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Candidati Collegio dei revisori
Per le elezioni dei due membri del Collegio dei Revisori dei Conti il cui mandato è scaduto sono pervenute, entro il termine fissato del 1° novembre 2017, le seguenti candidature (in ordine... Leggi tutto...
Programma attività novembre 2017
Siamo particolarmente lieti di pubblicare il programma delle nostre attività per il mese di novembre, caratterizzato dall'evento organizzato per celebrare i 25 anni di vita della nostra... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti
Convocazione Assemblea dei Soci ed Elezioni dei Revisori dei Conti. Grazie all’alto numero di iscrizioni già pervenute (l’elenco degli iscritti 2017-18 è consultabile nella sezione... Leggi tutto...
In ricordo dell'avv. Mario Vergine: le parole di un amico
Il giorno 29 settembre 2017 è venuto a mancare all'affetto dei suoi cari l'avvocato Mario Vergine all'età di 84 anni.Iscritto da molti anni alla nostra associazione, viene ricordato da tutti quelli... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Storia e Cultura Moderna


Cronache vaniniane. Una lucciola fra splendidi pianeti PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Alessandro Laporta   
Mercoledì 18 Maggio 2016 06:05

[Riportiamo di seguito la Prefazione al volume di Luigi Montonato, Cronache vaniniane. Una lucciola fra splendidi pianeti, Edizioni di Presenza 2016, pubblicata anche in “Presenza taurisanese” a. XXXIV, n. 5 – maggio 2016, p. 11.]

 

Volendo tracciare in rapida sintesi una storia editoriale di Vanini, basterebbe dire che nato “europeo” con le due opere fondamentali frutto della sua meditazione filosofica, l'Amphitheatrum aeternae providentiae (Lione, 1615) ed il De admirandis naturae (Parigi, 1616), riscoperto “italiano” dopo ben tre secoli dagli studi ponderosi di Guido Porzio (Lecce 1912, 2 voll.) e di Luigi Corvaglia (Milano, 1933-4, 2 voll.), ha ritrovato la sua naturale collocazione fra i maggiori del pensiero libertino grazie al contributo di Francesco Paolo Raimondi che al libro Vanini nell'Europa del Seicento (Pisa, 2005) ha fatto seguire la definitiva edizione delle opere (Milano, Bompiani, 2010) nella prestigiosa collana “Il pensiero occidentale” diretta da Giovanni Reale. Tutto ciò non senza il riferimento obbligato a Giovanni Papuli, che ha dedicato una vita al Vanini, ed a Mario Marti che inserì il filosofo di Taurisano nella “Biblioteca di Scrittori Salentini” ad iniziare in modo beneaugurante la sua seconda serie: vale a dire il meglio che la nostra Università, allora di Lecce oggi del Salento, ha saputo esprimere fino alla loro scomparsa (Papuli nel 2012 e centenario, Marti, nel 2015).

Ma questa breve cronologia non renderebbe giustizia a tanti autori che comunque se ne sono occupati facendo crescere la bibliografia di settore e partecipando alla ormai doverosa rivalutazione di Vanini. Alla dimensione europea del filosofo di Taurisano pensò Francesco De Paola nel 1998 col suo libro Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo (Schena).

In questa vera e propria renaissance, il cui avvio coincide con la conquista dell'unità e che giunge a pienezza tra la fine dell'800 e la prima parte del 900, come data emblematica può essere assunto proprio il 1876. E' l'anno infatti in cui Giovanni Bovio, il filosofo e politico di Trani che tanto seguito ebbe nella nostra provincia, compose il testo della lapide commemorativa, oggetto di una fiera contesa, come sanno i cacciatori di curiosità vaniniane, e come apprenderanno i lettori di questa impeccabile monografia, veramente necessaria, dovuta alla paziente ed amorevole attenzione di Gigi Montonato. Protagonista indiscusso, di parte antivaniniana, un sacerdote salentino arguto e saccente, don Salvatore Casto, parroco a Taurisano e quindi invischiato fino al collo nelle beghe di campanile, che si sentiva difensore dei benpensanti, giudice delegato, giustiziere e persino vendicatore contro chi aveva osato “consacrare al secolo vendicatore” il nome di Vanini.

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Mahmud Taha e la seconda missione dell'Islam PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Spedicato   
Mercoledì 06 Aprile 2016 20:11

A differenza di quanto pensano in molti, il mondo islamico si è sempre battuto per la libertà ed il cambiamento, siamo noi a non averlo notato. Probabilmente non ci conveniva neanche notarlo. Purtroppo, in molti paesi islamici i tentativi di cambiamento spesso sono stati repressi nel sangue e non pochi intellettuali hanno pagato con la loro vita perché imputati di libertà e giustizia. Uno di questi è stato il grande Mahmoud Mohamed Taha, fondatore dei “Fratelli Repubblicani”.

“Io ho ripetutamente dichiarato quale era la mia opinione, e cioè che le leggi cosiddette islamiche del settembre 1983 (data in cui il Presidente sudanese Nimeiry impose a tutto il paese l’applicazione della shari’a) violano la shari’a islamica e l’Islam stesso e lo rendono ripugnante. In più, queste leggi sono state emanate ed utilizzate per terrorizzare il popolo ed umiliarlo fino alla sottomissione. Queste leggi, poi, mettono a repentaglio l’unità nazionale del paese (con la discriminazione nei confronti dei cittadini non musulmani, circa un terzo della popolazione). Queste sono le mie obiezioni dal punto di vista teorico. A livello pratico, i giudici che applicano queste leggi mancano dei  necessari requisiti tecnici. Essi, poi, dal punto di vista morale, non sono riusciti a resistere, ponendosi sotto il controllo delle autorità esecutive, che li hanno sfruttati nel violare i diritti dei cittadini, umiliare il popolo, distorcere l’Islam, insultare l’intelletto e gli intellettuali, ed umiliando gli oppositori politici. Per tutti questi motivi, io non  sono disposto a cooperare con alcun tribunale che ha tradito l’indipendenza della magistratura e permesso a se stesso di essere uno strumento per umiliare il popolo, insultare il libero pensiero e perseguire gli oppositori politici”.

Con questa dichiarazione Mahmoud Mohamed Taha decise di boicottare il procedimento giudiziario che lo vedeva imputato di apostasia, ma contribuì anche a decretare la sua condanna a morte. Fu giustiziato, per impiccagione, il 18 gennaio 1985. 

Mahmud Taha non fu giustiziato solo perché si opponeva all’applicazione della shari’a in Sudan, ma anche per il suo pensiero religioso che è conosciuto come: “la seconda missione dell’Islam”.

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Le rivolte tradite PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Spedicato   
Sabato 02 Aprile 2016 05:45

Le dinamiche innescate nel Meridione con le vicende dell’Unità d’Italia e quelle nei Paesi arabi con le rivolte della “primavera araba”.


Negli ultimi decenni, si è assistito in quasi tutto il Nord Africa ad un peggioramento delle condizioni di vita in ampi strati della popolazione. Vi è stata una forte crescita della disoccupazione giovanile (in particolare di quella dei giovani più istruiti) e del lavoro precario. La crisi finanziaria internazionale ha ulteriormente aggravato la situazione: il sistema del welfare è stato duramente colpito ed a causa dell’aumento del prezzo dei beni alimentari è crollato il potere di acquisto di buona parte della popolazione di questi Paesi. Ovviamente il malcontento di tutta la popolazione ed in particolare dei giovani, è fortemente cresciuto e ciò ha portato alle note vicende della “primavera araba”. La situazione di difficoltà in cui si sono trovati questi Paesi viene da lontano, è il risultato di politiche fallimentari, di forti inefficienze pubbliche e di una dilagante corruzione. I giovani si sono ribellati perché a loro era chiaro che senza un mutamento delle strategie di sviluppo non vi poteva essere alcun cambiamento e queste potevano essere possibili solo a condizione di cambiare radicalmente l’assetto politico. Come sappiamo la “primavera araba” sembra ora essersi trasformata in un “inverno arabo”. Anche questa rivolta, come tante altre nella storia, è stata tradita. A rivoltarsi, ad essere uccisi ed imprigionati, sono stati i giovani, la società civile araba, ad approfittarne sono stati gli “islamisti”. I giovani arabi continuano ad emigrare. La popolazione però ora è cosciente della propria forza e nulla sarà come prima.

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Viaggio all'interno del mondo femminile somalo PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Spedicato   
Martedì 15 Marzo 2016 20:43

Alla memoria dell'amico Haji Aba Abukar

 

Premessa

Questo lavoro altro non è che il tentativo di riportare quanto mi raccontarono delle donne somale, residenti a Lecce, nel corso di circa dieci anni di frequentazioni (dal 1991 al 2001).

I loro racconti parlano del dramma della diaspora somala. Dell’incubo del vivere a Mogadiscio nei primi anni Novanta. Delle speranze che avevano nel trovare rifugio in Italia. Delle difficoltà incontrate nel paese di accoglienza. Del conflitto che provocava loro vivere a contatto con una società moderna.

Avverto il lettore che per decidere cosa e come riportare delle narrazioni di queste donne, mi sono basato solo sulle sensazioni che mi suscitavano i loro volti ed il tono delle loro voci.

Per garantire l’anonimato non sono stati riportati i veri nomi delle protagoniste.

 

Introduzione

 

Ho iniziato a frequentare la comunità somala residente a Lecce alla fine degli anni Ottanta. All’epoca era composta da sole cinque persone: la famiglia del mio amico Haji Aba Abukar. Poi con lo scoppio della guerra in Somalia, maggio 1990, la comunità contò ben presto più di cinquanta presenze. Erano quasi tutte ragazze tra i venti ed i trenta anni che lavoravano come collaboratrici domestiche o badanti a tempo pieno (24 ore su 24). La maggior parte, quindi,  viveva presso famiglie italiane.

A partire dagli anni 1992 - 1993 la consistenza numerica della comunità iniziò a ridursi. Molte di queste ragazze e ragazzi proseguirono il loro progetto migratorio verso altri paesi europei, ma anche negli USA ed in Canada.

Ho organizzato con loro tanti incontri e feste. Ricordo in particolare una festa di matrimonio del dicembre del 1995, organizzata in una sala della sede della O.n.g. CTM di Lecce (presso cui lavoravo). Gli sposi erano a Londra. La sorella della sposa, Hakima, mi spiegò che il matrimonio era stato celebrato giorni prima a Mogadiscio tra la sua famiglia e quella di suo cognato. Fummo in venticinque a partecipare alla festa. Venti donne e cinque uomini. Io ero l’unico italiano. Hakima, aiutata da alcune amiche, preparò i cibi per la cena: bariis (riso condito con carne, cipolla, uva candita, aglio e cardamono), sambus (frittelle a base di farina, carne tritata o pesce, cipolla e peperoncino),  bataati (crocchette di patate fritte con uova sode), xalwo (marmellata a base di zucchero, burro, cardamono e succo d’arancia o di pompelmo), buskut (biscotti preparati con farina, zucchero, uova, cardamono, vaniglia e burro). Alla fine della cena si bevve  lo shaahi (tè con zenzero, cardamono e zucchero).

Le feste erano un’occasione per stare insieme, mangiare, cantare e danzare ma erano anche l’occasione per parlare. Si parlava per ore della guerra nel loro paese, delle sue cause,  della loro vita in Somalia ed in Italia, delle loro paure e delle loro speranze.

 

Prima di lasciar parlare le protagoniste di questo lavoro, propongo una lettura degli argomenti trattati.

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Un sacerdote copto ci racconta cosa è accaduto in Egitto nel 2013 PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Spedicato   
Lunedì 18 Gennaio 2016 12:04

[Delle vicende raccontate in questa intervista, Giuseppe Spedicato ha parlato presso l'Università Popolare Aldo Vallone Galatina il 15 gennaio 2016: clicca qui]

 

Contesto nel quale si svolgono gli avvenimenti

 

Il 30 giugno 2013 parte consistente del popolo egiziano scese nelle piazze del paese per dimostrare il suo dissenso al Presidente Morsi (esponente dei “Fratelli Musulmani”, andato al potere un anno prima). Si parla di 30 milioni di persone. Morsi era accusato di aver interpretato la sua vittoria elettorale come mandato non per governare il paese, ma come mezzo per definire un nuovo assetto dello stato egiziano e ciò senza coinvolgere le altre forze politiche e sociali. In buona sostanza era accusato di utilizzare gli strumenti democratici per imporre una dittatura e quindi di aver perso la sua legittimità. I dimostranti chiesero al Presidente Morsi di dimettersi, entro 48 ore, e di indire un referendum altrimenti sarebbero passati alla disobbedienza civile. Morsi ed i “Fratelli Musulmani”però, non avevano alcuna intenzione di abbandonare il potere (erano stati forza di opposizione per 80 anni, anni di persecuzioni e di carcere). L’Egitto rischiava di finire in una guerra civile e pertanto intervenne il generale al-Sisi, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Egiziane. Il generale chiese al Presidente Morsi di accogliere le richieste del popolo, aggiungendo che se non lo avesse fatto sarebbe stato lui, l’esercito, a prendere il controllo del paese. Il Presidente Morsi rifiutò la richiesta di al-Sisi e questo mise in pratica la sua minaccia e lo fece arrestare. Molti parlarono di golpe da parte dell’esercito, altri negarono il golpe perché, come è stato già detto, il Presidente Morsi avrebbe perso la sua legittimità. Subito dopo si formò un Governo tecnico per guidare la transizione.

I “Fratelli Musulmani” reagirono alla loro estromissione dal potere. Chiesero il ritorno al potere di Morsi. Si installarono, lo erano già da tempo, nel quartiere cariota di Nasser City ed a Giza, formando un territorio autonomo dallo Stato egiziano. Dopo l’offerta di trattative da parte del governo, tutte rifiutate, l’esercito iniziò lo sgombero dell’area. Ci furono molti morti. La reazione dei “Fratelli Musulmani”, allo sgombero ed alla morte dei loro affiliati, fu violentissima. Dopo aver distrutto innumerevoli sedi delle forze di polizia e di istituzioni pubbliche, si scagliarono contro i copti. Numerosi furono gli omicidi e gli atti di violenza contro i copti. Molti furono i musulmani scesi in piazza in difesa dei copti e delle loro chiese.

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