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Il teatro ci prende e ci sorprende BIS
La calorosa accoglienza che mercoledì 31 maggio il nostro pubblico ha riservato allo spettacolo di fine anno del nostro Laboratorio teatrale diretto dal maestro Michele Bovino e la generosa... Leggi tutto...
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Attività Mese di Maggio (con appendice a Giugno)
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Da Virgilio a Beatrice
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Critica dantesca


Il "Convivio" di Dante: un banchetto di scienza e sapienza PDF Stampa E-mail
Critica dantesca
Scritto da Luigi Scorrano   
Martedì 03 Maggio 2011 18:43

Lezione di lunedì 21 febbraio 2011

 

Che cosa è il Convivio?

Le comuni reminiscenze scolastiche, davanti ad una domanda come questa, danno una risposta allarmante: il   Convivio è un’opera “dottrinale”. Non ci allarma il titolo dell’opera, assai invitante, ma quell’aggettivo, dottrinale, che calpesta la bella immagine del banchetto ricco e gioioso e ci trasporta nell’atmosfera d’un noioso e pedantesco insegnamento (o noi temiamo che si tratti questo). Dottrinale: un aggettivo/inciampo là dove stavamo percorrendo un cammino senza ostacoli e pregustavamo la gioia del banchetto. Questo perché dottrinale evoca, o sembra evocare, un ambiente di studio e lo studio stesso privi di interesse; qualcosa di forzato che non possiamo evitare ma sentiamo come un appuntamento con la noia. Se la dottrina si configura come stracca ripetizione di formule preparate, non c’è scampo alla noia. Ci troviamo nella condizione in cui si trovava, com’egli stesso ricordò in una poesia intitolata (guarda caso!) Dante, l’alunno Guido Gustavo Gozzano:

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Le Epistole di Dante Alighieri tra impegno politico e memoria dell’impegno PDF Stampa E-mail
Critica dantesca
Scritto da Antonio Montefusco   
Venerdì 18 Febbraio 2011 17:46

Università Popolare "Aldo Vallone" Galatina, lezione del 20 dicembre 2010

 

1. Sotto la solenne etichetta “Chi fue il poeta Dante Allighieri di Firenze”, il mercante Giovanni Villani fornisce il primo ritratto biografico del poeta della Commedia. Più giovane di Dante di circa 10 anni, Villani, nel compilare un affresco storico dalle tinte borghesi e distaccate della città di Firenze dalle origini ai giorni della pesta nera, ci regala un corpus prezioso e in buona parte esatto di notizie sulla vita dell’illustre concittadino. Tale ritratto è inserito nell’anno 1321, anno della morte dell’Alighieri. L’evento sembra quasi interrompere il flusso degli avvenimenti guerreschi e agitati di quegli anni, tra la guerra a Castruccio (al capitolo 125) e la Signoria di Roberto d’Angiò (al capitolo 127).

«Nel detto anno MCCCXXI, del mese di luglio, morì Dante Allighieri di Firenze ne la città di Ravenna in Romagna, essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta, con cui dimorava; e in Ravenna dinanzi alla porta de la chiesa maggiore fue seellito a grande onore in abito di poeta e di grande filosafo. Morì in esilio del Comune di Firenze in età di circa LVI anni. Questo Dante fue onorevole e antico cittadino di Firenze di Porta san Piero, e nostro vicino; e ‘l suo esilio di Firenze fu per cagione, che quando messer Carlo di Valos de la casa di Francia venne in Firenze l’anno MCCCI, e caccionne la parte bianca, come adietro ne’ tempi è fatta menzione, il detto Dante era de’ maggiori governatori de la nostra città e di quella parte, bene che fosse Guelfo; e però sanza altra colpa co la detta parte bianca fue cacciato e sbandito di Firenze, e andossene a lo Studio a Bologna, e poi a Parigi, e in più parti del mondo.

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Beatrice PDF Stampa E-mail
Critica dantesca
Scritto da Luigi Scorrano   
Martedì 21 Dicembre 2010 19:41

 

in "Quaderni d'Italianistica", vol. XXVIII, n. 2, 2007, pp. 5-30.

 

1. Beatrice nell’opera di Dante, dalla Vita Nuova alla Commedia, è creatura poetica della distanza. Questa distanza attiva la tensione del poeta verso traguardi sempre più alti fino a quello, definitivo, della visio Dei. Donna amata, fantasma materno, severa interprete del giudizio divino, guida sapiente e comprensiva, la Beatrice dantesca passa dalla levità incantata delle pagine della Vita Nuova alla robusta sostanza di quelle della Commedia conservando fondamentalmente il suo profilo che, però, è di continuo arricchito di nuove determinazioni.

Il rapporto Dante-Beatrice è tutto giocato e, poeticamente, risolto nel tema della distanza. L’amore del poeta, pur nelle occasioni d’incontro descritte nella Vita Nuova, è amor de lohn poiché esso non si realizza convenzionalmente nella soddisfazione erotica del desiderio amoroso ma si appaga nella loda dell’amata e, quando questa è ritenuta inadeguata, si proietta nel disegno di un’opera ambiziosa nella quale l’amante-poeta possa dire della sua donna, come spera, «quello che mai non fue detto d’alcuna» (VN XLII 1)1.

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«SE QUEL SOAVE STIL…». SANNAZARO IN TRACCIA DI DANTE PDF Stampa E-mail
Critica dantesca
Scritto da Luigi Scorrano   
Venerdì 10 Dicembre 2010 17:38

[Il saggio è nel volume Jacopo Sannazaro La cultura napoletana nell'Europa del Rinascimento, a c. di Pasquale Sabbatino, Olschki, Firenze, 2009, pp.119-147; anticipato in "Studi Rinascimentali", Fabrizio Sera Editore, Pisa-Roma, 6, 2008, pp. 57-76.]

 

Se si cerca una definizione unitaria sotto la quale inscrivere il rapporto del Sannazaro con l’opera dantesca, un rapporto non lineare ma attraversato da molte voci della tradizione lirica italiana fino alle composizioni in volgare del poeta napoletano e alla sua Arcadia, quella, pur larga e forse non del tutto definita o meglio adattabile, potrebbe essere «soave stile», in «soave» leggendo un tono di dolcezza e moderazione (e «dolcezza» e «soavità» sono, in Dante, spesso accostate) consono alla materia ‘umile’ della maggiore opera sannazariana. Un «soave stile» che, distillato nei laboratori della lirica stilnovistica e della Vita Nova dantesca, s’insapora di nuovi gusti per la decisiva filtratura petrarchesca: un insieme originale, nel quale ogni elemento tende a mantenere il suo primitivo carattere ma s’accorda armoniosamente agli altri in una miscela che pretende alla sua decisa individualità.

 

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«L’ARGOMENTO DE LA MENTE», OVVERO LA MALIZIA DEI GIGANTI: LETTURA DEL CANTO XXXI DELL’INFERNO PDF Stampa E-mail
Critica dantesca
Scritto da Antonio Marzo   
Giovedì 02 Dicembre 2010 08:28

 

 

Il canto XXXI dell’Inferno introduce l’esperienza moralmente piú dura e drammatica della prima parte del viaggio dantesco.[1] Infatti, Dante e Virgilio dànno ormai «il dosso al misero vallone» (v. 7) di Malebolge e si accingono ad affrontare la discesa «nel fondo d’ogne reo» (v. 102), cioè nel nono e ultimo cerchio, dove sono puniti i traditori e al centro del quale si trova confitto Lucifero. Qui, però, il movimento subisce un brusco cambiamento di ritmo in relazione allo sproporzionato aggravarsi della colpa. Se fino a questo momento si digradava, per quanto in maniera sempre accidentata e impegnativa, da un cerchio all’altro, ora occorre compiere un salto, che costringe il pellegrino e il poeta ad appellarsi a tutte le sue risorse morali e intellettuali. Non è certo la prima volta che Dante sta di fronte ad un passo decisivo, e mostra di avere paura. Gli era già accaduto, per esempio, davanti alla porta infernale e davanti alle mura della città di Dite. Ma in ogni occasione Virgilio gli era stato accanto, per confortarlo e assisterlo. E anche adesso – anzi, adesso più che mai – il superamento di questa prova difficile e paurosa è affidato alla saggezza della sua guida.

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