senso che c’è un maggior benessere, personalmente sto meglio, e questo è gratificante. Allora non avevo un lavoro, oggi sì.

Rimpiangi quegli anni?

No!


La nostra lingua nuova e antica PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 04 Novembre 2016 20:03

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 30 ottobre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nei giorni precedenti due importanti manifestazioni pubbliche hanno avuto come protagonista la nostra lingua. Eccole: 1. gli «Stati generali della lingua italiana» (Firenze, 17 e 18 ottobre); 2.  la «Settimana della lingua italiana nel mondo» (varie sedi nel mondo intero, 17-22 ottobre). Provo a riassumere.

1. Quella di quest’anno è stata la seconda edizione degli «Stati generali della lingua italiana» (la prima si è tenuta nel 2014), organizzata dal Ministero degli Affari Esteri con la partecipazione ufficiale dell’Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri, e inoltre di società scientifiche (come l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana. ASLI), di aziende, di istituzioni, di università, di singoli (compresi alcuni studenti). L’incontro fiorentino si intitolava «Italiano lingua viva». Non si è trattato di una sequenza di relazioni l’una slegata dall’altra, tutt’altro. Uno spirito fattivo e operativo ha accomunato gli interventi delle due giornate: proposte concrete, non parole un po’ a vuoto, come spesso capita. Cinque gruppi di lavoro hanno discusso argomenti diversi: italofonia (diffusione della lingua italiana nel mondo), internazionalizzazione delle università (saremo capaci di attrarre studenti stranieri o dovremo continuare a produrre a nostre spese laureati bravi che vanno all’estero perché in Italia non trovano lavoro?), uso delle tecnologie e metodologie didattiche (la rete è importantissima e contiene una quantità enorme di informazioni, ma bisogna insegnare ai ragazzi a saperla usare, a distinguere il vero dal falso o dall’inutile), certificazione unica e riconoscibile (dare agli stranieri che studiano l’italiano un attestato che certifichi il livello di conoscenza della nostra lingua, come inglesi, francesi, tedeschi fanno con la loro), creatività (la lingua è fondamentale nelle strategie di comunicazione delle imprese, contribuisce a segnalare la qualità, garantisce a chi compra che si tratta di eccellenza, non di scadente imitazione).

Insomma: la lingua come strumento in grado di promuovere all’estero i prodotti italiani e il sistema culturale italiano, con ricadute anche di tipo economico. Lingua, cultura ed economia debbono marciare insieme, con beneficio di tutti.

Per una volta, la politica e le istituzioni sembrano essere consapevoli, ai massimi livelli. Nella monumentale Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il Presidente del Consiglio ha parlato nella prima giornata di «gigantesca scommessa culturale»;  il Presidente della Repubblica, concludendo l’incontro il giorno successivo, ha ricordato i milioni di italiani che, emigrati all’estero,  hanno accompagnato con il loro lavoro  e con la loro capacità la diffusione della nostra lingua nel mondo. Sono intervenuti il Vice Ministro degli Esteri, il Sindaco di Firenze, la Ministra della Pubblica Istruzione, la Presidente della RAI, tanti altri che è impossibile ricordare: ognuno con un contributo personale, riflettendo sulle mille potenzialità legate alla promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo, che attrae risorse economiche, non le dilapida. Siamo ben lontani, per fortuna, dalla sciagurata affermazione di un ministro dell’economia di pochi anni fa (il cui nome è bello tacere) che perentoriamente proclamava: «con la cultura non si mangia!».

La prossima edizione (la terza) degli «Stati generali» si terrà tra due anni. Se saremo ancora qui, faremo il bilancio di quel che avremo realizzato.

2. In collegamento con gli «Stati generali» si è svolta  la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo», giunta alla XVI edizione. Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, il Ministero degli Affari Esteri e Accademia della Crusca organizzano ogni anno,  in tutto il mondo, nella terza settimana di ottobre, la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo»; vi sono coinvolti Istituti Italiani di Cultura, Ambasciate e Consolati, Cattedre di Italianistica attive presso le varie Università, Comitati della Società Dante Alighieri, Associazioni di italiani all'estero, coloro che fuori d’Italia insegnano e studiano la nostra lingua. La formula, nata timidamente alcuni anni fa e alla fine rivelatasi vincente, è di organizzare iniziative rivolte a promuovere l’italiano come grande lingua di cultura classica e contemporanea. Badate agli aggettivi, lingua di cultura classica e contemporanea: indicano la capacità di rifarsi alla tradizione per valorizzare il presente e progettare il futuro.

I temi, variabili ogni anno, sottolineano il ruolo della lingua come elemento distintivo e propulsivo della nostra nazione all’estero. Nel 2014 si decise per “Scrivere la nuova Europa: editoria italiana, autori e lettori nell’era digitale”; nel 2015 per “L’Italiano della musica, la musica dell’Italiano”; nel 2016 per «L’Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design». Intorno al tema dell’anno si sviluppano conferenze e dibattiti, mostre e spettacoli, incontri con scrittori e personalità. La partecipazione cresce, anno dopo anno, come dimostra la distribuzione geografica degli eventi. Quasi 1000 nel 2014:  324 nell’Unione Europea, 153 nell’Europa extra UE, 298 nelle Americhe, 144 in Asia e Oceania, 88 nel Mediterraneo e Medio Oriente, 67 nell’Africa Subsahariana. Oltre 1300 nel 2015: 408 nell’Unione europea, 171 nell’Europa extra UE, 435 nelle Americhe, 163 in Asia e Oceania, 113 nel Mediterraneo e in Medio Oriente, 75 nell’Africa Subsahariana. Mancano naturalmente i dati del 2016, la settimana si è appena conclusa.

Torniamo un momento sui temi degli ultimi anni: editoria e cultura, musica, moda e design. In questi campi siamo eccellenti, il mondo apprezza i nostri prodotti e la lingua che li veicola. Pensate a Dante, che una recente inchiesta in 28 paesi colloca al vertice, tra i personaggi più rappresentativi della letteratura europea, dalla antichità greca e latina fino ai nostri giorni: Dante, Goethe, Shakespeare, Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij. Pensate alla musica, alle opere di Verdi, Rossini e Puccini che trionfano nei teatri del mondo, alle scelte di Haydin, Mozart e Gluck che adottano l’italiano per le loro composizioni, al successo straordinario dei cantanti italiani di oggi non solo nei paesi europei vicini ma anche in Russia, in America Latina, in Australia. Pensate alla moda, con i marchi italiani diffusi dappertutto, con negozi all’estero che si chiamano “Dolce Vita” o “Via Veneto”;  a film di successo: Prêt à porter di Robert Altman (1994), con  Gianfranco Ferré e Nicola Trussardi nella parte di sé stessi e con le foto di gruppo degli stilisti con Cerruti; o Il diavolo veste Prada (2006, da un libro del 2003): «Le borse e le scarpe … gridavano ‟Prada!, Armani!, Versace!ˮ»; o Valentino, l’ultimo imperatore (2008), di Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, dedicato alla vita dello stilista. A chi vuol saperne di più indico un libro in formato elettronico appena uscito: L’italiano e la creatività. Marchi e costumi, moda e design, curato da Paolo D’Achille e Giuseppe Patota, entrambi dell’Accademia della Crusca.

La “qualità Italia” si propone al mondo, con i prodotti e con la lingua. E questo spiega perché sempre più stranieri scelgono di studiare l’italiano. Secondo le statistiche ufficiali nel 2012-13 erano un milione e 522 mila, nel 2014-15 arrivano a due milioni e 333 mila. L’ho scritto altre volte. I fatti e i numeri non lasciano dubbi, all’estero la nostra lingua è apprezzata, spesso amata. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Inglese a parte, viene dopo lo spagnolo, il francese, più o meno alla pari con il tedesco, e batte tutte le altre, anche quelle parlate da popolazioni enormemente più numerose. Non c’è male, per una nazione di soli 60 milioni di abitanti, una briciola rispetto ai 7 miliardi di abitanti della terra. Non c’è male, per una nazione che non ha avuto un impero coloniale come Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e altre che hanno disseminato le loro lingue nei territori africani, asiatici, americani, perfino australiani.

I mezzi di comunicazione fanno la loro parte. Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, ogni domenica mattina su RAI 1 offre agli spettatori un servizio di “Pronto soccorso linguistico”; su Radio 3 la domenica mattina va in onda «La lingua batte» condotta da Giuseppe Antonelli. Rubriche e articoli dedicati alla nostra lingua appaiono spesso sui giornali, «Nuovo Quotidiano» ha stabilizzato “Parole al sole” (passata l’estate, l’icona del titolo, benché fuori stagione, è un bel richiamo visivo e potrebbe valere anche metaforicamente ‘parole poste sotto la luce’, come mi suggerisce Stefano Telve, un linguista che insegna a Viterbo). «Bada a come scrivi» si intitola il primo volume della collana «L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile» che “Repubblica” e Accademia della Crusca presentano a partire dal 28 ottobre.

Gli strumenti esistono, impariamo ad amare la nostra lingua, bella e ricca.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Dalla burocrazia a Vasco, l’opinionista si diverte PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Claudia Presicce   
Venerdì 04 Novembre 2016 13:18

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 14 luglio 2016]

 

‘’La memoria a volte è come  un vecchio juke bok che aspettava solo la monetina per partire….Come è sennò, se capita di tornare a notte fonda e che a Radio Montecarlo night  passi per caso ‘’ In the air thonight’’ di Phil Collins, che io mi senta cambiare persino nel corpo? I miei abiti si fanno più leggeri, anche se è pieno inverno e sono intabarrato  in uno scomodo  pastrano, e mie vecchie scarpe scure diventano delle espadrillas chiare….’’. È un gioco di pieni e di vuoti quello della memoria e delle associazioni di idee che ricollegano momenti della vita lontanissimi, così come alcuni pensieri riflettono la nostra formazione culturale, soprattutto quando ci richiamano studi o conoscenze acquisite che stimolano le nostre capacità critiche.

In ‘’L’osceno del villaggio’’( Argomenti edizioni), Paolo Vincenti si diverte a compiere una sorta di viaggio tra le sue riflessioni sull’oggi, o memorie che raccontano un’ altra epoca , riferimenti eruditi e una sorta di ‘’ bestiario’’ in cui racchiude le umane finitezze capitate sotto il grafico del suo sguardo

In questo libro sono infatti raccolti 53 scritti, pubblicati da riviste salentine dal novembre 2014 al febbraio 2016, in cui l’ autore guarda il lato ‘’osceno’’  del villaggio globale,  una contemporaneità spesso sconfortante di cui però oggi è come se non si voglia veramente parlare. Ecco che sfilano scene di contemporaneità di cui troppo spesso si tace nel regno dell’ indifferenza  in cui siamo abituati a galleggiare , ma non manca l’ ironia o la denuncia con cui trattare differenti  storture quotidiane.

Dall’ Isis con la sua sanguinosa barbarie, che recluta nel mondo ragazzi senza storia e futuro, ai problemi italiani legati al fisico, alla burocrazia soffocante e all’ ignoranza dilagante, anche tra i politici: i temi sono talmente diversi che anche il tono cambia inevitabilmente rendendo la letteratura varia e fresca, anche se spesso foriera di rabbia.

Il degrado di una certa tivù, ad esempio, viene visto attraverso l’ evoluzione dei programmi per anime single: l’ autore fa un excursus ‘’ storico’’ dagli ingenui ’M’ ama non m’ ama’ (condotto Marco Pedolin ) o  Agenzia Matrimoniale’ Marta Flavi, alle surreali vicende amorose dei protagonisti di ’’Uomini e donne’’ .

Poi c’ è la generazione dei provini del ‘’Grande Fratello’’ legata indissolubilmente all’ apparenza e non alla sostanza, e la tv del dolore che ormai invade i palinsesti con le tragedie più ‘’succulente’’ del momento o quelle vecchie a cui aggiungere via via pagine raccapriccianti: l autore si pone come una voce che urla tutto quello che ormai non urliamo più perché siamo tutti un po’ abituati ad una contemporaneità che non ci piace, ma che tolleriamo.

In qualche modo poi l’autore sembra spesso rivolgersi a una generazione che, in generale, ha veramente contato poco, quella dei 40enni e poco più di oggi che si è vista precedere e seguire  da altre, maggiormente protagoniste e con maggiori spazi di manovra .

Evoca però le emozioni dei ragazzi degli anni Ottanta in un modo riconoscibile per tutti, quello cultural-televisivo-letterario-musicale. L’ effetto arriva anche solo ascoltando ‘’ Vita spericolata’’ di Vasco Rossi: “….mi sono passate dentro tante emozioni che, alla fine dell’ ascolto ero davvero fatto senza anfetamine. È un momento ancestrale, di armonia cosmica: l’adrenalina entra in circolo ed è come una pera di fantasia, un viaggio artificiale senza artificio, un fumarsi l’impossibile senza spino, uno sballo legale. Ah, i pensieri associativi… sono sensazioni forti”.


Luigi Malerba, scrittore di parole e di silenzi PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 1 novembre 2016]

 

Le rondini andavano da un campanile all’altro e poi all’altro e all’altro ancora. Luigi Malerba disse che avrebbe voluto conoscere il linguaggio delle rondini. Chissà che cosa si raccontano, disse; chissà per che cosa provano felicità o provano dolore.

Io gli ricordai una poesia di Danilo Dolci, quei versi che dicono: due rondini sono uguali, se non sei rondine.

Già, disse, già: se non sei rondine.

Era una sera d’estate di ottobre o di novembre del 1988, a Lecce. Malerba aveva presentato   i racconti di “Testa d’argento”, ospite, con la moglie Anna, di Anna Grazia D’Oria e Piero Manni, che negli anni avrebbero poi pubblicato quattro suoi libri. Io avevo avuto il privilegio e il piacere di introdurre la presentazione.

Dopo “Testa d’argento”, lessi tutto quello che aveva scritto prima, ho letto tutto quello che ha scritto dopo, convincendomi, libro dopo libro, che Malerba è uno dei più grandi narratori del Novecento. Una convinzione scontata, in fondo, perché lo pensano in molti e perché se così non fosse Mondadori non avrebbe fatto il Meridiano di 1710 pagine che esce in questi giorni, a cura di Giovanni Ronchini con un saggio introduttivo di Walter Pedullà. Il Meridiano ripropone i classici di Malerba: “Il Serpente”, “Salto mortale”, “Il pataffio”, “Testa d’argento”, “Il fuoco greco”, “Le pietre volanti”, “Fantasmi romani”.

Ho cominciato a leggerlo con il criterio per nulla scientifico dell’affetto: dal “Fuoco greco”. Con questa è la terza volta che lo leggo. Ma ogni volta, nella lettura complessiva, mi fermo di più e leggo e rileggo il dialogo tra Lippas e Leone Foca, dove si dice del potere illimitato della scrittura e dello scrittore, che può creare e distruggere in un attimo, con una sola parola, con un tratto di penna. Può consentire ad un’esistenza di sfuggire all’oscurità e alla mortificazione della realtà portandola nella sfera della finzione letteraria. C’è una frase in questo romanzo che si costituisce come l’espressione più efficace – e più inquietante – dello straniamento da sé che l’atto della scrittura provoca nel soggetto scrivente: Dice Leone Foca rivolgendosi a Lippas: “ Siete uno scrittore e io non so se uno scrittore è anche un uomo”.

Poi ho riletto “Il serpente”. Il protagonista di questo romanzo vuole trovare un posto silenzioso ( perfettamente silenzioso) e buio ( perfettamente buio) per poter cancellare tutto, per scordare la sua storia inventata, per sottrarsi alla fantasticheria che lo ha aggredito e trascinato sull’argine della follia.

Il silenzio come un rasserenante “ altrove” dove è possibile ricostruirsi una identità, ritrovare le ragioni radicali dell’essere, il senso dell’esistere stravolto dai riflessi abbacinanti di un esistere inventato. Il silenzio è un’aspirazione che tenta di realizzarsi in forme diverse proponendosi come fantasiosa invenzione oppure come necessità di superare la soglia dell’espressione verbale per raggiungere un’espressione pura, immutabile, perfetta.

Se la parola appartiene alla sfera dell’imperfezione, del corruttibile, del fraintendimento, il silenzio appare come la conquista di un’espressione che non ha bisogno di alcun medium, che non è traduzione del pensiero ma è il pensiero, che è in grado di far significare le cose senza designarle; è un linguaggio che abolisce ogni distanza tra l’oggetto e il suo nome, tra l’io e l’altro, tra il sentire e il dire: un linguaggio profondo, leggero, totale, senso che rompe l’involucro del segno; una sorta di atto magico, un’arte.

In tutta l’opera di Malerba, il silenzio è condizione che si  oppone alla parola, in alcune situazioni riducendone ogni facoltà, degradandola a forma inespressiva, a tic che scarica una tensione in altre superandone tutte le facoltà. Ma soprattutto è consapevolezza che esiste un evento, un’idea che è impronunciabile, che si nega ad ogni metafora, a qualsiasi discorso.

Il linguaggio in Malerba agisce sempre ai confini del reale, del conoscibile, dell’immaginabile, dell’ipotizzabile, del sogno, tende continuamente allo sconfinamento nei territori della finzione. Spesso il linguaggio preesiste alla realtà, assume il valore di un fenomeno totale capace di tradurre in espressione qualsiasi condizione esistenziale, qualsiasi contenuto del pensiero. Eppure, nonostante la potenza generativa e rigenerativa, il linguaggio vive costantemente in una situazione di precarietà, di inadeguatezza, nella continua difficoltà di esprimere il senso e la sensazione, irrigidito dall’ossessione di potersi trasformare in strumento di falsificazione del senso e della sensazione.

Dice un personaggio dei “Cani di Gerusalemme”: “Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, se c’è, viene il mondo”.

Parlammo a lungo, un pomeriggio di giugno del ‘Novantotto, nella sua casa romana di via Tor Millina. Era uscito da qualche giorno per Omicron  il libro conversazione dal titolo “Elogio della finzione”a cura di Paola Gaglianone, che si chiudeva con un saggio mio.

Mentre andavo via mi disse: salutami le rondini di Lecce.


Ancora trivelle - (31 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 31 ottobre 2016]

Tutto sembrava rassicurante: non ci saranno nuove trivellazioni, si tratta solo di rinnovare vecchie concessioni! Così hanno fatto credere a molti, per convincerli a non andare a votare al referendum anti-trivelle. Era una mezza verità. Non si può trivellare entro le dodici miglia, ma oltre sì. E ora si parla di prospezioni petrolifere nei nostri mari. E si faranno con l’air gun, che non è un fucile ad aria compressa ma un sofisticato sistema di rilevamento che deve penetrare in profondità nella crosta terrestre per rivelare la presenza di giacimenti. E’ il suono a penetrare, e quindi l’air gun produce un grandissimo rumore. L’Unione Europea ha emanato la Strategia Marina in cui definisce il Buono Stato Ambientale attraverso undici descrittori. L’undicesimo prescrive che l’introduzione di energia (incluso il rumore sottomarino) non influenzi negativamente gli ecosistemi. Ma come si fa a sapere se li influenza se le conseguenze non vengono studiate? Il rumore sottomarino con ogni probabilità influenza i cetacei. Ma non esistono prove sperimentali di un nesso causa effetto tra air gun e spiaggiamenti di delfini e balene, semplicemente perché non si sono mai fatti esperimenti al riguardo. Il Golfo di Taranto ospita significative popolazioni di cetacei. Le ricerche petrolifere con l’air gun come minimo li disturberanno. Possono andare altrove, si potrebbe dire. Ma stanno lì perché il Golfo è all’apice di un canyon sottomarino che arriva alle massime profondità del Mediterraneo, e su da quel canyon risalgono i nutrienti. I cetacei stanno lì perché il posto è molto ricco, altrove non troveranno le stesse condizioni.
E non ci sono solo balene, in mare. Non sappiamo cosa queste attività possano fare ai coralli bianchi che vivono nelle profondità dei nostri mari. Non sappiamo quasi niente.
Sappiamo che abbiamo firmato accordi per limitare l’uso dei combustibili fossili. E nello stesso tempo perforiamo il nostro mare per estrarli. In più diamo le concessioni a aziende straniere: di chi saranno quei combustibili? Perché non li prendiamo noi, allora?
Ma sarebbe poco saggio prenderli. Ora abbiamo abbastanza gas per gestire la transizione da petrolio e carbone verso le rinnovabili. Lo importiamo da paesi instabili politicamente, ma per il momento ce lo vendono a prezzi competitivi, e lo saranno ancora di più con il terzo gasdotto che, si spera, eliminerà il carbone e le polveri sottili se sarà utilizzato per le centrali. Le nostre riserve hanno valore strategico, nel caso ci chiudano i rubinetti. E’ una follia esaurirle, ed è strano che le concessioni e i permessi siano richiesti da aziende straniere.
E’ una politica schizofrenica. Da una parte si chiede di transitare alle rinnovabili e dall’altra si perfora il fondo marino per estrarre combustibili fossili. La natura sequestra il carbonio nei depositi fossili. Ci vogliono milioni di anni perché questo servizio ecosistemico si realizzi, e noi che facciamo? Estraiamo quel carbonio e lo bruciamo. Il risultato è che aumenta l’anidride carbonica nell’atmosfera, e aumenta il riscaldamento globale.
Come mai si stanno dando queste concessioni? E’ chiaro che sono una follia. Vanno contro la Strategia Marina dell’Unione Europea che chiede che non si immettano rumori in mare. Non convengono strategicamente perché esauriscono risorse che ci potrebbero servire in momenti critici. Non convengono economicamente perché i vantaggi li avranno aziende straniere.
Quali motivazioni stanno dietro a queste decisioni? Forse io non capisco molto di strategie economiche e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse. Però un pochino di ambiente capisco e so che non è saggio distruggere il capitale naturale per aumentare il capitale economico. Alla fine si pagano costi (anche economici) che sono ben maggiori dei benefici. Come al solito, però, i benefici vanno ai privati e i costi sono a carico del pubblico.
Se vogliono approvazione, i politici che hanno effettuato questa scelta ce la devono spiegare un po’ meglio. Altrimenti diventa legittimo il pensiero che si voglia favorire la lobby dei petrolieri. Come si potrebbe sospettare un atteggiamento in favore di quella dei banchieri che fottono i risparmiatori. O un atteggiamento in favore della lobby dei costruttori, quando si pianificano spese faraoniche in giochi olimpici e, quando questi vengono bocciati, si ricomincia a parlare di ponte sullo stretto di Messina. Tutte cose che danno lavoro, non lo metto in dubbio, ma non potremmo una volta tanto usare i soldi pubblici per risanare il nostro territorio, invece di svenderlo e di continuare a devastarlo? Ma, ripeto, forse non sono abbastanza intelligente a capire la logica di queste scelte. Spero proprio che i responsabili di tutto questo riescano a farcelo capire. Perché questo non è sviluppo economico, è devastazione del capitale naturale. Chi pagherà il conto di politiche dissennate? Stiamo già pagando il conto delle politiche dissennate del passato, potremmo non continuare sulla stessa strada?



SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 176 - (25 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 28 Ottobre 2016 18:03

Vivremmo meglio se tutti insegnassimo la storia


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 25 ottobre 2016]


Una superficie liscia sulla quale l’acqua scorre senza lasciare traccia se non un umidore che dopo breve tempo si asciuga. Si ha l’impressione di vivere in un tempo così: un presente assoluto e lineare, senza profondità, senza prospettiva, sospeso, che viene dal niente e va verso il niente. Senza storia, senza memoria. Come se tutto quello che esiste sia stato inventato in quell’istante, come se si dovesse consumare in quello stesso istante. Una condizione trasversale, che vale per tutto, per la conoscenza, per l’esperienza, per i fatti che accadono vicino o lontano, per l’osservazione, per la riflessione, per ogni espressione, per il pensiero in tutte le sue manifestazioni. Si pensa per quello che serve, e basta. Poi si azzera quello che si è pensato, e si ricomincia, per cui la cognizione non si sedimenta, non si stratifica, non si costituisce come eredità di ciascuno e di tutti. Ogni cosa si fa effimera, vaga, inutilizzabile dopo l’uso momentaneo. Pare che sia così anche per l’arte che in molte sue forme non tiene conto dell’universo di cui fa parte e da cui si è sviluppata. Si produce una forma e insieme alla forma si innalza un altare al nuovo assoluto, all’assolutamente inedito. Non si fa riferimento, non si riconosce un debito, si disconosce il passato più o meno consapevolmente, più o meno maliziosamente, non si ha il piacere dell’orgoglio e dell’umiltà della citazione.

Solo la scienza, forse, si sottrae a questa eternità dell’estemporaneo, probabilmente perché se non si sottraesse non potrebbe essere scienza.

La storia, quella cosa che rappresenta l’esistere degli uomini nel tempo e nello spazio, con le loro fortune e le loro sfortune, con le loro nobiltà e le loro miserie, quella cosa forse ha insegnato poco, sempre. Ma in questo tempo insegna anche meno di quel poco, quasi niente. Se insegnasse molte scelte in tutti i campi e a tutti i livelli sarebbero diverse. Se insegnasse sarebbe diversa l’Europa, per esempio. Basterebbe soltanto che insegnasse qualcosa la storia del Novecento, per non andare lontano. Sarebbe diverso il mondo, per esempio.

Si prende il frutto dall’albero e si guarda soltanto il frutto e forse anche, ma distrattamente, il ramo dal quale pende il frutto. Il tronco non interessa, meno che mai interessa la radice, non interessa chi ha preparato il terreno, ha piantato l’albero, lo ha guardato crescere, lo ha protetto dal vento e dal gelo, e prima di piantarlo, di guardarlo crescere, di sorvegliarlo, lo ha sognato.

Si prende il frutto. Punto. Spesso lo si butta, senza alcun rispetto, dopo averlo soltanto assaporato. Tanto non si conosce il sacrificio che c’è dietro, dentro quel frutto. Così, ancora per esempio, c’è chi assapora il frutto della libertà di pensare, di dire, di fare, e di pensare diversamente da come aveva pensato, di dire altro rispetto a quello che aveva detto, di rifare, chi rivolge lo sguardo alla sua bellezza straordinaria, ma non esprime e non dimostra rispetto nei suoi confronti, non ne testimonia l’apprezzamento, non ne afferma l’indispensabilità, forse perché non conosce il tronco, non sa in che terra affonda la radice, né chi l’ha preparata, guardata crescere, protetta, non sa chi segretamente o manifestamente l’ha sognata, chi la sogna ancora ad occhi aperti, anche pagando a caro prezzo il sogno.

Gli esempi sarebbero infiniti, relativi ad ogni contesto, circostanza, situazione.

Dunque abbiamo bisogno di conoscere quello che è stato, per non ricominciare sempre tutto daccapo, per non improvvisare in continuazione. Abbiamo bisogno di imparare la storia e di qualcuno che la insegni. Soprattutto che la insegni bene. Quello della storia è l’insegnamento più difficile. La storia ha innumerevoli trame, innumerevoli intrecci, una folla sconfinata di personaggi, mutamenti continui, vorticosi, di prospettive, contraddizioni, significati palesi e nascosti. La storia è la materia più difficile. In storia due più due fa sempre tre, cinque, dieci, cento, mille. Quasi mai fa quattro. A volte, quando fa quattro, può darsi che si sia sbagliato il conto. Non esiste una disciplina che si possa insegnare ed apprendere senza insegnare ed apprendere la storia, per il semplice fatto che ogni disciplina è pensata ed elaborata da uomini. Uomini e storia sono sinonimi.

Quindi la storia dev’essere insegnata da tutti coloro che hanno conoscenza di qualcosa che riguardi gli uomini, e non c’è chi non ne abbia. Dev’essere insegnata in ogni luogo perché non c’è luogo in cui non possa essere insegnata. Un insegnamento continuo, trasversale, diffuso, organico ma anche disorganico, spontaneo. La storia dev’essere insegnata a scuola, certo, in modo intenzionale e sistematico. Ma non basta. Anche un giornale deve insegnare la storia, anche un poeta, un narratore, un politico, un economista, un pittore, un sacerdote, un marinaio, un aviatore. Devono insegnare la storia tutti quelli che non cito perché anche in questo caso l’elenco sarebbe infinito. Ciascuno a suo modo. Lo si potrebbe anche considerare un dovere. La società deve insegnare la storia e far comprendere quali sono le cause e quali sono gli effetti di ogni fatto, di ogni fenomeno, ogni cosa, quale terreno, quale radice, quale tronco, quale coltivazione e quale sogno hanno portato a maturazione il frutto che si sta assaporando.

Allora probabilmente sbagliavo quando ho detto, qualche riga sopra, che la storia è la disciplina più difficile da insegnare. In fondo, metodologicamente, è la più semplice. Basta soltanto dirsi: ecco, noi siamo qui, ora, così. Vediamo di capire chi siamo noi, perché siamo qui e perché il qui è nel modo in cui lo vediamo, perché siamo così come siamo, perché ora è diverso da allora e perché chi c’è ora è diverso da chi c’era allora, che cosa ha provocato il cambiamento di noi, del qui, del così.

Ecco, il metodo è semplice davvero.

Poi comincia il groviglio delle risposte, delle ipotesi, delle analisi, delle comparazioni, dei distinguo, delle interpretazioni. Ma il bello dell’insegnamento e dell’apprendimento della storia sta proprio nel tentativo di sgrovigliare il groviglio.


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