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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Home Saggi e Prose Storia e Cultura Moderna 25 Aprile 2012: 67° anniversario della liberazione dal nazifascismo
25 Aprile 2012: 67° anniversario della liberazione dal nazifascismo PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Maurizio Nocera   
Giovedì 26 Aprile 2012 07:03

Il 25 Aprile 2012 è stato festeggiato con entusiasmo a Lecce e provincia con la partecipazione massiccia dei giovani. Nel capoluogo, alla presenza del vice Prefetto di Lecce, in qualità di massima autorità governativa, più le Autorità politiche ed amministrative pugliesi e salentine, uomini e donne delle Forze Armate, vecchi e nuovi partigiani e partigiane, antifascisti e antinazisti si sono ritrovai in mattinata in Piazza dei Partigiani per celebrare il 67° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ricorre pure il 64° anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, entrata in vigore l’1 gennaio 1948. Si tratta di due date storiche per il popolo italiano, che ancora una volta si vede costretto a dover lottare per difenderle da chi vorrebbe stravolgerle e deturpare.

Infatti c’è chi crede che basta rivedere e cambiare qualche titolo ad un libro di storia oppure raccontare una favola in più nel tanto chiassoso, fastidioso, retorico e continuo apparire in pubblico, per stravolgere il significato di eventi storici così grandi e così alti nella coscienza civile degli italiani. Coloro che intendono stravolgere i significati profondi della nostra storia e i principi sacrosanti della Carta fondamentale dello Stato repubblicano si sbagliano, perché la lotta di Liberazione e la Resistenza partigiana, condotte entrambe con spirito di abnegazione da centinaia di migliaia di uomini e donne in ogni parte d’Italia, a volte fino all’olocausto della propria vita, sono tuttora valide, perché validi sono ancora i presupposti su cui nacquero.

La festa del 25 Aprile, come ogni anno d’altronde accade, si è svolta in Piazza dei Partigiani perché in essa è eretta la Scheggia marmorea, fulgido traguardo dell’intera vita di un uomo, un partigiano, un salentino, che più di ogni altro, e per l’intera sua vita, tenne vivo tra la nostra gente i valori e gli ideali dell’epopea della lotta partigiana. Tutti lo ricordano, quell’uomo era Enzo Sozzo, fondatore e costruttore dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi).

Sulla Scheggia marmorea di Lecce c’è incisa nel bronzo un’epigrafe, scritta da Francesco Rausa, deputato della Democrazia Cristiana per diverse legislature, scritta che così recita: «Con Amore perenne / da questa pietra / duri come essa irriducibili / ancora Resistenti / all’odio all’arbitrio alla dissoluzione / diciamo con umili nomi / con fede calda e infinita / l’invito ad opporsi ancora / e sempre / al pensiero superbo alla violenza / amando vivendo testimoniando / invitta ed eterna / La Libertà». Sopra alla stessa targa bronzea c’è poi la scritta incisa sulla pietra, che recita così: «Nel 40° della Costituzione Repubblicana / Amministrazione Provinciale / Comune e Anpi di Lecce / dedicano / ai Martiri salentini / che offrirono energie / ideali e vita / alla lotta contro il nazifascismo / per la Democrazia. / 27 marzo 1988».

Anche questa del 1988 è una data storica per la città di Lecce, per la nostra provincia, per il Salento, una data che è lì a testimoniare l’olocausto di tanti suoi figli e figlie immolatisi sui campi di battaglia, sulle montagne e nelle pianure d’Italia e d’Europa per porre fine ad un regime – quello fascista e quello repubblichino – che con l’inganno e la violenza, per ben venti lunghissimi anni, portò il nostro popolo al disastro più nero.

Chi conosce la provincia di Lecce, cioè gli oltre cento e passa Comuni e Frazioni, sa che in nessuno di questi cari luoghi citati c’è una lapide, un marmo, un cippo, una storia, un libro dedicato ad un fascista o ad un repubblichino morto nella difesa e per l’onore della Patria, morto nella difesa almeno dei suoi stessi ideali, morto per la libertà e la democrazia del suo popolo. Qui è lì c’è erroneamente qualche strada intitolata a qualche gerarca o a qualche ambito similare, ma non c’è quella che sopra indicavamo come storia, e se mai essa ci dovesse essere altro non è che una storia negativa. Quindi non c’è, neanche andando a cercare una storia di questo signor costui fascista o repubblichino. Tanto che se andassimo a leggere le carte del nostro più recente passato presso gli archivi comunali ci accorgeremo con evidenza che quel signor costui non c’è, non esiste, perché non esiste nella logica fascista l’eroismo patriottico, il bene comune della Nazione, il bene della collettività. Per il signor costui fascista o repubblichino esiste solamente la retorica del suo “io”, il suo essere unico al mondo, il suo essere tutto al di sopra di tutto, perfino – vana presunzione – accanto oppure al di sopra dello stesso padreterno. Altro che «ama il prossimo tuo come te stesso». Per il signor costui fascista vige solo la legge del più forte, esattamente come ai tempi dell’inizio della storia.

Certo, oggi ci troviamo in una situazione in cui con facilità revisionista quel signor qualcuno può cambiare le carte in tavola, e dire cioè che non esiste il primo martire dell’intera Resistenza italiana, la Medaglia d’Argento alla memoria, il militare salentino Patrizi Lodovico, di Cursi, il quale, all’indomani dell’8 settembre 1943, cioè il 9 di quello stesso mese, «durante un servizio di vigilanza lungo un’importante linea ferroviaria, accortosi che alcuni militari [nazisti] avevano aggredito ed ucciso un soldato italiano in servizio di sentinella, perché si era rifiutato di consegnare le armi, apriva audacemente il fuoco contro di essi uccidendone due e ferendone gravemente un terzo. Avvistato successivamente da pattuglia [nazista] sopraggiunta per effettuare il rastrellamento della zona, attendeva impavido l’avvicinarsi dell’avversario contro il quale sparava numerosi colpi del suo moschetto finché, colpito mortalmente da una scheggia di bomba a mano, cadeva eroicamente per la causa della libertà, Pontedecimo (Genova), 9 settembre 1943».

E ancora, per quel tale signor fascista o repubblichino non esiste l’eroica lotta antinazifascista del leccese Piccinno Aldo, classe 1925. Lo storico Enzo Bianco, nel suo libro Liberi e ribelli. Da Lecce nella Resistenza, scrive: «Secondo la documentazione della commissione regionale toscana per il riconoscimento della qualifica di partigiano, Piccinno si distingue in particolare il 14 giugno [1944] quando partecipa all’attacco alla casa del fascio di Gabbro, uccidendo un famigerato squadrista e ferendone un altro e il 20 dello stesso mese quando contribuisce al disarmo di alcuni fascisti a Nibbiaia […] E il 17 luglio Aldo [Piccinno] volle far parte della pattuglia partigiana che doveva accompagnare le avanguardie americane sulla via di Castellaccio-Montenero, per procedere alla liberazione di Livorno, “Con lui c’era anche l’amico polacco. Nel durissimo scontro a fuoco che vi fu con le retroguardie tedesche e repubblichine, in località Pinarelli, Aldo [Piccinno]  e Feliks [il polacco] furono colpiti a morte”» (p. 97).

Come non si può dimenticare il martirio della staffetta partigiana Maria Teresa Sparascio, di Caprariuca del Capo (Tricase) che, per difendere il proprio marito e i suoi quattro figli, venne trucidata da una raffica di mitraglia di una pattuglia nazista.

È possibile cancellare queste pagine di storia? Certo, tutto può accadere. Certo, possono essere occultate, richiuse in qualche armadio, questo sì, ma cancellarle no. Com’è possibile cancellare la fulgida figura di Epaminonda Valentino, il risorgimentalista gallipolino-napoletano che per l’Unità d’Italia morì tra le braccia dell’altro risorgimentalista salentino Sigismondo Cstromediano?

Il Medagliere dell’Anpi di Lecce ha cucite sul suo stendardo 2 Medaglie d’Oro, 19 Medaglie d’Argento, 17 Medaglie di Bronzo, 17 Croci al Merito di guerra, mentre l’Albo di Gloria della città di Lecce e della provincia piange 160 Caduti e 1200 patrioti e partigiani combattenti. A questi si aggiungano i 160 martiri caduti nei campi di sterminio nazisti.

Questi dati risalgono a molto tempo fa, la documentazione oggi in nostro possesso ci dice che i Caduti salentini vanno oltre la soglia dei 200 e che i patrioti, i partigiani, le partigiane, le staffette superano la cifra citata.

Come si vede si tratta di un contributo di sangue e di eroismo dei salentini molto alto, consumato sull’altare della libertà e della democrazia dell’Italia, che nessuno mai potrà cancellare né dalla nostra coscienza né dalle pagine della storia di questa nostra terra.

L’on. Giacinto Urso, per molte legislature deputato della Democrazia Cristiana per il Salento, ha scritto che il 25 Aprile «fu e resta l’epilogo conclusivo delle lotte contro la dittatura nazional-fascista e contro i consequenziali, crudeli obbrobri che seminarono, ovunque, ferocia e morte […] Nello stesso tempo, in altri territori dell’Italia frantumata, militari ed esponenti della politica, della cultura e della società civile scesero in campo e tornarono alle armi, con dolore e ribellione, per controbattere l’invasore avallato dalle degenerazioni fratricide della Repubblica di Salò. Si pervenne così alla sfida della Resistenza armata, che, pur attraversata da tristi episodi di brutale faziosità ideologica, seppe esprimere l’impeto, più genuino e decisivo, di una coralità liberatoria e democratica […] Un immenso patrimonio di patria memoria, che esplode nella Liberazione il 25 Aprile 1945 e, dopo, nella Costituzione Repubblica, che riprende appieno le motivazioni della Resistenza per renderle scelte perenni di libertà e di democrazia».

Oggi, 25 Aprile 2012, i vecchi e i nuovi partigiani salentini, riuniti in Piazza dei Partigiani a Lecce, hanno espresso la preoccupazione relativa al rigurgito di nuovi fascismi che rimettono in pericolo la democrazia, la Repubblica (nata il 2 giugno 1046) e la stessa Costituzione (1 gennaio 1948). È necessario perciò, ancora una volta, affermare la difesa del 25 Aprile e la stessa Carta fondamentale dello Stato uscito dalla Resistenza. Queste date storiche vanno difese fino in fondo, fino all’estremo di tutte le forze civili e democratiche, affinché non venga meno il ricordo del sangue versato e l’olocausto anche dei nostri Martiri, patrioti e partigiani, che si immolarono nella lotta contro il nazifascismo per la libertà e la democrazia di tutti noi.


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