Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
Programma gennaio 2021
Programma Gennaio 2021 Martedì 5 gennaio, ore 18,00 – replica della performance del Laboratorio Teatrale dell’Università Popolare Aspettando Gesù, musica e pièce di Michele Bovino  ... Leggi tutto...
Home
Nella Lecce dei presepi: il presepe gotico di Michele Massari PDF Stampa E-mail
Sallentina
Domenica 09 Dicembre 2012 17:59

«Quasi tutti gli studiosi sembrano riconoscere l’origine del presepe e delle sue raffigurazioni in quel brano del Protovangelo di Giacomo (cfr. Di Nola 1979: pp. 19-51) [Protovangelo che altrimenti viene definito dall’esperto di apocrifi cristiani antichi, Luigi Moraldi, Natività di Maria, nel 1992, pubblicato col titolo L'infanzia di Maria nel più antico testo cristiano], che efficacemente descrive il momento della nascita divina: “Ora io, Giuseppe, camminavo e non camminavo./ E sollevai gli occhi alla volta del cielo,/ e vidi che era senza moto,/ e (guardai) nell’aria e la vidi invasa da stupore,/ e gli uccelli del cielo non si muovevano. / E volsi gli occhi alla terra,/ e vidi che vi giaceva una scodella e degli operai,/ distesi a mangiare,/ e le loro mani (erano) nella scodella./ E quello che stavano masticando, non masticavano più,/ e quelli che stavano prendendo (cibo), non più lo sollevavano,/ e quelli che lo stavano portando alla bocca, non più lo portavano:/ ma i volti di tutti erano intenti a guardare in alto.// E vidi delle pecore che erano spinte (al pascolo),/ e le pecore rimanevano immobili;/ e il pastore levò la mano per percuoterle,/ e la sua mano si arrestò in aria./ E volsi gli occhi alla corrente del fiume,/ e vidi dei capretti e i loro musi sfioravano l’acqua,/ ed essi non bevevano,/ e d’improvviso,/ tutte le cose furono risospinte nel loro corso”». (v. Vincenzo Esposito, Fu vista levarsi una stella/ Il presepe contemporaneo, 1995, p. 40).

È questa una magnifica descrizione dell’incantamento (fissità cosmica) e dello stupore dei mortali davanti a un evento di “intenerimento spirituale” qual è la nascita del Bambin Gesù. (È già stato storicamente accertato che questa nascita non avvenne all’incirca il 25 dicembre di 2000 anni fa; tale data è stata semplicemente posticipata di quattro giorni rispetto al 21 dicembre, solstizio d’inverno, che fin dall’infanzia dell’umanità corrisponde (ancora oggi è così) al momento astronomico in cui il periodo della luce solare ricomincia ad allungarsi.

Da sempre, l’umanità ha dato all’evento della luce splendente una particolare importanza, cioè ne ha fatto una festa, un momento solenne. Lo spostamento dal 21 al 25 della Nascita divina è dovuto anche all’associazione del Cristo uguale alla luce, così come nei Vangeli è spesso nominato quale portatore e dispensatore di luce, o come splendore del mondo, o ancora come «il sole che viene da Oriente».

Nel Protovangelo di Giacomo, questo straordinario evento - coinvolgente, oltre alla figura di san Giuseppe quale padre putativo del bambino, anche la figura di Maria in quanto madre del Bambinello - viene così descritto: «E [un giorno Maria] prese la brocca/ e uscì ad attingere acqua. Ed ecco/ a lei una voce che le diceva: “Ave, piena/ di grazia! Il Signore è con te. / Benedetta tu tra le donne”./ E Maria si guardò attorno a destra/ e a sinistra d’onde venisse/ questa voce. E tutta/ tremante entrò in casa/ sua, e posata la brocca,/ prese la porpora e si sedette/ sulla sedia e si  mise a filare/ la porpora. Ed ecco un angelo/ apparve davanti a lei, dicendo: “Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia/ davanti al sovrano di tutti. / Concepirai dalla sua parola”./ E lei, Maria, sentendo, esitava in se stessa,/ pensando: “Concepirò io/ dal Signore Dio vivente, come ogni/ donna generò?” Ed ecco un angelo/ le apparve dicendole: “Non così,/ Maria. Poiché la potenza di Dio/ ti adombrerà. Per questo il santo/ che nascerà sarà chiamato Figlio/ dell’Altissimo. E lo chiamerai col nome/ Gesù. Egli, infatti, salverà il suo/ popolo dai suoi peccati”./ E Maria disse: “Ecco/ l’ancella del Signore davanti a lui. / Mi sia fatto secondo la tua parola”. Lavorò la porpora/ e lo scarlatto e li portò/ al sacerdote. Dopo che l'ebbe ricevute,/ il sacerdote la benedisse e/ disse: “Maria, il Signore tuo/ Dio ha esaltato il tuo nome,/ e sarai benedetta in/ tutte le generazioni della terra”/ Piena di gioia, Maria partì/ per andare da sua cugina/ Elisabetta; bussò alla porta./ Elisabetta udì/ e gettò lo scarlatto e/ corse alla porta,/ la aprì, la benedisse,/ dicendo: “Donde mi viene che/ la madre del mio Signore venga da me?/ Ecco, infatti, ciò che è in me trasalì/ e ti benedisse”./ Ma Maria/ aveva dimenticato i misteri/ dei quali aveva parlato l'angelo Gabriele/ e alzò gli occhi/ al cielo e disse: “Chi sono io/ perché, ecco, tutte le donne/ della Terra mi dicano beata?”».

Questi due eccezionali momenti (nascita del Bambino da una Vergine di 16 anni, e fissità cosmica davanti alla straordinarietà dell’evento) si sono enucleati concretamente in quella raffigurazione millenaria, da noi denominata Presepio, dal lat. praesepium che, nel suo significato antico, vuol dire «asilo per i neonati delle operaie» (v. Garzanti etimologico, 2000). In fondo si tratta di una rappresentazione artistica che mostra a tutti quei mortali che si vogliono fare partecipi spirituali della Natività biblica: la contemplazione in una stalla (o grotta o casa che sia) dell’antica Betlemme di un Bambino avvolto dall’infinita tenerezza umana.
Ma del Presepio, storicamente determinato, qualcosa in più sappiamo dall’Enciclopedia Treccani, dove leggiamo:

«... Il presepio non ebbe origine dall’Ordine francescano ma dalle rappresentazioni liturgiche durante l’ufficio della notte di Natale, da cui San Francesco [di ritorno dalla Palestina] trasse l’idea del suo presepio [‘vivente’, allestito nel 1223] a Greccio [nel reatino]...  Con quella dei francescani è memorabile l’azione dei domenicani nella diffusione del presepio, e in seguito quella dei gesuiti. L’uso del presepio dovette prima nascere ed essere limitato nelle chiese; soltanto tardivamente sembra essere stato introdotto nelle case. Il più antico presepio a noi conservato, sebbene parzialmente, è nella basilica romana di Santa Maria Maggiore che, vantando anche le reliquie della sacra culla, fu detta «ad praesepe»: opera di Arnolfo di Cambio, preceduta nell’arte italiana dalla Natività di Nicola Pisano, alla quale doveva dare valore illusivo la riproduzione della grotta di Betlemme.  Ma per l’Italia, la cui arte nel Trecento sviluppò altamente nella pittura l’iconografia della Natività, l’uso del presepio sembra essersi fatto popolare nella seconda metà del Quattrocento [...] All’inizio [1400, 1500, 1600] il presepio ebbe fortuna nel Nord Italia ma, per la maggior parte si trattò di presepi monumentali di grandi artisti [Giotto, Lippi, Dürer, Andrea del Sarto, Murillo, Tintoretto, altri]. Forse dalla Toscana (ricca di presepi dopo il 1200) l’uso del presepio si propagò nel reame di Napoli [...]  Importantissimo il presepio conservato, almeno parzialmente, a Napoli, in San Giovanni a Carbonara (1484) con figure di legno [...] Nel Settecento, il presepio ebbe la sua massima diffusione [...] a Napoli, già sul finire del sec. XVII si passò a modellare le testine delle figure del presepio in creta, con occhi di vetro, conservando il legno per le sole parti estreme degli arti...» (v. vol. XXVIII, p. 205).

Questa premessa per dire di uno dei luoghi in cui è stata sempre alta la tradizione della costruzione dei presepi, cioè Lecce. Si sa che i presepi hanno avuto ed hanno una vita abbastanza longeva in tutte le regioni del Meridione d’Italia. Napoli, per alcuni aspetti ne è la capitale, mentre la Sicilia annovera in alcune sue città bellissimi presepi, si pensi, ad esempio, al «grande presepe [del 1573] con le figure in legno a grandezza naturale in San Bartolomeo a Scicli (Ragusa), poi restaurato e ampliato dopo il 1693 dal napoletano Pietro Padua» (v. Mario De Marco, in «La Fera», dicembre 2003, p. 43).

È sorprendente, ascoltare diversi anziani leccesi raccontare (e gli studiosi della materia ne danno giustificazione storica), che a Lecce e nella sua provincia da secoli esiste la tradizione presepiale. In Salento ci sono chiese i cui presepi risalgono al Cinquecento, com’è il caso di quello costruito in pietra locale da Stefano da Putignano nell’antica chiesa di San Francesco d’Assisi nel centro storico di Gallipoli. Antico è pure il presepio costruito nelle stesso secolo XV e sempre in pietra leccese da Gabriele Riccardi nel Duomo di Lecce. Di questo presepio, Franco Leone, su «Lu Puparo» (un periodico natalizio), edito dall’Associazione “Li pupari leccesi”, ha scritto: «nella cattedrale di Lecce, entrando dall’ingresso laterale [...] il primo altare a destra riserva al visitatore uno scenario singolare e unitario nella rappresentazione. Un’opera da ammirare e da contemplare. La scena si sviluppa in tre parti: l’annuncio che Isaia e Giovanni Battista fanno del Messia con due statue imponenti ed espressive poste ai lati; la scena della Natività scolpita su pietra leccese con Maria e Giuseppe in atteggiamento adorante, mentre sullo sfondo la tela dell’Annunciazione è il segno del progetto divino che sta per compiersi; i pastori e i magi completano l’armonia scenografica collocati nella parte superiore del baldacchino che si erige su colonne tortili con ricchezza di particolari, veri ricami sul tipico materiale leccese» (v. «Lu Puparu», Natale 2002, p. 7).

Da Emo Tana, professionista leccese trapiantato da più di mezzo secolo a Firenze, sappiamo pure che «Oronzo Tiso (1726-1800) [...] dipinse una Natività in Santa Maria delle Grazie di piazza Sant’Oronzo ed un’altra a Presicce nella Parocchiale» (v. «La Fera», dicembre 2002, p. 31).

Ma è soprattutto nel Novecento che nella capitale del Barocco si è sentita forte la necessità della rappresentazione della Natività presepiale. Da Piergiuseppe De Matteis sappiamo che già «nel XVII secolo lo stesso Giulio Cesare Infantino, nella sua Lecce Sacra, menziona (p. 212) la fiera di Santa Lucia [che per antonomasia è la fiera dei pupi] che si svolgeva nel capoluogo di Terra d’Otranto» (v. «La Fera», dicembre 2001, p. 40).

Oggi, questa tradizione della fiera di Santa Lucia ha ripreso a pieno ritmo la sua temporalità, ed ogni 13 dicembre si allestiscono numerose bancarelle espositive, fortunosamente in un luogo di prestigio, qual è il chiostro della chiesa di Sant’Irene (ex convento dei Teatini). Da qualche anno si allestisce pure un grande presepio monumentale in piazza Sant’Oronzo. Fino a qualche anno fa l’allestimento veniva fatto al centro della piazza, nell’ovale della Lupa, ultimamente – e questa è una buona soluzione – lo si allestisce nel semi-ellisse dell’anfiteatro romano. Tuttavia, si sa che sono numerosi i presepi allestiti in ogni ambito della città, nelle case, nelle chiese, nei ristoranti. Da qualche anno, viene allestito pure un presepe artistico, di solito con i meravigliosi Bambinelli dell’artista statuario Giuseppe Manzo (Lecce, 1849-1942), nella Tipografia del Commercio “A. Buttazzo” di Lecce, presepio intitolato al compianto Luca Fedele, ideatore dell’evento e già socio della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (sezione di Lecce).

Noti e numerosi sono gli artisti e gli artigiani leccesi che hanno dedicato l’intera vita a questa sacra raffigurazione. Alcuni anni fa, Antonio Edoardo Foscarini fece una piccola ma interessante ricerca, con la quale tirò fuori dal secolo XVII non pochi, fino a quel momento sconosciuti, cartapestai e pupari leccesi, che sicuramente costruirono molte figure presepiali. Cito qui solo alcuni dei tanti nomi, anche se ritengo opportuno fare un approfondimento specifico sulla loro opera: Francesco Calabrese (terracotta), Francesco Cosma (puparo), Angelo Raffaele De Augustinis (catapestaio), Vincenzo Oronzo Greco (cartapestaio, autore della gigantesca statua di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco della Scarpa), Luigi Guerra (cartapestaio), Francesco Ingrosso (scultore), Ignazio Scalone (pittore e statuario), Pietro Sugente (cartapestaio).

Questi citati sono artisti del Settecento. E nell’Ottocento? Sappiamo di Giuseppe Manzo, che operò a cavallo del XIX e XX secolo, statuario di eccezionale bravura che ha realizzato straordinari Bambinelli, oggi fortunatamente conservati dal nipote Dino Manzo. Tuttavia occorre ancora approfondire la ricerca.

Nel Novecento, invece, la situazione è più chiara. Oltre a Giuseppe Manzo è da annoverare sicuramente Antonio Mazzeo (1907-1975), la cui opera scultorea si è maggiormente espressa nella costruzione di preziosi presepi. Importanti le sue Natività, come importanti sono pure i quadri d’insieme di presepi con pastori, re Magi, le pecorelle, gli artigiani. Si pensi ancora a Gino Totaro, fondatore del periodico natalizio «La Fera», i cui presepi, molto ricchi di figure ed elementi architettonici, sono stati costruiti con materiali naturali di ogni specie. Artisti presepi ali sono pure Maria Antonietta Balzani (con Claudio Falsanisi), Emanuele Buscicchio, Amerigo Buscicchio, Angelo Capoccia, Claudio Capone, Giovanni Delle Donne, Giuseppe De Tomasi, Mario Di Donfrancesco, Eugenio Galli, Antonio Guacci, Bruno Maggio, Antonio e Ugo Malecore, Pietro Mangia, Raffaele Martina, Roberto Monaco, Leonardo Montinaro, Armando Morrone, Francesco Patarnello (1927-1995), Giuseppe Pesa, Beniamino e Costantino Piemontese, Giovanni Stella, altri ancora. Ovviamente rimando l’approfondimento di questo elenco ai periodici come «La Fera» e «Lu Puparo» che sono ricchissimi archivi di elenchi e notizie sui cartapestai, statuari e artisti presepiali.

A Lecce però, c’è un presepio particolare, uno fra i più belli: il Presepio gotico di Michele Massari, allestito in mostra permanente nel Castello Carlo V. In un opuscolo del Natale 1947, intitolato “Seconda Mostra Artigiana Mercato del Presepio” [la prima Mostra si era tenuta l’anno precedente], leggo la prima notizia sul Presepio Gotico [qui inteso come derivante dal greco goeteia, cioè “incantesimo”, “magia”, e non come “inganno”, anche se tale termine è anch’esso corrispondente] di Michele Massari. L’opuscolo fu pubblicato su iniziativa della Camera di Commercio di Lecce, allora diretta, con le funzioni di Commissario Straordinario, dal prefetto Giuseppe Grimaldi, e organizzata da un Comitato Organizzatore composto da Beniamino Mazzilli (sub-commissario della Camera e Presidente della Commissione), Gabriele Martirano (vice-presidente), Ettore Mannarini (segretario), Pietro Bacca (dott. prof.), Antonio D’Andrea (scultore), Domenico Franco (artigiano), Antonio Franich (dott.), Cesare Augusto Lucrezi (prof.), Michele Massari (pittore).

La Giuria per l’assegnazione dei premi, invece, era composta da p. Salvatore Tufano (preside dell’Istituto “Argento”, presidente), Vittorio Pagano (letterato e segretario), Antonio D’Andrea (scultore), Giovanni Della Notte (pittore), Guido Gremigni (scultore), Annio Lia (architetto, direttore della Scuola d’Arte di Lecce), Mario Palumbo (pittore), Geremia Re (pittore).

Nell’opuscolo, dopo la p. 16, che è fuori testo, c’è l’immagine del Presepio gotico con la seguente didascalia: «Magi e pastori in terracotta di Anna Maria e Antonio Massari (1° premio)». A p. 26 la motivazione: «la Giuria ha assegnato i due premi previsti nel modo seguente: il 1°, ai fratelli Anna Maria e Antonio Massari [...]. La questione è che i fratelli Massari ci hanno mostrato opere degne di competere con ben altri e già gloriosi esempi. La loro cavalcata dei Magi, resa in stile cinquecentesco pur nelle minuzie, pur nelle armature, nelle vesti, nei finimenti dei cavalli, eccetera, è così sommamente suggestiva da lasciarci durevolissima un’impressione di maestosità, d’imponenza e di poesia, producentesi malgrado la piccola dimensione dei pupi. Taluni di questi (quello che si soffia sulle mani per il freddo con la testa incassata fra le spalle, quello che scudiscia due leopardi al guinzaglio, quello che rischiara la strada con la lanterna, ed altri ancora) sono vere e proprie opere di scultura e trattate peraltro col pennello in maniera inimitabile. Certo, il distacco di questi prodotti da tutti i rimanenti è enorme. Ma non perché i rimanenti siano da gettar via, come s’è detto, ché anzi si presentano quasi tutti in una veste decorosissima...» (pp. 26-27).

Da ciò si evince come il Presepio gotico venne accreditato come opera dei figli [Anna Maria (Lecce, 1929-1992) e Antonio (1932)] di Michele Massari, mentre già nel titolo noi abbiamo detto essere di Michele, loro padre. Ed è quanto afferma lo stesso figlio Antonio (all’epoca – 1947 - aveva solo 15 anni) che scrive: «Il Presepio gotico di Michele Massari (1902-1954) è stato costruito negli anni che vanno probabilmente dal 1945 in poi [...] Vi lavorava dopo cena in autunno e fino al Natale contemporaneamente ai pastori (in terracotta dipinta ad olio trasparente che, spesso con le sue ustioni e variazioni e a volte piccole vetrose fusioni, era così bella che bastava la semplice vernice) e alle costruzioni in compensato (i ritagli che io andavo a prendere da Saverio Giudice) e cartapesta che doveva raccordare gli angoli e creare chiusure ermetiche a impedire fughe di luce, perché le stanze delle ‘casette’ erano illuminate una per una e dovevano accendersi nel corso di mezzora separatamente come accade in un villaggio al tramonto, grazie ad un congegno che papà non fece in tempo a vedere applicato e che probabilmente anticipa o è coevo dei circuiti stampati. Il presepio che io ricordo si ‘accendeva’ tutto insieme con un sistema di piccole lampadine in batteria e grazie ad un trasformatore e con un semplice interruttore: troppo drastico, troppo innaturale./ Le costruzioni erano tre: una casa con la stalla, il mulino al centro e un’altra casa, tutte compiute anche negli interni che, quando erano illuminate, si potevano osservare dalle finestre. Vi sono scale, caminetti, porte con cardini, ballatoi, balaustre, mobili. I piani sono divisi da pavimenti in tavole sostenute da travi che sbucano all’esterno. Spesso gli elementi interni rimanevano nascosti dal salire dell’edificio ma questo faceva parte dell’onestà interiore di Michele Massari. Una volta mi fece notare che uno scultore salentino aveva fatto solo il davanti di una scultura tanto la parte posteriore era destinata a non essere vista, per cui mi fece notare che quello era un grosso errore, che in pittura invece era inevitabile che non esistesse il didietro delle cose. Le case sono rivestite in legno, a volte sabbia, a volte gesso e colla incisi quando sono ancora freschi, secondo una trama di pietre informi e colorate con colori trasparenti. Era previsto che i comignoli dovessero emettere dolce fumo di incenso e pece greca bruciati. Il cotone idrofilo (allora si chiamava ovatta) copriva i tetti, meno i comignoli che si supponevano riscaldati e il piano dando il senso perfetto e il silenzio della nevicata./ Il tetto della grotta è in tavole sfondate in un punto. Il mulino: la ‘casetta centrale’ aveva una bellissima e complessa ruota a pale che faceva girare la macina e che pescava su un torrente ghiacciato. Alle spalle della ruota c’era una cascata ghiacciata, realizzata con liste di cristallo viste per lo spessore e legate insieme come muscoli da fili elettrici di rame poco più grossi di un capello e invisibili. Accanto alla casetta di destra c’era un ramo spoglio che aveva la forma di un albero. Il presepio occupava un angolo della prima stanza di via Vaste e il fondo era un grande pannello piegato, color cobalto notte con una selva dipinta di abeti innevati e pesanti di neve...».

Oggi, nella stessa sala del Castello Carlo V, dov’è allestito il Presepio gotico di Michele Massari, vi sono altri presepi, anch’essi importanti e degni di nota, come quello in stile moderno di Bruno Maggio. Vale sempre la felicità vederli e ammirarli tutti, come vale vedere e ammirare anche Lecce che, in alcuni suoi angoli, appare spesso come se fosse un antico presepio del Cinquecento.


Torna su