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Due contributi su Cesare Giulio Viola PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Loredana Viola   
Sabato 19 Maggio 2012 17:04

[Cesare Giulio Viola. Un autore da riscoprire, ne "Il Titano", supplemento economico de "il Galatino", n. 12, 28 giugno 2004; Galatina nelle pagine di Cesare Giulio Viola, ne "Il Galatino", n. 2, 27 gennaio 2006].

 

CESARE GIULIO VIOLA: UN AUTORE DA RISCOPRIRE


“Nella sua casa paterna – la casa dei miei nonni – mio padre lo chiamavano Pici, che, in dialetto galatinese, è il diminutivo di Luigi… Mi piace ripensare a quel suo diminutivo poiché mi riconduce verso i più lontani confini della leggenda di mio padre: verso quel tempo della sua vita che io non conobbi, e immaginai attraverso ciò che mi fu detto di lui, dai suoi parenti, dagli amici, e dalle cose…

Era la sua casa paterna, una grande casa di agiati artigiani. S’alzava ai confini del paese, accanto alla bella  chiesa di Santa Caterina, a pochi passi dalla porta che metteva sulla strada provinciale.

Casa che alla sera, dopo il rosario, chiudeva le sue porte, e all’alba s’era tutti in piedi…”

Con questo brano si apre Pater. Il romanzo del lume a petrolio, pubblicato a Milano dall’editore Veronelli nel 1958.

L’autore del romanzo è  Cesare Giulio Viola, figlio dell’archeologo galatinese Luigi Viola, fondatore del Museo di Taranto e autore di importanti scoperte, quali la cinta muraria della città di Taranto e le tavole bronzee della Legge Municipale.

A Cesare la città di Galatina ha intitolato una strada, nei pressi di Piazza Alighieri; ma i Galatinesi sanno ben poco di lui, anche perché il tempo ha ingiustamente offuscato il nome di questo autore salentino che per oltre un trentennio, dagli anni ’20 in poi, è stato presente sulla scena teatrale e letteraria nazionale, dando voce alle inquietudini e alla crisi del periodo fra le due guerre.

 

Cesare Giulio Viola nasce a Taranto il 26 novembre del 1886.  A Roma compie i suoi studi e, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, frequenta i più importanti circoli letterari del periodo, dedicandosi all’attività di scrittore.

La sua attività è molto intensa e varia: fertile commediografo, scenarista, soggettista e sceneggiatore, narratore, critico drammatico, giornalista e collaboratore della Rai. E’ caporedattore della rivista “Nuova Antologia” dal 1926 al 1931 e Presidente del Sindacato Autori Drammatici.

Tra le sue opere narrative si segnalano  alcuni romanzi di notevole finezza psicologica come PricòQuinta classe e Pater.

Si dedica prevalentemente al teatro drammatico e compone 33 commedie in 45 anni. Soprattutto nel periodo fra le due guerre, il suo nome è al centro della vita teatrale italiana, perché sa interpretare i gusti del pubblico restando aderente alla sua età.

Le sue commedie sono rappresentate dalle più importanti compagnie teatrali dell’epoca, come la Compagnia Emma Gramatica, Salvini, Pavlova, Ruggeri.

Ne ricordiamo alcune fra le più famose:  Il cuore in due (1926), Fine del protagonista, Stratosfera (1935), Gavino e Sigismondo, Nora seconda (1954), che ottiene uno straordinario successo.

Anche la critica ufficiale riconosce l’essenzialità lirica e i motivi etici del teatro di Viola, il quale, per oltre un quarto di secolo, realizza un tipo di composizione drammatica perfezionando e aggiornando la tecnica tradizionale, e porta ai livelli del grande pubblico i temi più rilevanti della vita moderna: la personalità, l’amore, l’inquietudine.

Il suo nome è legato anche all’attività cinematografica, che è altamente significativa per la modernità dei temi trattati.

Il suo rapporto con il cinema inizia alla metà degli anni Trenta, quando scrive alcune sceneggiature in collaborazione,come Luciano Serra, pilota (1938), Napoli d’altri tempi (’38), Napoli che non muore (’39), Primo amore e L’angelo del crepuscolo (’43).

Ma offre la sua prima prova di soggettista e sceneggiatore nel 1943 con il film I bambini ci guardano, che è tratto da un suo romanzo intitolato Pricò, pubblicato nel 1924, accolto dai critici contemporanei come un vero capolavoro.

Con questo film, considerato dalla critica un film ponte che segna il passaggio al neorealismo, Vittorio De Sica inizia la grande stagione di regista ispirandosi all’opera di Viola.

Il protagonista del film è un bambino chiamato “Pricò”, un nomignolo che indica la sua “precoce” sensibilità, che assiste sgomento e impotente alla crisi della propria famiglia, provocata dall’adulterio della madre. La donna, incerta fra la famiglia e l’amante, dapprima fugge via da casa con il suo innamorato e poi ritorna, a causa della malattia di Pricò. Ma la passione la spinge di nuovo ad abbandonare definitivamente la famiglia, provocando il suicidio del marito, mentre Pricò finisce solo in un istituto.

La vita lo obbliga a crescere in fretta e a prendere coscienza di una condizione di dolore e di solitudine; così il piccolo Pricò vaga in un mondo in frantumi , senza più valori né certezze, che gli ha strappato dal cuore i sentimenti e le emozioni.

Il suo dramma interiore è colto solo attraverso lo sguardo e non trova mai le parole per esprimersi.      Saldamente costruito in tutte le sue parti, il romanzo si distingue per l’acuta e delicata analisi psicologica del protagonista. E’ una registrazione degli eventi che sono colti dallo sguardo di Pricò e recepiti dalla sua coscienza. Ma il dramma che sconvolge la sua vita va al di là del caso individuale: esso è il sintomo più generale della crisi dei valori del mondo borghese, dominato dalla falsità e dal degrado morale e sociale, e rappresenta il doloroso passaggio dai sogni dell’infanzia alla misera realtà dell’uomo adulto.

Si comprende la modernità di questo romanzo che, composto nel ’24,  pone in notevole anticipo rispetto ai tempi quelle tematiche che saranno riprese da De Sica vent’anni dopo, attraverso la delicata esplorazione del mondo dell’infanzia.

Al nome di Viola  sceneggiatore è legata una delle più alte testimonianze del cinema neorealista, Sciuscià (1946), alla cui sceneggiatura l’autore collabora con De Sica e Zavattini. Il film riceve l’Oscar per la sceneggiatura nel ’46. Anche in questo film, l’isolamento dei ragazzi è strettamente connesso al cinismo, all’indifferenza del mondo degli adulti. Gli “sciuscià” (dall’inglese shoeshine, lustrascarpe), costretti a lavorare per mantenere le loro famiglie e usati dagli adulti, sono creature indifese in un mondo di desolazione e di degrado morale. Sciuscià è una favola dolorosa, che si conclude tragicamente con l’abbandono di una dimensione fantastica e il drammatico, definitivo scontro con la realtà.

Nella sue opere, Viola cerca sempre di essere la voce del suo tempo, puntando il suo interesse sulla realtà umana e sociale, storica, culturale. Sempre pronto a cogliere le gioie, i dolori e i cambiamenti sociali di quegli anni difficili. Ma nella sue creazioni la verità è sempre pervasa da un alone lirico; è il mondo della realtà trasfigurato dalla poesia.

Cesare Giulio Viola si spegne a Positano, il 3 ottobre del 1958.

Nel corso della sua carriera,  ha ricevuto ambiti riconoscimenti, come il Premio IDI-Saint Vincent, il Premio Autori Drammatici nel 1957 e il Premio Napoli, assegnatogli per l’opera teatrale Venerdì Santo, nel 1958.

Dopo la sua scomparsa, il tempo non rende onore allo scrittore salentino, e il suo nome rimane nell’ombra. Solo Taranto, la sua città d’origine, lo ricorda con varie iniziative.

Nel luglio 2001, in occasione della manifestazione “Terra d’Otranto Festival 2001. Mostra del Cinema del Mediterraneo. Omaggio a Vittorio De Sica nel centesimo anno della nascita”, viene presentato il film I bambini ci guardano, appena restaurato.

Nel corso della serata, viene ricordata la figura e l’opera di Cesare Giulio Viola, in quanto autore del romanzo Pricò, soggettista e sceneggiatore del film.

 

***


GALATINA  NELLE PAGINE DI  CESARE GIULIO VIOLA


“L’estate, al tempo delle vacanze, mi recavo al paese di mio padre, nella casa dei nonni, presso due vecchie zie nubili: zia Lisa e zia Teresa…Giungevo a Galatina in tempo a godermi la festa del patrono San Pietro, con le luminarie, i sorbetti, le processioni, e a mezzanotte quella ubriacatura pirotecnica di razzi, di girandole, di petardi, che pareva scrollasse l’impalcatura del cielo, tante erano le stelle che piovevano bruciando sul popolo assiepato nella piazza grande…”

(C.G. Viola, Le zie di Galatina)

 

Nel 1922 lo scrittore salentino Cesare Giulio Viola pubblica una raccolta di prose improntate a spunti autobiografici, a ricordi della sua terra e della sua famiglia, intitolata Capitoli.

Nella prefazione l’autore spiega che il “capitolo” è un genere narrativo affermatosi nel periodo fra le due guerre, un piccolo poema in prosa che prende spunto da storie familiari, ricordi, rievocazioni di fatti personali.

Figlio dell’archeologo galatinese Luigi Viola, fondatore del Museo Nazionale di Taranto, Cesare è molto legato alla città paterna, che per lui non rappresenta  solo un luogo della memoria, ma custodisce i suoi cari ricordi d’infanzia, un piccolo mondo di affetti  in cui ama ritornare per ritrovare le sue radici; un microcosmo di personaggi, strade, palazzi, chiese, feste e credenze che fanno parte della sua storia personale e familiare.

 

“La casa delle zie, in fondo al paese, solitaria, era come una di quelle navi in disarmo, senz’alberi, fregiate di un nome illustre, che fan da caserme nei porti militari, e che non navigheranno mai più… Casa grande, come un monastero, odorosa di spigonardo e di mele cotogne, con le pareti dipinte a calcina, e certi letti che bisognava scalarli, tanto s’alzavano solenni e monumentali… Mio padre ci mandava ogni estate il suo figliolo: Cesare, il suo primogenito.  Voleva forse che il suo figliolo respirasse quell’ossigeno perché i suoi polmoni si facessero saldi a quell’aria. Il mio cuore di giovinetto cittadino, già un po’ inquieto, pareva si placasse nel ritmo eguale dei giorni galatinesi. E credo che mi fosse un po'’ grata la casa, se ad ogni estate io la ridestavo ad una vita illusoria, rituffando le sue cose nel sole, frugandola nei cassettoni e nelle biblioteche, facendole sentire nelle tende il respiro del vento e l’odore del basilico e dei garofani”…

 

Cesare rievoca con emozione i ricordi dei giorni galatinesi, quando diventava protagonista della casa e si adeguava ai suoi ritmi, alle sue regole.

 

“Fra i molti beni io debbo a quei giorni l’amore alla lettura; e lettura vuol dire un posto accanto ad una finestra con le tende che velano un po’ i vetri, e una sedia dove ci si adagia con comodo, e più che altro il rispetto per la tua stanza e per i tuoi pensieri… Io debbo a quei giorni la predilezione per i vecchi mobili, per le vecchie stoviglie, per le case fuori mano che danno sugli orti: e l’odio per la scapigliatura, e l’amore per l’ordine e pel silenzio… L’autunno mi riportava alla mia casa, ma pareva vi giungessi con il cuore più forte e più sereno”.

 

Passano gli anni e Cesare intraprende la carriera teatrale, affermandosi in seguito come uno dei più singolari e fecondi fenomeni del teatro italiano. Divenuto un drammaturgo di successo,  ottiene riconoscimenti in Italia e all’estero. Le più importanti compagnie teatrali rappresentano le sue commedie. E’ vicino ai nomi più illustri del mondo dello spettacolo, dalle attrici Emma Gramatica ed Elsa Merlini ai grossi nomi del mondo del cinema, come Vittorio De Sica  e Cesare Zavattini.

 

Ma i temi più vivi e palpitanti di alto senso di umanità, densi di saggezza  e vibranti di spirito poetico, li ha tratti dai valori e dai personaggi caratteristici della sua terra, espressi in una prosa pura, nitida, essenziale, sia nella raccolta Capitoli, esaltata da Giustino Fortunato, che nei romanzi e nelle 33 commedie.

Galatina, con la sua gente dai valori saldi, rimane nel suo cuore, e pur tra i vari impegni, lo scrittore ogni tanto vi fa ritorno, per ritrovare la vecchia casa che aveva visto nascere suo padre e aveva accolto lui, ogni estate.

Il ricordo di Galatina lo accompagna per tutto l’arco della sua attività, e ritorna nel suo ultimo lavoro narrativo, Pater. Il romanzo del lume a petrolio, pubblicato nel 1958 dall’editore Veronelli di Milano, poco prima della sua scomparsa.

L’opera è dedicata alla memoria del padre Luigi e rappresenta, nelle intenzioni dell’autore, il suo testamento spirituale, con cui rendere omaggio alla figura paterna e alla sua terra, alla sua gente, che Cesare sentì sempre vicina, per una consonanza spirituale. Il romanzo è ambientato nella prima parte a Galatina e nella seconda parte a Taranto, dove questi lavorava e viveva con la sua famiglia.

In una prosa limpida e spontanea, Cesare ricompone l’ambiente familiare e sociale della giovinezza di Luigi, dipinge Galatina nella seconda metà dell’’800, la descrive nel mutare delle stagioni, ne fa rivivere i personaggi dell’epoca, come mastro Titta il calzolaio, Don Cosimo d’Onghia , che”aveva i piedi più lunghi di Galatina”, Don Michele Gattia, milionario, che parlava sempre “di quelle botti colossali che gli erano giunte da Brindisi”, i nobili del paese, come “i Mongiò, i Galluccio, i Mezio, gente di rango patrizio”, e Padre Depace, del Convento dei frati Scolopi.

Sullo sfondo della vita di Luigi, c’è un piccolo mondo di personaggi intenti alle attività quotidiane e ai lavori stagionali, come la vendemmia.

Galatina si colora delle tinte autunnali quando Cesare descrive la ripresa dei lavori nel paese, al rientro dalla villeggiatura:

“Era, dunque, sopraggiunto l’ottobre, e tutti erano tornati dalla campagna in paese. Già rompevano nel cielo le prime piogge… Pioveva sulla chiesa di santa Caterina, che pareva si lavasse, e si faceva nuova. Passavano per la porta, che dalla strada provinciale metteva in paese, i carretti a vino, con  le loro piramidi di barili, coperte dai sacchi e legate con le grosse corde; e i cavalli, a volte, annaspavano sul bagnato, e pareva che le stanghe dovessero portarli in alto al contrappeso della culatta carica… Pioveva sui tetti grigi, sulle strade grigie di Galatina: s’erano già rimesse le porte a vetri al caffé della piazza, e vedevi certi vecchi fermi per ore ed ore dietro le lastre a spiare i passanti, tremando”.

Descrive Galatina, con le sue strade animate da artigiani, carrettieri e conciatori di pelli, che a quei tempi rappresentavano ancora una delle più fiorenti attività del paese:

 

“Vedevi sulle soglie delle concerie, i pellettieri, inguainati, dal collo, per le anche, fin oltre il ginocchio, nei loro mantili di cuoio, le maniche della camicia rimboccate fin sopra al gomito, i pugni piantati sui fianchi, si affacciavano a respirare un po’ d’aria, tanto era acre l’odore che, dal macero delle pelli, appese a centinaia nei loro magazzini, esalava a soffocarli”.

 

Cesare attinge al vissuto, si immerge nei ricordi, nei racconti, nei luoghi, per ritrovare il filo di una vita che si snoda in una sequenza di immagini, di ambienti, di fatti familiari e usanze, che ritraggono il volto di una città e di una società, in cui campeggia, quasi eroica, la figura del padre, uomo austero e profondo studioso.

Attraverso le sue pagine, si riassaporano antiche consuetudini e regole di vita, come quella di alzarsi all’alba e di andare a letto presto la sera, dopo aver recitato il rosario, tutta la famiglia.

Si respira nel romanzo un’atmosfera d’altri tempi, un senso di onestà e di rettitudine, un sincero attaccamento alle tradizioni e ai valori, una rigida osservanza delle regole sociali.

“Onore e farsi onore” ripete il padre di Luigi. E la famiglia si basa su regole ben definite, fondate sulla gerarchia e sul rispetto, secondo il ruolo e l’età di ciascuno.

Nel romanzo si passa con naturalezza dai ritmi tranquilli delle attività quotidiane all’evasione dei giorni di festa, quando tutto assume una nota magica, quasi fiabesca: i fuochi d’artificio, le luminarie ad olio, le gare delle bande, che un tempo a Galatina si svolgevano durante la festa dei SS. Patroni Pietro e Paolo:

“A giugno c’era la notte d’estate con tutti i balconi aperti e la folla per le strade; e per la via del Duomo c’erano le gallerie di lampadine ad olio multicolori. Quando dal vicolo di casa si sbucava in quella via si rimaneva incantati: pareva d’essere giunti nel paese delle fate. Si andava in su e in giù, sotto gli archi trionfali, fino stancarsi; si compravano a giumelle le mandorle abbrustolite, e i venditori d’anguria offrivano le loro tonde lune rosse con gridi modulati. Ma la banda c’era, che più valeva degli archi, dei torroni, delle angurie, la banda sulla “cassa armonica”foggiata a pagoda cinese. Venivano bande dai più lontani paesi e gareggiavano in bravura. E Pici si inebriava di musica, ché gli piacevano le belle melodie; e quando lo toccavano sulla spalla, a richiamo, pareva si destasse da uno strano trasognamento”.

Nel romanzo rivivono antiche credenze e superstizioni, come “lu sciacuddhri”, il folletto del focolare domestico che di notte si divertiva ad entrare nelle stalle per intrecciare le code dei  cavalli e sottraeva loro il fieno per darlo alla sua giumenta preferita:

“Pici accendeva la lanterna e si recava nella stalla, ma a denti stretti, ché temeva che dovesse balzargli incontro d’improvviso lo sciacuddi, che è lo spirito folletto delle nostre case. Si narrava che lo sciacuddi avesse negli anni passati, in quella stessa stalla, annodato a trecciole code e criniere ai cavalli; e che una volta avesse  preso a proteggere una giumenta storna, e che togliesse dalla mangiatoia della mula il fieno e la biada, per porli in quella della sua protetta, sicché la mula dimagriva a vista d’occhio. Allora fu deciso che una notte si sarebbero appostati e gli uomini della casa e tutti gli operai, con badili e pali massicci, e grosse pietre da scagliare quando lo sciacuddi fosse apparso, col suo cappello ad imbuto sulle ventitre, vestito all’uso dei briganti calabresi”.

Cesare Giulio Viola è stato definito dalla critica uno degli autori più rappresentativi della prima metà del ‘900, che nel suo ultimo romanzo, Pater, ha delineato una stagione storica, un colore del tempo, un ambiente, illuminato dal lume a petrolio.

Il romanzo è l’affresco di una società meridionale di fine ‘800, un documento di vita sociale e di costume. Ma pur ispirandosi alla realtà, i suoi scritti contengono una trasfigurazione poetica dei luoghi dell’infanzia, perché, come affermava lo stesso autore, “l’elemento autobiografico era spesso un pretesto a toccare verità che esulavano dal fatto personale per attingere una più vasta risonanza universale”.


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