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Il mio stargate per l’Australia PDF Stampa E-mail
Sallentina
Venerdì 02 Novembre 2012 08:56

[Per leggere la versione inglese di questo scritto, clicca qui]

 

Non sono mai stato in Australia. Il continente antipodeo l’ho conosciuto prima attraverso gli occhi, le parole e i racconti di Bernard Hickey. Poi attraverso i libri che mi allungava sul tavolo del soggiorno a casa sua, nel corso di lunghe chiacchierate durante le quali gli argomenti e le idee si inseguivano e si accavallavano come le nuvole che, in un documentario sull’Australia, correvano sotto cieli cobalto e proiettavano lunghe ombre scure sulle sabbie rosse.

Per la verità, un pezzo d’Australia l’avevo già incontrato nel 1988, sul finire dell’estate, poco prima di conoscere Bernard. A Salve, in una masseria a pochi passi dai resti di un villaggio messapico, soggiornava un’equipe di archeologi dell’Università di Sydney, venuti a “roteare i picconi oltremare,” per usare le parole del poeta australiano Paul Sherman. Mi era sembrato incredibile che una squadra di archeologi fosse partita dall’altro capo del mondo per venire in un luogo certamente non riportato su nessuna carta geografica reperibile in Australia, a studiare un popolo vissuto qui nell’età del bronzo e che, tremila anni fa, costruiva città protette da possenti mura megalitiche, quando Roma non era ancora che un villaggio di pastori. La curiosità di conoscerli era troppo forte e, complici gli amici proprietari della masseria, riuscii a intrufolarmi una sera a cena. Il giorno dopo ero già sul campo a dare una mano, a spostare tonnellate di terra, a setacciare, a lavare frammenti di ceramica rossa, nera, a figure e a decorazioni geometriche e ossa di animali in quantità e varietà incredibile. Lavorai nel campo per il resto della stagione di scavi, come avrei continuato a fare per i nove anni successivi, un mese l’anno, archeologo dilettante, membro non ufficiale e ufficiale della spedizione. Ma quel primo anno, un pomeriggio, dopo il diario della giornata, il direttore della spedizione mi chiese se volessi unirmi a loro per la serata. Con un piccolo gruppo di collaboratori andava a trovare un professore australiano che insegnava all’Università di Lecce. Che a Lecce ci fosse un “professore australiano” fu la seconda grande scoperta di quell’estate di afosi scirocchi.

Per anni, per me, l’Australia era stata solo una macchia rosa sul planisfero, un luogo remoto tra le affascinanti civiltà dell’oriente e gli esotici mari del sud, che da ragazzo mi incantavo a guardare sui poster nelle vetrine delle agenzie di viaggio. Era stata proprio questa vena escapista, forse, a spingermi a scrivere la tesi di laurea su R.L. Stevenson, che a Samoa visse gli anni più felici della sua vita, gli ultimi. Sogno ancora di salire sulla vetta del monte Vaea a leggere “under the wide and starry sky …” sulla tomba di Tusitala. Ma l’Australia, per noi della generazione degli anni cinquanta, che avevamo sognato e scoperto solo l’America, con i libri di Hemingway e Steinbeck, Dos Passos e Truman Capote, i film di John Ford e Albert Hitchcock, che avevamo imparato l’inglese con le canzoni di Frank Sinatra prima e di Bob Dylan poi, l’Australia era “terra incognita”, più di quanto lo fossero state le vastità africane per i cartografi latini: “hinc sunt leones”. Dell’Australia sapevo che c’erano i canguri, gli unici marsupiali di cui fossi a conoscenza, e le pecore merino, con la lana delle quali era fatto l’abito gessato blu che avevo indossato al mio matrimonio. Ma ora, questi due segni, l’incontro già avvenuto con gli archeologi australiani e quello possibile col misterioso “professore australiano di Lecce,” se la semiologia aveva un senso, mi dicevano che qualcosa di cruciale stava per verificarsi, che andare a quella festa, quella sera, poteva aprire una sorta di stargate, una porta su una dimensione nuova, l’ingresso in un mondo diverso, come quando da bambino mettevo la maschera e mi tuffavo in acqua e il mare, che fino a quel momento era stato solo un tavola blu, mi appariva come un universo parallelo di luce verde e azzurra, con i colori dei pesci, dei coralli, delle madrepore, con le stelle marine, i granchietti nelle conchiglie, le attinie e il brulicare di vita della posidonia. Accettai l’offerta.

 

La prima porta che si aprì fu quella dell’Hotel Patria, dove all’epoca, Bernard Hickey riceveva i suoi ospiti di riguardo. Verso la fine degli anni sessanta, da studente, dopo le lezioni, avevo accompagnato spesso al Patria il mio professore di Storia Americana Gianfranco Corsini. Mi fermavo lì di fronte e lo vedevo sparire nella penombra della hall, inghiottito dalla porta girevole, col suo loden verde scuro, il berretto intonato e la borsa di cuoio.

L’altra porta, il mio stargate, anche se allora ancora non lo sapevo, attendeva sorridente e vestito di scuro al bar dell’hotel, nelle vesti di un paffuto signore dalla rada chioma canuta e dalla bianca barba. Di che parlammo quella sera di fine estate nella sala da pranzo del vecchio e glorioso albergo leccese, rinomato per la sua buona cucina? Con Bernard, scambiai poche battute nel corso di quel primo incontro, ma bastarono a stabilire un contatto, che si sarebbe trasformato in un’amicizia inossidabile nonostante i venti anni d’età che ci separavano. Ho sempre pensato che, tra noi due, il più giovane fosse lui, per lo spirito vigile, sempre attento, curioso di scoprire ancora una nuova prospettiva, un’altra angolatura da cui osservare la vita, la letteratura, la poesia, l’arte, sempre con un nuovo progetto in mente, un altro libro da scrivere, un nuovo numero di una rivista, un’altra conferenza da convocare. Quella sera, Bernard fu, come sempre l’avrei visto in seguito, star incontrastata della cena. Si interessava agli scavi, si appassionava ai dettagli dei reperti, alle ipotesi sull’origine dell’antico popolo salentino che aveva suscitato l’interesse dei suoi connazionali. Fui subito colpito dalla profondità delle sue conoscenze archeologiche, nonostante fosse una materia lontana dai suoi interessi accademici. Anni dopo, mi capitò di tradurre per Guanda la biografia di Kahlil Gibran, di Robin Waterfield. Ero particolarmente orgoglioso di questo lavoro. Per migliaia di giovani in tutto il mondo, Il Profeta, il capolavoro di Kahlil Gibran, era stato, e forse lo è ancora, una specie di moderna Bibbia e il libro al quale stavo lavorando era la prima biografia di Gibran ad essere pubblicata in Italia. Come sempre, quando lavoravo ad una traduzione, ne parlai con Bernard un giorno che pranzavamo all’Obelisco, a pochi passi dall’ateneo. Bernard si illuminò, abbandonò le posate e mi chiese se per caso fossi in contatto con l’autore. Naturalmente, quando è possibile, tento sempre di tenermi in contatto con gli autori dei libri che traduco.

“Potresti domandargli se per caso sia imparentato con Gordon Waterfield, che descrisse la scoperta di Ninive ad opera di Austen Henry Layard?”

Cominciò a raccontarmi la storia del grande archeologo inglese e della sua straordinaria scoperta di Ninive, celebrata da Gordon Waterfield in Layard of Niniveh. Quando tornai a casa sua un paio di settimane dopo e gli riferii che Robin Waterfield era il nipote di Gordon, sorrise, si alzò e sparì dietro gli scaffali dei libri che troneggiavano nell’ingresso. Tornò con un libro in mano e scoprii che aveva curato, assieme a Frederick Mario Fales, gli atti del “Simposium Internazionale Austen Henry Layard tra l’Oriente e Venezia”, tenuto appunto a Venezia nel 1983. “Vedi, grande,” disse con la sua proverbiale giovialità, “il mondo è troppo piccolo, io ho conosciuto il nonno, ora tu parli col nipote.” Il volume omonimo, nel quale Gordon Waterfield era ampiamente citato, era ormai una rarità, credo fosse l’unica copia che avesse, ma Bernard me lo regalò, “Questo devi tenerlo tu, mio grande,” porgendomelo come se mi offrisse un bicchiere d’acqua, ma sapendo di fare un dono prezioso, che ho sempre custodito gelosamente. Questa era, del resto, una delle sue doti più incantevoli: Bernard sapeva donare, con spontaneità e semplicità. Con la stessa semplicità sapeva parlarti di cose straordinarie ma senza mai farti senti sentire il peso di una cultura e di un’esperienza di vita uniche, mentre ti raccontava episodi che per gli appassionati di letteratura hanno il sapore del mito, gli incontri e le frequentazioni con i grandi delle letterature inglesi del ventesimo secolo: W.B. Yates, Ezra Pound, che abitava a pochi passi da casa sua a Venezia, dietro la Chiesa della Salute, e poi Witi Ihimaera, Sally Morgan, Kath Walker (Oodgeroo Noonuccal), conosciuta su un battello mentre la scrittrice andava a Sydney ad incontrare la Regina Elisabetta, Les Murray che non mancava mai di mandargli il suo ultimo libro di poesie, Peter Carey, Vance Palmer, David Malouf e tanti altri: su ognuno aveva un aneddoto, una storia da raccontare, una notazione critica illuminante.

La passione per la letteratura australiana me l’ha fatta germogliare così: coi suoi racconti, le sue raccolte di foto, i libri dei suoi tanti amici scrittori, che a volte mi regalava e, soprattutto, mi prestava. Tra la mia casa e la sua di Vico dei Rainò, il traffico dei libri è stato incessante. Mi portavo a casa i suoi e gli prestavo qualcuno dei miei. Sapevamo entrambi che erano in buone mani. Ogni tanto, quando riordinavo i miei scaffali, riempivo uno scatolone dei libri che gli appartenevano e andavo a bussare alla sua porta. Si affacciava dall’alto delle scale e sentivo risuonare la sua contagiosa risata, mentre salivo col viso nascosto dallo scatolone “Ah, ah, una scatola che cammina!”

Bernard mi invitava ad andare a trovarlo ogni volta che a Lecce c’erano scrittori, poeti o artisti australiani o passava loro il mio indirizzo, perché mi mandassero i loro romanzi, i loro racconti, le loro poesie, nella segreta attesa e certezza che qualcosa, prima o poi l’avrei tradotta in italiano. Sono felice di aver ripagato, almeno in parte, quelle attese. Non dimenticherò mai la luce di gioia nei suoi occhi, “l’indomita fiamma,” come avrebbe detto il suo amico Ezra, quando gli portavo una traduzione di racconti aborigeni, un numero di una rivista letteraria dedicato all’Australia o il contratto per tradurre un romanzo di uno scrittore australiano. Sono sicuro che da lassù ride soddisfatto, strizzando l’occhio ad un angelo di passaggio, ogni volta che mi vede seduto al computer, a dannarmi perché ancora non trovo la parola giusta in un romanzo di Michael Wilding, un racconto di Frank Moorhouse o una poesia di Tom Petsinis. Quando la trovo, so di essere stato ispirato.


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