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Aldo Vallone giovane PDF Stampa E-mail
Aldo Vallone
Scritto da Giancarlo Vallone   
Martedì 12 Ottobre 2010 13:30

[in La "bella scola" federiciana di Aldo Vallone, a cura di Pasquale Sabbatino, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007, pp. 13-56].

 

1) Galatina. 2) A Firenze. 3) Tra d’Ambra e Da Verona. 4) Macrí e Vallone. 5) A Torino: Farinelli. 6) La guerra e Montiglio. 7) A Galatina: gli ‘Amici del libro’. 8) A Roma: Pietrobono. 9) Padre.

 

 

1) Due son le fonti spirituali cui si affida l’animo in formazione di Aldo Vallone: la presenza costante e vigile della madre, amatissima, Giuseppina Caputo Vallone, vedova a ventinove anni, cattolica severa e giusta che gl’ispira il vero rapporto dell’anima con Dio; e la mancanza del padre, Nicola, chimico ed ufficiale, morto nel ’18. È lacuna, questa, che eleva, nello spirito sensibile, la ricerca di sé a sacrificio privo di guida e di virile conforto, ed erige il fatto dell’orfanezza a stato psicologico. Cesare Giulio Viola coglierà “un paio di versi” singolari: “la neve non rispetta il mio lutto/ essa copre di bianco i miei vestiti neri”[1]. È un dolore dell’anima, avvolto nel bene che sa offrirgli più in largo la famiglia: la nonna paterna, Checchina sorella del celebre medico e radicale Vito Fazzi, e i due fratelli del nonno, indiscussi patriarchi, Antonio Vallone, ingegnere laico e deputato repubblicano, e il medico Vito, sindaco di Galatina, nipoti entrambi del filosofo positivo Pietro Siciliani educatore, a Bologna, della prima generazione del socialismo riformista.

 

Ci sono qui spunti laici e libertari che pure permeano le idee del giovane, e contribuiscono a farne pensiero, e cioè ordine per giusto sistema delle differenze che, in Aldo Vallone, si condensa nella vocazione di letterato. Ed è questa vocazione che attrarrà, in posteriori momenti, amici più anziani, ma fratelli in spirito, o educati[2] a quel laicismo di pensiero e d’azione della prisca famiglia; e artisti o letterati anch’essi, e doppiamente vicini, e sono Tommaso Fiore, Luigi Corvaglia, Pantaleo Fonte, Pantaleo Ingusci, Gaetano Martinez ed altri. C’è poi, gran nutrice d’umori, la piccola patria: Galatina; e qui anzitutto la scuola e, intorno ad essa, quel nucleo non largo di professionisti che amano guardare oltre il proprio lavoro. La scuola, a Galatina, è naturalmente il liceo ‘Pietro Colonna’[3]. Dirà Vallone “ora rivivendo (o rivedendo) il mio percorso, colgo appieno il significato di quei lontani anni di ginnasio e di liceo, nella mia Galatina, in un piccolo liceo di provincia, con professori di prima nomina, che si avvicendavano, anno per anno (e ricordo almeno due: Raffaele  Spongano per l’Italiano  e Paolo Brezzi per la Storia e la Filosofia) ed altri, invece, presenti lì sul posto e in eredità da generazioni di allievi (e ricordo, per tutti Pantaleo Duma discepolo, ai suoi dì, di Girolamo Vitelli)”[4]. Ed a mente ricordava che spesso (una o due volte all’anno) il preside organizzava un’audizione musicale, e veniva in un’aula del liceo il Galladol (cioè Adolfo Galluccio) accompagnato da Michele De Mitri al contrabbasso[5]. Indiscutibilmente, al centro di questa Galatina, è il ‘Colonna’; “un istituto di prestigio e di civiltà: nostro circolo culturale, quando i circoli culturali non esistevano; nostra accademia, quando le accademie si erano avvilite in salotti mondani; luogo d’incontro civile, ove l’emulazione era la regola, la libertà il primo ed unico modo di essere”[6]. Qui si diviene amici, o lo si può, una volta per tutte: con Carlo Martinez, con Giuseppe Piscopo, con Carlo Stasi, con Mario Finizzi, con Gino Mariano, con Pietro Mellone, con Luigi Manna ch’è l’altro acquirente delle uniche due copie del Corriere della Sera che giungono a Galatina. Siamo negli anni Trenta, appena agli inizi, e la scuola o si ama o si odia; perché oltre di essa c’è assai poco: la domenica, il viaggio in calesse a Lecce, con la nonna, a trovare la più longeva tra gli zii paterni: Angela[7]; a volte a Melpignano dai prozii Fazzi. L’unica vera evasione è lo spettacolo: il sabato la madre lo porta con i fratellini, alla sala Lillo per il cinema; prendono poi a stagione un palco al teatro Tartaro, di nuova costruzione; ma il teatro vero sarà a Lecce, anni dopo, raggiunto in automobile con i cugini più anziani, anzitutto con Carlo e Luigi Vallone[8]. Intanto, dalla rigorosa misura di scuola e famiglia nasce il primo scritto, Intorno alla religione cristiana, di Aldo Vallone. È il 1933[9], e di scuola son le fonti di questo scritto, né possono essere altre, ché in casa i Vallone hanno allora solo  libri di medicina e di teologia; mentre alla vita di famiglia ed all’esempio materno risale ogni spirito e sostanza: l’esperienza dell’amore ch’è posta al centro della religione stessa; il rifiuto dell’ipocrisia professata nella pompa liturgica, nel cerimoniale e nella festa; la forza pura della preghiera. Ed accanto a questo diretto evangelismo, s’unisce una presenza forse più vissuta del Leopardi, ed una citazione forse non occasionale di Mazzini.

 

Il piano d’impegno che va progredendo, e già s’intuisce, è d’ordito letterario, gravido di stimoli da testi presi a prestito da amici o professori, dalla biblioteca del liceo[10], acquistati: poeti, romanzieri e Croce. È un lavorìo di fondo, vorace, costantemente in aumento, di cui poco sappiamo; Vallone, però, lo matura ad una sintesi poetica, che è, alle condizioni date, fors’anche il modo più naturale di far propri i sedimenti delle letture. Nasce qui, con versi scritti tra il 1932 e il 1934, Cantilena errante, edito a Roma nel 1935[11] e dedicato a Filippo Tommaso Marinetti. Pure, ci vuol poco a capire che non sono versi futuristi; tra le molte lettere e recensioni, dal 1935 al 1938[12], Lucio d’Ambra scrive “c’è tanto ritmo e tanta eloquenza poetica che quasi mi riconcilio col verslibrisme e quello che sempre mi parve troppo facile mi par difficile…”[13]; ma, in verità, nell’ottobre del 1998, malatissimo, dopo una caduta, Aldo Vallone mi ha parlato del crepuscolarismo che s’è portato dentro tutta la vita e che ancora riconosceva in alcune poesie (molte non le sentiva più sue) della Cantilena. Tuttavia la Cantilena, edita sul limitare del liceo è, nel suo essere poesia, ed a prescindere dalla sua sostanza poetica, ragione tra le prime della scelta di Vallone per la sede universitaria di Firenze[14].

2) Firenze è la città dell’attesa e della vocazione. Aldo Vallone vi giunge carico d’intenzioni e con qualche forza, che nasce anzitutto dalla volontà di conoscere, ed anche d’essere conosciuto. In fondo, grazie alla Cantilena, qualcuno lo conosce già: incontra Papini, detto il “carrettiere” per la sua prosa violenta nell’incisività della parola, all’interno d’un costrutto fraseologico e sintattico perfetto: toscano. Papini gli dà appuntamento al bar o al caffè: i luoghi, allora, della Firenze intellettuale; gli parla di ‘Dante vivo’, gli ridice, al punto, la sua idea  ermeneutica della ‘simpatia’ tra fiorentini e, di più, ‘cattolici ed artisti’[15]. Ed alle ‘Stalle dei Medici’, al caffè San Marco, gli studenti contornano a distanza l’austera figura di Giorgio Pasquali, il grande filologo capace di ‘stravaganze’, che ogni anno s’alterna con Ettore Bignone nell’insegnamento del greco o del latino, e che d’improvviso interviene nei conversarî dialettali, ai quali i giovani indulgono con spirito di nostalgia, per chiedere la ripetizione d’un detto, o d’una frase rivelatice della provenienza. È lo stesso metodo delle sue lezioni, che sono interrotte subito per interrogare i ritardatarî o i distratti. Anche anziano è Guido Mazzoni, allievo del D’Ancona, messo in cattedra, ai suoi tempi, dal Carducci[16] e con lui parla proprio del Carducci, della Cesira Pozzolini, di Pietro Siciliani e del Cavoti, altri legami galatinesi con Firenze, e d’Antonio Vallone, che Mazzoni conobbe, ed ebbe amico da quando fu a Galatina, ispettore per la regificazione del liceo ‘Colonna’, e poi in Parlamento; né sarà mancato cenno a Pietro Pellizzari (padre d’ Achille, genero del Mazzoni) e nemico politico nano, ai suoi tempi, di Pietro Siciliani nel collegio di Maglie. È certo, però, che l’incontro più atteso, quello che sente più personalmente suo è col Marinetti che vede togato, in riunioni e conferenze (ad esempio nelle letture di poeti, a  palazzo Corsini nel marzo 1937) e che, in effetti gli riserva un principio d’amicizia, e gli dedica, tra il 1937 e il 1938, diversi scritti: “a Aldo Vallone autore di ‘Cantilena errante’, con simpatia, auguri futuristi”. Sono incontri che svettano nella vita quotidiana di studente afferrata nell’intensità della giovinezza, fatta di alloggi precarî[17] di amore, di lettere, di studio appassionato, che si stempera di sera, sui lungarno od a teatro, dove ancora attrae la luce d’Ermete Zacconi[18]; e ci sono gli amici di sempre ed anzitutto Carlo Martinez (1913-1987), che ha ed avrà per compagna Rossana, nipote di Vittorio Locchi. Tra i conterranei conosce Oreste Macrí, che già insegna alle Scuole Pie e con lui, introdottissimo, inizia a frequentare il caffè delle ‘Giubbe Rosse’ dove gli vengono presentati Bigongiari e Lisi, Montale e Luzi, invidiato da molti perché ha vinto, appena allora, la cattedra d’italiano e latino nei licei; e Bo che troneggia.

E poi, Firenze è in qualche modo al centro del mondo: poche ore di treno e si è a Milano o Bologna, oppure a Roma o Napoli lungo la via di Galatina. A Napoli sosta, e scende al ‘Terminus’, lo stesso hotel che lo accoglierà poi nei lunghi anni del suo insegnamento. Nella hall chiede: “dov’è la casa del senatore Croce?”; lo sa, va. Una domestica lo introduce: “chi devo annunciare?” “il signor Vallone”. Poco dopo, basso, tozzo, sbuca da un corridoio Benedetto Croce: “giovanotto, perché vuol vedermi?” “ho letto i suoi libri”; “le serve qualcosa in particolare?” “… no … Conoscerla …”: “Chi sono i suoi maestri?…”[19] A Firenze, in fine dell’esame di Storia della lingua italiana, con Maggini e Casella, parla di Dante, e definisce Croce ‘suo maestro’; “anche nostro” soggiunge, più furbo, Maggini.

Roma è, tuttavia, meta più frequente, perché più vicina e perché una zia lo ospita[20]; son parenti che lo portano in gita per la città, e con i quali percorre anche le bonifiche della provincia di Littoria, scrivendo versi, uniti nella raccolta ‘Visioni cosmiche di terre bonificate’, che non sarà pubblicata[21]. A volte trova anche il tempo di andare a trovare, nello studio di via Crescenzio, Sebastiano Mancino, che fu avvocato celebre, ed amico di Antonio Vallone ed Antonio de Viti de Marco. Porta anche alcuni suoi pezzi al Meridiano di Roma e prima ancora al Popolo di Roma, in via del Tritone, dove, entrando, trova scritto: “vietato l’ingresso ai suonatori ambulanti ed ai poeti”[22]. Va a trovare Lucio d’Ambra, ch’è romano ed abita al numero 15 di via Stoppani: lo accoglie nello studio, arredato con grandi scaffali neri, gli dona alcuni suoi romanzi, ricorda la sua poesia.

 

3) Alcuni degli aneddoti precedenti, servono a spiegare l’avvio del cammino critico di Vallone. Ed intanto ogni aneddoto ed ogni spiegazione ha per guisa Firenze, città della cultura, delle riviste, del discorso letterario e, anche, dei libri. Qui Vallone può, finalmente, trovare, possedere tutti i libri e gli scritti che cerca. Ne ha bisogno vorace, forse a compenso della casualità dei riscontri galatinesi. Certo è che ogni autore, ogni lettura di poesia e, soprattutto, di prosa va oltre la pura curiosità linguistica o l’essenziale confronto espressivo; oltre il bisogno di forgiare la propria poesia. È già esigenza d’oggettivare la propria con l’altrui lettura. I segni di ciò sono i più modesti e rivelatori: un frenetico e spasmodico censimento bibliografico, del quale sopravvivono migliaia di schede manoscritte, ognuna con notazioni di merito; né c’è pubblicazione, tra le primissime di Vallone, sprovvista di tale guarnizione. Insomma, la lettura è spinta oltre il fine della creazione letteraria e, piuttosto, verso una valutazione dell’opera altrui; il che implica, in certa misura, il precoce tramonto, in Vallone, della convinzione nella sua poesia. C’è, alle spalle di questo, anzitutto una maturazione intensa del pensiero crociano, con un ripensamento etico del suo esser poeta d’inclinazione crepuscolare, ed insomma il rifluire nell’esigenza d’una armonia, forse d’una sofìa, cercata oltre l’esperienza poetica sua che, in fine, urtava solo dall’interno la gabbia dell’io. Nel triennio dal 1936 al 1938, Vallone scrive una quantità d’articoli o brevi saggi su poeti e soprattutto su romanzieri che io non sono riuscito a trovare: nel novembre 1964, rileggendo un suo breve pezzo su Machiavelli, edito nel luglio 1937, scrive: “lo salvo dagli altri miei articoli di giornale (di cui non ho copia né traccia) sia perché, sentimentalmente, mi ricorda tempi lontani, sia perché, obiettivamente, pur nella sua ingenua baldanza, può avere ancora valore di ipotesi stimolante”. A quei tempi sono, forse, emblematici dei suoi sorgivi interessi critici, e poi del suo modo critico, svolto con radicalismo sorprendente, gli scritti, editi nella rivista fiorentina Vulcania, su Guido Da Verona e su Lucio d’Ambra, entrambi lettori della Cantilena. Vallone fa di Da Verona un “antiromantico nella visione universale della vita (e che) ha i sintomi tipici dell’uomo riscaldato alla civiltà della macchina … Musica e sfumatura son le caratteristiche essenziali del romanzo di Da Verona. Gli manca la fantasia individuatrice che gli permetta di fissare un carattere nelle sue angolosità spirituali, nella sua ricchezza o povertà d’animo, nell’intagliarlo nella trama e nel filo dello svolgimento … La sua prosa poetica è una prosa centrifuga, non centripeta: manca a lui la forza di legare lo svolgimento … intorno a un centro ideale…”[23]. È un giudizio duro, che allarga, se possibile quello di dilettantismo psichico avanzato da Croce; e a questo giudizio ribatte E. Falqui, a segno d’un rapporto non mai quieto e, al più, agrodolce tra i due[24]; ma Alfredo Galletti che, prima d’insegnare all’Università di Milano, fu il successore, sulla cattedra di Bologna, del Carducci e del Pascoli, gli scrive: “Ella ha scritto con molto acume, temperanza e equità intorno al Da Verona e quella che lei chiama la “reazione” del Falqui al suo articolo mi sembra sciocca (per non usare parola più dura) come tutte le ‘reazioni’ teoriche o critiche dello stesso signore …”[25]. Su d’Ambra, il giudizio è, addirittura, feroce, e Vallone ha l’ingenuità d’inviargli il dattiloscritto. D’Ambra risponde con una lettera del 20 giugno che avrebbe la sua importanza per studiare l’autocomprensione dello scrittore; e dice a Vallone: “Lei mi deriva da d’Annunzio di cui non v’ha traccia nell’opera mia. Mi nega “gli effetti di chiaroscuro e la sensibilità”. Mi fa ricalcare “sperduto e assonnato le letterature più vicine”. Mi fa incapace “a esprimere profondità psicologiche”. Mi accusa di mancato spirito balzacchiano…. Un po’ di vita letteraria a Firenze non è passata invano su la Sua nativa gentilezza …”[26]. Colpito profondamente da questo rimbrotto, Vallone pensa di cambiare qualcosa, ma molto rimane:”vissuto (d’Ambra) in un periodo di trasformazioni e d’indugi, il suo assestamento spirituale vagò incerto e nomade e non si consolidò sulle basi di una personale coscienza letteraria”[27] ed altro ancora.

 

4) Tuttavia, al di là della superficie e dell’iperbole, d’Ambra coglie qualcosa – il rapporto con Firenze – che, costruttivo anzitutto per liberare l’animo provinciale alla dimensione giusta dell’impegno, grava però una coscienza percorsa da sentieri indecisi di oggettive contraddizioni senza vera o immediata prospettiva di sintesi: e n’è esempio primo il mondo della letteratura accademica, ricco ancora di venature postcarducciane in un contesto saldamente crociano che, nell’insieme, corre indifferente e parallelo od urta con la libera letteratura di giovani o meno giovani che hanno ormai fatto i conti con i residui crepuscolari e con le propaggini futuriste. Il 28 agosto 1938, da Otranto, all’alba del suo temporaneo rientro nel Salento[28], Macrí scrive a Vallone una intensa lettera ideologica:

 

‘Carissimo Aldo, ti ringrazio molto dei due doni che hai voluto inviarmi … Quanto allo scritto della Gazzetta, non starò a lodare la tua facilità di mano, la freschezza  e il colore dell’esposizione.  Ma, ahimé, tu sai che cosa io possa pensare di un Saponaro e di un Fumarola; per me rimangono  equivoci letterari alla periferia, ibridi miscugli di scrittura imitata e di praticismo psicologico…; è inutile e gratuito esercitare delle reazioni spirituali sui testi scaduti in sul nascere, operazioni nude e crude d’un vero e proprio reato artistico, come per me sono i Saponaro, i Brocchi, i D’Ambra, i Fumarola ecc… Vengo alle Visioni (cosmiche di terre bonificate). L’argomento è qui più palpitante, ma ti prego di ascoltarmi fino in fondo … Questa tua ultima esperienza poetica è a doppio taglio; in mezzo esiste il testo del Porto sepolto. Gli è che è il Porto sepolto a doppia faccia. Per un aspetto guarda all’avvenire e ha dato il Sentimento del tempo, i grandi Inni; per un altro aspetto si confonde con la maceria psicologica anteguerra. Ora  tu, giovanissimo, ti sei attaccato anima e corpo a tale scrittura poetica, che è per noi una tecnica antichissima, un’esperienza per sempre esaurita … (In te) esiste un soggetto a priori (una copula) e un predicato: “rumori esalavano, un carro ciottolava” … Tutta questa elementarità arcaica d’una sintassi essenziale, laddove in Ungaretti è stata una conquista lenta e sofferta di graduali sottrazioni dall’essere pieno; un rifarsi lentissimo alla fonte della vita e ai suoi punti metafisici, in te cade in un’assenza assoluta di tempo e di spazio .. La tua materia linguistica è essenzialmente crepuscolare, della sinistra, di Govoni, insomma … Così: la roccia / s’irrigidisce nemica / sotto gli zoccoli / dei cavalli / in corsa. Non manca la percezione lirica, ma l’immagine è contratta, finisce tutto lì. Ungaretti avrebbe  eliminato gli ultimi due versi …’[29].

 

Lungo squarcio, questo, d’una più lunga lettera, che non è neanche la prima tra i due giovanissimi, a segno d’un legame profondo e ininterrotto fino alla morte, pur all’interno della reciproca e corrispettiva riservatezza[30]. Eppure c’è qui segno soprattutto d’altro, e in specie delle opzioni diverse nel mestiere di critico.

In realtà, Vallone non può attendersi da Macrí diverso giudizio sulla sua poesia; ed è possibile, e forse certo, che l’idea di far leggere all’amico le sue ultime poesie, principiasse da una certa sfiducia in esse. Tuttavia non sentirsi più poeta non implica affatto, per Vallone, il riconoscimento dell’ermetismo come verbo poetico assoluto. La sua posizione critica è, e sarà sempre, per un’altra poesia. E cioè per un’idea che non impegna la poesia a risalire alla fonte dell’essere (e, forse, ad esserlo) ma, piuttosto, ad esprimere l’armonia nell’universale del sentimento. È un’adesione crociana riletta, dal piano estetico, anche col metro della militanza poetica: nasce qui, netto, il rifiuto di fondare il giudizio estetico in poesia oltre la sua stessa poeticità ma c’è già qui, in nuce, in istinto, un distacco (non altro) dal Croce. Recensendo il Cammino  dell’Ortis (un saggio del 1956) un  critico dirà: “si ricercano le cadenze più musicali e liriche con occhio vigile e orecchio attento”[31]: ebbene è vero, ma va altrimenti detto. C’è, in Vallone, un netto superamento di quanto sembra disporsi in modo inessenziale (cioè periferico) in ordine alla verità della poesia (la biografia del poeta, lo stato del testo, etc). Ma, come la critica si dispone in modo essenziale rispetto alla poesia? Rappresentandola nel senso di (ri)farla essere presente. Se la critica sa percepire intimamente il linguaggio poetico secondo la sua pretesa di verità, vi si intrattiene essa stessa, partecipa ancora del suo essere. Più ancora: ha qualcosa di essenziale in comune con la poesia che non è semplicemente il fatto di celebrarsi, essa pure, nel linguaggio, ma, appunto, di saper cogliere la pretesa peculiare di verità, che la poesia ha in ragione del suo proprio linguaggio. Dunque la critica deve far risentire il linguaggio poetico nel suo stesso linguaggio (la poeticità della poesia); deve (ri)offrirsi come partecipazione di verità sul presupposto di una capacità di verità, in se stessa, della poesia[32]. È qui il punto di riflessione per il carattere ‘estetico’ della poesia e per il suo porsi, in tal senso, come conoscenza che filosofi, così diversi, come Croce e Gadamer, così diversamente sostengono.

C’è, in questa lettera giovanile, come poi in altre, di Macrí un taglio fortemente ‘ideologico’, un’esigenza di predisporre il cammino della poesia (e della stessa critica) su un suo peculiare modo di essere, quello ermetico. Tuttavia la prospettiva, affermata, di “esercitare reazioni spirituali solo su testi non “scaduti in sul nascere” introduce, per forza di cose, il dialogo tra intellettuali anzitutto nel piano della letteratura militante. È qui che una reazione spirituale può accendere, alle condizioni date, la luce dell’avanguardia, visibile a distanza, ed è da qui che l’amor proprio di Macrí sceglie di volgersi al Salento per sollecitare nuovo impegno nei giovani, ed il superamento della periferia spirituale. Sono considerazioni avanzate per la celebre terza pagina di Vedetta mediterranea, curata da Macrí e Bodini dal marzo al giugno 1941[33], che effettivamente nutre di contemporaneità, per così dire, una nuova generazione letteraria[34].

Questa germinazione nasce, tuttavia, dall’indifferenza per la questione storica della letteratura provinciale. In un certo senso, la sutura ermetica, come opzione per la contemporaneità letteraria, non poteva che trascurare tutto intero il passato e cioè, anzitutto, quello ritenuto tale ‘ideologicamente’. Questo punto va, però, affrontato più in profondità. L’esigenza di determinare una coscienza poetica (e la sua critica) per una poesia al passo dei tempi, si attua con una oggettivazione critica inadeguata – perché non intenzionata – a dispiegare l’insieme della contemporaneità sul piano della storia letteraria; come dimostrano le sue (di Macrí) idee su romanzieri – in effetti – ‘scaduti’ come Saponaro o Fumarola. Il ‘nuovo’, l’ermetico, è prescelto a forgia letteraria, mettendo tra parentesi la stessa ragione estetica della ‘novità’ in quanto superamento del non-nuovo e, sia pure, contemporaneo. Tutto questo, nella lettera di Macrí a Vallone, ed in altri suoi scritti, implica anche un’idea di critica letteraria al di là del pensiero crociano. Invece Vallone, ch’è disposto per istinto a ridare, in critica, il senso della poesia anzitutto nella sua stessa poeticità, ripensa poi questo suo nucleo saldo, di mestiere, nel tessuto storicistico. Il giudizio, negativo, su d’Ambra o Da Verona, o sullo stesso Saponaro, rivela, è vero, l’esigenza di confronto interno d’un ventunenne; significa anche, però, un rifiuto di ‘prescegliere’ nella letteratura, ed inclina a ridare criticamente quel sistema di differenze che disegna il percorso ‘spirituale’ della storia letteraria e che l’attento lettore percepisce già nell’articolo del 1938, al quale cenna Macrí, e che riproduco in Appendice. È per conforto, per necessità di stemperare le proprie convinzioni ‘ideologiche’ nella tessitura serena della storia, che la valutazione estetica è rideterminata nel giudizio storico. C’è di più: solo questo cambio, o raddoppio, di ‘guisa’ fornirà il terreno sicuro per l’esame della tradizione letteraria provinciale e delle sue divaricazioni o persistenze nel remoto, così  come, all’opposto, della sua vitalità o ‘presenza’, perché, infine, anche il distinto deve poter appartenere al regno del conosciuto o, se n’è capace, del vero. Sono studi ai quali Vallone inizierà a dedicare porzioni della sua attività solo in anni venturi.

 

5) Si sa: leggere per fare poesia obbedisce a leggi altre da quelle della comprensione critica o storica. Prima d’affrontare un testo, bisogna decidere da che parte si sta. La decisione di Vallone di abbandonare la poesia militante conforta di altre convinzioni gli studi, l’esercizio della lettura, e la tenace ed umile opera di schedatura bibliografica che ora ha di mira, soprattutto, il romanzo novecentesco; né c’è appassimento, o tristezza: “in ogni seria bibliografia, c’è anche un cuore”[35]. Eppure, qualcosa muore: la necessità spirituale che ha Vallone di vivere a Firenze, di appartenere a quella giovane letteratura nel cui verbo ermetico egli non crede. Resta fermo, intensissimo, l’amore per la città, che sarà sempre la città di Dante, la ‘sua città’. Tuttavia, si sente attratto da Torino. Qui sopravvive, sobria e severa, la tradizione storico-positiva che, sul versante letterario, fu del Graf e del Renier; ma molto di quanto era stato, non è più. Torino non è più, da tempo, la città di Guido Gozzano, e non è neanche più, cioè non può più essere la città di Gramsci e di Gobetti[36]. Sopravanza,  e mossa a volte di forte passione civile, come nel caso di Ginzburg e Monti, l’onda lunga del gobettismo, nel salotto di Casorati, dove s’incontrano giovani come Pavese od Abbagnano, od altri; ed ancora della famosa ‘Società della cultura’, che fu di Gozzano e della Guglielminetti, di Thovez e di Cena, permane traccia viva in letterati come Bontempelli o, soprattutto, Francesco Pastonchi. Ora Pastonchi (1875-1953) assomma in sé, come per frammenti privi di pienezza o di definita identità, molto di quel che Torino fu, e di quel che all’epoca è: allievo del Graf, come il Graf poeta e lettore di poeti; privo, però, di veri interessi critici, esperto, se mai, di metrica. Giornalista affermatissimo del Corriere, distaccato, elegante, conversatore, della Cantilena aveva scritto: “Vallone canta con molta libera giovinezza”[37]. E Vallone, dall’autunno del 1938, segue le sue lezioni che, solenni, ripetono un cerimoniale. Il bidello[38] altissimo e magro entra con una grande Divina Commedia semiaperta sulle mani e la poggia sul leggio; Pastonchi, alto, massiccio, con cravatta ogni giorno diversa, segue, e di fronte all’aula inizia a leggere un canto con poco e sobrio commento illustrato, anzitutto, dalla sapienza di lettore. La facoltà è, tuttavia, estremamente complessa; con forte influenza del grande francesista Francesco Neri, e del latinista Rostagni; e dove ancora s’incontrano i più anziani Matteo Bartoli e Vittorio Cian. Ai vari misteri lo introduce amicalmente un giovane docente, Carlo Curto, un triestino del ’92. Conosce anche, in quello scorcio d’anno, Anna Guasti, alessandrina a Torino[39], sua moglie, “la silenziosa compagna delle lunghe veglie”[40];  che condivide la vita studentesca, al teatro o al bar Biffi, dove equivoci telefonici nascono con un Vallone calabrese, Raffaele, e dove diviene amico del poi celebre Gianluigi Mariannini. Su tutti si staglia la figura paterna d’uno studioso anziano e prestigioso. Vallone stesso lo descrive:

“Fu nella primavera del ’39 che conobbi, di persona, Arturo Farinelli. Avevo letto nei tempestosi anni del liceo i suoi libri di critica e di memorie. Ne conservavo una impressione profonda, che in ogni problema della giovinezza inesperta mi si presentava ammonitrice.

In un mio viaggio a Firenze avevo comprato i suoi tre volumi (“Il Romanticismo nel mondo latino”) che per primi mi iniziarono alla vita della critica ed al suo mondo morale. Li lessi: so che annotai in un promus le parti rilevanti, i pensieri critici più notevoli, tutto ciò che l’infiammata esuberanza giovanile mi aveva fatto cogliere di più affine al mio temperamento. La lettura produsse i suoi effetti. Nuovi orizzonti mi si presentarono. Il pensiero si abituò ad agitarsi più indipendente e, direi, più famigliare in una coltura a cui mi ero sentito estraneo. Ammiravo in quei libri un’anima, un contenuto spirituale e la vigilata passione della lettura. Negli anni che seguirono alla scoperta ripresi quelle ed altre pagine e l’entusiasmo del primo incontro non mi abbandonò.

Abitava il Maestro in un arioso villino di via Guido Volante, fuori Torino. Ricordo che presi il tram da Corso Vittorio per recarmi di là dal Po in un quartiere da me non ancora conosciuto. Portavo con me una cartella  di appunti e di studi. Il Maestro apriva la sua biblioteca ai professori e agli studenti della sua Università il sabato di ogni settimana dalle ore 15 alle ore 18. Ivi, dalle letterature straniere alla critica tedesca, dai classici nostri alle riviste di coltura e di attualità, ogni lettore trovava la bibliografia necessaria per il suo orientamento e la sua ricerca.  In fondo in una saletta a parte, che infilava gli ingressi delle tre sale, dietro a un tavolo colmo di fogli e di cartelle  in un divino disordine, ove solo una mano esperta sapeva tirar fuori le pagine su cui imprimere un pensiero, un periodo quasi dettato da ispirazione, il maestro viveva la sua quotidiana fatica,  sentita sempre come premio. Avevo cercato invano, a Torino, nelle biblioteche e nelle librerie alcuni libri di critica indispensabili per i miei studi: non mi rimaneva perciò che recarmi dal Maestro. Con ciò realizzavo un desiderio che da anni tenevo compresso nell’animo.

Mi trovai come d’incanto su nelle sale superiori tra i libri e Farinelli. Mi apparve allora come poi sempre  l’ho visto: alto, con una testa bianca disadorna, gli occhi piccoli e lontani, sul volto l’ineffabile malinconia delle grandi anime. Ogni sua parola era una luce attorno. Lì dimenticavi la polemica e la rissa, le meschinità della cultura, le ciancie dell’ora. L’animo diveniva migliore. Cercò, in quel giorno, con me i libri per la mia cultura; abbandonò le sue carte e si interessò alle mie cose. Qualche altro studioso cercava per conto suo schiacciato contro i lunghi scaffali i libri per le sue ricerche. Riempii fitte alcune pagine di appunti sino a sera: sentirmi solo con quella grande anima  a pochi metri da me, mi dava lena e respiro. Spesso tendevo l’occhio e l’orecchio per rubare il gesto o l’atto di quell’uomo bianco che indovinavo tra le sue carte. Anche la mia affannosa lettura  mi sembrava irritare quel silenzio lontano. Andai via tardi quella sera e in un tram fitto di gente che si rovesciava al centro  per la vita notturna dei teatri. Tra quella gente mi sembrò che quell’incontro venisse contaminato: non me, la mia persona, ma quell’aria candida che il Maestro aveva soffiato nella mia anima col vincolo di una arcana dolcezza”.

Sono pensieri scritti per Vedetta Mediterranea, poi rivisti e rimeditati in morte col titolo ‘Farinelli uomo’[41]: ed è titolo rivelatore, perché è l’umanità nello studioso, la sua capacità di dare e partecipare senza riserve e giustamente, e di capire l’errore e di confortare l’isolamento, e di amare; è tutto questo che salda  l’uomo nell’uomo, e fa il maestro. E per quanto Vallone ricordasse con affetto e devozione Pastonchi, è senz’altro Farinelli il suo vero ed unico maestro. Gl’incontri nella sua casa, così, simile in spirito a quella che sarà la biblioteca di Galatina[42] i dialoghi, la preparazione degli ultimi esami: tutto avviene con Farinelli; che segue anche la ricerca sulla bibliografia del romanzo del secolo iniziato, e che Vallone va anche parzialmente pubblicando su Quadrivio, dal 1938. È un’intensità che acquista dolcezza per brevi ritorni in famiglia, nella estrema Puglia, nel ritaglio dei tempi studenteschi: a Natale, e l’estate. A Galatina nasce, con Pippi Piscopo, un giornalino di universitari; ma è a Lecce che sembra muoversi davvero qualcosa: il progetto di Francesco Lala «per la rivista di Politica Letteratura Arte Critica “Nuova Guardia”». Lettere lo raggiungono a Galatina e a Torino, già dal novembre del 1939 e certo Vallone scrive qualcosa per il primo numero (non so nemmeno se edito), ma non collima il suo gusto critico. Macrí, da Lecce, gli scrive, celiando, “sei tu ancora antiermetico?”[43]. Non tutto, però, è così piano: le sue bibliografie sono attaccate, nel metodo da Angelo Ranieri e da Gino Valisfanio[44], e deve rispondere[45]; né sono gli unici scontri: sempre condotti col garbo e la distinzione del civile dissenso che, sul punto bibliografico, rifiuta – siamo nel marzo del ’40 – di sostenere la necessità del ‘vitalismo’ bibliografico diretto a selezionare e a promuovere una certa ‘dottrina politica’[46]. E sullo sfondo, c’è la guerra. Da Maglie, il 20 maggio, ancora Macrí scrive a Torino: “Carissimo Aldo, sono molto contento del tuo lavoro. Ti voglio poi più bene di quanto tu non creda …; ma l’essenziale è lavorare; e se questo nostro lavoro debba interrompersi al primo colpo di cannone non ci si dimentichi della sua prima e sola ragione spirituale”[47]. La laurea, con una tesi sul romanzo, giunge l’undici giugno 1940: è relatore Pastonchi, correlatore Neri.

 

6) L’inizio della guerra e la fine dello studio universitario coincidono ad ore, come per fatalità. Un’altra estate è ancora possibile a Santa Maria di Nardò, con parenti ed amici. Vallone riordina i suoi  spogli bibliografici che, in lui, rispondono ad un’esigenza psicologica, più che filologica, di certezza; ed i suoi contributi a Vedetta Mediterranea[48] alternano critica e bibliografia; e son pochi, non solo perché Vallone sta maturando un’idea sua della nervatura culturale tra centro e periferia letteraria; ma perché è fisicamente lontano, e spesso a Torino, dove, nel novembre 1940 nasce sua figlia Alda. Per circa un anno alterna, tra Galatina e Torino viaggi e soste; nel paese natìo insegna a tratti, per supplenza, nel liceo Colonna[49]. A Torino continua a vedere intensamente Farinelli che gli parla dei suoi veri maestri, lo Schuchardt ed H. Morf, e gli evoca con inestinguibile amarezza la sua rottura con Benedetto Croce (“più non s’intrecciano i nostri destini”); anzi gli mostra una lettera nella quale il filosofo, a suo tempo, scriveva: “la cosa migliore che abbia fatto l’Accademia d’Italia è di averla nominata a suo membro”, o frase simile. Ma c’è la guerra.

Vallone è chiamato come ‘sergente universitario’ al VII Battaglione d’istruzione ai Bagni di Casciana, presso Pisa; vi resterà a lungo, fino alla fine del 1941, ed oltre. V’incontra tanti salentini[50] ed altri, come Nullo Minissi e Nino Buccellato, siciliano e poeta, che resteranno amici. Poi è trasferito a Fano, alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento[51], Nell’intertempo, ai primi dell’ottobre 1941, nella “Collana della Nuova Cultura” diretta dal Farinelli, esce il suo primo volume d’italianista: Il romanzo italiano dalla Scapigliatura alla Ronda. Fu questo un libro bello e precoce. Vallone lo pensa con un saldissimo impianto crociano, ed è in questo, al di là delle interne scansioni prescelte, la vera novità dell’opera, in cui, ad esempio, l’intero fronte dello sperimentalismo psicologico narrativo è letto nella sua capacità, o meno, di trovar forza e forma nella radice etica dell’arte. È poi vero: l’enorme massa di materiale e di letture che rampolla anzitutto dalle ricerche bibliografiche, ha forse sistemazione un po’ esterna e in qualche modo forzata nell’impianto teorico; e questa a me pare la più penetrante delle osservazioni critiche che il libro meritò, nel contesto larghissimo  di recensioni, circa trenta[52], che se sono, a volte, fonte d’amarezza[53], registrano però consensi consapevoli e maturi di letteratissimi come C. Martini e S. Benco, celebre anima letteraria del Piccolo della Sera e amico triestino di Joyce, nonché lettere belle di Corrado Alvaro e Riccardo Bacchelli (col quale inizia un rapporto non più interrotto). Vallone, insomma, ha 25 anni e, va forse detto, presto si libererà di questa sua eccedenza teorizzante nell’ermeneutica di lettore di gusto e nella sua capacità di percepire la bellezza, e farne storia. Così, quando negli anni Settanta tornerà al romanzo novecentesco, e volutamente su argomenti scottanti come la ‘condizione operaia’ o la ‘condizione femminile’, ne proporrà una lettura volutamente ‘serena’, cioè priva di connotati ideologici, cosa che, naturalmente, poté sembrare, allora, dotata di tacito ideologismo, come si pensava d’ogni critica mirata al puro essere della letteratura. La guerra, intanto, incalza: assegnato al corpo degli Alpini è spedito a presidiare, come sottotenente, il sottosettore di Val Majra, a quota 3.100; unico contatto è quello telefonico col sottotenente professor Lupo, da Brindisi, che presidia l’altro sottosettore di Val Varaita. Il sottocomando è a Dronero, dove c’è Enzo Sozzo, leccese, pittore e poi politico, ch’è sergente maggiore. Il comando è a Saluzzo, agli ordini del tenente colonello Puglisi, che ha una moglie tedesca, e lo chiama al comando per ‘curare’ la lingua italiana dei proclami e con aneddotica ricca di senso solo se detta. A Saluzzo abita con la famiglia in via Balbis, presso Iolanda Agnese, una pittrice ch’è vedova con due figlie ed un bambino morto poi tragicamente durante l’occupazione tedesca. Sono periodi amari, sia nell’intimo che nella generale speranza; e poche notizie hanno a che fare con gli studi; forse va detto che Aldo Vallone supera a Roma, nell’agosto del 1942, il concorso per titolare d’italiano e latino nei licei: incontra nell’occasione Ettore Paratore e Francesco Biondolillo (1887-1974), italianista, che sono i suoi esaminatori, e gli saranno amici tutta la vita. Unico opuscoletto, quello scritto col commilitone Minissi, su una leggenda toscana intorno alla contessa Matilde, ch’è poi la mitica scoperta della fonte termale di Casciana (Aqui) ad opera del merlo di Matilde. È edito a Pistoia, nel 1943; ed è poca cosa, quanta ne consente la guerra; il 17 agosto scrive, da Saluzzo, alla madre: “mamma cara, dal giornale radio di oggi ho saputo di bombardamenti nella provincia di Lecce. Che Dio ci protegga e ponga fine all’immane strazio del nostro popolo”[54]. Negli scarsi ritagli di tempo, dal gennaio alla fine del luglio del ’43, gira negli archivi del cuneese: a Saluzzo, a Dronero, ad Acceglio, a Verzuolo, a Cuneo e raccoglie materiali inediti sulle tradizioni popolari e sugli eretici del saluzzese; gli sono vicini don G. Roviolo, arciprete di Dronero, monsignor Riberi, bibliotecario a Cuneo, e soprattutto il gesuita padre Savio e il professor Sartorio, storici locali; ma non ne nasce nulla, eccezion fatta per un episodico contatto col Cantimori[55]. Poi c’è l’otto settembre. Con la famiglia si rititra a Montiglio d’Asti, perché lì c’è Angiolina Brosio, persona amica di sua moglie. S’incontrano tante famiglie, come i Nazzaro, o i Valletta, o soprattutto i Sandri, che vogliono tutte sopravvivere, e che sono accettate con occhio tollerante dal podestà Borsarelli. Ai primi dell’anno, s’organizza col placet del provveditore, una scuola media per i bambini sfollati: tra questi, Giorgio Sandri, poi poeta. Vallone insegna italiano e latino in terza media[56]. Quindi verso aprile, insieme ad un altro galatinese, Salvatore Ferrol, va in Asti dal Provveditore che, senza fare troppe domande, lo indirizza al liceo Alfieri, dove insegnerà italiano e latino alla sezione B; nella A, c’è un bolognese, Piero Cazzani, ch’è anche direttore della ‘Casa Alfieri’ in Asti, nella cui biblioteca, ogni pomeriggio, Vallone si ferma a studiare i manoscritti del poeta, e la corrispondenza inedita del Valperga di Caluso, l’amico d’Alfieri[57]; poi torna a Montiglio, in bicicletta, per 20 chilometri. S’attende che il tempo passi e la guerra finisca, perché quel che conta, ormai,  è il dopo. “Mi sovvengono pure le lunghe chiaccherate che facevo con lei lungo le strade di Montiglio, ed ora ognuno può rendersi conto se fummo degli illusi o degli indovini sul divenire nostro e del nostro paese”[58]. Ed anche quei pochi contatti epistolari che intrattiene per gli studî, non hanno sostanza e convinzione altra che per il futuro; il 27 settembre 1944 gli scrive Alfredo Galletti: “sono lieto che la sua energia non pieghi sotto la tempesta; ma attende che passi la raffica per riprendere con maggior alacrità il lavoro. La vita dovrà ricominciare, e Lei può aver fiducia nell’avvenire”[59].

Nel giugno 1945 Vallone torna a Galatina. Fa in tempo però a ideare, con l’amico Cazzani, la casa editrice Arethusa[60], in Asti, dove sarà edito (nel maggio del 1946) il suo primo volume foscoliano, scritto nell’estate del ’45 nelle pinete sul mare di Santa Maria (dov’è oggi l’Hotel Riviera) e dedicato “a mio padre, che non vide la fiamma ardere”.

 

7) Il ritorno a casa è gesto di profondi significati, e libera alla gioia molti sentimenti: l’incontro con la madre; la sicurezza dell’identità e dell’appartenenza; infine, la sapida possibilità di stemperare il dubbio nel conosciuto. Eppure, in questo ritorno, c’è, per Vallone, qualcosa come un regresso; dagli studî, dall’Università egli ha ottenuto soltanto di colmare, e poi di farlo solo in superficie, quel vuoto di fondo, quel bisogno di guida ch’egli istintivamente ha affidato a due uomini, Farinelli e Galletti (ci sarà poi il Pietrobono), che sono, peraltro, tiepidi tra loro[61]: anziani entrambi, entrambi vedono in questo giovane più della giovinezza; amano entrambi quella sua dolcezza che manca a chi l’ha conosciuto. Eppure, è tutto qui: il ritorno a Galatina significa, nei fatti, l’aprirsi d’una via diversa da quella universitaria. Farinelli, incontrato ancora, gli scrive: “or sarà ritornato a Galatina, con la compagna che trascelse, e avrà iniziato la nuova vita lontano dai torbidi e dalle tempeste che sconvolsero il mondo in questi tristi tempi. Io la rividi con grande piacere”[62]. Ed in verità quel che Galatina dà, Galatina prende. Gli affetti, la sicurezza del noto tendono, o possono tendere, ad avvitarsi, in una pigrizia culturale indotta, anzitutto, dalla condizione periferica che sprigiona come suoi sintomi rivelatori, in chi pur tuttavia ama la cultura, motivazioni istintuali alla separatezza, all’autosufficienza, per degradare fino al narcisismo. Indulgo a tutto questo, perché è connotato di ieri come di oggi. L’assenza di strumenti formativi, l’occasionalità del confronto costruttivo, insomma il debito spirituale imputato alla remota geografia (a Galatina come, allora, a Lecce) può così tradursi in pensieri o scritti ai quali il rifiuto e l’egotismo danno in ossatura l’eccesso di congetturismo, che supplisce la scarsità di riscontri e di letture; l’appello autoritario alla tradizione che soppianta la ricerca; la pretesa iniziatica d’esser sacerdote o, peggio, prete del vero che ottunde e mistifica ogni percezione del falso. In questa metamorfosi provincialesca si mettono in discussione le stesse proprietà dei generi letterari: ricostruzioni storiche divengono cassa armonica del protagonismo eletto, a volte, ad organo di comprensione; scritti di critica letteraria erigono l’occasione a fondamento categoriale; poesie esaltano la mai interrotta stazione nel paese a principio d’onore e di valenza, magari anche poetica. Ci sono all’epoca, è vero, in Lecce, e Maglie, o Galatina quegli istituti superiori d’istruzione, i licei[63] che fanno cultura oltreché scuola; ma sono isole nella corrente, e poi, troppo spesso, la cultura è quella solita, perché, anche qui, è pur sempre questione di uomini; e per forza di cose uomini migliori sono quelli che hanno visto molto, e capito qualche cosa. In Vallone, tornato titolare del liceo galatinese, la rinnovata stagione di provincia non indulge a tepori o a rifiuti o fughe; ma resta ancor più bisogno di conoscenza e di costruzione critica; ed al fondo, cova anche l’idea che questa costruzione debba riguardare non solo quanto appartiene al quadro generale della letteratura italiana, ma anche quanto, del periferico, debba essere riscattato a quella altezza; dalla geografia alla storia. E d’altra parte, fervono le opere: c’è Libera voce, alla quale Vallone, chiuso nell’altra Italia, non ha potuto partecipare fin dall’origine; ma il 9 novembre 1945, gli scrive Vittorio Pagano:

 

“Ora  io debbo chiederle, anche a nome di Massa e degli altri amici, di mandarmi qualcosa per la nostra pagina letteraria. Quello che voglia e preferibilmente sulla poesia contemporanea (non disgiungendo, si capisce, gli ermetici così sottolineati da quelli che hanno preso a chiarirsi subito dopo la guerra: a proposito, non la disgusta un poco la finzione e il teatro contenuti in questo “lavacro di sangue”, per cui ognuno si è costretto ad assumere il volto della charitas e di una impura pietà sorniona?) Potremo al caso stabilire una rubrica tutta per lei, se gradisca impegnarcisi…”[64].

 

Anche a Galatina c’è una rivista letteraria, ideata da Enzo Esposito; è Antico e Nuovo[65]. È, credo, a proposito di questa rivista, la quale, nella sua seconda fase, quella “scafata”, avrà a condirettori, con Esposito, Marti e Vallone, che Macrí scrive: “Aldo carissimo, va tutto benissimo. È essenziale però che noi vediamo il d’Annunzio di Pagano … Invita anche Mario Sansone e Tommaso Fiore (che però non parlino di letteratura contemporanea) … Vedi di farti dare il Góngora da Alda Croce”[66]. In effetti, Vallone ha conservato i rapporti con casa Croce; nel suo traversare l’Italia, ogni volta si ferma a Napoli o ci va apposta; e qui, nel circolo crociano, ha conosciuto Sansone; ed Ettore Gentile gli scrive: “il professor Sansone mi fa il suo nome come quello d’un possibile ottimo collaboratore del Caffè; giornale che un gruppo d’amici ed io abbiamo fondato a Napoli per tentare di dar vita ad un organo di educazione civile … in questo momento di smarrimento doloroso”[67]. Ci sono, allora, strade da seguire; la residenza galatinese non isola Vallone dal tessuto della letteratura nazionale; gli porge anzi spunto ed occasione di legare a quel tessuto la provincia, e di farlo nella prospettiva non della letteratura militante, come s’era tentato fin allora nell’opera prometeica di Macrí e Bodini, ma sul piano della storia letteraria. Nasce così, nell’autunno del 1945, una collana editoriale, le “pubblicazioni sotto gli auspici del R. Liceo P. Colonna a cura degli Amici del libro” detta anche, senza dilungarsi, “Amici del libro”[68]. È un’idea nuova salutata come “primo coraggioso passo novo a ricostruire il domani”[69]; ed ha questa calorosa accoglienza perché c’è bisogno di qualcosa di meno volatile e di più probante, di concretamente diverso da una pagina letteraria, per quanto illustre e valorosa. I primi due volumi della serie che, in un certo senso, esprimono l’idea del tutto sono il Bellincioni del Gaetani (con data editoriale del 10 ottobre 1945) e l’edizione dei Ricordi d’un orfano del Toma, a cura di Vallone (con data editoriale del 30 novembre 1945). Toma è un pittore celebre, è di Galatina, la sua orfanezza è, come in Vallone, dolore dell’anima, la sua pagina dimenticata è prosa viva; si presta ad esser vissuta di per sé in contesti larghi di scienza e di attenzione. Non si tratta però di ridurre tutto a liberare dall’oblio alcuni, e quali, dei patrioti dimenticati, gli “scrittori nostri”[70]; si tratta di fare questa lotta di riscatto senza chiudersi in essa; si tratta di tentare il respiro generale senza comprimerlo nel solo interno dei dimenticati di periferia. Bisogna invece mostrarlo già presente nella composizione stessa della collana. Così, accanto al Toma, può e dev’esserci uno scritto di Gaetani sul Bellincioni un minore toscano, e sia pure “una curosità per dotti” come scrive Bodini in una lettera che esprime un’idea di salentinità diversa da quella di Vallone, ma già ‘condizione dell’anima’ e che tutta ruota sull’iniziativa editoriale:

“questa notizia mi è graditissima; tanto più in questo periodo, in cui ogni giorno con più certezza io vado ritrovando in me certe ragioni della terra, ed anche rimproverandomi in qualche momento di diserzione. E ingiustamente poi, perché la mia presenza costà varrebbe ben poco, e a me nuocerebbe moltissimo; e anche la “carità patria” ne soffrirebbe in tal caso. Io ho bisogno, non so perché, di distanza per poter amare liberamente il mio paese”[71].

Vallone vuol disporre il Salento alla pari, non accetta e non subisce il complesso di sentirsi dipendente, ch’è poi il tratto primo del provincialismo[72]. Che la collana riesca a tanto, è discutibile; che l’atteggiamento sia giusto invece lo credo. Pagine pugliesi s’alternano a pagine non pugliesi. Giuseppe Petraglione ripubblica, con altro, il suo Carducci e la Puglia, ed è volume al quale Vallone tiene molto perché è legato ai ricordi della sua famiglia, e dei Siciliani. “Il materiale mi venne in parte favorito da quell’ottimo uomo che fu il dottor Vito Vallone, di certo suo parente”: così gli scrive Petraglione[73]. A metà del gennaio 1946 è, ad esempio, edito un volume del Farinelli, Critici del mio tempo che contiene anche una dura replica al Croce[74] che Vallone non esita a pubblicare; ma il curioso di questo libro, è che pubblicando i profili di De Sanctis, di Zumbini e di Torraca, Vallone in verità unisce tre nomi di precedessori in quella prestigiosa cattedra napoletana, che sarà poi sua. Si stampa anche la sua bibliografia sul romanzo: quattro volumetti, il primo dei quali ha la data editoriale del 6 febbraio 1946[75]. Emilio Cecchi gli scrive: “perché non si mette in contatto con Prezzolini, che fa un analogo repertorio per la Università di Columbia?”[76]; ed è poi proprio Prezzolini a riscrivere a Vallone:

“Caro collega in bibliografia, la ringrazio anzitutto per il dono dei suoi volumetti, che avevo ordinato in Italia insieme a tanti altri che non arrivano. Non posso dir altro che mi paiono utilissimi e ricchi in modo strabiliante, per me almeno, che, come ha visto, mi son limitato a una scelta. Non farò mai la bibliografia della letteratura italiana dopo il 1942, ma se qualcuno continuerà la mia dovrà riferirsi per parecchie voci alla sua come la più completa che esista. Conosco le difficoltà del lavoro e molto ammiro quello che lei è riuscito a fare, stando in un piccolo centro come Galatina”[77].

Sappiamo invece che il lavoro impegnò dieci anni in quattro città[78]. E la collana procede: dodici volumi, fino appunto al 1952, con alcune propaggini che qui è forse inutile ricordare[79], anche se va notato un volume di Macrí, su Il pensiero estetico di G. B. Vico, annunziato già nel febbraio 1946, ma che non vide la luce anzitutto per i ripensamenti di Macrí, il quale l’otto ottobre 1946, da Parma, scrive: “quanto al Vico bisogna che ci rifletta. Ora vedo l’estetica vichiana fuori dal raggio crociano, in una prospettiva più ampia e intensa… abbi un po’ di pazienza; attendi un breve tempo nel quale mi decida… Ti prego di dare ad Antico e Nuovo questa poesia di Bodini: è una seconda redazione che annulla una precedente che ho già spedito a Esposito. Ti raccomando la cosa caldamente. Sai come questi poeti sono irritabili…”[80]. E tra questi, meno irritabile di Bodini, fors’anche perché Vallone è “paziente”, c’è Comi, che gli scrive:

Ho già – e per ora – ammirato senza riserve la (sua) “pazienza” – virtù che S. Agostino cataloga fra i più grandi doni di Dio.. (“virtus animi quae patientia dicitur, tam magnum donum Dei est ut etiam ipsius qui nobis eam largitur praedicetur”). Nel corso della lettura mi renderò conto degli altri meriti della Sua fatica [quella bibliografica sul romanzo]. Le mando – secondo il Suo desiderio – “Necessità dello Stato Poetico” – (che è una specie di sommario o di vivaio d’idee, di appunti e di spunti, di argomenti polemici e di notazioni liriche) – e il mio primo libro di POESIA (1918-1928) dove l’esperienza ermetica - come vedrà – è ricca di un suo pathos e di un suo timbro inconfondibile -. (È questa una constatazione di ordine critico e oggettivo e non un “fatto” di cui vado superbo..) – In Italia, ogni volta che si è scritto di poeti ermetici si è ignorato il mio nome: ma la colpa è stata, credo, in gran parte mia; che sono un pessimo “amministratore” della mia “fortuna” e della mia fama letteraria.. – Oreste Macrí stesso mi ha scoperto quando io avevo già dato segreta sepoltura da parecchi anni al mio laborioso e complesso ermetismo”[81].

In questa rete che man mano si va allargando, compare anche Dante. E compare, come ogni cosa del Vallone giovane, accompagnato o preceduto da un prudente corredo di bibliografia: due puntate, edite nel 1947, sulle biografie e bibliografie e sui critici danteschi[82] che preludono ad una “bibliografia dantesca dal 1940 al 1946” edita solo anni dopo, ma alla quale lavora da tempo raccogliendo notizie e fonti anche all’estero; in Francia, ad esempio, entrando in contatto con Andrè Pézard, il più grande italianista francese, amico poi sempre, che nel gennaio 1947 gli scrive, dandogli informazioni, e mettendolo in corrispondenza con Auguste Renaudet, ed altri[83]. Accanto a queste schede vale un’archetipica ‘noterella dantesca’ d’una pagina, edita sul terzo numero d’Antico e Nuovo (siamo nel 1947) e nello stesso anno rifusa nelle Prime noterelle dantesche[84], titolo presago d’un dopo, e dedicato a J. G. Fucilla, il bibliografo americano, che Vallone ha conosciuto tramite Prezzolini. Sono piccoli accenni, ma Benedetto Croce li conosce:

“Le sono molto grato del dono dei suoi nuovi opuscoli, che vedo sempre con piacere, e che mi riescono utili; e anche ho scorso l’argomento bibliografico dantesco del quale mi paiono buoni i criteri; quanto opportuna è ora la pubblicazione, notando nello studio su Dante un certo rilassamento…”[85].

L’amore per Dante nasce, insomma, dal grembo della bibliografia, come il nuovo nasce dall’antico, trattenendolo al proprio fondo, che non è  la bibliografia stessa: è l’ansia di certezza e di guida che la genera e che si stempera in care ed effimere immagini paterne; quelle di anziani maestri, anzitutto in umanità; quelle del solco familiare che lo spingono al fare civile[86] e ch’egli può e vuole rinnovare solo nella cerchia sua propria perché mai volle fare l’errore che il figlio, o chi per lui, rimprovera al padre in Pater; perché è letterato[87]; eppure, anche quest’orizzonte deve aggrumarsi in un  seme. Dante accende la fiamma.

8) Il fatto che l’interesse per Dante nasca, né più s’interrompa, dopo quello, ad esempio, per Foscolo, si spiega appunto per la natura del nuovo, od ultimo, che riproduce l’antico dal suo primo seno, dal grembo ispiratore della vita, dove non c’è figlio senza padre, non c’è passo senza cammino. Ma è possibile, da Galatina, fare questa strada? Una certa venatura di scritti, e di parole, tenta di distinguere tra Salento fuori dal Salento ed una sorta di categoria pensata combattente, quella di chi non avrebbe ‘disertato’rimanendo in patria; insomma un Salento da Salentini, che vi sarebbero ascritti per meriti altri da questa comoda distinzione, mentre troppo spesso è proprio l’aver sottratto che crea ad arte lo spazio residuo per ospitare quel poco che rimane.

‘Diserzione’ è parola di Bodini; ma come può brandirla chi ignora il dolore della distanza o dell’addio? Perché anche fu detto: “tu un giorno hai abbandonato la tua casa, il tuo paese, i tuoi genitori … Se non li avessi abbandonati, non saresti solo”.

Il lavoro che Vallone ha fatto per il Salento è stato fin qui, lavoro d’assente o d’isolato: non ermetico nel fulgore prebellico dell’ermetismo; partecipe tardivo, per causa bellica, al movimento di Libera Voce, riprende da Galatina il filo dell’amor patrio; ma deve anche seguire, perché qualcosa si deve a se stessi, ed è innanzitutto un dovere, la sua vocazione che lo porta lontano. Quel filo, tuttavia, si tende, ma non si spezza: quando, nel 1949 per l’Archivio storico pugliese scrive il primo di molti saggi su Pietro Siciliani è ormai da due anni a Roma. Dieci e più anni dopo aver raggiunto Firenze, motivi eguali e diversi lo spingono nella capitale; e certo maggiore coscienza e maggiori dubbi; ha, di solido, solo il trasferimento al Liceo scientifico ‘A. Righi’. Gli scrive, nell’ottobre 1947, Alfredo Galletti: “penso che il trasferimento a Roma risponda ad un suo desiderio, e le mando le mie più cordiali congratulazioni. Certo Ella troverà costì più larghi sussidi e anche maggiori stimoli alla sua feconda attività di studioso. Buon lavoro, dunque…”[88]; ed anche Vittorio Cian, un altro maestro torinese, gli scrive: “mi compiaccio che Ella si sia trasferito a Roma, dove potrà attendere con maggiori risorse di materiali bibliografici ai suoi lavori danteschi”[89]. C’è già, dunque, un intento prevalente, e sostenuto poi da amicizie impossibili ai vent’anni: con Francesco Gabrieli, incontrato sul terreno degli ‘Amici del libro’, che a Roma gli presenta Alfredo Petrucci; con Renzo Frattarolo, pugliese anch’egli, sodale nell’Italia che scrive, e bibliografo; e, con lui, nasce un progetto, che viene diramato: la continuazione del ‘Repertorio’ bibliografico della letteratura italiana, del Prezzolini, e che Prezzolini non vuol più proseguire, e “la cui direzione è stata assunta da Giannetto Avanzi, in collaborazione con Renzo Frattarolo e Aldo Vallone”[90]. Lo stesso Prezzolini è all’oscuro di tutto, e gli scrive: “son lieto di sapere che lei lavora con Avanzi che non me lo aveva detto. E consulterò la bibliografia dantesca, di cui c’è bisogno”[91].

Cadrà la continuazione del ‘Repertorio’, fors’anche perché è ormai dominante l’impegno dantesco; accetta, tuttavia di aggiornare la bibliografia della famosa collana vallardiana della “Storia letteraria d’Italia”; e la prima opera trattata sarà l’Ottocento del Mazzoni, seguita dal Novecento del Galletti[92]: è la collana per la quale pubblicherà, nel 1971, il suo celebre Dante, e nel 1981 la Storia della critica dantesca. Ed è curioso che il giovane bibliografo che vuol fare altro[93], sospenda il suo lavoro dantesco per dare bibliografia alla prestigiosa casa editrice che pubblicherà, poi, la summa del suo pensiero, appunto, dantesco, iniziato in un certo senso, nel corpo stesso della bibliografia su Dante che, in quei mesi, circola per stralci dattiloscritti, ed è richiesta ormai di tutti i dantisti. Tra questi, in Roma, campeggia l’austera e veneranda figura di Luigi Pietrobono che Vallone descrive nel loro primo incontro.

 

“Luigi Pietrobono abita in via Flaminia 399, con una nipote anch’essa avanti negli anni. La casa è modesta. Un modestissimo ingresso: e poi si passa nello studio. Un tavolo non grande con alla sinistra una pila di libri (varî Dante, ecc., anche un “come si dice” dell’editore Salani). Dietro  al tavolo due scaffali pieni di libri, distanti tra loro tanto quanto è sufficiente perché s’incastri  sul fondo del muro la dolce e ancora vigorosa figura del Pietrobono. Sulla sua testa un quadro di Dante  pensoso. Intorno altri scaffali con i libri in ordine, diligenti, in attesa.

Andai a trovarlo il mercoledì 17 Dicembre 1947 alle ore 16: di me gli aveva parlato l’ottimo Barbieri, direttore della biblioteca “Angelica”. Stava poco bene: da circa due mesi, per una caduta, egli era costretto a uscir raramente, e ad aggirarsi lento, entro le mura della sua casa. Aveva addosso una giacca di lana: ed era lento, quasi solenne, nel parlare. Pochi i gesti: ma intenso e pigro lo sguardo. Ogni suo concetto finiva col raddolcirsi nella serenità del suo viso, in un sorriso beato che mai ho veduto l’eguale. Tradiva l’innocenza di un bambino accanto alla più smaliziata e rigorosa meditazione.

Le citazioni di Dante, sempre sicure, si rincorrevano nel suo pensiero legate tra loro saldamente,  già fuse in un organismo di pensieri lungamente studiato. È uno dei pochi critici di Dante che parta da solide posizioni, da basi di partenza conquistate dall’entusiasmo e dalla persuasione insieme. Ogni sua parola, ogni suo concetto, ogni sua lode e biasimo fa parte di un più vasto pensiero, di un mondo ancor più largamente  concepito, e nasce come occasione per chiarire in fondo se stesso. Per comprendere bene la sua posizione indubbiamente giova quanto egli stesso ebbe  a raccontarmi. Conobbe il Pascoli, inviato come commissario governativo al “Nazareno”, quando egli era appunto nello stesso istituto insegnante d’italiano. Nei 20 o più giorni di contatto nacque  tra i due sincera amicizia: e da parte del Pascoli l’esortazione al Pietrobono a perseverare, a unirsi a lui nel culto e nella difesa di Dante. Pensava il Pascoli ad una Biblioteca  dantesca, a studi cioè che chiarissero irrevocabilmente le basi del pensiero dantesco su cui poi costruire. E inviò, lontano da Roma, al giovane Pietrobono, il suo “Minerva oscura”. Ne infermò l’animo e la mente del giovane Pietrobono; a quest’opera seguì “Sotto il velame”.

Ma già la mente aveva acquistata grande padronanza nei problemi di Dante; e di quei propositi pascoliani, inattivati, una cosa in fondo rimase nel Pietrobono: rifare dalle basi l’esame di Dante.

In questo punto tirò dai libri a lui più vicini un’edizione inglese, senza note, genuina; e me la porse. Il libro, tutto Dante, era pieno sui margini di note, di riferimenti interni o al tempo (essenzialmente Compagni, Villani). Egli aveva inteso Dante, affidandosi solo alla sua guida, disdegnando le soprastrutture dei commentatori e del tempo, che ne avevano come alterata la fisionomia.

In questo modo si spiega la novità della critica dantesca del Pietrobono. Soleva dirmi: “Senta, professore, è Dante stesso che me lo dice: ogni suo verso, ogni sua parola è legata, ha un posto particolare, voluto dal Poeta. Non è il caso: in questo  mondo domina la meditazione”. È così naturale come per il Pietrobono la “Divina Commedia” sorga su uno schema ben fissato, particolarmente studiato, anche nei personaggi, nel loro contegno, o nel contegno che Dante vuol dare a loro. Questa unità, che fece e fa pensare ad atto di volontà e quindi extrartistico, o a predominante  valore contenutistico, è la base su cui ha costruito il Pietrobono, poniamo “Dal centro al cerchio” alle  sue recensioni e saggi sul “Giornale Dantesco” (poniamo in opposizione al volume del Rossi “Gusto filologico” Laterza 1943). In questo concetto si radicano le sue rispondenze (e me ne citò centinaia), che, appunto  perché in gran numero, dimostrano un pensamento centrale, e una meditazione che ha visto, in precedenza, particolari e centro insieme…”[94].

 

Nell’agile pagina, traluce l’impronta profonda che ha impresso l’anziano; che anche l’esorta a Dante, e nella forma allora nel giovane più pronta. Tuttavia, pubblicare una bibliografia dantesca è ardua impresa, ed i sostegni son deboli. Ed anche Farinelli manca; l’otto aprile 1948 gl’invia quest’ultimo, commovente biglietto: “appena posso scriverle. Sono sepolto in un letto, colpito da un improvviso attacco al cuore. Or non so se riuscirò a rimettermi, e le mando come posso il mio affettuoso saluto”[95]. Morirà ore dopo, e Vallone scrive un suo ricordo, bello e gonfio di nostalgia, che, lo dissi, già nel titolo: “Farinelli uomo”, indica il tratto che segna una vita, la fonte ultima e forse unica che lega le generazioni nel punto della verità e, insieme, dell’amore[96]. Tenta un dantista dei tempi fiorentini, Mario Casella, di far pubblicare il volume dalla Sansoni[97] ma senza esito; ed anche Croce non riesce a nulla col suo editore: “credo che l’esitanza del Laterza venga non già da un giudizio sulla qualità dell’opera, ma dal fatto che egli ha creduto necessario ristampare quasi tutti i vecchi volumi della Casa, che erano esauriti e di continuo richiesti. Anche a me ha fatto lo scherzo di farmi rivedere uno sull’altro le bozze di una cinquantina di volumi”[98]. Il volume sarà pubblicato invece nella prestigiosa “Biblioteca di Bibliografia” della Olschki, con una pressione minima forse proprio del Pietrobono[99] e fors’anche per ‘fiuto’ di Aldo Olschki, editore dotto ed editore nato, che sarà poi per decenni l’editore di Aldo Vallone.

Nello stesso anno, il 1950, nel quale son pubblicati Gli studi danteschi dal 1940 al 1949, esce anche un volumetto rivelatore dell’uso non solo bibliografico che Vallone fa della bibliografia dantesca: La “cortesia” dai Provenzali a Dante, che ha un’immediata ed internazionale risonanza.

Pézard gli scrive: “c’est un travail comme je les aime: plein de références aux textes, d’analyses très fines et portant sur des faits indiscutables, non pas sur des nuées pseudophilosophiques ou esthetiques…”[100]. Anche Antonino Pagliaro scrive della “bella ricerca sulla nozione di ‘cortesia’… È una ricerca che io chiamo di ‘forma interna poiché si fonda sul significato di un termine e sul ‘campo’ in cui esso s’ingrana; avrò occasione di citarla…”[101]. E ci son lettere anche di Gianfranco Contini, col quale Vallone avrà sempre contatti frequenti e rispettosi. Assai più notevoli della lode peregrina del nemico Russo, questi brani li cito perché danno anche misura della tendenza eterodossa, e non solo qui, del crocianesimo di Vallone. Ed ormai Vallone è dantista riconosciuto; ed ha naturali incontri con i migliori dantisti italiani, che sono per lo più nella capitale, come, appunto il glottologo Antonino Pagliaro, il latinista Ettore Paratore[102], lo storico della filosofia medievale Bruno Nardi, al quale l’introduce il Pietrobono, e che si conserverà con lui in contatti quotidiani, d’intenso e fraterno affetto, fino alla morte. È un sodalizio di segno trino, perché vi si deve includere il Pietrobono, e dal quale nascerà l’Alighieri[103], mentre aumenta il giro degli amici di Vallone: Friedrich Schneider, Ulrich Leo, Leo Spitzer, Paul Oskar Kristeller, ed altri[104] che solo a Roma si possono incontrare, o alla Vaticana (come il Kristeller) o, in genere alla famosa “lectura Dantis” domenicale nella ‘Casa di Dante’, a Trastevere. Qui è, in realtà, il cardine tra antico e nuovo dantismo, in un clima di dottrina e di missione nel quale a volte, s’annida anche la celia; poniamo, perché fu mito, nelle letture del venerando Zingarelli, che all’onorate l’altissimo poeta s’alza in piedi, più basso di quand’era seduto, rinnovando in qualche modo l’immagine che Settembrini tramanda del Galluppi.

Ma, in verità, chi non ha frequentato quelle letture, ed in quella stagione, perde la suggestione e gli umori intensi, che certo non vengono ridati neanche da scritti partecipi:

 

“Queste ed altre cose (poesia come discorso, come dialogo) pensavo, mentre ero nella “Casa di Dante” in attesa che Aldo Vallone, dantista validissimo, iniziasse la lettura di un canto dell’Inferno, del XXIV precisamente. Il grande salone del vecchio (rifatto) palazzo degli Anguillara era ormai pieno, presenti fra altre personalità illustri del mondo della cultura il direttore della famosa rivista tedesca Deutsches Dante Jahrbuch, Friedrich Schneider, Bruno Nardi, Umberto Bosco, Siro A. Chimenz. Un’atmosfera sana dignitosa austera, vera oasi di pace spirituale”[105].

 

Bisognava anche saper parlare, perché  si giudicava pure su questo, e conferenzieri nati s’avvicendano, come il sanguigno Paratore, il raziocinante Nardi, il sereno Vallone. Io li ricordo; e sento vero quel che di Vallone oratore scrive, a lui, Pietrobono: “le sue parole sono come una musica dolce e riposante; da esse emana dolcezza e bontà”[106]; e qui si coglie l’uomo, perché l’ho detto, piaceva quella sua dolcezza.

Forse è qui, in Dante, che termina la giovinezza di Vallone; e proprio quando il cerchio torna a curvare al natìo Salento, dove peraltro, egli costantemente torna. E, in tante attività[107], il ritorno lega la nostalgia alla speranza, perché qui sta sorgendo l’Università, e Vallone vuol esserci. Libero docente[108] ottiene nell’anno accademico 1955-1956, per incarico, la prima cattedra di letteratura italiana della nuova istituzione, e la terrà fino al 1971[109]. Da questa cattedra, nel 1958, tenta d’invogliare l’Amministrazione provinciale a dotare l’Università per “l’istituzione di una collana di studi e testi soprattutto salentini di natura storica, letteraria e filologica”[110]. E qui è centro al cerchio, perché, infine, Vallone ripropone tenacemente, dopo i giovanili dibattiti con Macrí, dopo gli ‘Amici del libro’, la questione dell’identità provinciale sul piano più consono alla sua professione di storico letterario e, direi, alla necessità della cosa: la gestione critica di questa identità nel suo legame storico con la letteratura nazionale; idea e prassi archetipica di quella dialettica tra ‘modello’ e ‘antimodello’ che sta a lucido fondamento d’una Storia della letteratura meridionale nella letteratura italiana[111].  Intendo la raccolta, pubblicata a Lecce nel 1959, dal “Centro di Studi Salentini”, degli Studi e ricerche di letteratura salentina che raccoglie scritti, sul punto, degli anni precedenti e nati nel grembo dell’insegnamento universitario[112]. È certo il primo esperimento in questa direzione; ed è un successo ottenuto con la sua ermeneutica, col suo ‘saper leggere’, annidato nel metodo crociano ma, al tempo stesso, fuori dal fondamento teorico di questo[113], nel quale si sa, non si dà una geografia; e Bosco infatti gli scrive: “mi paiono (gli Studi) un buon esempio di quelle ricerche di “geografia” letteraria delle quali prospettava l’urgenza anni sono Dionisotti nella sua prolusione londinese”[114].

 

9) Ricordo sempre mio padre giovane, e non lo era; né  so se questo è per virtù mia o sua. E poi, quando finisce  la giovinezza? Forse, quando s’imbocca l’ultima via, quella che non s’abbandona più e nella quale s’è giovani sempre. Retorica, sì; e non serve a vivere o a mitigare il dolore, ma, forse, solo a sperare che lui vivrà di quella vita inesistente della memoria. E, certo, nella memoria mia vivrà; perché, poi, anche m’accorgo che la sua piccola patria è in qualche modo la mia, senza ragione che lo sia; e la sua orfanezza, la mia, che solo ora apprendo amarissima. Orfanezza e ansia d’annientarla, l’una nell’altra, come fuoco che sospinge la ricerca a rinnovarsi per inverare il vuoto nel pieno, il piccolo nel grande, l’equivoco nel certo, come fu, fino alla morte. E la morte venne, e lui se ne accorse, e mi disse: “Giancarlo, muoio”; ed io ho tremato, perché sapevo ch’era vero, e perché dalla cecità del male trapelava la verità della morte, ed anche il mio nome come verità, perché mio padre m’amava. Ho tremato perché sentivo, e so, che quell’amore era unico, e non ce ne sarebbe stato un altro.

Forse fu l’orfanezza sua dolorosissima a fargli credere ingenuamente nell’umanità dell’uomo, come se in ciascuno potesse vibrare un amore largo di padre o di figlio; e sbagliava; e lo sapeva; ed io conosco, come conosceva lui, i suoi amici, ed i suoi nemici, ed i suoi finti amici, quelli, ad esempio, che lodavano ‘per isciupare’; o che sciupavano perché altri lodava; eppure, nessuno, anche di questi, smise di amare, e, anzi, intensamente riamò al minimo cenno, e quanto spesso falso, d’affetto. Delusioni, certo; e molte; e forse per esse, che da tanti sperimentò, amò me, figlio, oltre lo stesso amore paterno, ed anche temeva che anch’io fossi deluso o tradito o odiato, come naturalmente fui; ed evitavo di dirglielo, perché se ne doleva; ma nemmeno questo gli fu, in tutto, risparmiato, o fui capace di risparmiargli; e me ne dolgo io, ancora; ed è dolore ulteriore, quel che sapeva e non sapeva di me, e vena il mio rimpianto.

Ricordo che si volgeva all’angolo di strada, e salutava con la mano, ed io temevo che, una volta, non sarebbe tornato, e lo credevo triste; e forse lo era, e presentivo nel futuro la tristezza. Anche mi piaceva il suo modo di parlare, naturalmente fine, mai costruito dalle letture, nonostante esse; e il suo modo inaspettato d’esprimere le cose; ricordo la faccia stupefatta del buon medico del piano di sotto quando, lui, malato, domandava se tutte quelle medicine “non gli impietrissero lo stomaco”. Ed ascoltavo le sue storie.

Ed, allora, ho ripercorso la sua vita, quasi per ritrovarle; ed ho sofferto ancora, perché era priva di lui; ed ho tentato anche, per quel poco che so, di leggere il molto che si scrive del padre, e non ne sono contento, perché ogni esperienza mi sembra, al fondo, diversa dalla mia, che io, per rasserenarmi, vorrei, invece, comune; e non lo è e non può esserlo, perché ingeneroso e gretto, l’io, per monco o tozzo che sia, è l’unico interno al cui esterno c’è il mondo.

Solo la morte del padre svela al figlio la natura ontica della propria solitudine, che è celata, o forse negata, a lui quasi soltanto dall’amore paterno (cioè anche dall’amore per il padre) che penetra e trattiene come dall’interno le fibre del proprio essere, inevitabilmente, altro, Io lo credo; ma lui lo sentiva; del Farinelli sentiva ‘l’arcana dolcezza’; e perché arcana? Perché v’è impressa oscuramente l’impronta, l’arché, quasi, del vincolo tra padre e figlio, che percepiamo, e più amaramente percepiva, nel suo estremo effetto di dolcezza. Così, è inutile, forse leggere del padre; perché è la sua esperienza, impressa nell’essere, per il fatto mero di essere, che racchiude e trattiene e ridà nel suo nome l’idea del mondo come vorremmo che fosse, e, certo, come vorremmo che fosse per noi.

Basta questa parola a dire l’universo di sentimenti e ragioni, il bene e il male, il tutto e l’uno del nostro destino, e del mio; la parola dice la cosa, e se non avessi temuto di spregiarla, e se non diffidassi, pure, della letteratura, non avrei esitato ad impegnare, per questo povero scritto, quel che le notti ancora, e sempre, mi riportano al cuore, il puro ed ineffabile nome di Padre.

 

 

 

 

 

 

Appendice I

Aldo Vallone

Scrittori nostri

 

Non è a caso che su un buon quotidiano meridionale parlo di due scrittori della nostra terra o come ebbe a dire Orazio, della siticulosa Apulia.

Saponaro e Fumarola; il primo rappresenta la maturità e la coscienza artistica dello scrittore, il secondo la fiera giovinezza che s’impone col valore delle proprie idee e della propria cultura

Tutt’è due però sono esperti del piccolo mondo della provincia, tutt’è due ci hanno regalato figure e tipi che vivono in un ambiente assolutamente familiare e limitato. Su tutte e due si sente vicina la grande opera del maestro: Verga. Saponaro si è fatta la mano a un acquarellismo che tradisce in lui lo scrittore dei toni minori e delle sensazioni malate; Fumarola qua e là si lascia tirare da un certo tono, imaginifico che stride nello stile sereno e calmo della narrazione. Tutt’è due però sono lo specchio della nostra terra e della nostra vita.

Ne La nostra sorella (Mondadori 1922) a pag. 259, Saponaro indirettamente definisce la sua narrazione “… prosa faticosa di parole consuete…” più ancora ne La casa senza sole (Mondadori 1930) a pag. 9: “… parole senza anima…”. Queste definizioni che lo scrittore pone sulla bocca delle sue creature ben si addicono all’indole della sua prosa. Formatosi nei periodi travagliati della guerra, Saponaro che pure si era esibito in un tono di indipendenza, si era lasciato prendere da un senso triste e di dolore che ha informato tutta la nostra letteratura di quegli anni; ma incapace a mantenere questo alto tono drammatico nel suo stile semplice e umile, egli alla nota forte e virile, ch’è appunto in contrasto col suo stile, che pur conservava però un tono di ibrido barocchismo, ha sostituito la dolcezza di uno stile facile e sinuoso. Nello stesso difetto sono caduti scrittori ben più preparati e solidi: Gotta e Vivanti. Il d’annunzianesimo eroico che su un segno nicciano fondava la sua umanità di uomo superiore, si scioglie e di d’annunzianesimo non conserva se non quella musicalità che penetra come lamento lontano nelle pieghe del racconto. Il lirismo annacquato prese il posto del dramma: l’azione si trascinò stanca e malata, quasi sfinita di sforzi e di tentativi fino alla soluzione finale, al deus ex machina. Bandito il tono drammatico dal romanzo, il racconto non tenuto più a freno da una ferrea logicità di equilibrio narrativo si smandò sperdendosi nei particolari e nelle scene di soccorso. Al nucleo centrale e direttivo si venne a sostituire il frammento sonoro, brillante ma incompleto e futile. Prosa centrifuga, non centripeta: è qui il difetto. Il romanzo per essere chiamato tale, ha bisogno di una spina dorsale solida, su cui s’abbia a lavorare, e non deve essere uno scintillio fosforescente di frammenti slegati o mal fusi, scorie che bollono in superficie senza amalgamarsi col fondo della materia, che spesso rimane inesplorata e grezza. Questo è invero anche il difetto di d’Annunzio; ma nei d’annunziani si può cogliere con più evidenza e facilità. In Fiorella (ed. Vitagliano 1920) l’autore si definisce inconsciamente: “… Io non sono un filosofo e scrivo parole imprecise, né ho la serenità di spirito a trovare l’espressione più esatta di questo stato d’animo ambiguo” (pag. 176). Per respirare con un po’ più di vita su nuovi orizzonti bisogna giungere a Comisso o ai racconti di un giovanissimo Meluschi. Negato così Saponaro al tono drammatico, egli si ripiegò su un tono idillico che si rifaceva doppiamente alla sua arte: primo perché un senso riposante serpeggia nella sua narrazione; secondo perché una certa virtù (o difetto) nativa lo spingeva a cantare la sua mesta malinconia. Da Giuseppe Battista a Saponaro il meridionale non ha saputo mai staccarsi da un senso di dolore e tristezza che restringe l’anima e fiacca la vitalità sana della vita. Amore di terra lontana: è qui racchiuso il nucleo creativo di Saponaro; è questo attaccamento tenace alla terra dei propri natali che dà un tono sentitamente idillico alla prosa sommamente rappresentativa di Michele Saponaro. “Rivedere dopo dieci anni il natìo borgo selvaggio…” (op. cit. pag. 1). “La felicità perfetta può trovarsi soltanto nel ricordo o nella gloria; più sovente nel ricordo…” (pag. 48). “Potrò ancora qualche tempo nel ricordo di lei rivivere l’amore della mia terra lontana…” (pag. 85). “Ricordi forse, ricordi dell’adolescenza, di quelli che carbonizzano lentamente sulla brace della vita e dan fumo…” (pag. 116). Ci commuove questa sentimentalità così tenue ma anche così sentita e angosciosa; sotto la patina descrittiva v’è un rivolo soggettivo fatto di ricordi e di speranze. La sua terra, insopprimibile realtà, rimane viva nel fondo nostalgico di questo scrittore. Il suo cuore rimane attaccato ai ricordi della giovinezza: “… lo spirito che non chiede se non la vita dei ricordi…” (Fiorella, Vitagliano, pag. 7); “… hanno un’aria famigliare, sentono un odore di cose vecchie, un po’ ammuffite, ma note e quasi care…” (L’altra sorella, Mondadori, pag. 222); “… in altri giorni mi allettava la tranquillità provinciale di questi angoli di silenzio…” (Amore di terra lontana, Treves, pag. 170). Motivi comuni della nostra letteratura, ma che più da vicino ricordano uno sfogo lirico di uno scrittore ora un po’ dimenticato, Camillo Sbarbaro: “… il mio cuore come un ex voto rimane appeso in certi sottoscala, in certi crocicchi. Certe intimità della vita m’empiono d’una dolcezza che nessun gesto umano potrebbe darmi…” (Trucioli, Vallecchi, pag. 8). In tutt’e due quel dolce silenzioso ripiegamento verso le piccole cose di un mondo passato, vive come la visione tormentosa di un sogno. Saponaro è il poeta dei piccoli dubbi paesani, degli sconforti provinciali, delle piccole tragedie che si sviluppano e divampano per una eccessiva emotività alterata; ma per questo suo tono dimesso, soffuso e pacato piace a chi ha una disillusione da dimenticare, a chi il ricordo, che qui non è etisia dell’anima, come per Mazzini, è appiattato a ogni angolo del gran mondo sconosciuto e ostile. Questo piccolo mondo è reso con una sagacia rappresentativa di sommo interesse e di realtà; gli è che l’autore traduce tutto se stesso con una prodigalità spensierata ma sincera e commovente. Rare volte però il sorriso malinconico dello autore non commuove o lascia freddi; gli è il fatto che egli sa lavorare la grezza esplosione di sentimento con le raffinate regole dell’arte. Fermandoci sulla prima ipotesi egli ci avrebbe dato un documento storico-critico ma autobiografico ma personale ma legato alla contingenza; sotto il cristallo del suo stile egli ha saputo farsi superiore alle sue stesse piccole vicende personali, prova di uno spirito fortemente autocritico e sereno. Piccolo mondo idillico è quello del Saponaro e appunto perché tale aborre dalle lotte sconfinate e dai dubbi desolanti. Questa è la prova più spiccata della coerenza saponariana fra il suo stile o necessità espressiva e la sua fantasia o mondo creativo. Coerenza, che, altrove apprezzabile, nega all’autore gli effetti di sensibilità e chiaro scuro.

Questi effetti sembra in vero averli raggiunti, in un certo senso, Angelo A. Fumarola, specie nella sua seconda pubblicazione Il maschio è il protagonista (Nistri-Lischi, 1937, Pisa). Il meglio del volume è in quei preludi ai racconti che l’autore accortamente chiama dal nome delle quattro stagioni: “Sinfonia d’estate”, “Elegia d’autunno”, “Notturno d’inverno”, “Canzone di primavera”. L’Accademico Lucio D’Ambra che ne ha dettato la prefazione fra l’altro dice: “questi racconti del clima eroico dei nostri giorni di fuoco e di procella contengono ad ogni pagina i segni di un narratore di razza; viva rappresentazione di caratteri, agilità veloce di racconto, scorcio sintentico di episodi, facoltà di sintesi e di analisi sapientamente commiste, robustezza di forma, eloquenza, calore, passione, amore insomma di ciò che si racconta, fraternità con le figure che si vogliono animare…” (pag. 16). Facoltà di sintesi e di analisi: è in vero il carattere che più colpisce alla lettura di questo volume di buoni racconti: un esempio importante è a pag. 39; ma da per tutto si nota questo particolarissimo stile che lo stacca da tutti i narratori contemporanei. “Il verde scintillante della foresta che vive in uno sforzo di vegetazione sin dove il suo alimento è più polvere che terra…” (pag. 21). “… Al di là delle costole di ferro che serrano la spiaggia, il mare s’agita ed urla con impeto gagliardo, giunge con l’intenzione devastatrice di un ariete come pronto a sfondare le antiche porte di bronzo; poi si rompe, si frantuma, e sbava in una spuma candida che si disperde nell’aria in spruzzi evanescenti. Aliti del mare…”. “… Sembra che una mano di bimbo si diverta a battere, nella incoscienza festosa, la massa verde azzurra…” (pag. 23). Sono frammenti bellissimi in cui il preziosismo che qua e là imprudente si affaccia concorre anche a dare un certo tono suggestivo e caratteristico. Dal primo romanzo, Il fascino dell’offerta, a questo secondo, il tempo è stato brevissimo, quanto cioè è necessario per imbagagliare nuove impressioni ed oggettivarle; ma pure quanto cammino ha fatto questo giovane scrittore. Presentatosi con una certa aria ottocentesca da vecchio romanzo ora in questo volume di racconti  acquista una certa disinvoltura vivace e sbrigliata. Il dialogo smorto e senza vita acquista un tono più sfacciato e sembra modellarsi su certi romanzi d’ambriani del secondo periodo. Fumarola volendo reagire a una moda invalsa malamente nelle lettere è caduto nell’eccesso opposto, e da un tono borghese e umile ha voluto risollevare il racconto ad un tono aristocratico e sereno. Ma anche qui l’equilibrio non può essere negli estremi ma in un giusto mezzo; di questa necessità si è fatto avveduto ne Il maschio è il protagonista; qui l’autore si è svestito da quel nembo di altera dignità acquistando una sinuosità più agevole e più plastica. Il racconto scorre e tocca solo di sfuggita paesaggi e figure secondarie con una scarnificata economia letteraria che nel mondo delle lettere va da Tolstoi a Verga.

A pag. 106 (op. cit.): “Lo scroscio dell’acqua, il rombo del tuono, il brontolio dei canali di latta che listano i muri lichenati, i rigagnoli che scaturiscono dai crepacci, come fossero sorgenti…”. “Le albe sorgono tarde e velate. Il sole muore prestissimo, e tale breve luminosità ha una reazione magnifica nello splendore dei tramonti: è lo spasmodisco anelito di un arcobaleno morente” (pag. 107); in cui l’immediato intuito delle bellezze cosmiche si traduce in un’arte descrittiva insuperabile. Qua e là si sente quel sottile e tenero profumo di certi brani giornalistici di uno dei nostri migliori narratori. Mario Puccini. E la novella “Calcedonio Rondine” che chiude molto degnamente la raccolta, a me sembra assommare tutte le qualità di narratore che gli sono state vantate da D’Ambra: i contrasti sobri e ben delineati, potenza secca d’espressione, rapidità vivacissima, intuito felice nel cogliere le sfumature del dolore e nella miseria umana. E la novella si chiude, si piega nel pianto: “Su quelle guance di rosa alcune lacrime brillarono”. Lacrime sentite. Ma in vita, Calcedonio Rondine, s’era fantasticamente illuso che un giorno qualcuno potesse piangere per lui” (pag. 321). Scesa da una sfera aristocratica in una più semplice, l’arte di Fumarola ha acquistato, forse anche maturato dall’esperienza, un senso più immediato e sentito, più puro e aderente che se non commuove ancora come quello del Saponaro, fa vedere lo scrittore formato. Saponaro rappresenta un movimento storico di livellamento dei vecchi detriti nel romanzo italiano, Fumarola annunzia una nuova forma narrativa che su quello ha le radici, ma che una nuova linfa alimenta e sorregge.

E anche per questo ho voluto ricordare insieme questi due scrittori della nostra terra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appendice II

 

Vallone pubblicando le sue bibliografie su Quadrivio, aveva più volte citato il Momigliano. Un giornale sardo, Sud-Est, del gennaio 1940, a firma di Italicus, pubblica:

“…certo Vallone cita tra le sue opere… tre dell’ebreo Attilio Momigliano.. Decisamente dev’essere un’amnesia… Che se così non fosse, se, permettete che formuli un dubbio, se solamente Aldo Vallone credesse che le opere di Momigliano siano indispensabili alla letteratura critica italiana, allora noi inviteremmo …ad eseguire l’ordine dato recentemente dal duce di pulire gli angolini, di spazzare via i mimetizzati”.

Quel che passò un Galletti quando, nel 1926, fu accusato, in recensione, di “aventinismo” e di “democratismo-massonico” è meno di quel che rischia Vallone, in regime di leggi razziali ed ufficiale del Regio Esercito in guerra. Egli non può non usare il Momigliano nel libro sul romanzo, ma non vuol rischiare di citarlo partitamente per esteso; sceglie d’indicarlo con una nota generale in epigrafe (p. 269) ch’è la seguente: “Molto devo per questa parte, (la seconda) specie per il romanzo del D’Annunzio, al vivo insegnamento di un grande e caro Maestro in Firenze; ad esso io rivolgo il mio grazie riconoscente!”

Questa impostazione è aggredita da Luigi Russo che conosce personalmente Vallone e che in una lettera del 9 II 1942, minaccia: o il ritiro del libro o lo stroncatura, e postilla: “ditemi come debbo regolarmi col Farinelli”. Vallone risponde: “invio copia della Vostra lettera e copia delle mie note all’Ecc. Farinelli; anche in ciò voglio essere tranquillo”. Farinelli gli scrive (24 II 1942, in AFV): “il Russo è sempre stato ostile a me. Ha l’arroganza di un padreterno. Solo lui è in grado di amministrare giustizia”. Segue, naturalmente, la recensione del Russo. Vallone ha pronta la replica; Farinelli ancora scrive: “io non risponderei dopo il chiarimento che già diede. Tanto l’incontinente prof. Russo non smetterebbe gli attacchi. Lasciamolo alla sua superba sfera” (3 V 1942, in AFV) . È un giusto consiglio: il libro è ben difendibile, ma è sempre attaccabile da chi non voglia intendere ragione. Di più; Vallone è un neolaureato di 25 anni, con un maestro ormai in pensione: impari sarebbe la lotta. Oggi, tuttavia, è consentito a me tornare sulla questione per comprendere, come ho fatto, in concreta e specifica misura la consistenza del ‘molto’ che Vallone dichiarava di dovere al Momigliano. Si tratta di 27 punti nei quali egli, per evitare di citare direttamente l’autore ne riporta o ne sintetizza il pensiero, aggiungendo un “come è stato fatto” o “come è stato detto”, oppure chiudendo tra virgolette la sintesi d’un giudizio altrui. A me preme notare che questo giudizio (e quella sintesi o richiamo) è sempre opposto o diverso da quello di Vallone, fuorché nei casi in cui si tratta, invece, d’un giudizio comune nella critica letteraria d’allora: in tal caso l’omessa citazione è prassi largamente interdisciplinare. Potrei variamente commentare e documentare tutto questo. Dico però che al rinnovarsi dell’attacco, Vallone risponde con ‘una lettera di Aldo Vallone’ (in La Rassegna VI, 6-8, 1954 p. 24-5). Indico ancora al lettore ignaro dello stile e del modo polemico del Russo i nomi di Galletti, Falqui, Bigongiari, Cione, Gemelli, Sapegno, Migliorini, Devoto e mille altri oggetto delle sue attenzioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appendice III

 

 

 

Roma, 29 novembre 1945

Caro Vallone

Macrí mi ha scritto, e poi mi ha parlato Gaetani, della vostra iniziativa, Questa notizia mi è graditissima; tanto più in questo periodo, in cui ogni giorno con più certezza io vado ritrovando in me certe ragioni della terra, ed anche rimproverandomi in qualche momento di diserzione. E ingiustamente poi, perché la mia presenza costà varrebbe a ben poco, e a me nuocerebbe moltissimo; e anche la “carità patria” ne soffrirebbe in tal caso. Io ho bisogno, non so perché, di distanza per poter amare liberamente il mio paese.

Così, puoi ben capire quanto mi sia caro che altri, più generosi ed efficienti di me, si assumano il compito altissimo e pietoso di mantenere, ed elevare possibilmente, il culto dello spirito, massime in questa età.

Io farò, o farò fare qualche recensione al Gaetani. È indubbiamente un lavoro degno. Ma l’averlo pubblicato per primo disorienta non poco sulle vostre intenzioni. Perché il Bellincioni? Che c’entra il Bellincioni con ciò che voi volete fare (o che io credo che voi vogliate fare)? Se le vostre finalità si esplicano meglio attraverso le direzioni di cui ai seguenti paragrafi, nulla di più ozioso che quella curiosità per dotti che è il Bellincioni. Ecco i paragrafi:

a)      venire incontro alle aspirazioni di giovani degni di esser fatti conoscere e non in grado di farlo da sé;

b)      pubblicare opere la cui diffusione nel Meridione possa elevarne la cultura (non sperate, con la presente inflazione libraria e le difficoltà d’ogni genere, non solo materiali, di far cosa d’interesse nazionale. Il miglior partito è fissarsi dei limiti.)

c)      pubblicare opere dirette a far conoscere e valorizzare il nostro paese (Meridione-Puglia-Salento-Lecce). L’idea del Toma è magnifica, e l’esserti venuta doveva costituire già di per se stessa l’idea-chiave di tutta la collana, era tutto un programma. Invece, cominciando col Bellincioni che sarebbe andato bene dopo almeno una dozzina di volumi, si ha l’impressione che manchi una direttiva precisa.

Non so se riuscirà opportuno scriverti queste cose; dipende dal fatto  che ci conosciamo poco; se non fosse così, tu capiresti, subito che non c’è in me la più piccola smania di criticare, ma piuttosto il desiderio di contribuire con qualche moderazione che possa riuscirvi utile.

Per esempio, sai cosa farei se fossi in voi? Una traduzione delle Sensations d’Italie del Bourget, o magari di quella sola parte che riguarda la Magna Grecia. Ve la farei io stesso, ma sono condannato al lavoro venale, e così se l’idea  vi piace, e non potete aggravare il vostro bilancio pagando un traduttore, ciò che posso capire benissimo, vi cedo l’idea. E dopo il Bourget pubblicherei, sempre per ciò che riguarda il Salento, e il Barocco leccese, il Briggs, e poi mi pare ci sia anche una donna, Ross (è possibile?). Il Barocco leccese, ecco ciò che meriterebbe, e che dovreste valorizzare; e incoraggiare qualche giovane d’ingegno a farci sù una tesi di laurea.

Confido che prenderai in buona parte quanto ti scrivo: come un franco desiderio d’essere in qualche modo presente a ciò che così meritoriamente avete in animo di fare. Cordialmente tuo Vittorio Bodini.

 

Il mio indirizzo è: via Calabria 32. Non scrivetemi all’ORBIS, da cui taglierò presto la corda. Saluti a qualcuno dei miei antichi alunni, Moro per esempio.

 


[1] Lettera di Cesare Giulio Viola da Roma ad Aldo Vallone del 5 febbraio 1938 che cito da uno spoglio. Questa, ed altre lettere importanti più non si conservano nell’archivo di famiglia (=AFV); furono donate, ed erano lettere di Roberto Bracco, di F. T. Marinetti, di Papini, a Francesco Bardoscia organizzatore della ‘Raccolta galatinese di arte e storia’ (poi museo di Galatina). E Bardoscia, il 9 febbraio 1940, scrive ancora a Vallone: “saresti alieno, non lo crederò mai, di aumentare e completare il carteggio da te donato con l’inviarmi quanto possiedi, e che riflette la tua attività di giovane scrittore?” (in AFV), Non saprei se tutto questo ancora si conserva. I versi sono editi anche nell’antologia Poeti contemporanei (Milano, Quaderni di Poesia, [30  XII] 1937) p. 135.

[2] Si legga la lettera, per più versi importante, di Luigi Corvaglia del dieci gennaio 1945, edita in AA.VV. Luigi Vallone. Il dopoguerra a Galatina e nel Salento (Galatina, Panìco, 1999) p. 67-69.

[3] Un’istituzione che lega il suo prestigio provinciale ad una storia iniziata nel primissimo Ottocento: G. Vallone ‘Le scuole secondarie di Galatina: 1835-1853’ in AA.VV. Scholae patrum…, I (Galatina, Congedo, 1999) p. 9-38: 17s. ed anche nel Bollettino storico di Terra d’Otranto 9 (1999) p. 117-143:124s.

[4] Da un dattiloscritto (in AFV) del discorso di Vallone per la presentazione dei volumi di studi in suo onore, nell’Auditorium dell’Università di Bari (Facoltà di Magistero), al 12 aprile 1989.

[5] Costui fu zio del noto musicista Antonio De Mitri (Galatina 1916 - Roma nel 1979). Galladol (1874-1962), in anni successivi, donò ad Aldo Vallone una sua borsa da studio, che ancora si conserva.

[6] A. Vallone ‘Luigi Manna amico’, Il Corriere di Galatina del 28 VI 1975.

[7] Madre del glottologo Mario D’Elia (1920-2001) ed altri.

[8] Luigi (1907-1972) è figlio d’Antonio e sarà deputato anch’egli alla Costituente e al Parlamento repubblicano; a lungo poi sindaco di Galatina. Carlo (1891-1952) è figlio di Vito. Si danno appuntamento a Lecce con l’altro cugino, Roberto (1915-2001) che viene da Squinzano. Alla fine d’agosto del 1933, con Carlo Vallone (che egli chiama’zio’), incontra, al ‘Politeama Greco’ di Lecce, Tito Schipa ch’è figlio di una Vallone (non parente) ed è legatissimo a Vito Vallone, fino a firmarsi, nelle lettere a lui, col doppio cognome.

[9] Nella copia personale, si legge: “composto all’età di 16 anni, 8 mesi e 14 giorni. Composto, o meglio finito di comporre, il 14 luglio del 1933. Rivisto e corretto nel settembre dello stesso anno. Stampato il 22 di ottobre dello stesso anno” dalla tipografia Marra e Lanzi di Galatina. La prefazione, calda, e datata al 9 ottobre 1993, è dell’avvocato Luigi Fedele, uno di quei professionisti che si diceva.

[10] La biblioteca del ‘Colonna’ era tutt’uno con quella comunale in forza d’una storia complessa indagata da P. Congedo ‘Appunti a documenti per la storia del convitto P. Colonna di Galatina’, in Bollettino storico di Terra d’Otranto 10 (2000) p. 135-210:187-192; notevole la disposizione, voluta da Vito Vallone, che attivava il prestito da altre biblioteche (p. 190).

[11] Dalla casa editrice ‘Ideal’ con i tipi dello stabilimento tipografico Vittorio Ferri. La prefazione è del galatinese Dante Serra (Galatina 1907- Roma 1984) già dimorante a Roma (dove fu poi libraio) e noto per le sue inclinazioni futuristiche: A. L. Giannone L’avventura futurista. Pugliesi all’avanguardia (1909-1943), Fasano, Schena, 2002 p. 55s, 116.

[12] Roberto Bracco gli scrive da Napoli nell’ottobre 1935 e, da Milano, nello stesso mese, Guido Da Verona; Papini nel giugno 1937, e così via. Francesco Pastonchi scrive “Aldo Vallone canta con molta libera giovinezza” (in Quaderni di poesia del 20 giugno 1937) e, da Firenze, il 3 novembre 1937 Attilio Momigliano scrive: “si tratta di versi spediti… in cui io noto una certa cultura”. Ma per molte delle lettere, vedi supra nt. 1.

[13] Da Base. Rivista mediterranea del luglio 1937.

[14] Nell’estate 1936, tenta d’anticipare il servizio militare, e s’iscrive al corso per l’ingresso nell’Accademia di marina; e, il 16 agosto, parte da Livorno con la regia nave ‘Duilio’ per la crociera di formazione; ma già a terra, scrive alla madre “si sta in tutto bene: mangiare, dormire… però stare ad eseguire , rispettare indiscutibilmente  gli orari… mi convinco che forse è meglio tornare sul patrio lido… Se mi ritiro, mi ritirerò dopo la crociera” (lo farà il 31 agosto, al rientro in Livorno).

[15] Non ha cedimenti biografici il suo ‘Rileggendo il Dante vivo di G. Papini’ in L’Alighieri n.s. 8 (1996) p. 102-105.

[16] G. Carducci Confessioni e battaglie. Serie seconda (Bologna, Zanichelli, 1902) p. 318s. (del 1887); e forse è ingiusto ricordare le ‘stroncature’ del Papini.

[17] A Firenze in via Cavour, poi ‘presso due signorine vicino ad un passaggio a livello’, in via Vittorio Emanuele 34, e altrove.

[18] Gli sembra ‘corpulento e paterno’ quando lo va a salutare in camerino; si fa firmare il libretto universitario che ancora si conserva. Su questi ambienti, e quelli successivi, di Firenze, più interna memoria è quella di O.Macrí Le mie dimore  vitali (a c. di A. Dolfi, Roma 1998) p.97s.

[19] Al rientro a Galatina, due giorni dopo, il podestà lo convoca e gli chiede: “Aldo, cosa volevi dal senatore Croce?”. La sorveglianza poliziesca su corrispondenti e visitatori del Croce era metodica e c’è anche, su di essa, una certa letteratura.

[20] È Lucia Caputo, sorella della madre, che ha sposato Rinaldo Pennacchietti, da Spoleto, ed è con lui che andrà spesso nelle campagne dell’attuale Latina.

[21] In essa son presenti anche poesie anteriori ‘scritte nelle campagne di Frigole nelle estati dal 1933 al 1935’. Alcune saranno edite nel volume miscellaneo Voci di poesia a c. di M. Moles, Napoli, St. Prop. Edit. 1937, pp. 14-40 (qui s’indica a fonte anche la perduta raccolta L’inganno dell’anima), poi anche nell’antologia Poeti contemporanei (v. supra nt. 1), pp. 127-138. La raccolta, dattiloscritta, fu segnalata in diversi premi di poesia; il Giornale d’Italia del 12 settembre 1937 segnalò: “un futurista ha mandato Visioni cosmiche di terre bonificate”. Una breve prosa, Passa il poeta, fu edita nella miscellanea di scritti in occasione della morte di G. Leopardi, La Ginestra, Napoli, St. Prop. Edit. 1937 p. 5-7 (a c. di M. Moles). Una novella a stampa, Tecla donna di bistrò, è ancora ricordata da amici, come G. Virgilio, ma non ne sopravvive copia.

[22] I primi articoli di Vallone sul Popolo di Roma non ho potuto trovarli.

[23] A. Vallone ‘Guido Da Verona poeta orientale’ in Vulcania nr. 2 (Firenze 1938). Analoghe valutazioni in A. Vallone Il romanzo italiano dalla Scapigliatura alla Ronda (Genova, E. degli Orfini, 1942) p. 247-249 etc.

[24] E. Falqui in Quadrivio del 18 IX 1938.

[25] Lettera da Cremona del 27 IX 1938. L’amicizia con Galletti (1872-1962) resterà profonda fino alla sua morte; e le sue lettere sono, in AFV, tra le più continue, fuorché le prime (cfr. nt. 1).

[26] AFV, lettera del 20 VI 1938.

[27] Edito in Vulcania (almeno questo s’intuisce dalla bozza in AFV; ma l’articolo potrebbe essere inedito); analoghe valutazioni in Vallone Il romanzo 283, 284 e ad indicem.

[28] T. Lisa ‘Il laboratorio ermetico. Testimonianze della critica’ in AA.VV. Lettere a Simeone. Sugli epistolari a Oreste Macrí (Roma, Bulzoni, 2002, a c. di A. Dolfi) 231.

[29] AFV lettera del 28 agosto 1938. Nelle prime righe allude all’articolo di Vallone “Scrittori nostri” (La Gazzetta del Mezzogiorno 16 VIII 1938) che ripubblico in Appendice I.

[30] Anche i momenti di sconforto sono tenuti sul filo del riserbo; da Maglie, il primo maggio 1940, Macrí, espone minutamente a Vallone i suoi Esemplari, e dice “mai come in questo decisivo momento ho sentito bisogno di qualche amico sincero… Probabilmente abbandonerò la critica militante e mi ridarò completamente agli studi filosofici: ho in mente un Hegel e un Gentile: Insomma non ci incontreremo più! Sono giunto a limite invalicabile: nessuno ci ha ascoltati…”.

[31] E. Mazzali in Tempo presente II, 1 (1957) 66.

[32] L’importante lettera di G. Contini a Macrí del 13 X 1939  (in Lisa ‘Il laboratorio’ 379-380) affronta la questione (in Macrí) dell’essere della poesia, nel senso del darsi di quest’essere nella poesia. La questione è definita, opportunamente, estetica, ma l’ ‘essere’ che si vuole oggetto di questa scienza sfuma in un ‘fondo irrazionale’ che sembra abbandonare alla poesia stessa il compito d’esprimere l’altro da sé.

[33] D. Valli Cento anni di vita letteraria nel Salento: 1860-1960. (Lecce, Milella [1971] 19852) 83-92. La vicenda è letta su sfondo ‘realista’ da F. Martina Il fascino di Medusa. Per una storia degli intellettuali salentini tra cultura e politica: 1848-1964 (Fasano, Schena, 1987) 216s. È assai interessante l’insieme di recensioni, spesso di protagonisti, al libro di Valli (F. Lala, N. Carducci, E. Bonea etc).

[34] D. Valli cento anni 91-92.

[35] Così nell’Avvertenza al primo volumetto di Bibliografia critica del romanzo e dei romanzieri dalla Scapigliatura all’Ermetismo, Galatina, … Amici del libro, 1945-1946 (6 febr. 1946) p. 8; e la datazione è da “Firenze-Torino-Asti-Galatina” 1936-1945.

[36] C.Dionisotti Geografia e storia della letteratura italiana Torino, Einaudi, 1967, p. 12.

[37] V. supra nt. 12.

[38] Forse un Mangiarotti o un Marangoni.

[39] È, propriamente, di Spinetta Marengo. Abita in via Carlo Alberto nr. 18 (fabbricato poi distrutto dai bombardamenti), mentre Vallone ha un primo appoggio in piazza Carignano; poi abiterà, a lungo, in v. Gaudenzio Ferrari, al numero 8, al terzo piano.

[40] Così la dedica del librino del ’46 (v. supra nt. 35). Con lei va a trovare Pastonchi, che abita all’Hotel Torino; li riceve in giacca da camera, ma, non aspettando una signora, si assenta di fretta e si presenta in abito grigio.

[41] In Vedetta Mediterranea del 21 giugno 1943; e sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 28 luglio 1948.

[42] Abitava il Farinelli in un villino fuori Torino, in via Guido Volante, che subì danni e disagi durante la guerra: A. Farinelli Episodi di una vita, Milano, Garzanti, 1946 p. 343s.

[43] Originali in AFV.

[44] Il primo su Meridiano di Roma del 10 marzo 1940 (p. 12); il secondo sempre su Meridiano di Roma del 14 luglio 1940 (p. 12).

[45] Al primo su Meridiano di Roma del 24 marzo 1940 (p. 12); al secondo, ivi, sul numero dell’undici agosto 1940 (p. 12).

[46] Così Valisfanio, rintuzzato, accortamente, da Vallone.

[47] AFV, lettera da Maglie del 20 maggio 1940.

[48] Sono sei, dal dicembre 1941 al giugno 1943: v. ad annum la bibliografia in A. Vallone Scritti salentini e pugliesi Galatina, Congedo, 2003.

[49] Lo deduco da lettere a lui di Giacomo Candido, preside del Liceo; e di un suo caro amico, Luigi Viola (1914-1993) del 26 II 1942: “i tuoi alunni ti ricordano devotamente” (in AFV). C’è anche una più significativa lettera da Galatina a lui, del 25 III 1942 di Enzo Esposito, (1926-2001): “speravo che quest’anno sarei stato vostro alunno… e infatti per ascoltare le sue tanto decantate… lezioni… io rifiutai di andare in sezione A” (della prima liceale). In AFV.

[50] Sopravvive in AFV un fascicolo in folio del Battaglione (15 XI 1941-15 II 1942), ed anche uno scherzo dattiloscritto in rima: “ci fermiamo a Galatina, /cominciando da Vallone/ … bel Vallone or lo chiaman.. /caro amico il suo Antonica/ … con l’aitante Angelo Tundo/ si completa il bel terzetto”. C’è Enzino Montemurro, e Lorenzo Barsi e Tonio Verdesca (forse autore delle rime): personaggi noti della provincia.

[51] Dal primo marzo al 15 luglio 1942.

[52] Sono complessivamente elencate, e forse non son tutte, in A. Vallone Bibliografia critica … I, 19; e nella bibliografia di A. Vallone Scritti Salentini XXXI-XXXII.

[53] Si legga l’Appendice II.

[54] In AFV.

[55] Gli scrive da Pisa, l’otto maggio 1947, un giovanissimo amico galatinese, Donato Moro (1924-1997), lì normalista: “ho dato a Cantimori quelle notizie… Cantimori mi ha risposto che… a lui interesserebbe sapere qualcosa di quelle tradizioni popolari di cui tu già gli parlavi ed avere dei manoscritti sull’argomento…” (in AFV).

[56] Mi scrive Giorgio Sandri, in una bellissima lettera del 20 febbraio 2004: “Venne l’otto settembre del 1943. L’esercito italiano senza più comando si squagliò come neve al sole. Arrivò (a Montiglio) anche la signora bionda con un signore dai neri baffetti. Erano la mamma ed il babbo dell’Aldina, cioè tua madre e tuo padre. Con mio padre, che continua obbligatoriamente il suo lavoro presso il municipio di Torino quale direttore del laboratorio dell’illuminazione pubblica della città, il Professore trascorre moltissimo tempo ascoltando Radio Londra, cercando di decifrare lo stato reale della guerra in corso, i messaggi trasmessi ed esultando per i momenti di accelerazione della stessa, deprimendosi per lo stallo di Cassino o altro. Li vedo ancora chini, quasi in preghiera con l’orecchio teso per non disperdere il minimo sussurro poiché il volume era per ragioni di sicurezza tenuto al minimo e per noi ragazzi era fatto assoluto divieto  anche di fiatare. Io frequentavo la prima media e sovente nel pomeriggio, con mio sollievo il Professore veniva a districarmi dall’analisi logica o dalla declinazione ove ero rimasto inchiodato. Lui insegnava lettere e latino agli alunni della terza media e, ricordo, era molto temuto dagli allievi. Per me era invece, con l’incoscienza della gioventù, l’amico che con un sofisticato torchio, sempre costruito da mio padre, mi aiutava a ricavare l’olio dalle noci o dalle nocciole raccolte nei boschi da me e da tua madre…”.

[57] Trascrizioni in AFV.

[58] Così a lui, il 2 febbraio 1946, da Montiglio, Albino Sandri (in AFV).

[59] In AFV.

[60] Lettere di P. Cazzani (del 24 VII 1945, da Bologna) e di A. Galletti (del 12 agosto 1945 da Cremona) ed altre in AFV.

[61] Farinelli Episodi 136.

[62] In realtà lo scritto si lega ad un breve ritorno dei Vallone in Piemonte, nella Pasqua del 1946, per rivedere parenti ed amici. Il giorno 3 maggio 1946, in casa sua, Farinelli dedica ad Anna il suo Sismondi e la Spagna. In questa lettera (del 19 V 1946, in AFV) s’aggiunge: “Ho corretto parte delle mie Memorie. Vedrà, leggendole, quale razza d’uomo e per quale seguito di avventure passò il suo originale amico che mai ebbe sosta e riposo e sorriso di fortuna”.

[63] Valli, Cento anni 122.

[64] In AFV.

[65] Valli Cento anni 123s; M. Marti ‘Su “Antico e Nuovo” lettera al non obliato direttore’ … in AA.VV. Per le nozze di corallo (1955-1990) di Enzo Esposito e Citty Mauro (Ravenna, Longo, 1990) 5-11. Giorgio Petrocchi definirà l’ultima annata della “rivistina di Esposito, Marti e Vallone” come “scafata” (La fiera letteraria del 17 X 1948).

[66] In AFV, lettera del 9 ottobre 1945.

[67] In AFV, lettera del 28 dicembre 1945.

[68] Valli Cento anni 128s; A. Vallone ‘Appunti su “Gli amici del libro”’ in AA.VV. L. Vallone. Il dopoguerra a Galatina e nel Salento, (Galatina, Panìco, 1999) 89-92; G. Vallone ‘Storia e ricerca meridionale nell’opera critica di A. Vallone’ in A. Vallone Scritti salentini e pugliesi (Galatina, Congedo, 2003) V-XXV: V-VI.

[69] Così Teodoro Pellegrino in Puglia del primo settembre 1946.Allude certo all’iniziativa la lettera calorosa di G. Antonucci a C. Acquaviva del 20 dic. 1945 in Cenacolo 3 (1991) 106.

[70] Quest’è il titolo del primo articolo di Vallone sulla Gazzetta del Mezzogiorno (16 agosto 1938) ed è poi l’articolo ricordato dal Macrí nella lettera, di cui alla nt. 29. Lo riproduco in Appendice I.

[71] Lettera da Roma del 29 novembre 1945 in AFV e, integralmente in Appendice III, con cenni al Bellicioni. Ed è certo allo stesso libro che pensa Francesco Gabrieli, quando il 19 febbraio 1946 scrive: “ho meglio visto, con sincera ammirazione, quanto nobile fervore intellettuale sia da Lei irradiato in codesto piccolo centro, e quanto spirito d’iniziativa, che è riuscito a scuotere persino … i feudatari salentini!”.

[72] Lo scrive Eco; io lo leggo in E. Bonea Subregione culturale. Il Salento, II (Lecce, Milella, 1993) XIX.

[73] Da Bari, il 22 dicembre 1946. In effetti Vito Vallone ebbe da Rosario Siciliani (suo zio) l’intera corrispondenza di Pietro Siciliani; e da Vito l’ebbe poi Aldo Vallone: A. Vallone Scritti Salentini XXVII.

[74] A. Farinelli Critici del mio tempo, 29 (la pagina polemica si conserva manoscritta in AFV).

[75] Supra nt. 35.

[76] Lettera del 22 novembre 1946, in AFV.

[77] Lettera da New York del 26 dicembre 1946, in AFV; parzialmente edita nel quarto volumetto della Bibliografia critica (Galatina, Amici del libro, 1948-1949) p. 3.

[78] Supra nt. 35.

[79] A. Vallone ‘Appunti’ 91. Ultimi volumi della collana furono l’Euripide di C. Prato (ed. 3 III 1955), come nr. 13 (ricordato da Vallone); e infine di A. Negri La comunità estetica in Kant (settembre 1957; nr. 14): tutti e sempre dell’Editrice Mariano. L’intera collana è, se si può dire, di grande rarità bibliografica.

[80] In AFV. Sul Vico, v. T. Lisa ‘Il laboratorio’ 233 nt. 51. La poesia sarà ‘Luna nel Sud’, edita nel terzo numero di Antico e nuovo (1947).

[81] Lettera da Lucugnano del 19 ottobre 1946; in AFV.

[82] Sono censite come identiche, mentre son diverse, al nr. 29 della bibliografia di Vallone, nei suoi Scritti salentini, XXXIII.

[83] Lettera del 17 gennaio 1947 in AFV.

[84] Pubblicate a Galatina dall’editore Mariano nel 1947 nei ‘Quaderni di inediti e ricerche’ estranei agli ‘Amici del libro’, e dove Vallone nel 1946, aveva pubblicato, come numero 1, il suo volumetto su La polemica Foscolo-Lampredi.

[85] Lettera del 10 luglio 1948, in AFV.

[86] Fu eletto al Consiglio Comunale di Galatina nelle prime libere elezioni amministrative, il 31 marzo 1946, e col cugino, amatissimo, Luigi che divenne sindaco, (ed anche deputato liberale alla Costituente), fu vicesindaco di Galatina. Ma si dimise dopo qualche mese.

[87] Va riletto l’episodio narrato da E. Bonea “L.Vallone, un politico  “in prestito”” in AA.VV. L. Vallone 7-22: 7-8. “C’è chi rinunzia … alla politica che chiamerei di rappresentanza… Un esempio (viene) da un rampollo della stessa famiglia: Aldo Vallone, una decina d’anni più giovane del cugino Luigi, che, eletto con lui nel 1946 Consigliere comunale, e poi vice sindaco di Galatina, qualche mese più tardi si dimise per dedicarsi completamente ai suoi studi e raggiungere a Napoli la cattedra che fu  di Francesco De Sanctis e Francesco Torraca. Ma ancora più decisa fu, nel 1968, quando era ormai consacrato, per i suoi studi e le sue pubblicazioni su Dante, nella schiera ristretta dei più grandi dantisti a livello mondiale, la rinunzia al collegio senatoriale di Galatina”, dove, aggiungo, l’elezione era certa e, difatti, fu eletto un altro al suo posto. Conservo in AFV varie sue lettere di protesta contro la sua inclusione (non richiesta e più volte ripetuta) nella Direzione provinciale del partito liberale.

[88] Lettera del 29 ottobre in AFV. Vallone è già a Roma dal settembre ed abita in piazza Istria 20 (int. 2); poi abiterà in piazza Annibaliano al nr. 8; in Asmara 37; infine dal gennaio del 1951, in via Folco Portinari, 37, a Monteverde, dove sono nato io.

[89] Lettera del 17 dicembre 1947 in AFV.

[90] Da Il Corriere librario III (10, ottobre 1948) p. 182.

[91] Lettera da New York del 24 febbraio 1949 (in AFV); e continua: “faccio il giornalista per bisogno e senza soddisfazione; ci vorrebbero altri mezzi per farlo davvero. Ma come un surrogato del vero giornalista, non mi sento fuor di posto”. Anche Fucilla (lettera del 15 ottobre 1948, in AFV), è ignaro del progetto.

[92] Il Galletti il 19 II del 1949 (in AFV) gli scrive: “son venuti a parlarmi di una ristampa del mio Novecento alla quale dovrei aggiungere venti o venticinque pagine per accennare al movimento(!?) letterario di questi ultimi dieci anni (che sarà una galoppata nella steppa)… So che lei ha aggiornato egregiamente la bibliografia dell’Ottocento nella nuova ristampa; vuole assumersi anche l’aggiornamento della bibliografia del mio libro?”.

[93] Notevolissimo, tra gli inediti, quello ch’è forse il suo ultimo lavoro bibliografico ‘autonomo’: ‘Gli studi storici sul ’48 nella stampa del centenario’ che censisce, con indici, ben 664 voci, solo in minima parte pubblicate su l’Italia che scrive (v. la bibliografia in A. Vallone Scritti salentini XXXIV, XXXV).

[94] Inedito in AFV; solo qualche suggestione ritorna nei tanti scritti di Vallone sul Pietrobono; come nell’altro ritratto del 28 dicembre 1958 su La Gazzetta del Mezzogiorno (non censito nella bibliografia di Vallone).

[95] In AFV.

[96] Edito nella Gazzetta del Mezzogiorno del 28 luglio 1948 (vedi nt. 41).

[97] Ad es. lettera del 9 giugno 1948, da Firenze, in AFV (qui le lettere del Casella sono assai numerose); con inviti ripetuti a collaborare a Studi danteschi.

[98] Lettera del 4 luglio 1950 (di mano forse di Alda Croce).

[99] “Se l’Olschki non cede a un argomento come il suo, non oso sperare che ascolti una mia raccomandazione. Speriamo si arrenda alla voce del suo interesse” (da Alatri, 1 agosto 1948, in AFV).

[100] Lettera del 15 gennaio 1951 in AFV. Le molte recensioni a quest’opera e a Gli studi sono (parzialmente) nella bibliografia in A. Vallone Studi salentini XXXV.

[101] Lettera del 9 marzo 1951 in AFV. Un cenno generale in G. Vallone ‘Storia e ricerca’, X. L’ultimo scritto (del 1954) sulla ‘cortesia’ fu presentato all’Accademia dei Lincei da Alfredo Galletti. Rende bene il senso di Pagliaro uomo quanto in T. De Mauro La cultura degli italiani (a c. di F. Erbani, Bari, Laterza 2004) 65-72.

[102] Che Vallone conosce, lo sappiamo, dal 1942.

[103] Gli scrive da Berkeley, il 27 luglio 1960, Leonardo Olsckhi: “la ringrazio, poi, dell’accenno alla nuova rivista dantesca da lei diretta insieme col venerato maestro professor Bruno Nardi, massimo dei dantisti del nostro tempo… Il titolo … ricorda quello della prima rivista dantesca di questo glorioso nome, fondata (nel 1889) da mio padre (Leo) appena ventottenne a Verona, iniziando con essa la sua attività editoriale” (in AFV).

[104] Di questi pure sopravvive larga corrispondenza, come del domenicano K. Foster, P. W. Frederick, H. Hatzfeld, E. Koch-Emmery, K. Morawski, P. Renucci, R. van Nuffel, G. Weisman, R. Wis etc.

[105] Così Enzo Esposito in Voce Repubblicana del 29 gennaio 1959.

[106] In lettera del 23 ottobre 1953 (in AFV).

[107] Ad esempio fu direttore, tra il 1953 e il 1956, della collana dei ‘Classici della Prora’ delle edizioni ‘La Prora’ di G. Locatelli, in Milano, che pubblicò un Manzoni (1954, a c. di B. Brugioni); un Dante (1956; 3 voll., a c. di L. Malagoli); un Leopardi (19554; a c. di A. Marenduzzo).

[108] Dal 1956, con una lezione sulle Genealogie deorum del Boccaccio; è anche vincitore del concorso a  Preside di liceo, e, su consiglio di Mario Sansone, opta dall’anno scolastico 1958-1959 per il Liceo “G. Palmieri” di Lecce: G. Vallone ‘Storia e ricerca’ in A. Vallone Scritti salentini VIII nt. 3. Nell’ottobre 1955, è tra i fondatori, in Lecce, con E. Alvino, V. Bodini, E. Bonea, G. Comi, A. Leone De Castris, C. Massa, V. Pagano, P. F. Palumbo ed altri, d’un Circolo di cultura che ebbe una certa risonanza e vitalità, ma poi sfiorì (cfr. La Voce del Sud dell’otto ottobre 1955).

[109] Per l’esattezza resta a Lecce fino all’anno accademico 1971-1972; insegna contemporaneamente a Bari dall’a. a. 1966-1967. Si trasferisce a Napoli dell’anno accademico 1972-1973.

[110] O. Confessore Le origini e l’istituzione dell’Università degli Studi di Lecce (Galatina, Congedo, 1990) 172; G. Vallone ‘Storia e ricerca’ VII-VIII (qui con  un errore).

[111] Per una prima valutazione: G. Vallone ‘Storia e ricerca’ XIVs.

[112] N’è pronta, a mia cura, una nuova edizione.

[113] G. Vallone Croce Gramsci e la provincia pensante (Lecce, Milella 1985) 39-40; G. Vallone ‘Storia e ricerca’ VII.

[114] Lettera di U. Bosco del 25 giugno 1960, in AFV.


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