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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 65 – (19 gennaio 2013) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 19 Gennaio 2013 13:03

Imprese. Il nanismo frena l’Italia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 19 gennaio 2013]

 

La principale e sostanziale differenza fra l’economia italiana e quella tedesca non risiede (soltanto) nei differenti valori e nella differente dinamica del debito pubblico, né nel migliore funzionamento delle Istituzioni, ma soprattutto nella differente struttura produttiva. L’ISTAT certifica che la dimensione media delle imprese italiane è superiore, nell’Europa a 27, soltanto a quella della Grecia e del Portogallo e che, a differenza di questi Paesi, la numerosità delle imprese è relativamente elevata. Per molti anni, molti economisti hanno sostenuto che il ‘nanismo imprenditoriale’ italiano costituisce un fattore di vantaggio competitivo, adducendo la motivazione che, di norma, nelle imprese di piccole dimensioni i rapporti fra lavoratori dipendenti e datori di lavoro sono di tipo cooperativo, così che la produttività del lavoro tende a essere relativamente più alta rispetto a un assetto dominato da imprese di piccole dimensioni. La tesi del “piccolo è bello” ha legittimato la sostanziale assenza di una politica industriale in Italia, almeno a partire dall’ultimo trentennio. E’ bene chiarire che si è trattato di un errore teorico e politico di massima rilevanza, i cui effetti risultano oggi evidenti in regime di crisi. Un sistema produttivo popolato da imprese di grandi dimensioni è di gran lunga più efficiente di un sistema produttivo fatto da piccole imprese, per le seguenti ragioni.

1. Le imprese di grandi dimensioni possono sfruttare economie di scala, ovvero ottenere costi decrescenti al crescere della quantità prodotta. Ciò consente loro, da un lato, di produrre di più e, dall’altro, di ottenere maggiori profitti. Nelle fasi recessive, un’economia popolata da grandi imprese risulta, così, meno vulnerabile di un’economia con piccole imprese, dal momento che, nella condizione iniziale, i profitti sono mediamente maggiori nel primo caso. Inoltre, disponendo di maggiori profitti, le grandi imprese possono attivare processi innovativi attingendo a fondi interni e, più in generale, sono meno dipendenti dal sistema bancario. Anche in questo caso, in fasi recessive contrassegnate, come quella attuale, da restrizione del credito, un’economia popolata da imprese di piccole dimensioni è più vulnerabile: sono, cioè, più probabili casi di crisi aziendali e di fallimenti. Vi è di più. Proprio in ragione del fatto che un’economia con grandi imprese genera maggiori flussi di innovazione – come ampiamente attestato nel caso tedesco, in confronto con quello italiano – è evidente che è lì che la ricerca scientifica serve. E non casuale il fatto che, nell’ultimo biennio, mentre è aumentata la domanda di lavoro qualificato nelle aree centrali dell’Unione Europea, la domanda di lavoro qualificato in Italia si è ridotta. In altri termini, le imprese italiane assumono sempre più lavoratori poco scolarizzati e sempre più somministrano loro contratti a tempo determinato, cercando di essere competitive su scala internazionale comprimendo i costi di produzione. In tal senso, il sistema universitario è, dal loro punto di vista, un puro costo, e le decurtazioni di fondi alle Università (da ultima, quella prevista nella Legge di Stabilità approvata a dicembre scorso) non rispondono ad altra logica se non a quella di assecondare l’interesse di gran parte del mondo imprenditoriale di disporre di forza-lavoro poco qualificata.

2. In ragione del fatto che al crescere delle dimensioni imprenditoriali crescono i profitti, ciò costituisce una condizione permissiva perché i sindacati riescano a ottenere salari più alti. In altri termini, se i profitti sono bassi, le rivendicazioni salariali non possono che essere contenute, dal momento che è comunque nell’interesse stesso dei sindacati non far fallire l’impresa. E, siccome a salari più alti si associano maggiori consumi, si deduce che un’economia fatta da imprese di grandi dimensioni è un’economia nella quale, a parità di investimenti, la domanda aggregata è più alta ed è dunque più alta l’occupazione.

Le politiche economiche messe in atto negli ultimi anni non hanno fatto altro che assecondare questo modello di sviluppo, fondamentalmente attraverso due strategie: la moderazione salariale e la decurtazione di fondi alle Università. In entrambi i casi, si sono create politicamente le condizioni per incentivare ulteriormente le nostre imprese a competere attraverso la riduzione dei costi di produzione (salari in primo luogo), con effetti peraltro fallimentari per quanto attiene al recupero di competitività su scala internazionale. La nostra bilancia commerciale, infatti, è ormai in passivo strutturale: su fonte ISTAT, si registra che, nel secondo semestre del 2012, le importazioni sono maggiori delle esportazioni per un valore pari 569 milioni di euro. E soprattutto continuiamo ad esportare prodotti con basso contenuto tecnologico a fronte del fatto che i nostri principali partner commerciali esportano beni ad alto contenuto tecnologico. Si tratta, dunque, di una strategia perdente, che sarebbe auspicabile e urgente modificare. Così come, anche in considerazione delle specificità della nostra struttura produttiva, sarebbe auspicabile e urgente – nell’interesse stesso delle nostre imprese, e ancor più di quelle meridionali – ripensare le politiche di austerità. Poiché, infatti, le imprese italiane (e ancor più le imprese meridionali) vendono prevalentemente su mercati locali, politiche di riduzione della spesa pubblica, in quanto riducono i consumi, riducono i profitti, potendo determinare (come di fatto sta avvenendo) un massiccio incremento di fallimenti di impresa. Ai quali fa seguito l’incremento della disoccupazione, il calo dei salari, l’impoverimento crescente delle fasce deboli e del ceto medio, in un circolo vizioso che può arrestarsi solo attraverso politiche di espansione della spesa pubblica (e di riduzione della pressione fiscale), di limitazione dell’uso precario del lavoro, di aumento (o quantomeno non riduzione) delle spesa pubblica per l’istruzione e la ricerca e, non da ultimo, di contrasto al nanismo imprenditoriale.

 

 

 

 

http://noi-italia2011.istat.it/index.php?id=6&user_100ind_pi1%5Buid_categoria%5D=10&cHash=6f2d43101a3bb8e1042aa8ba6bc5fba6


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