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Franco balla col ragno PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Giovedì 06 Settembre 2012 16:20

Dice, c’ho una febbre diversa oggi. Valgono le stesse medicine?

Franco è un uomo così, uno che parla a coglionella anche con le flebo al braccio.  Uno attaccato al lavoro. Non come i cinesi eh, che quelli pure la dignità si scordano per quattro soldi. Eppure Franco ai cinesi somiglia, perché la notte, specie d’estate, suda giallo. Suda giallo, però non spaventatevi perché Franco è un uomo servizievole, aiuta in casa, a maggior ragione ora che l’hanno pensionato a forza. Quando suda così manda sua moglie fuori e si lava le lenzuola da sé, come faceva con la tuta da lavoro. Quando lavorava.

A volte ci parla al giallo, prima che guadagni il sifone del lavandino. Racconta del suo passato da bambino napoletano, con la quinta elementare rubata ed un padre morto per la tosse. Racconta del viaggio a sud del sud, Taranto, che lì c’era uno, Riva faceva di cognome, e dava lavoro di siderurgia. A tutti, dice Franco al giallo, specie a quelli ignoranti e provenienti da un’altra regione, insomma, gente che non si facesse troppe domande, che lavorasse e basta.

Dice, ed io avevo tutte le carte in regola. Lo dice tossendo.

Poi sente il giallo che scende nel tubo, che gorgoglia, e dice, lo vedi?, balli pure tu la pizzica, si vede che ti ho sudato io. Ha una confidenza con ogni sua parte, si fa i discorsi col fegato, la notte, dopo le chemio. Perché sa che dopo le chemio il suo fegato mette il muso, e lacrima. Giallo.

Dice, vedi?, dovresti imparare anche tu a ballare la pizzica. In fondo non c’hai il ragno dentro?

Poi la moglie ritorna dopo l’esilio imbarazzante del marito. Gli accarezza la mano, gli dice, Agosto è una bestia in fiamme, c’è il giallo ovunque, Francuzzu miu. China il capo lui, maledice il caldo e le chiede di raccontargli della spesa al supermercato, per non pensare al ragno.

La donna si siede, scioglie il nodo dei capelli, ritorna ragazza e comincia dalla porta elettronica e dall’insegna Eurospin. Franco strizza le lenzuola, le lascia nella vaschetta e ne rimane rapito. Dice, il colore degli scaffali, dimmi il colore. E quella come ogni sabato si mette a descrivergli il supermercato, i salumi, la loro provenienza, i biscotti, le bibite col gas. Vuole sapere tutto, Franco, non chiede altro il sabato sera, prima di sprofondare nel sonno dei medicinali.

Dice, Anna, ma stasera non mi basta il supermercato! Stasera, ti supplico di fare uno sforzo più grande. E sorride paraculo, ché non gli si dica no. Franco ha la coglionella sempre, anche le flebo c’hanno fatto l’abitudine.

Dopo avere steso le lenzuola e tirato il filo della carrucola, guarda lo sgocciolio nel vuoto delle case popolari. E’ contento, perché da sempre si illude che il ragno andrà via come le macchie di giallo. Il fegato ondeggia il capo, ma lo accetta pure lui. Prima di rientrare accarezza la carrucola e le dice tu singhiozzi quando balli la pizzica. Si sente. Anche la carrucola accetta, annuisce.

Rientra e incontra le parole di lei che vuole saperne di più circa le novità del sabato sera.

E’ Agosto, Anna, lo hai detto tu che questo mese è una bestia in fiamme. Accendi la televisione che c’è la Notte della Taranta. Anna cerca di riannodarsi i capelli, ma lui glielo proibisce perché, dice, anche Anna sa ballare la pizzica e la pizzica è il racconto di un amore corrotto. Corrotto da cosa, Franco? Dal ragno, moglie mia.

Nell’istante in cui profferisce quest’ultime parole crolla a terra. E bestemmia col nome del suo datore di lavoro. Quando lavorava. Tossisce, sbava. Così Anna si strappa le calze, sì, ma riesce a tirarlo su e a metterlo a letto. Da oggi in poi le lenzuola te le lavo io, basta con tutti questi segreti. Lo sappiamo tutti ormai. L’uomo allora piange, allarga il braccio sul comodino in un gesto di stizza e fa cadere il castello dei medicinali. Intanto la Notte della Taranta comincia, si levano i tamburelli e le rotazioni celesti, balla anche il televisore.

Mi dici le novità di questo sabato più tardi. Respira piano ora, calmati. Sto qui, sì, non mi sposto. Va bene, ti ho detto, per oggi niente morfina. Franco è tutto un fremito e Anna non capisce quanto c’entri la musica del televisore. Allora lo spegne e lui sputa sul pavimento e torna a piangere.

Che c’è, Francuzzu miu, che c’è? Ha un muro sulla bocca grande quanto quelli del reparto autoclavi, quando scendeva nelle botole legato ad una fune per picchiare e picchiare fino a che non fosse svenuto e qualcuno avesse calato un altro operaio al posto suo e così anche per quest’ultimo. Fino alla fine, la fine della razza. La razza degli autoclavisti. Però Franco, rincoglionito dai farmaci, allettato, possiede ancora la forza delle mani e la esaurisce tutta quando coll’indice chiede ad Anna di roteare come fanno le ballerine della Notte della Taranta, ché la notte incalza e nessuno garantisce il giorno appresso.

Stavolta è Anna a lacrimare, ma nella danza tutto si asciuga. La danza asciuga sempre tutto, direbbe Franco. Franco però si sta zitto, osserva la moglie muoversi e si eccita come un adolescente. Le chiede di continuare a roteare, lo chiede anche al suo fegato, lui che c’ha il ragno dentro.

Vieni Anna mia, vieni che voglio amarti. Non mi viene duro, ma che importa se voglio amarti? Tu pensa che sia duro, sforzati di pensare che questi medicinali e questa malattia non mi abbiano fatto molle.

Anna continua a roteare, ha le mani di Franco accanto, dentro. Si convince che per una notte i ragni faranno solo scena. Pensa, chi va solo su e giù, senza roteare, sa poco dell’amore. Quando il giro incontra lo squarcio del balcone, vede il gocciolio del giallo.

Dice, Francuzzu, guarda che luna stasera!

Ma Franco già dorme, Franco è un uomo così: a coglionella.

 

 


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