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Valutare: la ricerca è un atto dovuto a studenti e genitori - (4 maggio 2012) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 04 Maggio 2012 11:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 4 maggio 2012]

 

Il “Nuovo Quotidiano di Puglia” continua a pubblicare opinioni sulla valutazione della ricerca universitaria. In diversi hanno espresso dubbi sull’opportunità di valutare, e io ho già affermato che non sono d’accordo. Ci potranno essere polemiche su come effettuare le valutazioni, ma non ci sono motivi per non farle. Chi deve scegliere a quale Università iscriversi ha diritto di sapere a cosa va incontro. Saranno adeguate le strutture? I professori saranno di buon livello? Ci sono servizi adeguati? In quali ambiti disciplinari l’Università è leader? In molti denunciano che si cerchi di discriminare tra università di serie A (chiamate anche research universities: dove si fa ricerca e didattica) e università di serie B (chiamate anche teaching universities: dove si dovrebbe fare solo didattica). Attualmente, in Italia, tutte le Università sono uguali per legge, visto che il titolo di studio ha valore legale. E quindi se si consegue una laurea si ha una patente che ci dichiara esperti in quel settore. E l’esperienza viene certificata dal voto di laurea. Ma tutti sanno che essere laureati con lode in un ateneo è molto più facile che essere laureati anche con un voto basso in un altro ateneo. E tutti sanno che certi voti sono quasi una truffa... legalizzata. E anche le abilitazioni hanno valore legale. Come ben sanno quelli che le vanno a fare nelle sedi “facili”. Le lauree si comprano, lo abbiamo visto con l’affare della Lega. Ma sono tutte uguali?

Valutare la ricerca universitaria significa controllare che chi è pagato per insegnare e fare ricerca faccia veramente entrambe le cose. Perché sappiamo bene che almeno alcuni professori universitari non fanno molta ricerca. Oppure dicono di farla, ma poi non ci sono prodotti valutabili a certificarlo. Uno studente che deve apprendere da un corpo docente ha diritto di sapere se seguirà i corsi di professori-ricercatori, che contribuiscono all’avanzamento delle conoscenze della disciplina che insegnano, oppure di professori e basta, che ripetono il contenuto di libri scritti da altri. Ora non è possibile saperlo in modo ufficiale, mentre con le valutazioni ci saranno indicazioni in più.

Vedo che c’è stato un calo di iscritti all’Università del Salento. Gli studenti vanno a studiare in altre Università. Perché lo fanno? Forse per togliersi di casa, certo. Ma c’è anche l’idea che le Università del Nord siano meglio dell’Università del Salento.

Sarà vero? O saranno leggende metropolitane? L’Università deve poter mostrare le sue credenziali, ratificate da giudizi esterni (tutti dicono di essere eccellenti, ma l’autocertificazione non basta). In alcune discipline magari usciremo malconci, ma in altre magari usciremo eccellenti. Come avviene per tutte le Università italiane, a parte quelle monotematiche, dove si investe tutto in una sola direzione, ma quelle non sono Università, sono singole Facoltà travestite da Università.

Le strutture, le aule, i laboratori, le biblioteche non bastano, il vero capitale di un’Università è il capitale umano, il personale. Non per niente le Università più prestigiose del mondo si contendono i docenti più prestigiosi. Sono Università di alto livello perché hanno un corpo docente di alto livello, perché la loro produzione scientifica è riconosciuta di alto livello (research universities). E questo avviene con le valutazioni. Mentre nei College non c’è ricerca, ma solo didattica (teaching universities). Ogni anno si stila la classifica delle Università statunitensi, e questo le stimola a assumere i professori migliori, se li contendono, li attirano. Avere buoni professori significa attirare finanziamenti di qualità, per fare ricerca di alto livello. E in questo ambiente si formeranno i futuri laureati. La certificazione di qualità si fa con la valutazione. E’ la nostra unica maniera per far valere la nostra qualità. Nascondere le proprie criticità serve a poco. Avere magnifiche strutture e scadente personale non serve a niente (le cattedrali nel deserto).

Dalle valutazioni forse verrà fuori quel che già sappiamo: alcune linee di ricerca, all’Università del Salento, sono di punta e producono a livello internazionale, mentre altre non lo sono, o lo sono meno. Con la valutazione vedremo se le eccellenze hanno ricevuto le dovute attenzioni, o se, magari, si sta investendo in direzioni che non danno garanzie di qualità. Perché i bluff possono durare un po’, ma vengono a galla quando le risorse non sono più illimitate. E’ il momento di verificare se le scelte sono state fruttuose, di identificare dove è bene intensificare gli investimenti, cosa bisogna correggere. Quale altro modo c’è, se non valutare le rese a fronte degli investimenti? Se gli studenti fuggono, abbiamo il dovere di metterci in gioco e di mostrare quanto valiamo. Ci sono state iniziative fallimentari, e forse sarebbe ora di metterle da parte, e ce ne sono in prorompente sviluppo, anche senza aver ricevuto alcuna attenzione. Ci vuole un giudizio esterno, sul quale costruire future strategie. Piaccia o non piaccia, la trasparenza attraverso la valutazione è nostro dovere nei confronti delle famiglie a cui chiediamo di affidarci i figli, e deve diventare la nostra forza.


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