Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home Saggi e Prose Civiltà Giuridica In ricordo di Piero Luigi Vigna
In ricordo di Piero Luigi Vigna PDF Stampa E-mail
Civiltà Giuridica
Scritto da Piero Luigi Vigna   
Domenica 30 Settembre 2012 07:14

[Il 13 maggio 2005, alle h. 9.30, presso il Palazzetto dello Sport di Galatina, Piero Luigi Vigna incontrava gli studenti del Liceo Scientifico “Antonio Vallone”. Riproponiamo il testo del suo intervento riportato nei “Quaderni della Biblioteca”, n. 2, La Scuola incontra le Istituzioni, a cura di Gianluca Virgilio, Galatina 2005, pp. 46-58, in occasione della sua scomparsa (28 settembre 2012)]


(Dott. Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia) [Si alza in piedi, supera il tavolo e va verso gli studenti] Facciamo una prima riflessione. Il titolo di questo nostro incontro è La scuola incontra le istituzioni. Alzandomi e venendo verso di voi, voglio rappresentare l’istituzione, la Procura Nazionale Antimafia, una delle tante istituzione che esistono in Italia, che incontra la scuola. Ora mi sembra che il titolo dato a questa giornata sia estremamente importante, perché serve innanzitutto a far superare certe barriere di ignoranza che a volte ci dividono. Cosa sapete voi della Procura della Repubblica? Poco e nulla. Della Questura? Ne avete un’immagine vaga. Il Comune è l’istituzione più vicina a voi, la Regione è già più lontana. E allora sarebbe bene, lo dico perché ho fatto questa esperienza, che almeno una volta al mese tutte queste istituzioni aprissero le porte al vostro ingresso. Naturalmente, non a 700 persone, perché succederebbe il finimondo, ma a gruppi. Questo esperimento ho iniziato a farlo a Firenze, quando ero Procuratore della Repubblica. Venivano ogni settimana dei gruppi di giovani a passare una mattinata con noi, affinché si potessero rendere conto del modo in cui si lavora, del perché si commettono sbagli, e di sbagli se ne commettono. E poi questo esempio fu seguito da altre istituzioni come la Prefettura, la Questura e i Carabinieri. E’ proprio questo contatto fisico che rende vivente l’istituzione, e che a noi rende più viva la conoscenza della scuola.

Da un monte di tempo vado nelle scuole a parlare di questo sentimento della legalità e, insieme ai ragazzi di varie parti d’Italia, cerco di approfondire cosa voglia dire legalità. Insieme ci siamo convinti che c’è almeno un duplice significato. Il primo significato, di già impegnativo, vuol dire osservare la legge. Ma ci sono vari modi nei quali si può osservare la legge, lo dicevo anche ieri ai vostri colleghi di Lecce. Allora, facciamo questo caso: io non metto la macchina, o il motorino o quel che volete, in seconda fila perché c’è il vigile che mi guarda. Io ho osservato la legge, ma ho il senso della legalità? Ho l’impressione che la risposta sia “no”. Perché in questo caso ho osservato la legge per timore della sanzione, cioè della contravvenzione. Questo primo significato è quindi un significato ipocrita di legalità, anche se è già qualcosa, perché c’è anche gente che, pur vedendo il vigile, dice: “Che me ne frega, pagherò poi la sanzione amministrativa, ma intanto ho trovato il parcheggio”. Però se non metto la macchina in seconda fila, perché ho visto il vigile e ho paura della contravvenzione, non ho il sentimento della legalità. Ho piuttosto il sentimento dell’opportunismo: ho agito così perché mi conveniva. Ma se non c’era il vigile, cosa mi conveniva? Lasciarla in seconda fila. Quindi ero pronto a violare la norma. Questo è un piccolo esempio. Avere il sentimento della legalità è un qualcosa di più forte, di più difficile, cioè osservare una norma perché si crede in quello che è scritto nella regola (già ho sentito un riferimento in un intervento), cioè si interiorizza, ci si appiccica con l’animo a quello che la regola detta. Questo è il vero sentimento della legalità, quello che io faccio proprio.

Prima obiezione: ma quante sono le regole in Italia? Non si sono neppure messi d’accordo su quante leggi ci sono in Italia! Chi dice cinquantamila, che dice centocinquantamila. E chi le conosce? Come faccio io ad aderire a tutto questo affare di regole che non posso conoscere. Nemmeno i giudici le conoscono! Nessuno. Neanche chi le fa. Però, tra tutte le leggi, e voi l’avete studiato, ce n’è una che vale più di tutte: la Costituzione della Repubblica Italiana. E vale più di tutte le altre leggi perché se una delle altre leggi è contraria alla Costituzione deve essere eliminata dalla Corte Costituzionale. Anche qui, uno dice: “Sì, questo è vero, però anche nella Costituzione ci sono tanti articoli. Ora come faccio io ad averli presenti tutti?”. C’è un articolo che è, probabilmente, quello fondamentale, che regge tutta la nostra Costituzione. È l’articolo 3. Perciò, si passa da centocinquantamila leggi fatte di milioni di articoli, ad una Costituzione fatta da 100 e rotti articoli con tanti commi, ad un solo articolo. Forse ce la facciamo ad aderire a quello che dice questo articolo, perché, se siamo capaci di far nostro il contenuto di questo articolo, ho l’impressione che abbiamo il sentimento della legalità vera.

Allora bisogna scoprire cosa dice questo articolo, che è composto da due parti.

La prima parte dice che tutti i cittadini (cioè tutti gli uomini, perché poi ci sono le convenzioni internazionali) sono eguali fra di loro, senza distinzioni di razza, di lingua, di sesso, di opinioni politiche, di condizioni sociali. Quindi principio di eguaglianza e, se siamo tutti uguali, c’è anche un principio di tolleranza, proprio perché la tolleranza, la concordia sono possibili solo verso coloro che sono tutti simili a me. Ma, pensate, tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge: è bellissimo. Tutti senza distinzione. Si abbattono le barriere, impegnandosi, di conseguenza, a considerarsi uguali l’uno all’altro, a tollerare, quindi, le diversità. Ma è la seconda parte dell’articolo 3 ad essere ancor più bella, perché dice che se una persona si trova in condizioni svantaggiate per ragioni di ricchezza, di lingua, di handicap, io debbo aiutarla.

Prima di andare avanti, chiariamo il concetto di Repubblica. La Repubblica siamo tutti noi, non è una cosa astratta e così come questa scuola, la scuola Vallone, è fatta da tutti voi, da quelli che sono venuti prima di voi e da quelli che verranno dopo, non è l’edificio, così la Repubblica non è una cosa vaga.  Per cui dicevo che questo articolo della Costituzione dice che la Repubblica, cioè ciascuno di noi, deve aiutare colui che si trova in posizioni svantaggiate a superare, a rimuovere gli ostacoli che impediscono a questa persona svantaggiata di esprimere in pieno la sua personalità.

Tutta la nostra Costituzione è fondata sul principio non solo del rispetto, ma anche della promozione delle persona umana. Allora, se uno crede, e non penso ci voglia molta difficoltà a credere, e vive questi due principi: uguaglianza, cioè tolleranza, e solidarietà, allora ha acquisito il sentimento della legalità, perché non potrà mai commettere azioni che rechino danno o disturbo ad altri. Questo è, secondo me, il senso profondo del sentimento della legalità.

Ora, vedete, secondo me, questo sentimento della legalità, inteso nel senso che vi dicevo, voi cominciate a sperimentarlo soprattutto a scuola. Nella famiglia, pur con diversità di caratteri, di idee, di età, in fondo c’è un qualcosa che ci omologa l’uno all’altro, perché, per l’appunto, siamo un nucleo. Nella scuola, invece, io posso trovarmi di fronte al diverso da me, allo svantaggiato rispetto a me. E lì, se io li ho vissuti quei due principi, essi entrano in gioco ed io considero l’altro uguale a me, e se è svantaggiato io mi impegno affinché superi lo svantaggio di cultura, di censo, di lingua, perché anche lui è un uomo ed ha il diritto di poter esprimere la sua personalità.

Questo è il fondamento del sentimento della legalità. E ne abbiamo esempi in Italia di questo sentimento di legalità vissuta! Ma lo sapete in Italia quante persone operano spontaneamente nelle strutture di volontariato? Sei milioni di persone! Strutture di volontariato che poi sono anche una risorsa occupazionale perché danno lavoro retribuito a seicentomila persone. A fronte di seicentomila persone che dirigono e tengono in piedi l’amministrazione di queste strutture, abbiamo sei milioni di persone che si impegnano nel volontariato, cioè vale a dire in azioni di solidarietà, verso gli infermi, verso i disoccupati, etc. Questo è il primo punto.

Il secondo punto sul quale vi volevo far riflettere prende le mosse da una frase iniziale di un discorso mai portato a termine da Martin Luther King, un negro che voleva la parità dei diritti con i bianchi, un uomo che fu ammazzato durante quel discorso che iniziava “I have a dream…, Io ho un sogno…”. Il sogno era, per l’appunto, la parità dei diritti. Allora, io penso, o almeno mi è accaduto di pensare che senza sogni, senza utopie, non si possa vivere. Utopia di per se vorrebbe dire senza luogo (topos in greco vuol dire luogo ), è una visione di un qualcosa di futuro che è forse irraggiungibile, ma che io desidero raggiungere. Vedete, non penserete mica che io con il mio lavoro di magistrato, di giudice o di pubblico ministero dica: “Adesso io con la mia opera distruggo la criminalità”. No. Non è un obiettivo possibile, la criminalità purtroppo ci sarà sempre, ma io ho una tensione verso quell’idea, verso quel sogno. È quello che mi muove e, insieme a questa tensione, io sono spinto ad agire dalle emozioni che quella tensione mi fa avere. Voglio dire, parecchi di voi saranno innamorati, per fortuna loro. Non è anche questo una specie di sogno (e se poi lei non ci sta?), però uno ha quell’emozione che lo spinge verso la realizzazione di quel sogno. È un’emozione forte quella dell’innamoramento, un’emozione bella. Non sono certo emozioni belle quelle che portano a spargere terrore e morte. Questo per dirvi che l’emozione è fondamentale e noi, secondo me, dobbiamo essere sempre più capaci di emozionarci. Facevo ieri questa riflessione con i vostri compagni di Lecce. Siate sinceri un attimo con voi stessi. Quando leggete sul giornale o vedete alla televisione episodi di strage dove riferiscano, facendovele vedere, che sono state uccise contemporaneamente settanta, ottanta, cento persone,  vi emozionate?

(Studenti) (in coro) No.

(Piero Luigi Vigna) Voi siete sinceri e avete ragione. Addirittura, se siamo colpiti da qualcosa, siamo colpiti dal numero. Come dire: oggi 100, ieri 80…, ma non siamo più emozionati dal fatto che anche una sola vita è una perdita irreparabile.  È questo il punto. Allora, si rischia, se non siamo capaci di reagire, di perdere la capacità di emozionarci. Ma se non ci emozioniamo di fronte alla morte, non siamo neppure capaci di capire l’importanza della vita, perché subentra in noi una specie di indifferenza. Ora, l’indifferenza è la cosa più schifosa che si possa avere. L’indifferenza porta al silenzio. Il silenzio è tipico del suddito, cioè di colui che è soggetto ad un altro, sia esso un dittatore o sia un gruppo mafioso. Cosa dice la nostra legge quando vuol descrivere la mafia? Dice che è un’organizzazione che impone assoggettamento (suddito) e omertà (silenzio). Suddito è colui che non ha capacità di indignarsi, di esprimersi, mentre questa capacità di esprimersi, di contestare nei modi dovuti ciò che non ci torna, è propria del cittadino. Non a caso l’articolo 21 della Costituzione dice che ognuno di noi ha il diritto di manifestare il proprio pensiero. Va bene? Allora, senso e legalità, articolo 3, uguaglianza, tolleranza, solidarietà, importanza dei sogni e delle emozioni per agire. E tutte le volte che vediamo scorrere sugli schermi quelle immagini, ricreiamo dentro di noi le emozioni, perché se no quelle immagini ci tagliano le gambe. Succede a voi, succede a me. Io alle volte mi sono detto: “ma come possibile che accada tutto ciò”?

Un’altra cosa. Vi ho detto che la Repubblica siamo tutti quanti insieme, e siccome a volte si sente dire: “Ma voi istituzioni che fate per noi?”, non sarebbe anche il caso di chiederci cosa dobbiamo fare noi per le istituzioni? Perché si tratta di un rapporto, quello tra cittadinanza e istituzione, che non può essere visto da una sola parte, come a dire “il babbo buono”, l’istituzione, che fa tutto lui. Non si agisce così in democrazia, perché ci deve essere una circolarità di rapporti. Quindi, non chiedete solo allo Stato quello che può fare per voi, ma chiedetevi anche quello che voi potete fare per lo Stato.

Questo ci rimanda al concetto, e siamo alla fine, di sicurezza. Vedete, un tempo, soprattutto nei regimi dittatoriali, la sicurezza veniva concepita come una rete di protezione che lo Stato, attraverso i suoi organi, dava ai cittadini, i quali erano semplici beneficiari, che fruivano di questa rete. Oggi il concetto di sicurezza, poiché la nostra vita sociale è molto più articolata, è cambiata, nel senso che la sicurezza si costruisce insieme, non può essere più delegata unicamente al prefetto o al questore. Di già sarebbe perdere di mordente democratico se noi delegassimo ad un’autorità che non abbiamo eletto noi il sentirci sicuri. Ma proprio la complessità del nostro mondo attuale implica che questa sicurezza la si debba costruire insieme. Per esempio, un sindaco il quale ha un parco o un giardino e lo cura, ha delle strade e le illumina bene, contribuisce alla sicurezza. Il sovrintendente ai beni culturali che tiene a posto i monumenti, che quindi determina un flusso di turisti, contribuisce anche lui alla sicurezza, come vi contribuisce il carabiniere, il poliziotto o il vigile urbano. Il sindaco, che presenta al questore nel comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica certi problemi, dà anche lui il suo contributo. C’è tutta una rete di rapporti che impegnano ognuno di noi a costruire insieme la società. Si tratta di un’altra forma di solidarietà, la sicurezza per noi, per le nostre famiglie, per le nostre città. E su questo ci dobbiamo vivamente impegnare.

Ora, per spiegarvi meglio il discorso della legalità vi dirò una cosa. Questa legalità, della quale abbiamo parlato, è anche conveniente. Se voi prendete le ultime statistiche vedrete che è aumentato enormemente il numero di coloro che acquistano merci dal cosiddetto mercato equo e solidale, cioè merci che vengono da paesi oltre confine, che non passano attraverso multinazionali, ma ci arrivano attraverso un filo diretto tra il produttore, poniamo Columbia, Perù o Venezuela e la ditta che le rivende in Italia. I clienti di questi mercati equi e solidali sono aumentati enormemente negli ultimi anni. Allora, agire solidalmente ed equamente ha anche delle ricadute sotto il profilo economico. Non solo, ma ormai (e qui mi rivolgo soprattutto a quelli che fanno l’ultimo anno del liceo) negli imprenditori è nato il concetto di responsabilità sociale dell’impresa. Se io ho un’impresa, io posso pensare, in teoria, a fare profitti, fregandomene dell’ambiente, dei consumatori, del modo di smaltimento dei rifiuti che, con qualche organizzazione criminale, sotterro qua e là devastando l’ambiente. E invece è subentrato, nelle stesse imprese, il concetto di una responsabilità sociale dell’impresa. Vale a dire che l’impresa non deve rispondere solamente agli interessi del capitale o agli azionisti dell’impresa, ma deve rispondere con azioni positive anche al sociale che le sta intorno, alla collettività. Questo è un passo molto in avanti. Naturalmente questo passo in avanti è contrastato dall’economia mafiosa. Voi sapete che le mafie accumulano soldi. Pensate, secondo uno studio della Banca Mondiale, in un anno tutte le mafie del mondo, solamente dagli stupefacenti, avrebbero mille milioni di dollari. In Italia si pensa che, in alcuni settori, le nostre mafie, e solamente quelle nostre, escludendo quelle straniere che stanno qui, abbiano un introito di cento miliardi di euro l’anno. Quindi, duecento mila miliardi di vecchie lire. Naturalmente questo costituisce un pericolo enorme per l’economia sana, per cui è molto bello vedere che a questa mafia, che non pensa all’utilità sociale ma solamente all’utilità del proprio gruppo criminale, per pagare avvocati che difendono i criminali, i quali criminali sono uomini non molto diversi da noi, per commettere altri reati, si contrapponga il modello dell’impresa che sente la propria responsabilità sociale.

Allora, io ho cercato di darvi queste idee, vi ringrazio per l’attenzione veramente notevole perché sono argomenti un po’ pallosi quelli di cui si sta parlando. Un abbraccio fortissimo a tutti. (Applausi lunghi e prolungati)

…………………….

(Francesca, studentessa) Buongiorno, sono Francesca e faccio parte del Liceo scientifico, quinto anno. Volevo fare una domanda molto chiara: io mi chiedo come possiamo noi giovani adesso avere fiducia nelle Istituzioni (Istituzioni come quella che lei rappresenta, la procura, la questura, ecc. ) nel momento in cui dall’altro lato ci sono leggi che penalizzano la legalità. Mi spiego meglio: ogni giorno noi vediamo in televisione o leggiamo sui giornali di gente cui la pena è stata ridotta, persone uscite dal carcere per motivi vari... perciò è naturale che nasca in noi l’indifferenza davanti alla  giustizia italiana che in realtà non punisce veramente coloro che commettono gravi reati. Come si può, allora, parlare di fiducia?

(Piero Luigi Vigna) La nostra amica dice: “Ma come possiamo noi regolarci di fronte, mettiamola così, ad esempi negativi che a volte ci vengono dalle istituzioni, tipo la magistratura?”. Ma io vi ho detto prima che ci sono stati sbagli, magistrati condannati per gravi reati, o sbagli della politica. Allora, chi vota ha sempre meditato sul valore del proprio voto, cioè ha valutato la persona che votava, o ha subito l’influenza di gruppi, di altre persone estranee al suo giudizio di cittadino, sulla persona da votare? Nella nostra legislazione c’è un reato che prevede lo scambio del voto di tipo mafioso. Voglio dire, se un legislatore crea una legge per reprimere il fatto che io prometto qualcosa alla mafia perché mi procuri voti, e se ci sono state condanne, vuol dire che questo è avvenuto. Se vi debbo dire la verità, rispetto ad anni passati è diminuito molto il collegamento tra le organizzazioni criminali e i parlamentari nazionali; a volte c’è più un collegamento con amministratori locali che gestiscono il territorio, ma nello stesso tempo ci sono attentati a decine e centinaia (mi riferisco alla Calabria, alla Sardegna e alla Sicilia) contro pubblici amministratori onesti, per piegarli ai voleri delle organizzazioni criminali. Noi non  dobbiamo affatto farci scoraggiare da esempi negativi; questo è nella natura dell’uomo. Voglio dire, non siamo tutti angeli, nessuno di noi lo è, ed il bello è questo. Non bisogna quindi scoraggiarsi, anzi, bisogna prepararci per quando saremo, per quando voi sarete politici, imprenditori, e porterete nella vostra attività quello di cui abbiamo parlato stamane. Tenete presente, e chiudo nella risposta a questa domanda, che il concetto di legalità del quale abbiamo parlato, ha anche questo di singolare, se ci riflettete, che è un concetto indivisibile. Vale a dire che io non posso essere un buon padre di famiglia se poi, uscito di casa, stupro una ragazzina oppure se, essendo un buon padre di famiglia, quando faccio il datore di lavoro assumo lavoratori in nero e non garantisco ai miei dipendenti le norme di sicurezza. Non sarei una persona legale perché la legalità è un concetto indivisibile che uno si deve portare addosso in tutte le manifestazioni della sua vita da cittadino, altrimenti la tradisce. La legalità non può essere a spicchi, non è frazionabile.

(Eliana Antonaci, studentessa) Buongiorno a tutti, vorrei fare una domanda. Sono Eliana Antonaci della III D. Noi  sappiamo che l’ingiustizia è la negazione e violazione di un diritto, ma se noi ci dobbiamo fidare dell’organismo giudiziario non dovremmo essere sicuri di aver risolto prima problemi di fondo quali la lunghezza dei tempi processuali, la corruzione e la leggerezza della condanna?

(Piero Luigi Vigna) Allora, allora, vedete che piano piano si arriva a mettere il dito sulla piaga? E le piaghe dell’amministrazione della giustizia italiana sono rappresentate dalla lunghezza dei processi in primo luogo. Lunghezza dei processi per la quale l’Italia è stata anche condannata a livello internazionale più volte, perché un processo lungo vanifica in gran parte l’esigenza di giustizia. Da un lato, perché non risponde subito a coloro che sono state le vittime del delitto, dall’altro, perché una condanna che interviene a grande distanza di tempo rischia di colpire una persona che è cambiata, quindi non più l’autore del delitto, cambiato sicuramente in tutte le cellule, in tutto il sangue, e così via, ma può darsi anche che sia cambiato psicologicamente, radicalmente. Questo è un problema che affanna la giustizia italiana da decenni. Da quando ero agli inizi della mia attività a oggi c’è sempre stata questa lentezza dei processi. Come mai? Ci sono due fenomeni: uno dei fenomeni è che il nostro processo si è sempre più caratterizzato nell’affermazione di garanzie per l’imputato. Allora, più voi aumentate le garanzie, depositi di atti, contraddittori, appelli, ricorsi, più, come voi capite, i tempi del processo si allungano. E questo va a scapito dell’efficienza. Ora io vi faccio questa domanda: se c’è un processo particolarmente efficiente ma con poche garanzie si rischia di condannare più innocenti e se c’è un processo con più garanzie e meno efficienze si rischia di assolvere più colpevoli. Cosa preferite voi, che sia assolto un colpevole o che sia condannato un innocente? Allora? Forza, dai, assolto un colpevole o condannato un innocente?

(Studente) Una via di mezzo.

(Piero Luigi Vigna) Certo, una via di mezzo. Ma se ti dessero queste due alternative?

(Studentessa) Assolvere un colpevole

(Piero Luigi Vigna) Brava! Allora siamo tutti d’accordo che è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente? Spero di sì. Il dramma è nella difficoltà di riuscire a trovare un bilanciamento, trovare cioè un processo garantito ma nello stesso tempo efficiente. Ora è evidente che - non si dice male di nessuno - in un Parlamento composto per la gran parte da avvocati si voglia un processo dove le garanzie sono molto alte, a volte anche garanzie formali, quindi inutili, che allungano il tempo.

Poi c’è un problema molto importante, che subisce anche la giustizia, di ristrettezze finanziarie: attraversiamo ormai da qualche tempo questo problema qui, un problema di burocrazie che hanno portato a non ridisegnare le circoscrizioni giudiziarie. Tutto questo penalizza il processo, rendendolo più lungo. Sapete cosa dice la nostra Costituzione circa la pena? La nostra Costituzione dice che la pena, che è quella che uno comincia a scontare dopo la sentenza definitiva, deve tendere alla rieducazione del condannato, tant’è vero che anche in base a questo principio, oltre che per un espresso divieto, in Italia non c’è la pena di morte. Questo vi spiega come mai vi sono degli istituti, la semilibertà, il lavoro all’esterno, la detenzione domiciliare (che poi, in alcuni casi danno luogo a fatti dolorosi, da ultimo Izzo, che non vorremmo proprio vedere). Però questi istituti prevedono che la pena debba tendere alla rieducazione, quindi, se io ti tengo nelle carceri, che sono sovraffollate - in Italia abbiamo cinquantaseimila detenuti e quarantamila posti da dormire, io chi rieduco, se i detenuti devono stare uno sopra l’altro? Ma questi istituti sono stati creati proprio per riadattare alla vita il soggetto. In gran parte vanno bene, qualche volta vanno male e vanno male con perdita di vite umane. Izzo ha ammazzato, come se non gli bastassero gli assassinii precedenti, queste due persone, la mamma e la figliola. E qui subentra un altro problema. Voi saprete quant’è difficile conoscere l’uomo. È difficile conoscere un’altra persona. Immaginatevi com’è difficile conoscere l’intimo di un detenuto, perché dovete sapere che il detenuto, come tutti coloro che vivono in istituzioni totali, e l’esempio tipico dell’istituzione totale è il carcere, assume un atteggiamento simulatorio, perché, per poter convivere con persone con le quali mai prima vi era stato il contatto, deve diventare un camaleonte, e comportarsi a seconda con chi si trova, con questi sei o sette in cella. Pensate uno di voi che vien preso e messo in cella insieme a quattro, cinque o sei e non sa chi sono: tenderà ad assumere comportamenti omologhi, compiacenti con la direzione e così via. In più, noi abbiamo, proprio per il sovraffollamento, una mancanza di operatori sociali, psicologi e psichiatri che riescano, con colloqui, a cercare di penetrare la personalità del soggetto.  Così non va.


Torna su