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Considerazioni introduttive dell’autore a "La donna dei Lumi" PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Rino Duma   
Lunedì 18 Giugno 2012 16:08

[Per gentile concessione dell'autore, pubblichiamo le Considerazioni introduttive dell'autore al libro in copertina]

 

Premessa

Confesso che, sino a dieci anni fa, il personaggio Antonietta de Pace, eroina risorgimentale di Gallipoli, mi era indifferente, quasi sconosciuto. Se qualcuno mi avesse chiesto notizie sulla sua vita, non avrei saputo dargli alcuna risposta, se non qualche vago riferimento al periodo risorgimentale in cui è vissuta. Ma nient’altro.

Tutto ciò per due motivi fondamentali. Il primo è dovuto alla mia professione di insegnante di scienze matematiche, disciplina che da sempre è in forte disaccordo con la storia; il secondo, invece, è legato alla totale mancanza di informazioni storiche sul Risorgimento salentino, che i miei, o meglio, i nostri insegnanti, chissà per quale strano motivo, non ci hanno trasmesso.

Perciò, prima di soffermarmi a parlare della bella e fascinosa figura di Antonietta, mi è doveroso fare un’opportuna precisazione sul perché siano state tramandate poche notizie sulla sua intensa attività antiborbonica. Caso strano, stessa sorte è toccata ad altri eroi del Risorgimento salentino e meridionale.

Come mai – viene da chiedersi – personaggi così eletti e nobili non hanno trovato il giusto riconoscimento e la dovuta collocazione storica?

Da giovani studenti, infatti, siamo stati “martellati e infarciti” sino alla nausea delle gesta di Giuseppe Garibaldi, dell’acume politico di Camillo Benso, dell’ideale libertario e repubblicano di Giuseppe Mazzini, delle pene fisiche e psichiche patite da Silvio Pellico, Federico Confalonieri e Pietro Maroncelli in prigione, degli atti eroici dei Fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane, del sacrificio di Ciro Menotti e dei martiri di Belfiore: tutti, o quasi tutti, grandi uomini che si sono battuti per fare dell’Italia uno stato unito, libero e indipendente.

Mai nessuno, però, che ci abbia riferito qualche notizia sui grandi patrioti del Risorgimento meridionale e, in particolar modo, salentino.

Ricordo ancora quei famosi dieci “personaggi storici” che i ragazzi di quinta elementare di allora dovevano presentare agli esami di ammissione per accedere alla prima classe della scuola media. Tra le figure storiche studiate, o meglio che “abbiamo dovuto” studiare, non vi era alcuna traccia di patrioti meridionali. Eppure ce ne sono stati tanti. Su tutti Sigismondo Castromediano, che patì numerose sofferenze e pene nelle umide e malsane prigioni borboniche di Montesarchio e Montefusco; il tarantino Nicola Mignogna, capo del movimento mazziniano di Napoli, che rischiò di finire sul patibolo per l’ostinata politica contro il Borbone, l’avvocato Carlo Poerio, che pur essendo un liberale moderato, si prodigò con ogni energia per la liberazione del meridione, il gallipolino Epaminonda Valentino, personaggio di spicco dei repubblicani salentini, che, il 15 maggio 1848, si distinse sulle barricate di via Toledo a Napoli per difendere l’appena nata Costituzione e poi morire nelle asfittiche carceri dell’Udienza a Lecce; ma anche Giuseppe Libertini, Salvatore Stampacchia, Gennaro Simini, Oronzio De Donno, Bonaventura Mazzarella, Emanuele Barba, Achille dell’Antoglietta ed altri, i quali stoicamente sacrificarono la propria esistenza per diffondere nel meridione l’ideale repubblicano e per combattere senza alcuna tregua Ferdinando II di Borbone. Ed infine Antonietta de Pace, della quale pochissimi conoscono le grandi gesta, pochi hanno qualche blanda notizia riguardo al suo pensiero liberale e antiborbonico, tantissimi non sanno nulla.

Perché questa iniqua informazione storica? Perché i nostri insegnanti, tranne in qualche caso sporadico, ci hanno istruito fornendoci solo una parte della storia risorgimentale? Forse non ne erano al corrente oppure sono stati “catechizzati” a trattare una certa storia e ad ignorare un’altra? Chi scrive propende per la seconda ipotesi.

Viene ancora da chiedersi. Perché non tutta la storia del Risorgimento italiano è entrata nel patrimonio storico nazionale e, quel che conta, nei programmi scolastici? Ed ancora. Perché ci è stata occultata la storia che ci riguarda da vicino?

I motivi sono tanti e tutti riconducibili all’unità d’Italia.

Parto da lontano, cioè dal convincimento generale che “la storia è da sempre scritta dai vincitori, mentre i vinti la subiscono”. La storia dei vincitori entra nei libri, viene diffusa nella scuola, nei film, nelle rappresentazioni teatrali, nei romanzi, nella società, si radica nelle coscienze e viene tramandata ai posteri, mentre quella dei vinti viene chiusa a doppia mandata negli scaffali polverosi delle biblioteche e degli archivi storici. Ma esiste e scalpita.

Qualcuno mi obietterà che, nella sofferta lotta per unificare l’Italia, non ci sono stati né vinti né vincitori, perché tutti gli italiani hanno concorso al grande evento nazionale. Questa giustificazione è per buona parte errata. L’unità d’Italia non è stata costruita con l’intervento e l’assenso di tutti. Per giungere a tanto, ci sono state delle guerre, alcune delle quali legittimamente dichiarate (contro l’Austria e contro lo Stato Pontificio), altre no. In quest’ultimo caso mi riferisco all’aggressione subita dal regno delle Due Sicilie ad opera dei Savoia e alla successiva annessione al regno di Sardegna. Tutto organizzato a regola d’arte, tutto con la scusa di unificare l’Italia. Unità che non c’è mai stata, perché mai voluta e mai cercata, ma solo sbandierata. Dietro l’unificazione, invece, c’erano ben altre ragioni. Ragioni di estrema gravità che la stragrande maggioranza degli italiani, sia del settentrione sia del meridione, ignora completamente e che non starò qui a raccontare.

Scolasticamente parlando, gli italiani sono stati “impostati e costruiti” con una storia distorta e faziosa. Il guaio è che questa “storia” continua ancor oggi ad essere insegnata. Ci sono state “negate”, volutamente e colpevolmente, le tante verità che stanno dietro all’unità d’Italia e che non dovevano essere trasmesse alle future generazioni, né allora né mai. Niente doveva trapelare sui libri di storia, neanche le gesta dei valorosi eroi meridionali che si batterono per cacciare i Borbone e contribuirono fattivamente al progetto unitario. C’era da far credere a tutti che l’unità d’Italia fosse stata ottenuta unicamente grazie al “provvidenziale e salvifico” intervento sabaudo e alle gesta di Garibaldi e Cavour. Purtroppo ci sono riusciti. Per questo motivo sono state offuscate molte figure del Risorgimento meridionale, che, altrimenti, avrebbero in parte appannato l’immagine dei “vincitori”, sarebbero state di notevole intralcio nella politica post-unitaria della neonata Italia e, forse, avrebbero cambiato il corso della stessa storia.

Con tutto ciò non voglio passare per un neoborbonico. Dio mi scansi dall’appartenere ad una corrente ideologica del genere. I Borbone andavano combattuti e cacciati per la loro infedeltà nei confronti del popolo, tenuto sempre su livelli di vita estremi e disumani.

Sono dell’avviso che il meridione, senza l’impresa dei Mille, prima o poi avrebbe raggiunto con una sollevazione popolare la tanto agognata libertà e si sarebbe appropriato della guida della nazione, così come del resto era avvenuto in precedenza nel 1799. Tutto sarebbe stato ottenuto con le proprie forze. L’unità d’Italia si sarebbe ugualmente potuta raggiungere più in là, grazie ad un tavolo di trattative tra le due parti ma su posizioni egualitarie: “Ex aequo italici fuissemus[1]”. Solo in questo modo avremmo ottenuto un’Italia veramente libera, democratica, plurale.

Non intendo dilungarmi ancora in questa trattazione: ogni altro particolare lo troverete leggendo il romanzo. Sta a voi, cari lettori, trarre le dovute conclusioni e, seppure con ritardo, farvi un’appropriata coscienza storica.

 

Il personaggio Antonietta de Pace

Antonietta de Pace è un personaggio splendido, vivace, intrepido; è uno spirito libero, che si batte per la propria libertà e per quella del popolo, da sempre sottomesso alle inique condizioni di vita imposte dal Borbone. È, per certi aspetti, donna selvaggia e indomita, istintiva e coraggiosa, che non si lascia imbavagliare dalle rigide regole del tempo, che combatte le umilianti condizioni in cui versano le donne. Antonietta è un personaggio che non accetta le inique gerarchie della società contemporanea, che tenta di spezzare, il più delle volte riuscendovi, le catene della rassegnazione, del fatalismo, dell’indifferenza, dell’abbandono, dell’oblio, dell’eterna sottomissione; è una donna che, tra tanti sacrifici e ostacoli, riesce a scardinare mentalità retrive e ad inculcare la forza della ragione, del sentimento, del coraggio, della lotta: unici rimedi per garantire a chiunque dignità e conquistare i sacrosanti diritti alla vita.

Della scoperta di Antonietta de Pace devo ringraziare Emilia Bernardini, pronipote dell’eroina di Gallipoli, gli storici Federico Natali (gallipolino) e Pietro Palumbo (francavillese), i proff. Aldo Vallone, Oronzo Colangeli e Beniamino Marciano, quest’ultimo marito di Antonietta, i quali hanno lasciato delle valide testimonianze.

Ho condotto delle minuziose ricerche, scartabellando negli scaffali dell’archivio storico di Gallipoli e rovistando con pazienza da certosino nei numerosi siti telematici, con l’unico scopo di arricchire le conoscenze sul personaggio gallipolino, che merita pienamente di essere collocato tra coloro che hanno dedicato la propria vita alla “rinascita democratica della gente del Sud”.

Antonietta già nasce libera e si nutre per tutta l’infanzia di libertà, grazie a suo padre e allo zio paterno Antonio, prete e astronomo, entrambi ai vertici delle sette carbonare gallipoline de “L’Asilo dell’Onestà” prima e de “L’Utica del Salento” poi. Antonietta, da giovane, conosce Epaminonda Valentino, un grande liberale che la influenzerà per la vita e che in seguito diverrà suo cognato. È lui che le ravviva la fiamma della libertà e dell’idea repubblicana. Antonietta abbandona gli studi per dedicarsi con passione e convinzione alla lotta contro i Borbone. Partecipa, appena trentenne, alla sommossa napoletana del ‘48. È braccata in continuazione dalla polizia, ma, grazie all’aiuto di amici napoletani, sfugge ai vari pedinamenti. Con una forza d’animo e un coraggio non indifferenti, visita i prigionieri politici rinchiusi nelle luride prigioni campane e li rassicura che il movimento antiborbonico è vivo e si fa sentire. Fonda e dirige il circolo politico femminile, al quale aderiscono molte donne, attratte dalla dinamicità e dalla fermezza di pensiero della gallipolina. Purtroppo è arrestata, su delazione di un infiltrato, nell’agosto del 1855. Viene rinchiusa in una angusta e buia cella di appena quattro metri quadrati per sedici interminabili giorni, durante i quali subisce torture fisiche e psichiche che la prostrano sensibilmente, ma non l’abbattono. È successivamente trasferita nel carcere di Santa Maria ad Agnone per quattordici mesi. Il processo è lungo ed è indirizzato dall’inquisitore verso la comminazione della pena capitale. Insorgono in suo favore i giornali di tutta Europa; le ambasciate francesi e inglesi a Napoli si fanno sentire, ritirando i loro ambasciatori. Buon per lei che è assolta con formula dubitativa, ma solo perché il collegio giudicante è diviso in parti uguali tra colpevolisti e innocentisti.

Dopo la morte di Ferdinando II, Antonietta segue con molta attenzione l’ambizioso progetto di Giuseppe Garibaldi di occupare la Sicilia e risalire verso la Campania; anzi, per via epistolare, lo sprona all’ardua impresa e contribuisce a finanziarlo tramite una consistente colletta. Entra con il nizzardo a Napoli tra un tripudio di bandiere, diventa stretta collaboratrice del Dittatore, che le assegna un vitalizio di venticinque ducati al mese “per i gravi torti subiti per causa di libertà” e dallo stesso è nominata direttrice dell’ospedale del Gesù.

La donna rimane molto male quando viene a conoscenza del siluramento di Garibaldi da parte di re Vittorio e la sua sostituzione con Luigi Carlo Farini a luogotenente di Napoli. Da questo momento nasce nella gallipolina un forte risentimento verso il nuovo governo, che, dopo qualche tempo, si trasforma in odio, quando si rende conto della pessima e discriminante politica tra il nord e il sud d’Italia, delle continue ruberie, dell’insopportabile tassazione (tassa sul macinato su tutto), della deportazione di numerosi soldati borbonici nelle fredde carceri di Fenestrelle, di S. Maurizio Canavese e del castello Sforzesco, dove periscono in quarantamila, del progressivo impoverimento del meridione e di altre cause non meno importanti. Dapprima stenta a credere, anche perché il suo compagno, Beniamino Marciano, la persuade ad avere fiducia nella nuova Italia, ma, con il trascorrere degli anni, Antonietta si convince sempre più dell’enorme danno derivato ai meridionali in seguito all’unità d’Italia.

Arriverà a dire: “Cambiano le facce, ma i monarchi sono sempre uguali!”.

Trascorre gli ultimi anni della vita impegnandosi nell’istruzione, che ritiene l’unico mezzo per sconfiggere l’ignoranza, per costruire un pensiero critico nei giovani e per eliminare lo stato di servaggio verso il settentrione. Si dedica con passione all’istruzione delle donne.

Per una grave forma di polmonite, inizialmente trascurata, muore il 4 aprile del 1893 con una grande pena nel cuore: la mancata pacificazione degli italiani e l’incompleta omogeneità di vita tra un Nord, sempre più all’avanguardia, ed un Sud, straziato, sfruttato e sempre più allo sbando. Una forbice, che all’atto della fantomatica unità d’Italia, ha le due lame accavallate ma che poi, per i tantissimi misfatti nordici, si allarga sempre più sino a raggiungere il massimo dell’apertura consentita.

Se oggi fosse ancora viva, la gallipolina masticherebbe amaro e tornerebbe con maggiore lena sulle barricate a combattere i nuovi briganti, quelli dai “colletti bianchi”, quelli dell’alta finanza, quelli senza alcuna pietà, quelli che oggi dirigono a senso unico le sorti di un’Italia, sbandata, divisa, rotta e corrotta.

Ciò nonostante ho buone ragioni per credere che ci siano ancora margini per recuperare la preoccupante situazione, ma occorre innanzitutto riscrivere la vera storia, per poi lavorare tutti assieme a conciliare in ogni senso gli italiani e a portarli su livelli di uguaglianza civica, morale ed economica. Dispiace dirlo, ma oggi siamo ancora molto distanti dal considerarci “Fratelli d’Italia”.

Purtroppo ci sono, o meglio ci sono stati, tanti “Nord e Sud” nel mondo. Basta ricordare gli Stati Uniti d’America, il Sud Africa, la Germania, il Brasile ecc. Molti sono stati provvidenzialmente superati, alcuni, invece, come il “caso Italia”, ancora illogicamente persistono e determinano scompensi e sperequazioni da far rabbrividire gli osservatori esterni.

Solo se costruiremo un nuovo modello di vita, fatto di rispetto, impegno, solidarietà, fratellanza e condivisione, se c’inventeremo un sistema di sviluppo, in cui ognuno possa realizzarsi liberamente e spendersi per sé e per il “Bene Comune”, se riusciremo a fondere l’idealità con la realtà e la realtà con l’idealità, se cioè daremo “scarpe alle idee” per farle camminare ed “ali alle azioni” per staccarci dalla materialità quotidiana, potremmo senza alcun dubbio arrivare ad un passo dalla felicità. Si può fare: basta volerlo.

In fondo, per tutto ciò Antonietta si è battuta e ha lottato durante la sua tribolata ma eroica esistenza.

 

 

 

 


[1] “Ex aequo…”- “Saremmo stati italiani a pari condizioni… (di diritti e di doveri)”.


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