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Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Venerdì 10 Luglio 2015 06:55

["Il Titano", supplemento economico de "Il Galatino" anno XLVIII n, 12 del 26 giugno 2015]

 

Viaggio nella letteratura popolare salentina tra sensi, nonsensi e doppi-sensi

 

Queste non sono bagatelle, amici Lettori! Hanno certamente il sapore dello scherzo, della burla, del gioco; possono anche apparire facezie o stregonerie impertinenti e talora scostumate; tengono in sé, di frequente, la malizia di stampo il più popolaresco e aggressivo, libero e senza freni; non si curano, almeno in apparenza, di auliche elevatezze e di voli pindarici, e spesso sono anzi, e di buon grado, proprio terra-terra.

Attestazioni per lo più povere e scarne. Giocose sempre, nella loro apparente irriverenza. E volutamente semplici o semplicistiche, proprio per essere agevolmente riprese dal popolino più umile e incolto, particolarmente dai molti che, in un tempo non tanto lontano, erano davvero di poche parole, totalmente digiuni di un linguaggio appena ordinario, e men che meno di fraseologie eleganti e forbite.

Simili ‘invenzioni’ (che avevano anche una sottaciuta funzione di rivalsa o riscatto, radunando in sé varie congerie di aspirazioni e desideri inappagati) si manifestavano quindi, soprattutto nella tradizione contadina, con modalità espressive assolutamente spontanee, riuscendo tuttavia, nel loro dispiegarsi secco e lapidario, a toccare frequentemente vertici letterari insospettabili, oltre che trovate di elevato ingegno: un aspetto creativo radicalmente puro, che dà infine, soprattutto agli astuti indovinelli, una qualifica di preziosità assoluta.

È per l’appunto un piccolo viaggio curioso, questo, al quale vi invitiamo con gioia: uno sconfinamento nell’arte del pensiero anche libero e libertino, della creatività immaginifica, della fantasia e giocheria di parole e d'idee... Che erano abituali nelle corti e nei borghi di mille anni fa, ma anche di duemila e tremila, e perfino ai tempi degli Egizi o degli Assiri-Babilonesi, per giungere poi di ritorno fino alla nostra stessa civiltà contadina, alle nostre case e famiglie di ieri o dell’altro ieri, quando la sera ci si riuniva per ascoltare “cunti”, storie, e facezie di paese.

Parole, in definitiva, che erano anche sentimenti, meraviglie e magie: specchio fatato della piccola quanto sconfinata mente dell’uomo.

Doverosa premessa a onor di Napoli.

Pur mantenendo forte e vivida una propria inconfondibile specificità, con storiche e salde radici, è evidente che una certa parte della nostra letteratura popolare salentina, quanto meno dal Seicento in poi, abbia inevitabilmente risentito dell’influenza di altre ‘correnti’ meridionali, e soprattutto di quella ricchissima e variegata produzione, alimentata a getto continuo nella ricca ed esuberante città di Napoli, per secoli fra le Capitali più importanti d’Europa, frequentata anche da non pochi intellettuali dell’antica Provincia di Terra d’Otranto.

Molto, all’ombra del Vesuvio, si è perduto, negli ultimi decenni, dello smalto e del carisma di un tempo (sempre più arduo, infatti, si dimostra il rinnovamento del teatro, della letteratura, e perfino della canzone napoletana, capisaldi fino a ieri di un universo straordinario e stupefacente), e tuttavia restano ancora, in questa vecchia nobile Regina del Sud, alcune luminose scintille, come quella del suo ultimo innamorato cantore, che è, ancora e sempre, il mio antico amico Luciano De Crescenzo.

In Così parlò Bellavista (suo primo franco successo divenuto anche un film), l’ingegnere-scrittore riporta alcuni aneddoti di vita vissuta, rivelatori di una certa ‘filosofia del vivere’ tipicamente partenopea. «D’estate – racconta De Crescenzo, non senza una complice ammirazione –, il mio elettrauto Tonino, a una cert’ora chiude l’officina e mette questo cartello: “Avendo Tonino guadagnato quanto basta, è andato al mare”».

Chest’è! Questa è la saggezza di una certa intramontabile Napoli.

E a proposito di cartelli o avvisi, basterebbe fare una lunga e istruttiva passeggiata nei vicoli della città vecchia per incrociare altre ‘coserelle’ del genere, particolarmente tipiche e fuori dell’ordinario...

Accanto a un citofono, si legge: «Per suonare, premere. Se non risponde nessuno, ripremere!». Su un muro (testuale): «Lorgoglio non serve». A seguire (con altra mano): «Ma l’apostrofo sì!». Sulla vetrina di un autosalone dell’usato: «Qui, a buon prezzo, ampia scelta di auto incidentate, ma non rubate». Altro annuncio affisso sulla saracinesca di un locale con retro-bottega: «Si vende solo il davanti. Il didietro serve a mio marito». Ancora un’offerta immobiliare: «Affittasi camera. Chiedere alla signora di sotto: la fa vedere a tutti». E infine: «Da donna Rosaria: tacchini e polli - A richiesta si aprono le cosce».

 

L’incontenibile tentazione del doppio-senso.

Siamo così giunti al doppio-senso. All’ambiguità. All’allusione. Al significato ingannevole e malizioso. A volte casuale. Più spesso creato ad arte e per diletto.

Dall’alba della civiltà, la letteratura popolare ha sempre giocato con le parole in modo ingegnoso. Specialmente quando essa cede alla pruriginosa tentazione di indirizzare il giusto senso e il significato reale verso un altro concetto immaginifico, più astuto ed eccitante, solitamente a carattere sensuale, per un istintivo brivido dell’osé, del proibito, del sottinteso provocatorio, demitizzando per un momento, attraverso la metafora, i propri resistenti turbamenti e le conseguenti pudibonde riservatezze.

Una tentazione alla quale nessun autore sa quasi mai resistere, neanche i più grandi. E basterebbe, per tutti, salutare qui il ‘toscanaccio’ Giovanni Boccaccio, fra i Padri della nostra letteratura nazionale che, di belle, ne ha scritte proprio a iosa nel suo Decamerone...

 

Sarà quindi in questo ‘piccolo mondo’ – alludente e allusivo – che proveremo ad avventurarci: tra filastrocche, modi di dire, scioglilingua e indovinelli (fondamentale e benemerita, fra questi ultimi, la piccola ma non piccola raccolta a cura di Nicola G. De Donno edita da Congedo nel 1990), che un tempo costituivano in quasi tutte le famiglie, l’occasione più gioviale di conversazione e d’incontro. Ne scopriremo di molto belli!

Auguri di sorridente lettura e di una lunga felicissima estate. (Roma, maggio 2015)

 

Filastrocche. Scioglilingua. Cantilene.

Inizio da qui per levarmi subito lo sfizio di recitare per mio conto una delle tremende

filastrocchine che  fin dall’adolescenza continuano a tormentarmi, facendomi regolarmente tartagliare (con evidenti esiti grotteschi) nella sua corretta recitazione. Quando qualcuno fra i miei compagni mi sfidava a gareggiare con lui, io accettavo sempre, benché riluttante,

e alla fine le risate si sprecavano, perché nella foga della recitazione della filastrocca che leggeremo più avanti, era facile confondere parole e assonanze. Provatevi anche voi...

Il testo del ‘famigerato’ scioglilingua – che ricordo nella sua formulazione in dialetto galatino (in alcune zone del Salento l’ho sentito riproporre con qualche variante: per esempio meloni al posto di bottoni) – è il seguente, e va recitato inizialmente piano piano, poi via via più sveltamente, fino all’inevitabile ‘inciampo’:

Fusci fuscendu, buttuni cujendu.

Fusci fusciuni cujendu buttuni.a

Strabiliante, nella sua ingegnosità lessicale, è quest’altra filastrocca poco nota – quanto meno a me, che l’ho scoperta solo recentemente –, originaria della zona verso il Capo di Leuca, dove si scherza abilmente con un doppio-senso esclusivamente dialettale, non trasferibile in lingua con il medesimo effetto:

Nchianu susu cu llu culu.

Scinnu sutta cu llu cazzu.

Infatti, allorché la traduciamo in italiano, l’apparente e irriverente spudoratezza dell’espressione si dissolve subito, rivelando un suo normale senso per nulla osceno. Ecco, infatti, palesato il mistero: Nchianu susu cu llu culu = Salgo sopra per colarlo. Scinnu sutta cu llu cazzu = Scendo sotto per schiacciarlo.

Semplice e innocente quanto insolito e geniale!

 

Altrettanto bella, e quasi musicale, nel suo colorito vernacolo (ancora de sotta a lu Capu), mi sembra la filastrocca seguente, sempre con doppi-sensi, ma in questo caso di tono decisamente ironico, burlesco, e direi anche un po’ perfido (che potrebbe fare il paio col noto detto Se vene quarchedunu e tuzza, dinne ca sta mangiamu cucuzza!b), col chiaro fine di evitare ospiti indesiderati alla propria mensa:

Caru cumpare mèu, vulìa te ‘nvitu,

nnuci lu pane, ca fattu no’ l’aggiu,

nnuci lu mieru, ca lu meu è citu,

nnuci lu casu, ci vôi lu cumpanaggiu,

nnuci la carne, ca mintu lu spiedu:

tie la cucini,e ieu me ssettu e manciu.c

Proverbi e modi di dire.

Apriamo questo capitoletto con uno dei proverbi salentini più noti e utilizzati, che vuole beffeggiare sia chi si lamenta sempre di qualcosa che non va (pur non essendone direttamente responsabile),  sia anche e soprattutto le ordinarie quanto arbitrarie interferenze dei ficcanaso di professione, pronti nel voler dire la propria opinione sempre e comunque, dando spesso, e a sproposito, giudizi non richiesti. Un’indebita ‘invasione di campo’, che il popolo rimprovera da par suo con questa folgorante battuta:

La caddhina face l’ovu,

e a lu caddhu li uschia lu culu! d

E a proposito del fondo schiena, che metaforicamente è anche sinonimo di fortuna, ecco un proverbio abbastanza esplicito, raccolto nella Grecìa Salentina:

Ci tene culu, trova pultrona.

 

Infine, il modo di dire seguente la dice lunga su come si possano interpretare le cose, a seconda che i protagonisti di eventi anche minimi siano di ceto elevato o molto umile...

Così va, da sempre, il mondo:

Se cade l’arciprèvate è discrazzia.

Se cade lu sacristanu vè ‘mbriacu! e

Il linguaggio figurato contadino.

Prima degli attesi e imperdibili indovinelli, che concluderanno questo nostro incontro, non mi sento di tralasciare una pur brevissima escursione nel Salento tarantino – sempre nostra Terra d’Otranto è! –, spigolando propriamente nel linguaggio figurato, e spesso assai curioso, che un tempo era diffuso nell’ambito agricolo.

L’occasione me la offre un bel libro d’epoca (edito nel 1979 dall’Amministrazione  Comunale di Taranto e dal Circolo Italsider, per illustrare alcune masserie gravitanti intorno alla Città dei Due Mari, con contributi, fra gli altri, di Riccardo Mola e Edmondo Perrone), donatomi recentemente dal cortese e generoso amico Antonio Masciullo.

Dalla fraseologia inserita in appendice attingo queste espressioni davvero singolari:

Miènz cava-dd (mezzo cavallo):

ironico appellativo per indicare un cavallo di media o bassa statura.

No l dà récchj (non dà orecchio):

non presta attenzione; fa finta di non sentire.

E infine questa quasi poetica similitudine, usata per giustificare una piccola quanto inevitabile manchevolezza:

Com quann mang e ti scappn i muddìcul (come succede quando mangi e ti scappano le molliche, le briciole di pane).

Tredici maliziosi indovinelli.

Siamo così giunti alla parte conclusiva, e fors’anche più dilettevole, di questo nostro ‘viaggio’ tra non-sensi e doppi-sensi.

Ho qui scelto tredici indovinelli salentini di tutte le epoche, e di tutte le zone e dialetti di Terra d’Otranto. Alcuni sono abbastanza noti, altri meno. Divertitevi comunque a “scoprire l’arcano” che si cela abilmente in ognuno di essi, e confrontate solo alla fine (senza sbirciare) l’esattezza delle vostre soluzioni.

Comincerò proprio con l’indovinello che dà il titolo a questa piccola antologia. Esso recita esattamente: 1. Ci la porta curta e rizza; se la stira, la ‘ncarizza; se la llùscia rreputata, cu llunghisce ‘ncannulata (Chi la porta corta e riccia; se la stira, l’accarezza; se l’alliscia continuamente, perché cresca a boccoli). Di che cosa parliamo?

Proseguiamo con quest’altro: 2. Bbonsignore lu porta crossu: susu a la pelle, carne e ossu, e pe comu caru lu tene, tutta la notte a manu lu tene. (Monsignore lo porta grosso, sopra la pelle, carne e osso, e siccome gli è caro, tutta la notte a mano lo tiene)...

Non fate cattivi pensieri, e concentratevi su quest’altro, che è facilissimo: 3. Pilu sotta pilu susu, a mmienzu stae lu cuntentusu. (Pelo sotto, pelo sopra, in mezzo c’è il ‘contentoso’, cioè il vispo, il vivace...). Lo sappiamo tutti che è...

Questo lo trovo davvero ben congegnato: 4. De nanzi se ncurtisce; e de retu se llunghisce (Davanti si accorcia; e dietro si allunga). Facile, no?... 

Vediamo se riuscite a indovinare i prossimi due, ripresi dalla tradizione gallipolina5. Tùdici frati, girannu giranu, unu cu l’addhu a ‘nculu se vannu (Dodici frati, girando girando, uno con l’altro nel sedere si vanno). 6. Quantu cchiù crossu l’omu lu porta, tantu de cchiui a la fèmmena nde piace (Quanto più grosso l’uomo ce l’ha, tanto più fa piacere alla donna).

A proposito delle nostre amatissime signorine e signore – verso le quali la letteratura popolare è sempre stata piuttosto maliziosa –, indoviniamo questo: 7. Quale ede ddhu stozzu de carne ca face fare cchiù peccati a le fèmmane? (Qual è quel pezzo di carne che fa fare più peccati alle donne?). Ovvio: è la...

Ancora sul gentil sesso: 8. A le zzite primarole / li lu menti ca li dole, / ma dopu ca li l’ai misu / se sentanu a ‘mparadisu (Alle spose novelle glielo metti che gli duole, ma dopo che glielo hai messo, si sentono in paradiso). E lo credo bene: è un...

Quello che segue – da me proposto nella versione che si raccontava in casa nostra – ha, per esigenze di rima, molte varianti sul protagonista (che a volte è il duca di Scorrano, in altre il conte di Leverano, il marchese di Casarano, e così via): 9. Lu duttore de Cutrufianu tutte le notti la tene a manu; se la tene tisa tisa cu nu sse unga la camisa (Il dottore di Cutrofiano tutte le notti la tiene in mano; se la tiene tesa tesa, per non ungersi la camicia). Che cos’è?

Anche il prossimo ha diverse proposizioni. Questa mi sembra, letterariamente, la più armoniosa fra tutte: 10. Luengu luengu su’ ieu quantu nu parmu, ‘a manu de le fìmmene me nne egnu, jeu egnu pe li mari nnavecandu, jeu trasu ssuttu e lacremandu egnu (Lungo lungo sono io quanto un palmo, cresco per mano delle donne, vengo navigando nell’acqua, vi entro asciutto ed esco lacrimando). Indovinato?...

Ancora uno, davvero molto ben costruito: 11. Nìuru lu porta lu tata, russu de focu lu face ddiventare la mamma. (Da ammirare l’ingegnosità della metafora, come risulterà meglio a soluzione avvenuta).

Avviandoci alla conclusione, ho scelto un indovinello, che il vernacolo salentino permette di impostare quasi a ritmo di danza... Eccolo: 12. Ohi, cce doja! Ohi, cce doja!,/ quandu marìtuma se spoja: / cce gg’è longa, quannu la stenne! / Poi la rròtula, e se rrenne... Indovinato anche questo?... Molto bene!

Ed eccoci in chiusura. In carattere con questa singolare ‘passeggiata’ nelle nostre belle tradizioni, Vi saluto con un’ultima espressione metaforica, che appare molto irriverente, ma che è, al contrario, di pura e assoluta cortesia (provare per credere...): 13. A ‘nculu te la mintu, e cràzzie m’ai de dire! (Al sedere te la metto, e mi devi ringraziare!).

Così come io ringrazio voi per la vostra benevola attenzione. Alla prossima.

Roma, maggio 2015

 

Note/Traduzioni.

a. Corri correndo bottoni cogliendo / corri corroni cogliendo bottoni. b. Se viene qualcuno e bussa / dì che stiamo mangiando zucchina. c. Caro compare mio, vorrei invitarti / porta il pane ché non l’ho fatto / porta il vino, ché il mio è aceto / porta il formaggio se vuoi companatico / porta la carne ché metto lo spiedo: / tu la cucini, ché io mi siedo e mangio. d. Se cade l’arciprete è disgrazia / se cade il sagrestano è ubriaco. e. La gallina fa l’uovo / e al gallo gli si irrita il sedere.

Soluzioni degli Indovinelli.

1. La barba. 2. L’anello benedetto. 3. L’occhio fra le ciglia. 4. La strada che si percorre. 5. I dodici mesi dell’anno. 6. Il portafogli. 7. La lingua. 8. L’anello nuziale. 9. La candela. 10. Il maccherone nella pentola. 11. Il carbone. 12. La cinghia dei pantaloni. 13. La sedia.


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