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Home Saggi e Prose Recensioni I Volti di carta di Raffaella Verdesca
I Volti di carta di Raffaella Verdesca PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 15 Giugno 2012 11:06

[“Il Paese Nuovo”, 26 maggio 2012]

 

“Mi affascina il mistero delle vite  / che si dipanano lungo la scacchiera  / di giorni e strade, foto scolorite  / memoria di vent'anni o di una sera..” e ancora “Mi piace rovistare nei ricordi  di altre persone, inverni o primavere  / per perdere o trovare dei raccordi  / nell'apparente caos di un rigattiere:  / quadri per cui qualcuno è stato in posa,  / un cannocchiale che ha guardato un punto,  / un mappamondo, due bijou, una rosa,  / ciarpame un tempo bello e ora consunto,  / pensare chi può averli adoperati,  / cercare una risposta alla sciarada  / del perché sono stati abbandonati  / come un cane lasciato sulla strada.  / Oggetti che qualcuno ha forse amato  / ora giacciono lì, senza un padrone,  / senza funzione, senza storia o stato,  / nell'intreccio di caso o di ragione.”. Questi versi di Francesco Guccini (“Vite”)  mi vengono in mente leggendo il libro “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu” (Albatros Il Filo 2012) di Raffaella Verdesca, che l’autrice mi ha donato, con una bellissima dedica, qualche giorno fa. Si tratta di una serie di storie raccontate con perizia dalla Verdesca che hanno come protagoniste donne, vere o inventate, del nostro antico Salento. Ritratti di donne forti come le pietre salentine, coraggiose, abbarbicate con orgoglio e dignità a quella vita grama ma unica e quindi degna di essere vissuta fino in fondo. Donne d’altri tempi, madri, sorelle, mogli, nonne, vissute in quell’arco temporale che è racchiuso fra le due guerre mondiali, quando la realtà “aspra e terragna” di un Salento contadino molto più povero di adesso, non aveva da offrire ai propri figli altro che sacrifici e sudore e lacrime per sbarcare il lunario, quando altri erano i valori su cui si fondava questa nostra società e altre le emozioni, le attese, le aspirazioni, il più delle volte immancabilmente deluse.

Ecco allora, tra le pagine della narrazione di Raffaella, intervallate da molte foto in bianco e nero dalle atmosfere rarefatte e dal gusto retrò, venirci incontro le storie di queste donne del Salento che fu, a volte tristi e drammatiche, meno spesso a lieto fine, le loro angosce, i patimenti, le credenze popolari, la superstizione, i riti, gli usi e i costumi di una civiltà ormai tramontata, non senza aver lasciato nei pochi testimoni ancora in vita di quell’epoca un vago senso di smarrimento unito ad una accorata nostalgia di cose perdute. Sarà che la omologante e massificata società degli anni Duemila offre pochi spunti di riflessione in tal senso, avendo ormai il tubo catodico sostituito da molto il focolare delle case contadine dei nostri avi, sarà che la confusione massmediatica di questo odierno villaggio globale e il suo assordante rumore non permettono di prestare orecchio alle voci del cuore, di ascoltare quei sussulti dell’anima che sempre più spesso vengono messi artificialmente a tacere, sarà che la frenesia dei nostri giorni regna sovrana, ma risulterebbe quasi impensabile, oggi, per non dire anacronistico, prestare attenzione alla voce preziosa di questi ultimi testimoni di un’era perduta, e anzi registrarla, conservarla, come Raffaella ha fatto. È proprio grazie alla sua opera di cronista attenta ai mutamenti dei tempi, di acuta e sensibile scrittrice,  che possiamo avere tra le mani questo libello,appena 172 pagine, che ci porta a vivere o rivivere delle esperienze di tanto tempo fa. E come nella canzone di Guccini prima citata, la vita dell’autrice cade dentro ad altre vite, rubate a pagine che ha sfogliato oziosamente o che ambigua ha assorbito da fantasmi inventati che ha spogliato per rivestirsi piano piano in loro. Certo, anche la Verdesca, come le donne del suo romanzo, e come tutti noi “siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso” che è la vita.  Guardarsi dentro, entrare in comunicazione con il proprio essere più intimo, con le proprie passioni, le proprie gioie e dolori e anche con le proprie disarmonie: questo sembra aver fatto Raffaella Verdesca, per approdare alla pagina scritta dopo un lungo viaggio intorno a se stessa. Raffaella sa cogliere lo sguardo lirico dei giorni, delle albe e dei tramonti, e la sua fermentante creatività, molto femminile, e per ciò stesso lontana da quella di chi qui scrive, si volge a cogliere gli attimi ( i “moments of being” di Virginia Woolf) dell’esistenza, che altrimenti passerebbero inascoltati, e a fermarli sulla carta con un non comune afflato poetico che si esplica, non so se in poesie, ma certamente in prose dense e intense (queste almeno io conosco) vertenti anche su aspetti minimi, secondari, della vita di tutti i giorni che diventano però importanti, in quanto ingranditi dalla lente poetica della Verdesca. Le sue pagine vibrano di una esistenza a tutto tondo,  le sue parole sono impastate di questa terra rossa salentina, del vento e del mare delle nostre contrade, e di quell’incanto che esse sibilano fin dove Raffaella vive e le sue storie germinano nel silenzio assorto e lento di un mattino d’estate o di un pomeriggio d’inverno che portano epifanie come doni di fedeltà, quella filiale e devota che Raffaella ha per la sua terra madre.

 

Raffaella Verdesca, nata a Lecce ma residente in quel di Cariati, Calabria, è una donna colta e raffinata, molto presente sul web, con articoli e saggi brevi sulla pagine di “Spigolature Salentine” (www.spigolaturesalentine.wordpress.com ). Buona parte degli scritti di Raffaella, infatti, compare sul sito web ed è proprio in questo ambiente culturale che è maturata la composizione di questo ultimo libro che si avvale della collaborazione del dottor Marcello Gaballo ( ideatore e fondatore del sito in questione e guida silenziosa di tutti gli spigolatori) e di un’ottima prefazione di PierPaolo Tarsi ed è patrocinato dalla neonata Fondazione Terra D’Otranto. (presieduta dallo stesso Gaballo).  Nel 2005 la Verdesca ha pubblicato “Chandra Mahal” (Il Filo);  poi “All’ombra dell’Arca” (Il Filo 2007), “Racconti per ridere. La lisca” (Il Filo 2010) e “Deliri di una verità” (Il Filo 2010) forse la sua opera più intensa e matura, prima di giungere a quest’ultimo libro, che qui si recensisce. Una bellissima foto, di una bagnante sulla costa salentina, della collezione di Marcello Gaballo, campeggia sulla copertina cartonata del libro. Al variegato universo femminile, alla galleria di volti di donne anche diverse fra di loro, descritti da Raffaella Verdesca, si aggiunge quello della stessa autrice, la quale forse inserisce nell’elaborazione di questi profili femminili qualche elemento autobiografico in ognuno di essi. Infatti, a volte l’autrice si è basata su un qualche spunto di vita reale, a lei raccontato, a volte su un semplice volto ritratto nelle fotografie, oppure su un biglietto di viaggio, un biglietto d’amore o di auguri, un verbale di una multa o ancora su un racconto popolare, una lettera, o infine solo su una piccola traccia, un labile indizio intorno al quale ella ha ricostruito una storia puramente inventata. Ottima, quindi, la predisposizione dell’autrice all’affabulazione, notevole la sua capacità di condensare in poche pagine il  senso profondo di una storia, di affastellare in maniera convincente nomi, peripezie, eventi comici e tragici, in queste venti storie brevi che costituiscono il suo originale romanzo. Queste donne raccontate dalla nostra autrice hanno una forza icastica e un valore di simbolo e ci danno un grande insegnamento, che è il valore aggiunto del libro, ossia il messaggio finale che l’autrice ha voluto renderci. E’ una donna schiva, Raffaella Verdesca, che non ama apparire, tutta presa dalla sua grande passione della scrittura creativa e in questo  conferma quanto affermato da Susanna Tamaro: “Io sono convinta che la scrittura non serva per farsi vedere ma per vedere”.  E premesso che la scrittura femminile ha una forte valenza simbolica, come abbiamo imparato nei seminari frequentati e nei saggi letti su questa materia, trovo del tutto condivisibile il pensiero di Paola Mastracola  secondo cui “la  scrittura femminile, più di quella maschile, è costruita sulla ricerca della verità. Scrivere e riflettere su se stesse, guardare a costo di trovare il buio e l’orrore. È questo estremo coraggio dello sguardo”. Grazie a Raffaella Verdesca, per questo suo scrivere senza filtri e senza censure il sentimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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