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Carlo Levi e la democrazia dei «Don Luigini» PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Michele Carducci   
Domenica 24 Ottobre 2010 07:32

[dal Forum di Popoli e Costituzioni: http://www.popoliecostituzioni.it, pubblicato il 4 marzo 2010]

 

«Un’opera come quella del Levi può agevolare la comprensione della Questione meridionale assai più della teorizzazione politica». Il giudizio con cui Guido Dorso presenta Cristo si è fermato a Eboli costituisce la migliore premessa per inquadrare il pensiero di un autore, per il quale la poesia è sempre stata “invenzione della verità”. Tutta la scrittura di Levi racchiude un insieme complesso e maturo di “teorizzazioni politiche”. Nel caso del Cristo, l’originalità dell’autore è da rintracciare, secondo Dorso, nella qualificazione della questione meridionale come «conseguenza di un fenomeno ancora più radicale, di un fenomeno istituzionale, che è alla base del complesso di inferiorità del Mezzogiorno: l’insufficienza civile e politica della classe dirigente meridionale, e l’incapacità del popolo di rinnovarla». Ma non è solo il“classico” del medico-pittore a costituire un manifesto intellettuale per l’antifascismo repubblicano italiano.

Tra la stesura del Cristo (1943-1944) e quella de L’Orologio (1947-1949), Levi matura una vera e propria ideologia costituente, che integra la “teorizzazione politica” della sua lirica. Se, infatti, quest’ultima si radica nell’esperienza torinese di fondazione del nucleo di «Giustizia e Libertà», a partire dal 1929, con il foglio clandestino «La lotta politica», omologo del fiorentino «Non mollare» di Salvemini, Ernesto Rossi e Calamandrei, e del genovese «Pietre» di Lelio Basso, è con la “scoperta del Sud” che si arriva a riflettere sull’Italia come “fenomeno istituzionale”. Ecco perché Dorso saluta il Cristo come sfida per «tutto il settore politico-istituzionale», nel quale inserire la funzione del «nuovo legislatore-riformatore»: la «magia dell’autonomia regionale», ivi propugnata, inaugura un nuovo discorso di ricomposizione dell’Italia post-fascista.

Certo, c’è una differenza significativa tra l’impostazione di Levi e quella di Dorso: il primo assume l’autonomia come punto di partenza del rinnovamento costituzionale dell’Italia e soprattutto del suo Mezzogiorno. Per l’avvocato avellinese, al contrario, l’autonomia si presenta come «strumento non decisivo ma concorrente» con un insieme di ulteriori effetti di un lungo processo riformatore di portata nazionale, avviato dalle élites dei partiti di massa antifascisti, per poi raccordarsi con un insieme di regole costituzionali di “rottura” dell’accentramento statale, legittimate dall’inevitabile «compromesso con le minoranze cleptocratiche del Nord».

Tuttavia, la diversità di prospettiva segnala semplicemente un ulteriore sintomo del travaglio antifascista repubblicano intorno alla identificazione del soggetto trasformatore della struttura istituzionale dell’Italia unita. Mentre l’unica proposta politica di formazione nazionale vicina alle istanze di autonomia dei ceti rurali e della più avanzata borghesia del Sud proviene dalle correnti revisioniste del gruppo dei neo-repubblicani federalisti de «La Critica Politica» di Oliviero Zuccarini, Levi e Dorso si separano sulla ipotesi di costruzione del “partito rivoluzionario meridionale”: necessario per Dorso – tant’è che la lista di “Alleanza repubblicana”, candidata all’Assemblea Costituente, è da lui propugnata come “concentrazione di raggruppamenti politici repubblicani di centro, che aspirano a sfociare tempestivamente nella costituzione del partito meridionale e meridionalista” –; inconcludente per Levi, la cui antica diffidenza rosselliana verso i partiti di massa lo indurrà, con lo scioglimento del Partito d’Azione, a non confluire organicamente in nessuno degli schieramenti politici esistenti, immaginando una lotta politica “diffusa” nella società e nel “popolo degli oppressi”.

Del resto, come gran parte dei repubblicani di ispirazione autonomista, entrambi conosceranno il medesimo insuccesso elettorale, che suonerà proprio come scacco del Mezzogiorno in quanto “fenomeno istituzionale”. La lista di Dorso ottiene meno di 30.000 voti e per 5.000 voti non consegue il quorum per un seggio alla Costituente. Il candidato azionista Carlo Levi riporta appena duecento voti nei due collegi di Bari-Foggia e Potenza-Matera.
Si diceva, tuttavia, che tra il
Cristo e L’Orologio, Carlo Levi vive una stagione politicamente molto densa e intellettualmente determinante nella conformazione delle sue idee istituzionali. Egli partecipa appassionatamente al dibattito ideologico e politico di quegli anni; milita nel Partito d’Azione e ne diffonde le idee, quale direttore del giornale fiorentino «La Nazione del Popolo», dal settembre 1944 al giugno 1945, e poi del romano «L’Italia libera»; si candida appunto alle elezioni per l’Assemblea Costituente.
Idee e programmi si concentrano soprattutto sulla qualificazione del fascismo come “autobiografia della nazione” – secondo la vecchia metafora fortunatiana e gobettiana – e nella valorizzazione della Resistenza come vero e proprio paradigma costituente. In netta contrapposizione con la lettura crociana della degenerazione fascista come “parentesi” di una storia politica e costituzionale continuativamente pur sempre costruttiva e positiva, Levi auspica e propone la discontinuità più netta con un passato non solo politico, ma innanzitutto di “civiltà” sociale e istituzionale, che proprio dal Sud, da Eboli, aveva rivelato nella sua narrazione di “verità”. Su questi fulcri ruotano le idee costituzionali di Carlo Levi:
le istituzioni riflettono una “civiltà”; se la “civiltà” non è incisa dal radicale rinnovamento, le istituzioni permangono, al di là delle rinnovate facciate giuridico-costituzionali.

«Si trattava di decidere se quello straordinario movimento popolare che si chiamava Resistenza avrebbe avuto uno sviluppo nei fatti, rinnovando le strutture del Paese; o se sarebbe stato respinto tra i ricordi storici, rinnegato come attiva realtà».

La Resistenza ha inaugurato il vero momento costituente della nuova Italia. Sono infatti il crollo dello Stato storico e la crisi del blocco agrario del Mezzogiorno gli inediti accadimenti onnicomprensivamente “culturali” – e non angustamente “politici” – di cui il “popolo” si deve appropriare per non sospingere i sentimenti repubblicani nel «profondo della coscienza individuale, come esperienza morale senza frutti visibili, piena soltanto delle promesse di un lontano futuro». In quei fatti, Levi legge l’unica vera discontinuità di “civiltà” del paese. E lo fa, sezionando l’umanità del dopoguerra tra “”Contadini” e “Luigini”, quale differenziazione antropologica dei due comportamenti etico-politici, di“civiltà”, che si potranno assumere di fronte alla scommessa costituente della democrazia: tra chi costruisce, nell’impegno di ergere la Resistenza a paradigma del progetto costituente; e chi semplicemente «comanda, serve e impera».

L’insidia, a questo punto, sarà appunto quella del «recupero dei Don Luigini alla democrazia»: «sono uomini abili nella loro piccolezza, esperti di ogni trasformismo, uomini passati indifferentemente dai Borboni ai liberali, da Giolitti a Salandra, da Nitti a Mussolini; con lo stesso animo e la stessa intenzione di difesa dei privilegi particolari, possono oggi passare alla democrazia». In un quadro così tratteggiato, lo scrittore manifesta le sue opzioni di valore. Da un lato, il rifiuto dell’ “umanesimo zoppo” della libertà individuale: «l’idea di individuo, che ne era alla base, era diventata puramente razionalistica; quella della libertà, puramente formale». Dall’altro, il programma di una democrazia che, non riconoscendo modelli cui rifarsi per causa della propria “civiltà”, affidi la ritrovata creatività e originalità alla pratica dell’auto-governo e dell’autonomia a tutti i livelli della vita sociale organizzata, nella stretta funzionalità con il rinvigorimento della coscienza civile, per abbandonare definitivamente la pretesa liberale di far coincidere la compagine sociale con la compagine istituzionale e responsabilizzare il “popolo” nella edificazione di una “civiltà” alternativa. Ritornano i temi del Cristo: l’autonomia come premessa e non come effetto – a differenza, si è visto, di Guido Dorso – da perseguire non soltanto nella sua accezione negativa di decentramento, bensì nel suo significato positivo di auto-governo; il superamento dell’ “umanesimo zoppo” delle libertà individuali.
Se il progetto costituente non si incammina sui binari di questo ribaltamento radicale, il privilegio della falsa libertà riconquistata non produrrà affatto democrazia, se non per mera forma rappresentativa, ma mite bisogno di una riedita tirannide dello Stato-idolo.

«Lo Stato-idolo è dunque il segno insieme del bisogno di rapporti umani veri, e della incapacità a istituirli liberamente (…) nonché lo spavento della impossibilità di distinguersi come persone: il senso della massa, dell’umanità informe, ove ogni limite individuale è arbitrario, perché gli individui non hanno confini reali. L’opposto di ciò è l’individualismo astratto, dove è perso ogni senso di comunità, e ove lo Stato non è deificato, ma neppure esiste, poiché non esistono passioni. Questo ateismo è altrettanto mortale di quella idolatria. Non serve essere liberi dalle passioni, ma liberi nelle passioni».

È quanto, secondo Levi, non si era conseguito nell’esperimento repubblicano di Weimar, congegnato in termini di capovolgimento di funzioni dentro la continuità di uno Stato idolatrato secondo rapporti economico-sociali immutati rispetto al passato e supinamente accettati anche dagli oppressi, ridotti all’antagonismo meramente “negativo”.
Al contrario, secondo Levi, l’autonomia spezza la forza centripeta della sovranità, smaschera l’ “infanzia sociale” di un paese, impone la democrazia “diretta” e“integrale”, che, avvicinando il cittadino al “potere”, moltiplica e diversifica le opportunità di “apprendistato politico” dal “basso” e “periferico”, e abilita prassi non più trasformisticamente “endorganiche”, come specularmente si erano dimostrate quelle parlamentari e antiparlamentari del periodo statutario, bensì “diffuse”, sociali, di “civiltà”.
«La divinizzazione dello Stato (e la servitù che ne risulta) durerà finché non sarà finita l’infanzia sociale».

Per queste ragioni, Levi ritiene improbabile che la disarticolazione dell’unità del potere statale transiti attraverso l’articolazione nazionale dei grandi partiti di massa: intuisce il potenziale accentratore e oligarchico del nuovo soggetto costituzionale.
A dieci anni dal suo esilio a Eboli, Levi è candidato all’Assemblea Costituente e compie con diligenza e impegno il suo viaggio elettorale del 1946. Rivive luoghi, problemi e disgregazioni sociali del Sud. Ad Aliano – il borgo ribattezzato
Gagliano nel Cristo – la più completa indifferenza non lo sorprende affatto. Come non lo stupisce lo scarso pubblico al suo comizio d’apertura tenuto a Matera. Lo scacco elettorale è nell’aria, e Levi lo intuisce non perché non creda nella scommessa costituente, ma perché preconizza, grazie proprio alla sensibilità antropologica dell’esilio meridionale, che la “civiltà” delle istituzioni non sta cambiando e che non servono “cento uomini di ferro”, quelli inneggiati dalle teorie di Dorso sulle élites, per invertire la rotta. L’esultanza seguita alla fine della guerra si è ben presto dileguata. I contrasti fra i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale si sono accentuati e radicalizzati, sia per gli interessi economici delle classi sociali da essi rappresentati sia per le costanti interferenze internazionali. La soluzione Parri, del 1945, salutata nello spirito unitario della Resistenza e presentata, nel radiomessaggio di giugno, come “governo di popolo”, è naufragata nel tardo autunno dello stesso anno, quando il Presidente del Consiglio è costretto alle dimissioni. Il disinganno di Levi diventa inesorabile.
Il biennio 1947-48 consuma nella storia italiana del dopoguerra l’epilogo di tante contraddizioni. Secondo Levi, si è ormai sulla strada del “neogiolittismo” e del sistema di potere dei risorti gruppi dominanti: una “civiltà” già nota alla storia d’Italia. Ne
L’Orologio, proprio la figura di Parri personifica l’ultimo momento esaltante della stagione costituente, in quanto gli avvenimenti involutivi degli anni immediatamente successivi (1947-1948) sono inquadrati invece come crisi della Repubblica; e L’Orologio ne ripercorre la scansione di progressivo impoverimento.

«Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di esserne cacciati. Eccoci ormai nella difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l’esistenza di un partito, e poi magari di un gruppo, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un’astratta passione, sempre uguale»

All’avvio del dibattito costituente, Levi ha ben chiaro che nella distonia tra sviluppo istituzionale e sviluppo di “civiltà” – progressista il primo e presente nelle intenzioni dalla nascente Costituzione, conservatore il secondo e garantito dall’alleanza di fatto tra partiti, tecnocrazie di tradizione liberale, influenze internazionali – sono i “Luigini” i nemici da stanare nella rapida “folgorazione” per la conversione alla democrazia.

«La Resistenza è stata una rivoluzione contadina, la sola che ci sia stata mai. I Luigini le sono saltati sulla groppa, e ora pensano di averla addomesticata, ma qualcosa ci sarà pur rimasto, anche se le hanno messo briglie e morso».

E denuncia la logica del “come-se”, ormai sottesa al discorso pseudo-democratico dei riformatori, in realtà ciechi di fronte alle radicali, inesorabili differenze e ingiustizie della società italiana del dopoguerra.

«Tutto è come se ma non è, e pur bisogna fare come se fosse. Questo mondo del come se è la vera civiltà di massa, che può parere reale a chi ne fa parte, ma che, per chi la guarda ed è costretto senza scampo ad accettarla, come se fosse anche per lui reale, è straziante e nauseante».

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in conseguenza dei risultati elettorali delle politiche del 1948, sono in atto massicci tentativi di restaurazione, che si incarnano nella figura del siciliano Ministro degli Interni Mario Scelba. La sua azione in materia di ordine pubblico «fu dannosa nel medio periodo, perché scavò un solco tra la polizia stessa e una parte rilevante delle classi popolari». E Scelba, com’è noto, fa l’impossibile perché un analogo solco lo separasse anche dagli intellettuali, da lui insultati con il volgare epiteto di “culturame”.
Ecco allora che, nell’anno del centenario dell’unità nazionale, il 1960, Levi scrive
Un volto che ci somiglia , per ritornare a rivendicare la centralità della Resistenza .
«Oggi (…) l’Italia è ben viva. Dopo gli anni vuoti e offesi del fascismo, il popolo italiano si è riconosciuto nella Resistenza: vi ha vissuto, mescolate e unite le classi e le persone, ritrovati nuovi i suoi valori fondamentali, un tempo di epica collettiva; e vi si è riscoperto (…). È questa Italia popolare che rende vivo il passato, e prepara l’avvenire. Resta, su di essa, come un asciutto parassita, un’altra Italia, legata a strutture morte, a schemi vuoti, a l’estetismo della conservazione o alla barbarie degli interessi…».
Ma il 1960 è anche l’anno del perpetrato tentativo di rinnegare i valori impressi nella Costituzione: dalle prassi “endorganiche” del governo Tambroni alla decisione del MSI di svolgere il suo VI Congresso provocatoriamente a Genova, “Città medaglia d’oro della Resistenza”: la democrazia dei “Luigini” riemergeva trasformisticamente nelle blande reazioni istituzionali a quegli eventi, in una “civiltà” destinata a ripetersi.
Nei viaggi all’estero, intrapresi in quegli stessi anni, Levi comprende che il problema di “civiltà” dei fenomeni istituzionali di oppressione ed emarginazione è molto più vasto e diffuso, oltre Eboli. E intuisce anche che un nuovo “umanesimo zoppo” si sta diffondendo nel mondo e minando dall’ “esterno” i valori della Resistenza: tra “contadini”
e “Luigini” si è insinuato l’individuo anonimo trasformato in «cosa, oggetto di mercato, astratto consumatore, elemento di un calcolo», spinto in un tragitto senza fine e che non può più fermarsi, verso una “civiltà” addirittura senza storia, perché "destituita di un cuore antico".

 



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