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Il teatro ci prende e ci sorprende BIS
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Critica letteraria


Enfance salentine di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Martedì 19 Luglio 2016 19:23

[In occasione della pubblicazione della traduzione francese di Enfance salentine, Edit Santoro, Galatina 2016, riportiamo di seguito la Introduction.]


« Le moi est haïssable » écrivait Blaise Pascal, conformément à l'idéal classique de bienséance du XVIIe siècle ; formule à l'emporte-pièce à laquelle, au vu de la copieuse production autobiographique contemporaine, nous pourrions être tentés d'adhérer. En effet, ce « moi » hypertrophié qui entraîne dans ce type d'écrits l'omniprésence du « je », à la fois auteur, narrateur, personnage central du récit rétrospectif de sa vie personnelle, vire trop souvent au nombrilisme nostalgique, à l'autojustification complaisante, pire à l'exhibitionnisme. Si ces textes satisfont le besoin de leurs auteurs de mettre leur confession sur la place publique, ils peinent souvent à susciter l'intérêt des lecteurs.

Certains écrivains pourtant évitent merveilleusement ces écueils, Gianluca Virgilio fait à l'évidence partie de ceux-là. Lorsque dans Enfance salentine il évoque ses souvenirs personnels de « la première saison de sa vie » dans le Salento des années 60-70 du XXe siècle, ce qu'il puise dans sa propre existence, c'est la matière d'une œuvre littéraire, donnant juste à voir, dans l'acte d'écrire, le spectacle de sa propre conscience. Et dans la mesure où des sinuosités de l'écriture se dégage l'image d'un être plus soucieux d'authenticité que de gloire, l'espace autobiographique ainsi créé – là où reprend vie ce qui était voué à l'oubli – accueille tout naturellement le lecteur.

 

Le lecteur d'Enfance salentine ne trouvera rien de spectaculaire sous la plume de Gianluca Virgilio. Celui-ci s'adresse à lui comme on le ferait avec un ami de longue date, simplement, pour évoquer les lieux d'autrefois, redonner une chaude présence aux êtres disparus, partager le souvenir des expériences passées, sans volonté d'impressionner qui que ce soit.

En ce qui concerne le cadre géographique par exemple, le lecteur ne lira aucune description pittoresque et idéale, mais une invitation à le découvrir au rythme de la propre curiosité de l'enfant ou de l'adolescent désireux de s'approprier les lieux où il vit. Essentiellement circonscrits à Galatina, avec quelques extensions à Corigliano d'Otrante, chez les grands-parents maternels, et à Leuca, la station balnéaire où la famille passe le mois d'août, ils constituent l'univers de l'enfant, son premier contact avec le monde que Gianluca Virgilio devenu adulte parvient à décrire en se remémorant tout, la végétation, les odeurs, les lumières changeantes selon les conditions climatiques particulières, avec une telle exactitude pointilleuse que le lecteur lui aussi finit par s'y trouver comme chez lui.

Le milieu familial est évoqué avec le même naturel. Les moyens matériels sont modestes mais suffisants pour pouvoir profiter des plaisirs simples de l'existence, et dans les années 1960-70, le Sud de l'Italie aussi connaît un contexte économique relativement favorable qui permet l'accès à la voiture personnelle, aux vacances au bord de la mer et même à la possession de la maison longtemps désirée. Même si l'auteur n'occulte rien des relations tendues entre son père et la famille de sa mère par exemple, ni de l'approche différente face à l'existence entre un père lettré et une mère plus pragmatique, c'est sans aucune mise en scène ni dramatisation, sans jugement mais au contraire telles qu'il les a perçues dans la naïveté de ses jeunes années, ce qui n'exclut pas le regard amusé de l'adulte, la distance créée par l'humour se mêlant heureusement à la sincérité de son affection.

Gianluca Virgilio fait aussi participer le lecteur à l'insouciance de ses jeux avec les petits garçons de son quartier, à l'ambiance colorée des fêtes locales traditionnelles animées de tout un petit peuple plein de vitalité, aux rencontres particulières entre adolescents lors des vacances, autant d'expériences propres à dresser une galerie de portraits contrastés, drôles ou attendrissants, de tant d'êtres côtoyés autrefois, puis disparus de son univers, mais pas oubliés, tels Uccio Pensa, les deux Marie, la famille Brambilla, etc.

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Francesco Politi italianista PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Lunedì 29 Febbraio 2016 17:01

[Pubblicato col titolo Francesco Politi italianista. Pirandello narratore e altri saggi, in “Presenza Taurisanese – Brogliaccio salentino”, a. XXXII, n. 3, marzo 2014, pp. 6-7.]

 

Quello di Francesco Politi è un nome ben noto agli studiosi salentini e non, oltre che ai lettori di “Presenza” alla quale ha collaborato per quasi vent’anni. Nato a Taurisano nel 1907, Politi è stato un apprezzato germanista, traduttore, docente universitario, poeta in lingua e in dialetto, operatore culturale e conferenziere. In occasione del decimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta a Roma nel 2002, è stato pubblicato  il volume Pirandello narratore e altri studi di italianistica, a cura di Gigi Montonato (Taurisano, Edizioni di Presenza, 2013, pp. 64), che permette di scoprire  un altro aspetto della sua multiforme attività, quello di italianista e mediatore culturale. Ciò non deve sorprendere più di tanto perché, come ci informa Montonato nella sua introduzione, Politi si laureò presso l’Università di Firenze proprio in Letteratura italiana ed esordì pubblicando vari saggi sui nostri classici.

Il libro contiene sei scritti, alcuni dei quali composti in tedesco e tradotti per la prima volta in italiano. Quattro di essi sono dedicati a narratori e poeti  italiani del Novecento, e precisamente  Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti, Aldo Palazzeschi e Salvatore Quasimodo, mentre gli altri due affrontano questioni linguistiche. Per comprendere fino in fondo la natura di questi scritti, bisogna tenere conto innanzitutto del periodo in cui furono composti (gli anni che vanno dal 1950 al 1963, quando l’autore viveva ancora in Germania),  e poi del pubblico al quale erano rivolti. Il pubblico era quello tedesco e l’intento principale era quello di far conoscere alcuni dei principali scrittori italiani contemporanei in quella nazione. Date queste premesse, si capisce che essi non siano né possano essere completamente originali, ma risentano dell’interpretazione che la critica italiana di quegli anni aveva dato degli autori  presi in esame. Nonostante questo, però, bisogna riconoscere che Politi risulta sempre informato, documentato ed equilibrato nei giudizi.

Il saggio su Pirandello (Umanità e arte nella narrativa pirandelliana) è quello più impegnato e deriva da una serie di conferenze che l’autore tenne in Germania tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Esso risente forse più degli altri del periodo in cui venne composto, il periodo della cosiddetta “guerra fredda” e del conseguente rischio nucleare. Per questo Politi sente Pirandello un po’ lontano dai suoi tempi, perché – come scrive  – se egli può dare agli uomini l’altissima lezione morale “di considerare coraggiosamente la propria miseria… non sa dar loro la fiducia e la forza per evaderne e per consolarsene”. Ciononostante, però, egli conduce un’analisi accurata dello scrittore siciliano che considera “l’ultimo autentico classico della letteratura italiana” e parte proprio dalla sua formazione filosofica avvenuta in Germania, che gli consente di superare il naturalismo degli esordi e lo porta a considerare la realtà una “creazione del soggetto pensante … pura rappresentazione della coscienza”,  e l’io non più “uno” ma tanti “io” diversi, giungendo alla sua disgregazione.

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Profilo di Mario Marti decano degli italianisti nel mondo (1914-2015) PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Lunedì 22 Febbraio 2016 18:13

[in “L’Officina. Laboratorio delle culture e delle storie”, a. I, n. 2, pp. 97-103]

 

Dopo una lunga vita dedicata allo studio e all’insegnamento della letteratura italiana, si è spento nella sua casa di Lecce, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio scorso, Mario Marti.  Era il decano degli italianisti nel mondo con i suoi cento anni, compiuti il 17 maggio del 2014. In quella occasione gli venne tributato un omaggio presso il Comune di Lecce, di cui era cittadino onorario, e qualche giorno dopo  presso l’Università del Salento, della quale è stato anche Rettore. Marti era nato a Cutrofiano  il 17 maggio 1914, anche se all’anagrafe venne registrato due giorni dopo (il 19 maggio). Trascorse la sua infanzia a Lecce, poi la sua famiglia si trasferì a Soleto, dove visse durante gli studi superiori al Liceo “Colonna” di Galatina. Qui ebbe come docente di italiano Raffaele Spongano, importante filologo, che doveva diventare uno dei suoi maestri. Si laureò nel 1938 in Letteratura italiana presso la Scuola Normale di Pisa con un altro famoso critico letterario, Luigi Russo, discutendo una tesi su Leopardi, che pubblicò nel 1944 col titolo La formazione del primo Leopardi, con la casa editrice Sansoni di Firenze.

Presso l’Università di Roma è stato assistente straordinario di Alfredo Schiaffini, illustre storico della lingua italiana. Nel 1956 è diventato professore incaricato di Letteratura italiana presso l’Università di Lecce, dove nel 1963 è stato nominato professore di ruolo presso la Facoltà di Lettere e filosofia. Qui ha ricoperto vari incarichi istituzionali, percorrendo per intero le varie tappe della carriera accademica: Direttore d’Istituto e poi di Dipartimento, Preside della Facoltà di Lettere e filosofia e infine, come s’è detto, anche Rettore dal 1978 al 1981. È stato professore emerito dell’Università del Salento e inoltre cittadino onorario, oltre che  di Lecce, anche di Martano, Mesagne, San Donato e Soleto, nonché condirettore del “Giornale storico della letteratura italiana”, la più antica e gloriosa rivista di italianistica, dove ha pubblicato il suo ultimo intervento nel 2011. Nel corso della sua attività ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti che sarebbe lungo ricordare in questa sede.

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Tra filologia e critica: il Fenoglio di Gino Rizzo PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Domenica 18 Ottobre 2015 17:58

[“Metodo e intelligenza”. Gli studi di Gino Rizzo tra filologia e critica, a cura di F. D’Astore e M. Leone, Galatina, Congedo, 2015, pp.109-124.]

 

Gli studi su Beppe Fenoglio hanno rappresentato una parte consistente dell’attività critica e filologica di Gino Rizzo e sono considerati tra le sue prove migliori, insieme ai numerosi lavori (contributi critici ed edizioni) sui poeti barocchi salentini. Rizzo incominciò a occuparsi di Fenoglio subito dopo la tesi di laurea dedicata a un altro scrittore piemontese, Cesare Pavese,  seguendo un suggerimento del suo maestro, Mario Marti, che si doveva rivelare quanto mai felice. Fenoglio, infatti, alla fine degli anni Sessanta, era diventato un  clamoroso ‘caso’ nel panorama letterario italiano. Mentre, infatti, durante la sua vita era stato conosciuto e apprezzato  solo da pochi,  la pubblicazione di alcune opere dopo la sua morte, avvenuta nel febbraio del 1963, lo impose definitivamente all’attenzione generale di critica e pubblico. Italo Calvino, ad esempio, nel 1964, nella prefazione alla seconda edizione del suo Il sentiero dei nidi di ragno, scrisse che con Una questione privata, il breve romanzo che era stato pubblicato l’anno prima dall’editore Garzanti, insieme ad alcuni racconti, nel volume Un giorno di fuoco, Fenoglio era riuscito a fare «il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno  più se l’aspettava […]. Il libro che la nostra generazione voleva fare  ̶  continuava  ̶  adesso c’è,  e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata » [1]. Ma il ‘caso’ Fenoglio era esploso davvero qualche anno dopo, nel 1968, con la pubblicazione di quello che è considerato il suo capolavoro, Il partigiano Johnny, curato da Lorenzo Mondo presso Einaudi in maniera però assai discutibile, cioè attraverso la contaminazione delle due redazioni, e perciò duramente criticata dai filologi.

Ebbene, Rizzo si mette al lavoro sullo scrittore proprio in questo periodo, andando a consultare direttamente, alla fine degli anni Sessanta, le carte del Fondo Fenoglio conservate ad Alba presso la famiglia. Mette quindi le mani, tra i primi, in questa materia ancora magmatica e incandescente in tutti i sensi. A tale proposito, per avere un’idea di quale fosse la situazione dell’archivio fenogliano, è utile riportare un’osservazione di Maria Corti che, durante la Tavola rotonda che si tenne a Lecce nel 1983 proprio in occasione del Convegno su Fenoglio organizzato dal critico salentino, ebbe a dire che «solo G. Rizzo e M. A. Grignani» potevano testimoniare in che condizione fosse il materiale di Fenoglio quando la Casa editrice Einaudi la incaricò di fare ordine per preparare l’edizione. Era – continua la Corti  ̶   «in una condizione mostruosa»[2]. D’altra parte,  anche nella sua Premessa all’edizione einaudiana delle Opere dello scrittore, accenna all’«aspetto terremotato»[3] del materiale manoscritto e dattiloscritto che si trovava ad Alba.

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Cesare Giulio Viola e un discorso su Luigi Pirandello PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luigi Scorrano   
Venerdì 28 Agosto 2015 15:36

 

Non si può dire che ci fosse amicizia tra due uomini di teatro (e anche poeti e narratori) come Luigi Pirandello e Cesare Giulio Viola. Non c’era amicizia nel senso proprio del termine; conoscenza, e una certa vicinanza dovuta anche alla loro azione nel mondo del teatro, sì. Viola, alla morte di Pirandello e alla notizia del trasporto delle ceneri dello scrittore agrigentino in un’urna da collocare nella Sicilia natia, aveva appuntato delle impressioni nel suo Brogliaccio, nel suo «semenzaio di osservazioni, ricordi, giudizi su uomini e cose…».

Ricordava un incontro  - non il primo, ma uno dei tanti -  dopo una rappresentazione romana dei Sei personaggi in cerca d’autore. Sulla commedia al suo apparire Viola era rimasto perplesso e per niente convinto. Confesserà d’aver capito solo in seguito il significato di quel lavoro teatrale che sarebbe diventato una sorta di pietra del paragone per il teatro mondiale. Come narrava Viola nell’appunto del Brogliaccio (appunto assente, però, dalle pagine pubblicate in coda a Perché? e ai recuperati Capitoli), egli corse ad abbracciare Pirandello, confessò d’aver capito e gli disse il perché: «È una tragedia greca». E Pirandello a sbracciarsi, sul palcoscenico su cui sostavano alcuni amici e conoscenti, gridando verso Silvio D’Amico: «Vedi? Ecco: lui l’ha capito!».

Non sappiamo che credito dare, o in quale misura, a ciò che racconta la parte interessata, che sa di non poter, eventualmente, essere smentita. Ma l’appunto è interessante per il ritratto critico che Viola offre di Pirandello: uomo modestissimo, rifuggente dal confronto con gli altri (anzi, di preciso, con chi gli stesse alla pari), «povero uomo» al quale era mancato un vero amore di donna (pesantissimo il giudizio espresso da Viola su Marta Abba): però, grande scrittore. L’appunto del Brogliaccio si chiude su quest’affermazione, ma si tacciono le motivazioni della definizione.

Passano gli anni. Nel 1946, il 1° dicembre, Viola è chiamato a tenere un discorso commemorativo sullo scrittore siciliano al Lyceum romano. Il discorso verrà tempestivamente pubblicato, nello stesso dicembre (C. G. Viola, In ricordo del Poeta: Luigi Pirandello, «L’Eloquenza. Antologia – Critica - Cronaca», a. XXXIV-XXXVI, 11-12, novembre-dicembre 1946, pp. 668-676). Nato come bimestrale, il periodico divenne più tardi mensile; ma, come si vede dall’indicazione bibliografica qui sopra prodotta, annate magre consigliarono a coprire con un solo numero tre annate. Il periodico era stato fondato da un tarantino, Antonio Russo; a introdurre il discorso di Viola provvede il fratello del direttore, A. Raffaele Russo.

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