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Sigismondo Castromediano e la memorialistica risorgimentale PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Giovedì 27 Settembre 2012 16:27

[Pubblicato in "Critica letteraria", a. XL, fasc. II, n. 155/2012, pp. 289-306.]

 

Nell’ambito della memorialistica risorgimentale, una tematica particolare e ben definita è quella carceraria. In questo filone, gli indiscussi modelli sono rappresentati, com’è noto, da due opere, peraltro diversissime tra di loro: Le mie prigioni di Silvio Pellico  (1832) e Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini (1879-1880). A queste bisogna aggiungere il più eccentrico Manoscritto di un prigioniero (1843) di Carlo Bini, che però è dedicato solo in parte alle vicende carcerarie dell’autore ed è più un libro di riflessioni di carattere sociale ed esistenziale. Ma anche le Memorie del duca Sigismondo Castromediano (Cavallino di Lecce, 1811 – ivi, 1895), intitolate Carceri e galere politiche[1], costituiscono una delle opere più significative in questo campo, anche se figurano solo raramente nelle trattazioni sulla memorialistica ottocentesca, dove peraltro sono a malapena citate e spesso con inesattezze di vario genere.

Nel panorama tracciato da Guido Mazzoni nel lontano 1936, ad esempio, il nome di Castromediano è appena menzionato[2]. Sergio Romagnoli, dal canto suo, ne parla in pochi righi ma incorre in un errore allorché scrive che egli «si mise a dettare, vecchissimo, le proprie memorie»[3], mentre, come si sa, l’opera ha avuto un lunghissimo iter redazionale. Anche un altro critico, Anco Marzio Mutterle, commette un’imprecisione, stavolta relativamente alla vita del patriota salentino, affermando che egli «passò otto anni nelle prigioni di Lecce e Procida»[4], le quali invece furono solo le prime tappe del suo lungo calvario. L’opera di Castromediano è ricordata ancora da Leonzio Pampaloni[5] e da Folco Portinari[6], poi più niente negli altri repertori specifici. E su questa assenza o dimenticanza probabilmente ha influito anche la rarità dell’opera, che, peraltro, è stata recentemente ristampata a cura dell’Amministrazione Comunale di Cavallino di Lecce, paese natale dell’autore.

Ma, se Castromediano viene almeno nominato in qualche occasione, sono sistematicamente ignorate le memorie di altri patrioti meridionali, tutti compagni di cella del duca, quali: Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco del calabrese Nicola Palermo[7]; le memorie dell’altro calabrese Antonio Garcea, dal titolo Antonio Garcea sotto i Borboni di Napoli e nelle rivoluzioni d’Italia dal 1837 al 1862, scritte e pubblicate da sua moglie Giovannina Bertola[8];  i più sintetici Ricordi della galera del brindisino Cesare Braico, apparsi nel volume Lecce 1881[9], in cui Castromediano pubblicò per la prima volta uno scritto tratto dalle sue Memorie, dal titolo Da Procida a Montefusco, in una stesura diversa da quella definitiva[10].

E così avviene nelle più ampie antologie dedicate ai Memorialisti dell’Ottocento, quella a cura di Gaetano Trombatore[11] e le altre due a cura di Carmelo Cappuccio[12], tre ponderosi volumi nei quali, a parte Settembrini,  non figura nemmeno un rigo delle Memorie del duca di Cavallino e degli altri scritti appena citati, nonché in quella più recente, I memorialisti del 19° secolo[13], a cura di Luciana Martinelli, dove invece si possono leggere alcune pagine delle Memorie politiche (1873) di un importante, per quanto controverso, uomo politico meridionale, Liborio Romano.

Eppure i quattro memoriali di Castromediano, Palermo, Garcea e Braico, ai quali si potrebbero aggiungere gli scritti di uno storico che fu un altro compagno di carcere di questi patrioti, Nicola Nisco[14], costituiscono un compatto e fondamentale corpus relativo alle lotte risorgimentali del Quarantotto nel Regno delle due Sicilie e soprattutto alla dura esperienza da essi vissuta per vari anni nelle galere borboniche. E possiamo aggiungere anche che i fatti narrati in questi libri delineano una sorta di epopea risorgimentale del Sud, forse la più significativa, per i nomi, tutti di primo piano, dei protagonisti (da Carlo Poerio a Luigi Settembrini, da Silvio Spaventa a Nicola Schiavoni, oltre agli autori delle memorie, già ricordati) e per le vicende da essi vissute per lunghi anni in carcere appunto fino alla avventurosa liberazione[15]. Mentre insomma per i moti del ‘20-‘21 nel Lombardo-Veneto, nei principali repertori, a cominciare proprio da quello di Mazzoni, sono puntualmente rammentati tutti quei patrioti che rievocarono la loro detenzione nello Spielberg e in altre carceri asburgiche  (non solo quindi Pellico, ma anche Pietro Maroncelli, Giorgio Pallavicino, Federico Confalonieri, Giovanni Arrivabene, Alessandro Andryane), dei meridionali non resta quasi traccia.

Ma entriamo ora più nel merito del nostro argomento. Carceri e galere politiche. Memorie del duca Sigismondo Castromediano videro la luce, come s’è detto, in due tomi, a Lecce, nel 1895-‘96, subito dopo la morte del duca, avvenuta il 26 agosto del 1895. Non è questa la sede per soffermarsi sulla tormentata storia redazionale di esse. Sinteticamente ricordo soltanto che la prima idea di scriverle, come confessa l’autore all’inizio del Proemio, la ebbe appena mise piede nelle carceri di Lecce nel 1848, accusato di cospirazione antiborbonica[16]. La stesura definitiva però la portò avanti soprattutto a partire dagli anni Ottanta, dopo aver rifatto i capitoli scritti nei decenni precedenti che non lo soddisfacevano a causa dei riferimenti alla storia del Reame, in quanto non aveva avuto la possibilità di documentarsi adeguatamente su ciò che era avvenuto quando era rinchiuso nelle carceri e quando risiedeva a Torino, essendo stato eletto deputato nel primo Parlamento italiano. Cioè si tratta di quasi mezzo secolo (e questo è bene ricordarlo) dalla prima ideazione alla pubblicazione dell’opera.

Composte da ventinove capitoli, oltre al proemio, per un totale di cinquecentocinquanta pagine, le Memorie sono sostanzialmente la cronaca dettagliata della dura esperienza vissuta dall’autore e da numerosi altri patrioti nelle carceri e nelle galere borboniche di Napoli, Procida, Montefusco e Montesarchio, dal 1848 al 1859[17]. Esse infatti vanno dalla reclusione di Castromediano nel carcere di Lecce avvenuta il 30 ottobre ‘48  alla liberazione in Irlanda, con lo sbarco a Queenstown del 6 marzo 1859, e poi con l’arrivo a Torino un mese dopo. Il fine dell’autore è quello di testimoniare le sofferenze, le vessazioni, le angherie subite da lui e dai suoi compagni in questi terribili luoghi di reclusione per i propri ideali di libertà. Castromediano all’inizio del Proemio scrive infatti che aveva promesso ai suoi compagni di volere essere «lo storico dei loro dolori»[18] e più avanti continua così:

 

E in questo nuovo lavoro altro non offro, se non ciò che di nostra prigionia è poco noto o mal noto, cioè quanto ingiustamente oppressi e perseguitati dall’ira e dalla crudeltà borbonica, e quanto orribili i dolori e i misteri delle prigioni napoletane, e più ancora dei bagni o galere, ossia di quei carnai dove languivano, accatastati, abbandonati, e fuori umanità, i forzati o galeotti destinati alla catena, o dalla legge, per enormi misfatti, o dal dispotismo assoluto, come rei di stato, solo perché di esso avevano tentato di ammansire la ferocia. Di questi ultimi a gemere v’era, nel mio tempo, assai numero, sparsi per tutte le carceri e le galere del regno, confusi e trattati non altrimenti che i ladri e gli assassini[19].

 

In effetti le Memorie sono soprattutto la denuncia di queste disumane condizioni di vita e da esse emergono lo sdegno e l’indignazione contro il governo borbonico che «già da mezzo secolo – scrive l’autore all’inizio dell’opera – personificava e l’ingiustizia e la prepotenza»[20]. E le carceri del Reame sono per l’appunto il simbolo più vistoso di questo malgoverno. Memorabile, a questo proposito, è l’incipit del cap. III:

 

Le carceri del Napoletano erano e sono da considerare come la più nefanda creazione della ingiustizia e della malvagità umana, la negazione d’ogni bene, l’affermazione d’ogni male, bolge d’espiazioni crudeli, affatto prive dello scopo di migliorare i traviati, che anzi servivano viemmaggiormente a pervertirli; fosse a serragli di belve e di efferati tormenti, tali che fantasia di romanziere non giunge a inventar più nefandi, cloache di sozzura e di tristizie, scuole di vizi, d’immoralità, di viltà e prepotenza ad un tempo, dove l’umana carne si gettava ad imbrutire e a marcire, e non per altro che per imbrutire e marcire. Noi stessi, i politici, secondo che la reazione per le sue continue vittorie addiveniva più audace e più avida di vendetta, noi stessi, ripeto, di quella brutta creazione dovemmo assaporare l’immanità sino alla feccia[21].

 

Di esse Castromediano dà anche una definizione più sintetica: «Le carceri del Napoletano non erano, né dovevano esser altro che il carnaio dove si perde anima, sentimento, ossa e vita»[22]. E, nella sua opera, ne descrive  sia «la parte materiale» che la «parte morale»[23], cioè l’universo carcerario nella sua totalità, sia quindi l’aspetto fisico, nonché le strutture, i regolamenti, il personale addetto, sia le conseguenze sui carcerati, il degrado costante in cui erano costretti a vivere, le scarsissime (o inesistenti) condizioni igieniche, le pene, i ricatti, le delazioni, le evasioni e così via. In questo senso, uno dei brani più efficaci e impressionanti è sicuramente quello relativo alla descrizione della catena che teneva legati i prigionieri a due a due:

 

La catena! Mi sia concesso tornarvi sopra: dovendomi essa macerare i lunghi anni, è bene che il lettore se ne formi un’idea esatta. È un filo di sedici oblunghe maglie, l’una all’altra coordinate; si estende per oltre tre metri e mezzo, e, insieme cogli altri ordigni accennati, supera di peso i dieci chilogrammi. Il suo rauco stridore e il perenne cigolio assordano e ammattiscono. È un perfidioso serpente la catena, cui devesi rimaner soggetto giorni, mesi ed anni, e non è concesso liberarsene nemmeno un istante; un serpente tenacemente ostinato che, mentre morde e stringe coi denti e con le spire, stritola l’intelletto e annienta la vita. Se mai avviene potersene disciorre, anche allora, e per lungo tempo, se ne risente l’impressione, come se essa continui ad avvinghiare il piede. L’ho sopportata quasi un decennio, ed ora, a me che scrivo dopo più d’un quarto di secolo, lo strano fenomeno d’improvviso vienmi a sorprendere. Essa deve rimanere sempre dove è stretta, a flagellare, irrequieta, le gambe del condannato, se cammini o si arresti, se mangi o dorma, se infermo all’ospedale, sempre, sempre: gliela tolgono solo quando è in agonia sulla cuccia della morte. È per essa che si addiviene come bruti, e si rimane, direi, sconsacrati, di quel segno misterioso messoci da Dio sulla fronte, per farci meravigliosamente distinguere dai bruti[24].

 

Scarseggiano nell’opera, invece, le riflessioni di carattere politico anche perché Castromediano è sempre saldo nella sua fede monarchica sabauda, e nella sua «ideologia unitaria allo stato puro, intensa fino all’intransigenza, rigida fino all’incomprensione di vie alternative o mediate»[25]. Solo alla fine emerge, ad esempio, la sua polemica antimazziniana, allorché, esule con i suoi compagni di prigionia a Londra, rifiuta di incontrare Mazzini e concorda in pieno con la risposta, scritta da Carlo Poerio e riportata nel testo, all’invito da lui fatto.

Ma la narrazione, cronologicamente ordinata, delle vicende carcerarie che, come s’è detto, è nettamente prevalente ed è anche la parte più nota dell’opera, si interrompe a volte per lasciare spazio all’inserimento di documenti (lettere, verbali, regolamenti, contratti, esposti), dovuti forse a una certa influenza positivistica, tipica degli anni in cui egli scrive le Memorie (cioè al bisogno di documentare obbiettivamente quegli eventi), o ad aneddoti, ritratti, bozzetti nei quali si nota l’avvicinamento dell’autore a certa letteratura del tempo, di tipo verista, sia pure di un verismo molto temperato.

Si tratta del racconto di vicende, ora tragiche, ora divertenti, ora patetiche, ora grottesche, da lui apprese in carcere o direttamente o attraverso il racconto di altri prigionieri. Cito, ad esempio: l’aneddoto su «Papa Giorgio Tarantini», un prete che riesce a sfuggire alla cattura delle guardie borboniche grazie a uno stratagemma di alcuni abitanti di un paesino del Salento, Torchiarolo, i quali  poi però vengono arrestati[26]; quello sulla «vedova che non è vedova», cioè di una delle figlie del comandante del bagno della Darsena di Napoli che si finge vedova perché il marito è un cospiratore ed era stato già condannato a morte dai Borboni[27]; o ancora i «tre aneddoti pietosi», brevi storie di incontri tra carcerati e i loro familiari nel carcere di Napoli, come il seguente:

 

Una seconda volta, dall’estrema Calabria, ecco giungere, insieme con la vecchia madre, due giovanetti contadini, venuti in cerca del padre loro. Ottennero di vederlo, e stettero insieme in lungo colloquio: pare che i figli gli avessero chiesto il nome del traditore che lo aveva ridotto in quello stato, perché, giunti ad età matura, sentivano il dovere di vendicarlo. La vendetta in Calabria si ritiene ancora come diritto contro l’offensore. Il padre in quel mentre guardavali con somma tenerezza, ma pur con sommo turbamento. Poi chinò la fronte e stette pensieroso, e dopo alcuni istanti, come svegliatosi ad un tratto, trasse a sé i suoi figli, e stringendoli al cuore, e baciandoli, disse loro: «Ritornate in casa vostra, e con la buona condotta fate dimenticare il nome di vostro padre. Feci il brigante e l’assassino, e non ebbi altro traditore che la sorte maligna e la mia perversità.» E lasciatili bruscamente, confuso nella folla, corse, non senza qualche lagrima, a nascondersi nel fondo della sua corsia [28].

 

Per quanto riguarda il bozzetto, oltre a qualcuno che citerò tra poco, ricordo quello della vedova a cui rubano le posate d’argento che si rivolge in carcere al detenuto detto il «siciliano» ma viene ulteriormente truffata da questo[29]. E, tra i ritratti di personaggi conosciuti che Castromediano delinea efficacemente, mi limito a ricordare quello di Raffaele Miglietta, un detenuto che si era autoproclamato «il re della repubblica» del suo paese, Torchiarolo, e per questo motivo era stato arrestato, processato e condannato[30]; e quello dello «Scortica», il peggiore dei secondini del carcere di Lecce, del quale nel seguente brano mette in rilievo la sfrenata avidità di denaro:

 

E fu appunto lo Scortica, certo il più perfido tra i suoi pari, del quale non proferisco il vero nome, essendo appartenuto a reputata famiglia leccese, che, ad estorcere mance e doni, ci vessava con visite, come le chiamavano, frequenti, ossia perquisizioni brutali e minute, sia sulle persone che nei loro effetti. Ed è curioso notare che tali visite o perquisizioni divennero frequenti pei politici, e rimasero rade pei comuni, come nel passato. In una delle quali egli, frugando sino al fondo la valigia di Schiavoni, s’accorse di cinque o sei monetuzze d’oro colà conservate. Oh l’avida sorpresa da cui fu vinto! Il suo sguardo mutossi in quello del falco che s’accorge della preda. Le tolse tra le mani, la strinse al petto con tenerezza convulsa, ne baciò l’effigie con voluttà, ne lesse le leggende con emozione, e tante volte le alzò su, come sogliono i preti nella messa, per quante altre volte disse: «queste sì son le vere ostie di Cristo!» – Finalmente, con ghigno mefistofelico, le ripose là donde tolte le avea e, richiusala valigia, ne restituì la chiave. Ma quell’ora un vivo desiderio d’impossessarsi di quelle monete agitava il secondino, e andava e tornava allo Schiavoni per ottenerle. Il mio amico rifiuta vasi, e quegli ad insistere fino alla noia. Accortosi però che ogni sua preghiera ed ogni sua astuzia riuscivan vane, cacciò fuori altr’arma, la minaccia [31].

 

Ma, accanto a questi raccontini, sono presenti vere e proprie digressioni che fanno luce su vari aspetti della realtà e della società meridionale dell’Ottocento. Per questo le Memorie di Castromediano, oltre che una valenza politica e letteraria, ne hanno anche una di carattere socio-antropologica che bisognerebbe approfondire. Tra le digressioni ricordo, ad esempio, quelle sulla situazione di Terra d’Otranto nel cap. V, sul clero e l’episcopato nel cap. VI, sulla magistratura napoletana nel cap. VII e quella intitolata  Camorra e camorristi a cui è dedicato l’intero cap. XVI[32]. In quest’ultima ampia trattazione, ad esempio, l’autore, basandosi anche sul libro di Marc Monnier, La camorra: notizie storiche raccolte e documentate, pubblicato a Firenze nel 1862, descrive la struttura di quella che definisce una «schiatta infernale», che «regnava» nelle carceri e galere napoletane, incominciando dalla etimologia del nome e proseguendo col regolamento, con i vari componenti (dal capo, chiamato «masto», ai picciotti», ai «fiduciati», ecc.), con la descrizione dei vestiti dei camorristi, delle sentenze implacabili di morte che emanavano all’interno del carcere. Di queste anzi dà un significativo esempio:

 

Frattanto una grossa bestemmia ed un grido che andavasi man mano soffocando, e che poi finì con un lieve lamento, fremerono sotto le cupe volte del prossimo corridoio, e poi si dileguarono affatto. Successe un frequente calpestio ed un insolito scrosciare di catene, e colui che meco interloquiva, aggrottando le pupille e dondolando con lentezza il capo soggiunse:

«L’omicidio è avvenuto.»

Volli ritirarmi nella mia camera e, col passo più celere che potei, mi ci avviavo. Ma orrore!... alla prima svoltata del corridoio m’incontrai col cadavere dell’ucciso che, disteso per terra e insanguinato, mostrava tre ferite alla parte del cuore. Tutti i galeotti trovatisi avanti alla terribile scena erano già spariti, e regnava silenzio sepolcrale. Solo ritto gli stava dappresso il compagno di catena, forse lo stesso che gli aveva assestati i colpi, e lo aveva condotto al macello, e lo guardava con indifferenza, e, per essere più esatto, non so con qual senso d’indefinibile stupidezza mista a ferocia, attendendo gli aguzzini con l’incudine e il martello, acciò lo slegassero dal morto. L’insolito calpestio e lo scrosciare dei ferri erano dei vaganti nell’edificio, che i guardiani, in casi simili, spingevano nelle corsie, e ve li chiudevano, almeno per quanto era necessario, acciò la calma ritornasse e si nascondesse il cadavere dell’ucciso[33].

 

 

Nelle ultime pagine del capitolo Castromediano fa anche alcune riflessioni sulla mancanza di interventi da parte del governo borbonico per reprimere questo fenomeno criminale.

Ma quali sono i modelli tenuti presenti dal duca di Caballino per le sue Memorie? Sempre nel Proemio scrive:

 

Fin dal principio avevo tolto a modello del mio scrivere le Prigioni del Pellico: vana lusinga anche questa! Come raggiungere la inimitabile elegia del martire dello Spielberg? E poi il secolo era mutato, e notevole era la distanza che mi separava dal pietosissimo prigioniero, diversa l’indole che ci conformava, diverse le occasioni, le circostanze, l’ambiente che ci avvolsero, diverso il modo di manifestare tutto o parte di quanto dentro ci commuoveva: eravamo dunque due individui diversi; egli costretto a parer lui ed esser lui, io, qualunque fossi, a parere e rimanere io [34].

 

Pellico è citato altre due volte nel corso dell’opera: la prima volta l’autore ricorda una frase delle Mie prigioni («oh come è dura la prima notte nel carcere!»[35]); la seconda, quando si trova ancora nel bagno penale di Procida, annota che gli era giunta notizia della venuta a Napoli dello scrittore e patriota piemontese, che definisce il «più gentile e intemerato spirito italiano»[36] e così continua sempre a proposito del suo capolavoro:

 

Come lui ho sofferto anch’io, ma non quanto lui, suppongo. Come lui m’affatico anch’io a descrivere i miei patimenti, ma le sue Prigioni rimarranno l’inimitabile elegia dell’intimo dolore; e questa carte!... Ahimé! lette appena, se pur verranno lette, le sperderà il vento, non altrimenti che aride foglie[37].

 

Al di là della confessione di modestia contenuta in quest’ultimo brano, da queste citazioni è evidente la consapevolezza di Castromediano della lontananza, ideale, storica, culturale, geografica della sua opera rispetto a quella di Pellico. La quale si inserisce a tutti gli effetti nel clima del Romanticismo italiano di cui anzi è uno dei momenti più alti e significativi. Le mie prigioni, com’è noto, narrano il periodo più travagliato della vita dell’autore, dal momento dell’arresto a Milano, come indiziato di cospirazione carbonara contro la monarchia costituzionale austriaca, alla condanna a Venezia e al lungo periodo di reclusione nel cupo carcere dello Spielberg in Moravia (1822-1830). Ma questo non è un libro di lotta politica (fin dall’inizio infatti Pellico scrive: «Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto a tenerle broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro»[38]), ma ha un fine di edificazione morale, quello cioè di «contribuire a confortare qualche infelice coll’esponimento dei mali che patii e delle consolazioni ch’esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure; […] – quella d’invitare i cuori nobili ad amare assai, a non odiare alcun mortale…»[39]. Non a caso, come è stato scritto,  il vero tema del racconto è «quello della colpa e del castigo e della redenzione liberatoria, […] è la condizione umana»[40].

Non c’è quindi, come in Castromediano e in Settembrini, la denuncia delle ingiustizie patite nel carcere, ma la volontà di offrire una testimonianza consolatoria. E a questo proposito è significativa quella definizione che il duca di Cavallino  ripete nei brani citati: «l’inimitabile elegia dell’intimo dolore», dove c’è già l’indicazione del tono («elegia», cioè sfogo, confessione di carattere sentimentale) e del contenuto («intimo dolore», cioè un dolore privato, personale, di natura soprattutto spirituale più che fisica), mentre egli vuole essere lo storico dei dolori collettivi, cioè delle sofferenze quotidiane subite dai suoi compagni nelle galere borboniche.

Ciononostante, Le mie prigioni influenza, a mio parere, sia pure in minima parte,  anche la struttura delle Memorie – lontanissime peraltro, come s’è detto, da quel libro – per il gusto del bozzetto, di tipo patetico e sentimentale appunto, così presente in Pellico e che poi diventerà un vero e proprio genere letterario assai diffuso nel secondo Ottocento[41]. Ad esempio, in entrambe le opere, ci sono dei brani in cui è descritta l’apparizione improvvisa di una figura femminile che porta un po’ di conforto ai prigionieri. E qui mi riferisco all’episodio di Carmela, nelle Memorie, la giovane contadina che viene vista passare per strada, a Montefusco, da Castromediano e dagli altri prigionieri attraverso le strettissime finestre:

 

Fra costoro, con più frequenza, attraversava quella via una contadina a nome Carmela (così almeno la chiamavano le scolte) giovane dai capelli e dagli occhi turchini, svelta quanto una gazza, colorita più d’una rosa; quindi ognuno può figurarsi se noi ne attendevamo la comparsa con premura e piacere, i più giovani vagheggiandola, i vecchi compiacendosene, tutti trascinati dal potere di quella singolare bellezza

Ma il vecchio Francesco Romano, quegli che credeva alla stregoneria, entusiasta della vaghezza di colei, commise un dì l’imprudenza di gettarle un gruzzolo di monete, che fu tosto sequestrato dalle sentinelle. Per questo avvenimento fu fatto gran chiasso e forse iniziata una processura della quale ignoro i risultati. Certo è che da quell’ora non più vedemmo Carmela[42].

 

Ebbene, questo episodio può essere messo a confronto con quelli relativi a Maddalena[43] e alla «caporalina ungherese»[44] delle Mie prigioni, due giovani donne anche in questo caso, la prima carcerata, la seconda gendarme, che colpiscono l’autore e gli altri detenuti. Ma ci sono ancora altri esempi di patetismo sentimentale che richiamano l’opera di Pellico, come il brano dell’usignolo che con i suoi gorgheggi  sembra quasi voler lenire il dolore dei reclusi, finché i carcerieri infastiditi non decidono di ucciderlo con un colpo d’arma da fuoco:

 

Un usignuolo, quasi conscio di nostre ambasce, soleva posarsi fra gli alberi che vegetavano sul ciglione del medesimo orto, di fronte alle finestre che dal mondo ci separavano. Ivi con gorgheggi soavissimi, cantava ogni sera, come se compiangesse il nostro dolore e intendesse lenirlo.

A quelle finestre allora solevamo affacciarci e raccoglierne il gentile saluto. Ahimè! che il misero fu scoperto e tenuto complice di misteriose intelligenze. Le vigili menti dei nostri carcerieri ne rimasero turbate; e fu così che da prima lo scacciarono colla voce, poi colle pertiche e colle pietre; ma il fido uccello, non obbedendo all’insistente ferocia, tornava e tornava, finché decisero d’ucciderlo con un colpo d’arma da fuoco, e l’uccisero!...[45].

 

Ma si potrebbe citare ancora, quello, analogo, della «passeretta» addestrata da Castromediano, la quale torna ogni sera a trovarlo spinta dalla fame finché anch’essa probabilmente non viene uccisa[46]. Infine vorrei ricordare la descrizione del tragico episodio della morte, nel carcere di Lecce, del patriota Epaminonda Valentino che ricorda il brano delle Mie prigioni relativo alla morte di Oroboni[47]:

 

Privi di moto e delle altre necessità, fosca la luce e l’aria impantanata, le ambasce e i dolori da cui eravamo stritolati prepararono la più lacrimevole delle sciagure. Tra noi contavasi anche Epaminonda Valentini [sic, ma Valentino], gentile e colto, di modi distinti e piacevole favellatore, di largo cuore, di carattere fermo e di propositi irremovibili, che amava la patria con intensità di sincero patriottismo. Le barricate del 15 maggio, nella capitale, lo avevan veduto strenuamente combattere, e di ritorno a Gallipoli sua dimora, scorgendola vacillante, volle riaccendervi viva la fiaccola della libertà. Fu quindi colto anche lui e sospinto in prigione, ma affetto da malattia nel cuore, pingue e di temperamento sanguigno, costretto in quella bolgia, sentivasi soffocare in ogni ora, invano reclamando un boccone d’aria pura. Le sue istanze, anche appoggiate dal parere dei medici, non gli permisero nemmeno di salire sulle terrazze dello stesso carcere, favore che, con qualche mancia, i custodi concedevano a quanti dei comuni piacesse. E fu così che, nel pomeriggio del 29 settembre 1849, l’Epaminonda, fulminato d’apoplessia, miseramente cadde: – aria!... aria!... – gorgogliando nella strozza: e fu quella la sua ultima parola[48].

 

Sicuramente più vicine allo spirito delle Memorie di Castromediano sono comunque le Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini, apparse a Napoli in due volumi, nel 1879-80, con una introduzione di Francesco De Sanctis. D’altra parte, oltre che una maggiore vicinanza cronologica, tra queste due opere ne esiste anche una di natura culturale e geografica, oltre che storica e biografica addirittura, dal momento che con Settembrini egli si incontra sulla nave che doveva portarli, esuli, in Argentina e che poi viene dirottata dal figlio di questi, Raffaele, in Irlanda. È probabile, a tale proposito, che proprio la pubblicazione delle Ricordanze abbia spinto il duca a riprendere con maggiore lena le sue Memorie. In una lettera del 12 aprile 1881 a Silvio Spaventa, quindi subito dopo la pubblicazione, le definisce «bellissime ed utilissime», anche se «gli paiono incomplete se non guaste, tagliate e interpolate»[49].

E in effetti non aveva torto. Il primo volume delle Ricordanze infatti, com’è noto, è la narrazione della vita dell’autore che parte dagli anni d’infanzia e poi prosegue con altre vicende autobiografiche,  come il collegio, l’università a Napoli, l’apertura di uno studio privato, l’adesione alla setta di Benedetto Musolino, il trasferimento a Catanzaro per insegnare, l’arresto nel 1837, il processo e il giudizio, fino alla nuova reclusione nel carcere della Vicaria per quindici mesi. La narrazione arriva e si interrompe proprio ai drammatici eventi del Quarantotto napoletano da cui parte Castromediano. Il secondo volume invece, che riguarda il periodo 1848-1860, quello messo al centro nelle Memorie del duca, ha un carattere piuttosto frammentario, essendo composto da una serie di scritti vari che probabilmente dovevano servire a Settembrini per completare l’opera. Esso va infatti dal processo per cospirazione antiborbonica alla condanna a morte poi tramutata in pena a trent’anni, agli anni trascorsi nell’ergastolo di S. Stefano, all’esilio e infine alla liberazione.

Anche nei confronti del Settembrini Castromediano ha una venerazione assoluta, al punto che lo definisce il «suo maestro»[50], e dimostra di conoscere bene le Ricordanze, dove è trasfuso «tutto il sentimento schietto e profondo e l’amore suo incomparabile verso la patria e verso la famiglia»[51]. D’altra parte, nelle Memorie, è ricordato pure l’altro famoso scritto di Settembrini, la Protesta del popolo delle due Sicilie[52]. Però, nel Proemio, non manca nemmeno di sottolineare alcune differenze tra la sua opera e quella del patriota napoletano, tra le quali non ci sarebbe, a suo giudizio, «nulla di comune». Così infatti scrive a un certo punto, dopo la consueta dichiarazione di modestia nei suoi confronti:

 

Il Settembrini poi… Ed oso io mostrarmi in suo paragone? Davanti a quella figura di martire, davanti a quell’anima angelicamente formata, davanti allo scrittore che dipinge ed ammalia, allo sdegnoso di tutto ciò che non è né bello né santo, dovrei lasciare ogni pretensione di scrivere. Ma le mie memorie non hanno nulla di comune colle sue, meno il fine di raccomandare alla posterità la indignazione contro un pravo governo, già sparito per sempre dalla faccia della terra, e meno i racconti degli ultimi giorni, in cui insieme corremmo il mare, esulando, in cerca di un asilo. Il dodicennio degli spasimi anteriori entrambi passammo sotto volte e muri differenti[53].

 

E nel brano seguente precisa queste diversità, sottolineando soprattutto il fatto che  Settembrini aveva potuto godere, a Santo Stefano, di condizioni carcerarie assai migliori delle sue:

 

Al Settembrini che visse colà fra i più ribaldi e disperati, colla convinzione di non potersi da essi mai più scompagnare, pure in parte fu dato di rimanere l’uomo che era, cioè di potere, almeno un pochino esercitare la sua intelligenza con i libri e con lo scrivere: poté corrispondere in segreto con la moglie e con gli amici, fin con amici inglesi, i quali non solo il confortavano di nobili affetti e d’incoraggiamenti, ma pensarono fino a sottrarlo dalla empia dimora[54].

 

Alla fine allude anche a certe «agevolazioni» di cui aveva goduto il patriota napoletano attraverso forme più o meno lecite di corruzione di carcerieri e comandanti: «Un po’ d’accortezza, un po’ d’onesta malizia ed anche un po’ di danaro, opportunamente fatto scivolare in mani opportune, gli procurarono delle agevolazioni che a noi mai furono concesse»[55].

Al di là comunque di questi giudizi che riguardano più le condizioni di reclusione che le Ricordanze, si possono notare effettive differenze tra le due opere. La prima, e più immediata, sta nel fatto che mentre Settembrini, come abbiamo ricordato, nel primo volume, quello più organico, racconta la storia della sua vita a partire dalla fanciullezza, Castromediano, nelle  Memorie, si concentra esclusivamente sulle sue esperienze carcerarie e non fa minimamente cenno dei periodi precedenti al suo arresto non ritenendoli meritevoli di ricordo: «Della mia prima età, e sino alla mia prigionia, – scrive all’inizio del primo capitolo – dirò poco, assai poco, quanto nulla, come quella che, passata nel silenzio e nelle meditazioni altro non merita»[56].

Un’altra differenza, stavolta non contenutistica ma formale, tra le due opere è rappresentata dalla lingua, che in Settembrini è piana e semplice (come in Pellico, d’altra parte), mentre in Castromediano è di tipo classicheggiante e a volte antiquata nelle forme lessicali e nell’espressione. Ma qui ovviamente per Settembrini conta il retaggio della formazione avvenuta a Napoli presso ambienti estremamente aperti dal lato culturale e stimolanti anche da questo punto di vista, come la scuola privata di Basilio Puoti, frequentata anche da De Sanctis, mentre Castromediano, com’è noto, studiò  a Lecce presso i Gesuiti e nel suo palazzo di Cavallino con insegnanti privati e non si aprì mai in fondo alle correnti più vive della cultura linguistica del suo tempo. Anche per questo la lingua delle Memorie è ricca di forme lessicali e locuzioni antiquate come «avvegnacché», «imperocché», «acciò», «tosto», «non ha guari», «in alcuna guisa», «non davasi pace», ecc.

Qualche parallelismo si può fissare invece col secondo volume delle Ricordanze, che comprende scritti autobiografici, lettere familiari, pagine di diario, versi, bozzetti e brani documentari. In particolare si possono stabilire rapporti precisi tra i capitoli delle Memorie di Castromediano dedicati alla descrizione delle varie carceri e il cap. XV sui Galeotti, con lo scritto intitolato L’ergastolo di Santo Stefano, che è «una potente denuncia del modo in cui erano costretti a vivere i carcerati in un ambiente osceno, causa di delitti e di abiezione»[57].  Anche qui infatti Settembrini, dopo aver fornito notizie storiche del carcere, situato appunto sull’isoletta o per meglio dire sullo scoglio di Santo Stefano, lo descrive accuratamente e poi dedica un’attenzione specifica, proprio come fa Castromediano, agli ergastolani soffermandosi sulle loro abitudini, sulle loro storie, sui terribili delitti che gli vengono raccontati da loro stessi. Alla fine però, a differenza del patriota salentino, Settembrini (e qui emerge la sua formazione illuministica) si pone delle domande e fa delle riflessioni sulla funzione educativa che dovrebbe svolgere il carcere, sul ruolo che l’istruzione, il lavoro dovrebbero avere per prevenire questi fenomeni di delinquenza, e sulla redenzione dei colpevoli[58].

Ma, come nelle Memorie, identico è il fine che si prefigge scrivendo le Ricordanze, cioè quello di testimoniare ai posteri i sacrifici, le sofferenze inflitte ai patrioti per i loro nobili ideali: «Io scrivo non per avere dal mondo una lode che non merito e m’offende; ma perché resti ai nostri figliuoli, come utile insegnamento, la memoria delle nostre sventure»[59]. E quest’ultima definizione («la memoria delle nostre sventure») ricorda appunto quella, già citata, di Castromediano: «lo storico dei loro dolori».

Un’altra opera, meno nota, con cui si possono istituire proficui rapporti è Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco del calabrese Nicola Palermo, che venne pubblicata prima a puntate su «La Nazione» di Firenze nel 1860 e poi in volume a Reggio Calabria nel 1866, con una prefazione del fratello, Nicodemo, anch’egli patriota. Palermo fu rinchiuso nelle stesse carceri e galere in cui fu detenuto Castromediano e negli stessi anni, dal 1851 al 1859, e venne liberato insieme con gli altri patrioti sempre grazie all’intervento di Raffaele Settembrini. Il libro perciò narra le medesime vicende rievocate dal duca. Anche qui vi sono descrizioni delle carceri nelle quali vennero imprigionati (Napoli, Procida, Montefusco e Montesarchio), il racconto di fatti e vicende che accadono in questi luoghi, ritratti dei compagni, dei carcerieri e di altri detenuti.

E anche qui, come nelle Memorie, sono riportati vari documenti: sentenze, regolamenti del carcere, verbali, esposti, contratti, nonché gli elenchi dei prigionieri, dei quali probabilmente si servì Castromediano, il quale conosceva bene questo libro che viene da lui citato infatti nel Proemio. E, da un lato, manifesta grande stima per il suo autore che definisce «provato patriota calabrese, cuor d’amico, giovane di pertinace sentire e pronto sino al sagrifizio della vita, purché la patria uscisse incolume dai gorghi che l’affogavano»[60]. Dall’altro lato, esprime qualche riserva su di esso:

 

il Palermo, sia per la fretta del giornalista, e sia perché trascinato dalla corrente, divagò, si distrasse e non disse tutto, né tutto per filo e per segno con esattezza. La gioia provata per le spezzate catene e per la patria rinnovata oh quante cose fece uscir fuori dalla sua mente e quante altre rese vivide coi colori delle rose! [61].

 

Più avanti però, per attenuare questo giudizio, lo ringrazia per avergli donato il suo libro che gli ha permesso di ricordare, fatti e circostanze «già cancellate dalla sua memoria, nomi e date specialmente»[62]. Ma subito dopo, quasi per rivendicare la sua originalità, afferma che racconterà quei fatti secondo la sua natura e il suo proprio modo di concepire e giudicare. E alla fine conclude così: «Invero nella sostanza punto lo contraddico: è negli apprezzamenti, e solo in qualche incidente, che divergiamo»[63].

Ora, a che cosa si riferisce esattamente Castromediano quando parla di «divergenze»? Per rispondere a questa domanda occorrerebbe fare un confronto preciso tra i due testi, ma è rivelatrice del dissenso che emerge dalle parole del duca una lettera da lui inviata  alla baronessa torinese Olimpia Rossi Savio in data 29 agosto 1860. Qui egli si lamenta del fatto che Palermo nei suoi articoli «abbia “descritto alla meglio” le fasi della sua “chiamata” presso la Prefettura di polizia di  Napoli durante il periodo di detenzione a Montefusco, senza comprendere le “ambasce”, sulle quali egli invece dice di essersi doviziosamente soffermato nelle sue Memorie»[64]. In effetti, com’è ampiamente noto, nel suo libro Castromediano dedicò un intero capitolo a questo per lui devastante episodio intitolandolo L’ora più perigliosa della mia vita, che fa riferimento alla richiesta di grazia, poi rivelatasi falsa, che avrebbe rivolto a re Ferdinando di Borbone. Ora, nell’opera di Palermo, pur essendo rievocato questo episodio[65] non gli si dà forse tutto il rilievo che avrebbe voluto il duca e soprattutto non si mette il evidenza il suo stato d’animo di profonda amarezza e prostrazione per ciò che era accaduto a sua insaputa. E proprio questo forse è uno dei motivi del giudizio limitativo che esprime verso quel libro.

In ogni caso, per concludere, possiamo dire che se si vuole comprendere fino in fondo l’opera di Castromediano, bisogna inserirla nel filone della memorialistica risorgimentale di tema carcerario e metterla a confronto, come si è cercato di fare in questo lavoro, con altri scritti appartenenti a questo genere.

 

 

 

 

 


[1] Cfr. Carceri e galere politiche. Memorie del duca Sigismondo Castromediano, Lecce, R. Tipografia Editrice Salentina, 1895-1896 (ristampa fotomeccanica, con una  Premessa di G. GORGONI, Galatina, Congedo, 2011). Sulla figura e l’opera di Sigismondo Castromediano cfr.: B. DE SANCTIS, Cenno biografico del duca Sigismondo Castromediano, in S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche. Memorie, cit., t. II, pp. 209-249; G. GIGLI, Sigismondo Castromediano, Genova, Formiggini, 1913 (ristampa anastatica, Galatina, Congedo, 2011); A. VALLONE, Sigismondo Castromediano storico e letterato, in «Studi Salentini», V (1960), pp. 258-304; L. AGNELLO, Sigismondo Castromediano, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1979, vol. XXII, pp. 245-248; G. GORGONI, S. Castromediano: Biografia dell’uomo, Duca di Morciano e Marchese di Cavallino, Galatina, Editrice Salentina, 1996. Per un’interpretazione “romanzesca” del patriota ci sia permesso di rinviare a A. L. GIANNONE, Il «più leale tra noi»: la figura di Sigismondo Castromediano nel romanzo di Anna Banti, «Noi credevamo», in «L’Idomeneo». Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Lecce , 12 (2010), pp. 55-65.

[2] Cfr. G. MAZZONI, L’eloquenza e le ricordanze di fede e d’azione, in ID., L’Ottocento, Milano, Vallardi, 19607, t. II, p. 1222.

[3] S. ROMAGNOLI, Narratori e prosatori del Romanticismo, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. CECCHI e N. SAPEGNO, vol. VIII, Dall’Ottocento al Novecento, Milano, Garzanti, 1968, p. 161.

[4] A. M. MUTTERLE, Narrativa e memorialistica nell’età romantica, in Storia letteraria d’Italia, Nuova edizione a cura di A. BALDUINO, L’Ottocento, a cura di A. BALDUINO, t. II, Padova, Piccin Nuova Libraria, 1990, p. 1183.

[5] L. PAMPALONI, Memorialisti dell’Ottocento, in Dizionario critico della letteratura italiana, diretto da V. BRANCA, Torino, U.T.E.T., 1986, vol. III,  p. 152.

[6] F. PORTINARI, I memorialisti, in Storia generale della Letteratura italiana, a cura di N. BORSELLINO e W. PEDULLÀ, vol. IX, La letteratura dell’età industriale. Il secondo Ottocento, prima parte, Milano, Federico Motta, 2994, p. 80.

[7] Reggio Calabria, Tipografia Adamo D’Andrea, 1863.

[8] Torino, Tip. Letteraria, 1862.

[9] Cfr. C. BRAICO, Ricordi della galera, in Lecce 1881, Lecce, Giuseppe Spacciante editore, 1881, pp. 33-40.

[10] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Da Procida a Montefusco, ivi, pp. 9-28.

[11] Cfr. Memorialisti dell’Ottocento, t. I, a cura di G. TROMBATORE, Milano-Napoli, Ricciardi, 1953.

[12] Cfr. Memorialisti dell’Ottocento, t. II, a cura di C. CAPPUCCIO, Milano-Napoli, Ricciardi, 1958; t. III, a cura di C. CAPPUCCIO, Milano-Napoli, Ricciardi, 1972.

[13] Cfr. I memorialisti del 19° secolo, a cura di L. MARTINELLI, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995.

[14] Cfr, ad esempio, N. NISCO,  Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli: 1824-1860, Napoli, Morano, 1884-1889.

 

[15] Non a caso, alcuni di essi sono tra i protagonisti del romanzo di Anna Banti, Noi credevamo (Milano, Mondadori 1967), da cui il regista Mario Martone, nel 2010, ha tratto il film omonimo.

 

[16] Il 29 giugno 1848, Castromediano fu tra i fondatori del  Circolo Patriottico Salentino, del quale divenne il segretario, e tra i firmatari di un Proclama col quale si protestava contro l’abrogazione dello Statuto costituzionale, ad opera di Ferdinando II di Borbone, e si invitava il popolo a difendere la conquistata libertà.

[17] Su questo periodo cfr. anche S. CASTROMEDIANO, Lettere dal carcere, a cura di G. BARLETTA e M. PAONE, Galatina, Editrice Salentina, 1995.

[18] S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. I, p. 9.

[19] Ivi, p. 12.

[20] Ivi, p. 17.

[21] Ivi, p. 39.

[22] Ivi, p. 45.

[23] Ivi, p. 43.

[24] Ivi, p. 166.

[25] G. VALLONE,  Sigismondo Castromediano e il modello ideologico unitario, in L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi, a cura di A. QUONDAM e G. RIZZO, Roma, Bulzoni, 2005,  p. 236.

[26] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. I,  pp. 91-93.

[27] Cfr. ivi, pp. 188-191.

[28] Ivi, p. 226.

[29] Cfr. ivi, pp. 177-179.

[30] Cfr. ivi, pp. 31-34.

[31] Ivi, p. 53.

[32] Cfr. ivi, pp. 229-246.

[33] Ivi, p. 244.

[34] Ivi, p. 11.

[35] Ivi, p. 36.

[36] Ivi, p. 254.

[37] Ibidem.

[38] S. PELLICO, Le mie prigioni, in ID., Opere scelte, a cura di C. CURTO, Torino, UTET, 19642, p. 389.

[39] Ivi, p. 387.

[40] F. PORTINARI, I memorialisti, cit., p. 79.

[41] A tal proposito cfr. R. FEDI, Bozzetto e racconto  nel secondo Ottocento, in La novella italiana. Atti del Convegno di Caprarola (19-24 settembre 1988), Roma, Salerno Editrice 1989, t. I, pp. 587-606.

[42] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. II,  p. 4.

[43] Cfr. S. PELLICO, Le mie prigioni, cit., pp. 409-412.

[44] Cfr. ivi, pp. 548-549.

[45] S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. II, p. 7.

[46] Cfr. ivi, pp. 80-82.

[47] Cfr. S. PELLICO, Le mie prigioni, cit., pp. 542-543.

[48] S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. I, p. 72..

 

[49] Cfr. F. D’ASTORE, «Mi scriva, mi scriva sempre…». Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano, Lecce, Pensa MultiMedia, 1998, p. 187.

[50] S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., t. II,  p. 117.

[51] Ivi, p. 128.

[52] Cfr. ivi, t. I, p. 345.

[53] Ivi, p. 14.

[54] Ivi, p. 15.

 

[55] Ibidem.

[56] Ivi, p. 17.

[57] A. PIROMALLI, Silvio Pellico e la memorialistica del carcere, in Sentieri della libertà e della fratellanza ai tempi di Silvio Pellico, a cura di A. A. MOLA, Foggia, Bastogi, 1994, p. 113.

[58] Cfr. L. SETTEMBRINI, Ricordanze della mia vita e Scritti autobiografici, a cura di M. THEMELLY, Milano, Feltrinelli, 1961,  pp. 330-335.

[59] Ivi, p. 254.

[60] S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, cit., vol. I, p. 13.

[61] Ivi, p. 14.

[62] Ibidem.

[63] Ibidem.

[64] F. D’ASTORE, «Mi scriva, mi scriva sempre…», cit., p. 96.

[65] Cfr. N. PALERMO, Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco, cit., pp. 112-114.


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