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Un laboratorio di pratica filosofica PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Paola Grassi   
Domenica 25 Novembre 2012 18:03

[www.pensafilosofico.it]

 

L’inaugurazione dello Sportello di Consulenza Filosofica presso l'Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina ha determinato una risonanza ed un entusiasmo inaspettati. È piaciuto in particolare l’andamento laboratoriale dell’incontro di apertura attorno alla domanda «Che cos’è la felicità?». Per questa ragione, invece di attivare solo il ciclo di “conversazioni filosofiche” individuali previsto, si è pensato di proseguire mantenendo viva anche la dimensione gruppale. La stanza dello “sportello” alla cui porta avrebbe potuto bussare la cittadinanza per incontrare la consulente filosofica, è dunque anche ed ancora quella di un "laboratorio di pratica filosofica", che continua ad essere molto aperto a ricevere tutti gli interessati, i loro pensieri e i loro contributi alla riflessione condivisa. Potete comunque prendere appuntamento con me per un incontro individuale ai recapiti in calce.

Nel corso del primo incontro (l’8 novembre) ho esposto brevemente quali e quante sono le pratiche filosofiche, dopodiché, secondo la metodica del “dialogo socratico”, ho chiesto ai partecipanti di declinare la domanda nella formula «Quando è stata la felicità per me?», intercettando così le esperienze di ciascuno. E così, sul tavolo dell’aula che nella omonima biblioteca conserva il lascito di Pietro Siciliani, ognuno ha posto un frammento capace di descrivere l’oggetto del questionamento. La maternità, il sorriso di figli e nipoti. La laurea, il raggiungimento di un obiettivo che si pensava irraggiungibile, l’adrenalina e i sorrisi. La sensazione di armonia con il mondo di fuori, magari alla fine di una giornata particolarmente complessa. Una passeggiata nella natura, e la sensazione di benessere che ne deriva. Una partita di calcio, e il piacere di condividere quel momento con altri. Il cornetto caldo la mattina appena svegli! La sensazione che deriva dal vedere l’altro contento, sia madre, padre o amico. L’incontro con una ragazza bellissima. La magia di un attimo che rimane impresso nella memoria, indelebile, a ricordarci che quel sentimento esiste ed è stato possibile provarlo.

La descrizione, anche se breve, di ciascuna esperienza è ciò che in filosofia si chiama una “fenomenologia”, la capacità di attraversare un concetto non dal punto di vista della sua universale definizione, ma partendo dall’evento in quanto fenomeno, e quindi dal basso, per così dire, dal particolare; o meglio, da molteplici esempi particolari che, nel loro insieme, raccontano ciò che la cosa di cui si sta discutendo è nella sua Verità. Nel nostro caso, il concetto di felicità.

Le caratteristiche raccolte attraverso le narrazioni di ognuno, e le assonanze avvertite, inaspettatamente per qualcuno, in particolare nella distanza fra le età presenti, hanno riempito di senso quella parola, “felicità”, innestando alcune ipotesi sul suo significato. Nello specifico la distinzione fra felicità e serenità, fra contentezza e tranquillità dell’anima, fino ad esigere una distinzione fra la felicità intesa quasi come un processo chimico che avviene secondo vie misteriose nel nostro sistema corporeo, e la vita felice, da intendersi come una esistenza vissuta nella consapevolezza che essere felici è possibile. Una condizione costruita sulla memoria di quello specifico istante vissuto felicemente. Ed una transitoria conclusione, quest’ultima, che nella progressiva negoziazione ha generato una domanda ulteriore relativa al modo in cui rendere staordinario l'ordinario.

Straordinarizzare l’ordinario significa ritornare col pensiero a quel sentimento di pienezza del momento e di adesione al Sé che è cifra di ognuno degli esempi riportati. Ricordare che quel momento è avvenuto significa ricordare a se stessi che qualcosa di concepibile come “felicità” esiste. Sicuramente non potrà riprodursi identico per intensità e valore, e certamente non sarà possibile produrre la felicità in maniera artificiale, ricercandola, poiché essa accade inaspettatamente. Tuttavia è possibile educarsi ad un modo di vivere felicemente che è condizione realizzabile nella cura e nella attenzione di sé e dell’altro. Una tradizione che inizia con i primi filosofi-scopritori e che arriva almeno fino ad Agostino. Su questa nota storico-filosofica ci siamo congedati, con la promessa di lasciare aperta la mente ad ulteriori interrogativi in previsione dell'incontro successivo.

La domanda nata nel corso della precedente negoziazione, «Come si trasforma l’ordinario in straordinario?», è diventata la nostra nuova domanda ed intorno ad essa ci siamo ritrovati (il 15 novembre), anche alla luce delle proposte e delle riflessioni che mi hanno raggiunto privatamente nel corso della settimana intercorsa fra il primo e il secondo incontro: la questione dell’anima fatta cortocircuitare da una delle partecipanti con la nozione di cambiamento sullo sfondo di una dimensione quasi magica che accompagna i momenti di felicità; l’interrogativo aperto dalla esigenza di individuare un modo per riconoscere istantaneamente uno stato d’animo felice ed imprimerlo nella propria memoria emotiva; e, ancora, l’idea di un allenamento al vivere felicemente che già si era intravisto nella precedente transitoria conclusione.

Ecco dunque tutte le generazioni nuovamente presenti, in un piovoso pomeriggio, che pure non ha agito da deterrente, ad aprire i quaderni per focalizzare e dettagliare i momenti per ognuno tipici di un quotidiano composto di azioni abituali, al fine di individuare insieme un modo per straordinarizzare quei momenti, per passare cioé dalla abitudine alla “abituazione”.

Prima di ascoltare i contributi di ciascuno, ho ritenuto di dover distinguere fra “cause”, che sono materia della interpretazione e rispondono alla domanda “perché?”, e “ragioni”, che sono materia della esplorazione e rispondono alla domanda “come?”, che è esattamente quello che facciamo qui, una fenomenologia del vivere felice che è vivere “filosofico” nel momento in cui è pensato.

L’esempio che ha innestato il processo di attraversamento è venuto dalla esperienza di una partecipante che di lavoro fa l’insegnante di scuola media e che ci ha raccontato come, nel tentativo di spiegare in maniera non ridondante ai suoi studenti la figura del poeta, si sia ritrovata a paragonarlo al mago, a qualcuno cioè capace di cogliere e rendere la straordinarietà dell’ordinario. E così facendo ha di fatto scoperto un modo, che è anche un contenuto, capace di adattarsi alla sua propria vita non professionale, ad esempio nell’azione del cucinare.

E così hanno iniziato ad inanellarsi alcune caratteristiche che intervengono (certo, per volontà) a rendere extra-ordinario un gesto quotidiano: la riattivazione del sentimento di meraviglia, quel «come se fosse la prima volta» che azzera tutto per essere attivamente presenti a se stessi; la necessità di concentrarsi su ciò che si sta facendo, per non farlo in maniera meccanica, quel fermarsi un attimo, e «fare attenzione» (su cui ritorneremo attraverso la lettura di alcuni frammenti da Epitteto e Marco Aurelio con la disciplina delle rappresentazioni e la “cittadella interiore”); la scoperta che ridiventando poeti (creatori, letteralmente, del proprio momento) si impara ogni volta qualcosa e ci si perfeziona. Ulteriori risonanze hanno completato questa elencazione descrittiva, con la scoperta di avere altresì delle finalità, dei destinatari e delle motivazioni, il fatto cioè di non essere soli nella azione, per quanto ordinaria, ma di avere sempre la responsabilità anche dell’altro che diventa, al pari del sé, oggetto di cura.

Nel corso del terzo incontro laboratoriale (il 22 novembre) ho presentato una nuova metodologia: la “comunità di ricerca”. Il testo sul quale la abbiamo esercitata è il famoso "discorso di Steve Jobs" tenuto il 12 giugno 2005 ai laureati di Stanford, proposto da una delle partecipanti alla fine della sessione precedente e molto adatto ad una esplorazione filosofica in quanto non intenzionalmente filosofico.
La pratica della lettura condivisa, ad alta voce, ciascuno una frase fino al punto, per poi passare la parola al proprio vicino, avvertendone la presenza e soprattutto ascoltandolo mentre legge, ha attivato la comprensione del testo, ed è piaciuta molto, soprattutto ai ragazzi dell’ITC che non l’avevano mai sperimentata.
La lettura silenziosa, da parte sua, esercitata in un secondo momento, ha permesso di lasciare che il testo interrogasse chi lo ha letto, e non il contrario, come avviene generalmente in un approccio analitico-interpretativo. La mia richiesta, infatti, è stata di lasciare emergere curiosità e riflessioni nei confronti del testo, non come commenti, ma nella forma di domande. E possibilmente domande declinate nella formula filosofica del «che cos’è?» ed eventualmente del «come?» e non del «perché?», orientandoci con ciò non verso le cause ma verso le ragioni.

Ecco dunque palesarsi una “agenda” di discussione con una serie di questionamenti che hanno chiamato di volta in volta numerose “sottoscrizioni”, agendo progressivamente sulla capacità di cambiare prospettiva che il pensiero dell’altro, se ascoltato, ogni volta innesta.
Redatte sulla lavagna, rilette e osservate, fra le varie parole chiave si sono stabilite relazioni invisibili: Come si fa ad essere folli? Come fa una persona colta come Steve Jobs a non sapere che cos’è il pancreas? Come si fa a dire addio? Come si fa a vivere un giorno come se fosse l’ultimo? Cosa vuol dire unire i puntini guardandosi indietro? Che cosa vuol dire che la morte è la più grande invenzione della vita? Dove si trova il coraggio di abbandonare tutto e buttarsi in qualcosa di nuovo? Come fa la morte ad essere agente di cambiamento? Come fa un muscolo (il cuore) ad essere la sede del sentimento? Come si fa ad essere licenziati dalla propria società?

La costellazione semantica, cioè a dire di senso, individuata, ha inanellato i concetti di follia, coraggio e capacità di dire addio e su questa linea ho aperto l'invito a cercare ulteriori risonanze, al fine di individuare un unico concetto sul quale innestare, la prossima volta, un altro “dialogo socratico”. E così sono stati evocati altri concetti come la volontà, il rialzarsi e andare avanti, l’intenzione, la motivazione, l’esserci, l’incoscienza, la paura, la libertà, ma la domanda negoziata come utile per ritornare sulle esigenze di tutti è: «Che cos’è la forza?», e su questa ci ritroveremo il giorno 29 novembre. Per allora la consegna è: rispondere alla domanda «Quando è (o non è) stata la forza?», facendo ricorso ad un episodio recente e raccontabile di modo da poterlo condividere.


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