Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home
SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 40 - (31 maggio 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 31 Maggio 2012 07:54

L’altra verità sul debito

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 31 maggio 2012]

 

“Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” e, per questa ragione, i tagli della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale sono ora inevitabili. E’ quanto reiteratamente ripetono il Presidente del Consiglio, i nostri ministri e i commentatori che ne sostengono la linea di politica economica. Si tratta di un messaggio facilmente comunicabile, dal momento che associa (in modo fallace) il bilancio di una famiglia con il bilancio dello Stato. Si tratta di un’associazione fallace, dal momento che, mentre per una famiglia esiste un limite oltre il quale risulta insostenibile l’indebitamento (limite dato dall’impossibilità di ripagare il debito, con le conseguenze giudiziarie che ne derivano) ciò non accade per uno Stato, dal momento che il suo debito può espandersi ad infinitum, a condizione di trovare chi ne acquista i titoli. In un assetto istituzionale nel quale è data alla Banca Centrale questa possibilità (il che non è nell’attuale legislazione europea), potendo la Banca Centrale produrre moneta senza vincoli di scarsità, il debito pubblico può crescere appunto senza incontrare limiti.

Vivere al di sopra delle nostre possibilità, nell’accezione che viene data a questa tesi, significa aver tenuto per troppi anni elevata la spesa pubblica e bassa la tassazione. Il naturale corollario di ciò consiste nell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, così come voluto dalla Cancelliera Merkel. Occorre preliminarmente rilevare che la Germania, nel 2009, si è data l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2016 e quello dei bilanci federali entro il 2020, mentre l’Italia dovrà conseguire questo risultato entro il 2013. La motivazione ufficiale che obbliga l’Italia a più rapide e incisive misure di austerità è quella ossessivamente ripetuta nel corso dell’ultimo biennio: l’Italia ha un debito pubblico eccessivamente elevato, così che rischia di non riuscire a collocare i propri titoli di Stato sui mercati finanziari, con conseguente necessità di venderli con rendimenti più alti, dando luogo a un aumento dello spread rispetto ai bund tedeschi e all’eventualità del fallimento.

Alcuni dati (su fonte EUROSTAT) possono essere sufficienti per destituire di fondamenta la tesi governativa. Nel periodo 2001-2009, la spesa pubblica in percentuale al PIL Italia è stata sostanzialmente in linea con la media europea: il 48% fra il 2001 e il 2007, a fronte di una media UE del 46.5%, il 48% nel 2008 a fronte di una media europea di circa il 47% e il 51.9% del 2009 contro una media europea di circa il 50%. E’ interessante rilevare che, nel periodo preso in considerazione, la Francia ha sempre speso più dell’Italia (il 52% del PIL nel 2001-2007, il 52.8% del 2008, il 55.6% del 2009), e che la spesa pubblica in Germania, nel medesimo intervallo temporale, è stata mediamente inferiore a quella italiana di solo un punto percentuale in rapporto al PIL. Le entrate derivanti da tassazione, nell’ultimo decennio, sono state sempre maggiori in Italia rispetto alla media europea. In altri termini, nell’ultimo decennio, la spesa pubblica italiana in rapporto al PIL non è stata significativamente maggiore della spesa pubblica europea, mentre l’imposizione fiscale è stata notevolmente più alta. Da ciò si può dedurre che, quantomeno nell’ultimo decennio, tutti i Paesi europei hanno vissuto “al di sopra delle loro possibilità”.

A riguardo, è opportuno chiarire due aspetti. Il primo. L’obiettivo del pareggio di bilancio comporta necessariamente ulteriori aumenti della pressione fiscale (già, oggi, ai massimi storici dal secondo dopoguerra) e ulteriori decurtazioni della spesa pubblica. Ovvero: ulteriore impoverimento della gran parte delle famiglie italiane. Può essere sufficiente ricordare che, a marzo, il tasso di disoccupazione rilevato dall’Istat è cresciuto dello 0,2%, collocandosi al 9,8%, e che la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 36%. Il secondo. Il fallimento di uno Stato consiste tecnicamente nella impossibilità di ripagare i debiti contratti. La gran parte dei titoli del debito pubblico italiani è nelle mani di operatori stranieri e di Istituzioni finanziarie (anche italiane), così che l’eventuale default potrebbe non determinare danni per la gran parte dei risparmiatori italiani. Si osservi che ciò si è realizzato in Islanda, dove, nel silenzio assoluto dei media, si è verificata una rivoluzione dal basso, il cui significato - in primo luogo politico - non andrebbe sottovalutato: le proteste di piazza a Reykjavìk hanno prodotto l’effetto eclatante di far dimettere il governo in carica e di indurre a nazionalizzare le principali banche commerciali, senza ripagare il debito sovrano. E’ bene precisare che, tuttavia, per l’Italia, potrebbe trattarsi di una misura niente affatto indolore: l’Islanda ha il privilegio di essere un Paese di piccole dimensioni, con abbondante disponibilità di risorse (materie prime, in primo luogo), caratteristiche che l’Italia non ha. E’ anche opportuno chiarire che un’eventuale opzione di fallimento potrebbe avere serissimi effetti collaterali, a partire da ulteriori possibili attacchi speculativi, dalla restrizione del credito e, per conseguenza, potrebbero prodursi ulteriori riduzioni del tasso di crescita, dell’occupazione e dei salari. La gran parte dei movimenti di protesta ha fatto propria la linea del “diritto al default” come via di uscita dalla crisi. Se la prospettiva che ci attende consiste in ulteriori insostenibili misure di austerità, occorrerebbe cominciare a prendere questa opzione sul serio, valutandone costi e benefici rispetto a ogni altra possibile e ragionevole opzione.

 

 

 


Torna su