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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
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Programma febbraio 2018
Ecco il programma delle nostre attività di febbraio, caratterizzato da uno spettacolo di burattini che ci aiuti a cogliere meglio lo spirito carnevalesco, magari attirando un pubblico di bambini in... Leggi tutto...
Un incontro proficuo e uno spostamento (eccezionale) di sede
È stato un incontro molto proficuo, quello che ha inaugurato i nostri incontri nel 2018 in una cornice nuova e per certi versi sorprendente (piacevolmente sorprendente!) come la nuova sede del... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Congedo da Roversi PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Massimiliano Martines   
Domenica 23 Settembre 2012 21:13

C'è un rapporto ineludibile tra ciò che si è e le persone che hanno abitato la propria vita. Negare questo vorrebbe dire opporsi all'evidenza ontologica delle cose. Non siamo stati generati da un solo ventre, il destino si scrive giorno per giorno, la nostra esistenza è un cane che stancamente o rabbiosamente o entusiasticamente o per inerzia, spinge il muso negli anfratti del mondo che gli è dato esplorare. La circostanzialità scandisce il ritmo della conoscenza e dell'affettività. La libertà di scegliere se stessi o sciogliersi dai lacci non è un'opzione sempre percorribile. Chi nasce in regioni dove questa possibilità è negata a priori, fatica più di altri a emergere dalla palude dei mostri e dal suo terrificante regno.

Eppure c'è un luogo dove tutto è possibile: il pensiero scuce, slabbra, rivolge, vola, spande, sfugge, scava, sorprende, ...

La realtà in cui si cresce risulta sempre invisa, la peggiore in cui si crede di essere venuti alla luce. Ognuno sarebbe voluto nascere in un luogo diverso e in un altro desidererebbe trascorrere i propri giorni. Da qui un fiorire di frasi fatte e mezze verità. Poi arriva il momento dei commiati definitivi, le anime evaporano dai corpi e le persone care, in un attimo estinte, ci ricordano ciò che abbiamo perduto, una parte di noi si dilegua con loro. Ci si sente meno solidi e più soli, ma è un'apparenza, una fantasmagoria della materia che mangia materia. Noi non siamo la somma aritmetica che crediamo di essere, bensì fattori che non si risolvono, che si moltiplicano all'infinito. Prendere coscienza di questo significa smettere di azzannare e scannare, di smangiucchiare e razionare i pasti, finalmente ci si può lasciare smorzicare dagli altri, moltiplicarsi nei ventri, rinascere in tanti per non morire in uno.

 

Ho ritrovato in questi giorni due persone che mi hanno guidato e incitato a scommettere nel gioco della vita.  Figure molto distanti per certi versi, ma vicine per indole e virtù. Tutte e due importanti per la mia formazione culturale e umana. Con loro ho scoperto la forza che si è impossessata dei miei occhi, del mio sentire, del mio essere oggi in questo posto e non in un altro, per rivoltarmi - grazie al loro sostegno -in energia creativa, eversivamente costruttiva. Ho ritrovato le persone perdendole.

 

Saluto Roberto Roversi che un giorno su un autobus, nel centro di Bologna chiamai dal nulla per chiedere un appuntamento. Per me era un nome che emergeva tra i tanti, qualcosa me lo rendeva attraente, nel senso più profondo. Vi era una canzone nell'album di Dalla “Cambio” che aveva un suo testo: “perché l'uomo che è morto non è Dio che è risorto” (NdA: “Comunista”). Lo incontrai al ritorno dalle vacanze di quell’anno nella sua libreria Palmaverde in via de’ Poeti, portai con me alcune versi, gli chiesi una nota per il primo libro che mi accingevo a pubblicare, scrisse anche quella per il successivo. I suoi occhi non appartenevano al corpo di un anziano, splendevano di una luce bellissima, quella dell'infanzia felice di essere accolta. Conobbi anche Elena, la compagna di una vita. Ebbi chiaro sin da subito che ogni incontro era da considerarsi un dono, qualcosa da ricordare e custodire caramente. Mi pareva d'essere entrato nel mondo delle fiabe, venivo incoraggiato a proseguire un percorso accidentato ma necessario. Roversi non aveva il piglio sgodevole degli intellettuali con cui fino ad allora ero entrato in contatto. La sua era una conoscenza indulgente, non sembrava in alcun modo rimproverare le tante ignoranze, dava stimoli, suggerimenti, ti faceva partecipe dei propri entusiasmi e delle scoperte. Ci davamo del “Lei”, ho sempre pensato fosse una maniera di rispetto, ma il giorno in cui ho appreso la sua scomparsa ne ho capito il vero motivo: era un modo per pormi sul suo piano e trattarmi alla pari, era lui a darmi del “Lei”, io rispondevo di riflesso, mi elevava per non farmi sentire da meno. È l'unica risposta che ricavo da un uomo che rifuggiva le anchilosite convenzioni, le diaboliche sovrastrutture, le glorie mondane, le rigide cerimonie. Una volta lo interrogai sull'utilizzo dell'Io lirico, avevo paura che la mia poesia fosse troppo autoreferenziale, mi disse di non crucciarmi: io, tu, voi... cosa importa! ciò che conta è quello che si scrive. I contenuti. La forma è quello che si decide di essere. Che mancanza e quale eredità lascia a noi tutti!

 

Da bambino sono stato traumatizzato dall'incontro con la religione cattolica che resta, a mio avviso, una delle peggiori tare con cui la società italiana si trova e si troverà a fare i conti. Dalle suore - presso cui ho fatto le scuole materne - ho conosciuto il castigo, che è la manifestazione più odiosa, il peggiore aspetto di una fede che fa leva sulla castrazione dei desideri e sul concetto di peccato. La scuola elementare mi ha aperto un universo nuovo. Mi sono dovuto scontrare sì con i miei coetanei che si passavano il testimone con quelli più grandi, ereditando vizi e crudeltà, ma ebbi la fortuna di incontrare una maestra eccezionale. Anche lei scompare in questi giorni per riapparirmi in grande forma. Lucetta Congedo è la casa da cui sono uscito, per ritrovarmi in un giardino, con gli alberi in fiore e le cose di tutti i giorni trasfigurate in parole. È anche grazie a lei che ho cominciato a ricomporre il disastro che ero stato e che vedevo intorno, in un certo senso a coabitarci. E in quel turbinio devastante affioravano i miei primi segni, le pulsioni più intime che a me stesso rischiavano di crocifiggermi, come quel “Dio che non è risorto”. Quale infausto destino mi avrebbe accolto senza il suo incitamento? Sui banchi ho appreso l'altra faccia di quella religione che ai poveri declinava il suo credo, all'inclusione della diversità, alla definizione di una società rivolta all'altro. Appresi le pratiche di una partecipazione attiva alla costruzione del mondo, a scegliere per non essere solo e scelto, e a trovare nella solitudine il senso della creazione!

 

 

 

Il giorno successivo alla scomparsa di Roberto Roversi ho scritto questi pochi versi, che alla prima comunità con cui mi sono congiunto restituisco:

 

Oggi era ieri

non sta mai quieto il tempo

Roberto nel giorno

in cui apprendo tramuto

la distanza in confidenza

riassesto l'anta un po' sbilenca

della credenza che domani tornerà

al suo difetto sostanziale di cosa

che cade che non chiude bene,

realizzo adesso, prima del gesto

che era distanza per avvicinarmi al verso

allinearsi al pronome della riverenza

e rivelarmi che oggi era domani

la confidenza sostanziale dell'io

che cade che non chiude bene


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