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Scritto da Gino Pisanò   
Venerdì 31 Agosto 2012 09:18

Otranto 1480 nella cronaca di Ibn Kemal


[in “Apulia”, giugno 2004]

 

Desidero, in limine a questa commemorazione, rinverdire con animo commosso il ricordo struggente di miei Maestri e amici che non sono più fra noi, ma che hanno dato a questa città e alla sua storia un inenarrabile contributo di studi, di passione filologica, di amore. Essi sono: Oreste Macrì, “signore delle pinete idruntine” in quel di Calamuri, ispanista insigne e interprete del Novecento letterario europeo; Maria Corti, impareggiabile “sirena” di questa città, per averne “cantato” con cifra ammaliatrice l’anima tragica, sollevandola dai gorghi della storia nelle serenatrici e universali plaghe del mito; Aldo Vallone, insigne dantista e storico della letteratura che tracciò un esemplare profilo di Otranto nella tradizione letteraria; Donato Moro, il più grande e autorevole studioso degli eventi che dettero vita all’epos idruntino, filologo e poeta; Wanni Scheiwiller, editore di aristocratica misura, che elesse Otranto a categoria esistenziale, ed infine Carmelo Bene, il solo di questa pleiade che non ebbi la ventura di frequentare, ma che pure appartiene alla mia esperienza intellettuale. Dedico loro questo contributo che ho scritto per invito del Sindaco di Otranto, invito che mi lusinga e che mi onora e del quale ringrazio con profonda e sincera emozione.
Ebbene, fonderò la mia relazione su un testo redatto da un testimone oculare dell’eccidio, un testo ancora malnoto e mai collazionato con la tradizione storiografica delle fonti in nostro possesso alle quali, invece, ampiamente hanno attinto gli storici della guerra idruntina.

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