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Lecce città di mare? dipende dai leccesi.... - (15 luglio 2012) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 16 Luglio 2012 17:19

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 15 luglio 2012]

 

Apprendo che la nuova amministrazione comunale sta considerando l’idea di far diventare San Cataldo il prolungamento a mare della città di Lecce. In effetti, almeno dal mio punto di vista, Lecce sarebbe una città perfetta... se avesse il mare. Proprio come Parigi agli occhi dei baresi (se Parigi avesse il mare... sarebbe una piccola Bari). Il mare è a dieci chilometri. Per la mia città natale, Genova, dieci chilometri sono un percorso interno, da un quartiere all’altro. E quindi il sogno di Lecce città di mare è praticabilissimo. Il problema, però, risiede prima di tutto nei leccesi. Si sentono abitanti di una città di mare? La mia impressione è che la risposta sia negativa. Le cosiddette marine, lungo tutta la costa salentina, sono in abbandono per gran parte dell’anno e diventano bolge infernali solo in un breve periodo estivo, quando la pressione sulla costa diventa insostenibile. Si parla da sempre di destagionalizzazione, ma rimane soltanto uno slogan.

La Liguria ha una lunghissima tradizione marinara e i vari paesi delle due riviere (ad esempio Camogli, Portofino, Alassio, Sanremo, per citarne solo alcuni) sono “aperti” tutto l’anno. Chi vive nell’entroterra (Milano, Torino, etc.) o chi vive a Genova coglie ogni occasione per trasferirsi sulla costa. I fine settimana di tutto l’anno vedono il pienone sulla riviera ligure. Si esce in barca a vela tutto l’anno. Si va a pesca, o anche solo ci si gode il sole. Ci sono paesini che sono gioielli di architettura, dove ci si può perdere nei vicoli (proprio come Otranto e Gallipoli) e tutto è aperto tutto l’anno. Compresi molti stabilimenti balneari. Paolo Conte ha scritto “con quella faccia un po’ così che abbiamo noi quando guardiamo Genova”, e si riferisce al fascino del mare per chi vive nell’interno. Da noi questo fascino proprio non c’è. Passato agosto, il mare viene dimenticato. E quindi il discorso di costruire infrastrutture marine è in assoluto impeccabile, ma in relativo lascia qualche perplessità. Saranno utilizzate in modo adeguato? Ci sarà una corrispondenza tra l’investimento e il ricavo, anche solo in termini di utilizzo? Quale sarà il tempo di ammortamento di questi investimenti? Mi spiego: diciamo sempre che il privato funziona meglio del pubblico. Benissimo. Un privato che investa i suoi fondi per costruire un’opera deve poter prevedere un rientro dell’investimento, in termini di ricavi dall’utilizzazione dell’opera, che sia coerente con le sue aspettative di vita (la vita del privato, non dell’opera). Non può investire cento e poi ricavare uno ogni anno, rientrando in cento anni dall’investimento e iniziando a guadagnare dopo cento anni. Ma anche il pubblico deve iniziare a pensare in questi termini, perché questi investimenti “a perdere” stanno portando al fallimento le casse dello stato. Ovviamente posso accettare questo modo di ragionare se penso a scuole e ospedali, ma per il resto bisogna fare accuratissime analisi dei costi e dei benefici. E non è che, dato che paga lo stato, o l’Unione Europea, allora i soldi si possono spendere allegramente senza alcuna certezza di rientro. E’ così che si finisce come la Grecia. Gli investimenti sul “territorio” devono essere produttivi. E’ finito il tempo in cui si potevano fare due superstrade parallele per andare da Lecce a Maglie. Questo modo di usare i fondi pubblici è comune in tutta Italia ed è uno dei motivi, se non Il motivo, del disastro dei conti pubblici. Se Lecce è una città di mare, allora le “marine” devono essere frequentate tutto l’anno, almeno dai leccesi. Per farlo, i leccesi devono avere ottimi motivi che li spingano a frequentare il mare tutto l’anno. Ma ci deve anche essere la loro volontà di farlo. Perché troppe case sul mare restano disabitate per undici mesi all’anno. Avere una casa al mare dovrebbe essere un ottimo motivo per “stare al mare”, e invece la mia impressione è che non lo sia. Intanto, prima di fare opere faraoniche, mi piacerebbe vedere il ripristino della pista ciclabile da Lecce a San Cataldo, magari con alberi che ombreggino il percorso. Alcune marine leccesi sono passate a Trepuzzi e Squinzano. Forse perché si sentivano trascurate? Prima o poi i fondi europei finiranno, e dovremo essere in grado di vivere bene con i risultati di quei fondi. I soldi per fare le opere si trovano sempre. Ma la mia impressione è che spesso le opere restino incompiute o, comunque, sottoutilizzate. Vi viene in mente il filobus? Non è sostenibile che il guadagno consista nel fare l’opera, mentre la sua gestione sia fallimentare (sempre che l’opera venga effettivamente fatta). Una volta accertata l’utilità dell’opera, poi, bisogna valutarne rigorosamente l’impatto ambientale. Ma sono convinto che già la valutazione dell’effettiva utilità, a fronte dell’investimento, porterebbe all’archiviazione di molte proposte. Se poi volete la mia opinione sulla proposta San Cataldo... non vedo l’ora che Lecce diventi una città di mare. Ma non vorrei trovarmi da solo, sul lungomare, da settembre-ottobre a maggio-giugno. E vorrei poter andare al mare in bicicletta. Queste considerazioni, poi, non valgono solo per Lecce e le sue marine, ho l’impressione che valgano per gran parte della costa del Grande Salento, con poche mirabili eccezioni.


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