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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 57 - (17 NOVEMBRE 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 18 Novembre 2012 06:38

La disoccupazione oggi in Italia

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 17 novembre 2012]

 

Il recente Rapporto OCSE segnala un notevole peggioramento di tutte le principali variabili macroeconomiche in Italia, con particolare attenzione all’andamento del tasso di disoccupazione, che passa dall’8.4% del 2011 al 9.4% nel 2012, con previsione di aumento (a circa il 10%) nel 2013. Questo aumento è in larga misura imputabile alla crescita della disoccupazione di lunga durata e della disoccupazione giovanile (circa pari al 37%).

Con ogni evidenza, si tratta del risultato inevitabile delle politiche di austerità e, per quanto riguarda le previsioni di aumento del numero di disoccupati, anche del sostanziale fallimento della riforma del mercato del lavoro approntata dal Ministro Fornero. E’ interessante osservare che le due misure interagiscono in senso potenzialmente vizioso, per le seguenti ragioni. Le politiche di austerità, declinate sotto forma di aumento dell’imposizione fiscale e di riduzione della spesa pubblica, in quanto riducono la domanda aggregata, esercitano effetti negativi su produzione e occupazione. E’ il costo sociale – ci viene detto – che occorre pagare per mettere i conti pubblici in ordine, lungo la linea della riduzione del debito pubblico e del rispetto del vincolo del pareggio di bilancio.

Come è noto, la riforma Fornero introduce un embrionale sistema di “flexsecurity”, combinando, cioè, maggiore flessibilità in uscita (ovvero maggiore libertà di licenziamento) con il potenziamento dei sussidi di disoccupazione. Una normativa che accresce la flessibilità in uscita conferisce alle imprese un elevato potere contrattuale nei confronti dei lavoratori, che, a sua volta, si traduce in una riduzione dei salari, dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In altri termini, e come ampiamente mostrato su basi empiriche fin dal Rapporto OCSE del 2008, quanto minore è la protezione dei lavoratori (ovvero quanto maggiore è la flessibilità del mercato del lavoro), tanto maggiore è il tasso di disoccupazione. Il che vale a maggior ragione in una condizione – come quella attuale – nella quale il tasso di disoccupazione pre-riforma è già notevolmente alto, dal momento che un’elevata disoccupazione riduce il potere contrattuale dei lavoratori e, per converso, accresce quello delle imprese. Si osservi che questa relazione (l’aumento della disoccupazione riduce il potere contrattuale dei lavoratori) sussiste soprattutto laddove i lavoratori sono facilmente sostituibili. In una condizione nella quale la forza-lavoro occupata è altamente specializzata, anche se il tasso di disoccupazione è elevato, non è nell’interesse delle imprese licenziare, poiché, a fronte del licenziamento, dovrebbero sostenere costi di qualificazione dei nuovi assunti. Ebbene, nelle condizioni attuali, data la struttura produttiva italiana, e meridionale in particolare, fatta di imprese di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate e soprattutto poco innovative, la forza-lavoro occupata è, in larghissima misura, poco specializzata e, dunque, facilmente sostituibile.

Vi è di più. A fronte dell’aumento della disoccupazione, aumenta la platea di lavoratori beneficiari di sussidi di disoccupazione. Ciò significa che quanto meno lo Stato spende (e quanto più tassa) per l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, tanto più si trova costretto a reperire risorse per sussidiare un numero crescente di disoccupati. Si genera, così, un conflitto di obiettivi: da un lato, il Governo prova a creare le condizioni per un aumento degli investimenti e, per farlo, deve perseguire una linea di deflazione salariale; dall’altro, il Governo si trova nella condizione di dover garantire un livello minimo di reddito a coloro che vengono licenziati. Si osservi che, nell’impostazione di politica economica di questo Esecutivo, l’erogazione di sussidi non è pensata per sostenere la domanda (le politiche keynesiane, secondo il Presidente del Consiglio, sono obsolete), ma per una funzione di ‘legittimazione’ dello status quo, ovvero – in ultima analisi - per evitare o minimizzare la conflittualità sociale. Si osservi che la legittimazione si rende necessaria dal momento che la conflittualità sociale peggiora le aspettative imprenditoriali, riducendo la propensione a investire.

Si tratta di un conflitto di obiettivi che mette in evidenza una palese contraddizione insita nelle politiche di austerità: quanto più si persegue la strada del rigore e della deflazione salariale, tanto più questo obiettivo si allontana, se non altro perché le politiche di austerità fanno crescere il tasso di disoccupazione e, dunque, generano un aumento della spesa pubblica destinata al pagamento dei sussidi. Questa contraddizione, in ultima analisi, deriva da un’interpretazione molto opinabile sulle determinanti degli investimenti, come lo stesso Presidente di Confindustria ha a più riprese ricordato. In questa fase, alle imprese italiane non interessa disporre di più ampia flessibilità. Le misure messe in atto in questa direzione nell’ultimo ventennio hanno generato una condizione per la quale l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che tutela meno i lavoratori dipendenti e il potere contrattuale delle imprese è già sufficientemente elevato per consentire loro di ridurre i salari e licenziare con facilità. In questa fase, ciò che alle imprese interessa è veder aumentati i mercati di sbocco, così da maturare aspettative ottimistiche in ordine alla possibilità di vendere i beni e servizi che producono. Poiché, nella gran parte dei casi, le nostre imprese non ottengono profitti attraverso le esportazioni, occorre che aumenti la domanda interna. Evidentemente, per ottenere questo risultato bisogna perseguire la strada esattamente opposta a quella che si sta perseguendo: accrescere la spesa pubblica e ridurre la pressione fiscale. Sono ormai le stesse imprese a chiedere al Governo di cambiare rotta.


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