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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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I politici redenti sono una risorsa preziosa - (8 gennaio 2013) PDF Stampa E-mail
Prosa
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 09 Gennaio 2013 13:17

["Il Nuovo Quotidiano di Puglia" di martedì 8 gennaio 2013]

 

Ai tempi di Mani Pulite, Sergio Cusani, imputato eccellente dei processi del pool di Milano, accettò le proprie responsabilità e scontò la sua pena con grandissima dignità. Oggi sta avvenendo la stessa cosa per Salvatore (Totò) Cuffaro, ex presidente della regione Sicilia, condannato a sette anni di carcere, che sta puntualmente scontando. E’ tornato a casa per un permesso per la morte del padre. Nelle foto è molto dimagrito, non sembra neppure più il ‘vasa ‘vasa, il politico che baciava tutti i suoi elettori e offriva cannoli in occasione dei processi. Cuffaro è stato una pedina nella lunga serie di collusioni tra politica e mafia che ha segnato (e segna) buona parte della storia del nostro paese, e non solo in Sicilia.

Invece di gridare alla persecuzione, come fanno troppo spesso i politici colti con le mani nel sacco, anche Cuffaro, proprio come Cusani, ha accettato di scontare la sua pena. Non fa la vittima e paga. Probabilmente ha fatto quel che ha fatto perché “era normale” farlo, perché è così che si fa se si vuole stare in politica. E dato che tutti lo fanno, è come se non lo facesse nessuno. Quando il singolo è messo di fronte alle proprie responsabilità individuali può fare come fece Craxi che, in Parlamento, disse che quel che aveva fatto lui lo facevano tutti, e che quindi se si condannava lui si sarebbe dovuto condannare tutto il sistema dei partiti. La solita tesi: tutti colpevoli uguale tutti innocenti. La colpa è di tutti e gli individui non possono essere chiamati a pagare.

Nel ventennio berlusconiano si è cercato di dimostrare che il vero male fosse Mani Pulite e non il sistema di potere che scardinò!: un ragionamento aberrante. Se c’è uno stupro di gruppo e gli stupratori scappano, e solo uno viene catturato, può quello difendersi dicendo che anche molti altri hanno stuprato la poveretta e che non è giusto prendersela solo con lui? Chi accetterebbe questa difesa? Gli stupratori della cosa pubblica usano questo ragionamento spesso e volentieri. E ricorrono anche al trucchetto retorico della provocazione, affermando che la cosa pubblica è per definizione molto portata ad essere “stuprata”. Un ragionamento considerato oggi miserabile se applicato ad una donna, anche se fino a qualche anno fa veniva puntualmente “elaborato” dagli avvocati difensori degli stupratori: se l’è cercata!

Bene, questo ragionamento per la cosa pubblica si fa ancora. Si dà per scontato che sia portata ad essere stuprata da violentatori. E si afferma che l’unico modo per salvarla è di affidarla ai privati. Se una qualunque iniziativa è gestita pubblicamente, quindi, è automatico che diventi “puttana”, mentre se è gestita privatamente diventa “onorata”. La colpa non è degli stupratori, ma di chi viene stuprata. Il femminicidio, in Italia, viene di solito perpetrato all’interno della famiglia, da chi avrebbe dovuto essere il principale alleato della femmina uccisa. Proprio come avviene alla cosa pubblica, stuprata da chi la dovrebbe rispettare più di ogni altro: i politici che la dovrebbero amare e custodire.

Cusani e Cuffaro, accettando le proprie responsabilità in modo dignitoso e completo (hanno scontato e scontano la pena, in carcere) ribaltano questa visione. Ammettono che la colpa non sia della cosa pubblica ma che sia loro, di chi ha approfittato di lei.

Sono due persone preziose per la cosa pubblica, Cusani e Cuffaro. Perché conoscono i meccanismi, sanno come si fa. E se sono davvero pentiti possono diventare efficacissimi strumenti nella lotta al sistematico stupro della cosa pubblica.

Il fratello di mio padre, lo zio Carletto, fu per anni un accanitissimo cacciatore, spesso di frodo. Una volta in pensione si pentì delle sue malefatte e divenne guardacaccia volontario. In pochissimo tempo, il territorio in cui operava diventò famoso tra i cacciatori. Sapevano che lo zio Carletto conosceva tutti i trucchi e che era impossibile sfuggirgli. Ancora oggi, dopo quasi dieci anni dalla sua morte, lo ricordano ancora. Ai suoi tempi, prima del pentimento, era normale infrangere le leggi sulla caccia. Lo facevano tutti, e nessuno si sentiva in colpa. Lo capì da solo (anche se io penso di aver un pochino contribuito al suo ravvedimento) e agì di conseguenza. Si può cambiare, e chi cambia in meglio, dopo aver sbagliato, è più equipaggiato di chi non ha mai sbagliato. O è comunque equipaggiato in modo differente.

Le carceri probabilmente sono un tesoro di esperienza che potrebbe essere utilizzato per combattere il malaffare. Non con generiche amnistie, ma con mirate scelte di “specialisti” da arruolare. Finalmente l’Italia ha fame di legalità e di giustizia, dopo aver per decenni confuso la libertà con l’arbitrio di infrangere le regole senza mai dover pagare per questo. Cusani e Cuffaro hanno pagato e pagano. Meritano la restituzione dell’onore e il reintegro nella società. Possono essere molto utili, prima di tutto come esempio. E i politici che saranno eletti devono essere pronti a pagare per i propri errori, soprattutto quelli che potrebbero commettere nella gestione della cosa pubblica. Le liste degli eleggibili le farei stilare proprio a Cusani e Cuffaro, sono certo che siano in grado di riconoscere meglio di chiunque altro i lupi travestiti da agnelli che, ancora una volta, cercheranno di carpire la nostra buona fede. Perché sono stati essi stessi lupi e hanno il naso per sentire l'odore del lupo (con tutto il rispetto per i lupi veri, che non sono per nulla cattivi).


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