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Come faremo a gestire l’Università del Salento? – (17 dicembre 2012) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 18 Dicembre 2012 15:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 17 dicembre 2012]

 

Una delle realizzazioni più importanti dell’attuale amministrazione dell’Università del Salento consiste nell’aver ottenuto 120 milioni di euro per finanziare opere edilizie. I bandi erano competitivi e averli vinti dimostra grande perizia progettuale. 
Ho assistito alla presentazione delle opere, qualche mese fa, e sono rimasto molto impressionato. Non voglio discutere qui le modalità di scelta delle strutture per le quali i finanziamenti sono stati richiesti, mi sono già espresso al riguardo e confesso di non essere riuscito ancora ad avere una risposta convincente. Ma non è questo quello che mi interessa. Oggi i bilanci delle Università sono molto ridimensionati, e riuscire a far funzionare le strutture è oltremodo problematico. Il personale docente e non docente va in pensione e non viene rimpiazzato, si risparmiano i soldi per il riscaldamento o per il raffrescamento, i contratti per le pulizie e le guardianie sono ridotti. Non ci sono soldi per le borse di studio, per i programmi Erasmus, le tasse aumentano. La manutenzione del patrimonio immobiliare è ridotta al minimo perché “non ci sono soldi”. Non possiamo usare quei 120 milioni per assumere nuovo personale, o per comprare gasolio da riscaldamento. Non li possiamo usare neppure per finanziare la ricerca o la didattica, il diritto allo studio. Sono stati destinati al cemento e lì devono andare.

La mia domanda è: ma se abbiamo difficoltà a gestire l’attuale patrimonio immobiliare, come faremo a gestire un patrimonio incrementato in maniera così mirabile? I futuri rettori riusciranno ad ottenere risorse per gestire qualcosa che, alla luce della situazione attuale, sembrerebbe ingestibile? Altra domanda è: ma è stato fatto un piano di gestione per valutare l’opportunità di questa crescita immobiliare? Chi lavorerà nei nuovi edifici, visto che le assunzioni sono ridotte all’osso e i pensionamenti invece aumentano? Come faremo la manutenzione? Oppure agiremo all’italiana maniera: qualche santo ci penserà? Non siamo nuovi a imprese fallimentari, come il Pastis di Brindisi, nato per essere un mirabile centro per lo sviluppo di tecnologie avanzate, fallito miseramente, anzi messo in liquidazione (se fosse fallito l’Università non avrebbe pagato i debiti). E l’ISUFI che fine ha fatto? Non se ne sa quasi più nulla. E il centro di Acquatina? Investimenti milionari che non hanno dato i risultati sperati e promessi.

Per il cemento, comunque, i soldi ci sono sempre. Sempre. E sono etichettati. Non si possono spendere in altre maniere. Sembra quasi che siamo costretti a spenderli, altrimenti si perdono. E’ peccato. Ma chi li ha chiesti? Chi ha deciso di destinarli a quei fini? Di chi è la responsabilità di queste scelte? E domani? Ci saranno di nuovo, invariabilmente, soldi solo per il cemento? La possibilità che l’Università del Salento riesca ad accaparrarsi grandi finanziamenti per la ricerca è scarsa. Su cinque Progetti di Rilevante Interesse Nazionale che poteva presentare, la nostra Università ne ha vinti solo due. Questo potenziale diminuirà ulteriormente, vista l’emorragia di pensionamenti non controbilanciata da necessarie iniezioni di nuovi ricercatori. E oltre ai pensionamenti ci sono anche le fughe, come quella di Roberto Cingolani. Emigrato a Genova a dirigere l’Istituto Italiano di Tecnologie.

Questi problemi riguardano il futuro della nostra Università e sono l’eredità delle amministrazioni precedenti. Abbiamo sempre più occasioni di fare appalti per cemento e sempre meno per fare ricerca e sostenere il diritto allo studio, per dare sbocco alle persone che formiamo e che vorrebbero dedicare la vita alla ricerca. I precari vengono gettati in mezzo a una strada. Però avremo scintillanti edifici. Per un po’. Poi andranno in malora, come stanno andando in malora molti edifici di non molti anni fa. Segnati dall’incuria: “Non ci sono soldi”. Una parte di quei 120 milioni andranno alla manutenzione e riqualificazione dell’esistente. Quella destinazione è sacrosanta. Ma le torri svettanti nella Valle della Cupa mi sanno tanto di cattedrali nel deserto, di “grandi opere”. E ho tante tantissime domande a cui non trovo risposta. Penso ai futuri rettori (perché questi problemi si trascineranno per molti rettori) e non oso pensare a cosa dovranno passare.

Spero tanto, tantissimo di sbagliarmi. Spero tanto che tutto sia chiaro e che le mie paure siano infondate. Purtroppo molta esperienza del passato mi induce a temere il peggio.  Ricordo un titolo apparso sul Sole 24 Ore: L’allarme della Corte conti: grandi opere, costi in crescita del 40% causa corruzione. Mi viene in mente il filobus, e gli sprechi di cui ho parlato prima. Quanto sono state condivise queste scelte, in seno all’Ateneo? Ma forse mi sono perso qualche passaggio (spesso sono all’estero, per lavoro) ed è tutto chiaro, e l’unico che non ha ancora capito sono solo io.


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