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I mille racconti


Vie traverse 10. Gita a Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Gennaio 2017 16:24

Alba

Ieri sera, di ritorno da Leuca, ero molto stanco per mettermi a scrivere, ma stamane mi sono svegliato presto con l’intenzione di raccontare la mia gita a Leuca in compagnia di Sofia. Ornella, durante la notte, a causa del gran caldo, aveva lasciato la finestra aperta per far entrare dal giardino un po’ di aria fresca, e così, all’alba, gli uccelli che dormono negli alberi e la luce del sole (sebbene la nostra stanza da letto volga a ponente) mi hanno svegliato qualche ora prima del solito. Sono rimasto disteso ancora per mezz’ora, ripassando nelle mente le immagini che avevo riportato con me, poi mi sono alzato pensando a quel detto famoso, il mattino ha l’oro in bocca, col desiderio di scrivere, per leggere poi a Ornella, Giulia e Sofia, al loro risveglio, il resoconto della nostra passeggiata a Leuca. Ho fatto colazione, ho dato da mangiare un po’ di granturco a Colombina, una colomba che da tempo si è stanziata qui da noi e già all’alba si mette a tubare e richiede del cibo, e alle due tartarughe, Ugo e Uga (così le chiamano le mie figlie), che rumoreggiavano muovendosi nella loro vasca, ed ora, mentre tutti dormono, sono qui che scrivo.

 

All’avventura

Ieri pomeriggio, dunque, verso le cinque, poco prima che uscissi di casa, Giulia mi ha chiesto dove stessi andando. Le ho risposto che andavo a fare un giro in moto, ma non sapevo dove, andavo così, “all’avventura”, senza una meta precisa – in realtà avevo in mente di andare a Leuca -. Le ho proposto di venire con me, ma lei mi ha risposto che se non le dicevo dove di preciso avevo intenzione di andare, non sarebbe venuta. Nel corso dell’estate, Giulia, che ha undici anni, ha preso la brutta abitudine, ogniqualvolta esco di casa, di farmi questa domanda: - Dove stai andando? -, che sarebbe del tutto legittima, se non la facesse contemporaneamente a me, ad Ornella, poi ancora a zia Milena, ed infine a nonna Giovanna, riservandosi il diritto di scegliere a chi aggregarsi unicamente in base all’appetibilità della metà che le si propone. Giulia va con chi le offre un piacere, o meglio, un’aspettativa di piacere maggiore; ragion per cui, per mostrarle il mio disappunto, io ho deciso di non dirle la meta cui ero diretto. Dal momento che nonna Giovanna aveva preso accordi con Ornella per andare a Lecce a fare un giro dei negozi – siamo in tempo di saldi -, sapevo già che Giulia avrebbe rifiutato il mio invito. Invece, Sofia, che ha otto anni, ha accettato di venire con me “all’avventura”, e così, dopo aver messo nella borsa una bottiglia d’acqua gelata, che nelle ore seguenti si sarebbe sciolta divenendo bevibile, un cambio di robe e un telo da bagno, siamo partiti per Leuca, senza dir nulla a Ornella, che altrimenti si sarebbe preoccupata sapendo che avevo scelto una meta così lontana da Galatina. Le avrei telefonato una volta giunti a destinazione.

Quando già eravamo in moto, ho detto a Sofia che pensavo di andare a Leuca, dove avrei voluto trascorrere con lei l’intero pomeriggio, fino a sera. Lei subito si è dichiarata entusiasta, perché a Leuca, essendo piuttosto distante da Galatina (circa sessanta chilometri), non ci si va ogni giorno, ma una volta ogni tanto, e questo aumenta il piacere della gita al mare. Poi, l’idea di rimanere fino a sera fuori di casa l’ha fatta andare in visibilio.

 

Strade e superstrade

Da Galatina ci si può recare a Leuca percorrendo due strade: la prima, più breve, immettendosi a Soleto o a Corigliano d’Otranto sulla Lecce-Maglie-Leuca; la seconda, di qualche chilometro più lunga rispetto alla prima, prendendo dopo Galatone la Lecce-Gallipoli-Leuca: due superstrade a scorrimento veloce, che ti portano a Leuca in meno di un’ora. Questa volta, però, ho scelto di fare una strada diversa, perché non avevo nessuna fretta di arrivare subito a Leuca, ma intendevo godermi il viaggio in moto, percorrendo vie secondarie, meno battute dalla massa dei vacanzieri. Ho imboccato, dunque, la strada per Sogliano Cavour, tirando dritto, senza prendere la circonvallazione, e passando per il centro del paese fino a Cutrofiano.

Fino a Cutrofiano non mio sento affatto in un territorio diverso da quello nel quale vivo. Cutrofiano, con tutte le campagne che gli fanno da contorno, per me è un prolungamento del territorio di Galatina, insieme a Sogliano, Soleto ed Aradeo – il che, se non mi dà certo la sensazione di vivere in una grande città, perché in realtà ogni paese conserva la sua identità e ne è geloso, almeno mi permette di effettuare i miei spostamenti da un campanile all’altro con un senso di familiarità che, in altri luoghi del Salento, cioè già pochi chilometri più in là rispetto ai paesi che ho nominato, non avverto.

Uscendo da Sogliano subito vedi il campanile di Cutrofiano, che funziona come punto di riferimento fisso per coloro che si dirigono in quella direzione, sia che provengano da Galatina, sia che provengano da Supersano, da Aradeo o da Maglie, cioè dai quattro punti cardinali. A Cutrofiano, che abbiamo attraversato da nord a sud, eludendo tutta la segnaletica che ci consigliava di fare un giro più largo, abbiamo preso la strada per Supersano e poi per Ruffano. La Galatina-Ruffano, prosecuzione verso sud della statale Lecce-Galatina, ha suppergiù un secolo e mezzo di vita. I Galatinesi della seconda metà dell’Ottocento, ai tempi della vignetazione, riuniti in consorzio con altri comuni della zona, vi profusero non pochi denari per aprirla, e avevano ragione di farlo, perché quella strada porta nel cuore del Capo di Leuca, i cui paesi, grazie ad essa, venivano ad essere collegati direttamente alla città di Galatina e al capoluogo di provincia. Ed invece i nostri progenitori hanno lavorato invano, perché questa strada appare pressoché deserta nelle diverse stagioni dell’anno. Di tanto in tanto incontri un’auto proveniente da Supersano o da Ruffano, ma si tratta di un traffico interpaesano, poiché il traffico veloce e di lunga distanza, quello proveniente dai paesi del Capo che quella strada avrebbe dovuto convogliare verso Galatina, è assorbito dalle due arterie maggiori, le superstrade Lecce-Maglie-Leuca e Lecce-Gallipoli-Leuca.

In cuor mio non la smetterò mai di notare la solitudine di questa strada, il suo aristocratico distacco da ogni funzione utilitaristica, un utile a cui già da molto tempo sembra aver rinunciato. Attraversi un oliveto ininterrotto fino a pochi chilometri dai paesi, dove lascia il posto alla vigna, che il paesano ama tenere sempre vicino a casa, e pensi che, se al posto della strada di asfalto ci fosse un tratturo di campagna, pochi se ne lamenterebbero, e il danno per l’economia del territorio sarebbe irrilevante. Questa strada sembra davvero sprecata per i rari camion che trasportano le olive o l’uva nel tempo della raccolta. Ma tant’è, la strada è stata aperta, e ora è un piacere percorrerla a quell’ora del pomeriggio. E’ un lungo rettilineo – da questo deduci che la strada è il frutto della modernità ottocentesca, come un rettifilo che abbia sventrato non una città, ma un oliveto; viceversa una strada piena di curve, rispettosa dei vincoli agrari, è una strada medievale -, che si percorre all’ombra di alti e frondosi olivi grazie ai quali i raggi del sole, fisso alla tua destra, sono resi inoffensivi, tra un continuo frinire di cicale invisibili a occhio nudo, che sembrano passarsi il testimone del loro canto e inseguire a ruota il viaggiatore, anche il più veloce. Nelle vicinanze dei paesi gli uomini hanno costruito le loro casette, dove d’estate trascorrono la villeggiatura, che è un modo non ozioso di star dietro ai lavori della campagna. Poi, dopo qualche chilometro, l’oliveto ritorna padrone del paesaggio. Non c’è mai nessuno in questi boschi di ulivi, se non nel tempo della raccolta e della rimonda, pochi giorni all’anno. Per il resto gli alberi fanno tutto da sé, senza richiedere l’aiuto dell’uomo. E’ vero, c’è qualcuno che innaffia l’oliveto, come si deduce dai tubi legati ai tronchi, ma potrebbe anche non farlo, come accadeva non molti anni fa, quando nessuno lo innaffiava, tanto l’olivo trova ugualmente la forza di sopravvivere e di produrre il suo frutto.

Questo lungo rettilineo semideserto incrocia solo un paio di strade, la Gallipoli-Maglie prima e, dopo qualche chilometro, all’altezza di Supersano, la Casarano-Nociglia, che innervano il territorio da ovest a est, superando la dorsale delle Serre increspanti da nord a sud il basso Salento fino a Leuca. Si incontra, infine, prima di arrivare a Supersano, una svolta per Scorrano, ma l’incrocio passa inosservato, poiché sembra l’imbocco di una strada interpoderale più che una via di comunicazione tra paesi diversi.

 

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Vie traverse 9. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 14 Gennaio 2017 16:58

Strade di campagna

I nostri paesi sono fatti così: arrivi in fondo a una strada e trovi la campagna. In realtà, dopo l’espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni occorre farne un po’ di strada prima di trovarla perché le vie urbane che portano fuori si sono allungate, ma in compenso i paesi sembrano essersi avvicinati. E’ raro percorrere più di dieci chilometri dall’uno all’altro. Le strade che li mettono in comunicazione sono le più trafficate, le auto vi passano in corsa dritte verso la loro meta. Se vuoi fare una passeggiata, ti converrà abbandonarle e imboccarne una laterale. Le strade di campagna sono quasi tutte ben asfaltate e dopo qualche chilometro portano in un paese vicino attraverso un percorso a zig-zag tra i fondi oppure si perdono all’improvviso in un oliveto desolato o ancora s’innestano su una provinciale o una statale. Durante il giorno, lungo queste vie traverse perlopiù si incontrano paesani in macchina che vanno o tornano dalla campagna, dove hanno un pezzo di terra e una casa. Bisognerebbe fermarli e chiedere loro notizie sulle strade secondarie che percorrono tutti i giorni in su e in giù: sono certo che ne verrebbero fuori delle belle, sempre che l’abitudine non abbia tolto loro la memoria.

 

L’Ara e dintorni

A Corigliano d’Otranto, il paese di mia madre, alle spalle del campo sportivo comunale, c’è una di queste stradine, la via della Melelea, che conosco sin da bambino. Questo nome non sta scritto da nessuna parte, ma io l’ho sentito ripetere molte volte da mia madre e dai miei parenti di Corigliano che con esso indicavano una proprietà, la Melelea, di un cugino paterno, a cui si giungeva percorrendo quella strada. Fatto è che anche mio nonno aveva un fondo, una piccola parte della Melelea - ora ulteriormente diviso in quattro striscioline di terra delimitate da muri attestanti l’avvenuta spartizione dell’eredità tra i figli –, chiamato Ara, perché nel centro di esso fu costruita un’aia (ara in latino), trenta centimetri sopra il piano della terra coltivata, dove si puliva il grano e si facevano altre cose che io non so più ben ridire. Qualche anno fa il figlio a cui è toccata la parte del fondo contenente l’aia ha abbattuto il noce frondoso che vi cresceva accanto, perché le noci non erano più buone. All’ombra di quel noce, sopra l’aia fatta di grosse pietre squadrate e circondata da un muretto, trascorrevamo la pasquetta mangiando e bevendo peggio del giorno prima. Il giorno prima, infatti, si era festeggiata la Pasqua in casa dei miei nonni. Avevamo fatto appena in tempo a digerire e già la pasquetta obbligava a un nuovo stess alimentare. Ho ancora una fotografia che ritrae tutta la famiglia di mia madre durante la pasquetta, dove si vede mia madre in piedi sul muricciolo mentre si fa immortalare con un bicchiere di vino che ostenta in mano nell’atto di portarselo alla bocca. E’ come se dicesse: . Questo accadeva prima che mio nonno morisse. Mio padre non veniva con noi perché la poliomielite agli arti inferiori non gli consentiva di raggiungere l’aia e di muoversi comodamente nel fondo. Dopo la morte di mio nonno non ricordo più di queste riunioni all’Ara. Io e mia sorella avevamo due cugine della nostra stessa età, con le quali si andava d’accordo. Così, quando non ne potevamo più di mangiare e di ascoltare gli scherzi dei più grandi, chiedevamo ai nostri genitori il permesso di recarci nel boschetto di lecci distante dall’Ara neppure cinquecento metri. Siccome quel giorno ogni permesso era accordato e la licenza si fiutava nell’aria, ci avventuravamo nel boschetto dove ci si poteva rincorrere e giocare a scundarieddhi.

 

Nel bosco di lecci

L’altro giorno era una bella giornata di fine d’anno ed allora ho chiesto a mia figlia Giulia se volesse venire con me in quel boschetto. Giulia non ne aveva mai sentito parlare e subito è stata invasa da una fortissima curiosità, tanto più quando le ho raccontato che in mezzo al bosco c’erano i ruderi di una casa rimasta incompiuta. Pertanto, dopo pranzo abbiamo preso la moto e abbiamo percorso in pochi minuti i dieci chilometri che separano Galatina da Corigliano. Non mi è stato facile ritrovare la via della Melelea. La periferia di Corigliano negli ultimi trent’anni si è espansa non poco, sconvolgendo l’assetto urbanistico che mi era familiare. Per fortuna avevo come punto di riferimento il campo sportivo, dietro il quale, dopo qualche giro tutt’intorno, ho trovato la strada che stavamo cercando. L’Ara, che è uno dei primi fondi che si incontrano sulla destra, era deserta a quell’ora, quando i miei zii di sicuro se ne stavano in casa per la pennichella pomeridiana. La stradicciola non asfaltata che porta al boschetto di lecci si diparte proprio di fronte all’Ara e porta diritto tra gli alberi. Abbiamo parcheggiato la moto nel fitto del bosco, un po’ impauriti dagli spari dei cacciatori e, presi per mano, abbiamo cominciato a perlustrarne i sentieri. Ricordavo male: al posto dei ruderi di una casa in costruzione, infatti, non c’era altro che una cava di pietra non più larga di sessanta metri quadrati e profonda tre, una tagliata semisommersa dalla vegetazione spontanea del sottobosco. Chi costruì l’aia di mio nonno forse da quella tagliata fece portare i blocchi di leccisu su cui mangiavamo nel giorno della pasquetta. Sapevo che un tempo il boschetto era servito come carbonaia e poi come allevamento di asini per le operazioni militari della Grande Guerra. Abbiamo contato tre pajari distanti pochi metri l’uno dall’altro, e molti muri a secco semidiruti che dovevano costituire le recinzioni dell’allevamento. Quando giocavamo a scundarieddhi e cercavamo nel folto del bosco buio un luogo dove appiattarci, era lì, in uno dei pajari, dietro un muro a secco, che sapevo di ritrovare – e mi avvicinavo con il batticuore, deluso ogni volta che fallivo - il sorriso della mia cuginetta preferita. Il tetto di uno dei pajari era caduto, depositando nell’interno della stanza un ammasso di pietre; sopra il tetto degli altri cresceva rigogliosa la vegetazione del sottobosco. Ho raccontato a Giulia i nostri giochi fanciulleschi tra quei ruderi, che un tempo erano serviti come riparo per boscaioli, carbonai e sorveglianti di asini –cosa c’è di meglio per i ragazzini che giocare nei luoghi che gli adulti non usano più?-, omettendo solo il riferimento al sorriso e al cuore in tumulto.

E lei: - Avete corso un bel rischio – mi ha detto, indicandomi la volta franata del pajaro.

 

Visioni della campagna

Tornati sui nostri passi, abbiamo ripreso la via della Melelea, lasciandoci alle spalle l’Ara e il bosco di lecci. Il paesaggio della campagna, visto dalla strada che si percorre in leggera discesa, è davvero incantevole. Da questa altitudine – Corigliano è posta a quasi 100 metri sul livello del mare – si può vedere tutta la piana che da Maglie e Scorrano si estende fino a Supersano e alla serra di Parabita passando per Cutrofiano e Collepasso. Alcuni fondi, arati in giorni diversi, assumono le numerose gradazioni del marrone, altri, lasciati a riposo per il pascolo, sono ricoperti di un manto verde, più tenue rispetto a quello cupo dei boschi di olivi che la fanno da padrone; sicché la piana che si distende sotto Corigliano fino alle serre – e tu sai che lì dietro nascosto c’è lo Jonio! - somiglia a un panno fatto di tante pezze disteso sulla campagna decembrina. Ho mostrato a Giulia le antenne dei ripetitori televisivi di Parabita che costituiscono uno dei punti di riferimento del Basso Salento.

Da ragazzino un paio di volte avevo già percorso la via della Melelea, ma non fino in fondo, dove da una parte sbocca sulla Maglie-Cutrofiano e dall’altra risale a Corigliano per una strada che costeggia la masseria denominata Appidè. Ne avevo percorso un tratto guidando il vespone di mio zio, il quale durante la pasquetta partecipava del clima licenzioso che si respirava nell’aria e mi dava le chiavi, pur non avendo io ancora quindici anni. Mettevo in moto premendo col piede sulla leva dell’accensione e col vento tra i capelli mi azzardavo a guidare per le curve di una strada che allora non era asfaltata e dopo un paio di chilometri diventava una carrara piena di pietre e buche con una cresta d’erba nel mezzo e scavata ai lati dalle ruote dei carri agricoli. Oggi è tutta asfaltata ed è un piacere percorrerla a velocità ridotta. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la via della Melelea taglia fondi mai del tutto bonificati, dai quali emergono rocce bianche come scogli marini – li cozzi de Corianu -, gli stessi che più su servirono a fare muretti a secco, ridotti a cumuli informi di pietrame su cui cresce il rovo spinoso. A sinistra, ecco un secondo boschetto di lecci vicino ad una masseria all’apparenza abbandonata, dove si dice che tanto tempo fa il re (quale re?) si sia fermato a riposare. Ho spento la moto sul ciglio della strada perché mi è venuta in mente una storia che mia madre spesso mi raccontava.

 

Inseguimento

Un pomeriggio d’estate mia madre ancora ragazza insieme ad una sua amica si erano allontanate dall’Ara per la via della Melelea ed erano giunte all’incirca nel luogo in cui io e Giulia ci eravamo fermati, nei pressi della suddetta masseria e, ridendo e scherzando, andavano per i fatti loro, quando due pastori, sdraiati sotto un fico assieme ai cani, poco discosto dalle pecore, avevano visto due ragazze incedere sulla strada e non ci avevano pensato due volte ad alzarsi e a sbarrare la strada alle malcapitate; le quali, vista la malaparata e l’aspetto rozzo e selvatico dei due, s’erano fatte serie e pronte allo scatto attraverso i campi, ben intuendo che semplici parole dissuasive non sarebbero bastate a contenere l’impeto bucolico dei due allupati pecorai. Costoro con voce impastata da qualche bottiglia di vino non avevano saputo altro che dire: - Ce siti beddhe! – e, senza attendere risposta, si erano gettati all’inseguimento. Le ragazze avevano corso a perdifiato, fino quasi a raggiungere l’Ara. A pochi metri dal traguardo, sentendosi al sicuro, si erano fermate, e il poco fiato residuo lo avevano impiegato così bene gridando a squarciagola, che mio nonno era subito accorso, mentre i due se la davano a gambe da dove erano venuti, inseguiti dai cani. Mia madre aggiungeva che la sera stessa mio nonno, fucile in spalla – che era solito portare con sé quando andava in giro per le campagne -, aveva fatto visita al massaro suo amico, a cui qualche tempo prima aveva ucciso la volpe mangiagalline, e questi non sapeva più che cosa gli doveva dire per chiedergli scusa, assicurandolo che avrebbe frustato a sangue i due pastori – e dire che aveva dato loro un lavoro per carità! - che da qualche ora non si facevano vedere in giro. Lo aveva poi rimandato con un formaggio fresco e una forma di pecorino da grattugiare, regalo per la moglie ‘Nzina.

Mia madre rideva quando mi raccontava questa storia, ma tornava a ripetere che quel pomeriggio se l’era vista brutta. Ora era Giulia a ridere per la disavventura di nonna Rita quando era giovanissima.

 

Il corredo della baronessa

Ho rimesso in moto e abbiamo proseguito piegando verso destra. La masseria Appidè ci è apparsa chiusa in se stessa come un fortilizio nella brulla campagna di dicembre. Non mi ero mai spinto fin là col vespone di mio zio. La strada a quel punto risale dolcemente verso Corigliano, costeggiata da numerose villette di campagna che i paesani hanno costruito negli ultimi trent’anni. Per di qui doveva passare la carrozza dei baroni del paese nel mese di giugno, quando scoccava l’ora della villeggiatura. Mia madre diceva che era uno spettacolo vedere la carrozza che attraversava il paese tirata da due cavalli, con i carri che seguivano portando tutto quello che potesse servire per gli agi della villeggiatura; lei e le sue amiche sapevano che in quei carri c’erano anche le robe di corredo della baronessa, che una volta l’anno, in quella stagione, dovevano essere spase per prendere aria, e lavate, se necessario. E la Pina, che lavorava già allora nella lavanderia dei Salesiani - tutta roba dei baroni religiosissimi –, era convocata d’urgenza per questa delicata mansione; e quando tornava, dopo qualche giorno, che cosa diceva d’aver visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani: pizzi e merletti e stoffe d’ogni tipo, tovaglie lavorate a uncinetto, coperte ricamate a rinascimento, a tombolo, a intaglio, quante belle cose che teneva di corredo la baronessa! Al passaggio dei carri diretti alla masseria, mentre qualche ragazzino col sacco in mano non si perdeva neppure una delle deiezioni dei cavalli, mia madre raccontava queste cose alle sue amiche sul ciglio della strada, e le certificava con le parole di sua sorella Pina, che ogni anno in quei giorni era convocata all’Appidè e se ne stava fuori di casa due tre giorni, beata lei!

Ho ridetto a Giulia questa storia, fermi vicino alla masseria. Il sole decembrino era già basso alle quattro e un quarto del pomeriggio e, sebbene fossimo ben coperti, iniziava a fare piuttosto freddo. Allora ho rimesso in moto e abbiamo proseguito fino all’incrocio della strada maestra che a destra porta nel centro del paese e a sinistra porta a Cutrofiano, decisi a tornare a casa per la via più breve. Ma quel pomeriggio dovevo essere proprio in vena di ricordi, perché all’improvviso mi è tornato in mente che proprio su quell’incrocio mia madre collocava la scena di un aneddoto che più volte mi ha raccontato.

 

Arurattò

All’alba un contadino se ne andava in campagna per lavorare nel suo podere recando sul portabagagli della bicicletta un cantaro, di quelli che si fabbricano a Cutrofiano, ben coperto con un sacco. Sull’incrocio suddetto un finanziere del Duce, nuovo di queste parti, lo ferma, chiedendogli che cosa trasportasse. Il contadino risponde nella sua lingua materna – Arurattò -, ed è evidente che il finanziere per quanto istruito non poteva comprendere il grecanico e pertanto insisteva: - Che cosa porti? -. – Arurattò, arurattò… – ripeteva il malcapitato, cui per innata gentilezza di costumi non veniva in mente di sollevare il sacco e svelare l’arcano. Il che fece invece d’autorità il finanziere, che così sperimentò di persona quale fosse la traduzione: - Porto cacca -. Mia madre terminava col dire che il finanziere evitava a quel punto di fare altre domande, consentendo al contadino di proseguire fino al suo fondo dove avrebbe atteso ai lavori di concimazione della campagna, cui tutta la famiglia aveva contribuito il giorno e la notte precedenti.

Giulia ridendo mi ha detto che la storia era divertente. - Ma chissà se è vera? – ha chiesto.

- Non lo so neppure io – le ho risposto, - è passato così tanto tempo! -.

- In ogni caso, papà, questa passeggiata devi proprio trascriverla! -.

- Ci penserò – le ho detto, e siamo tornati a casa.

[2007]


Vie traverse 8. Fuga dalla città PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 08 Gennaio 2017 17:57

Domenica mattina. Esco in moto con Giulia. In città, nei quattro angoli della piazza, i soliti capannelli di gente nei quali si discute delle prossime elezioni amministrative. La città è più sporca che mai. Ci hanno pensato i trecento e passa candidati a disseminarla di cartacce con su impressi i loro volti, che poi la gente, per lo più, calpesta con grande indifferenza. Ad un surplus di lavoro delle tipografie ha corrisposto un surplus di lavoro degli operatori ecologici, che, tuttavia, pare non riescano a tener testa alle schiere dei giovani assoldati per la diffusione della propaganda elettorale: esempio di redistribuzione della ricchezza e di potlatch (rituale di distruzione).

Decidiamo di fare un giro in campagna. Ci lasciamo indietro tutte le beghe delle prossime elezioni, le richieste di voti, la preventiva divisione del potere, le immancabili liti. Nella nostra fuga ci inseguono anche in campagna le cartacce dei candidati, un chilometro, due chilometri, tre chilometri fuori dell’abitato. Poi, man mano che ci si allontana dalle ultime case, le cartacce diminuiscono fino a scomparire del tutto.

Maggio riserva giornate così luminose che non è possibile rimanere all’ombra delle strade cittadine, soprattutto quando l’aria vi sia divenuta irrespirabile a causa delle beghe che precedono le elezioni. Sulla via di Collemeto, a destra, imbocchiamo la strada che porta, come apprendiamo dalla segnaletica, in contrada Vore. La campagna fiorita in primavera è incantevole. Procediamo a velocità alquanto ridotta, per vedere le nuove costruzioni, i giardini ben curati, le coltivazioni di patate, di fagioli, di angurie.

Dopo qualche chilometro, eccoci nei pressi di una vecchia masseria abbandonata, circondata da erbacce alte un metro. Mentre le ruote fendono l’erba, temo che qualche insidia si celi alla vista, una pietra, una buca, un serpente da poco ridestatosi dal letargo invernale. Ci fermiamo nello spiazzo antistante l’entrata della masseria e scendiamo dalla moto. A fatica riesco a vincere la resistenza di Giulia, a cui la solitudine del luogo incute qualche timore, e la convinco a seguirmi dentro il rudere seicentesco per esplorarne gli ambienti.

Siamo nel pian terreno, col grande camino nell’androne centrale, il soffitto percorso da numerosi fili di ferro legati da ganci ben piantati nei muri: sostegno disusato delle filze di tabacco essiccato. Nel cortile retrostante, una sequela di mangiatoie sberciate, abbandonate alle erbacce, il regno della straficula distesa al sole.

Per una stretta scala, saliamo al piano nobile. Vago senso di sgomento nelle stanze dai muri scalcinati e sporchi, dalle alte volte a stella prive di intonaco, dove l’unica suppellettile sono un paio di reti metalliche con i materassi sudici e strappati, il ricovero di qualche errante. Disegni osceni alle pareti, una grande vulva aperta tra due cosce spalancate davanti ad un fallo gigantesco: fantasmagorie talismaniche nella notte di un barbone dormiente. Giulia non sembra accorgersi di codeste figurazioni così iperboliche.

Le dico di camminare dietro di me, rasentando il muro, perché le crepe nel pavimento potrebbero essere più profonde di quanto sia dato vedere e il rischio di un crollo non è del tutto improbabile. Ma possibile che la masseria, dopo essere stata in piedi per tre secoli, decida di crollare proprio mentre ci siamo dentro noi?

La mano di Giulia suda nella mia, mentre saliamo per l’angusta scala. Ha paura che da un momento all’altro qualche topo ci assalga e che, in caso di pericolo, non ci sia dato trovare una via di fuga. Cerco di rassicurarla, dicendole che i topi hanno più paura di noi e che, ancora qualche scalino, e siamo già in cima alla casa. Sul terrazzo, negli interstizi terrosi dell’impiantito, ha messo radici un fico d’India, un fico selvatico e altre erbacce. Sguardo all’intorno: distese di grano a perdita d’occhio, poche macchie più verdi dei parchi nei pressi delle ville sparse nella campagna, e poi sotto l’orizzonte la linea spezzata dei bianchi paesi: Collemeto, Galatina, San Donato, il villaggio dell’aeroporto, Torre Pinta, come inghiottiti nell’oceano verde della primavera lussureggiante. La terra vista dall’alto conserva la sua indifferente bellezza a dispetto di tutte le discussioni e ambizioni degli uomini.

Se il padrone di quell’edificio ci avesse sorpreso lì, nella sua proprietà, che cosa gli avremmo detto? Come avremmo giustificato la nostra presenza in quel luogo? Giulia era inquieta anche per questo.

- Gli diremo che siamo dei giovani esploratori – ho detto, scherzando, e Giulia ha sorriso.

Ma aveva fretta di andarsene, perché quel mondo sconosciuto e inabitato -o abitato saltuariamente da chissà chi- le faceva paura. Anch’io non sapevo dire se vi eravamo giunti per caso oppure condotti da un filo di pensieri incogniti o forse solo per sfuggire all’aria della città divenuta ad un tratto irrespirabile. Anch’io avevo paura e volevo andar via. Così abbiamo disceso la scala, ho messo in moto e un po’ a malincuore siamo ritornati verso la città.

[2006]


Quaderno di traduzione 73. Promenade à Rudiae PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 05 Gennaio 2017 18:45

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Il y a quelques jours, profitant d'un bel après-midi d'avril, à force d'entendre parler de l'antique cité messapienne retrouvée aux portes de Lecce, l'envie nous est venue, à Ornella comme à moi, de nous rendre sur le site. Les jours s'étant allongés, après la sieste, nécessaire quand on a eu face à soi durant cinq heures de cours de nombreux jeunes avides d'apprendre, l'idée d'aller à la découverte de quelque chose que nous n'avions encore jamais vu, nous a remplis d'enthousiasme.

Mais où se trouve exactement Rudiae ? Nous avons fait appel au verdict d'Internet, jamais à court d'informations et capable, pour peu que la question soit bien posée, d'être aussi laconique que l'antique Pythie, clarté et précision en plus : 40° 20' 1.65'' N, 18° 8' 25'' E, coordonnées aussitôt enregistrées dans le TOM TOM. Comme nous étions connectés, nous avons écouté sur You Tube les propos d'un professeur responsable des fouilles entreprises et non terminées par manque de moyens. Le rêve de cet archéologue ? Une navette qui puisse un jour pas très lointain, transporter les touristes et les habitants de Lecce depuis leur amphithéâtre romain jusqu'à celui de Rudiae, une fois que ce dernier sera complètement dégagé. De Lupiae à Rudiae : archéologie, tourisme, nouveaux emplois, une économie qui tourne...

Nous voici en auto, direction Rudiae. Obéissant à la voix persuasive du TOM TOM, nous arrivons vingt minutes plus tard devant une longue clôture, sous deux grands panneaux publicitaires. Nous lisons sur l'un : RUDIAE PARC ARCHÉOLOGIQUE, sur l'autre : ICI SE TROUVAIT RUDIAE, LA PATRIE D'ENNIUS. Cela me rappelle ce vers des Annales de Quintus Ennius : nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini (nous sommes Romains, nous qui autrefois fûmes de Rudiae), et ses tria corda (l'osque, le grec et le latin), comme on l'enseigne aux jeunes lycéens – du moins aux rares qui étudient encore le latin – pour dire tout l'orgueil de la grande et de la petite patrie ainsi que le mélange des langues et des cultures (le melting pot) qui caractérisaient l'un des pères de la littérature latine.

Nous descendons de la voiture garée sous un figuier très parfumé au bord de la route qui mène à San Pietro in Lama et nous interrogeons une dame d'une quarantaine d'années qui vient à notre rencontre en tenue de jogging. Habitant à proximité elle connaît bien le coin, nous dit-elle, et cela fait un bout de temps qu'elle ne voit plus personne fouiller. Le dimanche seulement, quelques groupes organisés errent avec le guide parmi les fondations de maison et les tombes du Parc. La dame continue à sautiller près de nous et semble s'excuser d'être un peu en sueur : elle termine sa course d'après-midi ; courir, dit-elle, permet d'évacuer le stress accumulé au travail, car elle exerce un métier sédentaire et particulièrement « invasif ». Le qualificatif fait « tilt », Ornella et moi devinons que nous avons affaire à une collègue, ce que nous confirme la dame : elle enseigne dans une école de Lecce ; elle nous semble alors déjà familière, puisque nous partageons le même sort au travail. Nous lui disons notre désir de pénétrer dans l'enclos, de voir l'état des travaux et le cœur de Rudiae, l'amphithéâtre.

« Venez avec moi », dit la dame. Elle nous entraîne à toute allure, en sautillant ; nous-mêmes allongeons le pas, mais nous sommes toujours deux mètres derrière elle. Nous passons devant l'édifice un peu kitsch de l'Institut d'agriculture, puis devant les grilles de quelques pavillons auxquels pendent des grappes de glycines et des tiges fleuries de bougainvillées, longeant sur notre droite la clôture du Parc. Si les travaux de fouilles ne sont qu'à demi réalisés, le bâtiment d'entrée lui est déjà terminé mais, pour autant que je puisse en juger par l'herbe poussée dans les intervalles des briques, déjà abandonné. Un panneau informe le visiteur qu'à ces travaux ont été affectés des milliers et des milliers d'euros ; un autre prévient que la zone est sous SURVEILLANCE ARMÉE, assurée par une agence de security connue. Des sous et des pistolets : il vaut mieux être sur ses gardes, donc ! « Mais non, ne vous inquiétez pas, nous dit la collègue, je vous montre le passage. »

C'est ainsi que nous passons outre : à droite des oliviers séculaires, à gauche un terrain parsemé de marguerites, de coquelicots et de mauves aux fleurs azurées. Qui sait ce que cette prairie cache sous son herbe ? D'autres tombes, d'autres fondations de maisons pas encore fouillées, s'il est bien vrai qu'il s'agit d'une ville de quatre-vingt-dix, cent hectares, encore plus grande que Lupiae !

Des gamins passent en jouant au ballon tout au long de la rue asphaltée. La collègue nous montre un mur à sec effrité, même écroulé à un endroit : les pierres semblent s'être disposées de façon à favoriser l'accès à l'oliveraie, à travers laquelle, depuis la route, on entrevoit l'amphithéâtre, le cœur de Rudiae. Nous décidons alors de pénétrer dans la zone off-limits, malgré un grand panneau on ne peut plus clair planté à l'entrée : L'ACCÈS AU CHANTIER EST STRICTEMENT INTERDIT AUX PERSONNES ÉTRANGÈRES AUX TRAVAUX. Mais comme les travaux sont interrompus...

Des roches équarries accumulées dans un coin de l'oliveraie, des traces de chenilles et de pneus dans la terre rouge sont les marques les plus évidentes de l'œuvre d'excavation. Devant nous, l'amphithéâtre, étalé tel un immense squelette à demi exhumé. L'autre moitié gît sous un mètre, un mètre et demi de terre rouge et semble attendre, résignée, que l'homme achève l'œuvre commencée.

À ce moment, la dame en survêtement pensant avoir accompli sa mission de guide, nous dit au revoir et nous quitte en nous souhaitant bonne chance avec nos élèves. « Croisons les doigts ! » répondons-nous.

Une pie volette d'un olivier à l'autre, nous surveillant d'en haut et poussant de temps en temps son cri dans le bruissement du vent. D'autres oiseaux chantent également et parfois depuis la route provinciale se fait entendre le vrombissement d'une auto ou d'une moto en pleine vitesse.

Ornella et moi nous asseyons tous deux au bord de l'amphithéâtre, sur les plaques de pierre usée qui forment les grandes marches ébréchées des escaliers. À peu de distance se trouve la clôture d'un pavillon ; on voit du mobilier de jardin et une balançoire agitée par le vent. Le départ de notre collègue nous a laissés sans voix.

Que sommes-nous venus faire, nous deux, dans un tel lieu ?

Nous regardons tous ces matériaux déplacés, des tonnes et des tonnes de terre rouge que les camions n'ont pas évacuée à temps avant le manque d'argent ; à ce spectacle nous gardons le silence : la terre sur la ville abandonnée, ce ne sont pas les paysans qui l'ont déposée pour en faire des champs cultivables, c'est l'œuvre de la mort sur des corps vivants durant deux mille ans ; tout ce temps a permis que s'accomplisse l'ensevelissement d'une cité entière et que sa décomposition engendre une terre féconde, que tout ce qui naît et meurt devienne cette riche poussière qui, sans pause aucune, année après année, se dépose sous l'effet d'une force nécessaire et invincible. L'épaisseur de terre rouge sur chaque tombe, sur les fondations des maisons et les escaliers de l'amphithéâtre, voilà la véritable distance qui nous sépare de l'Antiquité. Enlever la terre du lieu où elle s'est déposée au cours de vingt siècles nous a alors semblé un acte sacrilège, l'archéologie elle-même une grande profanation.

Quelques minutes plus tard, nous sommes revenus sur nos pas. Nous nous sommes dit que, même s'il n'y a plus d'argent, on en retrouvera, peut-être en a-t-on déjà trouvé, pour continuer les fouilles et porter à son terme le dégagement de l'amphithéâtre et de la ville entière de Rudiae. Un jour s'accomplira le rêve du professeur : transporter de Lecce à Rudiae des hordes de touristes, créer de nouvelles opportunités d'emplois, booster l'économie du pays. Que pourrait-on objecter à tout cela ? Rien, vraiment rien. Nous sommes remontés en voiture et ne sachant que faire, nous sommes allés manger une glace à Lecce, du côté de la Porta Rudiae, et nous avons poursuivi notre promenade dans la cité des vivants.


Vie traverse 7. La via della Latronica PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 28 Dicembre 2016 16:45

Nuova uscita in scooter

Dovevo aspettarmelo. Avendo saputo che l’ex-macello lungo la via del “Villaggio azzurro” non era che un’appendice del canile comunale, prima o poi dovevo aspettarmi la richiesta di Sofia di visitare il nuovo canile. Del resto, glielo avevo promesso. E infatti la sua richiesta è giunta puntuale, qualche giorno dopo l’ultima nostra passeggiata. Ci eravamo informati bene e avevamo appreso che il canile comunale, quello vero, era stato costruito già da qualche anno –ma dove viviamo noi, che non ne sapevamo niente?– lontano dal centro abitato, in fondo alla via della Latronica. E così ieri pomeriggio Sofia ha proposto una nuova passeggiata in scooter. Quando si tratta di fare un giro in scooter io non rifiuto mai, soprattutto se posso farlo con una delle mie figlie. So che fra qualche anno, per legge di natura, prenderanno il volo, e quindi ne approfitto per stare insieme a loro ora che sono piccole. Stavolta, quando io e Sofia abbiamo deciso di uscire, in casa c’era pure Giulia, che, sapendo dove eravamo diretti, per nulla al mondo avrebbe acconsentito a farci partire senza di lei. Essendo in tre, avrei dovuto prendere la macchina, giusto? Ma allora ci saremmo persi la passeggiata in scooter, che è essenziale non solo per vedere le cose, ma per esserne parte. In effetti, finché si è in macchina, si rimane nello stato dello spettatore televisivo, protetti in questo prolungamento della nostra casa che è l’automobile. Mentre in scooter è tutt’un’altra cosa. Allora, dal momento che abitiamo molto vicino all’imbocco della via che conduce alla Latronica e che in una strada di campagna di sicuro non avremmo incontrato alcun vigile, ed essendo il sellone del mio scooter assai lungo e comodo anche per tre, calzati i caschi, superato infine l’ultimo ostacolo delle querimonie di mia moglie Ornella – ma come, in tre sullo scooter, ma siete pazzi? -, ci siamo diretti alla volta del canile comunale.

 

Il casello ferroviario

La via della Latronica si imbocca all’altezza dell’Ospedale, dove la strada si divide a forma di Y, proprio come il lago di Como. Da una parte si va verso la contrada Tabelle, dall’altra si va verso la Latronica, che è il nome di una delle masserie più lontane dal centro abitato.

Nel primo tratto, si percorre una strada stretta cui fanno ombra molti alberi fronzuti, alberi di bella vista, piantati entro alti muri di cinta che chiudono le ultime ville suburbane e impediscono la visione del paesaggio; così fin quasi al casello incustodito della ferrovia che da Galatina porta verso Galatone. E’ lì che ci siamo fermati, facendo la prima tappa. Avevo alcune cose da raccontare a Giulia e Sofia. Ho detto loro che il casello costituiva per noi ragazzini di dieci, dodici anni, l’ultima meta delle nostre escursioni extraurbane in bicicletta. La casa del ferroviere, una costruzione a due piani, con i locali di sotto adatti al servizio e quelli di sopra per la famiglia, trent’anni fa era già disabitata – evidentemente sin da allora si era proceduto alla cosiddetta razionalizzazione delle risorse umane, cioè ai licenziamenti dei lavoratori -, ed era tutta a nostra disposizione. Non c’è nulla di più bello per un ragazzino che intrufolarsi in una casa disabitata, dove ci può essere di tutto, salvo poi accorgersi che non c’è proprio niente, se non scritte oscene, resti organici e strani palloncini trasparenti e sgonfi lì dimenticati dai ragazzi più grandi. Però, sapersi in compagnia dei propri coetanei in un luogo che l’adulto ha dismesso e abbandonato, sentirsi tra quelle mura come lontani dal mondo, incogniti e soli, invisibili agli altri, padroni del mondo, è una sensazione che solo a quell’età può essere provata. Ho rivisto nella mia mente con qualche tremore due ragazzini, nascosti dietro una finestra senza vetri, in attesa della littorina, pronti a provare l’effetto delle ruote d’acciaio al cozzare di due pietre poste sulle rotaie. Ora l’ingresso della casa ferroviaria è murato e dunque nessun ragazzino, e tanto meno i più grandi, potrebbe penetrare in quell’edificio misterioso. A destra ricordavo una stradicciola sterrata che lambiva una masseria e portava ad un boschetto di lecci, di pini e di eucalipti, anche questo meta delle nostre passeggiate, ma solo quando siamo diventati più grandicelli, a tredici, quattordici anni, essendo quel boschetto un po’ lontano dalle ultime case del paese. Ora la stradicciola non c’è più, la terra è arata, c’è un recente impianto di vigna, e si intravede appena una gran villa immersa negli alberi, lontana e inaccessibile.

 

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