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In memoria di Piero Manni, editore
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Stagione teatrale a Lecce
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I mille racconti
Giovedì 13 Settembre 2012 07:33

Perpetuo e inestinguibile. Così sparlava il vocabolario.

Io le etimologie le so da quando mi hanno spiegato il significato di Etimologia.

Cioè, io facevo etimologia da prima di conoscere etimologia. Pensate che genio. Poi si sa, uno s’improvvisa meglio di un medico quando la malattia se la vede addosso. Non sto scherzando, credetemi, ho smesso di scherzare da quando sono andato in pensione, perché mi è avanzato del tempo per riflettere. Ho riflettuto troppo, talmente tanto che ora solo due parole mi rimangono, come una psicosi, un vizio della memoria: perpetuo e inestinguibile.

Se non avessi avuto questo nodo nei respiri, io ci troverei anche del gusto nel farmi passare morbidamente questi due termini fra la lingua. Hanno una loro anatomia i termini, anche questo l’ho imparato da quando sono medico di me stesso.

Ora ve la dico: perpetuo e inestinguibile a me ricordavano l’amore. L’amore che vedi nei cuori disegnati sulla calce, negli occhi di una donna, nel gesto di una madre. L’amore che tutto avvolge e che è nella misura in cui non lo si possa spiegare.

Poi, una volta pensionato,  ho capito che i due termini significavano sì l’amore. Ma era l’amore che mai mi sarei aspettato, l’amore del mio datore di lavoro. Che mi ridete a vanvera? Uno che ha i nodi nei respiri misura le parole, dice l’essenziale, ed io quello vi dico. Il mio datore di lavoro mi amava e credo che mi ami ancora.

Noi avevamo preso l’appalto dell’Acquedotto Pugliese, si trattava di riparare le falle nella rete idrica. Semplice come operazione: gli escavatori aprivano il varco nel sottosuolo, i manovali nettavano la condotta fino all’origine della spaccatura, infine creavano la culla intorno alla perdita. Noi idraulici scendevamo con i flessibili, incidevamo il tubo e saturavamo il tutto applicando un manicotto ad anello. Quando le falle erano troppe, allora si decideva per la rimozione dell’intera condotta.

Io la quinta elementare c’avevo. E ce l’ho pure ora. Solo che ora sono in pensione e rifletto di più. E quando rifletto ci ficco sempre il fatto dei nodi nei respiri, cioè l’asbestosi di noi idraulici. Noi la Svizzera e l’Eternit le abbiamo capite senza emigrare.

Per il fatto che mi amasse di un amore perpetuo e inestinguibile, il mio capo, pensò bene di risparmiare sui filtri dei mascherini, e sui mascherini stessi: ci obbligava a scendere a volto scoperto e a respirare l’amianto. Sì, perché le condotte dell’Acquedotto Pugliese sono tutte in amianto. Noi aspettavamo i manovali, poi scendevamo nelle trincee con i flessibili accesi e facevamo quella che solo oggi chiamiamo guerra. Siamo soldati, noi idraulici, senza la mimetica, senza mascherini, senza un cazzo, ma con una famiglia.

Quando il medico mi disse per la prima volta che avevo ricevuto la buonuscita e quella buonuscita la chiamò Asbestosi, fui sul punto di comunicarlo con entusiasmo ai miei cari. Poi mi sentii piccolo piccolo e solo, come tutti gli operai con la quinta elementare. Non dissi nulla, andai solo a capire quanta strada mancasse perché la buonuscita cambiasse il nome in tumore ai polmoni. E proprio in questa ricerca mi feci un quadro della situazione, io che alle elementari scampai all’olio di ricino e alle botte ideologiche.  Dissi a mia moglie di impiegare i figli in qualche modo, che avrei dovuto farle una confessione, sennò sarei morto di solitudine. La presi da dietro, le slacciai il grembiule da cucina, le misi in mano tre foglie d’ulivo e le vomitai addosso tutte le riflessioni da stupido pensionato.

Le dissi che la vedevo sempre vestita d’eterno, come il verde che le mettevo in mano. E quella già fece le lacrime. Le confessai che avevo capito tutto per via dell’etimologia, che l’amianto parlava d’amore perché lo avevo verificato sul vocabolario, ma che non c’era da fidarsi; che lei era l’amore vero e che non somigliava alle condotte dell’Acquedotto Pugliese. E che quindi il problema ci stava. Le dissi che quel problema era l’amore del mio datore di lavoro, il quale ci aveva nascosto tutto, ci aveva sfruttato finché aveva potuto, eppoi ci aveva mandati a casa coi nodi nei respiri. Tossii e lei vide quei nodi.

Le carezzai i palmi col verde, forse per sentirmi eterno come lei. E nei calli delle mani le lasciai le ultime parole, le parole di un uomo che leggeva della Svizzera e non poteva dire quante condotte d’amianto oggi, anno 2012 di Nostro Signore, venissero sbriciolate dagli escavatori e impastate col materiale di risulta per colmare le  stesse trincee. Non poteva dire quanto male fosse stato compiuto a danno di chi le scuole non le aveva potute vedere. Non poteva dire quanta storia giacesse in un’etimologia.

Sì, dissi a mia moglie, con etimologia s’intende la storia di un termine. E lei, tutta boccaaperta era.

Quando ho voluto sapere la storia della mia malattia sono arrivato all’amianto, e quando ho voluto sapere il significato di amianto, il vocabolario mi ha rimandato a due parole. Due parole che hanno il sapore dell’amore che c’ho per te, moglie mia: perpetuo e inestinguibile.

Vedi che hai inteso, moglie mia? L’amore non ha limiti, spalanca la finestra e raccontalo agli uomini coi gilè arancioni; ora che lo sai, chiama quel sangue col nome che gli spetta.

 

Io lo sapevo quanto mi amasse il capo mio. Non servono scuole per capire l’amore.


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