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La festa dei SS. Pietro e Paolo: colori e sapori di un tempo, fra storia e leggenda PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Loredana Viola   
Giovedì 28 Giugno 2012 17:24

[La festa dei SS. Pietro e Paolo. Colori e sapori di in tempo, fra storia e leggenda", ne "Il Titano", n. 12 del 27 giugno 2007, pp. 19-21]


Con l’approssimarsi della fine di giugno, a Galatina, si alza il sipario sulla festa dei SS. Pietro e Paolo, un’antica tradizione che è nella memoria storica dei Galatinesi e affonda le sue radici nelle leggende che s’intrecciano con la storia della città.

A Galatina il culto di San Pietro e Paolo risale a tempi remoti e attinge ad un patrimonio di memorie, di credenze, di riti, di leggende in cui si fondono elementi pagani e religiosi.

Nonostante le profonde trasformazioni in atto nella società, nella cultura, nel costume, la comunità è saldamente ancorata alle proprie tradizioni e ogni anno riscopre il piacere di rivivere il tempo della festa e di ritrovare aspetti e usanze della festa patronale d’un tempo.

Secondo una pia tradizione, San Pietro, di ritorno da Otranto e in viaggio verso Roma per predicare la nuova fede, passò da Galatina, e, stanco del viaggio, si sedette a riposarsi su una pietra che era nel fondo di Pisanello, in contrada San Vito. Quella pietra è conservata ancora oggi nella Chiesa Matrice ed è oggetto di venerazione da parte dei fedeli.

Il giudice Tommaso Vanna, nel suo scritto intitolato Galatina (in Il Regno delle Due Sicilie descritto e Illustrato, IX, 1854-55), riportava la leggenda:

“Nella contrada detta San Vito, vedevasi una gran pietra chiamata il riposo di San Pietro, per essersi egli quivi riposato dopo lungo cammino. Questa pietra l’Illustrissimo Arcivescovo di Otranto Monsignor Gabriele Adarso, religioso della Mercede, fece collocare nel Cappellone del SS. Sacramento da lui fabbricato nella Chiesa Matrice, facendola recingere di cancelli di ferro, acciò i devoti godessero una tanta memoria”.

In ricordo di tale passaggio, Galatina assunse il nome di “San Pietro in Galatina”. Il toponimo San Pietro è abbastanza diffuso anche in altri centri salentini, che rispecchiano un fondamento di tradizione petriana, come San Pietro in Lama, San Pietro Vernotico, San Pietro in Bevagna, ecc.

Continua il Vanna:”Introdottosi il Cristianesimo, ed erettosi un tempio magnifico all’Apostolo Pietro, ricavansi in questa città gli abitanti dei limitrofi paesi, casali e villaggi a visitare detto tempio nel Giovedì, che secondo il rito greco era sacro agli Apostoli; ed in occasione di tal concorso s’introdussero i mercati e le fiere in detto giorno”.

Non è possibile stabilire con certezza la data di costruzione della Chiesa Matrice, ma si ritiene che approssimativamente potrebbe risalire alla metà del ‘300. Essendo in cattive condizioni, fu riedificata nel 1663 ed elevata a Collegiata nel 1664.

All’interno della chiesa c’è una cappella dedicata al protettore San Pietro, in cui si trovano le nicchie con la pietra dell’Apostolo e la statua d’argento del Santo, a mezzo busto, risalente al sec. XVII, donata da Monsignor Lorenzo Mongiò, che fu vescovo di Lanciano e poi di Pozzuoli.

Anche il culto di San Paolo, compatrono della città, si richiama ad un’antica leggenda.

Il Santo è ritenuto il protettore dal morso degli animali velenosi, in particolare, la tarantola, il ragno che, secondo la credenza popolare, con il suo morso “velenoso” provocava una strana e misteriosa malattia da cui si poteva guarire sia attraverso il rito esorcistico- musicale, che consisteva nel ballare al ritmo frenetico della “pizzica-tarantata” esorcizzando il male con l’ausilio della musica, della danza e dei colori, sia recandosi in pellegrinaggio alla Cappella di San Paolo, per chiedere la grazia al Santo in occasione della sua festa.

Il legame di San Paolo con i serpenti si trova in un passo degli Atti degli Apostoli, in cui si racconta l’episodio del serpente velenoso che a Malta fu neutralizzato dal Santo (Atti, 28, 1-10). Questo passo costituisce il punto di partenza per le tradizioni popolari legate alla figura di San Paolo vincitore dei serpenti.

Il legame di San Paolo con la città di Galatina e la credenza dell’immunità concessa ai Galatinesi, risiede in una leggenda locale riportata dal medico leccese Nicola Caputo nel suo trattato intitolato “De tarantulae anatome et morsu”, pubblicato nel 1741.

La leggenda narra che “una notte San Paolo Apostolo, non si sa in quale occasione, mentre dopo la predicazione di Pietro navigava per i nostri mari, trovandosi a passare per il promontorio di Santa Maria di Leuca, giunse a Galatina in incognito per timore dei persecutori, allo scopo di rendere visita ai neofiti. Qui fu accolto e ottenne notizie presso la casa di un religioso, che c’è ancor oggi e che per questo è chiamata la casa di San Paolo. I cittadini di questa città narrano varie cose in rapporto alla leggenda: ma ciò che più importa dicono che San Paolo, per compensare la pietà del religioso, a favore suo e dei suoi discendenti ottenne da Dio, per merito di Gesù Cristo, il potere di sanare – facendo il segno della croce sulla piccola ferita-  quanti fossero stati morsi da animali velenosi, come scorpione, vipera, falangio e simili, facendoli bere al tempo stesso l’acqua d’un pozzo della stessa casa di San Paolo. Ora, estinta che fu la discendenza di quel religioso, alcuni malati morsi dalla taranta, scorpione o vipera, essendo venuti a quel pozzo – anch’esso ancora visibile- mentre il veleno era ancora in atto, e avendo chiesto la guarigione di San Paolo, si dice che, dopo aver bevuto quell’acqua guarissero subito e tornassero a casa con l’animo lieto e rendendo grazie al loro benefattore”.

Nella Relazione della visita pastorale dell’Arcivescovo di Otranto Vincenzo Andrea Grande, nell’ottobre del 1837, si legge:

“La Cappella di S. Paolo Apostolo di patronato del Capitolo, fu riedificata dalle fondamenta a spese di D. Fortunato Tondi al piano terra del suo palazzo: [la cappella] ha un altare, nel quale si trova l’immagine di S. Paolo dipinta su tela. In sacrestia c’è un pozzo, bevendo la cui acqua coloro che sono intossicati da veleno di vipere o di altri animali, avendo pregato ottengono spessissimo subitanea guarigione da Dio per l’intercessione dell’Apostolo, per cui si crede che a quell’acqua sia attribuita la virtù di guarire da siffatto morbo. Così avviene che i fedeli affluiscono qui anche da luoghi lontani, e donano generose offerte con le quali si provvede del necessario sia in questa Cappella che nella Sacrestia della Chiesa Matrice”.

Questa affermazione richiama alla mente un antico detto popolare galatinese, rimasto ancora oggi nell’uso comune:“Paulu busca e Pietru mangia”.

Questa espressione si riferisce al fatto che le ricche oblazioni fatte a San Paolo dai fedeli che si recavano in pellegrinaggio alla Cappella, dovevano restare destinate alla Chiesa Matrice.

Nel linguaggio popolare, vi sono altri detti e proverbi che si richiamano al Santo, ad esempio si suole dire”Se nu bbidi la serpe, nu chiamare mai Santu Paulu”, e ancora “De Santu Paulu, o paja o fienu”. Inoltre, al cospetto di qualcuno che dà in escandescenze manifestando un’estrema agitazione, si suole esclamare: “L’ave pizzacatu la taranta!”.

La solenne processione dei Santi Patroni si tiene il 28 giugno, giorno della vigilia. In passato, era molto singolare la processione che si teneva durante la festa. A tale proposito, il Vanna afferma che “agli inizi dell’800, le statue dei SS. Pietro e Paolo venivano trascinate per la città su un carro sopraccarico di ornamenti, con chiasso e rumori tali, che ben più per tripudio baccanale, anziché per devota espressione al Santo protettore poteva interpretarsi”.

Anche Michele Montinari, nella Storia di Galatina, descrive la processione:

“Le feste più importanti sono quelle di San Pietro, patrono della città…Caratteristico era anticamente il “carro” che nella vigilia del Santo si allestiva con festoni di diversi colori col relativo carico di musicanti, i quali strimpellavano, tra le grida assordanti della folla, motivi di canti del tutto profani. E’ da ricordare che la statua d’argento del santo doveva essere presa a spalla dai “massari” del contado, che erano numerosi, e le offerte nella “gara” erano a tomoli di grano”.

A proposito della festa patronale, nelle “Memorie” del galatinese Ruggero Rizzelli (Galatina, Tip. Rizzelli, 1912), si legge: “Fioriva giusto in quel tempo [1850], a Galatina, una vera palestra di equitazione. Tutte le famiglie signorili facevano a gara a chi acquistasse ed ammaestrasse i migliori cavalli. Prospiciente la Chiesa dei Cappuccini era la pista pubblica; Luigi Andreani teneva scuola di cavallerizza, e i signori, mentre si divertivano dando cacciate a cavallo, durante le feste di San Pietro organizzavano grandi cavalcate, come seguito del carro votivo che fin allora si usava di fare in onore del protettore”.

Durante i tre giorni di festeggiamenti, la città si veste a festa con gli addobbi delle luminarie. Per l’occasione, un tempo tutti erano soliti indossare il vestito buono, in particolare le fanciulle. Scrive il Montinari che “la festa del protettore è la festa delle “zite”; da tempo ognuna di esse ha preparato per il passeggio la veste dai colori più adatti alla persona, e, raggiante, sulla soglia della porta di casa, “lu limbatale”, attende il fidanzato e “lu  paniri”, consistente per lo più in dolciumi di mandorle, o nocciuole impastate con zucchero,  “la cupèta”, oppure cuori colorati di pasta di mandorle o zucchero, oltre a qualche catenella d’oro o d’argento da appendere al collo”.

Una suggestiva descrizione della festa patronale galatinese è nel romanzo “Pater” di Cesare Giulio Viola (Milano, Veronelli, 1958), in cui la rievocazione della festa di San Pietro e Paolo ricrea un’atmosfera lontana e magica: “A giugno c’era la notte d’estate con tutti i balconi aperti e la folla per le strade; e per la via del Duomo c’erano le gallerie di lampadine ad olio multicolori. Quando dal vicolo di casa si sbucava in quella via si rimaneva incantati: pareva di essere giunti nel paese delle fate. Si andava in su e in giù, sotto gli archi trionfali, fino a stancarsi; si compravano a giumelle le mandorle abbrustolite e i venditori d’anguria offrivano le loro tonde lune rosse con gridi modulati. Ma la banda c’era, che più valeva degli archi, dei torroni, delle angurie, la banda sulla cassa armonica foggiata a pagoda cinese. Venivano bande dai più lontani paesi e gareggiavano in bravura…”.

Oggi come ieri, la festa è un tripudio di colori, di luci, di profumi e di suoni, l’esaltazione dei sensi nell’intensa calura dell’estate che si fa prepotentemente sentire. La fuga delle arcate luminose, multicolori, in una fantasmagoria di luci, incornicia la grande facciata della Chiesa Madre, che si erge imponente dominando la piazza e fa da sfondo alla grande cassa armonica da cui si diffondono le note delle arie più famose.

Tanta gente seduta ai tavolini dei bar, intenta, come tradizione vuole, a mangiare lo spumone nel giorno della festa. E intorno le bancarelle cariche di merce, dove il sacro e il profano convivono in bella mostra: immaginette sacre  e statue di santi, cornetti contro il malocchio, ventagli devozionali raffiguranti SS. Pietro e Paolo, simili a bandierine di cartone fissate ad un’asta di legno, “tamburieddhri” di varie misure, e poi le “zacareddhre”(dallo spagnolo “cairel”: nastrino, fettuccia),  i nastrini a colori vivaci che rievocano simbolicamente i colori del tarantismo.

Un tempo passava con il suo carretto “u cratta-cratta”, il venditore ambulante di gelati e “cremulate”, che preparava le granite grattando il ghiaccio da un enorme blocco e riempiendo il bicchiere; poi, vi versava delle gocce colorate di essenza al gusto di menta, limone, amarena, le rimescolava e le offriva ai passanti.

Nell’aria risuonano e si sovrappongono le grida dei venditori ambulanti: ”Coccu friscu…cupèta… nuceddhre…scapèce!!!...”. Suoni e voci che sembrano appartenere al passato, figure e personaggi che animano la festa con i loro richiami, il venditore di zucchero filato, di torrone, di dolciumi…Tasselli di un mosaico vivace, popolare, colorato… Un tourbillon di colori, le grida degli ambulanti, le note della banda e dell’organo della Chiesa Madre che si diffondono nella piazza…

E’ il tempo della festa. Una festa che sembra fuori dal tempo e dalla storia e che nella società contadina rappresentava un importante appuntamento che scandiva il ciclo annuale.

Una società in cui il morso del ragno simbolicamente tornava a mordere e diveniva ri-morso, in quanto riemergere di ancestrali paure e di conflittualità psichiche irrisolte, rituale socializzato che trovava nel rito coreutico-musicale il suo momento di riscatto, fino alla risoluzione della crisi e alla riconquista dell’equilibrio psico-fisico.

Il tempo della festa era il tempo circolare di una società arcaico-rurale che si  misurava con il ritmo ciclico dell’alternarsi delle stagioni e delle colture, essenza di una religiosità innestata su antichi riti pagani, profondamente compenetrata con la quotidianità dell’esistenza.

 

 

 


 

 


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