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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 61 – (19 dicembre 2012) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 20 Dicembre 2012 12:11

La povertà nel Salento

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" del 19 dicembre 2012]

 

Il notevole aumento della povertà nel Salento è da leggersi innanzitutto come il risultato dei processi di “mezzogiornificazione” dei Paesi c.d. periferici dell’Unione Monetaria Europea e, ancor più, delle aree più periferiche di questi Paesi, ovvero delle aree che, prima dello scoppio della crisi, registravano un PIL pro-capite inferiore alla media nazionale e alla media europea. Si tratta di processi che dipendono principalmente da due fattori. In primo luogo, l’attuale assetto dell’Unione Monetaria Europea è tale da generare crescenti divergenze dei tassi di crescita dei Paesi membri, determinando una condizione per la quale i Paesi periferici subiscono processi di de-industrializzazione e conseguente crescita della disoccupazione, della precarietà del lavoro, delle emigrazioni. In secondo luogo, queste dinamiche – che costituiscono un esito spontaneo dell’operare dei meccanismi di mercato – sono enormemente amplificate dalle politiche di austerità messe in atto, con la massima accelerazione, nel corso dell’ultimo biennio.

L’ultima indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane fa registrare che, dal 2006 al 2010, la povertà è aumentata di 6 punti percentuali fra chi ha meno di 45 anni, è cresciuta poco nella fascia d’età compresa fra i 45 e i 65 anni, e si è ridotta al di sopra di questa età. La motivazione è agevolmente comprensibile. Gli individui di età inferiore ai 45 anni sono, nella grandissima parte dei casi, collocati in condizione di disoccupazione (e, spesso, di sottoccupazione intellettuale) o lavorano con contratti precari. Si tratta di due fenomeni che occorre tener distinti, a ragione del fatto che le cause che li determinano sono diverse. La precarizzazione del lavoro si è resa possibile a seguito di una lunga serie di provvedimenti legislativi finalizzati a “riformare” il mercato del lavoro, a partire almeno dagli anni Novanta. Il notevole aumento della disoccupazione giovanile è in larga misura imputabile alle politiche di austerità, messe in atto negli ultimi anni. La riduzione della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale hanno disincentivato (e continuano a disincentivare) le assunzioni, in una condizione nella quale le aspettative imprenditoriali continuano a deteriorarsi. Il fatto che gli individui più anziani si siano impoveriti meno dei giovani trova la sua causa nelle più elevate retribuzioni che hanno percepito negli anni lavorativi, in fasi nelle quali – soprattutto in virtù della crescente spesa pubblica – l’economia italiana ha sperimentato elevati tassi di crescita. Va, tuttavia, precisato che l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile, erodendo i risparmi delle famiglie dalle quali i giovani disoccupati provengono, avrà prevedibilmente ricadute negative sul reddito medio degli individui di età superiore ai 65 anni.

E’ bene chiarire che la povertà non è un problema che rientra (esclusivamente) nella sfera morale; ovvero non è (solo) per ragioni di equità che si richiede un impegno delle istituzioni politiche per farvi fronte. L’esistenza di povertà diffusa ha anche effetti negativi sul tasso di crescita, in considerazione del fatto che una forza-lavoro con basso reddito è scarsamente produttiva. Come certificato dall’ISTAT, la produttività del lavoro in Italia, a partire dai primi anni Duemila, risulta stazionaria e in sensibile declino a partire dagli anni settanta. Si registra anche che nei periodi nei quali i salari sono stati più alti – ed è stato più incisivo l’intervento pubblico in economia, per il potenziamento delle reti di welfare – è risultata maggiore la produttività del lavoro. Esiste, dunque, un nesso fra povertà e produttività, che può essere razionalizzato come segue.

1)  Una condizione di povertà assoluta – derivante da redditi percepiti inferiori al livello di sussistenza - è associata a condizioni di malnutrizione, che, a sua volta, generano un basso potenziale produttivo dei lavoratori.

2) Il crescente impoverimento delle famiglie italiane (e salentine, in particolare) si traduce anche in minore scolarizzazione, come testimoniato dal notevole calo delle immatricolazioni in Università. Dunque, maggiore povertà implica minore accumulazione di capitale umano e, anche in questo caso, minore dotazione di capitale umano implica minore potenziale produttivo della forza-lavoro.

3) In una condizione di progressiva riduzione del welfare, il problema è notevolmente accentuato dalla difficoltà, da parte delle famiglie più indigenti, di accedere a servizi sanitari efficienti. Il che determina – anche per questa via – peggiori condizioni di salute e, dunque, minore produttività.

La spirale viziosa che si innesca è così riassumibile. I lavoratori poveri sono poco produttivi. Le imprese, se li assumono, accordano loro bassi salari. I bassi salari contribuiscono a rendere ancor meno produttivi i lavoratori, generando una condizione per la quale coloro che versano in condizioni di povertà, per l’operare spontaneo dei meccanismi di mercato, tendono a diventare sempre più poveri. La malnutrizione, la riduzione della dotazione di capitale umano, la difficoltà di accesso ai servizi sanitari e l’invecchiamento della popolazione sono fattori di massima rilevanza nel frenare la crescita della produttività e, dunque, la crescita economica.

La struttura produttiva salentina è composta da imprese di piccole dimensioni, scarsamente internazionalizzate, poco propense a innovare. La gran parte del valore aggiunto generato dalle attività qui localizzate deriva dai flussi turistici e dalla produzione agricola, ovvero è generato in settori produttivi ’tradizionali’, nei quali i flussi di innovazione sono pressoché inesistenti. In queste condizioni, non vi è da aspettarsi crescita economica (e riduzione della povertà) da politiche che si limitino ad assecondare le “vocazioni naturali” del territorio. E, in queste condizioni, mettere in atto politiche (nazionali) di compressione della spesa pubblica non può avere altri effetti se non ridurre i mercati di sbocco per le imprese locali, con conseguente riduzione dei loro profitti, crescente numero di fallimenti e crisi aziendali, crescente disoccupazione, aumento della povertà.


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