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Memorie di Galatina (2) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giuseppe Virgilio   
Domenica 14 Ottobre 2012 19:07

Il patto Gentiloni e l'Interdetto del 1913



[Memorie di Galatina. Mezzosecolo di storia meridionalistica e d'Italia, Mario Congedo Editore, Galatina 1998, pp. 21-26]

 

Leggiamo ne "La Civiltà cattolica" dell'11 febbraio 1930 il seguente brano tratto dall'Enciclica sull'educazione di Pio XI: "Tre sono le società necessarie, distinte e pur così armoniosamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l'uomo: due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale [...]". E' l'estremo momento evolutivo della dottrina della Chiesa a partire dal patto Gentiloni del 1913, allorché il rapporto tra Chiesa e Stato fu codificato dall'accordo tra Giolitti e l'Unione elettorale cattolica che, avvalendosi dell'elettorato rurale, ha in quegli anni esteso la sua influenza, condizionando su questioni decisive di politica interna ed ecclesiastica l'intera classe dirigente liberale. I contraenti del patto si sono impegnati a rispettare sette punti, tutti tendenti a far maggior posto alla Chiesa nella società civile ed a spostare su una piattaforma conservatrice-nazionale la linea del partito liberale contro la massoneria, il laicismo e l'anticlericalismo.

C'era tuttavia una riserva: l'alleanza elettorale dei candidati liberali coi cattolici poteva anche non essere pubblicamente rivelata e l'appoggio dei cattolici organizzati poteva essere dato anche a candidati che non menzionassero i sette punti del patto che quei medesimi candidati con dichiarazione scritta e segreta si erano impegnati a sostenere una volta eletti.

Rispetto alla concezione hegeliana della società civile come contenuto etico dello Stato, e cioè come egemonia politica e culturale di un gruppo sociale sull'intera società, per i cattolici la società civile medesima, che tuttavia è puramente storica e contingente, è società perfetta, perché ha in sé tutti i mezzi per raggiungere il proprio fine, che è il bene comune temporale, e quindi essa ha la preminenza sulla famiglia, che è società imperfetta perché non ha in sé tutti i mezzi per il proprio perfezionamento. La società veramente perfetta perciò è la Chiesa, di ordine soprannaturale ed universale, suprema nel suo ordinamento e nel suo fine, che è la salvezza eterna degli uomini. Il lettore si avvede che teoricamente la concezione medioevale è riattualizzata in pieno.

Poiché il patto Gentiloni è stato applicato mediante trattative, collegio per collegio e provincia per provincia, tra i candidati ministeriali e i prefetti da una parte, ed i comitati elettorali cattolici ed i vescovi dall'altra, riteniamo utile indicare ed analizzare quali ripercussioni ha avuto quell'evento politico nella città di Galatina.

 

1. Il blocco popolare e quello clerico-conservatore

 

Partiamo dall'analisi della struttura sociale della comunità cittadina in quegli anni.

Se si definisce l'uomo in base all'attività che egli svolge nella società e per la società, e si indica proprio in questa attività l'origine da cui scaturisce ogni suo diritto, che è soprattutto un diritto politico, non c'è dubbio che al tempo di cui stiamo trattando, a Galatina come in tutto il Sud, le moltitudini che hanno prodotto la pubblica fortuna sono state quelle occupate nell'attività agricola, cioè i contadini, cui però è stato riconosciuto soltanto il diritto di avere i mezzi di sostentare la vita. Il governo italiano non ha cambiato le condizioni dei contadini (anzi, semmai, è accaduto proprio l'opposto). Logica vuole che i contadini abbiano assunto un atteggiamento più generale di negazione, di opposizione e di odio verso ogni tipo di governo (quello borbonico come quello piemontese-italiano), essendo stati poi nella realtà l'uno e l'altro avallo e garante delle classi dominanti.

Bisogna tuttavia precisare che in quegli anni le classi sociali di Galatina presentano un'articolazione che non si rinviene negli altri Comuni della provincia di Lecce ed in particolare del collegio politico di  Maglie-Galatina: progredisce difatti ed è in espansione il ceto impiegatizio e quello dei liberi professionisti e degli artigiani; ma di fronte a questi nuclei urbani c'è il fenomeno della campagna deserta e quindi il particolare urbanesimo rurale, cioè l'addensarsi del ceto contadino in città. Questo ceto perciò diventa il nucleo ed il corpo vivo del popolo galatinese.

La struttura sociale di Galatina si delinea quindi così: un'avanguardia proletaria che aggrega un grande numero di contadini, cioè una massa rurale e subordinata alla borghesia locale. Non manca un nucleo di cafoni, parola con cui, lungi dal designare il bracciante meridionale, si allude per antitesi al proletario in contrapposizione al galantuomo. La parola cafone difatti si carica e si colora di un evidente segno spregiativo, giacché essa deriva dal latino caboonis (= cavallo castrato), vocabolo che a sua volta è forse un incrocio di cab(allus) (= cavallo) e capo-onis = (capone). Cafone dovrebbe dunque significare "cavallo, animale usato per lavori più pesanti". Il filtro spregiativo è felpato, ma c'è. In questi nuclei sociali si identifica nel 1913 a Galatina il "blocco popolare" guidato dall'avvocato Carlo Mauro e dall'on. Antonio Vallone.

Esso invera un quadro politico-amministrativo che a noi appare originale e di avanguardia, forse unico, se non sul piano nazionale, certamente in tutta la Puglia. In essa si incontrano due volontà, quella di un tribuno, Carlo Mauro, che, senza demagogia di cui si usa rivestire questo termine, guida le masse a riscattarsi da una situazione d'abbandono e di miseria, frenando quelle più riottose e indocili e dando a tutte la consapevolezza che la redenzione deve essere opera delle classi medesime che ne hanno bisogno, e quella di un repubblicano illuminato, Antonio Vallone, per il quale i disperati del Mezzogiorno devono sollevarsi fino al punto da potersi trasformare in una massa di lavoro, cosciente che è necessità di tutta la nazione produrre ricchezza a beneficio di tutti. Siamo in presenza del momento più alto del movimento progressivo della storia sociale di Galatina.

Lungi dallo scendere sul terreno rivoluzionario per impedire la loro incorporazione nel proletariato, le classi medie di Galatina in quegli anni sono state accanto alle masse lavoratrici rurali, caso unico in tutta la provincia di Lecce; non più riserva della borghesia, ma veicolo concreto di una riforma intellettuale e morale che a Galatina fin allora non c'è mai stata, idonea a coinvolgere le masse popolari per una società civile potenzialmente non papista, cioè laica.

Il "blocco popolare" ha assolto il compito della mediazione storica fra progresso e conservazione. Ci sembra di poter dire a questo proposito, che il compito più difficile è toccato all'on. Vallone. L'avvocato Mauro, difatti, ha dovuto valutare tatticamente gli obbiettivi da raggiungere a favore delle masse organizzate, anche se la sua valutazione ha coinciso con una ripresa di intransigenza rivoluzionaria del partito socialista in quegli anni, il che ha accresciuto il distacco sul piano nazionale tra socialismo e partito repubblicano ed ha reso ancor più difficile l'opera mediatrice di Vallone.

Il partito repubblicano è uno dei piccoli partiti a base prevalentemente piccolo-borghese e caratterizzato da una intrinseca debolezza ed incapacità di assumere una funzione direttiva, e rimane fermo sull'ideologia mazziniana e sull'intransigenza istituzionale. L'opera di Vallone si svolge in un momento in cui a Galatina il proletariato si affaccia arditamente alla ribalta politica, mentre per converso, la borghesia si irrigidisce in un atteggiamento reazionario, e di fronte al socialismo, che esprime nuove e più profonde esigenze di libertà, la tradizione liberale viene abbandonata ed il liberalismo diviene conservatore, talora sconfinando nella reazione. Il significato di queste considerazioni diviene più incisivo, se si fa riferimento alle comunità municipali del nostro Sud arretrato e non democratico.

A Galatina il "blocco popolare" deve fare i conti e misurarsi con poche famiglie di ricchi proprietari terrieri in un rapporto di equilibrio molto precario con la massa lavoratrice rurale. Se si tiene conto che il contadino ed il bracciante forniscono al padrone la mano d'opera necessaria, ne viene di conseguenza che, quando le braccia non mancano al lavoro, ed anzi abbondano, il salario del contadino e del bracciante è ridotto alla misura strettamente necessaria alla sopravvivenza per continuare il lavoro medesimo.

Tale è stata la condizione del ceto rurale in quegli anni, anche se dobbiamo ammettere che a Galatina, nel rapporto tra ceto contadino e ceto proprietario, non si sono registrate forme di usura che abbiano ridotto la controparte alla disperazione, come è accaduto in alcune zone del Sud. Per esempio in Abruzzo, nel contratto di mezzadria, se il soccio (da socius) ha dovuto pagare il debito in grano, cioè in natura, i padroni più benevoli hanno fissato la clausola della colmatura, che è la mezzetta, cioè il sesto di più rispetto alla misura stabilita.  Invece, quelli che hanno voluto essere pagati in danaro, hanno fissato il valore del grano prendendo per misura il prezzo di maggio, cioè del mese immediatamente precedente il nuovo raccolto, che si fa in giugno, perché in quel mese il prezzo del grano è più alto, in quanto le eventuali scorte sono ormai ridotte.

 

2. La questione vaticana e i contadini

 

Ciò non toglie però che a Galatina, nel 1913, il "blocco popolare" di Mauro e Vallone abbia dovuto misurarsi e fare i conti con un "blocco clerico-conservatore" al limite della reazione, a mezzo tra clientela e consorteria: clientela, perché l'appoggio che esso ha dato al governo, il quale si è creato una maggioranza ogni volta che c'è stata una decisione da prendere, è dipeso esclusivamente dall'interesse personale e di gruppo che se ne è potuto ricavare; consorteria, in quanto si è trattato di gruppi ristretti e chiusi, quasi vere e proprie associazioni che con un modo di pensare e di agire corporativo nella situazione sociale ed economica di Galatina, hanno costituito una forma nuova di rovinoso dispotismo, nel senso che pochi amici e pochi parenti si sono impadroniti, facendone strumento d'influenza e di favoritismo, del Consiglio comunale e della giunta municipale, delle Opere pie, della polizia, dei lavori pubblici e dell'amministrazione dell'igiene, ed insomma, della vita intera della città.

Di questo blocco ha fatto parte il clero locale, al quale anzi è spettato un ruolo determinante, e per questo argomento, noi riteniamo che certe significative corrispondenze non per analogia si sono verificate tra la politica nazionale e quella municipale, nel nostro caso a Galatina, ma per intrinseci interessi di parte. Non c'è dubbio difatti che sul terreno ideologico-religioso il clero galatinese dei primi decenni del secolo sia stato il riflesso di quello nazionale.

E' sempre esistita in seno al clero italiano una situazione di ingiustizia e di sfruttamento dovuta a disparità di classe che ha prodotto una lotta di classe, anche se contenuta nel seno di un corpo estremamente selezionato e qualificato. Di qui l'assidua richiesta, da parte del clero povero alla gerarchia, della perequazione dei benefici, richiesta divenuta di anno in anno sempre più perentoria. E' quindi accaduto che lo Stato italiano, pur avendo adottato il principio di non sussidiare alcun culto, in pratica vi ha derogato, assicurando ai ministri del solo culto cattolico i diritti di stola, oltre che i supplementi di congrua, cioè un assegno dello Stato integrativo della rendita del beneficio ecclesiastico a favore dei vescovi, sacerdoti e diaconi. Di qui l'esistenza del clero povero e di quello ricco. Di fatto, non si è provveduto ad eliminare questa disparità ed a instaurare una condizione di eguaglianza nel clero, perché l'organizzazione ecclesiastica è esasperatamente centralizzata e priva di qualsiasi forma democratica, guardinga nei riguardi di ogni impostazione egualitaria che ravvicini e renda concordi i suoi membri. Come ogni forma di organizzazione dominata da una ristretta gerarchia, la Chiesa ha alimentato al suo interno i contrasti per neutralizzare le varie forze, che potrebbero altrimenti erompere e modificare la sua struttura. Il contrasto quindi tra clero ricco e clero povero è stato elemento necessario di dominio per i gruppi egemonici dell'apparato ecclesiastico.

Se dal piano nazionale si passa a quello municipale, noi troviamo, al tempo del patto Gentiloni, più o meno presenti le stesse articolazioni nel clero galatinese.

Si può infatti parlare di clero ricco per origine familiare, più che per consistenza del patrimonio terriero dei singoli benefici (l'arcidiacono don Antonio Tondi, l'arciprete don Rosario Siciliani e don Raffaele Distante); è forse mancato il clero veramente povero, quello -per intenderci- oggetto della satira portiana, o quello che in tempi più vicini a noi ha sostenuto essere pregiudiziale ad una seria perequazione dei benefici la loro amministrazione e gestione centralizzata su base diocesana, ma c'è stato il clero corrotto e quello libertino o canonicamente causidico tra mozzarecchi e azzeccagarbugli (don Giuseppe Sambati), e chi invece ha tenuto fede fino in fondo alla sua scelta di vita, e sono stati molti.

A Galatina, come sul piano nazionale, col suo apparato ecclesiastico il clero ha avuto nella formazione della struttura sociale un'importanza assolutamente predominante come gruppo egemonico ed ha conservato un'organizzazione centralizzata e ramificata ed un'ideologia di grande prestigio di massa, posta al servizio del "blocco agrario e clerico-conservatore".

Scrive Gaetano Salvemini: "[...] Inoltre il clero del Mezzogiorno è meno educato, meno austero e più preoccupato degli interessi propri e di quelli della propria famiglia del clero del Nord. Anche in questo campo si dimostra l'arretratezza del Mezzogiorno [...]".

E qui emerge la questione vaticana in rapporto al ceto contadino, una questione di spessore nazionale che ha avuto in quegli anni a Galatina un suo ruolo di cui si può seguire ed analizzare lo svolgimento e lo sviluppo.

Mentre il "blocco popolare" Mauro-Vallone non impone limiti di classe allo sviluppo del processo democratico di Galatina, ed anzi tende a consolidare tutte le esigenze progressive delle altre masse e forze sociali, al contrario la direzione politica, che gli si oppone, del "blocco clerico-conservatore" costituito dal clero locale e da poche famiglie di grossi agrari ( Mongiò, Bardoscia, Galluccio) i cui rampolli invero si sono emancipati dal vecchio involucro di classe codina e cortigiana, sia dal punto di vista nazionale e sia da quello democratico, lotta e propugna limiti classisti, tanto è vero che, per mascherare la natura reazionaria, deve ricorrere ai soliti motivi ideali quali la famiglia, la patria e la religione.

Abbiamo così a Galatina due linee di direzione politica delle masse contadine: quella della reazione feudalistica agraria che con l'alleanza del clero pone il problema del progresso democratico in modo metafisico ed ideologistico, convogliando i contadini lungo la linea dei propri interessi di classe, e quella popolare che invece pone il problema della democratizzazione della struttura sociale in modo obiettivo e concreto.

Nell'ottobre del 1913 si svolgono in Italia le elezioni per la nuova Camera. L'8 novembre di quell'anno il "Giornale d'Italia", al centro della prima pagina, tutta occupata dall'Intervista con l'altro...Presidente del Consiglio, il Conte Gentiloni, pubblica una vignetta raffigurante il Gentiloni medesimo intento ad estrarre dall'urna i nomi di molti eletti; sovrasta la scritta "Multi electi dei gratia et voluntate mea sunt 228". I candidati che hanno ottenuto i voti dei cattolici italiani e che, fra il primo e il secondo scrutinio, sono usciti vittoriosi dall'urna, sono 228, mentre soccombono oltre cento candidati socialisti o repubblicani che senza l'intervento contrario dei cattolici sarebbero andati certamente ad ingrossare la schiera dei partiti democratici popolari, il cui numero nel 1913 è pur salito alla cifra non trascurabile di 96 deputati. Nelle elezioni del 1909 i deputati repubblicani eletti sono stati 24, tra cui l'on. Vallone, che nel 1913 invece soccombe. E' l'effetto del patto Gentiloni.

Nel collegio Maglie-Galatina, difatti, l'apparato statale e quello ecclesiastico, e cioè il prefetto ed il vescovo, hanno agito concordemente in una lotta in cui hanno avuto come nemico principale non tanto il partito socialista, quanto l'on. Vallone, reo di aver avallato e legittimato a Galatina il "blocco popolare" con l'avv. Mauro.

E' in questa linea politica, e non nella disinformazione della Curia idruntina, che bisogna cercare le ragioni per cui l'arcivescovo di Otranto Mons. Giuseppe Ridolfi infligge nel 1913 l'Interdetto, con cui viene temporaneamente sospeso l'esercizio del culto in Galatina e nel suo suburbio in seguito ad una rivolta popolare contro il prelato in visita nella nostra città.

Non si trattò di una jacquerie, dal nomignolo dispregiativo di Jacque Bonomme, attribuito ironicamente in Francia per indicare la semplicità e la goffaggine degli abitanti delle campagne in rivolta, ma di un moto di popolo, in buona parte di contadini già esasperati per la sconfitta del loro deputato. Si aggiunga inoltre che in quell'occasione, secondo una tradizione orale passata di generazione in generazione a Galatina, popolani e contadini sono stati fatti oggetto, di sul sagrato della chiesa madre, da parte del canonico Giovanni Sponziello, di un atto derisorio col segno del piffero, che presuppone la punta del pollice sulla punta del naso con la mano bene aperta, ed agitando un poco le dita allargate. Ed anche quest'episodio, che può apparire folklorico, è invece significativo della meschinità cui è giunta nel Sud in quegli anni la lotta politica.

Contro il governo che si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e le attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali e nazionali, ma per disgregarli e staccarli dalle grandi masse ed avere una forza di senza partito legata al governo medesimo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo, ci sembra che l'on. Vallone, in un piccolo partito come quello repubblicano, ha inteso modellare non una forma meccanica e passiva delle classi, ma uno strumento per svilupparle ed universalizzarle e per attrarle, almeno a Galatina, in un'area di cultura moderna.


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