Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
Nel pubblicare le impressioni di una partecipante alla gita, che ringraziamo vivamente per la sua efficace e tempestiva testimonianza, alleghiamo alcune foto, dovute anche queste a Claudia Megha e... Leggi tutto...
Programma febbraio 2018
Ecco il programma delle nostre attività di febbraio, caratterizzato da uno spettacolo di burattini che ci aiuti a cogliere meglio lo spirito carnevalesco, magari attirando un pubblico di bambini in... Leggi tutto...
Un incontro proficuo e uno spostamento (eccezionale) di sede
È stato un incontro molto proficuo, quello che ha inaugurato i nostri incontri nel 2018 in una cornice nuova e per certi versi sorprendente (piacevolmente sorprendente!) come la nuova sede del... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Parole che fanno male alle donne PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 05 Dicembre 2016 07:23

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa puntata e nella prossima ci occuperemo di parole molto usate ai nostri giorni e del valore che alle stesse attribuiamo.

Spunto di partenza. La scorsa settimana, venerdì 25 novembre, si è tenuta la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con questa iniziativa governi e organizzazioni di tutto il mondo sono sollecitati a promuovere attività in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle violenza contro le donne. La data è simbolica, ricorda il brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, che  pagarono con la vita la loro opposizione al regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, gettate in un precipizio a bordo della loro auto per simulare un incidente.

Il giorno prima della giornata contro la violenza, giovedì 24 novembre, in non casuale coincidenza, Laura Boldrini, Presidente della camera dei Deputati, ha messo un post su Facebook per mostrare alcuni degli insulti e delle minacce ricevuti nell’ultimo mese. Una caterva impressionante, in un sol mese. Messaggi terribili come questi: «Ma mai nessuno l’ammazza a sta terrorista»; «Per Natale voglio stare chiuso in una stanza con te, soli, tu ed io. Solo noi e la mia accetta. Partirei con il taglio delle mani». E insulti a sfondo sessuale.

Il fenomeno richiede attenzione, non si tratta di un caso isolato. I social network traboccano di volgarità, di espressioni violente e di minacce con riferimenti sessuali. La Presidente della Camera ha fatto benissimo a denunziare questi messaggi indicandone anche il mittente, chi si esprime in modo così squallido deve essere identificato e richiamato alle proprie responsabilità.

La rete è un mezzo meraviglioso, una miniera praticamente inesauribile di informazioni e riflessioni. Ma attenzione. Non sempre le informazioni che vi circolano sono attendibili, spesso si tratta di vere e proprie falsità, magari messe in giro ad arte. «Non è vero ma ci credo – Vita, morte e miracoli di una falsa notizia» è il titolo del convegno che si è svolto il 29 novembre nella Sala della Lupa di Montecitorio. Morale: verificare sempre, fa bene all’intelligenza e alla democrazia. La rete a volte può rivelarsi terribile, vi circola un’enorme quantità di «parole per ferire» (così le definisce Tullio De Mauro nell’«Internazionale» del 27 settembre 2016), «parole, parolacce e paroline» usate nella lingua di tutti i giorni, attraverso le quali vengono veicolate intolleranza, discriminazione e odio. Diventa un vero strumento di tortura, sono numerosi i suicidi di persone che non resistono alla pressione moltiplicata del mezzo e alla violenza estrema che vi circola. Di fronte a problemi così complessi in molti invocano interventi legislativi. «Cosa aspettiamo a mettere un freno, anche legale, a questo stupidario minaccioso e insolente?» reclama Dacia Maraini sul «Corriere della Sera» del 26 novembre. È giusto, non possiamo far finta di niente, dobbiamo far qualcosa. Anche la lingua può fare la sua parte, l’uso adeguato del lessico conta moltissimo.

Una parola non più tanto nuova, impiantatasi nella lingua da una decina d’anni per indicare qualcosa che accade da sempre e che oggi si ripete spessissimo, è femminicidio. Significa l’ ‘uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Così dicono i vocabolari: i vocabolari sono preziosi, ci insegnano moltissime cose, se sappiamo interrogarli. Un collega intelligente mi ha chiesto: perché inventare una nuova parola, non basterebbe omicidio, una parola che già esiste e che tutti conoscono? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano indica l’uccisione di una o più persone. E quindi la parola omicidio può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini.

Il dubbio è legittimo. Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile? La risposta, anche in questo caso viene dai vocabolari. La voce femmina viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo spregiativo, la soluzione è lì. Anche ai piani alti della letteratura: «Femina è cosa mobil per natura» afferma Petrarca, 183 12, per la verità con accezione più negativa che spregiativa, riprendendo un luogo comune secolare che rimonta a Virgilio, Eneide IV 569: «mutabile semper femina». Chi userebbe la parola femmina per definire la propria moglie, la propria madre, la propria sorella o la propria figlia? Nei dialetti meridionali malafemmina indica una donna di facili costumi, ricordate la notissima canzone napoletana Malafemmena scritta e musicata da Totò (1951) e il film collegato Totò, Peppina e la malafemmina di qualche anno dopo (1956). Il femminicidio, l’assassinio della femmina, indica il delitto  commesso da chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se la donna si rifiuta, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca che nasce da un atteggiamento culturale ributtante.

Quando in una società si generano forme mostruose di sopraffazione e di violenza è opportuno inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. Non si tratta di una parola inutile o in più: l’invenzione del neologismo indica un rovesciamento di prospettiva rispetto al sentire di alcuni, costituisce una fondamentale precisazione culturale e morale, chiarisce le implicazioni etiche collegate. E quindi è giusto usare femminicidio, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola femminicidio; il generico omicidio risulterebbe troppo blando.

Torniamo all’episodio di partenza, alla denunzia pubblica fatta dalla Presidente della Camera. Insulti e allusioni malevole purtroppo non sono esclusiva di alcuni imbecilli che approfittano della copertura che la rete fornisce per dare sfogo alla propria violenza malata. È bellissima la raffigurazione che Maurizio Crozza fa dell’odiatore telematico di professione, che insulta chiunque gli capiti a tiro informatico e così dà sfogo alle sue frustrazioni. Non sono immuni da questa attività personaggi pubblici dimentichi del proprio ruolo, forse alla ricerca di facili consensi elettorali, più presunti che reali (credo a elettori più saggi e probi dei loro rappresentanti). Circa 3 anni fa Beppe Grillo postava sul suo profilo Facebook con finta ingenuità la seguente domanda: «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?». Le risposte dei seguaci non si fecero attendere: moltissimi gli insulti (spesso a sfondo sessuale), i suggerimenti alla violenza, le frasi di scherno. Più recentemente Matteo Salvini  ha così commentato l’arrivo sulla scena di una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia già stata esibita...». Di fronte alle critiche, Salvini ha confermato il suo atteggiamento e non si è scusato («anzi è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani»). Su Facebook  ha scritto: «Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!» con tanto di foto e sopra la scritta «#sgonfialaboldrini». Ancora la rete come facile mezzo per offendere.

Sta a noi compiere scelte linguistiche adeguate, usare la lingua per argomentare e per difendere le proprie ragioni puntando sul convincimento e non sull’irrisione o sulla sopraffazione. Ovviamente l’uso corretto e moderato della lingua non può impedire la violenza che attraversa la società. Ma può favorire la presa di coscienza dei comportamenti collettivi e, in una certa misura, contribuire al miglioramento della società.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Presentazione di Marco Leone, Sul Barocco in Italia. Dieci capitoli di storia letteraria PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Sabato 03 Dicembre 2016 10:47

A cura di Gianluca Virgilio

 

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L’Osceno del villaggio: forma e contenuto PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Franco Melissano   
Giovedì 01 Dicembre 2016 18:45

Ne L’Osceno del villaggio, raccolta di articoli già apparsi su diverse testate giornalistiche e blog pubblicata quest’anno da Paolo Vincenti per i tipi della ArgoMenti Edizioni, il contenuto si sposa magnificamente con la forma prescelta.

Non si intende qui fare riferimento allo stile giornalistico utilizzato, giacché la stessa natura di quegli scritti lo imponeva necessariamente. D’altra parte Vincenti lo dichiara apertis verbis, sebbene sempre con il solito taglio ironico che lo caratterizza, allorquando in L’Oscena Italia gioca a più riprese con la preoccupazione, tipicamente giornalistica, delle “battute, spazi inclusi”.

La forma qui è data, invece, soprattutto dal linguaggio con il quale Vincenti tesse la trama dei vari pezzi.

Un linguaggio moderno, giovanile, a volte molto vicino a quello in uso nei mass-media e nel mondo della musica leggera, soprattutto dei cantautori. Non è un caso che più di un esergo sia tratto da canzoni di Dalla, Venditti, Vecchioni, Ligabue eccetera.

Molti neologismi derivano dal linguaggio dei giovani. Ad esempio, parlando dei cine-panettone e dei Vanzina, Vincenti ne mette in risalto il “loro portato di flatulenze, rutti, sbroccamenti e volgarità varie”. Ecco. Sbroccamento - termine romanesco, che sta per perdita totale di ogni controllo – è chiaramente mutuato dal linguaggio giovanile.

Non possono sfuggire i numerosi forestierismi: francesismi, ma soprattutto anglismi. Vincenti li usa con grande naturalezza e scioltezza, persino quando forse si potrebbe utilizzare il corrispondente termine italiano. Ma ciò egli fa sempre con naturalezza, senza snobismi intellettuali di sorta.

Anche qui un solo esempio: a proposito dei ragazzi di oggi che riescono a pronosticare molto rapidamente se un film gli piacerà oppure no, scrive che essi riescono a farlo dal “primo frame”. Non dalla prima immagine. No. Dal primo frame.

Spesso ricorrono delle forme volutamente popolari o comunque dell’uso corrente. Così ad esempio “Euri” al posto del più paludato “Euro” (maschile invariabile). Non mancano alcuni toscanismi. Parlando di un pubblico scaltrito, scafato, non facile da raggirare, ci imbattiamo nell’espressione “non certo facile da imbecherare”.

Tuttavia, l’uso di questi termini moderni, frizzanti, vivaci non impedisce a Paolo Vincenti il ricorso alla citazione culta. E così con nonchalance, senza citarlo espressamente, egli richiama l’Orazio dell’Ars Poetica (“in tema di utile dulci”); oppure apre il toccante ricordo del compianto Sergio Torsello con l’acronimo R.I.P. (Requiescat in pace).

La robusta cultura classica dell’Autore emerge prepotentemente, contribuendo ad arricchire ulteriormente un linguaggio estremamente articolato, composito, variegato, sempre piacevole ed accattivante.

 

Altre volte invece le citazioni sono esplicite. Il lettore ne troverà a bizzeffe: da Dante ad Ungaretti, da Dione Crisostomo all’Apocalisse di Giovanni, da Breton a Corrado Guzzanti e Pippo Baudo, tutti sono citati con estrema naturalezza all’interno di un discorso asciutto, rapido, essenziale.

Quanto ai contenuti occorre premettere che Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro. E questa sua tendenza a contrastare sempre, immancabilmente, l’opinione dominante, ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali. Come quando, ad esempio, in Privilegi arriva a criticare papa Francesco per l’uso della Ford Fiesta o il Presidente Mattarella per il ricorso al treno.

Vincenti – uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita - si consente il lusso di scagliare i suoi strali in tutte le direzioni, contro tutto e contro tutti. E tuttavia lo fa sempre senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì “con il sorriso sulla bocca”, ritenendosi egli “un disimpegnato”.

E questo è vero, ma solo parzialmente; perché, se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente al cinismo.

Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) e la difesa della Grecia come gelosa salvaguardia della cultura e della civiltà occidentale, fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori (amore per la cultura, onestà, impegno nel lavoro e nella vita, coerenza, aspirazione ad una società migliore ecc.) che l’Autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno.

D’altra parte gli articoli che compongono l’antologia ben si possono definire di satira sociale e politica, e la satira, come insegna Giovenale, nasce sempre, immancabilmente da una potente reazione di sdegno, di profonda indignazione (Facit indignatio versum).

Il libro, arricchito dalle stupende vignette di Melanton, è estremamente interessante e si offre ad una lettura piacevole.


Vie traverse 3. Uscita di scuola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 30 Novembre 2016 19:16

Invidio certi genitori che arrivano davanti alla scuola dei loro figli all’ultimo minuto. La mia attesa di solito varia dal quarto d’ora ai cinque minuti, quanto basta per dare un’occhiata in giro. Volgo le spalle al Consorzio agrario, appoggio il piede al muro, sostenendomi sull’altro in equilibrio, e aspetto.

L’edificio scolastico elementare di epoca fascista mi si para davanti in tutta la sua lunghezza, con la fuga di finestre disposte su due piani e il balcone centrale sporgente che conferisce alla costruzione una certa monumentalità. Di fronte si aprono i giardini, piantati ad alberi di bella vista che svettano sopra un manto verde di prato inglese. Piazza Fortunato Cesari è la piazza novecentesca della città. Alla mia destra, la gran fabbrica della clinica San Francesco, davanti a me, la recinzione dei giardini. Quando fu che vennero rinchiusi, questi giardini? A diciott’anni stavamo ancora sul muretto semidiruto, ma buono per sederci sopra. A vent’anni c’era già una recinzione con tanto di alabarde: o dentro o fuori. E noi, che eravamo sul limitare, tutti fuori. D’accordo, bisognava bonificare la zona, impiantare i giochini dei bambini, salvaguardare le panchine dei vecchi, d’accordo. Ma io sto parlando di un’altra cosa, di quelli che si trasferirono in piazza Alighieri, distesi per terra, sporchi, allucinati, prima di essere portati via e rinchiusi in qualche comunità. Molti di loro, bisogna andare al cimitero per trovarli.

Lungo il muretto c’era una lunga siepe di pino profumato e ora mi sembra impossibile che ci passassimo dentro carponi come un treno in una galleria. L’ho letto da qualche parte o davvero durante i nostri giochi infantili una volta ho messo la mano su un pezzo di cacca? Negli anni mi sono convinto che i bambini si nascondessero lì dentro per fare i loro bisogni. I bagni pubblici erano troppo lontani e sporchi più che la terra, come oggi questi che hanno costruito nuovi, sempre rotti, del resto. Il leccio alto, fronzuto, era una casa spaziosa con una comoda scala che ti portava in alto, fin sulla cima, da cui potevi vedere in lontananza la chiesa madre quasi alla tua altezza. Mio Dio, combatto sempre, ogni giorno, ogni minuto, contro la nostalgia, contro tutte le nostalgie, le svenevoli nostalgie che ingombrano l’animo. Pertanto, so bene che tutto è destinato a passare, noi per primi, coi nostri affetti e tutto il nostro mondo, so bene quanto sia parassitario lo spirito di chi vive solo per ricordare. Pertanto, io non sono, io non voglio essere nostalgico! Però, come non rimpiangere le siepi di pittosporo, coi loro fiori bianchi di maggio, profumatissime più di un gelsomino. No, non mi lamento che ora tutto questo non ci sia più, mi limito a constatare come una diversa potatura dell’albero e l’idea fissa del prato inglese abbiano avuto il potere di rompere una scala naturale ben fatta e di travolgere una casa vegetale dove si svolgevano mille giochi, di schiantare una siepe che ti faceva innamorare, come se fosse intervenuta un’alluvione che porta via tutto senza chiedere il permesso a nessuno. Del resto, non sono contento di avere un parco giochi per i miei bambini, con tanti giochini diversi, tutti di plastica, tutti recanti il certificato di osservanza delle norme UE, che mi garantiscono che mai mia figlia potrà farsi male, almeno non giocando con quei giochini? Inoltre, ora l’albero è più bello, non ha più la forma di un ampio cespuglio che non conosce la sega del potatore, ma proprio quella di un albero, preciso preciso, con tanto di fusto che s’innalza sopra l’erbetta verdognola. D’estate, la si innaffi di notte, per cortesia!

Era proprio in quel luogo che facevamo le partite di pallone? La porta con un solo palo, il tronco d’una ghianda, e l’altro bisognava segnarlo con una pietra, che poi non si sapeva mai s’era goal oppure no! Era uno dei cento campetti cittadini. E tutti gli altri, dove sono finiti? Ai miei studenti devo assegnare una ricerca: prendi uno stradario della città, chiedi a tuo padre, o a tuo nonno, se tuo padre è troppo giovane, di cerchiare i luoghi dove ha giocato al pallone quand’era ragazzo. Fatti raccontare (e trascrivilo) un pomeriggio tipo trascorso in un campetto. Quindi fai le tue considerazioni personali. Triste memoria dei campetti, ricoperti da un’unica immensa colata di cemento! I miei studenti, poveri loro, pagano fior di euro per tirare calci al pallone!

Un vigile davanti a me disciplina il traffico qualche minuto prima del suono della campanella, quando alla spicciolata, poi tutti insieme come uno sciame di api attratte dai fiori, madri e padri si affrettano all’ingresso della scuola. La consegna del figlio al genitore da parte dell’insegnante avviene sul limitare del recinto scolastico, dove all’istituzione-scuola subentra l’istituzione-famiglia nella custodia del bambino. Il vigile fischia alla minima infrazione e nessuno può sgarrare d’un centimetro, tutti dentro le strisce azzurre, pure l’assessore che arriva con una macchina grande come un camion, così, giusto per garantirsi una certa visibilità. Sopra di noi, entro il recinto alabardato, s’aprono alti pini e radi. Chi si permetterebbe ora di tirare di fionda pallini di piombo colati di bocca misti a saliva nella sacca di pelle contro le tenere facetule? Lu Culetta io me lo ricordo ancora intendo all’operazione venatoria, ma come tutti i ricordi, rivederlo oggi con la freccia in mano sarebbe anacronistico. E poi, avrà i miei anni, dei figli come li ho io, chissà dove li manda a scuola?

Drinnnnnnn: escono i bimbi di scuola, con zaini tutti uguali, pesanti, goffi. Ho bisogno di guardare i visi delle mie bambine per riconoscerle: sono state a scuola di omologazione.

Poi, mentre andiamo verso l’auto, cominciano a litigare per chi salirà davanti: si strattonano, lavorando di gomito, mentre io cerco di dividerle e di metterle a tacere. Però, dentro di me penso che, in fondo, io e mia sorella, trent’anni fa, non eravamo poi così diversi. Andiamo a casa, è ora di pranzo. Poi, se ci andrà, faremo un giro in campagna.

[2006]


SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 180 - (28 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 30 Novembre 2016 06:54

Il buon “maestro” deve insegnare a sognare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di  lunedì 28 ottobre 2016]

 

 

C’è una poesia del ligure Giuseppe Conte che si intitola “L’insegnante”, i cui ultimi versi dicono così: “Eri un ragazzo, non dimenticarlo/ il tuo sogno di allora/ e quanto di esso si è compiuto poi:/ potrai insegnare il sogno?”.

Forse il sogno non si può insegnare: quel sogno ad occhi aperti che proietta nel tempo un’immagine di sé, di come si vorrebbe essere, di cosa si vorrebbe pensare, di cosa si vorrebbe fare quando gli anni e le occasioni della vita offrono una qualche  possibilità, quando negli anni si cercano e si fabbricano giorno per giorno, ora per ora, con entusiasmo, con affanno, occasioni che diano possibilità per la vita.

Forse il sogno non si può insegnare. Oppure, forse, non si può insegnare altro che il sogno: non si può insegnare nient’altro che ad essere per poter fare, a costruirsi le possibilità, a darsi costantemente un senso, a dare costantemente un senso a tutto quello che s’impara, senza disperdere mai un solo frammento di sapere, una sola scaglia di qualsiasi disciplina.

Non si può insegnare altro che ad immaginare, a prefigurare il proprio essere nel tempo. A cos’altro può servire una disciplina, qualsiasi disciplina, se non a questo. A cos’altro può servire una poesia, per esempio, o un metodo per la soluzione di un problema, o il concetto di una filosofia, o la conoscenza di un contenuto di biologia; a cosa può servire la storia se non ad incamminarsi verso l’orizzonte con la conoscenza dell’umano da cui si proviene; a cosa può servire tutto il resto se non diventa l’acqua e il pane da mettere nella bisaccia per poter fare la strada che si ha da fare.

Se questo non è vero, se l’insegnamento non deve servire a dare quel che è indispensabile  per fare la strada, allora si può anche rinunciare ad insegnare il sogno. Se invece è vero che deve servire a dare al viandante l’acqua e il pane e l’alfabeto essenziale per interpretare i segni del cielo, le tracce sul terreno, la scrittura di un libro, allora non si può fare altro che insegnare il sogno.

Insegnare il sogno significa conformare un pensiero capace di pensarsi sempre al di là: oltre il tempo presente, fuori dallo spazio che si abita, diversi da come si è, con creature diverse da quelle che si conosce, in situazioni e condizioni differenti da quelle in cui ci si trova.

Insegnare il sogno significa esercitare il pensiero alla crescita. Significa anche abituarlo ad oltrevedere, a decodificare i segnali del presente in funzione di una prefigurazione del futuro.

Insegnare il sogno significa insegnare a disegnare paesaggi di futuro ed a pensarsi dentro quei paesaggi.

In questo processo di insegnamento che elabora visioni dell’essere in contesti a venire non c’è nulla di astratto. Al contrario, avviene attraverso la concretezza degli apprendimenti, la consistenza delle conoscenze.

L’insegnamento del sogno è semplicemente una formazione del pensiero alla previsione, al pre-vedere la realtà che sarà e la possibilità di collocarsi significativamente in quella realtà. Vuol dire insegnare a capire come sarà domani e come si potrà essere nel domani che sarà.

Insegnare il sogno significa insegnare a credere che si possano violare i propri confini, che si possano abolire i limiti, che si può scrutare al di là dell’orizzonte visibile; significa insegnare la necessità della continua esplorazione di territori nuovi, di saperi sconosciuti.

Ci sono sogni individuali e sogni collettivi: si deve insegnare ad avere ed a realizzare sia quelli individuali che quelli collettivi, perché hanno la stessa importanza, perché sono interdipendenti. I sogni collettivi sono l’integrazione e l’interazione di quelli individuali, per cui occorre cominciare dai primi, da quelli di  ciascuno. Occorre insegnare che molto spesso, quasi sempre, il pensiero contempla il possibile, che abbozza progetti realizzabili. Se poi i progetti abbozzati si traducono in opera compiuta, dipende quasi esclusivamente dalla passione e dalla disponibilità ad investire la propria esistenza per dare concretezza alla passione; dipende dalla conoscenza e dalla capacità di renderla funzionale alla realizzazione del sogno; dipende da quanto si è disposti a rinunciare all’immediato tornaconto, a sacrificare l’istante presente a vantaggio di quello futuro.

Ma sono i sogni collettivi che assumono la responsabilità nei confronti dell’evoluzione.

Tutte le civiltà, in fondo, provengono da un sogno. La democrazia proviene da un sogno, per esempio; lo sviluppo, il progresso hanno la stessa origine.

Non è un caso che il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington,  Martin Luther King abbia espresso una speranza di civiltà attraverso la metafora del sogno ripetuta otto volte nel discorso:  I have a dream.

Stava dicendo che le azioni, i processi di trasformazione, le conquiste dei diritti, si generano da un sogno.  Stava insegnando ad avere sogni di civiltà da realizzare.

D’altra parte, in qualsiasi situazione in cui c’è qualcuno che insegna e qualcuno che apprende, si rivela necessario, indispensabile, attribuire un senso profondo all’insegnare e all’apprendere. Il senso profondo non può consistere in una rappresentazione delle cose che sono. Sarebbe limitato, riduttivo, forse anche banale. Probabilmente la profondità di senso è determinata dalla possibilità che  la conoscenza consente di trasferirsi  nell’avvenire.

Quel bambino di sei anni, il ragazzino di dieci, l’uomo che ne ha venti, devono riuscire a comprendere verso quale condizione stanno andando.

Per poter comprendere bisogna avere la possibilità di confrontarsi con l’oggetto da comprendere: è necessario poter vedere, figurarsi una forma, rendersi prossima la conoscenza da conquistare.

La conoscenza è un costante approssimarsi a qualcosa nella consapevolezza che ogni conoscenza è sempre relativa e che qualsiasi conquista è, fortunatamente, sempre limitata.

Allora, probabilmente, insegnare il sogno significa dare a tutti ed a ciascuno  strumenti con i quali realizzare quelle forme di civiltà che  in un’aula di scuola vengono mostrate non come modelli del migliore dei mondi possibili ma come possibilità di   un mondo migliore di quello in cui si vive.

Forse alla domanda del verso della poesia di Giuseppe Conte si potrebbe rispondere proprio così: insegnando come si fa a costruire un mondo migliore di quello in cui si vive.


La lingua batte dove l’accento vuole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 29 Novembre 2016 06:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 27 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo agli interventi dei lettori, molti scrivono e mostrano interesse per i temi che trattiamo. Benissimo.

Diego Símini, che insegna Letteratura spagnola nella nostra università, fa un’osservazione che riguarda l’uso degli accenti nella lingua scritta. «In spagnolo la Real Academia ha da tempo dettato norme ortografiche che in pratica, se applicate (e in genere lo sono) tolgono al lettore ogni dubbio circa l’accentazione delle parole. In italiano invece solo il contesto o l’intuito consentono di disambiguare l’accentazione di parole come ancora (àncora ‘oggetto per ormeggiare l’imbarcazione’ ~ ancóra avverbio di tempo), nocciolo (nòcciolo ‘parte interna di certi frutti’ [es.: «il nòcciolo della ciliegia»] ~ nocciòlo ‘arbusto che produce le nocciole’), ecc. Inoltre si dà per scontato, senza segnalare, che regola, torrido siano con l’accento sulla prima sillaba, mentre la maggioranza delle parole italiane sono piane, con l’accento sulla penultima sillaba. Più difficile è la situazione dei nomi di luogo. Sulle carte geografiche a volte ci sono gli accenti, ma non sempre. Prima di arrivare a Lecce [Símini è toscano, insegna e vive nella nostra città da molti anni] avevo notato la vicinanza di Galatina e Galatone (leggendo, non sapevo che l’accento è diverso) e mi ero lasciato portare dall’idea che uno fosse diminutivo e l'altro accrescitivo di un ipotetico *Galata [???]. Ma i casi sono tanti. Parlando di toponimi, c’è una curiosità riguardante la loro traduzione. Le città importanti hanno nomi diversi a seconda delle lingue (Milano è Milan in francese e in inglese, Milán [con l’accento] in spagnolo, Mailand in tedesco) mentre i piccoli centri mantengono il nome originario. Mi piace citare alcuni curiosi spostamenti di accento: in spagnolo Ravènna si chiama Rávena, Brìndisi diventa Brindìsi».

La questione è complessa, lo capiamo meglio se paragoniamo la nostra lingua ad altre vicine. In altre lingue l’accento grafico fornisce una varietà di informazioni, per scopi differenti. Abbiamo visto prima la situazione dello spagnolo. Nel francese si pongono accenti differenti perfino in forme diverse dello stesso verbo: l’infinito régner ‘regnare’ ha l’accento acuto (per indicare che la vocale è chiusa) e il presente (je) règne ‘(io) regno’ ha l’accento grave (per indicare che la vocale è aperta).

L’italiano fa un uso più parco dell’accento, l’obbligo di segnarlo ricorre in un numero limitato di casi. L’accento deve essere segnato in fine di parola sui polisillabi tronchi (verrò, partirà) e su quei monosillabi che rischierebbero di confondersi con altre parole che si scrivono allo stesso modo (i linguisti dicono che sono omografe): è (verbo) ~ e (congiunzione), (indicativo di dare: «questa zanzara mi dà fastidio») ~ da (preposizione: «resto da solo»), (bevanda: «una tazza di tè») ~ te (pronome: «ascolto solo te»), ecc. La nostra lingua conosce tre tipi di accento: grave (ˋ), acuto (ˊ) e circonflesso (ˆ). Accento grave e acuto sono obbligatori, si usano il primo per indicare è ed ò aperte (caffè; mangiò), il secondo é ed ó chiuse (, perché; córso). Attenzione. Le vocali dell’italiano orale sono 7 non 5 (come comunemente si crede), ci sono due timbri di e (aperta e chiusa) e due timbri di o (aperta e chiusa); nello scritto si usano solo 5 segni grafici. Non si spaventino i salentini che parlando o ascoltando non sanno distinguere le vocali aperte dalle chiuse. La distinzione è tipica della Toscana, da lì è passata nel parlato standard, quello dei grandi attori di teatro (Albertazzi, Bene, Gassmann e altri). La distinzione toscana è sconosciuta ai parlanti di altre regioni (quelli del sud estremo, in particolare). Ma non è un impedimento grave. Nel parlato possiamo fare a meno della opposizione tra vocali aperte e vocali chiuse, la comunicazione passa ugualmente. Al contrario dell’accento grave e acuto, quello circonflesso non segnala un fatto fonico, è facoltativo, di impiego rarissimo e ormai desueto: nessuna grafia comporta l’accento circonflesso obbligatorio, chi lo usa lo fa per preferenza personale. Viene a volte usato nel plurale degli aggettivi e dei nomi in -io: un tempo si scriveva varî (o anche varii) come plurale di vario, principî (o anche principii) come plurale di principio (e serviva anche per distinguerlo da principi plurale di principe). Ma si tratta di grafie un po’ fuori moda, quasi nessuno le usa più. È normale. La lingua cambia nel tempo, cambiano uso e norma linguistica, ormai lo sappiamo.

Pur se mancano regole rigide, a volte si sente il bisogno di ricorrere all’accento per disambiguare le parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi: «i rimproveri possono essere benèfici» ~ «fare sport comporta benefìci fisici»; «queste è una lotta ìmpari» ~ «così impàri a tue spese!», «gli amici mi pàgano una birra» ~ «il mondo pagàno». Su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 6 novembre 2016, p. 3, trovo il titolo: «Taranto, 860 milioni in cassa. Il Patto volàno per la svolta. Secondo il report, il contratto con il governo inciderà sulla crescita». Sotto la foto del ponte girevole tarantino, la spiegazione: «Per Taranto è prevista una crescita annua del 2% sino al 2020, superiore a quella del 5,44% stimata per la provincia in quattro anni». Il titolo mette l’accento su volàno, qui usato in senso metaforico ‘elemento che può favorire lo sviluppo’, per distinguere questa parola dal verbo vólano: «gli uccelli vólano».

Le ambiguità aumentano quando si tratta di parole poco ricorrenti o poco conosciute, di città e stati lontani, di alcuni cognomi. Nel servizio di consulenza dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) Paolo D’Achille, che insegna a Roma 3, così risponde al quesito se si debba dire Ucràina o Ucraìna, ucràino o ucraìno (quasi mai nello scritto queste forme vengono accentate): «Molti si pongono questa domanda, specie dopo la grave crisi nei rapporti di questo Stato con la Russia. Del resto, non è che uno dei tanti problemi di accentazione dei polisillabi che affliggono o caratterizzano l’italiano di oggi (guaìna sarebbe più corretto di guàina e diàtriba di diatrìba, ma chi usa la forma corretta può facilmente passare per uno che sbaglia!) e che non di rado riguardano proprio i toponimi (Benàco pronunciato Bènaco, Belìce pronunciato Bèlice) Gli spostamenti dell’accento di parola sono in genere un tipico fattore dell'evoluzione delle lingue (noi diciamo cadére ma i latini dicevano càdere, diciamo rìdere e loro dicevano ridére). Per quanto riguarda i nostri due nomi (e aggettivi) va detto subito che oggi sono accettabili entrambe le pronunce, anche se la più corretta, a rigore, sarebbe quella in passato spesso ritenuta sbagliata, cioè quella con l’accento sulla i».

Oscillazioni sono frequenti. Sento pronunziare indifferentemente come Bìrago o Biràgo la via ove si trovano gli edifici del Dipartimento di Beni culturali del nostro Ateneo. L’intitolazione ricorda Dalmazio Birago, un aviatore alessandrino caduto ventisettenne nel cielo di Amba Alagi durante la guerra di Etiopia. Birago (con accento sulla à, Biràgh in dialetto) è una piccola località della Brianza ove nacque Giovanni Pietro Birago, miniatore lombardo che godette del favore di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari. In Salento la doppia pronunzia è giustificabile: la località lombarda, il miniatore rinascimentale, l’aviatore caduto in guerra sono piuttosto estranei alle conoscenze dei salentini, che non possono conoscere la storia di cognomi e di località così remoti.

Ma non sempre si tratta di scarsa conoscenza. Il cognome dell’attuale ministro dell’Economia viene pronunciato Pàdoan anziché Padoàn, come suggerisce l’etimologia (nasce da Padovano, in veneto Padoàn). Nei primi mesi di vita del governo Renzi alla televisione e alla radio le due pronunce (Pàdoan e Padoàn) si alternavano; ma ormai prevale decisamente la prima, perché è stata indicata come quella corretta dallo stesso interessato, la cui famiglia, di origine veneta, si trasferì in Piemonte. Ecco un esempio analogo che riguarda il Salento. Qui è piuttosto diffuso il cognome Bray (Braj, Braì), pronunziato con l’accento sull’ultima (correttamente, secondo l’etimologia: deriva dal nome arabo Ibrahìm). Ma spesso viene pronunziato Brài (con accento su à) quando ci si riferisce a Massimo Bray, ex Ministro dei Beni culturali (di origine salentina), e l’interessato pare condividere.

Nei casi di possibile ambiguità nella pronunzia, possiamo ritenere decisiva l’indicazione proveniente dalle persone direttamente coinvolte? Non può sovvertire l’etimologia, questo è certo, ma può indicare una tendenza o una volontà. Torno al collega citato all’inizio che ha offerto lo spunto per questo articolo. Intenzionalmente mette l’accento sulla prima í del cognome (Símini, l’unico della famiglia a farlo) perché (testualmente) ci tiene «a rimare con Rimini e vimini», e per «facilitare il lettore (che a volte non se ne accorge e sbaglia)».

Quante cose si nascondono dietro quei microscopici segni grafici che chiamiamo accenti!

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Conversazione con… , a cura di Luca Carbone 1. Raffaele Bruno, “Dio non è cattolico” PDF Stampa E-mail
Lezioni dell'a. a. 2016-2017
Lunedì 28 Novembre 2016 06:54

Università Popolare Aldo Vallone Galatina, venerdì 25 novembre 2016

 

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Quaderno di traduzione 71. Une admirable pénétration dans l'inconnu PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 27 Novembre 2016 06:50

Science, technique, pouvoir, éthique, littérature


Traduzione di Annie e Walter Gamet


Note préliminaire

Cet essai trace les grandes lignes des rapports entre science et littérature considérés sous l'angle de leurs implications dans le pouvoir et l'éthique, avec pour toile de fond le passage de la théologie comme science du divin au Moyen Âge à la science comme expression de la technique dans le monde moderne. L'intitulé des paragraphes reprend les termes de l'extrait de L'Homme sans qualités de Robert Musil cité en exergue, ils constituent donc le fil conducteur  de l'essai tout entier.

« Agathe ! tu n’as aucune idée de ce que c’est, dit-il avec un soupir pensif. La science, par exemple ! Pour un mathématicien, si nous simplifions, moins cinq n’est pas plus mauvais que plus cinq. Un chercheur ne doit rien redouter, et il y a des circonstances où un beau cancer lui donnera plus de joie qu’une belle femme. Un savant sait que rien n’est vrai, que la vérité globale n’apparaîtra qu’aux derniers jours. La science est amorale. Cette admirable pénétration dans l’inconnu nous déshabitue des contacts directs avec notre conscience, elle ne nous accorde même pas la satisfaction de les prendre au sérieux. Et l’art ? Ne représente-t-il pas toujours la création d’images qui ne s’accordent pas avec celle de la vie ? Je ne parle pas du faux idéalisme ou de la luxuriance du nu dans les époques où les robes se boutonnent jusque sous le nez, dit-il en plaisantant de nouveau. Mais songe à une œuvre d’art véritable : n’as-tu jamais eu le sentiment que quelque chose, en elle, évoquait l’odeur de roussi qui s’élève d’un couteau aiguisé sur une pierre ? C’est une odeur cosmique, météorique, orageuse, merveilleusement inquiétante ! »

Robert Musil, L'Homme sans qualités, Paris, Le Seuil, collection Points, 1956, t. 2, p. 348-349, traduction par Philippe Jaccottet.

 

Qu'y a-t-il aux derniers jours ?

Si un jour, au lycée, l'un de mes élèves me demandait ce qu'est la science, à moi qui enseigne la littérature, je n'hésiterais pas à répondre qu'à notre petit échelon, lui en interrogeant et moi en tentant de répondre, nous sommes en train de faire œuvre scientifique, c'est-à-dire que nous sommes en train de chercher à comprendre quelque chose du monde qui nous entoure. Puisque dans l'enseignement il est inévitable de procéder ex noto ad ignotum, je lui remettrais en mémoire la fameuse représentation astronomique de Dante dans Le Purgatoire, II, v. 1-9, sur laquelle nous avons longuement réfléchi :

Mais déjà le soleil touchait à l'horizon
Dont l'arc méridien,en notre ciel, domine
Jérusalem, de son point le plus haut ;

Déjà la nuit, qui tourne à l'opposé,
Sortait du Gange en tenant la Balance,
Qui lui tombe des mains, quand elle est dominante,

Si bien que la joue rose et blanche de l'Aurore
De cette belle, à l'endroit où j'étais,
L'âge venant, se teintait d'orangé.

Dante, Le Purgatoire, II, v. 1-9, Paris, Garnier Frères, 1966, traduction par Henri Longnon.

Ce n'est pas seulement un cadre. Dante évoque le savoir géographique médiéval, afin de préciser sa propre présence au monde, la position particulière du voyageur en train de cheminer avec une mission bien précise à accomplir. À cette fin, il faut établir le temps et le lieu dans lesquels se situe le voyage supraterrestre, recourant au savoir géographique aristotélo-ptolémaïque mis au service de la théologie. La théologie, en fait la science principale au Moyen Âge, ce savoir qui s'est aujourd'hui retiré dans les séminaires ecclésiastiques et dont on n'entend guère parler à l'école, avait le même rang que la science physico-mathématique à l'âge moderne.

Que de choses à connaître pour comprendre que le chemin du Purgatoire de Dante commence quand le soleil est en train de s'élever à l'horizon du Purgatoire ! Les terres émergées et habitées occupent la superficie de la Terre délimitée par les 180° de l'hémisphère boréal ; Jérusalem en est le centre ; le Gange est considéré comme la frontière orientale et Cadix la frontière occidentale ; de sorte que, si le soleil est au zénith à Cadix tandis qu'il se couche à l'horizon de Jérusalem et que la nuit culmine sur le Gange, la montagne du Purgatoire, située aux antipodes de Jérusalem, sera forcément illuminée par les rayons du soleil naissant. C'est là que se trouve Dante, en compagnie de son maître Virgile, en ce point précis de l'univers et en ce temps précis, là est le départ du chemin purificateur qui le mènera devant Béatrice, l'allégorie de la Théologie. Au seuil des temps modernes, Dante est le dernier homme de l'Antiquité, époque où le savoir poétique se nourrit du savoir scientifique, ne fait qu'un avec lui, ne s'en distingue absolument pas, en particulier là où il atteint le summum de ses potentialités dans la vision de Dieu.

Dans cette profondeur, je vis s'incorporer,
Reliés par l'Amour en un volume unique,
Tous les feuillets épars dans l'univers :

Les accidents, les substances, leurs modes,
Comme fondus ensemble, et de telle façon
Que tout ce que j'en dis n'est que faible lueur.

Dante, Le Paradis, XXXIII, v. 85-90, op. cité.

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La Natura chiede il conto, chi lo paga? - ( 26 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 26 Novembre 2016 18:36

[“Il Secolo XIX” di sabato 26 novembre 2016]

 

L’articolo 44 della Costituzione dice: “la legge … promuove ed impone la bonifica delle terre”. La bonifica delle terre ha cancellato le paludi, la valvola di sfogo delle inondazioni. In passato, si pensava che fossero un bene, le bonifiche. Come pure si pensava che fossero un bene le centrali nucleari. Risolviamo problemi e ne creiamo altri, e ragioniamo sempre a spanne. L’Italia ha detto due volte no al nucleare. Di pancia. Dopo i disastri di Chernobyl e Fukushima la risposta fu emotiva. Dopo, Giulio Tremonti disse:  «È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? Sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo? Sappiamo che i benefici ci sono e sono locali, ma i malefici sono generali». Era il 2011. La previsione di Tremonti si sta avverando. Le centrali francesi sono obsolete e devono essere smantellate, ma i costi e le modalità sono un’incognita. Quando le hanno fatte, negli anni settanta, hanno pensato: tra quarant’anni il problema tecnico sarà risolto. Proprio come le bonifiche. I costi economici per affrontare i problemi creati dalle soluzioni sono a carico di chi è venuto dopo.

Anche la semplice economia dei soldi dice che sono stati cattivi affari. Grandi vantaggi a breve termine, enormi svantaggi a lungo termine. Keynes disse che il lungo termine non è molto importante: tanto tra cent’anni saremo tutti morti. E’ stato preso alla lettera (anche se il suo ragionamento era molto meno semplicistico di come appare). E ora abbiamo dissesto idrogeologico, cambiamento climatico, smantellamento delle centrali nucleari, e altre amenità. Le scelte effettuate hanno garantito un allungamento della vita, un miglioramento medio delle condizioni economiche e sociali per grandi fasce che prima erano escluse. Ma il conto sta arrivando, e non possiamo chiedere ulteriori prestiti. Abbiamo dilapidato il capitale naturale per far crescere quello economico, ma il valore, anche economico, del capitale naturale è superiore a quello del capitale economico. Senza aria da respirare non si vive. Le alluvioni non si fermano con i soldi. E i soldi guadagnati non bastano per coprire le spese che derivano da come li abbiamo guadagnati. Questa è cattiva economia. E i problemi creati dalla cattiva economia non possono essere risolti da chi l’ha messa in atto. Chi ha messo in guardia da questi rischi è stato tacciato di essere contro il progresso. Bene, ora sappiamo che non era progresso. Abbiamo vissuto benissimo ma ora siamo nelle mani di uno strozzino implacabile. Si chiama Natura. Rivuole indietro quello che le abbiamo tolto, e gli interessi sono enormi. C’è bisogno di un New Deal, un nuovo patto con la Natura. Abbiamo bisogno di una nuova economia e di una nuova tecnologia. Scienza e tecnologia ci devono servire per risolvere i problemi, ce la possiamo fare. Ma ogni volta ci dobbiamo chiedere: quali problemi porteranno, domani, le soluzioni di oggi? Natta ha vinto il premio Nobel: ha inventato la plastica. Oggi il problema numero uno per la salute degli oceani è la plastica. Non sappiamo come toglierla e sta alterando il funzionamento degli ecosistemi. Allora non lo sapevamo, Natta non ha colpe. Ma oggi lo sappiamo, e non si può più dire che chi pone problemi di sostenibilità “frena il progresso”. Chi mostra le soluzioni senza evidenziare i problemi che genereranno è un truffatore che vende speranze illusorie di progresso. La rotta deve essere cambiata, e sarà un volano economico non indifferente. Le dichiarazioni politiche ci sono: la decarbonizzazione e l’economia circolare sembrano una via obbligata. Però nei nostri mari è previsto che si cerchino altri combustibili fossili. Da una parte diciamo che li dobbiamo abbandonare, però trivelliamo i fondali per estrarne sempre di più. La truffa continua.  Inondazioni, nucleare, clima sono tutte conseguenze di una visione scellerata di progresso. La strada è un’altra.


Scritti scolastici e sociali 179 - (20 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 26 Novembre 2016 18:23

Nella “caverna digitale” prigionieri della realtà virtuale

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016]

 

Una domenica mattina, sul lungomare, un ragazzo fotografa il mare in tempesta. Poi volta le spalle al mare e si mette a guardare per lungo tempo la foto sullo smartphone. Un gesto probabilmente consueto; un gesto innocente. Che però forse nasconde un desiderio profondo e inconscio, un’ambizione  inconsapevole e  grandiosa, un sogno tramato dalla tensione di avverarsi: digitalizzare la natura, riportarla nel perimetro angusto di un display, poterla possedere e manipolarla.

Dall’istante in cui il ragazzo volta le spalle al mare, il mare non esiste più. Esiste solo la sua rappresentazione, la sua finzione. Da quel preciso istante l’energia potentissima del mare si trasforma in una immobilità mortificata.

Un gesto consueto, innocente, che facciamo ormai tutti, privandoci della relazione con la bellezza, con l’assolutezza della bellezza, con la sua irripetibilità. Forse si potrebbe anche sospettare che noi si sia quasi tutti ormai contagiati da un’ansia spasmodica di digitalizzare tutto quello con cui si viene in contatto. Addirittura digitalizziamo, attraverso una rappresentazione in simboli, i nostri stati d’animo, i sentimenti, le sensazioni. Faccine allegre, faccine tristi, per esprimere il nostro modo di essere in quel momento. Abbiamo rinunciato perfino alle parole, che comunque hanno sfumature di personalizzazione. Una simbologia universale rende completamente e piattamente identiche le nostre espressioni.

Digitalizzare è la missione che accomuna i nostri orientamenti culturali, ciascuno per la sua parte, con i mezzi che possiede, nei contesti che pratica, negli ambienti che frequenta.

Non si esclude che esistano realtà nelle quali la digitalizzazione rappresenta una possibilità di salvezza degli esseri e delle cose. In medicina, per esempio: digitalizzare informazioni, prassi, può costituire una condizione di cura, può salvare una vita. La digitalizzazione dei testi, per esempio, le biblioteche digitali che in qualche modo realizzano il sogno impossibile di quella biblioteca infinita che sognava Jorge Luis Borges, quella che contiene tutti i libri, la storia minuziosa dell’avvenire, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue.

La cosa che invece provoca una antropologica paura è la progressiva conformazione del pensiero alla dimensione digitale.

Il ragazzo che volta le spalle al mare per guardare la foto del mare – egli per tutti, uomini e donne, bambini e adulti- sta rinunciando al confronto con l’esistente, lo sta sostituendo con una scena  inespressiva, insignificante. Non è la foto che compromette il confronto ma il voltare le spalle dopo averla scattata. A lui – a noi- basta la fotografia. A lui – a noi- basta una riduzione assoluta, priva di qualsiasi dinamicità, una archiviazione alla quale possiamo fare ricorso quando vogliamo e per quello che vogliamo, che possiamo rimuovere nel tempo di un attimo.

Forse si potrebbe obiettare che lo stesso processo accade con l’arte figurativa. Si potrebbe obiettare ma sarebbe una falsa obiezione. Per almeno due banali motivi. Il primo consiste nel fatto che l’arte non riproduce ma elabora, rielabora, ri-crea, produce, crea. Il secondo motivo è costituito da una conseguenza che si può sintetizzare con l’esempio che la natura morta di Caravaggio non esiste. Non è una raffigurazione; è  una pura invenzione di Caravaggio.

Indubbiamente esiste anche un’arte realizzata con il digitale, che è un discorso completamente diverso dall’uso che se ne fa nell’esperienza quotidiana.

Ripensando al ragazzo che volta le spalle al mare, mi torna alla mente un’ intervista immaginaria che lo studioso Giovanni Reale fece a Platone alcuni anni fa.

A proposito del mito della “Caverna”, elemento centrale della “Repubblica”, Reale chiedeva al maestro se non trovasse che quegli uomini incatenati che aveva descritto, i quali  vedevano non altro che le immagini che scorrevano sullo sfondo della caverna e ascoltavano le voci che da esso rimbalzavano come per eco, potessero rappresentare, drammaticamente, la situazione in cui si trovano gli uomini di oggi, che non vedono altro se non le immagini trasmesse da televisioni, computer, internet, dai vari strumenti di comunicazione multimediale, per lo più in ottica virtuale.

Platone rispondeva che è esattamente così con la precisazione che la dimensione del fondo della caverna è enormemente aumentata. La via per salire dalla caverna verso la luce si è notevolmente ristretta, si è fatta più ripida. Inoltre, le immagini dell’antica caverna erano proiezioni reali degli oggetti fisici – che a loro volta erano proiezioni di quelli metafisici – e avevano quindi una loro realtà, anche se debole. Invece le immagini che oggi gli uomini vedono sono quasi del tutto virtuali, prive di un referente fisico e metafisico. Sono vacue apparenze senza uno spessore ontologico. Pertanto, aiutare gli uomini di oggi a liberarsi dalle catene che li imprigionano nella caverna stracolma di strumenti di comunicazione multimediale diventa sempre più difficile.

Un altro riferimento. Disse una volta Eugene Ionesco nel discorso di apertura del festival di Salisburgo  che “gli uomini girano intorno in quella loro gabbia che è il pianeta, perché hanno dimenticato di guardare il cielo”.

Il ragazzo che una domenica mattina fotografa la tempesta di mare e poi volta le spalle al mare ha dimenticato che si può guardare il cielo e il mare. Ma non basta. Non sa neppure – e forse questo è anche più grave – che le immagine assorbite dallo sguardo si trasformano in immagini della memoria, di una memoria viva,  alle quali si può ritornare per rivederle, quando si vuole, oppure quando le occasioni della vita riportano sui sentieri della memoria.

Il ragazzo non ha nessuna colpa. Il ragazzo è una di quelle creature digitali di cui parlava Nicholas Negroponte nella metà degli anni Novanta del secolo scorso. Non ha nessuna colpa. Sono altri coloro che hanno colpe: chi potrebbe avvertirlo e non lo fa; chi potrebbe proporgli l’alternativa di una dimensione  naturale e non lo fa; chi lo lascia segregato nella caverna del virtuale. La colpa è mia. Quella domenica mattina avrei dovuto avvicinarmi, chiedergli di prestarmi un attimo lo smartphone e poi  schiacciarlo con il calcagno. Avrei dovuto dirgli: guarda il mare, guarda questa tempesta di mare, e portatela dentro lungo tutta la tua strada. La colpa è mia che non l’ho fatto.


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