Nuova sospensione delle attività
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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 43 - (17 giugno 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 17 Giugno 2012 09:14

Spendere per la ripresa

 

[“Il Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 17 giugno 2012]

 

Dovrebbe essere ormai evidente che le politiche di austerità – che il Governo Monti persegue con la massima tenacia - sono inefficaci per l’obiettivo stesso che si propongono, dal momento che proprio a fronte delle massicce riduzioni della spesa pubblica e (soprattutto) del notevole incremento della pressione fiscale, il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato, passando dal 107% del 2007 al 121% del 2011. E neppure queste politiche riescono a ridurre il differenziale fra rendimenti dei titoli del debito pubblico italiani e quelli dei titoli pubblici tedeschi. L’andamento dello spread fra buoni del Tesoro italiani e Bund tedeschi, nel periodo settembre-metà novembre 2011, che ha raggiunto i massimi livelli e ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi, è sostanzialmente uguale, per arco temporale, punti base e andamento, a quello fatto registrare nel periodo compreso fra marzo e maggio 2012 (da 290-291 punti base a 467-469), con un picco di 490 punti base agli inizi di giugno. Le politiche di austerità accentuano, di fatto, la recessione in corso, con effetti di amplificazione dei divari regionali. L’ultimo rapporto della Camera di commercio di Lecce è emblematico in tal senso, laddove si attesta un significativo aumento del tasso di disoccupazione e una contrazione del tasso di crescita di entità superiore alla media nazionale. E’ bene chiarire che questo scenario è molto simile a quello che si registra nella gran parte delle regioni meridionali. Le politiche di austerità accrescono i divari regionali per le seguenti ragioni.

In primo luogo, le imprese meridionali (e salentine) operano prevalentemente su mercati di sbocco locali. La riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce i redditi disponibili e dunque i consumi, riduce conseguentemente i profitti di queste imprese, determinandone il fallimento o incentivando i licenziamenti. In secondo luogo, le imprese meridionali (e salentine) sono di piccole dimensioni, poco internazionalizzate e, salvo rarissime eccezioni, poco innovative. La riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce i mercati di sbocco, accentua il problema del ‘nanismo’ imprenditoriale della gran parte delle imprese localizzate nel Mezzogiorno. Occorre osservare che la riduzione delle dimensioni aziendali costituisce un problema per l’operare di un duplice effetto: al ridursi delle dimensioni d’impresa, si riduce la possibilità di sfruttare economie di scala (con conseguente riduzione dei costi derivante dall’aumento della produzione) e, soprattutto, si riduce il potere contrattuale delle imprese nei confronti del sistema bancario. Non a caso, uno dei principali problemi segnalati dalla Camera di commercio di Lecce riguarda la restrizione del credito.

 

E’ opportuno, su questo aspetto, sgombrare il campo da un equivoco. La restrizione del credito non dipende affatto da una presunta ‘avidità’ delle banche che, a fronte degli aiuti pubblici ricevuti per ripianare i propri bilanci, rifiutano di assumersi il rischio del finanziamento della produzione e degli investimenti. La restrizione del credito è, per contro, l’effetto di un comportamento razionale (in merito al quale risultano del tutto inutili o fuorvianti i giudizi di valore) che si configura, a sua volta, come un ulteriore effetto perverso delle politiche di austerità. La scelta delle banche di finanziare o meno un progetto di investimento, quantomeno nell’assetto istituzionale italiano, dipende dalla profittabilità attesa dell’investimento stesso e dalle garanzie reali che le imprese possono offrire, nel caso in cui l’investimento non generi profitti tali da consentire alle imprese il rimborso del credito ricevuto. Le imprese di piccole dimensioni sono normalmente ‘razionate’ proprio a ragione del fatto che dispongono di poche garanzie reali, mentre, per contro, le imprese di più grandi dimensioni vengono ritenute “troppo grandi per fallire”. Dal momento che le politiche di austerità contribuiscono a ridurre le dimensioni medie delle imprese meridionali, è del tutto evidente che le banche reagiscono riducendo l’offerta di credito, generando una spirale viziosa che va dalla riduzione dei finanziamenti alla riduzione degli investimenti alla caduta del PIL e del tasso di occupazione.

L’economia salentina sconta questi problemi in misura maggiore rispetto ad altre aree del Mezzogiorno e della Puglia (il PIL pro-capite a Lecce risulta inferiore a quello di Bari e di Taranto) soprattutto a ragione del fatto che le scelte politiche compiute in sede locale negli anni scorsi si sono basate sulla convinzione che un modello di sviluppo che valorizzi le ‘vocazioni naturali’ del territorio (turismo, agricoltura) sia l’unico possibile modello di sviluppo per il Salento. Questa convinzione è stata per molti anni sostenuta da un approccio ‘filosofico’ ai temi della crescita economica, stando al quale il “pensiero meridiano” (e il connesso elogio della lentezza) avrebbe costituito il fattore principale della (presunta) migliore qualità della vita nei territori a bassa industrializzazione. Si è trattato di una scelta politica molto discutibile. Anche se innegabilmente i settori tradizionali contribuiscono – e hanno contribuito - alla crescita economica dell’area, va osservato che l’ostilità delle classi dirigenti locali, negli anni passati (e ancora oggi), verso l’attuazione di politiche industriali finalizzate a potenziare la struttura produttiva locale si è rivelata miope. Nel Rapporto della Camera di Commercio si legge che il PIL provinciale si è ridotto, nel corso dell’ultimo anno, di oltre 5 punti percentuali, nonostante un aumento del 30% delle esportazioni. Le esportazioni hanno riguardato i settori della meccanica, dell’elettronica, della metallurgia e della farmacia: ovvero settori che richiedono investimenti in nuove tecnologie e in ricerca e sviluppo. Sarebbe necessario riflettere su questi dati e interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto la gran parte del sistema industriale locale a ignorare l’esistenza in loco di centri di ricerca nei quali si producono invenzioni il cui impatto sulla crescita dell’economia locale potrebbe essere estremamente significativo. Come scriveva uno dei maggiori meridionalisti del Novecento, Francesco Saverio Nitti, il Mezzogiorno “o sarà industriale, o non sarà”.


 


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