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Lavoro o vita? Un’alternativa disumana – (28 luglio 2012] PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 28 Luglio 2012 09:20

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 28 luglio 2012]

 

Sono decenni che il problema Italsider e poi Ilva attanaglia Taranto, la Puglia e l’Italia. Come ha attanagliato Genova, con l’impianto di Cornigliano, e Napoli con Bagnoli (ora entrambe bonificate o in corso di bonifica). Sono morte centinaia di persone per quei fumi che, d’altra parte, hanno dato e danno lavoro a migliaia di persone. Questo è quello che sta avvenendo ora in Cina. Ricordate le Olimpiadi di Pechino? Gli impianti industriali furono chiusi durante i giochi perché il pubblico non avrebbe potuto vedere le gare a causa del fumo, e gli atleti avrebbero avuto problemi respiratori. E’ con l’ignoranza dei problemi ambientali e della salute umana che si costruisce il miracolo economico cinese, e la stessa ignoranza ha segnato il nostro. Le industrie inquinanti, messe in difficoltà da una nuova percezione dei problemi ambientali, trovano molto comodo trasferire la produzione in paesi favorevoli, dove si può inquinare impunemente. 
Non è lontano il giudizio di condanna dell’industria che produceva l’Eternit, il materiale a base di amianto che ha avvelenato un numero impressionante di persone.

La lista delle vittime del progresso è lunga, molto lunga. E si tratta di aggressioni subdole alla nostra salute. Si muore piano piano, è difficile provare le responsabilità e sono le statistiche a parlare, a puntare il dito. Dove ci sono industrie inquinanti si muore sensibilmente di più e ci si ammala tantissimo, con differenze enormi rispetto all’incidenza di malattie di un certo tipo riscontrate in aree dove non ci sono impianti inquinanti. I salentini, poi, andavano e vanno a curarsi in altre parti d’Italia e non è facile fare statistiche in base ai ricoveri. La situazione, però, è talmente grave che, prima che si scoprisse che la dirigenza del San Raffaele fosse un’associazione a delinquere, si era pensato di erigere proprio a Taranto un megaospedale targato San Raffaele per curare le malattie respiratorie.

 

Ora si parla di bonifiche. Come al solito avverranno a spese dello stato. L’industria inquina e guadagna, la popolazione lavora, si ammala e muore, lo stato paga i danni. Se l’industria viene messa con le spalle al muro, scatta il ricatto occupazionale. L’alternativa è subito disponibile: si chiude e si va a produrre in paesi dove non ci sono regole. Produrre acciaio senza inquinare, avendo pagato i danni, non è economicamente sostenibile. La concorrenza degli inquinatori impuniti non lascia alternative: o si lavora e si muore, o si vive e non si lavora.

C’è una sola possibilità di uscire da questa situazione di stallo, ed è politica. Gli stati devono arrivare a dire: sul mio territorio si possono usare solo prodotti provenienti da attività rispettose dell’ambiente e della salute umana. Per usare terminologie logore, il “capitale” non si cura di queste cose. Scopriamo che i computer sono prodotti in industrie site in paesi compiacenti che tollerano incredibili sfruttamenti delle maestranze, i palloni da calcio sono cuciti da lavoratori bambini. Quando vediamo Made in .. e poi metteteci paesi africani o asiatici o sudamericani... è quasi certo che il prodotto che stiamo acquistando sia frutto di attività che danneggiano l’ambiente e la salute umana. La prima cosa da fare è di non comprare quelle merci. Ma finiremmo per non poter comprare quasi più nulla. Perché tutto viene trasferito in quei paesi. E quindi è una questione da affrontare a livello di stati. Ma chi ha trasferito, il termine tecnico è delocalizzato, la produzione è potente e può condizionare i politici. Un giretto di parole per dire che li può comprare. Ma queste persone da una parte distruggono l’ambiente e la salute, dall’altra distruggono l’economia perché gli stati non ce la fanno a pagare i danni e alla fine falliscono. Non ci sono più i soldi per curare i malati e l’ambiente. 
Per quel che vale, sono solidale con gli operai di Taranto ma sono anche solidale con i malati e con l’ambiente, con i parenti delle vittime. Non esistono bacchette magiche che risolvano il problema con piena soddisfazione di tutti. Ma dobbiamo lavorare per invertire questa tendenza perversa e la prima cosa da fare è di prendere coscienza del problema e di chiederne la soluzione. Chi si presenta alle elezioni deve proporre soluzioni, ci deve spiegare come intende affrontare la situazione. Ma il problema delle malattie respiratorie a Taranto non si risolve costruendo ospedali. Non basta. Non si possono curare i sintomi senza rimuovere le cause del male. E le cause non le cura la medicina, le cura l’ecologia. I malati del San Raffaele di Taranto, se si fosse fatto, cosa avrebbero respirato a pieni polmoni, aprendo le finestre delle loro stanze con vista sull’impianto siderurgico? I tumori respiratori, comunque, non sono più numerosi rispetto alla media nazionale solo a Taranto. Il vento porta il fumo anche altrove, in posti che dovrebbero essere presumibilmente puliti.

 

Guadagni privati, costi pubblici

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia", agosto 2012]

 

E così regione e governo centrale stanziano milioni di euro per bonificare i danni ambientali provocati dall’accaieria di Taranto, realizzata come Italsider con i fondi statali e poi rilevata da Ilva, impresa privata. Ilva, giustamente, dice che i danni sono stati perpetrati a causa della natura dell’impianto, e che quindi la colpa è di Italsider. A quei tempi non c’era molta sensibilità verso i problemi dell’ambiente. Però poi le leggi sono state fatte, ma gli impianti non sono stati adeguati alle norme. Il motivo è semplice: costa troppo, non conviene. Meglio avvelenare e magari pagare qualche multa. E poi l’impianto di Taranto ha importanza strategica per l’intero paese, non si può mica chiudere! Come al solito è la Magistratura a farsi carico di imporre il rispetto delle leggi. Dopotutto quello è il suo ruolo, mi direte. Però di solito non è la minaccia di azioni legali ad imporre il rispetto della legge ma, invece, quella che un tempo si chiamava etica. Una parola ormai priva di significato. Se posso farla franca, perché rispettare la legge? Se sono forte, così forte da condizionare la politica con il ricatto occupazionale, perché obbedire alle norme? Poi arriva il magistrato “fissato” che osa chiedere il rispetto delle leggi. E non si può più far finta che tutto vada bene così. Arrivano i ministri, ovviamente scendono in piazza gli operai (le vittime del ricatto occupazionale), si minacciano disastri economici che ovviamente oscurano il disprezzo per la salute umana e per l’ambiente che hanno causato ben altri disastri. Siamo in un periodo di crisi. E tutti, ma proprio tutti, dicono che bisogna vendere il patrimonio dello stato. Ma l’Italsider l’abbiamo venduta, no? Come è andata? Chi l’ha comprata non era di sicuro un benefattore, l’ha comprata perché era un buon affare. E’ presumibile che in poco tempo abbia ammortizzato la spesa e poi abbia iniziato a guadagnare. E’ così che funziona, nel privato. Ora che c’è da pagare i danni, chi viene chiamato a pagare? Lo stato! Facciamo un ragionamento semplice semplice. Se lo stato ha dei beni che valgono e che rendono, e li vende, ha un guadagno immediato ma poi rinuncia ai proventi della gestione di quei beni, proprio come è avvenuto con Italsider. Il gioco di solito è questo: gli amministratori della cosa pubblica hanno dato vita ad imprese che poi hanno utilizzato per crearsi una folta schiera di elettori (che sono stati assunti nell’azienda di stato). Queste aziende funzionerebbero se avessero la metà degli occupati e se questi lavorassero. Ma non si possono mica licenziare i dipendenti pubblici! Allora si svende l’azienda ai privati, questi licenziano il surplus occupazionale (tanto lo stato paga con la cassa integrazione) e poi si cerca di far funzionare l’azienda (magari senza rispettare troppo le leggi).

La soluzione non è privatizzare. Lo abbiamo già visto in moltissime occasioni che i magnifici vantaggi non ci sono. La soluzione è far funzionare bene la cosa pubblica, anche licenziando i raccomandati che non lavorano e assumendo solo chi merita, senza guardare in faccia nessuno. E ogni stipendio pubblico deve rendere più del valore dello stipendio.


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