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Programma attività novembre 2017
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Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti
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In ricordo dell'avv. Mario Vergine: le parole di un amico
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Sociologia

 



L’opera di Pietro Siciliani e la nascita della Sociologia come scienza PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Luca Carbone   
Lunedì 23 Novembre 2015 17:17

[La prima versione è edita in Pietro Siciliani e Cesira Pozzolini. Filosofia e Letteratura, A cura di F. Luceri, Edizioni Grifo, Lecce, 2015. La presente è versione estesa ed in fieri.]

 

Cogito ergo sumus.

A. Fouillée

 

La musica di Crono

“Vedremo insomma come questa prima teorica del Siciliani, penetrata bene e spoglia del metafisicume che la circonda, è in fondo la sana teoria positivista, per ciò che riguarda la questione attuale; vale a dire che essa coglie appunto nel segno, nel fissare il limite vero, il punto di partenza esatto della sociologia (…) specialmente se si cammini come appunto il Siciliani del Rinnovamento, dietro le orme luminose del Vico. (…) Prescindendo dal pregiudizio psicologico…il dominio della nuova scienza è fissato con tutta precisione”[1].

Per poter cogliere appieno quella che congetturo essere la gittata, ancora ampiamente inesplorata, di queste poche proposizioni, che nella formulazione come tesi, elise le critiche, suonano all’incirca, «la prima teorica del Siciliani coglie nel segno, nel fissare il limite vero, il punto di partenza esatto della sociologia: il dominio della nuova scienza è fissato con precisione», sarebbe necessario esporre una troppo lunga serie di premesse, ricorderò prevalentemente alcune date ed opere, e traccerò qualche possibile linea di ricerca per approfondimenti ulteriori.

Tenendo fermo nell’esposizione, tra altro, un pensiero formulato da un poeta, Ugo Foscolo – da qualcuno considerato il fondatore della critica letteraria storica italiana – che forse apparirà trito e banale, ma la cui applicazione è meno agevole di quanto non appaia dalla formulazione: «Le date de’ fatti sono precisamente nella storia ciò che le note Musicali sono nell’armonia d’un’orchestra. Se il tempo di due fatti vicini è rovesciato in modo che il primo diventi il secondo, la loro naturale armonia è perduta per sempre; perché ne succede inevitabilmente che ciò che era causa, pare effetto, e ciò ch’era effetto pare causa»[2].

Mentre suppongo che, riguardo ai grandi mutamenti storico-culturali, quest’avvertenza foscoliana possa essere relativamente trascurata, quando si tratta di ripercorrere i molteplici instabili e conflittuali processi di mutamento immateriali, in un lasso temporale molto ristretto e spaziale molto ampio, nei quali sono accadute molte cose e molto ravvicinate, ed è senz’altro il caso in questione, l’attenzione al “prima di” e al “dopo di” di rado risulta sufficiente.

A cominciare dalla data dell’opera del Siciliani, cui si riferisce Bonelli, Sul Rinnovamento della filosofia positiva in Italia: 1871. Comte è morto quattordici anni prima; Darwin ha pubblicato dodici anni prima l’Origine delle specie; mancano ancora cinque anni alla pubblicazione dei Principi di sociologia di Spencer; Siciliani ha trentanove anni, Durkheim ne ha tredici.

E quando Bonelli pubblica il suo primo contributo sul pensiero di Pietro Siciliani (1832-1885) da Galatina, che è anche uno dei primi contributi teorici ad un dibattito per la Sociologia italiana; Durkheim, il supposto fondatore della sociologia scientifica[3], è stato da pochi mesi ammesso all’École Normale Supérieure, dopo essere stato respinto per ben due volte, nel 1877, e nel 1878.

Pietro Siciliani è da anni Professore di Filosofia nella più antica Università d’Europa, Bologna, ed è “in carica dell’insegnamento di antropologia e pedagogia”. Nel 1879 ha pubblicato la prolusione tenuta per l’apertura dell’anno accademico 1879-1880, dal titolo Socialismo, Darwinismo e Sociologia Moderna. Questa pubblicazione nell’arco di un lustro avrà tre edizioni e da opuscolo sarà diventata volume di 400 pagine circa, “interamente rifusa e accresciuta delle Questioni Contemporanee”, come si legge in copertina, nella copia del Fondo Siciliani conservata nella Biblioteca Siciliani di Galatina.

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Ipotesi sulla grande trasformazione globale 2 PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Augusto Gughi Vegezzi   
Domenica 11 Ottobre 2015 07:52

Gli umani fino a ieri avevano con-stituito il mercato, oggi il mercato, diventato l’unico dio globale, ha de-stituito gli umani.


[continuazione. Leggi la prima parte del saggio, cliccando qui]

 

La Post-Modernità


Val la pena ribadire che, senza saperlo, abbiamo vissuto in un’epoca in cui l’accelerazione dei cambiamenti sociali è stata vertiginosa come non mai dall’origine dell’umanità. Basti ricordare i tre milioni di anni che l’homo erectus ha trascorso senza mutamenti fino alla rivoluzione cognitiva dell’homo sapiens, circa 75 mila anni fa; poi un’altra stasi, interrotta dalla Rivoluzione agricola, circa 10 mila anni fa’. Ebbene, a noi sono bastati pochi decenni per cancellare anche il ricordo del mondo contadino, fondamento di tutte le grandi Civiltà antiche fino alla Rivoluzione industriale borghese. Quanti secoli dovranno poi passare per superare la barbarica società feudale, spazzata via con una lunga lotta cominciata nel XII secolo, culminata nella Rivoluzione francese del 1789, dalla società borghese, dei liberi cittadini responsabili della vita comunitaria e protagonisti dello sviluppo economico, definitiva origine della Civiltà industriale moderna?
Gli ultimi quarant’anni sono, invece, bastati per le mutazioni inaudite che stanno dissolvendo tradizioni, ideologie, religioni, istituzioni, mentalità, psicologie, geo-economie, geo-politiche … e omologando l’umanità.
Per capire “La grande trasformazione globale” bisogna registrare con Lyotard la fine della Modernità, cioè dell’età delle “grandi narrazioni ideologiche (illuminismo, idealismo, marxismo), che avevano giustificato la coesione sociale e orientato il rinnovamento con le idee e utopie rivoluzionarie: Illuminismo, Idealismo, Marxismo.
Il sociologo Bauman conferma questo tramonto. Secondo lui alla morale ispirata a norme razionali universali che regola rigorosamente gli umani come produttori inquadrati nello stato e nella società moderna, solida, si sostituisce la società liquida dei consumatori, individui fragili e contradditori che si omogeneizzano in forme sociali labili e volatili e si realizzano nella gara all’acquisizione di merci, privilegio riservato ai ricchi, mentre i poveri, in quanto senza denaro, sono privati non solo delle merci che ma anche dell’identità. Paradossalmente questo processo di mercificazione ed emarginazione, che accompagna la globalizzazione, discrimina e penalizza i poveri del mondo condannandoli alla sofferenza, alla frustrazione e alla fame, al rifiuto del loro essere soggetti sociali, ma non provoca contrasti o ribellioni. Grazie alle magie profuse dalla televisione i dannati della terra premono sì sui confini del mondo dell’opulenza consumista ma per accedere come comparse a Wonderworld.
Questa complessa globalizzazione incide profondamente sullo scacchiere geopolitico, sul sistema degli stati e loro politica interna, tutti vittime del depotenziamento e del declino sia delle sfere di egemonia internazionale, sia di governance interna, sia dei ruoli di sovranità democratica popolare.

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Ipotesi sulla grande trasformazione globale 1 PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Augusto Gughi Vegezzi   
Venerdì 09 Ottobre 2015 18:25

Gli umani fino a ieri avevano con-stituito il mercato, oggi il mercato, diventato l’unico dio globale, ha de-stituito gli umani.


Il preludio


La globalizzazione non è un circuito mercantilistico planetario, è un mutamento totale in corso, la prima unificazione dell’Umanità e della Madre terra attraverso la diffusione della Civiltà occidentale: economia industriale e commerciale, tecno-scienza, cultura postmoderna massmediatica-consumista-digitale-dello spettacolo e tv etc. Quella del "villaggio cybernetico globale" è una metafora adottata da McLuhan per indicare come, con l'evoluzione elettronica dei mezzi di comunicazione in tempo reale a grande distanza, il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio. Le distanze siderali che in passato separavano le varie parti del mondo si sono ridotte e il mondo stesso ha smarrito il suo carattere di infinita grandezza per assumere quello di un villaggio. Il progetto, a firma Usa, prese corpo conferenza degli Alleati a Bretton Woods (Usa), giugno del 1944, che sancì il predominio mionetario del dollaro e la costituzione del Fondo Monetario Internazionale e della World Bank.  Dopo la guerra lo scacchiere geopolitico registra il declino dei grandi imperi coloniali, la germinazione di nuovi stati e il predominio planetario di Usa e Urss, che formano due blocchi opposti, uno democratico liberale, l’altro comunista, in conflitto per l’egemonia mondiale. Nasce la “guerra fredda”, congelata dal pericolo nucleare che caratterizzerà il periodo dal ’47 all’’89, cadenzato sulle tensioni e crisi tra le due superpotenze, talvolta debordate in guerre locali, sul forte sviluppo dell’economia industriale occidentale tra picchi e depressioni e dal lento logorio politico ed economico del blocco sovietico. In Italia e Occidente prevalgono orientamenti liberal-democratici che, grazie a forti rivendicazioni popolari, avviano riforme di garanzia delle libertà fondamentali, sindacali e perequative tra ricchi e poveri, forme di Welfare sanitario e istruzione per tutti etc. Negli Usa l’espansione economica, stimolata dal complesso industriale-militare, è intensa e articolata sulle fusioni che generano grandi Corporazioni e sull’ estensione del Terziario, per cui il Capitale si finanziarizza, mentre l’egemonia passa ai manager, non senza contrasti e crisi cicliche. Il trend della formula magica r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica) tende a diminuire anche per l’esistenza di un duro fisco progressivo. I ceti possidenti reagiscono fortemente con una serie di iniziative che inaugurano la rivoluzione postmoderna: tramonta il sistema taylorista e fordista, la platea dei lavoratori viene ridotta dalla meccanizzazione elettronica, il potere sindacale è sminuito, il consumismo moltiplica il settore terziario, la Tv, vertice dei massmedia, promuove le merci e il mito del consumo, l’americano diventa un consumer compulsivo. Questa reazione culmina negli anni '80 dopo l’elezione del presidente Reagan negli Usa e della Thatcher a Premier nel Regno Unito, che avviano la Deregulation con riforme neoliberali che favoriscono il mercato e la concorrenza, riducono o aboliscono le garanzie del Welfare, tagliano il carico fiscale dei patrimoni (perfino del 60% negli Usa). Il primo millile (1 per 1000 della popolazione) e tutto il primo decile (19%) godono del più alto tasso di redditi e la middle class s’inquadra felicemente nel mercato consumista, blandita dalla Tv- spettacolo che plasma il conformismo di massa.

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 108 - (20 ottobre 2014) PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 21 Ottobre 2014 06:45

Diamo spazio alle competenze dei giovani

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 20 ottobre 2014]


Il lavoro porta onore. Ogni lavoro. Per cui porta onore che il laureato in ingegneria faccia il netturbino, quello in scienze politiche la guida turistica, che il laureato in informatica faccia il posteggiatore, quello in architettura il muratore, quello in filosofia il vigilante, che il laureato in giurisprudenza faccia il portinaio, e quello in medicina l’aiuto infermiere, quello in veterinaria l’acconciatore per cani, che il laureato in sociologia faccia il bidello, quello in lettere il custode di un museo, che il laureato in economia faccia l’ambulante. Questi sono i fortunati. Poi ci sono quegli altri, i meno fortunati. Lavori a scadenza. Lavori un giorno sì e domani non si sa, come i giornalieri di una volta, che la sera aspettavano in piazza il fattore per sapere se il giorno dopo dovevano andare a lavorare nella terra del padrone. Poi ci sono i maratoneti dei call center.  Ogni lavoro porta onore a chi lo fa. Ma non ha onore un Paese che non mette a frutto conoscenze e competenze, che dissipa le energie, che  deprime le intelligenze, che non consente a se stesso uno sviluppo attraverso il pensiero nuovo, che non riesce a rinnovarsi culturalmente attraverso l’integrazione dell’ esperienza e dell’entusiasmo che compensa ogni inesperienza. Si parla e si riparla di un turnover che non si realizza mai, per cui l’accesso dei giovani al mondo del lavoro rimane bloccato.

Eppure un Paese ha bisogno di una cultura nuova, di un nuovo pensiero, come del pane e dell’acqua. La cultura nuova, il pensiero nuovo, producono significati nuovi nei contesti della formazione, dell’istruzione, del lavoro, delle relazioni sociali, degli stili di vita, nella politica e nelle istituzioni, nella ricerca e nell’economia, nella qualità dei servizi, nelle scelte che riguardano il patrimonio culturale, in quelle che interessano l’ambiente, nel modo di essere e di fare. In tutto quello che serve a stabilire un’armonia fra la vita di un Paese e il tempo storico che quel Paese vive.

Forse poco o niente di questo si può fare se non si creano le condizioni perché ciascuno possa mettere a disposizione quello che ha studiato, che ha imparato.

In fondo si studia per essere utile agli altri più che a se stessi. Allora un Paese deve coordinare le conoscenze, indirizzarle tanto verso i settori che più ne hanno necessità, in modo da poter ridurre la necessità, quanto verso i settori che non ne hanno in modo da poterli sviluppare.

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 73 - (28 ottobre 2013) PDF Stampa E-mail
Sociologia
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 29 Ottobre 2013 06:14

L'insopprimibile necessità di trovare nuove certezze

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 28 ottobre 2013]

 

Se si escludono alcune certezze che ci ha dato e continua a darci la scienza, tutto il resto - ogni sfera della nostra esistenza, qualsiasi contesto del sociale – è attraversato da una costante, forte vibrazione di incertezza.

Fino a un certo punto della Storia, abbiamo avuto la possibilità di riconoscere bandiere, di individuare confini, di riferirci a idee, ideologie, valori, dottrine, teorie, sistemi; fino a un certo punto siamo stati in grado non di configurarci il futuro, certamente, ma comunque di formulare ipotesi intorno ad esso, di delineare prospettive, di intuire quello che sarebbe accaduto domani o domani l’altro, di investire il tempo e le energie per l’elaborazione di un progetto in quanto le situazioni intorno a noi erano tali da lasciarci pensare di poterlo realizzare.

Fino a un certo punto ci si è potuti affidare ad una continuità dei processi che riguardavano per esempio la politica, l’economia, le forme, le modalità, i canali di accesso al lavoro, i sistemi del comunicare, le prassi quotidiane, le espressioni della cultura e della formazione.

Si poteva contare su una certa durata delle cose: se non per decenni, almeno per qualche anno, in modo da poterne strutturare la conoscenza, consolidare la competenza, con la consapevolezza che quella conoscenza, quella competenza, si sarebbe potuta approfondire, migliorare, applicare in altre circostanze.

Fino a un certo punto è stato possibile verificare la loro compatibilità con le proprie esigenze.

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