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Memorie di Galatina (17) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giuseppe Virgilio   
Martedì 29 Gennaio 2013 21:02

Antropologia galatinese 3. Gli studenti

 

[Mezzosecolo di storia meridionalistica e d'Italia, Mario Congedo Editore, Galatina 1998, pp. 121-130]

 

1. "Passano i collegianti"

 

Qualche volta si sente il bisogno di ridestare o di riconoscere i sepolti affetti del proprio passato, di ritrovare attraverso di essi stati d'animo originali e autentici. Accade così che dalla superficie delle cose si scenda al loro fondo vivo e mosso e si rimanga attratti dal muto tesoro di profonde impressioni. Coordinando queste impressioni, si ricrea tutto il tessuto di un'epoca o di una società o di un momento di vita collettiva.

Gli affetti della giovinezza rivivono, se si danno ad essi forme concrete.

Ecco il chiostro del vecchio "Colonna" scandito dalle immagini della gioventù studiosa che ci ha preceduti, ecco il pozzo al centro di esso, e poi di lassù, all'improvviso, per la scala grande si leva un frastuono, si ode un mormorio di voci, simile a ciò che si sente in una platea al calar del sipario dopo un'intensa scena drammatica.

Sono "i collegianti" che si preparano alla passeggiata vespertina. Giubba nera fregiata dall'alto in basso su due linee da borchie color d'oro e bavero di velluto intorno al collo fasciato dal colletto bianco inamidato, berretto con una piccola tesa sulla fronte, pantaloni lunghi, un ampio mantello sulle spalle se la stagione è invernale, incolonnati per due in lunga schiera, escono dal portone del Liceo guidati dal censore Zuccalà e dall'istitutore Ciccarese.

Mèta delle brevi escursioni fuori dal Collegio sono via Diaz e via Roma, negli anni Trenta ancora disselciate, e soprattutto il viottolo che conduce alla masseria di S. Antonio, oggi arteria vitale tra Noha e Galatina, ma allora una stradellina erbosa segnata soltanto dal passaggio di uomini e bestie e serpeggiante fra campi coltivati e terreno roccioso, dove i più piccoli tra i convittori danno prova della loro bravura di serpai. Per dove passa la schiera, accorrono in frotta i ragazzi, si fanno o restano sull'uscio le persone grandi, le giovanette si affacciano al davanzale della finestra od al balcone in cima delle case gridando in coro: "Passano i collegianti!". Ma perché tanto interesse? Che cos'ha di particolare quella schiera di giovani da destare tanta curiosità?

 

2. Un'espressione linguistica popolare

 

Innanzitutto i ragazzi.  Per costoro "i collegianti" rappresentano un mondo da cui si sentono esclusi ed emarginati, un mondo fatto di aspirazioni vaghe, di istintivi ed interiori ragionamenti senza sbocco, prodotto di una tradizione fatta di terrore e di millenaria ignoranza della realtà circostante, che la vita stessa, l'attività storica avrebbe poi vinto e cancellato. La divisa del collegiante, già di per sé blasone di nobiltà agli occhi di questi ragazzi, richiama loro per antitesi la blusa dell'operaio e del contadino ma senza l'orgoglio di classe, bensì con l'angoscia delle fatiche di quelle categorie e delle sofferenze e delle rinunce passate e presenti.

Quindi gli adulti e gli anziani. Costoro vedono in quei giovani un termine di paragone tra la propria sorte e condizione e quella degli altri; ed allora pensano a sé, ai propri figli ed ai propri fratelli, sentono un vuoto, un desiderio di giustificazione al proprio essere ed al proprio operare quasi che la ragione umana sia incapace di scavalcare il limite del conosciuto e del conoscibile. Il collegiante diventa un mito dal quale nasce la coscienza della propria inferiorità, la ragione della propria impietosa mortificazione ed umiliazione.

Infine le giovani. Per costoro, la maggior parte oneste villanelle, sartine, tabacchine, cariche dei depositi istintivi di secolari frustrazioni che rendono la vita umile, modesta e vacua, il collegiante è o può essere il principe azzurro lungamente atteso e sognato per appagare i bisogni vaghi, difficilmente determinabili, quasi metafisici della propria giovinezza.

Bisogna tenere presenti queste considerazioni, ed allora non sfugge il significato di fondo per cui nella parola collegiante grava la realtà ideologica degli anni Trenta a Galatina e nel Salento fino a connettersi intimamente con la verità.

Il lettore consideri che ai nostri giorni ormai la parola collegiante a Galatina è arcaica, fuori moda e desueta perché non si può più fissare in qualcosa di solido e di compiuto.

Dobbiamo difatti osservare che il vocabolario italiano non registra per sua parte questa parola né come sostantivo né come voce e forma nominale verbale, anche se vi si riscontra collegiale dal tardo latino collegialis e collegiato dal latino collegiatus.

Il popolo, i poveri non hanno mai avuto e purtroppo non hanno ancora un modo di esprimersi culturalmente accreditato, perché la loro scuola era ed è soprattutto l'impulso fantastico e l'atto logico con cui rendono a tutti intelligibile il loro pensiero.

Se questo è vero, l'espressione "Passano i collegianti" è un esempio di capacità inventiva e creativa della cultura popolare galatinese, direi meglio che è un esempio di attività storica dell'uomo, di ricchezza espressiva che viene dalla varietà dialettale la quale fa scoppiare gli schemi fissi che i grammatici hanno stabilito per comodità occasionale di insegnamento.

L'esperienza collettiva difatti assume la parola collegio come complesso di persone ordinate in modo da formare un corpo. Andando al di là della grammatica normativa, il popolo di Galatina dà autonomia ed individualità al termine in esame conferendogli la forma e la funzione di un nomen agentis, e compiendo così un atto creativo, e da collegio abbiamo collegiante, colui che dimora nel collegio, termine che non si vede per quale ragione non debba essere registrato nel vocabolario italiano.

E' accaduto che la lingua si è ribellata alla grammatica, perché la spinta e l'impulso delle forze ambientali, cioè storiche, hanno saputo sprigionare una efficacia maggiore della grammatica stessa. Nell'atto logico della collettività galatinese s'è fissata come azione durativa dei convittori l'idea della permanenza in collegio, centralizzandosi nel termine collegiante, perché nella storia, nella vita sociale non vi può essere niente di fisso, di irrigidito e di definitivo, in quanto nuove verità accrescono il patrimonio della sapienza, nuovi bisogni vengono suscitati dalle condizioni nuove di vita e lo spirito è così obbligato a rinnovarsi ed a migliorarsi e con esso le forme linguistiche. Ciò accade perché soprattutto le spinte linguistiche avvengono solo dal basso in alto ed i libri poco influiscono sui cambiamenti delle parlate.

 

3. La società salentina negli anni Trenta

 

Approfondiamo ancora il legame tra la realtà racchiusa come in un bocciolo nell'espressione popolare che stiamo analizzando e la società di questo tempo.

Chi erano i collegianti? Quali i nomi e i luoghi di loro provenienza?

Scorrendoli ad uno ad uno, prende corpo la struttura sociale di un Salento che i giovani di oggi non potrebbero neanche immaginare.

Essa è rappresentata da un blocco storico di forze sociali borghesi non condizionate dall'opposizione e dalla costante presenza dei partiti e dei sindacati della classe operaia e rurale. I Quero ed i Vallarelli di Manduria, i Pizzulli di Francavilla  Fontana, i Venneri ed i Vergari di Alliste, i Basurto di Racale, i Pedaci ed i De Leo di Acquarica del Capo, gli Stea di Casarano, i Dimo di Parabita, i Carallo di Neviano, i Bidetti ed i Giannelli di San Nicola, i Cazzella di Gallipoli, gli Stanca di Soleto ed i Tondi di Zollino sono rampolli di famiglie che egemonizzano nel Salento una società senza altri processi ideologici che non siano quelli che disgregano i ceti popolari ad opera della borghesia. Ora non si nega che la borghesia abbia rappresentato in estensione ed intensità uno stadio notevole del progresso umano, ma non bisogna mai dimenticare che essa è nata nel Mezzogiorno dalla capillare intermediazione della camorra dopo l'abolizione del feudalesimo nel 1741 con Carlo III e nel 1759 con Ferdinando IV, mentre la borghesia del Centro-Nord nasce dalla dissoluzione feudale medievale e passa dalla corporazione al commercio, alla manifattura, all'industria.

Perdendo di vista questi processi storici si capisce poco della questione meridionale.

Nel periodo storico in esame, gli anni Trenta a Galatina e nel Salento, la classe borghese ha consolidato il suo potere obiettivo in maniera tale da contraddire le aspettative delle classi non borghesi, che sono la maggioranza, da sovrastarle e sfuggire al loro controllo.

I collegianti possono essere assunti a mezzo di verifica di questo concetto. Essi ci danno un'immagine che deforma nel tempo la verità della struttura sociale salentina.

 

4. Emarginati e privilegiati

 

Accolti con dignità dalle autorità del Collegio, il Rettore, il Censore (il nome evoca un mondo ed un passato fatto di implacabili ferule e di catonismo intollerante, grande malattia dei pruriginosi reazionari del Concilio di Trento), l'Istitutore, i collegianti arrivano a Galatina all'inizio dell'anno scolastico in autunno in macchina, con l'autista qualche volta in livrea, oppure in carrozza col cocchiere a cassetta. Hanno interrotto le dolcezze quotidiane della vita familiare, ma sono dei privilegiati perché all'organismo elementare della famiglia possono sostituire la nuova comunità, intesa come insieme di esseri umani ai quali arride un avvenire di belle speranze.

Li rivedo quasi tutti. Questi è un giovanetto pallido, bruno dagli occhi vivacissimi. Quell'altro si profonde in propositi feroci, in risate scroscianti, in galoppate nel regno dell'impossibile e del sogno. Quest'altro ancora è sempre serio, partecipa alla discussione con interruzioni fatte con voce profonda, e con sorrisi, con incroci di occhiate che fanno intravedere quanto vivo sia in lui l'interesse e l'energia della volontà. Tutti però sono giovani che studiano, che pensano e specialmente che sentono. Si avvezzano presto alla vita collegiale scandita da norme precise nei tempi e nei modi.

Un personaggio desta subito la loro curiosità ed ilarità: è Eligio, il vecchio cuoco del collegio, venuto a Galatina chissà da dove e recante nel volto olivastro le orme di un'atavica origine saracena.

Il sabato sera assistono in un'aula al pian terreno a vecchi film della serie Charlot e Ridolini per comunità su di uno schermo rudimentale dove passano, talora capovolte, rapide immagini proiettate da una macchina approssimativa che spesso si inceppa, manovrata dal tecnico del gabinetto di Fisica, Ugo Giurgola.

La domenica qualcuno è ospite per il pranzo presso qualche famiglia amica del luogo, ma ci deve andare accompagnato da un subalterno del collegio per evitare che ci scapiti il bon ton.

Come si vede, una vita che ripete gli schemi della famiglia d'origine e la sostituisce in pieno come organo di difesa e di tutela sociale, come intima essenza della compagine umana, ma non la sostituisce come organismo morale volto ad infondere ideali di preparazione umana e di educazione civile che mettano al bando, o almeno infievoliscano, ogni apriorismo, ogni pregiudiziale assoluta intorno ai fatti, restaurando solamente il fine del vero e del giusto.

I collegianti difatti appartengono quasi tutti ad un ordine sociale che ha attuato nel Salento condizioni storiche che impediscono una liberazione reale con mezzi reali della società, a cominciare proprio dal mondo dei fanciulli che anticipa così lo stato della società degli adulti.

In ciascun paese di provenienza per un giovinetto che va a studiare in collegio, molti suoi coetanei restano senza tutela nel loro sviluppo fisiologico e morale, esposti ai pericoli ed alle insidie dell'ambiente naturale, e senza i mezzi necessari per educare la propria intelligenza.

Sono giovanetti uguali a quelli che noi ricordiamo di aver veduto nella nostra infanzia a Galatina raccattare nelle strade la profenda di ritorno per alimentare la concimaia dell'ortolano di verdure precoci; ricordiamo i piccoli spaccapietrre inchiodati per ore su un cumulo di massi e di pietra viva ai margini della strada sotto la pioggia od il solleone, martellare sassi ritmando d'estate il canto delle cicale, i piccoli bacchiatori e raccoglitori di olive recantisi in mano, per riscaldarsi nel gelo invernale, una pietra restata a lungo nel fuoco alimentato con rami secchi in un cantuccio, e sono lieti perché hanno da sgranocchiare nella giornata i fichi dolci di cui il proprietario del podere ha fatto loro provvista al momento dell'ingaggio, ed infine tutti gli altri giovanetti che preparano con acqua e rena la calcina spenta per murare.

Non abbiamo fatto questa rassegna per indulgere ad una retorica fuori moda, ma perché ci pare di essere in presenza della discriminazione più vergognosa verificatasi nella società italiana dopo l'Unità, la quale ha assunto aspetti gravissimi specialmente nel Mezzogiorno. Da un lato i ragazzi che, oltre la famiglia e la scuola, hanno avuto il privilegio della comunità collegiale che, se altro vantaggio speciale non ha potuto elargire, ha almeno ad essi insegnato in che modo superare la vita dell'individuo ed ha additato un seguito di vita nuova, di vita diversa.

Dall'altra parte invece abbiamo avuto una sterminata moltitudine di ragazzi, la maggioranza, che non si è potuta accostare al mondo della conoscenza, a cui è stata negata ogni conquista dello spirito, che sono rimasti abbandonati all'insegnamento teologico che ha precluso ad essi ciò che è più efficace ed interessante, cioè la storia della ricerca, la storia di questa enorme epopea dello spirito umano che lentamente, pazientemente, tenacemente prende possesso della verità e la conquista. Per tutto questo, il grido "Passano i collegianti", pur se ridesta in noi l'eco della nostra prima giovinezza, si confonde con la putrida schiuma di un' incrostazione medievale.

 

5. Il gallismo negli anni Trenta

 

Ed andando indietro sul filo della memoria, ma anche dei misteri e degli impulsi dell'animo, un'altra vasta schiera di giovani rinveniamo che tuttavia è giunta per altre vie alla conoscenza.

Piazza Dante Alighieri a Galatina, piazza Fontana nel sermo cotidianus: una giostra rotea lenta nel centro della città, e poche sirene dagli occhi languidi girano su quella giostra ed i giovani le chiamano con un parodistico prestito dantesco "il pan degli angeli".

Quei giovani che hanno scelto la via degli studi, non hanno avuto maestri, intendiamo dire maestri come sono stati i Greci, cioè mistagoghi, e devono perciò affidare la propria ricerca alla nuda esigenza dell'anima e scoprire da sé che i misteri sono vane costruzioni di letterati. Eppure la loro umanità è tutta tesa a sentire solamente il bello, ma il maestro non ha fornito la parola iniziatica, quella che svela il mistero della poesia e del pensiero. Il maestro ha detto soltanto la parola elemento grammaticale, da incasellare in regole e in schemi libreschi. Loro invece hanno bisogno di infrangere degli idoli, di rovesciare dei valori, di sentirsi liberati dai vieti pregiudizi scolastici che misurano la poesia a peso di carta stampata, e non c'è nessuno che li guidi, che li rinnovi, che dia l'illusione di creare nuove armonie, destinate ad arricchire il loro spirito.

Devono invece ogni giorno interrompere la vita familiare e fare i conti, nella scuola e fuori della scuola, con una retorica gonfia di ornamentalità pacchiana, con una mitologia marziale ed all'occorrenza con chiassose parate sagraiole.

Provengono quasi tutti dagli strati della borghesia cittadina, in parte sono ribelli all'autorità paterna, in classe sono svogliati, pensano alla ragazza ed alla partita di calcio, e sono distratti dalle prime curiosità sessuali, sicché per loro ogni due settimane, quando cade il cambio delle cocottes nella locale casa di piacere sita in Piazza vecchia, è giorno d'importanza.

I film al teatro Tartaro con Barbara Stanwich, Brigitte Helm, Dorothy Lamour, Isa Pola, Tina Lattanzi, Germana Paolieri suscitano sogni impossibili ed irreali. Lo spettacolo di varietà, due o tre volte all'anno, è l'occasione buona per una scapataggine straordinaria che svuota temporaneamente di amarezza la quotidianità, ma non vanifica l'angustia dei sentimenti e degli impulsi, non cancella la solitudine, non rompe il limite provinciale che è innanzitutto condizione ambientale e culturale meschina.

Non più di due o tre locali pubblici in città, che abbiano una sala appartata ed un'uscita riservata che prevengano eventuali sopraluoghi di papà, costituiscono il ricettacolo di chi ha la vocazione ereditata per "magnanimi lombi" al patetico gioco d'azzardo. Per gli altri basta una coperta di panno verde ben teso su una grossa tavola, alcune palle d'avorio ed una stecca di legno: il biliardo.

Nasce così a Galatina con netto anticipo in mezzo ai giovani una forma di gallismo, che ripete senza alterazione quello elaborato di Vitaliano Brancati dal 1942 al 1954 attraverso il Don Giovanni in Sicilia, Il Bell'Antonio e Paolo il caldo: un processo evolutivo che ha come punto di partenza un inno alla vita e alla virilità meridionali, e come punto di arrivo la dissoluzione in impotenza e tragedia di quel giovanilistico vitalismo.

S'intende bene che noi parliamo di impotenza e di tragedia giovanile con intento parodistico; alludiamo cioè alla consapevole condizione di smarrimento culturale esperimentata da parte dei giovani a Galatina nel corso degli anni Trenta, attraverso un fenomeno simultaneo in tutta l'Italia.

La gioventù subisce un'opera di progressiva amputazione e cancellazione della propria personalità, le facoltà critiche vanno sempre più limitandosi ed impoverendosi. I giovani entrano a far parte della pura categoria del comico, che è una costante di tutti i regimi totalitari di destra che in questo secolo si sono opposti ad un regime liberale e democratico.

Si diffonde in mezzo alla gioventù un sentimento funereo d'isolamento e di sogno, di torpore e d'ignoranza. Nasce così una sorta di blocco che dà a ciascuno la sensazione di arrestarsi alla fase dell'adolescenza. Eppure basta un maestro che con la parola e con l'azione insegni che qualunque libertà è sempre poca in confronto di quella a cui si tende, un maestro che anche in condizioni avverse continui a fare la parte di colui che non si rassegna a predicare nel deserto, ed i giovani lo seguono, almeno i migliori e più pensosi.

E' il caso di Carlo Muscetta in un primo tempo e poi di Tommaso Fiore al Liceo di Molfetta, e di Augusto Monti al Liceo di Brescia e poi al D'Azeglio di Torino, educatori di una gioventù che da loro impara a pensare criticamente, ad immunizzarsi contro ogni contaminazione trionfalistica lungo l'arco del Ventennio, e riceve impulsi a smitizzare la romanità ed il Risorgimento. Questi giovani si chiamano Leone Ginzburg e Massimo Mila, Giorgio Agosti e Franco Antonicelli e Norberto Bobbio, "la banda" che Augusto Monti plasma spiritualmente secondo l'etica di una tenace fedeltà alle proprie idee, ereditata da Gobetti, che egli stesso, come fratello maggiore, in nome degli amici, quando Gobetti muore, chiama "lo scolaro maestro", una formula che il Russo poi riprende per fissare, sul piano della critica letteraria, il rapporto Foscolo-Alfieri.

E gli allievi si ripiegano su se stessi, cercano nei libri quello che i testi scolastici non possono dare. Sono romanzi, novelle, commedie, drammi.

Altrove, in quegli stessi anni, altri giovani come Elio Vittorini e Vasco Pratolini a Firenze, Eugenio Curiel a Padova, Cesare Pavese a Torino, soffrono un continuo tormento, sentono responsabilmente l'impulso all'autodistruzione, sanno che la loro sopravvivenza ha soltanto un destino di lotta contro la dittatura, e per alcuni di essi, come Berto Ricci e Giaime Pintor, anche di sacrificio supremo.

Certamente non si può fare uguale discorso per la gioventù studiosa di Galatina negli anni Trenta, ma il meno che si possa dire è che essa rifiuta un codice di vita indistinta, sente il bisogno dell'antiretorica e sceglie tuttavia, per le sue letture, delle pagine che provano ancora una volta l'equivoco in cui viene a trovarsi la cultura borghese negli anni della dittatura fascista.

Invero il mondo fantastico epico-lirico di quei lettori appare costituito esclusivamente dalla sessualità. Eppure quelle letture non idealizzano come modello di perfezione umana la fatuità sentimentale, ma significano il mondo dell'evasione per sfuggire allo spappolamento della vita cittadina che a Galatina non è stato meno avvilente delle altre parti d'Italia. E' stato cioè un antidoto contro l'ipocrisia della morale eroica: la donna, anche quella dei libri e della pornografia, quando non è stato possibile nella vita reale, invece dei miti del regime.

E tornano alla mente e nell'intelletto dei giovani, nei loro conversari nonché nei loro vagheggiamenti, e Beatrice e Laura ed Angelica ed Erminia e Silvia e Nerina, nomi che nell'immobilità della parola racchiudono ciascuno la storia di un uomo e del suo destino, delle sue passioni e delle sue inquietudini di sempre.

Fortunati quindi in quegli anni i giovani liceali galatinesi che seppero dallo studio ricavare non una morale eroica, bensì una verità più generale, e cioè che sia l'arte a ricomporre esattamente la vita, quando da essa apprendiamo ad attingere la verita in noi stessi.

 

6. Letture di inerzia e di passività

 

La società italiana si è venuta definendo come una società di massa durante il ventennio fascista attraverso la forza dei ceti medi. Questa indicazione può essere verificata a Galatina dove agricoltori, commercianti, professionisti, piccoli imprenditori ed artigiani, vale a dire i ceti medi tradizionali, hanno costituito un'entità sociale abbastanza omogenea ed integrata ed hanno disposto di una certa autonomia personale. Con la guerra del 1915-1918 questo ceto sociale ha creduto di meglio rivendicare quella interiore coscienza di dignità e di nazione, che l'Italia moderna spesso ha tristemente mostrato di non possedere. E pur se la guerra ha consentito l'incontro con gli altri e di annodare un rapporto con i propri simili, non ha tuttavia destato la necessità di costruire un legame collettivo su larga scala.

Nel ventennio fascista, anche a Galatina, approdano agli studi medi superiori i figli del ceto medio.

A costoro, tenendo conto che una letteratura che aspiri al rinnovamento interiore non può che cominciare dalla cellula dell'uomo, viene proposta una letteratura che indica una prospettiva esistenziale, quale rifugio in una solitudine individuale che può essere interpretata anche come protesta morale. Si pensi a Borgese e a Tozzi e a Pirandello. Prevale tuttavia durante il fascismo una narrativa che esalta e celebra i riti piccolo-borghesi come il matrimonio, il risparmio, il lavoro, la prudenza, la morigeratezza e la patria, cioè tutti quei valori che si ritengono buoni perché hanno ripudiato le tensioni sociali e fanno coincidere la salvezza con l'egoismo individuale, e pertanto non hanno educato l'individuo a sentir pulsare la coscienza europea. In questo modo ai giovani è stato impedito di salire ad una propria concezione del mondo, perché a loro è stata negata ogni connessione tra i fatti intellettuali ed i gruppi sociali, laddove per la propria Weltaschaung sarebbe stato necessario l'uso degli strumenti intellettuali idonei a verificare che i dislivelli di cultura tendono a coincidere con i dislivelli di potere socio-economico.

Veicoli di quei valori sono stati in quegli anni, fra la gioventù studiosa di Galatina, i romanzi di Liala e di Mario Mariani, la Donna mia di Salvator Gotta, le novelle di Lucio D'Ambra e di Virgilio Brocchi, Doricocefala bionda di Pitigrilli (Dino Segre), Le cose più grandi di lui di Luciano Zuccoli. E tuttavia quella narrativa non è valsa da scorato rifugio nel grigiore del mondo quotidiano. La gioventù studiosa di Galatina in quegli anni è stata l'emblema della piccola borghesia provinciale italiana che, ignara delle complicazioni morbose del pensiero e della sensibilità moderna, ha vissuto una condizione di fiacchezza e di estenuazione spirituale e di sfiduciato abbandono sulle panchine della villa comunale, dove ha dissipato la consuetudine di una vita banale e la malinconia di giorno torpidi e mediocri, quasi presagio del nulla incolore in cui precipitano tutte le cose umane.

Le fanfare più o meno eroiche ed erotiche dell'ultima poesia italiana durante il fascismo le ha suonate Gabriele D'Annunzio, al quale, tuttavia, gli studenti galatinesi non hanno chiesto l'antidoto alle proprie frustrazioni vitali. A D'Annunzio hanno preferito scrittori meno sofisticati, a mezzo tra frivoli e mondani e galanti come gli scrittori sopra citati e, fra tutti, Guido Da Verona, autore di Colei che non si deve amare, La donna che inventò l'amore, Mimì Bluette, fiore del mio giardino, Sciogli la treccia, Maria Maddalena, romanzi la cui lettura ha costituito motivo e momento di evasione per tutte le sartine e le crestaie d'Italia, ma anche per i ragazzi del 1899, scaraventati nelle trincee del Carso durante la prima guerra mondiale. L'accostamento non sembri anomalo ed improprio, giacché nell'esperienza degli uni e delle altre si sono riversate tante frustrazioni quanto grande è stato lo spessore delle aspirazioni strozzate.

D'altra parte chi volesse giustificare quelle letture, sbaglierebbe adducendo una ragione di ordine decadente, come può essere il prodotto di un'iniziativa stimolata dal rifiuto della realtà, motivo che darebbe alla lettura di Guido Da Verona un carattere estetizzante che essa non ha avuto. Piuttosto bisogna pensare al fatto che per la gioventù studiosa la materia d'amore, oltre i confini della poesia e della filosofia, del lògos e del mythos, è stata ed è sempre parte viva delle piacevoli conversazioni del suo mondo allegro, anche per via dei suoi anni fatti di baldanza e di confidenza. Concetto Marchesi ha così schematizzato l'amore nel mondo antico: "E' l'amore come passione, quindi da fuggire; è la virgiliana ferita che vive silenziosa nel cuore; il desiderio insaziato e torturante di Catullo: l'amore che non ha per oggetto la donna, ma una donna: quella che s'incontra e non si cerca".

Francesco Flora ha rivenuto, per parte sua, nella narrativa di Guido da Verona la tradizione dannunziana resa più didascalica. Questo giudizio va temperato nel senso di non dover vedere nell'opera dello scrittore il contenuto didascalico della tradizione ovidiana dell'Ars amandi, vale a dire un codice galante, bensì un contenuto che non ama le idee profonde, che i giovani giudicano pedantesche, né le passioni che trovano ingombranti, un contenuto, insomma, in cui molte cose umane sono osservate, intuite od immaginate e poeticamente espresse con elegante psicologia. Allora la funzione didascalica della tradizione dannunziana presente, secondo il critico, nelle pagine di Guido Da Verona, assume un altro significato. In che cosa esso consisterebbe? Nel rimettere in azione in un processo ricreativo quelle medesime cause che l'uomo ha in sé, nella sua natura, cioè nella scoperta dell'universale umane di cui si intesse la storia dell'umanità. Per esemplificare meglio la nostra argomentazione, possiamo affermare che nella pigra e sonnolenta provincia italiana dell'era fascista, la gioventù studiosa ha rinvenuto in Guido Da Verona quello che si cerca a quell'età, e cioè l'impulso a volgere il primo stupito sguardo sulla propria ferinità, un processo questo che segna il primo grado dell'umano come panica esaltazione della vita.

La narrativa daveroniana, allora, è stata didascalica, ma solo nel senso che ha aiutato i giovani - almeno quelli che hanno letto, capito e meditato - a vedere nell'erotismo e nella sensualità il mezzo per attingere la vita segreta e profonda dell'io, che in un primo tempo sfugge alle indagini dell'intelletto e della scienza, ma successivamente, anche grazie alla suggestione immediata dei sensi, perviene ad un grado di maturazione che impegna l'altezza della mente o dei sentimenti profondi dell'essere. In tutto questo crediamo che non ci sia nulla di estetizzante, se per estetismo si intende trionfo della vitalità istintiva, affermato come norma unica di vita e fuori da ogni problematica morale. Invero nella narrativa di Guido Da Verona convergono contenuti propri della canzone-racconto allora in voga (si pensi a Come pioveva del fine dicitore Armando Gill), ma anche della canzone di contenuto popolare (come Spazzacamino, Balocchi e profumi, Addio Tabarin), in cui è riflesso un periodo di forti contrasti sociali in anni di grande povertà e di mancanza di lavoro, ma soprattutto converge lo spirito di un ballo ritmato da una musica evocatrice di una psicologia erotica, che stregava i liceali galatinesi. Alludiamo al ballo popolare denominato tango, in cui si fondono motivi psicologici messicani, cubani e haitiani, ma soprattutto è mitizzata la libertà sconfinata delle pampas argentine. Il protagonista argentino del tango è stato il compadrito, "una specie di teppista urbano che veste colori sgargianti, fuma come un maledetto, regge le sbornie, sa maneggiare il coltello e vive alle spalle di qualche donna" (Vené). Il tango ha rappresentato il peccato che nasce dal piacere proibito, ma anche il mistero di paesi lontani e la passione che consuma e distrugge. Tutti questi elementi, col loro spirito e con la loro suggestione sono rifluiti nei personaggi maschili e femminili della narrativa di Guido Da Verona, e da essi la nostra gioventù studiosa nel ventennio fascista ha tratto motivo di evasione dal circoscritto e meschino mondo piccolo-borghese.

Tra le letture di quegli anni resta tuttavia significativo il ruolo di Gabriele D'Annunzio, nel senso che la sua popolarità riguarda soprattutto gli anni Venti e vive tra i reduci della grande guerra, mentre meno interesse per la sua opera hanno i giovani degli anni Trenta, nati nel dopoguerra, quasi che essi si rendano conto che la conseguenza più funesta dell'estetismo d'annunziano sia la confusione tra vita e letteratura per cui, aspirando a far della vita opera d'arte, si celebrano come spettacoli affascinanti la violenza, la guerra e la carneficina.

Intanto si scopre in quegli anni, nella vecchia libreria di casa dell'avv. Emilio Galluccio, la veneranda edizione zanichelliana di Postuma di Olindo Guerrini contenente la raccolta completa anche delle poesie politiche. In quei versi si rinviene qualcosa di nuovo, di inatteso, qualcosa che la scuola non ha mai saputo mettere a nudo: un solidarismo di tipo plebeo e contadino da parte del poeta.

Questa scoperta ci rinnova, stimola in noi impulsi di ricerca. Siamo nel 1935-1936, al tempo della guerra etiopica. Ci accorgiamo così che un largo spazio dell'ispirazione poetica di Guerrini è occupato anche da violente poesie contro le imprese coloniali italiane nel tempo in cui il Pascoli scrive il prologo del nazionalismo italiano La grande proletaria si è mossa. Nasce così un nuovo contenuto spirituale: la protesta, l'indignazione.

Ed ancora. Non è mancato fra noi, sempre in quegli anni, il lettore appassionato di romanzi di avventura e di fantasia. Un posto di privilegio va assegnato a La tigre della Malesia di Emilio Salgari. L'esaltazione frenetica della qualità animalesche dell'eroe Sandokan è stata, per il lettore di allora, l'esatto rovescio del razzismo, della "morale" coloniale.

Oggi noi sappiamo che molti giovani nel mondo operaio ma anche delle professioni hanno fatto silenziose economie nell'unica università che sotto il fascismo è stata la prigione, sulla quota di una lira al giorno con cui bisognava mangiare, fumare e pagare la corrispondenza, al fine di poter acquistare un testo di statistica o di lingue straniere e talora, per poter scrivere, hanno fatto anche il gesso con la colla, rischiando la sanzione punitiva del pancaccio.

Rispetto a sacrifici di questo genere, l'isolamento, il torpore, la noia in cui sono vissuti i giovani negli anni Trenta a Galatina, pur se traversati da immancabili, naturali fiammate di spirito giovanile, sono un modesto tributo di esperienza, e tuttavia restano come ricordo e testimonianza di una gioventù che in un'epoca depressa ha sentito il bisogno di una scienza e di una cultura viva, per lavorare più e meglio, per lavorare uomini tra uomini.


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