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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 35 (23 aprile 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 23 Aprile 2012 15:03

Chi valuterà i valutatori?

 

[in "MicroMega" online del 23 aprile 2012]

 

A seguito dell’approvazione della L.240/2010 (la c.d. riforma Gelmini) le strutture di ricerca italiane sono oggetto di valutazione, sulla base di un esercizio – denominato VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) - affidato all’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) e finalizzato a fornire una valutazione di ciò che i Dipartimenti universitari hanno prodotto nel periodo 2004-2010. I risultati saranno utilizzati per effettuare una ripartizione dei fondi pubblici finalizzata a premiare le Università nelle quali lavorano i docenti più ‘meritevoli’. E’ agevole intuire che non si tratta di una questione che riguarda esclusivamente gli accademici, poiché disporre di maggiori finanziamenti significa poter offrire agli studenti maggiori e migliori strutture, e maggiore quantità e migliore qualità della offerta didattica.

Occorre chiarire preliminarmente che il sistema universitario italiano nel suo complesso è già stato oggetto di valutazione, da parte, in particolare, del CNRS francese e dell’ARWU (l’Academic Ranking of World Universities). Stando a queste valutazioni, risulta, nel primo caso, che la ricerca scientifica italiana è, per quantità e qualità, collocata al quarto posto in Europa e all’ottavo posto nel mondo: nel secondo caso, si certifica che le Università italiane, nel loro complesso, sono collocate al dodicesimo posto su scala globale. Ciò a fronte del fatto che, come rilevato dall’OCSE, la spesa pubblica e privata per la ricerca scientifica si è assestata, in Italia a meno dello 0,9% del PIL contro una media dell’1,5% dei principali Paesi industrializzati. Dunque, a dispetto di quanto si è voluto far credere prima dell’approvazione della cosiddetta riforma Gelmini, i ricercatori italiani non sono affatto improduttivi. Anzi, almeno in alcuni ambiti disciplinari, le Università italiane sono fra le più produttive e qualificate in Europa.

Appare poi discutibile il fatto che, in una condizione di palese sottofinanziamento dei centri di ricerca, si destini un ammontare stimato a circa 300 milioni di euro per valutarli. Tale, infatti, sembra essere il costo di funzionamento dell’ANVUR. Il condizionale è qui doveroso dal momento che si tratta di una stima non ufficiale (su fonte ROARS), e tuttavia sufficientemente attendibile se si considera che saranno oggetto di valutazione 108.000 “prodotti della ricerca”, 1.700 strutture, 64.000 ricercatori. Non vi è dubbio che si tratta di un’impresa titanica, che, peraltro, viene condotta in tempi molto rapidi e, dunque, con inevitabili (e rilevanti) errori o imprecisioni nella scelta dei criteri di valutazione. I quali non sono esclusivamente quantitativi, essendo previsto che una quota delle pubblicazioni complessivamente censite dall’ANVUR sia oggetto di peer-review, ovvero di “revisione fra pari” derivante dalla diretta lettura dell’articolo o della monografia (v. http://www.anvur.org/sites/anvur-miur/files/autocandidaturereferee.pdf). Occorre chiedersi, a riguardo, cosa possa spingere un numero consistente di studiosi – che l’Agenzia vuole prevalentemente non italiani - a candidarsi per valutare, laddove previsto, un numero così elevato di pubblicazioni, anche in considerazione del fatto che molte di queste sono state già oggetto di peer-review, e anche in considerazione del fatto che si tratterebbe di un’attività puramente volontaria. Per dar conto delle criticità del modello di valutazione, si può considerare che le strutture di ricerca saranno valutate oggi secondo criteri e parametri che l’ANVUR stabilisce oggi, ma che verranno utilizzati per dare punteggi a ciò che si è fatto nel periodo 2004-2010, quando questi criteri e parametri erano del tutto ignoti ai ricercatori. E per dar conto dell’enorme difficoltà dell’impresa, può essere sufficiente ricordare un’analoga esperienza fatta in Australia, dove, dopo una lunga sperimentazione di modelli di valutazione, si è stabilita l’impossibilità di strutturare un modello di valutazione sufficientemente ‘oggettivo’ e ampiamente condiviso dalle Associazioni Scientifiche.

Le imprecisioni del modello ANVUR – in larga misura imputabili alla eccessiva velocità con la quale l’agenzia sta procedendo - contribuiscono a generare un atteggiamento di diffusa ostilità nei confronti dell’operazione che si sta compiendo. Ciò soprattutto a ragione dell’utilizzo di criteri bibliometrici, finalizzati a quantificare il ‘merito’. La ricerca bibliometrica ha da tempo messo in evidenza che l’uso di criteri basati su soli indicatori quantitativi rischia di penalizzare la ricerca di frontiera, di omologarla, e di indurre comportamenti conformisti e opportunistici (si veda, fra gli altri, http://siba2.unile.it/sinm/4sinm/interventi/fig-talam.htm). Tali rilievi valgono in modo palese per alcuni settori della ricerca - prevalentemente in ambito umanistico e nell’ambito delle scienze sociali - ma da alcuni anni sono oggetto di approfondimento e occasione di ripensamento anche nei settori delle cosiddette scienze ‘dure’: matematica, fisica, ingegneria[1].

Considerate queste criticità, occorre chiedersi a cosa possa servire questa operazione. Il responsabile della VQR, Sergio Benedetto, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 4 febbraio scorso, ha dichiarato: “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”[2]. Si badi che, ai sensi del decreto istitutivo dell’ANVUR, questa operazione – di natura propriamente politica – non rientra fra i suoi compiti istituzionali (v. www.anvur.org). In ogni caso, si tratta di un obiettivo molto discutibile per le seguenti ragioni.

1) E’ chiaro che il modello di riferimento è quello anglosassone, ovvero un modello nel quale il sistema della formazione e della ricerca presenta limiti rilevanti e, come messo in evidenza, blocca (o comunque non favorisce) la mobilità sociale[3]. Ciò soprattutto a ragione del fatto che l’accesso alle research universities – e, in particolare, a quelle ritenute più prestigiose - ha un costo altissimo, ed è noto che – soprattutto per gli studenti per i quali le borse di studio sono insufficienti e che provengono da famiglie con basso reddito – ciò tende ad accompagnarsi a un rilevante (e preoccupante) aumento della richiesta di mutui per finanziarsi gli studi. E’ stato rilevato a riguardo (http://www.kunstler.com/blog/)  il rischio di massicce insolvenze negli USA, in una condizione nella quale i mutui richiesti dagli studenti (in alcuni casi, pari a circa 100mila dollari pro-capite) non potranno essere rimborsati in considerazione del fatto che, in regime di crisi, riducendosi la domanda di lavoro (anche di lavoro qualificato) e i salari, i redditi futuri degli studenti oggi indebitati potrebbero essere insufficienti per il rimborso.

2) Il progetto potrebbe funzionare pienamente solo a condizione di abolire i concorsi pubblici per l’accesso alla docenza universitaria, così che le singole sedi potrebbero reclutare i professori che ritengono più meritevoli in un assetto competitivo nel quale gli stipendi verrebbero differenziati fra sedi universitarie e sarebbero oggetto di contrattazione fra singoli docenti e strutture intenzionate a reclutarli. Ma questa prospettiva è, a legislazione vigente, sostanzialmente irraggiungibile per il vincolo che lega il docente all’Ateneo al quale afferisce attraverso il proprio budget. In altri termini, chi intende trasferirsi in altra Università deve lasciare le risorse di cui dispone (e quelle che ne hanno consentito il reclutamento) in quella di provenienza: il che obbliga la sede che lo accoglie a mettere a disposizione risorse aggiuntive, con il che la mobilità dei docenti è significativamente disincentivata e, con la normativa attuale, il proposito di differenziare le sedi universitarie creando vere research universities (con possibilità di reclutare i migliori) è irraggiungibile.

Al fondo della presunta oggettività della valutazione, sembra di poter rilevare l’obiettivo di acquisire maggiori finanziamenti – e di essere accreditate come sedi di serie A – da parte di strutture di ricerca nelle quali lavorano professori che possono contare su un elevato potere economico e politico. Si osservi che il potere del quale queste strutture dispongono non è necessariamente correlato al merito scientifico dei ricercatori, per due ragioni. In primo luogo, come rilevato supra, il merito scientifico è oggi certificato dall’ANVUR – dunque, “dall’alto” e con modalità discutibili - e potrebbe non corrispondere al merito effettivo (che deriva, in ultima analisi, dal riconoscimento che la comunità accademica dà a una ricerca pubblicata, in una prospettiva spesso di lungo periodo). In secondo luogo, una delle principali caratteristiche del sistema universitario italiano riguarda il fatto la buona ricerca è coltivata in una molteplicità di sedi, secondo un modello che viene definito di “eccellenze diffuse”.

Non sembra, dunque, se questa interpretazione è corretta, che l’operazione ANVUR sia né neutrale né che  necessariamente premi i migliori. Sembra piuttosto che la corsa alla valutazione – resa urgente dalla rilevante riduzione dei finanziamenti al sistema universitario - risponda all’obiettivo di ridistribuire finanziamenti a vantaggio delle sedi universitarie che risulteranno inevitabilmente “di eccellenza” solo perché i criteri che “dall’alto” l’ANVUR ha decretato come oggettivi le faranno risultare tali. Per evitare che, come ipotizzato da più parti, l’operazione sia interpretata come un’operazione puramente politica, sarebbe saggio avviare una riflessione più meditata sui criteri e i parametri idonei per la VQR, in accordo con le Associazioni Scientifiche.

 
                                                                        
 

[1] Si osservi che, se anche si accoglie la tesi che è a fondamento della c.d. riforma Gelmini (ovvero che le Università italiane sono luogo di baronie, nepotismo e scarsa produttività), sarebbe stato più che sufficiente, oltre che molto utile e sufficientemente rapido, “limitarsi” alla identificazione di zone di completa inefficienza, calcolando la produttività dei ricercatori (intesa come numero di pubblicazioni in rapporto agli anni di servizio), e affinando, con maggior tempo a disposizione, i criteri di valutazione del merito, in necessaria condivisione con le Associazioni Scientifiche.

[2] Si segnala che, nei giorni scorsi, è stato varato il programma A.V.A. (http://www.anvur.org/sites/anvur-miur/files/dlgs_19_del_27_01_2012.pdf), che si muove lungo la direzione tracciata dal prof. Benedetto.

[3] Su questo punto rinvio al mio articolo “L’Università ‘riformata’ e il blocco della mobilità sociale”, su www.economiaepolitica.it.


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