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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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La lanterna di Diogene 14-15-16-17 PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giovanni Invitto   
Lunedì 06 Aprile 2015 06:30

[“Il Galatino” a. XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015]


In questi giorni l’Università di Lecce festeggia i suoi sessantanni anni di attività da quando fu istituita, con un Consorzio, la prima Facoltà, quella di Magistero che apparteneva a quella che fu chiamata Libera Università Salentina. Fu riconosciuta come Università statale, con la Facoltà di Lettere nel 1963. Fu una Università voluta dalla classe politica democristiana, in particolare dal presidente della Provincia di Lecce e da Giuseppe Codacci Pisanelli, parlamentare ma anche Ministro, che divenne il primo Rettore. Il politico nazionale che siglò il riconoscimento fu l’on. Antonio Segni. Io allora presiedevo gli organismi studenteschi e sul nostro giornale scrissi un articolo intitolato: “Grazie professor Segni”.  Facendo un consuntivo, oggi possiamo dire che quella scelta politica, nata con due Facoltà umanistiche, è proliferata e si è accreditata come un Ateneo che in alcuni settori ha “eccellenze” di livello nazionale e non solo. Direi anche che questa realtà ha di fatto sedimentato nel territorio l’esigenza di cultura e di formazione anche a livelli prima non attesi. Mi riferisco alle cosiddette Università Popolari gemmate in alcuni centri importanti della Provincia, come Galatina. Ora si tratta di curare questo Ateneo che già ha ridotto al massimo la fuga dei giovani salentini in altre università sparse in Italia, anche perché non è possibile attivare tutte le Facoltà. Voglio, in chiusura, ricordare una frase che disse Codacci Pisanelli, nei primissimi anni, in un consiglio di Facoltà: “Se penso che una ragazza del Capo di Leuca oggi può laurearsi perché a pochi chilometri ha la sua Università, mi sento emozionato e orgoglioso per ciò che il Salento e i salentini sono riusciti a fare”.

 

[“Il Galatino” a. XLVIII n. 4 del 27 febbraio 2015]

 

Mentre scrivo, sta per finire il Carnevale. Ma è mai cominciato? Naturalmente la mia è una domanda retorica perché lascia intravedere l’idea di chi scrive: nella nostra cultura non c’è più il Carnevale. Il motivo banale potrebbe essere quello che sento ripetere da circa trent’anni: non c’è bisogno di Carnevale perché oramai è sempre Carnevale. Il che non è paradosso vero. Sicuramente in questi trent’anni, presi qui come criterio di lettura, il livello di vita è aumentato, anche se pare che in questi ultimissimi tempi abbia fatto un sensibile passo indietro. Per quello che può valere il mio giudizio, dico che solo i bambini e gli adolescenti (e non tutti) possano sollecitare o creare momenti ludici posticci. Gli adulti e i giovani mi sembrano del tutto fuori da una ipotesi del genere. Sennonché proprio l’ultima sera del Carnevale di quest’anno, intorno alle 20, sono passato vicino ad una “casa famiglia” presente nel nostro territorio, a Galatina, e, grazie ad un ampio finestrone, ho visto che gli ospiti di questa casa danzavano ed erano mascherati. La cosa mi ha fatto piacere e, perché no?, mi ha commosso. In fin dei conti ho visto la spontaneità, la libertà d’animo, la gioia di queste persone, il non preoccuparsi del giudizio altrui: giocavano, danzavano con le loro maschere ed erano felici. Il che mi ha confermato che tutti ed ognuno possono insegnarci cose che, con supponenza, disconosciamo. Grazie, amici che non conosco ma che vedo talvolta attraverso il finestrone, per la lezione di vita e di cultura che avete dato a me e, credo, ad altri.

 

[“Il Galatino” a. XLVIII n. 5 del 13 marzo 2015]

 

Il mio rapporto con Galatina, che da quarant’anni è intenso visto che mia moglie è galatinese, nasce negli anni cinquanta- primi anni sessanta, quando iniziò, pure da noi, la pratica del cineforum. Ricordo che Arnaldo Legittimo, anch’egli leccese come me ma con l’industria a Galatina, veniva a prendermi a casa – io non avevo ancora la mia auto - per andare a dirigere il dibattito alla fine della proiezione. Poi nel 1968, anno della contestazione studentesca, insegnai filosofia al Liceo “Colonna” di Galatina. Teniamo presente che per decenni, se non per più di un secolo, i licei del Salento erano solo a Lecce, a Maglie e a Galatina. Negli anni sessanta Galatina era una cittadina nota anche per una rete industriale importante e per attività culturali di notevole valore. Non va dimenticato che questo centro conserva realtà artistiche preziose, valga per tutte la Basilica di S. Caterina che proprio negli ultimi mesi ha riavuto riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per il valore architettonico e figurativo che possiede. Ma questo centro che, fino agli anni Trenta,  faceva parte della triade salentina “apicale” di Lecce, Maglie, Galatina, a cui poco dopo si unirono Gallipoli, Nardò e Tricase, aveva anche momenti importanti per tutto il territorio. Penso alla Fiera che si svolgeva, se ricordo bene, nel periodo di San Pietro, e il Veglione di Carnevale al Cavallino Bianco, famoso in tutto il Salento. Ma, se la storia è cambiata, occorre che la città di Galatina, nel momento in cui si presenta ora anche con una ottima rete di industrie importanti, faccia il punto della situazione e si autoprogrammi per linee di sviluppo e d’innovazione che oggi si fa fatica a vedere o, meglio, non si conoscono. Occorre tenere il passo con un Salento che sta cercando di acquisire un profilo produttivo e culturale che lo lanci ai primi livelli del nostro paese. E Galatina non può essere assente in questo processo.

 

[“Il Galatino” a. XLVIII n. 6 del 27 marzo 2015]

 

Al di là della definizione amministrativa dei centri territoriali, è nella natura delle cose che i centri urbani più ricchi di popolazione e di attività assumano, di fatto quando non di diritto, un ruolo di guida per i paesi limitrofi. Ci si rende conto che ogni centro comunale è, giustamente e correttamente, fiero e geloso della propria autonomia, ma questo non esclude che nel territorio esistano dei centri che sono, di fatto e non di diritto, punti di riferimento per una certa area. Ripeto: questi centri sono già, senza bisogno di proclami, punti forti del territorio. È nella natura delle cose che sia così. È una catena che esiste ovunque. Gli abitanti di Lecce, per fare un esempio, quando non trovano nel territorio limitrofo ciò che occorre, si spostano a Taranto a o Bari per trovare ciò di cui mancano. Questa logica e questa pratica dovrebbe avvenire anche all’interno della nostra provincia, come è naturale che sia e come probabilmente già avviene, anche se in maniera non matematica. Concludo con un’altra riflessione, cioè quella sulla crisi del cinema e la crisi di certe manifestazioni culturali relegate al solo capoluogo di Provincia e, in questo periodo, penso alla Stagione Lirica. Mi chiedo: perché i centri più importanti per popolazione non programmano anch’essi momenti culturali rivolti ai loro cittadini che non vogliono o non possono seguire gli eventi del capoluogo di Provincia? Si dirà che i Comuni non hanno le risorse necessarie per tutte queste cose. E può essere vero. Allora si può pensare ad una co-programmazione tra centri limitrofi: la volontà non dovrebbe mancare e, in fin dei conti, tentare non nuoce.


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