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Musica e musiche. Riflessioni sulla iatromusica e gli stati di coscienza PDF Stampa E-mail
Sallentina
Mercoledì 20 Giugno 2012 16:20

Osservazioni indirette sulla Notte della taranta di Melpignano (Lecce)

 

[Relazione presentata al Convegno SISSC (Società Italiana di Studi sugli Stati di Coscienza), Viaggi di guarigione. Dissociazioni, malattia e guarigione; 26-27 agosto 2011. Sala Consiglio Comunale di Giaveno (Torino).]

 

Premetto che quanto segue riflette sostanzialmente alcune idee provenienti da studi esperienziali, dovuti ad una più che decennale ricerca, che mi ha indotto a credere che le ipotesi perseguite hanno portato comunque a qualche risultato empirico. Sul piano teorico, oltre ai fondamentali studi degli etnomusicologi Diego Carpitella (Reggio Calabria 1924 – Roma 1990) (Meloterapia del tarantismo), e Francesco Giannattasio (Implicazioni psicologiche del ritmo musicale sulla mente), un’ulteriore indicazione, mi è venuta dal libro curato da Antonello Colimberti, Musiche e sciamani (Textus, L’Aquila, 2000), laddove inserisce un soggetto – Musica, religione e terapia nel contesto sciamanico siberiano – dell’etnomusicologo russo Igor Bogdanov, che scrive: «uno sciamano ha diverse professioni (non soltanto è un sacerdote, ma è attore, danzatore, poeta, narratore, cantante, strumentista e […] anche compositore), e che il rituale sciamanico non è soltanto un rituale religioso e un atto psicoterapeutico, ma anche performance drammatico-musicale di uno o due interpreti. […] il ritmo della musica sciamanica, e soprattutto della musica ottenuta con il tamburo […] corrisponde al ritmo del battito cardiaco. I punti in questione sono il metro e la ritmica, più precisamente, il tempo, il metro e la ritmica della musica del tamburo e della danza del cuore. In tutta probabilità sono proprio questi elementi: tempo, metro e ritmica, e i timbri del suono percussivo del tamburo i principali agenti dell’impatto ipnotico dello sciamano sui destinatari del rituale – il pubblico – che vengono curati» (p. 73).

Ritmo e danza

Fomentali principi a cui riferirsi come base di una teoria sono le definizioni dei termini suono (musica) e movimento (danza).

Andando alla ricerca dell’origine del suono, s’intuisce che si tratti di una coniugazione inscindibile del movimento, entrambi (suono e movimento) hanno poi origine nello stesso momento in cui vengono pensati, quindi “creati”. È fondamentale sapere che nel momento in cui un essere vivente è generato, l’esplosione creatrice provoca istantaneamente un Suono Vitale ed un movimento cinetico che, sempre, e sulla base delle leggi universalmente conosciute, si effonde in un senso che assume il Movimento Vitale che, naturalmente, è antiorario, proprio così com’è il movimento del pianeta Terra girando su se stessa, e quindi attorno al sole. Per intenderci, l’impatto di uno spermatozoo con un ovulo in un utero provoca un particolare suono, corrispondente al battito cardiaco e, contemporaneamente, inizia un movimento primordiale, corrispondente alle pulsazioni dell’essere vivente ancora allo stato amebico. Questa, fondamentalmente, dovrebbe essere la vita del pianeta sul quale noi umani viviamo e assieme a noi vivono tutti gli altri esseri (pietre, minerali, animali di differenti specie, piante, ecc.), vita che è pensata appunto come il risultato ideale (una coniugazione) dell’armonia della mente col corpo dovuta alla Musica (suono) e alla Danza (movimento). In sostanza si tratta dell’affermazione della complementarità degli opposti speculari di definizione eraclitea.

In tutte le culture umane e subumane la Musica e la Danza rappresentano un’unitarietà, intesa non in senso cartesiano ma come circolarità, derivante da un mondo e da una vita costituiti fondamentalmente secondo principi musicali e cinetici. In fondo la vita del cosmo, come pure quella dell’uomo, è dominata dal ritmo che porta all’armonia. Da una parte la musica ha un potere incantatorio sulla parte irrazionale della mente, potere che procura benessere e che nei casi di disperazione, assieme alla danza, può ricostruire l’armonia perduta.

Già Platone (Atene 428 – 347 a. C.) ed Aristotele (Atene 384/3 – 322 a. C.) avevano trattato nelle loro opere il tema della musica e della danza convinti che entrambe queste arti contribuissero alla ricostruzione dell’io confuso o perduto e dissociato, e grazie ad esse a ricondurlo ad una nuova serenità e ad un nuovo slancio vitale. È questo il tema della catarsi. Platone si era fatta un’idea che lo portava a considerare il mondo vitale come un tutt’uno costituito secondo principi musicali incantatori, per cui l’intera vita degli umani sembra essere dominata dall’armonia e dai ritmi, conseguenza di questo ragionamento è stato il principio fondamentale di inserire sempre all’interno dei curriculum studii l’educazione musicale per ottenere la buona formazione del carattere dell’educando. [……..]

Dal canto suo, Aristotele individuò nella musica il potere liberatorio, alleviante e catartico delle tensioni psichiche. Anche il filosofo sofista Protagora, prima ancora degli stessi Platone e Aristotele, aveva affermato che la musica doveva adattarsi alla personalità dell’individuo e che, in conseguenza di ciò, l’individuo doveva sapersi abituare a musiche diverse da quella a lui congeniale e comunque lontane dalla sua personalità, perché la musica modifica lo stato ordinario di coscienza, permettendogli una maggiore accettazione del proprio sé ed una maggiore capacità di esercizio delle proprie capacità. È sempre lo stesso Protagora che definisce la musica, e conseguentemente la danza, come momenti liberatori della mente dalle scorie quotidiane e il corpo dalle sofferenze della vita, facendoli conseguenzialmente gioire entrambi. [……]

Per tutti è sempre il ritorno alla quiete amniotica, il ritorno nel grande utero della fecondità della vita, l’orizzonte ultimo generatore di serenità, lo sprofondamento in un abisso di sensazioni imprecisabili. E la musica e la danza hanno il potere di aprire sentieri per viaggi fantastici di questo tipo, che a volte possono avere risvolti di gioia, altre volte, invece, di dolore.

Nella sua fondamentale opera Simboli della trasformazione, lo psicologo dell’Inconscio collettivo Karl Gustav Jung (Kesswil / Svizzera 1875 – Ksnacht 1961) scrive: «Non solo i piedi, ma anche la loro attività, il calpestare, sembrano avere significato di fecondità […] il passo di danza consiste in un calpestare la terra: e in effetti si tratta di un’aratura della terra eseguita vigorosamente e persistentemente con i calcagni […] Ceneo discende negli abissi “fendendo la terra con il piede teso”. Faust giunge alle Madri battendo il suolo con il piede: “Batti col piede il suolo e t’inabisserai; battendolo tornerai alla superficie”.  Nel mito dell’ingoiamento del sole, gli eroi battono i piedi o si puntellano con essi nelle fauci del mostro. Thor in lotta con il mostro sfonda, battendo i piedi, la sua nave, toccando così il fondo del mare. La regressione della libido ha come conseguenza che l’atto del pestare nel passo di danza sembra essere come una ripetizione dello sgambettio infantile che, associato con la madre e con sensazioni di piacere, rappresenta contemporaneamente il movimento già praticato nella vita intrauterina. Il piede e il movimento del calpestare hanno significato di fecondazione […] oppure quello di ritorno nell’utero materno, vale a dire che il ritmo della danza mette il danzatore in uno stato inconscio (“utero materno”). I Dervisci, gli Sciamani [e aggiungo io anche i Tarantati e le migliaia di giovani della Notte della taranta di Melpignano] e altri che praticano danze primitive sono una conferma» (Torino 1976, p. 309-310),

Molti sono i riferimenti alle danze come momenti di sofferenza, di dolore, dal quale l’individuo tenta di fuggire. Nel caso del tarantismo salentino (tipico fenomeno di possessione, quindi di transe), ad esempio, quando l’animale morde (primo evento) oppure rimorde (eventi successivi al primo morso), la persona sofferente danza con l’intento di scacciare da sé l’animale, che in questo caso è il ragno. Ma il discorso vale per qualsiasi altro rito riguardante la possessione.

Gabrielle Roth (New York, 1941), statunitense, regista teatrale e maestra esploratrice di danza, da quarant’anni impegnata nei teatri (The Mirrors), negli ospedali, nelle scuole (Actor’s Studio), nelle aziende e nei centri di crescita spirituale di tutto il mondo, nel suo libro I ritmi dell’anima. Il movimento come pratica spirituale (Sperling & Kupfer Editori, 1998), dà voce a una visione dell’esistenza come sintesi di più fonti ispiratrici, tendendo al recupero della spiritualità dell’individuo attraverso il corpo, trasformandolo da ingombrante ostacolo in strumento efficace di riscoperta del proprio sé. Secondo l’autrice, ognuno di noi conserva una scintilla della luce della creazione e con il movimento può realizzare una sorta d’intima comunione col proprio autentico essere. Nel cuore di una persona che danza pulsa il battito tribale, quella parte istintiva che la civiltà ha inibito, ma che sa perfettamente come amare, e ci ricorda che non siamo soli, ci incoraggia a essere noi stessi. Abbracciare il ritmo come pratica spirituale è un modo per liberare il corpo, e lasciare che si esprima per aprire il cuore e chiarire la mente.

Ad esempio, la Roth, a proposito delle onde d’influenza, riporta alcune testimonianze di alcuni suoi intervistati. Eccone qui qualcuna di queste esperienze.

- Solcare l’onda (intervista allo scrittore Eliezer Sobel): «Inerpicandomi sulla montagna di Big Sur dopo aver danzato per tutta la settimana i cinque ritmi, li vedo realizzarsi alla perfezione nel movimento delle mie gambe sul terreno. La salita è lenta e costante, forte e fluida, avanzando nell’inerzia con più fiato e sentendo il contatto tra i miei piedi e la terra. Più tardi, quando scendo, la gravità e io siamo sempre più carichi di energia; cammino più in fretta con una sorta di ritmo regolare “sinistra, destra, sinistra, destra”, espirando a ogni passo, muovendomi d'istinto in staccato. E a un tratto diventa buio, e in un certo punto del sentiero mi ritrovo all'improvviso a balzare in avanti in una sorta di slalom, andando a sbattere contro i rami, cadendo sulla schiena e scivolando lungo i rovi coperti di muschio. Sto correndo giù per una montagna nel caos in piena notte, eppure mi sento al sicuro: ho infatti imparato a danzare dentro questo ritmo, e il sentiero che sto percorrendo sembra il mio compagno di danza. A livello del terreno, in basso, sento la gioia leggera e lirica dell'arrivare, dell’avercela fatta. Corro e scivolo verso il fresco torrente del monte di Big Sur, dove mi lascio finalmente cadere nell'immobilità di bere acqua come un cervo nella foresta».

- Onda del pronto soccorso (intervista al medico Jay Kaplan): «Oggi non è una brutta giornata qui al pronto soccorso. Ci sono molti pazienti, alcuni in pessime condizioni, ma nulla che io non possa affrontare con una certa tranquillità. Muovendomi lungo il corridoio, sorveglio i pazienti e tengo sotto controllo la situazione e mi consulto con le infermiere che si occupano di loro. Katie mi informa in tono brusco: “Jay, dovresti dare un'occhiata al signor Garabino, lamenta dolori al petto”. La sua voce è tesa. Possibile che il flusso e la tranquillità della mia giornata debbano già andare a pezzi? Il cuore inizia a battermi più in fretta, il mio passo si fa più rapido e mi dirigo al capezzale del signor Garabino: sta sudando in abbondanza, e mi dice che in una scala da 1 a 10, il suo dolore arriva a 10. La sua carnagione ha assunto una tonalità grigia, e l'istinto mi dice che siamo nei guai. Le infermiere ci sono, già pronte ... Bene, cominciamo somministrando l'ossigeno, un'aspirina da venticinque milligrammi per via orale e un composto in vena per alleviare la sofferenza. “Dov'è l'elettrocardiogramma?”, ringhio. Qualcuno me lo sbatte davanti alla faccia. Vedo che si tratta di un massiccio attacco cardiaco. Qual è la pressione arteriosa? “Sessanta e novanta”, mi grida qualcuno. I nostri gesti sono perfettamente sincronizzati: tutti noi sappiamo come occuparci di quest'uomo. All'improvviso rovescia gli occhi all'indietro ed è preso dalle convulsioni. Sbircio il monitor cardiaco: fibrillazione ventricolare. Il battito ritmico è scomparso, e il suo cuore si muove come un sacchetto pieno di vermi. Da adesso in poi il nostro modo metodico e ordinato di agire viene accelerato, e noi dobbiamo operare all'unisono, in una maniera che all'esterno può apparire caotica, mentre in realtà è molto organizzata. Con la mano gli premo sul petto, il defibrillatore è carico, qualcuno gli applica sul torace il gel e gli elettrodi. “Toglietevi di mezzo, sto per sottoporlo allo choc!” Sbam! Il suo corpo sobbalza con violenza, ma il cuore continua ad agitarsi caotico. “Somministrategli un centinaio di milligrammi di lidocaina. Via tutti!”. Sbam! Il paziente sobbalza ancora, ma questa volta il cuore reagisce e pulsa in maniera ritmica; ogni tanto torna a essere irregolare, perdendo ancora i colpi, ma gli restituisce comunque la vita. “Altri cinquanta milligrammi di lidocaina, e poi una flebo, due milligrammi al minuto ...”. Sorrido all'infermiera che ha appena ricevuto il mio ordine, e lei mi sorride in risposta. Il cuore del signor Garabino batte ora ritmicamente, e lui ha ripreso a respirare da solo. “Pressione?”. “Ottanta e centoventi”. A tutti noi sfugge un sospiro di sollievo, e la pesante tensione di poco fa svanisce. “Adesso possiamo dargli l'antitrombotico e l'eparina”. Le palpebre del paziente pulsano, lui apre gli occhi e si guarda intorno con aria interrogativa. “II suo cuore ha perso per un attimo il ritmo, ma con un po' d'aiuto è tornato in sincronia. Lei starà benissimo”, lo rassicuro in tono gentile e sereno. Ha lo sguardo luminoso, il colorito roseo, la pelle calda e asciutta. “Lei possiede un'incredibile voglia di vivere. Non è ancora arrivato il momento di andarsene ...”, gli dico con un sorriso, tenendogli la mano. Il malato sa di essere scivolato nella tomba e di esserne subito saltato fuori, si rende conto di aver danzato con la morte e di aver poi deciso che la sua compagna di danza deve essere ancora la vita [corsivo mio]. Gli occhi gli si riempiono di lacrime mentre ci fissa, uno dopo l'altro, comunicandoci il suo ringraziamento. Ci immergiamo in questo momento di tranquilla immobilità, al termine di una crisi e prima di quella successiva, rendendoci conto che è accaduto qualcosa di straordinario, e che noi abbiamo il privilegio di aiutare le persone a continuare a vivere».

- Ancora onde (è la stessa Gabrielle Roth che questa volta scrive in prima persona): «Possiamo trovarci in metropolitana, su una pista da sci, al pronto soccorso o nella sala riunioni di una grande azienda: eseguire i cinque ritmi ci aiuta sempre e comunque a entrare in sintonia con i modelli alla base della nostra esistenza quotidiana. Essi ci insegnano infatti che la vita è energia in movimento, liberandoci da qualunque rigido concetto a proposito delle persone, dei luoghi, degli oggetti o delle idee. Poiché non c'è nulla da trattenere, non c'è niente da lasciar andare. Quando non ce la fate più, il mio consiglio è: restate a galla. Non identificatevi con la componente del vostro essere o con la situazione dominate dall'inerzia, ma scegliete sempre di immedesimarvi con la parte in movimento. Tenete la testa fuori dell'acqua e agitate i piedi, in modo che all'arrivo dell'onda successiva siate pronti a cavalcarla. Le onde sono la pratica dell'acqua, così come i ritmi lo sono del corpo. Dopo tutto, l'organismo è composto quasi completamente d'acqua, e la fluidità è innata in noi. I ritmi mi tengono in contatto con questa fluidità e con la natura mutevole di ogni cosa, tranne che del cambiamento stesso. Solo quando ho riconosciuto la precarietà del mio stato, ho percepito qualcosa di veramente eterno, ed è stato lo stesso messaggio che la mia governante aveva offerto molti anni prima in un momento di grande sofferenza: anche questo passerà. Vi offro questo mantra a cui potete ricorrere ogni volta che ritenete di essere bloccati, di trovarvi davanti un problema insolubile o un dolore insopportabile. Abbiate fede nell'intero processo e nel fatto che i vostri ritmi interiori vi sosterranno, aiutandovi a qualunque cosa. Non dovete fare altro che lasciarvi andare e cavalcare l'onda. Se questo è l'ultimo ballo, danzatelo all'indietro».

- Ancora l’autrice: «[…] Il chiarore della luna piena fa brillare la decorazione d'argento stile art déco del grattacielo della Chrysler. Ho bisogno di ballare. Vado in soggiorno, affondo nei miei piedi e mi lascio andare alla canzone Fun does not exist, di Natasha Atlas. Gary spegne la sigaretta e si unisce a me nel ritmo. Il suo corpo ondeggia al suono dì quella voce morbida, ed io penso al modo incredibile in cui lui si è trasformato. La prima volta che l'ho notato durante uno dei miei seminari era un fascio tremante di nervi, e sembrava afflitto da una tripla dose di timidezza: adesso invece balla come un matto. Gary sintetizza lo spirito del mio lavoro: negli ultimi sette anni ha studiato con tutti i maestri che io stessa ho preparato, da San Francisco a Londra, provandoli così come un intenditore assaggia i vini più rari. Ha capito che il vero maestro è il processo stesso dell'insegnamento. Vent'anni fa, mentre danzavo nel soggiorno della mia casa di San Rafael, con una splendida vista della città oltre la baia, ebbi una visione: quasi fossi stata colpita da un fulmine, mi ritrovai incollata al pavimento mentre una serie di immagini mi attraversava la mente. Vidi ospedali, scuole, chiese, teatri e i ritmi che si muovevano in essi, simili a un serpente. Quando emersi dalla transe, ebbi la certezza che il mio lavoro non sarebbe mai stato rigido ma fluido; un organismo, e non un'organizzazione; una fonte d’ispirazione, e non un'istituzione. Sarebbe stato un matrimonio tra arte e guarigione, e avrebbe ridato vita alle strutture già esistenti invece dì crearne di nuove. Sopraffatta, mi affrettai a chiamare una sensitiva straordinaria che avevo conosciuto nel deserto dell'Oklahoma, e lei mi tranquillizzò: “Hai appena avuto una visione, vero? Non preoccuparti, non dovrai fare tutto da sola”. Aveva ragione. Da quel giorno, mi sono trasformata da lupo solitario che danzava in perfetta solitudine a membro di una tribù di pazzi ballerini. Ho cavalcato l'onda dei cinque ritmi attraverso il flusso, quando ho creato questo lavoro, […] grazie al quale gli ho fornito una struttura adeguata. Mentre il lavoro stesso si evolveva nella sua fase caotica, mi sono seduta su divani sparsi in ogni angolo del mondo [...] ma naturalmente non si può spiegare o inquadrare ogni cosa: si tratta semplicemente di un corpo in movimento, con il suo cuore, la mente, l'anima e lo spirito. Ogni volta che danzo abbandono l'involucro del distacco e percepisco la vibrazione della tribù. Solo adesso mi rendo conto che la tribù è il serpente della mia visione, che ha cambiato forma in una rete internazionale di persone impazzite per i ritmi. Guardo fuori dalla finestra il World Trade Center [le due torri gemelle, crollate l’11 settembre 2001]. La terra non conosce i suoi confini, e non distingue il Perù dalla California: per noi è comodo considerarla tutta suddivisa, in questo modo il lavoro dei giornalisti della Cnn risulta più facile, ma in realtà il pianeta è qualcosa di unico. Anche noi presentiamo vari aspetti del nostro essere a diverse persone, pur essendo un'entità unica, un tutt'uno con gli altri esseri umani la terra e l'intero universo. Se noi sfioriamo una parte dell'intero e un'altra parte sente il nostro tocco, questo significa che c'è una sorta di risonanza, la consapevolezza dell'appartenenza a un quadro più ampio. La festa è ormai in pieno svolgimento. Mentre ballo sollevo lo sguardo e vedo Krishna, circondato da fanciulle danzanti, che mi fissa da un vecchio manifesto appeso alla parete. Nel dolce abbraccio dei cinque ritmi, io ho stretto un legame con quasi tutti i presenti, che sono specchi in grado di riflettere tutti i mondi contenuti nella danza. A volte sono miei studenti, in altre occasioni invece sono miei maestri, ma sono sempre e comunque miei amici. E al di fuori di questa stanza l'onda continua a diffondersi e a contenerci».

Ho ripreso abbondantemente parti del saggio della Roth, perché in esse è intuibile il ruolo dei suoni, dei ritmi e dei movimenti spontanei (si pensi al caso dell’infartuato) che porta al riequilibrio e all’armonia mente-corpo. Inoltre il saggio in questione mi rimanda alla mia pratica antropologica nel Salento, dove è possibile rintracciare momenti importanti della storia degli stessi autoctoni, che fanno riflettere l’influenza dei ritmi sullo stato ordinario di coscienza. Ad esempio, esiste un filmato, prodotto qualche anno fa dalla casa editrice Kurumuny (il documento è Stendalì, Calimera 2005, regia di Cecilia Mangini, riprese a Martano del 1960) registrato su un copione che si sviluppa tra il reale e la finzione. Il testo di base è una lirica di Pier Paolo Pasolini.

In questo documento cinematografico c’è musica e danza. La trama: in paese qualcuno è morto e suonano le campane, la città è deserta perché le donne sono andate a consolare i congiunti. Fuori campo una voce incita a piangere tutte le madri che hanno figli perché la morte le ha colpite. Le prefiche, così si chiamavano le piangimorti, cantano vicino alla bara con un fazzoletto bianco in mano mentre i giovani e i vecchi riflettono turbati sulla morte. La voce fuori campo incita ancora a piangere attraverso una nenia lamentosa, composta sempre dalle stesse parole, continuamente iterate. Il canto aumenta tanto da diventare ossessionante e spinge le prefiche a muoversi sempre più velocemente vicino alla bara. Tutte cominciano a fare dei saltelli sollecitate dal ritmo del loro stesso canto. Una prefica si tira i capelli in modo cadenzato, un’altra mette fuori dei tic facciali che le fanno assumere un’espressione di sofferenza, un’altra ancora allarga e stringe le braccia, altre fanno altri gesti. Tutte insomma ballano una danza particolare di tipo parossistico. È la transe di tipo collettivo, il passaggio da una realtà ad una condizione irreale. Solo così facendo queste prefiche, di cui la maggioranza è in età avanzata, riescono a raggiungere uno stato modificato di coscienza che le porta a saltare e a sollevarsi dal pavimento più del normale. La loro danza ha un obiettivo preciso: diffondere il dolore ai presenti coinvolgendoli nella pietà. Arriva il sacerdote per portare via il feretro, ed una prefica (forse la madre), saltellando, poggia il suo viso sul corpo del defunto per sentirsi a lui più vicina. La voce fuori campo incita a piangere di più perché il cuore è arso. Un uomo anziano (potrebbe essere il padre) urla e si sente male. La bara viene portata via a spalla e le prefiche disperate si mettono in cerchio: saltellano, si battono il petto e cantano ancora. Infine si siedono in semicerchio, facendo una corona di mani. Non ci vuole molto per capire che si tratta di una danza di sofferenza, danza di dolore.

Un dato essenziale che vale per tutte le danze è che il movimento spontaneo del corpo si coniuga con l’immaginazione, col grande viaggio, con lo spaesamento dell’Io. Ecco perché la danza è quasi sempre visione cerimoniale e catartica, sia che si tratti di un tango sia che si tratti di una pizzica-pizzica. Si tratta sempre di un movimento che passa dai visceri ai luoghi periferici del corpo, di movenze sinuose e spesso sensuali scaturenti dalla rotazione del bacino, dal movimento dei piedi e delle mani, quasi sempre associato ad una caratteristica mimica facciale, che sottolinea o l’ansia della sofferenza oppure l’attività seduttiva dell’uomo o della donna. Il tutto all’interno di un universo di ritmi.

È da questo mondo di riferimenti teorici che nascono le parole Meloterapia, Iatrofonia, Iatromusica, Iatrodanza. La Meloterapia consta della parola greca “melo” (musica) più la parola terapia. Il significato etimologico dell’intera parola, molto usata nel mondo antico, è abbastanza noto, cioè “guarigione attraverso la musica”. Invece tutte le parole anticipate dalla parola greca “iatro” (medico, curatore, terapeuta) stanno a significare un orizzonte terapeutico raggiungibile grazie al concorso esterno al soggetto. La Iatrochimica, quando nacque al tempo degli antichi, si contrappose all'insegnamento tradizionale della medicina, basandosi così solo sulla cura delle malattie attraverso l'uso di sostanze minerali. Tuttavia oggi ognuno di noi può verificare che, leggendo una qualsiasi informativa inserita in una scatola di farmaci, spesso i composti chimici della pillola, oltre a contenere diversi prodotti, contengono anche differenti minerali. Questo vale soprattutto per le patologie della mente e comunque di stati della coscienza che consideriamo essere differenti dall’ordinario.

La Iatromusica è la terapia attraverso il suono, mentre la Iatrodanza significa appunto terapia scaturente dal movimento, in particolare quello spontaneo.

Nella mia esperienza nel/sul fenomeno della sofferenza del ragno (tarantismo salentino), ho rilevato l’importanza della Iatromusica (o musicoterapia) e della Iatrodanza quali terapie spesso fuse nella doppia parola coreutico-musicale. La prima parola si riferisce alle possibilità che una persona sofferente ha di uscire dallo stato di difficoltà psichica attraverso l’ascolto di un particolare ritmo (nel caso del tarantismo classico il ritmo musicale è quello della pizzica pizzica); la seconda parola invece si riferisce alle stesse possibilità della persona sofferente di guarire attraverso un particolare movimento spontaneo (sempre nel caso del fenomeno salentino attraverso la danza etnica e rituale) consistente prevalentemente nel mimetismo espellente l’insetto che si è impossessato del corpo del soggetto.

Ernesto de Martino in La terra del rimorso (1961), Diego Carpitella in Meloterapia del tarantismo (1961) e Georges Lapassade in Stati modificati di coscienza e in La transe, hanno sperimentato sul campo e scritto pagine illuminanti sul fenomeno. Nella persona sofferente nel tarantismo salentino si verifica uno stato di coscienza alterato, prevalentemente dovuto a melancolia, cioè ad una forma di stato maniaco-depressivo che disarmonizza l’unità psico-fisica della persona, creando così una dissonanza tra realtà e percezione. Alla fine del rito, se bene eseguito e bene introiettato, il particolare ritmo e la particolare danza etnica portano al ripristino del primitivo stato ordinario di coscienza, ricreando così equilibrio e armonia. Su tutto ciò esiste un’esauriente sperimentazione con scritti fondamentali alla conoscenza del fenomeno. Tra tutti il saggio di Robert Burton, Anatomia della melanconia (1621), ancora oggi sufficientemente utile soprattutto per la conoscenza del fenomeno riferito al mondo degli artisti e degli intellettuali in genere.

L’origine e i fondamenti della Iatromusica o della Meloterapia come pure della Iatrodanza o Danzaterapia sono noti: nel primo caso, si tratta dell’impiego del suono (originariamente quello del tamburo dello sciamano) e, nel secondo caso, si tratta del movimento, preferibilmente spontaneo, del corpo a scopo psicoterapeutico. Oggi la Musicoterapia è a tutti gli effetti una pratica diffusa, anche a livello neurologico e psichiatrico. Nelle società opulente nelle quali vive l’uomo occidentale, uno dei mali dominanti è l’ansia, considerata come la madre di molte alterazioni della sfera astratta della persona. Non solo Freud, Jung, Rogers, Lang, Hilmann ed altri analisti e psicologi hanno individuato, descritto e analizzato alterazioni della mente la cui sintomatologia si esplicita attraverso comportamenti che definiamo fobici, maniaci, nevrotici, psicotici, schizofrenici, ma anche sociologi, antropologi e studiosi classici del pensiero umano hanno percorso vie scientifiche trovando valide risposte ai comportamenti citati.

Ci sono stati straordinari della mente che hanno spesso a che fare con le patologie vere e proprie com’è nei casi delle fobie, manie, nevrosi, psicosi, schizofrenia.

La fobia è una forma irrazionale e persistente di paura e repulsione di certe situazioni, oggetti, attività o persone, che può, nei casi più gravi, limitare l'autonomia del soggetto, ma che non rappresenta un reale pericolo per la persona. Il sintomo principale di questo disturbo è l'irrefrenabile desiderio di evitare l'oggetto che incute timore. Il fobico tende a fuggire da quelle rappresentazioni che creano in lui un senso di angoscia; questo significa che sposta inconsciamente su oggetti esterni e su situazioni “fobizzate”, ossia caricati simbolicamente di valenze negative, le sue preoccupanti relazioni con elementi interni che, in questo modo, vengono rifiutati. Alcuni tipi di fobie sono l’agorafobia e la fobia sociale, la claustrofobia, l’aracnofobia, che è quella che interessa il fenomeno del tarantismo salentino, altre fobie.

Allo stato alterato fobico corrisponde un particolare movimento, da me indicato con un segno (freccia) che fugge da un’origine verso un orizzonte imprecisato. Sono molte oggi le terapie psichiatriche e psicologiche contro le fobie, ma a noi interessa particolarmente la Iatromusica e la Iatrodanza, cioè la ricerca del particolare ritmo e il consono movimento che annullano il disordine fuggitivo del fobico. Si pensi alle danze rituali collettive e di distanza, ma anche ai balli moderni dove i corpi dei ballerini non si toccano.

La mania è uno stato alterato della mente, iperattivo ed eccitato, spesso lo si individua come effetto di un disturbo bipolare, perciò caratterizzato dall'alternarsi di fasi depressive e fasi maniacali. Alla mania corrisponde un particolare movimento, da me indicato con il solito segno della freccia che parte da un orizzonte imprecisato e si dirige verso un’origine. Anche in questo caso, l’individuazione di una particolare simbologia, può aiutarci a cercare il ritmo e il movimento specifici. Si pensi alle danze rituali sciamaniche individuali oppure ai moderni balli di coppia, dove i due partner sono stretti uno all’altro, sul tipo del tango.

La nevrosi è uno stato alterato del tipo di disturbo adattivo, derivante dal complesso rimozionale degli istinti e dei desideri impossibili. Di solito si tratta di un disturbo duraturo nel tempo che generalmente provoca insicurezza. Ci sono differenti tipi di nevrosi, di cui l’indagine psicoanalitica e relazionale ha definito ambiti e terapie a seconda che si tratti di nevrosi fobica, isterica, maniaco-depressiva, erotica, ecc. Anche alla nevrosi corrisponde un particolare movimento di tipo frenetico e spasmotico, da me indicato con un cerchio (del tipo Uroboros, il serpente che si mangia la coda, che corrisponde allo stesso mito di Cronos) con i segni delle frecce che partono dall’orizzonte periferico interno al cerchio per dirigersi e concentrarsi all’origine focale. Anche in questo caso, l’individuazione di una particolare simbologia, può aiutarci a cercare il ritmo e il movimento specifici. Si pensi alle danze rituali di possessione come, ad esempio, il tarantismo salentino, oppure ai movimenti individuali nei moderni megaconcerti.

La psicosi è lo stato alterato di disintegrazione della struttura fisico-psichica della personalità. Lo psicotico non è cosciente del suo stato alterato e i suoi movimenti sono di tipo paranoico, tendenti alla monomania parossistica. Alla psicosi corrisponde un particolare movimento, da me indicato con un quadrato, dal cui orizzonte periferico (interno ed esterno) partono le frecce, dirigendosi all’interno verso l’origine focale, all’esterno verso orizzonti imprecisati. Anche in questo caso, l’individuazione di una particolare simbologia, può aiutarci a cercare il ritmo e il movimento specifici. Si pensi ai movimenti tipici di un individuo che fugge da un pericolo imminente quale può essere un incendio, lo scoppio di un qualcosa, ecc. o si pensi al dondolamento del fuori di sé.

La schizofrenia è la dissociazione della personalità psichica proveniente dalla psicosi cristallizzata e da una particolare monomania di tipo autistico. I disturbi prevalenti di questo stato alterato della mente sono l’inceppamento dell’apparato ideativo-creativo, quello relazionale, quello volitivo, quello logico, anche altri. Si tratta di uno stato particolare in cui abbondano le allucinazioni e le visioni. Alla schizofrenia corrisponde un particolare movimento, da me indicato con una spirale, dove l’origine e l’orizzonte non sono più ben definiti. Anche in questo caso, l’individuazione di una particolare simbologia, può aiutarci a cercare il ritmo e il movimento specifici. Vale il discorso fatto per la psicosi con molte aggravanti in più.

 

Tutte quelle indicate sono forme straordinarie dello stato della mente, che oggi sono curate con apprezzabili risultati attraverso la psichiatria e varie altre terapie psicologiche personalizzate o di gruppo. Tuttavia non va dimenticato che presso una moltitudine di umani viventi il pianeta esistono ancora forme di guarigione legate ancora alla tradizione ancestrale. Ce ne danno conferma Fulvio Gosso e Peter Webster, laddove nel loro ultimo libro – introduzione a Il sogno sulla roccia. Visioni dalla preistoria (Edizioni Altravista, 2011 – scrivono: «La trasformazione della coscienza comune in coscienza sciamanica è quasi sempre frutto di una personale esperienza di malattia e di guarigione, malattia psicofisica o evento traumatico evocatore di un percorso di morte e di rinascita, anche questa seconda regola è ben conosciuta, sebbene poco praticata, nella società contemporanea, infine il “malato” che è guarito e che conosce se stesso è in grado di guarire a sua volta» (p. 9).

È da citare qui anche un altro saggio – Hanno visto migliaia di Dèi … Laicità e religiosità dell’esperienza visionaria (Edizioni Colibrì, Milano 2011 – scritto a due mani da Gilberto Camilla e dallo stesso Fulvio Gosso, i quali dicono: «Nella storia dell’umanità la musica e la danza hanno da sempre stretti rapporti con gli stati modificati coscienza e un significato rituale e religioso incontestabile. Anzi, si può dire che il movimento ritmico ripetuto sia la forma pura e cristallizzata del rito in assoluto, e che non è mai esistita una festa propiziatoria senza danza. Altrettanto incontestabile che essa, come pure la musica e il canto, fin dai tempi più remoti abbia costituito una sorta di trait d’union fra l’individuo e l’universo, e che in origine danza, religione, trance e medicina erano inseparabili» (p. 153).

Va infine citata la premessa che il regista Piero Cannizzaro scrive come presentazione dei suoi documenti sulle musiche di transe, alcune delle quali interessano proprio il fenomeno del tarantismo: «Il suono è la via di comunicazione che più facilmente può essere percorsa dalla suggestione, dalla memoria, dal pensiero. Suoni sono i rumori, i linguaggi, le musiche. Ogni suono è il segnale di una presenza, il veicolo di un messaggio, la componente essenziale di un territorio, di un paese, di un ambiente. […] Magia tarantismo, disse Ernesto de Martino, sono forme arcaiche di cura, nelle quali si leggono aspirazioni e valori, tradizioni ed esigenze ludiche. Ma oggi che la società contadina è notevolmente cambiata cosa è rimasto di quei suoni? Stiamo assistendo ad un nuovo interesse da parte di molti giovani che suonano e fruiscono di questa “nuova” musica. Suoni che oltre  agli strumenti tradizionali come la voce, il tamburello, i fiati, il violino e le percussioni popolari si aggiungono anche il violoncello, il contrabbasso, la tromba, la batteria, la chitarra, l’ organetto, la fisarmonica etc./ Abbiamo viaggiato nell’Italia attraverso la musica etnica e le sue commistioni, i contatti con le culture e i modi che questa musica alimenta e assorbe per produrre a sua volta altra musica. Quello che si prefiggono i musicisti (ma anche i danzatori) che abbiamo incontrato, è quello di andare oltre alla tradizione cercando di creare un ibrido tra il passato ed il presente, per rendere ancora oggi viva la tradizione».

 

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Caro Orlando, rispondo subito alla tua e-mail:

- i dati del libro di Robert Burton sono giusti;

- hai ragione tu: non il refuso spasmotico ma giustamente SPASMODICO;

- per quanto riguarda la bibliografia, come hai già letto, ho preferito indicarla nel corpo dell'articolo, tuttavia ad essa si può aggiungere a chiusura:

 

Bibliografia essenziale

AGAMENNONE Maurizio (a cura), "Musiche tradizionali del Salento: le registrazioni di Diego Carpitella e Ernesto de Martino (1959, 1960)", Squlilibri, Roma, 2005;

ATTANASI F., "Le musiche nel tarantismo. Le fonti storiche", ETS, Pisa, 2007;

BARBA Eugenio, "La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale", il Mulino, Bologna, 1993;

CAPONE Federico, "Lecce che suona: appunti di musica salentina", Capone, Cavallino, 2003;

CHIRIATTI Luigi, "Morso d'Amore", Capone, Cavallino 1995;

DE GIORGI Pierpaolo, "Pizzica-pizzica: la musica della rinascita", Pensa, Lecce, 2002;

DI LECCE Giorgio, "La danza della piccola taranta. Cronache da Galatina: 1908-1993. A memoria d'uomo", Sensibili alle foglie, Roma, 1994;

DI MITRI G. (a cura), "Quarant'anni dopo de Martino. Atti del convegno internazionale di studi sul tarantismo", Besa, Nardò, 2000;

GALLINI Clara, "La ballerina variopinta: una festa di guarigione in Sardegna", Liguori, Napoli, 1988;

GIANNUZZI Cosimo, "Il dio che danza", Erreci Edizioni, Maglie, 1996;

IMBRIANI Eugenio / FUMAROLA Pietro (a cura di), "Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato", Besa, Nardò, 2007;

INGUSCIO Ermanno, "La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco, la festa, il mito, il santuario", Lupo Editore, Copetino, 2007;

LAPASSADE Georges, "Stati modificati e transe", Sensibili alle foglie, Roma, 1996;

LUDTKE Karen, "Balla coi ragni. La tarantola tra crisi e celebrazioni", Edizionidipagina, Bari, 2011;

MONTINARO Brizio, "Danzare col ragno. Musica e letteratura sul tarantismo dal XV al XX secolo", Argo, Lecce, 2007;

NOCERA M., "Il morso del ragno: alle origini del tarantismo", Capone, Cavallino, 2005;

PINNA F., "I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino", Bollati Boringheri, Torino, 2002;

ROUGET Gilbert, "Musica e trance: i rapporti tra la musica e i fenomeni di possessione", Einaudi, Torino, 1986;

SALVATORE Gianfranco, "Isole sonanti: scenari archetipici della musica del Mediterraneo", Il Ventaglio, Roma, 1989;

SANTORO Vincenzo / TORSELLO Sergio (a cura di), "Il ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento", Aramirè, Lecce, 2002;

SCHMEER Gisela, "Il panno rosso: dove si narra di un uomo pizzicato dalla tarantola", Capone, Cavallino, 2001;

SCHNEIDER Marius, "La danza delle spade e la tarantella: saggio musicologico, etnografico e archeologico sui riti di medicina", Argo, Lecce, 1991;

STIFANI, Luigi, "Io al santo ci credo. Diario di un musico delle tarante", Aramirè, 2000;

TURCHINI A., "Morso, morbo, morte: la tarantola fra cultura medica e terapia popolare", Franco Angeli editore, Milano, 1987;

VALLONE Giancarlo, "Le donne guaritrici nella terra del rimorso", Congedo, Galatina, 2004);

ZANETTI Z., "La medicina delle nostre donne", Ediclio, Foligno, 1978.

 

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PARTE INEDITA

 

A CIASCUNO LA SUA MELODIA

di Alessandra Viola

 

Ne «L’Espresso» (27 ottobre 2011, pp. 139-140) leggo l’articolo di Alessandra Viola, Si sapeva da tempo che la musica può essere terapeutica. Ma adesso i ricercatori hanno scoperto che alcune note e frequenze producono effetti incredibili su tantissime forme viventi: dalle staminali ai vitigni. Le onde sonore non hanno influenza solo sul cervello, ma su ogni cellula vivente, animale o vegetale che sia.

 

Il vino biologico? Si fa con Mozart. Per differenziare le staminali in tessuto cardiaco, invece, basta una sola nota. Le onde sonore sono l’ultima frontiera, dalla medica all’agricoltura. Da alcuni anni la musica si usa con successo nella terapia dell’ictus e dei pazienti in coma, nella cura dell’epilessia e delle disfunzioni del sonno. Persino il manzo Kobe sembra gradire quella classica, al punto che il suo ascolto negli allevamenti è obbligatorio in base al protocollo per il riconoscimento dell’autentica e rinomatissima carne giapponese. Quanto alla musica moderna, speciali playlist funzionano per l’uomo meglio del doping, al punto che indossare gli auricolari è vietato in diverse competizioni.

Secondo le più recenti scoperte scientifiche, e questa è la vera novità, le onde sonore non hanno influenza solo sul cervello, ma su ogni cellula vivente, animale o vegetale che sia. Parola di Brunello di Montalcino: il primo vino “fono biologico” del mondo. Questo vino, prodotto dalla Paradiso di Frassina, è appena stato inserito tra i “100 progetti che cambieranno il mondo” dall’Eubra, l’agenzia euro-brasiliana per lo sviluppo sostenibile appoggiata anche dalle Nazioni Unite. Con la musica le viti crescono meglio, fanno più foglie e uve più ricche di sapore, colore e polifenoli. E in più la stessa musica tiene lontani gli insetti riducendo l’uso di insetticidi e anticrittogamici.

«L’idea è stata del viticoltore Giancarlo Cignozzi, che circa sette anni fa ha iniziato a far ascoltare Mozart alla sua vigna, ricorda Stefano Mancuso, docente di coltivazioni arboree dell’Università di Firenze e direttore del Laboratorio internazionale di neurologia vegetale, che oggi guida la sperimentazione: «Gli pareva che la cosa avesse un effetto benefico, ma voleva sapere se era possibile ottenere una misurazione scientifica di questo miglioramento, e si è rivolto a noi. Perché l’esperimento fosse rilevante, bisognava che nella vigna alcuni filari fossero esposti alla musica e altri no, il che, trattandosi di uno spazio aperto, ha sollevato notevoli problemi di acustica. Il problema l’ha risolto la Bose, finanziando la ricerca e fornendoci speciali casse in grado di trasmettere il suono in modo direzionale, senza dispersioni, I risultati sono eccezionali: l’uva prodotta dalle piante che ascoltano musica arriva a maturazione prima e le qualità chimiche e organolettiche di questo vino sono migliori. Inoltre, il suono riesce a ridurre quasi a zero i trattamenti con i pesticidi, perché disorienta gli insetti. Si tratta di una tenica agronomica a impatto zero, che restituisce un prodotto migliore e più sano». Se il risultato è stato scientificamente misurato, rimane da capire come Mozart possa avere un simile effetto sulle viti. «Va detto che le piante non sono in grado di distinguere la musica classica dagli altri tipi di musica», spiega Mancuso: «Possono distinguere solo le frequenze sonore di cui una musica è composta. In laboratorio ci siamo accorti che ci sono delle frequenze che favoriscono le germinazione dei semi o l’accrescimento delle piante o l’allungamento della radice e che stanno normalmente nell’intervallo basso, quindi tra i 100 e i 400 Hz, mentre esistono frequenze sopra i 1.000 Hz che hanno un effetto contrario, quindi di inibizione della crescita».

Ma allora le piante ci sentono? Pare proprio di sì. «Sono in grado di sentire e distinguere le vibrazioni trasmesse dalla terra proprio come un serpente o una talpa. Avete mai provato in discoteca la sensazione che il vostro intero organismo venga scosso dai bassi? L’effetto della musica sulle piante è più o meno questo».

Sulle singole cellule poi, le frequenze sonore sembrano avere un effetto ancora più significativo. In particolare sulle staminali, le potentissime cellule “neonate” in grado di trasformarsi in ogni altra cellula del corpo per costruire o riparare ossa, cuore, sistema nervoso, muscoli. A Bologna, Carlo Ventura e il suo gruppo dell’Istituto nazionale di Biostrutture e Biosistemi studiano la possibilità di usare il suono per indurre la differenziazione delle staminali in tessuto cardiaco. «Ogni cellula viva produce un suono», spiega Ventura, ordinario di Biologia molecolare dell’università di Bologna e direttore del Vid (Visual Institute of Devolopmental Sciences), «che cambia a seconda dell’attività che sta svolgendo. Abbiamo iniziato a registrare le vibrazioni prodotte dalle cellule staminali durante la differenziazione, per capire se sono sempre le stesse quando le cellule vanno in una determinata direzione, per esempio in quella dei tessuti cardaici o muscolo-scheletrici, oppure se queste vibrazioni sono diverse per ogni cellula. Se scopriremo che ogni trasformazione è associata a una particolare frequenza sonora, come crediamo, il passo successivo sarà quello di fare “ascoltare” alle cellule non a ancora differenziate lo speciale suono prodotto dalle cellule che si sono differenziate in un certo modo, cercando di indurre il tipo di crescita voluto. Ogni, la differenziazione viene indotta con procedimenti chimici estremamente costosi. Se scoprissimo che può essere pilotata semplicemente con un suono, quindi gratuitamente, sarebbe una vera rivoluzione».

I presupposti per una scoperta del genere ci sono tutti. Ventura e il suo gruppo lavorano anche in collaborazione con l’Istituto Rinaldi-Fontani di Firenze, che ha brevettato a livello internazionale la tecnologia Reac (Radio Electric Asimmetric Conveyer), capace di utilizzare le radiofrequenze prodotte dalla teconoloia wi-fi, quella che ci permette di connetterci alla rete Internet senza fili.

«Questa tecnologia è già stata usata con successo sull’uomo», continua Ventura, «nel trattamento di condizioni di stress e ansietà legate a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Ci siamo chiesti: che effetto può avere questo tipo di energia sulle cellule staminali? Per scoprirlo abbiamo esposto per una settimana delle colture di staminali alle radiofrequenze emesse dal Reac. Abbiamo scoperto così che le staminali vengono indotte a differenziarsi in senso cardiaco, nervoso e muscolo-scheletrico. Un’ottima notizia, perché anche le radiofrequenze sono a costo zero: basta utilizzarle con una tecnologia mirata e sicura. Purtroppo però queste ricerche lasciano forse intravedere un rovescio della medaglia: i campi wi-fi non sono affatto “neutri” per l’organismo umano come crediamo. Le staminali infatti sono presenti anche negli organismi adulti, per esempio nel midollo, nel grasso e nella polpa dentaria e servono per “riparare” i tessuti danneggiati. La musica gradita all’orecchio umano, invece, fa bene senz’altro. Per esempio alla Clevaland Clinic Foundation hanno dimostrato che la musica è efficace nella terapia del dolore cronico, mentre alla Javeriana University School of Medicine di Bogota hanno scoperto che è utile per il dolore post operatorio e al dipartimento di anestesia del Tuft-New England Medical Center hanno quantificato il suo effetto: l’ascolto di musica può sostituire fino a 325 milligrammi di acetominofene, un antidolorifico. Per questo anche molti ospedali italiani, tra cui quello dei bambini di Firenze, prevedono sessioni musicali durante il giorno e a Trento la musica si può ascoltare anche durante il travaglio».

La prossima volta che accendete lo stereo, fatelo dunque con attenzione. Non solo le vostre orecchie, ma tutte le vostre cellule (oltre che le piante e gli animali nelle vicinanze) verranno influenzate dal ritmo che avete scelto.

 

MELODIE

 

Per cani e per gatti

Curare cani e gatti la musica? Si può. Alcuni ricercatori stanno già cercando di selezionare le frequenze sonore più adatte allo scopo e nel frattempo il business approda su Internet. L’americana Pet Acoustics ha sviluppato speciali casse (My Pet Speaker) in grado di rendere più gradevole ai quadrupedi l’ascolto delle nostre selezioni musicali. E su www.petacoustics.com si possono acquistare anche brani composti appositamente per loto.

 

Il sound delle proteine

Un nuovo software aiuterà i ricercatori non vedenti a comprendere la struttura delle proteine. Sviluppato all’Università della California,  il software associa ogni aminoacido a un accordo, ottenuto associando le note collegate a diversi numeri e tipi di codoni di RNA. Esempi delle melodie ottenute si possono ascoltare dal sito del progetto:

www.mimg.ucla.edu/faculty/miller_jh/gene2music/examples.html

 

La musica della natura

Le scimmie cantano? E le balene? Il legame tra musica e biologia è oggetto di continue esplorazioni. Lo studio degli effetti della musica sulla psicologia, il comportamento, la percezione del dolore e lo stress nelle specie animali non umane è al centro tra l’altro del progetto Biomusic dell’americana Natinal Academy of Science.

www.biomusic.org

 

Orchestra vegetale

La musica avvicina alla natura, E anche alla verdura. Parola dell’austriaca Vegetale Orchestra, che si esibisce suonando zucche, peperoni, carote e altri vegetali acquistati per l’occasione. Gli strumenti vengono intagliati poche ore prima della performance e poi offerti agli spettatori alla fine del concerto, sotto forma di zuppa.

http://www.vegetableorchestra.org

 

Ice sound

La formalizzazione dello stretto legame tra musica e matematica si deve a Pitagora ma se ne servono ai giorni nostri anche i musicisti (come il norvegese Terje Isungset), che realizzano i loro strumenti intagliandoli direttamente nel ghiaccio in base a rigide proporzioni. In Italia l’Ice Festival in val Senales ha ospitato fino all’anno scorso performance … sotto zero.

 

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Dal libro Del Teatro in Venezia, 1773, presso Giambattista Pasquali, il quale firma pure la prefazione All’Illustrissimo Sig. Conte Bonomo Algarotti, alle pp. 39-43, leggo:

«Della Musica// La Musica è la scienza de’ suoni aggradevoli all’orecchio. Per suono s’intende un moto di vibrazione nell’aria, che perviene gratamente all’organo del nostro udito sì per mezzo del canto della voce, come per mezzo degli strumenti. Qundi nasce la distinzione tra la Musica Vocale e Strumentale./ La Musica Vocale ha dovuto precedere la Strumentale […] Non si è tardato molto ad inventare la Musica Strumentale. I primi strumenti deggiono essere stati quelli a vento, o sia a fiato. Sentendo i sibili de’ venti nelle canne, e negli altri tubi delle piante, hanno dovuto gli uomini per necessità inventare i Flauti, i Corni, le Trombe ec. Le Corde sonore poi sono così comuni, che tutti hanno dovuto ben per tempo accorgersi de’ loro differenti suoni: ed ecco gli strumenti a Corda, le Lire, i Salterj, le Arpe, i Gravincembali, le Viole, i Violini ec. Finalmente lo strepito sonoro reso da’ corpi vuoti percossi, ha fatto inventare gli strumenti di percussione, i Tamburi, i Timpani ec. Tutti questi strumenti non sono altro che voci differenti, per le quali si parla agli orecchi. Sono tante macchine inventate e disposte con arte per esprimere i suoni in mancanza della voce, o per imitare la voce naturale dell’uomo. Non v’è fenomeno in Natura, non v’è passione o sentimento nel cuore umano, che non si possa imitare cogli strumenti musicali. […] L’unione  l’accordo piacevole di più suoni è ciò che si chiama Armonia, siccome la Melodia è il complesso de’ canti aggradevoli. Onde tutta la perfezione della Musica consiste in esprimere colla Melodia e coll’Armonia unite insieme ogni effetto sì Fisico, che Morale.// Influenza della Musica// E nel Fisico e nel Morale ha la Musica una grandissima influenza./ Riguardata come uno scuotimento, e come tremole vibrazioni impresse nell’aria per mezzo della voce e degli strumenti, la Musica influisce moltissimo sì ne’ corpi inanimati, che negli animati. […] Gli effetti della Musica su gli animali sono ancora più sensibili. Colla Musica si ammansiscono gli Orsi, e fin l’Asino si riduce a ballare al suono di certi strumenti. I Cammelli nell’Oriente sostengono lunghi e penosi viaggi per mezzo di alcuni suoni, al cessare de’ quali il loro passo si rallenta, e talvolta non vogliono più camminare; e presso di noi per lo stesso fine si attaccano le sonagliere alle bestie da vettura. Certe Musiche all’incontro offendono alcuni animali, siccome si racconta d’un cane, che al suono acuto d’un violino urlava con tali lamenti, che proseguendosi una volta, per vederne l’ultimo effetto, il cane morì di spasimi./ Ma particolarmente in quel’animale, che si chiama uomo, la Musica esercita fisicamente la sua maggior influenza. Un Cavalier Guascone non poteva ritenere l’orina al suono della Cornamusa. Boerhaave parla d’un sordo, che sentiva un tremore per tutta la vita, ogni volta che se gli suonava vicino qualche strumento. Pitagora gran promotore della Musica fu il primo ad applicarla alla Medicina, e la Storia antica ne vanta guarigioni mirabili; la sciatica, la gotta, gli effetti isterici, la frenesia, l’etisia, e fin la peste trovano nella Musica un antidoto preteso sicuro. Anche adesso noi conosciamo i suoi effetti in chi è punto da quel Ragno Pugliese detto Tarantola, e si pretende valevole ancora contro il morso delle Vipere, degli Scorpioni, e dei Cani arrabbiati. Nella Storia dell’Accademia delle Scienze di Parigi si fa menzione d’un Musico guarito subito d’una febbre violenta per mezzo d’un Concerto sonatogli in camera. Gli Americani si servono della Musica in quasi tutte le malattie, per così rianimare il coraggio e le forze dell’ammalato, e per dissipare il timore e l’abbattimento, sequele della malattia, e spesso più funeste della malattia stessa. Noi Europei, che abbiamo tratto tanto bene, e tanto male dall’America, avremmo potuto trasportarne anche questo specifico, il quale sarebbe stato forse più efficace di qualunque cura de’ nostri Esculapj, i quali si prefiggono tutti di guarirci, tuto, cito, & jucunde, ma in realtà s’ingigantiscono anche i più piccioli mali colle nauseosissime spezierie, col diluvio delle acque, collo svenarci, e col farci covare il male nella più tetra malinconia. La Regina Elisabetta ammalata a morte fece entrare nella sua camera alquanti Musici, per allontanare gli orrori, che nello stato sociale sono prodotti dalla cessazione della vita, e dalla dissoluzione della macchina, in qualunque aspetto si riguardi questo terribile cangiamento./ È nel morale degli uomini, che la Musica deve spiegare i suoi maggiori influssi. Ella era nella più grande stima presso diversi popoli dell’Antichità, e principalmente presso i Greci; e questa stima era proporzionata al potere e agli effetti, che se le attribuivano. Eglino credevano, che la Musica fosse un mezzo de’ più valevoli a raddolcire i costumi, e ad umanizzare i popoli naturalmente rozzi e selvaggi. Alla Musica attribuivano la dolce morigeratezza degli Arcadi, quantunque abitassero un’aria trista e fredda: laddove i popoli di Cinete, perché neglessero la Musica, sorpassarono in crudeltà, e in misfatti tutti i Greci./ La Musica faceva una parte principale dello studio de’ Pitagorici, i quali se ne servivano per eccitare lo spirito ad azioni lodevoli, e per accendersi dell’amore della virtù. Narrasi, che Pitagora vedendo un furioso in atto d’incendiare la casa della sua bella infedele, fece cantare uno Spondeo, e la gravità di quella Musica calmò subito le smanie di quell’amante disperato./ Aveano trovato gli Antichi due sorte di arie musicali: una detta Frigia, eccitante il furore, la collera, il coraggio, per servirsene verisimilmente ne’ campi di Marte; l’altra, che dicevasi Dorica, ispirava le passioni opposte, e riconduceva ad uno stato tranquillo gli spiriti agitati. Riferisce Galeno, che avendo un Musico posto in furore coll’Aria Frigia alcuni giovani ubriachi, toccò la Dorica, e li calmò in un tratto. Assicura Ateneo, che un tempo tutte le Leggi divine ed umane, l’esortazioni alla virtù, le cognizioni di quanto concerne gli Dei e gli uomini, le vite e le azioni deì personaggi illustri, tutte insomma le cose più rimarchevoli erano scritte in versi, e cantate pubblicamente da un Coro al suono di strumenti. Perciò Platone stabilisce, che non si può far cangiamento nella Musica, senza produrne anche nella costituzione dello Stato; e pretende, che si possano assegnare i suoni capaci da far nascere la bassezza dell’anima, l’insolenza, e le virtù contrarie. Aristotile, che sembra non per altro aver fatta la sua Politica, che per opporsi ai sentimenti del suo Maestro, è nondimeno in ciò anch’egli della stessa opnione. Convengono insomma tutti i Filosofi e gli Storici Antichi, che la Musica sia il mezzo più efficace per imprimere nello spirito degli uomini i principj della Morale, e per animarli a praticare i loro doveri; e giunsero sino ad impiegarla come un preservativo antivenereo. I Mariti assenti, in vece d’infibulare scioccamente le loro Moglie, o d’imbracarle con quelle cinture tanto in moda in certi paesi, le lasciavano in compagnia di Musici, i quali loro sonassero e cantassero delle Arie capaci da moderare que’ desiderj, ch’esse non avrebbero potuto soddisfare, che a costo del proprio onore. Si vuole ch’Egisto non potesse vincere i rifiuti di Clitennestra, che coll’uccidere il Musico Demodaco, lasciatole da suo marito Agamennone, per custodirle casto il cuore per mezzo della Musica. Ci paiono favole tutti questi ed altri consimili racconti. Tanto la nostra Musica è diversa dall’antica! Non si creda però che l’antica Musica sia stata sempre maneggiata colla surriferita utile robustezza. Anche gli Antichi usarono ne’ Teatri una Musica molle, producente effetti cattivi; e questa è quella tanto detestata da Platone, da Quintiliano, e da Plutarco./ E quale influenza ha la Musica moderna sopra i nostri cuori? Ci dà uno sterile diletto, e nulla di più. Ma donde tanta diversità di effetti tra l’una e l’altra?/ Chi ha analizzato la Musica antica e la moderna, ha ritrovato che l’antica  strumentale era ben inferiore alla nostra e per l’imperfezione e per il numero degli strumenti. Gli Antichi o non conoscevano affatto, o pochissimo il Contrappunto, cioè l’Armonia, vero fondamento della Melodia e della Modulazione. Onde la Musica moderna (s’intende già l’Italiana) è in tutte le sue parti più estesa, più ricca, più dotta dell’antica. E come dunque con tutti questi vantaggi ella è sì meschina d’influenza?/ Appunto dalla sua ricchezza deriva il suo svantaggio. La confusione delle parti, la moltitudine degli strumenti diversi, che sembrano insultarsi l’un l’altro, il fracasso dell’accompagnamento che confonde le voci senza sostenerle, sono le bellezze della nostra Musica. E qual energia, e qual effetto può ella trarre da questo caos? La Musica degli Antichi tutta semplice, tutta imitativa, andava al cuore, e movea efficacemente le passioni. La nostra tutta strepitosa ed insignificante non passa gli orecchi. Anticamente le voci cantavano senza sforzarsi, e così sapevano intenerire il cuore e dilettare. Ora i suoni falsi e sordi, e le volate d’una voce eccedente se stessa, non vagliono ad altro, che a scorticare gli orecchi, ed a sorprendere lo spirito. La nostra Musica sarà sempre un vano rumore, se i di lei Professori non penetrano ben al fondo a considerarne l’essenza».

 

 


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