Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Arte


L’impegno nell’arte di Luigi Latino PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 27 Agosto 2013 08:47

[“Il paesenuovo online”  4 agosto 2013]


Luigi Latino, classe 1954, pittore e poeta, espone un’opera  “Tortura”, che fa parte di una produzione ormai cospicua di una carriera pluridecennale  sempre in prima linea, orgogliosamente militante.

Studiare la semiotica della sua arte visiva vuol dire comprendere che cosa il segno di questi quadri voglia significarci e comunicarci, cogliere le relazioni di senso che essi cercano di instaurare. Ma trattandosi di arte informale ciò è più difficile, poiché la pittura di Latino non rientra né nel figurativo e nemmeno nel puramente astratto. Vi è inoltre, in alcune opere di tecnica mista, una commistione fra pittura e scultura, secondo l’insegnamento delle avanguardie storiche e del loro messaggio fortemente provocatorio. In questo senso, Luigi Latino potrebbe essere considerato un epigono del grande Jackson Pollock che con la sua singolare tecnica ha influenzato fortemente tutto il movimento di questo tipo di pittura istintiva e impulsiva.  Comunque il processo di rinvio di questi segni mi porta ad una costante, palpitante, urgente voglia di libertà che Latino esprime non solo in queste tele ma in tutto il suo discorso pittorico. Anzi, le sue tele sembrano i singoli episodi di una narrazione artistica partita da anni e che non si sa se e come troverà  uno sbocco compiuto, finito, nella continua ricerca dell’informale sua visione. Il riferimento più autorevole che mi viene in mente è all’arte di Alberto Burri, indiscusso maestro italiano dell’informale. Latino utilizza materiali dei più diversi, in quanto attraverso di essi l’artista esprime la propria concezione del mondo, e infatti non troviamo mai superfici lisce e morbide, che ci trasmetterebbero un senso di dolcezza ed armonia, ma invece superfici rugose, crespe, ruvide,  che danno un’idea di scontro, disordine, conflitto,disagio.  Un’idea claustrofobica della società attuale, un empito di ribellione scuote Latino nei confronti di tutte le gabbie mentali e fisiche nelle quali chi è in alto vorrebbe rinchiudere il pensiero ( che invece deve essere libero, secondo l’assioma “Libera arte Libero pensiero” di cui Latino ha fatto un manifesto), una voglia corsara di scardinare le porte del sistema  e rompere tutti  i chiavistelli che impediscono, costringono, riducono.   Le opere come “Tortura” vogliono  descrivere la negletta condizione dell’essere umano, la sua oppressione,  ed essere invito a finalmente affrancarsi.  Esortazione a rompere “muri, recinti, staccionate”, limitazioni di sorta, sia reali che mentali, “costituzioni, leggi, religioni, tradizioni, procedimenti inconsistenti”, come scrive Latino. Sprone a coltivare “il sogno e l’utopia” che sono state, dice l’autore, la ragione della sua vita.

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La penna e il pennello PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 18 Luglio 2013 09:08

[Prefazione Il senso dell'incanto nell'opera poetica di Laura Petracca, con versi di Pina Petracca, Libellula Edizioni 2013]

 

Un libro di pittura e poesia che vede la luce in questo 2013, a firma di Laura Petracca e Pina Petracca, amiche nella vita e colleghe di lavoro, artiste sensibili, colte e raffinate. Una richiesta, quella di presentare il libro, che ho accolto subito, lusingato da tanta attenzione nei miei riguardi. Quattro “P” a puntellare il nucleo di questo progetto: le due “P” di Petracca e Petracca, la “p” di pittura e quella di poesia. Ut pictura poesis, per dirla con Orazio. Un’antologia artistica che assomma, fondendole insieme, le opere pittoriche di Laura e i componimenti poetici di Pina. 15 dipinti per 15 poesie. Pari dignità fra verso e immagine, poesia visiva o figura poetica, sinestesia, la più riuscita e compiuta, quella ( teorizzata da Ramachandran) grafema-colore, viaggio multisensoriale nell’universo creativo di due artiste di casa nostra accomunate da umanissimo bisogno di comunicare, attraverso la loro testimonianza estetica, dinamiche del cuore. E in questo mix, nel tutto continuo di un’opera d’arte in progress, il libro si configura esso stesso come corpo poetico, elegante ed originale com’è.

Si materializza così, l’arte sovrana, un dialogo fra penna e pennello, stimolante, vivificante, sia per le autrici che per i lettori.

 

Il Barocco è più di un movimento culturale. È ben più di quello stile artistico caratterizzato dalla monumentalità delle costruzioni, da stucchi, volute, ori, bronzi e tutti quegli effetti di tensione drammatica e di grande teatralità propri della scultura e della pittura, che, fra il Seicento e il Settecento, hanno permeato anche l’arte salentina, facendo di Lecce la “Firenze del sud”. E’ ben più del gusto per la grandiosità, la stravaganza, la bizzarria. È la cifra connotativa di questa nostra penisola salentina. Come spiega A.L. Giannone, presentando l’opera “Barocco del Sud”, di Vittorio Bodini, “… il barocco leccese diventa per Bodini una condizione dello spirito in cui si riflette un disperato senso del vuoto, un horror vacui, che si cerca di colmare con l’esteriorità, l’ostentazione, l’oltranza decorativa, ma anche con certi atteggiamenti, visti come altrettanti modi per sfuggire al sentimento del negativo che si avverte nel Salento… […] Da qui la lotta incessante tra vuoto e pieno, tra luce ed ombra, che si svolge sulle facciate dei monumenti leccesi, e che allude a quella, ben più concreta, tra la vita e la morte, tra l’esistere e il suo contrario”. Il Barocco è una condizione dell’anima. Ed è infine, la condizione essenziale dell’arte e della vita di Laura Petracca.

La Petracca è una pittrice che vive ed opera a Specchia, meraviglioso borgo in provincia di Lecce, a cui Laura è legata visceralmente e a cui ha più volte manifestato tangibile amore filiale sia con la pittura (penso ad una sua bellissima rivisitazione dello stemma civico di Specchia) che con la sua partecipazione attiva alla vita culturale della piccola cittadina. Laura Petracca, diplomata in Decorazione all' Accademia Di Belle di Lecce, insegna "Disegno e Storia del Costume" nell'indirizzo "Abbigliamento e Moda" presso l'I.I.S.S. Polo Professionale "Don Tonino Bello" di Tricase (Le). Ha partecipato a numerosissime mostre collettive e personali e ha ricevuto molti premi e riconoscimenti.

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Il museo della memoria fatto solo di emozioni PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 01 Luglio 2013 07:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 29 giugno 2013]


A volte non si sa quale sia l’elemento che attrae lo sguardo verso un dipinto, quale sia la condizione che emoziona, che fa restare lì, con gli occhi affondati nella tela, o rapiti dalle immagini di un affresco.

Forse sono le forme, forse sono i colori, forse la combinazione delle forme e dei colori, le variazioni della luce e dell’ombra, la modulazione delle forme, la prospettiva, le proporzioni. Forse è l’incontro con la perfezione. Forse la scoperta dell’astratta bellezza. Però, a volte, c’è qualcosa che sfugge alla comprensione. A volte non si sa per quale ragione si resta incantati da un volto di Madonna in un’edicola di campagna, o dai dipinti screpolati in una cripta bizantina. A volte non si sa perché entusiasma il disegno di un bambino. Per quale motivo quelle immagini si depositano negli occhi e non si dimenticano più.

Ciascuno di noi ha un museo della memoria, che si compone indipendentemente da quelli che sono i canoni dell’arte, che probabilmente si struttura in una relazione con gli affetti, lo stato d’animo di un momento, una dimensione di sensibilità, per sensazioni, percezioni indecifrabili.

Forse c’è una componente di mistero nel rapporto che si stabilisce con le immagini, una mescolanza di cultura, emozione, mente, corpo, stupore. Spesso le nostre reazioni e le nostre interpretazioni di una pittura ignorano o non tengono conto di altre interpretazioni, più o meno autorevoli. Quello che pensiamo e sentiamo davanti ad un’opera di Caravaggio molto spesso è assolutamente indipendente da quello che si è detto su quell’opera, dalla conoscenza di Caravaggio.

Se non sapessimo che si tratta di quell’opera di quell’artista, avremmo comunque le stesse reazioni, proveremmo le stesse emozioni.

Probabilmente non c’è differenza tra la reazione che suscita in noi l’incontro con un uomo, una donna, e quella che è generata dall’incontro con una pittura.

Al primo incontro con una creatura non chiediamo da dove venga, né quale sia la sua storia: avvertiamo o non avvertiamo una prossimità sentimentale. Sentiamo se resterà nel nostro ricordo o se andrà via come non fosse mai venuta.

Nell’incontro con un’ opera d’arte accade più o meno la stessa cosa. Il suo complesso o un suo particolare smuove la nostra immaginazione, genera un’associazione con qualcosa, richiama un luogo, una figura, ci mette in una condizione di serenità oppure di inquietudine. Comunque non ci lascia indifferenti: cioè crea una differenza tra come eravamo prima di vederla e come siamo mentre la guardiamo o quando la ripensiamo.

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La “tristezza d’oro” nell’arte di Ferraro PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Gino Pisanò   
Lunedì 24 Giugno 2013 19:00

[“Apulia” giugno 2002]


Sul crinale dei rapporti culturali intercorsi fra Salento e Napoli nell’ambito del Novecento, si distingue un cospicuo contributo di Vittorio Pagano al periodico partenopeo “L’approdo del Sud” di Mario Moles. Contributo ancor più significativo ove si pensi che a far da tramite fra i due luoghi maggiormente rappresentativi dell’esperienza artistica e letteraria del Mezzogiorno peninsulare era un artista (scultore-pittore) oggi dimenticato, Giuseppe Ferraro (Castrignano del Capo 1902-Genova 1966), leccese-novolese d’adozione, testimone delle vicende storico-culturali di Terra d’Otranto comprese nel periodo 1923-1966, ossia fra l’esordio di “Fede”, la rivista di Pietro Marti, e la chiusura del “Critone” di Vittorio Pagano. Il quale, pur frequentando e ammirando Vincenzo Ciardo, il maggiore e più noto fra i salentini di ascendenza artistica partenopea, volle assumere in Pittura e scultura di Pippi Ferraro (un lungo articolo apparso sul citato “Approdo” nel marzo 1954, a. II, n. 10-11, pp. 1-4) proprio l’attività creativa di quest’ultimo a segno di un nuovo corso storico, nonché di un’antropologia culturale che aveva ormai «in una sorta di appassionato mitologismo caratteristico della gente del Sud» le sue più recenti e «necessarie» motivazioni.

Ferraro, che aveva studiato a Napoli, nel Regio Istituto d’arte, dove si era trasferito dopo il leccese discepolato nell’omonima scuola, appariva a Pagano come uno dei più emblematici rappresentanti di una generazione (iuniore rispetto a quella dei precursori e maestri Vincenzo Ciardo, Geremia Re, Antonio D’Andrea) che, riguardo alle arti figurative del secondo dopoguerra, ne lastricava di nuove ideologie e di nuovi linguaggi il sentiero, in un clima di universale rinnovamento e di riesplose passioni civili. Scriveva, infatti:

L’avvenuto risveglio […] può già condurre a una precisa individuazione di valori, può già comporsi in un quadro storico-critico di puntualissima rispondenza e rappresentatività. Risentito nelle varie esperienze del tonalismo, dell’impressionismo, dell’astrattismo, dell’espressionismo, del cubismo, del realismo […], per esempio, il paesaggio salentino risulta del tutto sottratto «alla convenzionalità generica e scolastica del cartolinismo di prima». Ebbene, aggiungeva Pagano, «Pippi Ferraro, pittore-scultore, è a questi effetti che ci va interessando», e rimarcava quanto segue:

Egli conta quarant’anni di lavoro (fin dall’adolescenza) ed ora ci induce ad affermare che il suo tirocinio è stato lungo e paziente. Ma, intendiamoci, lungo e paziente, solo se consideriamo come più valida e significativa la fase attuale in cui lo si trova. Infatti, c’è chi lo giudica maturo e formato da un bel pezzo, da quando le sue statue (specialmente i busti) cominciarono a imporsi in virtù d’una severa e disciplinata impostazione, d’una classica olimpicità, d’una sempre espertissima tecnica […]. Siamo noi, personalmente, a preferire l’ultimo Ferraro […] per essersi deciso ad una ricerca come quella dianzi [v. supra: il «risveglio»] messa a fuoco e che ci preme al momento più d’ogni altra cosa […] per ragioni extrartistiche o comunque collaterali all’arte, ma importanti, tremendamente importanti, per la rinascita e la vita della più mortificata terra d’Italia [scil. il Salento].

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Luigi Cannone PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 01 Giugno 2013 12:18

Lecce. In un vicolo ritorto della città vecchia sta la bottega atelier di Luigi Cannone pittore. E lì mi porta la mia irrefrenabile  curiosità, in un piccolo spazio che oltre allo studio del pittore ospita l’associazione  H24 Fabrìka, guidata dalla combattiva operatrice culturale Rosanna Gesualdo,  trait d’union fra me e l’artista Cannone.  Luigi è persona modesta e non molto loquace che lascia parlare le proprie opere,  in questo avamposto urbano di passione e creatività, fumo e cultura, vino e arte, incontri e convivialità, che è il piccolo contenitore culturale che mi accoglie, in vico Dietro Spedale Pellegrini, 29/a. Luigi, non so se per calcolata scelta o per l’istinto del momento, ha deciso di farmi ammirare due cicli pittorici: quello delle sirene e quello delle torture. Sistema le sue opere sulle panchine di pietra e nelle rientranze delle pareti della bottega  a formare quasi un tondo, un semicerchio magico nel quale sarei rinchiuso se non fosse per una parete, quella dov’è la porta,  rimasta vuota  e dove intanto Rosanna  conversa con altri avventori, ospiti dello studio.  Luigi Cannone, leccese, classe 1955, ha iniziato a dipingere giovanissimo. E’ docente di Arte e Immagine nelle suole medie  e, tra personali e collettive, vanta oltre quaranta esposizioni, tenutesi in giro per l’Italia. Nella sua pittura dominano i colori azzurro e blu e le tematiche trattate sono le più varie ma in particolare colpiscono il tema erotico e quello onirico-fiabesco. Appassionato di fotografia e anche di arte antica, in particolare bizantina, so che realizza ottime icone con tecniche tradizionali. Ma veniamo alle sirene.

Mi sembra una tipica pittura d'ispirazione preraffaellita, con venature romantiche. In queste pitture, i colori vertono sul binomio  blu- arancio oppure sul  viola-giallo, il gioco luci -ombre è suggestivo e attraente. Cannone si serve dei miti classici per calare nella nostra contemporaneità un messaggio che potrebbe avere del simbolico, come potrebbe essere messaggio sociale-civile;  ma potrebbe anche essere, la sua, totale resa all’estetismo puro, alla Ruskin,  senza alcuno scopo precostituito, come dire  “l’arte per l’arte”, per usare un’espressione di Oscar Wilde simbolo di quel movimento artistico del secondo Ottocento. Scrive Ivan Serra: “Pittore di solida classicità, Luigi Cannone esalta composizioni di vigorosa precisione mediante tagli di colore limpido e luminoso con i quali accarezza e suggerisce le linee di forza dei suoi quadri.
Per Cannone il mondo è un luogo in cui cromatismo e linearità si intersecano e dialogano fra di loro con energica e poetica dialettica. Sfumature di colore, lancinanti e melliflue, innervano un’opera che costruisce la sua suggestione su di un tessuto compositivo articolato attraverso effetti cangianti di colore.”

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