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Il teatro ci prende e ci sorprende BIS
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Attività Mese di Maggio (con appendice a Giugno)
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Da Virgilio a Beatrice
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Musica e Teatro


C'è Musica e … Musica… 12. Musiche a colori. Sessant'anni di Canzoni in Tv PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Venerdì 20 Maggio 2016 05:52

Anche la televisione, come già aveva fatto la radio, mostrò particolare interesse per le canzoni sin dal primo giorno della sua inaugurazione, il 3 gennaio del 1954, con la rubrica musicale l'Orchestra delle Quindici,  un “abbozzo di varietà” della durata di mezz'ora, presentata da Febo Conti, che agli inizi degli anni '60 divenne popolare come conduttore di Chissà chi lo sa?, un quiz televisivo per ragazzi. A fine serata, alle 22.45, Sette note, rubrica musicale con l'orchestra di Carlo Savina, era un modo piacevole di chiudere i programmi contando sul potere di seduzione della musica. Naturalmente l'anno dopo il piatto forte fu il Festival di Sanremo, trasmesso per la prima volta dalle telecamere della Tv. Il rigido protocollo della RAI impose comportamenti compassati, abiti e toilettes decenti per le signore in sala. Gli uomini, oltre che in abiti scuri, “sono pregati di indossare camicie grigie, meglio celesti, perché quelle bianche sul video sparano”.  Certo, si trattava di accorgimenti tecnici, ma era singolare che  si consigliassero i colori per una Tv in bianco e nero! Non c'era l'orchestra di Angelini e neanche lo storico presentatore del festival radiofonico, Nunzio Filogamo. Al suo posto si fa il nome di Mike Bongiorno, che con Lascia o raddoppia? è diventato famosissimo, ma alla fine viene scelto Armando Pizzo, definito “giovane ed esperto speaker”, affiancato da Maria Teresa Ruta, signorina buonasera, zia dell'omonima nipote, personaggio televisivo dei nostri tempi. Vince un trasteverino dalla voce “impostata” e potente, di timbro tenorile: Claudio Villa. Tra poco gli verrà affibbiato il titolo di reuccio con ironica allusione alla sua modesta statura. Intanto trionfa -sarà la prima di tante vittorie- con la canzone Buongiorno tristezza, che ha il titolo di un romanzo francese di una giovanissima Françoise Sagan, Bonjour tristesse, sottoposto alle maglie della censura prima di essere pubblicato in Italia. Villa vince in coppia con  Tullio Pane, cantante lirico, ma nella serata finale (il festival si svolgeva in tre serate) non si può esibire dal vivo per un grave attacco influenzale. Il pubblico si deve accontentare di ascoltare la sua voce da un giradischi portato sul palco e inquadrato da una telecamera fissa. Una trovata che si riproporrà nel 1964 quando Bobby Solo, a causa di un attacco di laringite (probabilmente inventato), eseguirà Una lacrima sul viso in playback. Comunque questo primo festival “televisivo” si stima che sia stato seguito da otto milioni di telespettatori a fronte di sol 100 mila abbonati. Il televisore, infatti, aveva costi molto alti (tra  200 e 250 mila lire) per gli Italiani di allora, anche se il 1955 è l'anno della rivoluzione dei consumi, premessa di uno straordinario “boom” economico, e la “Seicento”, l'utilitaria della Fiat, grazie all'agevolazione delle vendite rateali, aveva avviato la motorizzazione di massa. Per il momento, però, la gran parte degli Italiani la televisione la segue riunendosi nei bar o in qualche circolo dopolavoristico o, ancora meglio, nelle case di vicini che possono permettersela.

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C'è Musica e... Musica... 11. “Arie” di Primavera PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Domenica 17 Aprile 2016 06:31

Musica, Arte e Poesie di Stagione


“Primavera vien danzando/ Vien danzando alla tua porta./ Sai tu dirmi che ti porta?/ Ghirlandette di farfalle,/ Campanelle di vilucchi,/ quali azzurre, quali gialle;/ e poi rose, a fasci e a mucchi”.

Questi versi cantabili di Angiolo Silvio Novaro, poeta di vena crepuscolare, rendono bene l'idea della leggiadria coreutica di una stagione che fa del ridestarsi della natura il suo incanto più toccante e gradevole. Viene anche facile associarla alla giovinezza, la stagione della vita più bella e più rimpianta. Poesia e Musica hanno sempre trovato in essa ispirazione e stimoli, l'Arte si è fregiata dei suoi colori e non è strano che proprio il 21 di marzo, giorno canonico d'inizio della Primavera, sia la data istituita dall'UNESCO per ricordare la Poesia nel mondo.

Gli antichi facevano iniziare l'anno col mese di marzo. Marzo viene da Marte, comunemente etichettato come dio della guerra, ma anticamente venerato come dio dei campi e dell'agricoltura, come possiamo anche desumere  dagli antichi testi latini, quelli reletterari, in particolare dal Carmen fratrum Arvalium, il canto che i sacerdoti Arvali intonavano durante le feste primaverili in onore di Cerere, dove troviamo un'invocazione a Marte (Mars e, in forma raddoppiata, Marmar) perché tenga lontane dai campi (arva) pestilenza e rovina.  Il triumpe finale, ripetuto cinque volte, testimonia chiaramente che il canto era accompagnato dal movimento danzante dei sacerdoti.

Il canto si fa risalire al V-IV secolo e solo molto tempo dopo (intorno al 130 a.C.) l'anno si arricchì dei mesi di gennaio e febbraio fino al riordino voluto da Giulio Cesare (calendario giuliano)  con i 365 giorni e l'aggiunta dell'anno bisestile, prima della definitiva riorganizzazione nel 1582 di Gregorio XIII (calendario gregoriano).

Marzo, dunque, dà inizio alla primavera. Un mese in comproprietà con l'inverno, perché risente del flusso di passaggio tra una stagione e l'altra. La patente di pazzarello è giustificata dai repentini cambi di nuvole  e sole,  di pioggia e sereno come ci dice anche una famosa poesia del poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, Marzo, poi  musicata nel 1892 da Mario Costa (col titolo Catarì) autore anche della musica di Era de maggio, altra celebre poesia di questo grande poeta della canzone napoletana classica.

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C'è Musica e... Musica… 10. La Buona Novella di Fabrizio De André (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Mercoledì 23 Marzo 2016 07:59

La seconda parte dell'album di Fabrizio De André, La Buona Novella, del 1970, tratta il tema della passione e morte di Cristo. Sono cinque brani, dove i passaggi più drammatici della vicenda terrena di Gesù sono narrati con intensità e profonda partecipazione. Dal dolore di Maria, raggelata dalla notizia della costruzione della croce su cui verrà inchiodato il figlio (Maria nella bottega di un falegname), alla tormentata salita al Calvario tra la folla vociante e gli apostoli muti e paurosi (Via della Croce), dal dolore di Maria e delle madri dei due ladroni  che piangono sotto le croci dei figli (Tre madri), al Decalogo riscritto  dal ladrone Tito con feroce realismo contro la violenza del potere e l'ipocrisia farisaica (Il Testamento di Tito), fino al Laudate hominem che conclude l'album completando il processo di umanizzazione di Dio attraverso il figlio. Cinque brani densi e coinvolgenti che lasciano senza fiato e ci costringono a guardarci dentro.

Nel finale della prima parte abbiamo lasciato Maria che se ne va tra la gente, donna tra le altre donne e presto madre, accompagnata da una “siepe di sguardi che non fanno male/ nella stagione di essere madre”.  La ritroviamo, all'inizio della seconda parte, nella bottega di un falegname, spinta da un terribile presentimento di morte. Le sue domande:

"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò? “

trovano una risposta raggelante: quel legno non viene lavorato

“per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,


ma per fare

tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

 

Qui insieme con la sottolineatura antimilitarista c'è già il preannuncio della crocifissione di Cristo, indicato come colpevole di invito alla diserzione. In termini allegorici abbiamo il passaggio dalla nascita della speranza alla crudele repressione perpetrata dal potere. Il dialogo tra Maria e il falegname è intervallato da un coro di “gente” che funge da commento e descrive l'agitazione rumorosa per le vie della città per l'imminente pubblica esecuzione:

 

"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti colpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

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C'è Musica e ... Musica 8. I cantautori (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Sabato 12 Marzo 2016 17:27

Suggestioni  ed  echi  letterari  nella  Canzone  d'Autore (2^ parte)

 

Gran parte del fascino della canzone d'autore risiede anche nella sua scrittura letterariamente alta, spesso in emulazione e in concorrenza con testi di poeti e scrittori, da cui riprende immagini e stilemi.  La mia attenzione si rivolge ora ad alcune canzoni di Lucio Battisti, Roberto Vecchioni e Francesco De Gregori.

 

Lucio Battisti

 

Dopo aver parlato di cantanti (Guccini, Dalla, De André) dichiaratamente  di sinistra o con venature anarcoidi, passo a un cantante considerato di destra, o comunque scelto come riferimento da giovani di quella tendenza politica  che era in contrasto fortissimo nei primi anni Settanta con quella meglio gioventù, di cui l'omonimo film di Marco Tullio Giordana ha tessuto l'apologia.  Qui va subito detto che, quando si tratta di vera arte, certe distinzioni politiche non hanno senso e risultano operazioni di bottega piuttosto meschine.

Un grande musicista -e Battisti certamente lo è stato- non può essere catalogato politicamente. Ha le sue idee, ovviamente, ma ad entrare nel cuore e nell'immaginario della gente sono solo le sue straordinarie  melodie.  Si può dire anzi che non esista artista che abbia inciso nella memoria collettiva quanto e come Lucio Battisti, nonostante non cantasse mai di politica per i suoi tempi e nonostante si facesse vedere poco e malvolentieri. Lucio ha saputo congiungere il meglio delle melodie classiche, tradizionali, con le nuove tendenze musicali. Se un paragone si può fare, nella storia della musica contemporanea ciò che ha compiuto Battisti in Italia è paragonabile soltanto a quello che i Beatles realizzarono per la musica anglosassone nei primi anni Sessanta. Non va, però, sottaciuto il contributo fondamentale  del paroliere che ha firmato i testi delle canzoni, vale a dire Giulio Rapetti, in arte Mogol, che ha collaborato con Battisti per almeno quindici anni in profonda sintonia umana, artistica e spirituale. Non si potrebbero altrimenti spiegare gli straordinari risultati dei due autori in quegli anni.  “Mogol è stato un geniale paroliere -scrive Marco Rossi, critico e saggista-  e Battisti uno straordinario musicista. (…) Battisti ha sentito nella sua straordinaria ispirazione musicale certi contenuti e Mogol, sempre tramite l'ispirazione poetica, ha saputo trasporre quei sentimenti ...in corrispondenti testi”.

I suoi motivi musicali e le parole di Mogol entrarono ad una tale profondità nel cuore     e nell'immaginario collettivo degli Italiani che persino un documento delle Brigate rosse, alla fine degli anni Settanta, aveva per titolo Le discese ardite e le risalite, due frasi, cioè, riprese dalla canzone Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi. La canzone fa parte dell'album Il mio canto libero del 1972 ed esprime l'impossibilità di frenare il sentimento da parte del protagonista nonostante le sue  delusioni ed esitazioni.  Canzone  bellissima per le immagini aeree e lo spirito di libertà che aleggia in un intreccio di fantasie oniriche...

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Francesca da Rimini tra arte, poesia e musica PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Martedì 16 Febbraio 2016 13:26

“Ogni giorno dovremmo ascoltare una Canzone, leggere   una   bella Poesia, vedere un bel Quadro e, se possibile, dire qualche parola ragionevole”

Goethe


Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, è forse la figura più conosciuta della Commedia dantesca, certamente quella che  ha appassionato intere generazioni di studenti per la sua tragica storia d'amore con Paolo, figlio di Malatesta da Verucchio, signore di Rimini. E' possibile che Dante abbia incontrato Paolo nel 1282, quando questi era stato nominato capitano del popolo a Firenze.  Tre anni dopo venne ucciso dal fratello Gianciotto, che lo aveva colto in flagrante adulterio con la moglie Francesca. Fine della storia! Un fatto di cronaca nera come se ne sentono tanti anche oggi:  “marito uccide la moglie sorpresa a tradirlo con l'amante”. Dante, invece, ha scelto di trasformare lo scandalo in una tenera e romantica relazione che ha ispirato la fantasia di pittori, musicisti, poeti e drammaturghi.  E' questa la potenza dell'arte che, unita alla profonda sensibilità del poeta fiorentino, ha fermato in un punto,sublimandola, la storia dei due amanti colti nell'atto del bacio, sì da farne per sempre nell'immaginario collettivo il simbolo dell'amore e della passione. Così il Canto V dell'Inferno è diventato il Canto di Francesca, secondo la ben nota formula desanctisiana, per la stupenda creazione di una donna forte, che niente rinnega, assolutamente disarmante nel candore con cui difende il suo amore: Amor, ch'a nullo amato amar perdona…

Superato l'ostacolo Minosse, il grottesco guardiano infernale che giudica le anime attorcigliando la lunga coda, grazie alla formula lasciapassare di Virgilio, Dante si trova davanti lo spettacolo delle “anime tristi di coloro che la ragion sommettono al talento”, cioè i lussuriosi, trascinate dalla bufera infernale come in vita furono travolte dalla tempesta della passione. Davanti a lui si avvicendano figure rese celebri dalla letteratura classica e romanza: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano e tante altre  “ch'amor di nostra vita dipartille”. Tra  pietà e smarrimento, il suo sguardo viene attratto da due che vanno insieme, leggeri, nel vento e “quali colombe” rispondono al suo richiamo e si avvicinano  ai due poeti.

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