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Università distaccata... dove si può - (23 gennaio 2013) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 23 Gennaio 2013 20:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 23 gennaio 2013]


Leggo un accorato appello di un consigliere comunale brindisino: l’Università del Salento deve mantenere la sua sede a Brindisi. Comprendo benissimo la sua ansia, e penso che richieste del genere possano essere almeno in parte soddisfatte. Però... c’è sempre un però. Come già ho avuto occasione di scrivere, le lauree triennali sono oramai basate quasi esclusivamente sulla didattica, sono dei superlicei. Queste possono essere decentrate facilmente: bastano le aule e poco più. I docenti sono spesso pendolari e si fermano nel luogo di docenza il tempo indispensabile per fare lezione, e poi continuano a fare ricerca nella sede centrale, dove ci sono le biblioteche, i laboratori e tutte le strutture che differenziano un’Università da una Scuola Media Superiore. Discorso completamente differente riguarda le lauree magistrali. Se Brindisi vuole una laurea magistrale, allora deve fornire non solo le aule, ma anche i laboratori, e forse ci vorrebbe anche un’incentivazione alla residenzialità per i docenti. Che non possono più essere pendolari.

A questo punto, la dispersione dell’Università sul territorio, razionalizzata in modo efficace, può rispondere alle esigenze di delocalizzazione della didattica. Anche se, con servizi pubblici efficienti (prima di tutto il treno) Brindisi e Lecce possono essere considerate come equivalenti ai quartieri di una grande città, in termini di distanze da percorrere. 
La decentralizzazione dell’Università è stata incentivata da amministratori locali che volevano “dare l’Università” ai loro amministrati. Si sono fatti investimenti ad hoc, ma spesso temporanei e non strutturali. Brindisi, poi, ha avuto anche il Pastis. Sappiamo come è andato a finire il Pastis: un fallimento. Queste realtà sono investimenti per il futuro, non porteranno guadagni monetari immediati, ma devono essere comunque gestite in modo efficiente. Non basta dire: abbiamo bisogno di corsi in queste discipline. Bisogna anche che l’Università sia già di ottimo livello in quelle discipline. Altrimenti, pur di accedere ai finanziamenti, ci si improvvisa “specialisti” di quel che viene richiesto (senza esserlo) e poi le iniziative falliscono. Ho già visto troppe volte che le stesse persone si improvvisavano specialiste di branche del sapere lontanissime tra loro, cavalcando ogni opportunità di accesso ai finanziamenti. E mai si fanno poi i conti sull’efficacia di queste azioni. Fallimento dopo fallimento, le carriere procedono. E miracolosamente, fino ad oggi, il credito è stato sempre, inspiegabilmente, concesso. Non ci sono più spazi per il credito. Questo modo di fare non può continuare. 
Brindisi deve capire cosa “vuol fare da grande” e deve fare le cose gradualmente, secondo me. Se Brindisi volesse fare un centro di ricerche marine di avanguardia, direttamente sul mare, associato ad un corso di laurea magistrale... Lecce potrebbe considerare l’opportunità di spostare a Brindisi (città marinara) il corso magistrale in inglese. Ma quel corso è frutto di più di venti anni di attività in loco, non si può trapiantare altrove se non si creano certe condizioni. Altrimenti il trapianto fallisce.

 

Bisogna però dimenticare il concetto di università per il territorio. Se Brindisi vuole incentivare i suoi giovani cittadini ad avere accesso ad un’istruzione superiore, deve chiedere l’attivazione di lauree di primo livello a basso costo, basate sulla didattica, e istituire borse di studio in modo che i laureati di primo livello possano accedere alle lauree magistrali nelle migliori università italiane. Brindisi, e con lei Lecce e Taranto, possono però pensare di ospitare corsi di laurea magistrale d’avanguardia, rivolte a tutta l’Italia e non solo. In modo che se i brindisini vanno via per seguire alcuni percorsi di formazione, altri cittadini vengano a Brindisi perché, in certi campi, il meglio è proprio a Brindisi. 
Il futuro dell’università è questo, e non può essere improvvisato per soddisfare aspirazioni generiche. Se poi si vuol fare qualcosa in un campo in cui non ci sono competenze fortissime già in loco, allora bisogna attirare gli specialisti, offrendo loro incentivi e stipendi adeguati al loro livello di preparazione. Nei paesi dove queste cose si fanno davvero, questa è la strada. Da noi, sino ad ora, troppo spesso si è fatto finta di fare le cose. Per arraffare il possibile e poi fallire. Il concetto di Università decentrata non è sbagliato, ma è sbagliato il modo con cui si è attuato in gran parte d’Italia. Va seriamente ripensato e programmato. Finisco dicendo che non è bene che i giovani passino tutto il loro periodo di formazione nella città dove sono nati. E’ bene che vadano via, che respirino altre arie. E che poi tornino nella loro città con idee nuove. Agli amministratori va l’onere di dare ai loro giovani l’opportunità di studiare nelle migliori università, di fare una università di alto livello nel loro territorio (nei campi in cui questo è possibile), e di offrire prospettive di ritorno a chi si è formato in modo eccellente. Inutile studiare a casa per poi emigrare per trovare lavoro, e magari non trovarlo per quel che si è studiato perché il percorso formativo non era eccellente.


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