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L’unione dei saperi è il vero sapere PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 28 Settembre 2012 18:22

[nel "Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 28 settembre 2012]

 

Sabato scorso ho partecipato a un workshop di architettura a Gallipoli, organizzato dall’Ordine degli Architetti di Lecce. Nel vecchio mercato coperto di Gallipoli, mirabilmente restaurato, un gruppo di giovani architetti si cimentava nel progettare un centro sportivo, mentre i soliti tromboni (io per primo, ovviamente) discutevano dei massimi sistemi. Inutile dire che l’idea di fare quell’esperienza è venuta a un vecchio trombone, e questo la dice lunga su come sia semplicemente stupido liquidare le persone solo in base all’età anagrafica. Parlando del più e del meno con un gruppo piacevolissimo di architetti (una categoria che mi piace molto e alla quale mi sento molto vicino) sono stato, ovviamente, un pochino polemico. L’uomo fa parte della natura, ho ripetuto come sempre. Le leggi inventate dall’uomo devono obbedire alle leggi della natura, ho poi ribadito. Gli architetti non conoscono come è fatta la natura e come funziona, per non parlare delle sue leggi. Ma le loro opere sono inserite nella natura. Poi ci sorprendiamo dei disastri. La conoscenza deve andare oltre gli steccati delle discipline. Gli architetti devono lavorare con i geologi, con gli ecologi, gli economisti, ovviamente con gli ingegneri, con i fisici dei materiali, con i climatologi, con i poeti, i filosofi. Non ci sono steccati che separano le discipline, li abbiamo creati noi, con lo specialismo miope.

E ho proposto, per il prossimo anno, di fare un workshop aperto a tutti, in cui giovani specialisti di tutte le discipline possano confrontarsi tra loro, ognuno con il suo specialismo, per comunicare e confrontarsi, perché il tutto è più della somma delle parti e non è bene che ogni disciplina progredisca in splendido isolamento. Ognuno convinto di essere nel giusto solo per ignoranza di quel che fanno gli altri.

E’ questo il concetto di Università, basato sull’universalità dei saperi. Purtroppo abbiamo sfilacciato i saperi, e ora non si riesce a guardare oltre gli specialismi. I centri storici, se parliamo di architettura, sono compatti. Tutto è collegato e non ci sono discontinuità. Le periferie sono sfilacciate, a brandelli. C’è qualche casa, poi ci sono grandi spazi senza senso, e poi di nuovo qualche casa. Non si passeggia volentieri in periferia, nel centro sì. La nostra cultura è oramai come una periferia: dobbiamo riempire gli spazi vuoti, ricostruire un tessuto ridotto a bellissimi brandelli. Quel mercato rinnovato non ha una destinazione d’uso. Ah, se avessi una bacchetta magica lo farei diventare un centro di cultura integrata, dove far lavorare chi vuole abbattere gli steccati, per risolvere problemi di qualunque tipo. Pensate: si prende un problema, un tema, e poi si convocano cinquanta, cento giovani che hanno studiato le discipline più diverse, con loro lavorano “grandi vecchi” che possano dare qualche indicazione, senza frenare l’irruenza tipica dei giovani. Quattro giorni per discutere, confrontarsi, litigare, disegnare, comporre, scrivere, progettare. E poi tre per fare una proposta, o tante proposte. Sto parlando di un laboratorio intellettuale, aperto a chi sta seguendo un percorso di alta formazione, ad esempio a dottorandi di ricerca, o a dottori di ricerca. Magari con osservatori che seguono lauree specialistiche. L’importante è che siano presenti quante più discipline possibile. Dimenticavo l’arte, la gastronomia, la musica, l’agricoltura e tanto altro ancora. La storia. L’evoluzione. Il progresso si ottiene in questo modo, credo. Superando gli steccati, aprendo le menti. La vera cultura, oggi, consiste nel collegare le culture. Siamo passati attraverso un periodo buio per la nostra cultura. Un periodo in cui hanno prevalso valori aberranti, rappresentati dai festini di uomini con maschera di maiale che palpano i sederi di donne compiacenti. Dobbiamo uscire da questo piccolo Medio Evo in cui ci siamo cacciati e c’è un solo modo per farlo, si chiama cultura!  Non possiamo semplicemente ritornare alla cultura del pre-Medio Evo. Probabilmente siamo piombati in un’era buia perché quella cultura era inadeguata. E l’inadeguatezza era proprio la separatezza delle varie discipline. Ora che sappiamo molto su tante cose, dobbiamo certamente continuare a investigare sul particolare, ma dobbiamo anche allargare le visioni, altrimenti diventeremo sempre più miopi, vedremo bene da vicino ma male da lontano. La nuova cultura è un paio di occhiali multifocali che faccia vedere bene da vicino e da lontano. E chissà, quel mercato di Gallipoli, potrebbe diventare un bellissimo negozio di ottica, una palestra della mente per lo sport più nobile, quello che ci differenzia da tutti gli altri animali: pensare.


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