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Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
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Sospensione attività in via precauzionale
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Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 63/64 – (10 gennaio 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 10 Gennaio 2013 10:19

Se il lusso cresce in tempo di crisi

 

[“Il Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 10 gennaio 2012 ]


 

Una recente indagine di “Frontier Economics” ha posto in evidenza l’importanza del settore dei beni di lusso per la ripresa della crescita economica europea, stimando che la produzione totale del settore supera i 440 miliardi, che essa rappresenta il 3% del PIL del continente, e che il settore occupa circa un milione di lavoratori e almeno altri 500.000 nel suo indotto. A ciò si aggiunge che la quota di mercato detenuta dalle imprese europee del settore copre oltre il 70% del mercato mondiale, e che il settore ha registrato una crescita consistente dei ricavi negli ultimi due anni e che si prevede un loro ulteriore aumento nell’ordine di circa l’8% annuo.

Come è noto, l’Italia è fra i Paesi leader nella produzione di beni di lusso: si stima che la crescita delle nostre esportazioni – per questa tipologia di beni - si è ridotta, a fronte della crisi, del solo 1.9% e che si prevedono incrementi di vendite soprattutto negli Stati Uniti e in Russia (rispettivamente di circa il 15% e di circa il 17%), con ulteriori ampie possibilità di sbocco, in particolare, in Brasile, Cina e India. Le imprese italiane produttrici di beni di lusso hanno ottenuto incrementi di fatturato stimati nell’ordine dei 180 miliardi di euro nel 2010 (dopo la leggera flessione del 2009), con un incremento di circa il 10% nel 2011. Queste stime fanno riferimento a una tipologia di beni – tipicamente: abbigliamento, accessori di moda, gioielleria, accessori preziosi – il cui prezzo supera di almeno il 200% il prezzo medio di categoria.

Si tratta di dati che pongono due interrogativi, che attengono alle cause e agli effetti del fenomeno. 1) In primo luogo, è del tutto evidente che l’espansione del settore è imputabile alla crescente disuguaglianza distributiva su scala globale. La polarizzazione dei redditi - risultato dell’impoverimento assoluto e relativo dei lavoratori e della ‘classe media’ nei Paesi industrializzati nel corso (almeno) dell’ultimo ventennio – contribuisce, infatti, a generare una condizione nella quale (relativamente) pochi individui hanno accesso a beni che sono del tutto inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Si tratta di gruppi sociali il cui reddito e il cui patrimonio non è stato pressoché per nulla intaccato né dalla crisi né dalle politiche di austerità messe in atto per farvi fronte. Ciò che ha reso (e rende) possibile questo stato di fatto è l’elevato potere contrattuale del quale la nuova “classe agiata” dispone, e che le consente di essere di fatto esentata da significativi incrementi della tassazione del suo reddito e del suo patrimonio. Un elevato potere contrattuale che, a sua volta, dipende dal fatto che la “classe agiata” in via diretta o indiretta, nella gran parte dei Paesi industrializzati, è anche élite politica e, dunque, partecipa (e orienta) le principali scelte di politica economica.

Vi è di più. La continua crescita del consumo di beni di lusso dipende anche dalla crescita dell’indebitamento privato, da parte di individui con reddito relativamente basso, il cui target di consumi è significativamente influenzato da effetti imitativi. Come l’esperienza recente ha messo in palese evidenza (ci si riferisce soprattutto alla crisi del 2007-2008, generata, in ultima analisi, dall’esponenziale aumento dei prestiti al consumo, in particolare negli USA), l’indebitamento privato costituisce un rilevante fattore di instabilità, dal momento che, in molti casi, si traduce nell’impossibilità di ripagare i debiti e nel conseguente aumento delle sofferenze bancarie. 2) La crescita della produzione e della vendita di consumi di lusso può essere interpretata come un indicatore del fatto che il capitalismo contemporaneo – oltre a essere caratterizzato dalla crescente ‘globalizzazione’ e dalla crescente ‘finanziarizzazione’ – è anche contrassegnato da un fenomeno che alcuni economisti definiscono il “divenire rendita del profitto”. In altri termini, la crescita del settore dei beni di lusso può non implicare crescita economica, potendo, per contro, essere associata alla tendenza al disinvestimento in altri settori, come peraltro mostrato da un’ampia evidenza empirica. Ciò a ragione del fatto che almeno parte di coloro che acquistano beni di lusso lo fanno attingendo ai profitti delle proprie imprese: aumenta la propensione al consumo da parte dei capitalisti e si riduce, contestualmente, la loro propensione all’accumulazione. Si genera, in questo modo, una spirale viziosa, stando alla quale la crescita delle vendite di beni di lusso si associa alla riduzione della produzione di beni di sussistenza. La conseguente caduta dei salari reali – comprimendo la domanda – costituisce un ulteriore incentivo per i capitalisti a ridurre gli investimenti. A ciò si può aggiungere che la crescita della produzione di beni di lusso si associa alla crescita della domanda di lavoro poco qualificato, contribuendo ad accentuare le caratteristiche – tipicamente italiane – di un modello di specializzazione produttiva a bassa intensità tecnologica, poco competitivo su scala internazionale. In tal senso, vi sono buoni argomenti per nutrire dubbi laddove si fa l’apologia del “Made in Italy”. Si tratta di argomenti che poggiano sui possibili effetti macroeconomici di segno negativo connessi dell’espansione del settore dei beni di lusso, e di argomenti che attengono a elementari ragioni di equità distributiva, validi - a maggior ragione - in un clima di austerità, nel quale è sempre più evidente che la distribuzione dei “sacrifici” è sempre più a danno di coloro che non dispongono di un potere contrattuale sufficiente per opporvisi.


 

La tecnica della falsificazione


[in “MicroMega” online di giovedì 10 gennaio 2013]

 

Il Presidente Monti ci dice che, nel novembre 2011, nei giorni dell’insediamento del Governo “tecnico”, l’Italia era a rischio di fallimento e che si rischiava di non poter pagare i dipendenti pubblici. Ci dice anche che l’aumento del debito pubblico nel corso del 2012 è imputabile agli aiuti forniti dal nostro Paese a Grecia e Portogallo. Come è possibile tenere insieme queste due affermazioni? E’ ragionevole pensare che uno Stato a rischio di fallimento si adoperi per aumentare questo rischio (o accetti di farlo) per destinare proprie risorse al salvataggio di altri Stati?

Per quanto è possibile sapere, la prima affermazione è  tutta da dimostrare, e fin qui non dimostrata da fonti ufficiali: su fonte Ragioneria Generale dello Stato, al 2011, il bilancio dello Stato italiano presentava un consistente avanzo primario, presumibilmente di importo tale da scongiurare l’eventualità di non poter sostenere le spese correnti della pubblica amministrazione(http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2012/volume_II.pdf). Su queste basi, si può affermare – in attesa di smentita - che lo “stato di emergenza” (premessa delle politiche di austerità messe in atto, con la massima accelerazione, dal Governo “tecnico”)  non sussisteva e, dunque, che le politiche realizzate lo scorso anno rispondevano a obiettivi diversi da quello dichiarato (evitare il rischio di default). In più, l’impegno assunto dal Governo italiano di destinare ingenti risorse al “salvataggio” delle banche spagnole sta semmai a dimostrare che, fra i Paesi europei e ancor più fra i PIIGS, l’Italia è un Paese con una dinamica del bilancio pubblico già relativamente virtuosa. Non a caso, nella c.d. Agenda Monti, si fa ora correttamente riferimento al fatto che l’Italia è un “contributore netto” del bilancio europeo (http://www.agenda-monti.it/wp-content/uploads/2012/12/UnAgenda-per-un-impegno-comune-di-Mario-Monti.pdf). Ma, mentre nell’Agenda Monti, non è dato sapere se lo era già prima dell’insediamento del Governo “tecnico” o se lo è diventato nel corso del 2012, risulta evidente -  su fonte MEF - che, almeno dal 2010, l’Italia ha versato all’Unione Europea più di quanto ha ricevuto

(http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Rapporti-f/Le-Pubblic/Situazione/Archivio-T/STFF2011-ITRIM.pdf).

Si tratta di una questione, quest’ultima, che merita di essere chiarita. Mentre negli anni ottanta e novanta, l’Italia oggettivamente costituiva un’anomalia nell’ambito dei Paesi OCSE per il suo elevato debito pubblico, negli ultimi anni l’indebitamento italiano è stato sostanzialmente in linea con quello dei principali Paesi industrializzati e, in alcuni casi (Giappone in primo luogo), notevolmente inferiore. Se, dunque, nel 2011, l’Italia non era prossima a una condizione di fallimento, e se il suo indebitamento è stato sostanzialmente in linea con quello degli altri Paesi dell’Unione Europea, non si capisce – se non adducendo motivazioni che hanno a che vedere con le imminenti elezioni - per quale ragione il 2012 è stato caratterizzato dalla più alta pressione fiscale della storia del nostro Paese e per quale ragione ora Monti scriva, nella sua Agenda (p.5), che “ridurre le tasse si rende possibile”.

Il Governo Monti si insediò dichiarando che avrebbe perseguito tre obiettivi: il rigore, lo sviluppo, l’equità. Non solo nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto, ma da questi ci si è allontanati. Per quanto riguarda il rigore nella gestione delle finanze pubbliche, può essere sufficiente ricordare che il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato, in un anno, di 6 punti percentuali. Il modesto calo degli interessi pagati sui titoli del debito pubblico (nell’ordine dello 0.5% in un anno) è imputabile, come rilevato da molti osservatori, non alla presunta “credibilità” del prof. Monti, ma agli interventi della Banca Centrale Europea nei mercati finanziari. Al netto degli acquisiti di titoli pubblici da parte della BCE, la dinamica dei differenziali di rendimento fra titoli italiani e bund tedeschi è stata, nel 2012, in linea con quella determinatasi l’anno precedente. In più, come recentemente attestato dal Fondo Monetario Internazionale, l’aumento del rapporto debito pubblico/PIL è avvenuto proprio per effetto delle politiche di austerità (http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/02/pdf/text.pdf). L’obiettivo dello sviluppo è stato clamorosamente mancato: la riduzione della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale hanno prodotto un calo della domanda aggregata interna tale da generare un tasso di crescita negativo nell’ordine del -2,4% nel 2012 (fonte Banca d’Italia). L’Italia degli ultimi anni è diventato, fra i Paesi OCSE, uno dei Paesi (con Gran Bretagna e Stati Uniti) con la maggiore immobilità sociale e con la più diseguale distribuzione del reddito: dunque, un Paese sempre meno equo.

E’ anche difficile comprendere la tesi di Monti secondo la quale, a fronte di “sacrifici” necessari nel breve periodo, si attiverà – più o meno spontaneamente – un percorso di crescita in un futuro più o meno prossimo. La c.d. Agenda Monti è troppo vaga per capire quali meccanismi di ripresa della crescita Monti abbia in mente. Gli unici punti fermi sono la preclusione ideologica al ricorso a politiche keynesiane e una sostanziale ambiguità riguardo alle politiche per l’istruzione e la sanità.

A p.9 della sua Agenda, si legge: “La scuola e l’Università sono le chiavi per far ripartire il Paese e renderlo più capace di affrontare le sfide globali”. Il prof. Monti pensa che questo risultato venga raggiunto attraverso il taglio di 300 milioni di euro alle Università statali che proprio il suo Governo ha decretato nell’ultima Legge di Stabilità? O pensa che scuola e Università sono “le chiavi per far ripartire il Paese” a condizione che siano private? Lo stanziamento di fondi aggiuntivi alla Bocconi deciso dal Governo da lui presieduto fa propendere per questa seconda ipotesi. C’è molto da dubitare sul fatto che la privatizzazione dell’istruzione sia una strategia efficace per generare crescita, e ci sono, per contro, ottime ragioni per ritenere che, come si sta sperimentando nei Paesi anglosassoni, ciò non abbia altri effetti se non accrescere l’indebitamento degli studenti e delle loro famiglie (http://www.roars.it/online/prestiti-donore-negli-usa-luniversita-e-una-rovina/).

A ciò Monti aggiunge: “Il servizio sanitario nazionale resta una conquista da difendere”. Lo scrive ora; ma non è forse vero che la sua spending review ha sottratto al servizio sanitario nazionale quasi 2mila miliardi di euro per il biennio 2012-2013?


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